Non piangeva. Raccontava e basta – di Sandra Conticini
Non capivano, entrò in casa sbattendo la porta ed iniziò a parlare, parlare, parlare, poi si chiuse in camera.
La conoscevano bene, era successo qualcosa di importante che le faceva molto male! Aveva bisogno di sfogarsi, rossa in viso, in preda alla rabbia, non riusciva a piangere…
Si impaurirono, pensarono a tutto, davanti ai loro occhi passarono tanti film, ma nessuno sembrava possibile!
Riuscì a calmarsi un po’ e, uscendo di camera, iniziò a raccontare. Aveva incontrato il vecchio zio della mamma che le aveva offerto un passaggio in macchina, ma l’aveva portata in un posto un po’ fuori ed aveva iniziato a sfiorarla con le mani, carezzarle i capelli e piano piano si avvicinava sempre più.
Lei, incredula, aveva provato un senso di schifo misto a paura, ma era riuscita a scendere di macchina e, correndo, era arrivata alla via principale che l’aveva riportata a casa.
LA PORTA SBATTUTA CON RABBIA – di Elisabetta Brunelleschi
In un lampo mi vedo a spingere con rabbia una
porta. È un ricordo lontano venuto a galla e rimasto lì.
Ma se ci penso, sento che ora, in questo presente,
la rabbia non mi appartiene, non riesco più a provarla.
La rabbia, già, ma ma cos’è?
Un’emozione, sì ! Una forte emozione che gonfia
dentro il petto, rode e vuole poi uscire, anzi esplodere.
Allora ecco che puoi urlare, sbattere, correre,
aprire e chiudere, rompere, fracassare.
L’età avanza e il tempo delle porte sbattute è
finito.
È meglio parlare a bassa voce e camminare piano; lasciare
che una una porta cigoli piano piano mentre la apri per ascoltare meglio una
musica che viene da lontano.
Non gli piacevano i rumori della notte. Gli evocavano sempre emozioni diverse: fastidio..inquietudine..in qualche caso vero e proprio terrore…che si attenuava solo quando poteva scoprirne la ragione fisica e razionale. Il suo amico analista gli aveva spiegato che il timore che questi suoni evocavano era nient’altro che il riflesso rimasto impresso nei nostri antichissimi antenati e che attraverso millenni era stato profondamente inciso nella nostra eredità genetica. In qualche modo noi eravamo ancora “loro”, quando, di notte, il pericolo era davvero reale e un rumore insolito poteva indicare la presenza di una belva o di un cataclisma..insomma morte sicura. E loro erano deboli..come noi.
Ciononostante, quella sera era tranquillo, una buona cena con buoni amici, con del buon vino era un viatico per una notte serena.
Stava appena appisolandosi quando un suono, conosciuto, ma insolito a quell’ora, lo strappò dalle braccia di Morfeo e lo riscagliò nella brutale realtà..Lo riconobbe, era lo squillo di un telefono..si alzò precipitandosi a guardare se il telefono fosse il suo…no, il suo dormiva sonni tranquilli..
Già un po’ inquieto, appoggiò gli orecchi alle pareti…sì, il suono era proprio di un telefono, ma proveniva dall’appartamento accanto. E lui era certo che fosse disabitato. Conosceva i proprietari, erano partiti due giorni prima per le vacanze, lui stesso li aveva salutati quando, armi e bagagli erano partiti ilari e giulivi per la montagna.
Quindi poteva immaginare quelle stanze buie, illuminate da un barlume di luce che filtrava dalle tapparelle abbassate sufficiente a riflettere il bianco delle coperte stese sui divani, le poltrone e le sedie per coprirle dalla polvere…i lampadari appesi tristi e inutili in quella notte senza fine e i mobili, spettri minacciosi neri alle pareti.
Un po’ stanco, ma anche lievemente rassicurato, si adagiò su una poltrona dello studio, rilassandosi..e, senza accorgersene, precipitò nella trappola della mente.
Guidato da quella voce del telefono, divenuta ora imperiosa e irresistibile, si trovò immaterialmente trasportato nell’altro appartamento. Lì il trillo era più forte, sollevava onde di vento, e a quel vento le coperte messe a coprire i divani presero ad agitarsi, molli fantasmi con movenze di un risveglio sensuale..E il suono esasperante le guidava al ritmo dei suoi trilli.
