Era un giorno di marzo – di Cecilia Trinci

Era una giornata di marzo, bella come questa, la prima volta che, per un progetto di lavoro, sono entrata in un carcere. Porto Azzurro col sole, la rocca, il cancello, la postazione di controllo dove lasciare la borsa, il cellulare, i documenti, qualsiasi altro collegamento con l’esterno. Non ero sola, avevo un accompagnatore che mi sosteneva nel percorso fino al di là del metal detector, del portone blindato che scattò con un potente clac dietro le nostre spalle. Chiusa. Ero chiusa anche io dentro quelle mura. Fumo di sigaretta, rumori metallici, mura strette. Gentilezza, curiosità, pudore. Sguardi. Distanza di sicurezza. In carcere è facile porgere umanità e riceverla. Se dai fiducia si spande intorno come caffè. Il progetto fu pieno di risultati. Loro, i detenuti del progetto, passarono un giorno ad ascoltarmi, imparando con grande facilità tutto quanto insegnavo. A tratti un sorvegliante controllava buttando rimproveri a caso. Niente internet. Niente cellulare. Niente contatti esterni. Gli affetti al di là delle mura, al di là del mare. Avevano sguardi attenti e io, in cambio, avevo solo parole e fiducia piena.
Ma quello che oggi mi ricordo è la disperazione che mi prese il giorno seguente, pensando esseri umani a vivere di continuo quel senso claustrofobico che avevo vissuto. Durante l’intervallo del pranzo io potei uscire sulle mura della rocca a mangiare un piccolo panino. Loro no, rimasero dentro. “Non possono uscire in questo periodo” mi rispose il tutor accompagnatore. Come non possono uscire? Nemmeno un pochino dentro questo sole immenso sul mare blu? No. Erano le regole. Loro rimasero accalcati a fumare ad una piccola finestra che dava in una corte interna e da cui si vedeva a poca distanza da poterlo quasi toccare, solo un muro bianco, altissimo. Neppure il cielo si vedeva. Il fumo di sigaretta acre non riusciva a dissiparsi mai. Era caldo in quelle celle piccole e chiuse ed era solo marzo. Fuori, indifferente, Il sole picchiava sulle pietre della rocca. Il mare blu si increspava appena sotto la brezza di marzo.
Molto bello. Come possono cambiare le cose in poco tempo. Anche noi reclusi anche se a noi non mancano le porte aperte da attraversare e gli spazi aperti a cui tornare .
Non credo si possa anche solo immaginare cosa passi giorno dopo giorno,ora dopo ora fra quelle mura ..
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E quando si dice “marcire in galera” bisognerebbe sapere cosa si dice
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Ho fatto una stupida esperienza di frequentazione del carcere minorile, quando ero appena maggiorenne. Difficilissima, indimenticabile. Tenere chiuso…hai detto bene, fa marcire.
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Quando sono stata a Volterra mi son vergognata quasi nel venire via, colpevole di esser libera, a Pianosa meglio, c’era una finta libertà data dal lavoro, poi io sulla spiaggia e loro a zappare…..in un silenzio che sembrava gabbia.
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Non c’è niente di più edificante del dar fiducia a chi, per qualsiasi motivo l’ha perduta o in se stesso, o da parte degli altri o per colpa degli altri. È il gesto più creativo, più costruttivo e più umano concepibile. Può salvare.
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la condizione della detenzione mi pone tante domande.
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Brava Cecilia, si vede che hai praticato il tiro con l’arco…fai sempre centro!
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