Presto si svegliarono gli altri mobili…le sedie cominciarono a dondolarsi sempre più rapidamente, ora le coperte erano ritte in piedi agitando quelle che sembravano braccia umane in quella spettrale danza macabra…e su tutto il trillo del telefono, che ora era il lamento di un’anima dannata, che sembrava guidare quel sabba infernale…e l’intero appartamento lo seguiva, ognuno per la sua parte…e il telefono suonava, suonava, solo e disperato….
Si svegliò turbato: era ancora sulla sua poltrona. E il telefono aveva smesso di suonare.
Era un uomo alto e magro, scuro di pelle, con capelli neri attaccati alla testa, lisciati, forse impomatati. Lo ricordavo vecchio, invece a pensarci bene doveva avere meno di cinquant’ anni. La magrezza lo costringeva a piegarsi leggermente su di sé, adesso potevo pensare che volesse nascondersi alla sua stessa vita. Avrebbe avuto molto di cui vergognarsi ma sicuramente dormiva sonni tranquilli. Dietro la parvenza del bene aveva fatto del male gratuito alla mia famiglia e questo non glielo potevo perdonare. Il suo studio era elegante, in sala d’aspetto faceva bella mostra il sofà , che era stato di mia nonna, debitamente restaurato e vestito di un nuovo tessuto ma sempre rosso porpora damascato. Concetta ci teneva molto, era un ricordo di famiglia anche se un po’ malandato, da sempre lo teneva in un angolo della stanza, nessuno ci si era mai seduto per una strana forma di rispetto. Il dottor C. era venuto molte volte in inverno a visitare l’anziana signora e ogni volta apprezzava, forma, legno, intarsi del canapè finché gli era stata regalato come omaggio alle sue spesso neppure richieste cure o…mire per meglio definirle. Meschinità , disonestà, avidità non erano però le sue qualità peggiori considerando che la sua incapacità come medico avrebbe portato mia mamma a sfiorare la morte. La laurea in medicina non l’aveva né sudata né studiata, il padre facoltoso e massone, uomo potente , gliela aveva alla fine procurata, e lui si era ritrovato medico senza vocazione. Aveva qualcosa di maniacale in sé, privo di umanità, era pericoloso, ora lo capivo. Possedeva un apparecchio radiologico, metteva i suoi pazienti dietro quello schermo senza minimamente preoccuparsi dei rischi a cui li sottoponeva e non si pensi che fosse ignoranza perché lui si sistemava al sicuro. Si dedicava con amore e passione solo ai suoi francobolli e alle antichità , probabilmente sarebbe stato un ottimo collezionista d’arte e magari anche un ricettatore…….
Un gusto amaro, un torchio allo stomaco, come se avessi evocato chissà quale schifezza ed invece ho solo pensato alla cattiveria, quella in astratto, non concreta e tangibile, ma quella impalpabile e talvolta fumosa, quella che ti si appiccica addosso come il fumo di sigaretta che non te lo togli più. Ed eccola lì, ce l’hai davanti e la vivi tutti i giorni, anzi ci convivo. È fatta di attimi, di quando ci rimani male di qualcosa e ti scatta subito un senso di cattiveria: che ti hanno fatto? Che vorresti fare? Quello mi ha guardato torto, cosa gli ho fatto? Cosa ho detto? Perché? Cattiverie. Mezze parole, parole non dette e dette sottovoce per non farle sentire, dette ad altri e non davanti, perché? Parole cattive? Senza dubbio cattiverie. Cattiverie di tutti i giorni che cattiverie non sono e mai saranno vere cattiverie. Eppure…un pensiero s’insinua. Siamo tutti cresciuti all’ombra delle cattiverie, queste parole che fin da piccoli ci siamo sentiti ripetere 10, 100, 1000 volte in varie modalità per 10, 100, 1000 occasioni: non fare il cattivo/a! Se continui a fare il cattivo/a Se mi fai arrabbiare sei cattivo/a Brutto/a cattivo/a Sei stato proprio cattivo/a Ci portiamo appresso questo fardello di aura cattiva ed ogni volta cerchiamo di colorarla e camuffarla, non per nasconderla agli altri ma per non vederla noi stessi perché sappiamo che non siamo così. Ne siamo pervasi, circondati, avvolti e non per questo ci sentiamo cattivi, anzi, siamo così certi che non lo siamo che rimaniamo allibiti quando qualcuno ci dice che lo siamo. Allora mi viene in mente il personaggio del film Forrest Gump: cattivo è chi il cattivo fa. Già. Il paragone. C’è sempre una cattiveria maggiore con cui misurare la propria. Credo che il secolo scorso abbia avuto il suo cazzotto nello stomaco in fatto di cattiveria, anzi malvagità, a quello ci riferiamo quando parliamo di cattiveria…e poi ci assolviamo. Allontaniamo da noi ogni forma di male sia come azioni che come pensieri, ma con le reti sociali non possiamo sfuggire, lì possiamo riversare tutte le cattiverie che abbiamo in noi e quelle del mondo, lì vengono vomitate e lì rimangono oggi, poi domani le abbiamo già dimenticate, le abbiamo affidate alla rete e così ce ne siamo liberati e non ci paiono più così cattive. È poi tutti lo fanno! Già in nome del così fan tutti ci sentiamo autorizzati e forse anche benedetti, e ci assolviamo. Di voce in voce , piano piano, di orecchio in orecchio si installa la cattiveria sempre più detta e mai fatta apertamente, tanto che siamo sempre più pervasi, avvolti contornati dalla cattiveria che è quasi la normalità.
Non lo potevi
dire gobbo, ma camminava sempre un po’ curvo da un lato, poiché la cifosi con
l’età gli aveva colpito la dorsale.
Usciva ogni
mattina dal cancello di casa e si avviava verso il parcheggio guardandosi
intorno e sperando, in cuor suo, di non essere visto e nemmeno di vedere.
– Oh!
Nandino, che fate stamani! –
Ecco,
Vittorio lo aveva scovato e lui doveva rendergli pan per focaccia. Alzava la
testa, raddrizzava un po’ la schiena, sistemava in sorriso le labbra fini e
biascicava un saluto condito con amenità varie:
– Se piove si
lascia piovere, tanto fa quel che vuole! –
Così partiva
la giornata per quell’uomo taciturno che pareva voler star lontano da tutti e
da tutto.
Si vestiva in
modo semplice, quasi dimesso. Nella bella stagione indossava pantaloni
scoloriti e magliette dal collo consunto, in inverno si riparava con un
giaccone color militare su un paio di pantaloni di flanella lisi sui ginocchi.
I capelli,
appena appena brizzolati ( e aveva già superato i settantanni!) li portava
corti, a spazzola.
Aveva
lavorato per quarantanni come autista in un magazzino di legname, senza
approfondire nulla però, obbedendo alle regole e rispettando gli orari.
Fiducioso solamente nello stipendio che a fine mese doveva garantire il
sostentamento.
Ora, che da
più di quindici anni si godeva la pur limitata pensione, al mattino presto,
amava andare al supermercato e scegliere le verdure, la carne, i biscotti, il
formaggio, che poi, avanzando sempre un po’ ricurvo, sistemava sulla cassa.
Della cassiera non guardava il volto, ma le mani. Ne spiava i veloci gesti nel
timore di uno sbaglio, di un prodotto contato due volte che poteva gonfiare il
totale.
Sì, era
avaro, ma non sempre. Qualche volta si concedeva timidi regali: una bottiglia
di grappa ma di quella buona, il Vin Santo della migliore annata, un pacco di
bicchieri di vetro soffiato, … tutte cose che quasi nascostamente portava a
casa e riponeva nella credenza, specialmente le bottiglie; perché lui non
beveva, poteva assaggiare un gocciolino dopo i pranzi delle feste raccomandate
e più niente!
La sera in
casa non si spiccicava dal TG e imprecava contro i politici responsabili di
tutte le possibile ingiustizie mentre Lina, la moglie, scuoteva la testa e si
chiudeva in camera a guardare un film.
Tornò una mattina
con la borsa più piena del solito, tanto che un ciuffo di foglie di sedano
ciondolava verde da un lato.
Lina lo
squadrò con aria rassegnata, sapeva ormai accettare le sue spese e con pazienza
riempiva il frigorifero.
Lui raccolse
quello sguardo e volle giustificarsi:
– Non è
appassito, con un po’ d’acqua riprende! –
– No, non è
quello, stamani hanno telefonato da Santa Teresa, è morta la zia Erminia! –
– Ha finito
di patire. –
– Martedì
mattina alle 10 c’è il funerale –
– Dove?-
– Ma lì,
nella casa di cura, c’è una cappella, l’abbiamo anche vista! –
Nandino andò
sul terrazzo. Lina continuò a smistare la spesa: questo nella credenza, questo
nello stanzino, … mancava il pane.
– Dal fornaio
quando passi? –
– Domattina –
rispose Nandino.
Il pane del
supermercato non gli piaceva, preferiva quello del bottegaio che sfornava filoni da un chilo belli gonfi, con
la mollica asciutta e la corteccia croccante.
In casa,
l’arrivo del pane fresco era un rito che si ripeteva a scadenze fisse. Lui lo
appoggiava sul tavolo badando a lasciare aperti i bordi del sacchetto affinché
rimanesse arieggiato e poi esclamava:
– Oggi si
mangia quello fresco, quello duro va a domani!-
Il pane era
un che di sacro, non si poteva sciupare!
Lina intanto
stava ripensando con nostalgia all’infanzia, alle vacanze trascorse nella casa
di campagna della zia, ai giochi con i due cugini … Poi il tempo passa.
I cugini non
li vedeva da diversi anni. Marco si era trasferito a Torino e Mirella in
un’altra provincia. La zia Erminia abitava da sola, i figli l’andavano a
trovare solo in occasione delle vacanze. Poi, il tempo, inesorabile, iniziò a
indebolirla e lentamente le fragili ossa finirono per cedere. Cadde in giardino
e persa ogni autonomia motoria, si aprirono per lei le porte della casa di
cura.
Lina di tanto
in tanto le faceva visita e l’aiutava come poteva.
Ma lui no!
Non voleva mettere piede in quel ricovero e quasi quasi l’avrebbe impedito
anche alla moglie. Era rimasto fermo nella sua idea.
– Ha due
figlioli, ci devono pensar loro.
Te al momento
ai pensato ai tuoi, e loro? –
Alla fine,
dopo quattro anni di immobilità, la zia Erminia chiuse gli occhi.
La mattina
del funerale Nandino andò presto presto dal fornaio. Ripetendo lo stesso rito,
poggiò il sacchetto sul tavolo gustando la fragranza del pane appena sfornato e
rassicurandosi su quello raffermo che avrebbe mangiato il giorno appresso.
Lina con
indosso un completo scuro, passava inquieta da una stanza all’altra, serrava le
finestre e controllava che le luci fossero spente.
Lui sui
soliti pantaloni di tela grigia mise camicia e giacchetta ma rifiutò
categoricamente la cravatta che lei gli porgeva.
– Il nodo mi
soffoca, lo senti che caldo! –
Al funerale
c’erano tutti, stretti uno accanto all’altro sulle panche dell’esigua cappella.
Marco e Mirella rispondevano al saluto dei parenti con larghi sorrisi.
L’accompagnarono
al cimitero e era già mezzogiorno.
Lina
s’intrattenne coi cugini. Nandino guardava l’orologio, era ora di pranzo.
E allora si
fece avanti:
– Via venite
da noi, ci si arrangia! Da tanti anni non ci si vede! –
Loro si
schermirono un poco, erano incerti.
Ma anche
Nandino acconsentì:
– Si mette in
tavola quel che c’è! –
Giunti a casa
lui andò subito in cucina, prese il sacchetto del pane fresco e lo ripose nello
sportello.
Apparecchiarono
in salotto. Lina aveva già pensato a tutto, c’era solo da riscaldare, portare
in tavola e preparare il cestino con il pane, …
Lui aprì lo
sportello prese il pezzo di quello raffermo e iniziò a affettarlo…
Lina lo
guardò con aria stupita e stava quasi per aprire bocca ma lui voltò la testa,
si piegò ancor più sulle spalle e continuò a tagliare. Quando il cestino fu
pieno sorrise a labbra strette e con aria compiaciuta entrò in salotto e lo
appoggiò al centro del tavolo.
Durante il pranzo
ricordarono il passato, parlarono di Erminia, i cugini elogiarono la cuoca e si
complimentarono con Nandino che, a loro giudizio, si manteneva come un
giovanotto.
– Volete
ancora pane? Ve lo affetto! –
Nandino si
alzò e cercando di raddrizzare la schiena, andò in cucina e affettò tutto il
resto del pane secco, che nuovamente pose in mezzo al tavolo, mentre quello
fresco se ne stava lì, nascosto nello sportello.
Per una volta
si sentì vittorioso verso quei cugini che ignari delle sue oscure intenzioni
mettevano in bocca gli ultimi bocconi di pane.
Un sorriso
malizioso, che solo Lina seppe leggere, traspariva dalle labbra fini.
Si salutarono
promettendosi visite che di sicuro non avrebbero ricambiato, ma alla fine, i
cugini e Lina furono contenti di essersi rivisti, di aver trascorso insieme
quelle poche ore, parlando del più e del meno, con quella leggerezza che
talvolta occorre per lenire i disagi, le incomprensioni, i dolori che non si
possono né evitare nè risolvere e che a quel punto, forse era meglio tacere.
Accompagnarono
i cugini sino al cancello, lui rimase curvo da una parte e non cambiò idea,
erano degli ingrati!
Rientrati in
casa Lina si fermò sulla soglia della cucina e guardò lo sportello:
Al mattino, amo crogiolarmi nel letto ascoltando il canto degli uccelli, poi, aprendo la finestra, arriva aria profumata e pungente che sveglia. Non resisto e esco fuori in giardino per vedere cose c’è. Sonnacchiosa, ascolto i rumori della casa, la doccia di Paolo, a volte il pane che si arrostisce nel tostapane. Ecco che esce il caffè, i sensi si allertano. Che goduria la collazione: la ricotta che si mescola col miele… Si sentono le bambine che chiacchierano mentre si preparano per andare a scuola. Mi piace il picchio che in estate inizia presto a beccare sul tronco di un albero e rimbomba nel silenzio. Mi piace ascoltare l’acqua che schizza sul mio corpo quando faccio la doccia e le voci di persone che camminano nella strada mentre sono nell’orto. Ascolto il rumore della carta che spacchetta il cartoncino dei dolci della pasticceria. Mi diverto a saltare o danzare con una musica allegra. Mi commuove sentire il mio nome chiamato dai miei nipotini e ascoltare il calore del loro corpo quando si addormentano vicino a me. Mi conforta sentire il suono dei passi sulla sabbia, nel bosco fra le foglie, sulla neve e ascoltare il rumore del mare. Mi rallegra cantare in compagnia e ballare. Mettermi quieta e ascoltare il mio corpo che si rilassa. Ascoltare il rumore del cancello che si apre e aspettare la macchina di mio marito che rientra dal lavoro. Mi rilassa accucciarmi in inverno vicino al camino a guardare il fuoco. Mi piace ascoltare la neve che cade e mi sorprende per il suo arrivo in una giornata di fine inverno.
Nel video spento vedo con chi parlare. Forse quella lì può capire.
Una montagna di piccole idee affastellate si tuffano,
proprio lì, si spengono sbattendoci contro, si spiaccicano come zanzare sul
vetro di una moto in corsa, e forse è proprio la rincorsa con cui escono che le
fa morire appiccicosamente così……senza poter frenare con razionalità.
Un altro anno è passato. Volato, frullato, disintegrato.
E’ tutto dentro questo computer. Foto, scritture, diari di
bordo, attimi. Anche qualche sogno stropicciato.
Una scatola rettangolare molto fragile contiene tutto questo tempo, questo lavoro inventato, questi pomeriggi di incontri e sogni prestati, figli adottivi affettuosi e quasi somiglianti a questa pseudomadre che sono io, riflessa nello specchio del computer.
Una di quelle feste dove conosci solo chi ti ha invitato. Grigliata all’aperto, il barbecue di legna, cesti di frutta carnosa: pere, prugne, pesche. E poi in giro tanta gente.
Su una panchina sta parlando una bella donna: Azita, iraniana.
“Ciao, dice, mi chiamo Azita, stanotte c’è una bellissima luna piena, nessuno
dormirà bene, stanotte. La luna piena ha troppa forza e nessuno ce la fa a
sostenerla”.
“Ha un significato il tuo nome?” chiedo
“Colei che cura il male d’amore”
“E tu lo sai fare?”
“Eh no, troppo difficile!!” e ride con tutta se stessa. Con
gli occhi soprattutto.
Poi comincia a raccontare, con quella magia da Sherazade,
con gli occhi intensi, tutti pieni di storia. La storia intera della Persia.
“Sono iraniana, sono fuggita dal mio paese perché il governo
è infame”.
Dice del suo lavoro, e di nuovo si illumina: dipinge rose sulla stoffa, seta soprattutto.
Ha una famiglia italiana. La figlia parla un po’ il persiano, il figlio non ne vuole sapere. “Le donne sono troppo più brave”, dice. Lei tiene a mente la sua lingua leggendo poesie iraniane. Non vuole dimenticare.
Sono diciannove anni che non torna. Solo una volta è tornata e ha rischiato tutto quello che aveva. L’accademia, il lavoro, gli affetti. La libertà. Soprattutto la libertà. Ha partecipato ad una festa di matrimonio non autorizzata. Gente ricca, piscina a pelo d’acqua…c’è una Teheran ricca, ricchissima e una Teheran povera, poverissima. Tutto si paga. Basta pagare e ti lasciano in pace. Nel privato e nel segreto delle case poi succede di tutto. Qualunque nefandezza. La gente impara la democrazia stravolta da internet. Le guardie sono venute a controllare e hanno fracassato tutto. Lei è riuscita a scappare. Avrebbe perso tutto: il visto, il passaporto. Non sarebbe più potuta tornare indietro. Ha detto “no, non rischio più, troppa paura”. Era scappata dal suo paese perché aveva visto troppa violenza. Uscendo dall’università aveva visto una donna lapidata in mezzo alla strada, in centro di Teheran. Una donna interrata fino al petto, col capo coperto da una balla di iuta e tutta piena di sangue. Una violenza inaudita dice. Rabbrividisce. Ci fa rabbrividire. Gli occhi si inumidiscono. Trema.
“Non c’è niente di più crudele e non vale la pena rischiare.
Se sei straniera non ti fanno niente, anzi, sono accoglienti, l’Iran è pieno di
bellezze, di storia. Ma se sei iraniana possono farti di tutto, se torni con un
marito, dei figli stranieri loro possono lasciarli tornare ma tu no, tu puoi
essere trattenuta per sempre. Ci sono famiglie spezzate, divise. Un ragazzo
iraniano che non ha potuto raggiungere la moglie in America si è impiccato a
Teheran”.
“Non tornerò più” dice, ma dice anche che il proprio paese
ci resta nelle vene, nel sangue. Gli odori, i sapori. E gli affetti. Suo padre
è morto senza che lei abbia potuto rivederlo. Lei dice: è un diritto
condividere con i genitori anche i momenti di dolore. Gli ultimi momenti della
vita. A noi ce lo negano. Anche questo diritto elementare. E’ una grande
violenza.
Dice “tempo fa, sotto Natale ero a fare la spesa alla Coop.
Ho visto una figlia che faceva la spesa con la madre, compravano il pesce per
la festa, parlavano tra sé. Io mi sono chiusa in bagno e ho pianto per un’ora.
Io non potevo. A me non poteva toccare”.
“Siete un bel popolo” dico, e ricordo altre due donne iraniane che ho incontrato: la venditrice di riso con gli occhi bellissimi, che faceva di una cottura un rito importante; l’amica di Solange, rimasta in Italia da sola a pochi anni, con due sorelle: i genitori dopo essere scappati in Italia con le figlie erano tornati indietro a prendere altre loro cose e non sono più potuti tornare e raggiungerle. E loro sono cresciute con sofferenza, ma anche con la solidarietà gioiosa di sorelle, tre donne, da sole.
“Grazie” e di nuovo si illumina di una grande luce
interiore. “E’ bello che si parli di noi. Loro vogliono che si costruisca un
buco buio e silenzioso sopra l’Iran.
Vogliono che si sparisca dalla storia. Ma non riusciranno in questo. Il nostro
popolo non è musulmano, non è neppure arabo. Abbiamo le nostre tradizioni i
nostri riti, legati al fuoco, per esempio. Si fanno dei falò e ci si salta
sopra, attraversandoli, dicendo delle formule. Loro ce lo vorrebbero impedire.
Ma noi li facciamo lo stesso. Sono riti di purificazione.
Dice “Avete letto il cacciatore di aquiloni? E’ un best
sellers ma va letto, dice cose vere, autentiche. Bisogna che si sappia. Si deve
parlare di questi problemi” E ancora “Anche Lolita a Teheran, va letto, anche
lì c’è Azita o Ajita, non si sa bene come si scrive di preciso”.
Dice ancora, con quei suoi occhi stupendi “Il Dio dei poveri
è diverso da quello dei ricchi. Non può essere le stesso dio. Si sono fatte
cose ignobili in nome di Allah. E l’altro Allah non è possibile che approvi”.
Quando mi sono alzata per salutarla le ho detto “buona luna”
e lei “grazie, che piacere incontrarti”.
L’ho lasciata lì, nella luce della luna, sotto gli olivi
grigioargento.
Ci incontriamo ogni settimana a lavorare di penna, a ridere e a scherzare.
I testi, sciorinati come panni al sole, vibrano di gioie e dolori. In
questi spartiti ognuno trova la propria cadenza.
Sediamo intorno ad un tavolo rosso mentre le voci dialogano, si rincorrono,
si sovrammettono. Le parole rotolano, rimbalzano, colpiscono, svelano. Le idee
costruiscono castelli, ponti, strade.
Un clima soffice ci avvolge mentre moduliamo il pensiero in una fitta trama di fili aerei.
Arrigo si annunciava un paio di giorni prima: che la vole?…ce l’ho!!!
Arrivava sul presto, che in casa nostra sembrava sempre un po’ tardi, mattinieri per necessità, più che per vocazione…
Era un omone dagli occhi verdi e vispi, un basco nero, la camicia a quadretti un po’ grandini, il fazzoletto rosso al collo, la giacca di velluto sganciata…suonava così forte il campanello che spesso apriva anche la signora di sopra..
La mamma metteva il caffè sul fuoco e correva verso “LA RICOTTA” ….si verso la ricotta, sapeva già cosa farne….per LEI, la ricotta, sopportava le sbirciate di Arrigo, il gioco valeva la candela, mia madre è sempre stata una donna dal seno piccolo ma dai grandi scolli….e poi diciamocela tutta un chilo di ricotta buona e gratis, mica capitava tutti i giorni….lo congedava in fretta, poi il povero pastore di San Godenzo…
Si metteva subito all’opera, con la radio accesa, e la padella nera, quella con il manico di legno grosso, quella che le mie mani di bimba non riuscivano ad afferrare.
Nasceva cosi il suo dolce preferito, che all’epoca non aveva un nome, ma un profumo, un sapore ed un colore indimenticabili…ricotta, uvetta “BRIACA” di rum o di quel che c’era, uova, zucchero, arance…vaniglina tanta, forse troppa….ma le dosi erano un segreto che nemmeno la cuoca, mia madre, conosceva.
Ricordo il colore le sfumature del giallo che diventava arancio, lo stupore nello scoprire che la nostra cena “ A CAFFELLATTE” sarebbe stata arricchita da quella che lei chiamava: un dolce ebraico di giù…..ci veniva impedito garbatamente o quasi di porre altre domande…
La tradizione fu abbandonata alla morte di Arrigo, ricordo che andammo io e la mamma in pullman, rimpiangendo, andata e ritorno, più la ricotta che lui….poveretto.
Gli anni sono passati, i ricordi assopiti, i sapori poi quasi dimenticati, manca tanta, troppa gente all’appello….le mani mi avanzano per contare chi mi è rimasto……..
Poi arriva la telefonata, Alice mia figlia, mi domanda : mamma, la conosci la cassola?…..chissà perché rispondo: che?????
Potevo almeno sciorinare quei tre grammi di cultura che ho….parlando di uno scrittore….invece …..
Ali è sbrigativa spesso ricorda mia madre…dopo te la porto….tra dieci minuti son li.
Chissà perché penso ad uno spezzatino…penso male…
Arriva con un qualcosa che credevo aver dimenticato, il sapore, il colore …l’amore…una enorme fetta di Cassola…un dolce ebraico romanesco… del quale non sapevo il nome, e non ne conoscevo le origini, ho sempre creduto poco alla mamma…
Mia figlia mi guarda, mangio in silenzio, con le lacrime che scendono….poi mi alzo ho sentito suonare il campanello….apro, c’ è Arrigo sull’uscio, con “la pezzola ai collo”. Sento il profumo del caffè, mia madre” tira fori la teglia nera”…
Grazie di esistere Alice.
. La ricetta di Alice Parretta
CASSOLA EBRAICO-ROMANESCA
Preparazione: 10
minuti Cottura: 30
minuti Dosi: 8 persone
Ingredienti: 600 g di
ricotta – 4 uova – 100 g di zucchero – 110 g di uvetta – 1/2 scorza di limone –
1/2 di scorza d’arancia – 1 pizzico di sale – 1 pizzico di cannella
Per guarnire: 4 fette
di arancia – q.b di pangrattato – 10 g di burro – 1 cucchiaino di zucchero
Per realizzare la
Cassòla ebraico-romanesca iniziate mettendo l’uvetta a rinvenire in acqua
tiepida, aggiungendo del liquore se volete dare una nota più decisa.
Poi prendete una ciotola capiente, impasterete tutto li: versate la ricotta con
lo zucchero, poi la scorza di mezzo limone e di mezza arancia con il
pizzico di cannella – se piace – e il pizzico di sale. Lavorate bene fino a
ridurre a crema, con una forchetta o, meglio, con una frusta a mano.
Incorporate all’impasto un uovo per volta, avendo cura di amalgamarlo bene
prima di inserire il successivo. Strizzate ora l’uvetta dal liquido e
inseritela nell’impasto mescolando con un mestolo.
Accendere il forno a
180°C. Imburrate molto bene uno stampo del diametro di 18-20 cm, alto almeno 3
cm, cercando di abbondare con il burro, che sarà poi fondamentale
nell’operazione si sformatura del dolce. Se non avete ospiti celiaci,
spolverizzate con del pan grattato tutto l’interno dello stampo, sarà ancora
più facile sformarlo. In caso contrario, omettetelo.
Versate l’impasto e infornate per circa 30 minuti, in ogni caso estraetelo
quando il centro del dolce non risulta più tremolante scuotendo lo
stampo. Fate raffreddare bene su una griglia e poi in frigorifero, poi
sformatelo sul piatto di portata e servite.
Se volete arricchire la sua presentazione, tagliate 4 o 5 fette sottili di
arancia e fatele scaldare con un cucchiaio di zucchero in padella, finchè si
caramelleranno, poi adagiatele nel centro del dolce.
Biblioteca di Ponte a Niccheri: Pierantonio non ama frequentare questi luoghi. Li considera deposito di libri vecchi, vecchissimi, di polvere e di oscurità. Ci vede solo ombre! Di ogni tipo, lunghe, corte, grassocce e deformi; e c’è un silenzio indefinito, scandito solo da un fruscio di mani che le toccano, le sfogliano, una cantilena quasi assordante.
Ogni libro ha un suono che
ogni mano che lo sfiora trasforma. Entrare in una biblioteca è come vivere
dentro una bolla di sapone con in sottofondo una melodia lieve. Lui non ama
questa atmosfera ovattata, non la trova piacevole.
– Hei, Dottor Antonio, ancora
qui? Ma non ci stai mai in ginecologia a Ponte a Niccheri?- gorgheggia una voce
femminile.
Lui sgrana i suoi grandi occhi
color nocciola. Si sveglia dal torpore del suo stato d’animo polveroso ed
ombroso e sorride alla splendida
ragazza, vero scopo della sua visita in biblioteca, seduta in sala lettura.
È bellissima, pensa. I suoi
capelli biondi risplendono nella luminosità della sala.
I coloratissimi libri ben
disposti sugli scaffali attorno le fanno da cornice.
Sembra una Madonna! Anzi, no!
Le Madonne non sono bionde, sembraaa…una cortigiana del Re Sole!
-Stavo cercando un libro – balbetta
ancora rapito ma senza dimenticarsi di imbronciare la sua bella bocca carnosa
che sa essere punto di forza nella conquista delle femmine.
– Cosa cercavi? Vuoi che ti
aiuti?
– Beh, sai…cercavo qualcosa
di particolare, che mi possa aiutare a capire il mondo – intanto si aggiusta,
carezzandoli, i capelli castani tagliati all’ultima moda- …il mio posto nel
mondo…perchè sono qui ora…perchè appena due ore fa ho aiutato una vita a
nascere, e quella vita avrà uno scopo più alto della mia, sicuramente perchè
non siamo niente nei confronti dell’Universo….e… parla e guarda la
splendida bionda.
Ogni fruscio diventa volo
d’angelo. Quella cantilena che prima gli sembrava così assordante diventa
musica soave. Quel sottofondo ovattato si trasforma in melodia.
-… oh Antonio, che animo
gentile e che profondità di pensiero…vieni, andiamo che ti aiuto a cercare i
libri adatti che possano aiutarti-
Disteso sul letto, un grosso
cuscino alle spalle con la finestra spalancata che illuminava prepotentemente la
stanza, Pierantonio sfogliava il libro con interesse parziale. Doveva leggerlo,
se poi lei gli avesse chiesto qualcosa non voleva deluderla, ma di tutta quella
psicoterapia della Gestalt, dell’aggressività della libido, non ne poteva più.
Si rilassa e cerca di chiudere
gli occhi.
All’improvviso un’ombra scura
gli si para davanti, è enorme, tenta di abbracciarlo, lui fugge ma viene
fermato, si tiene alla spalliera del letto, ma una forza lo risucchia, lo
spinge in un buco nero senza fine, il tempo non esiste più, lui stesso non
esiste più. C’è solo il nero, il caldo, l’infinito.
Un urlo stridente gli fa
spalancare gli occhi: È lui che sta istericamente urlando! È lui che sudato
fradicio, il cuore scalpitante, stringe il libro al petto quasi a farsi male.
Ok, calma, ricominciamo,
leggiamo questo libro…la seduzione nella vita del soggetto egotista…la
conquista dell’altro sesso per conquistare se stesso…la nevrosi come
prematura pacificazione del conflitto…
Però è interessante…qualche
problemino forse ce l’ho…qualche fissazione…beh! Lo continuerò domani, ora
mi sembra di bruciare, forse ho la febbre.
No, non ho la febbre, è che
questo Freud, anzi in questo caso Jung e la sua “Teoria della Gestalt” mi ha
proprio rotto le scatole!
E poi io ho le visioni,
proprio come Santa Ildegarda, e se mi curassi con le erbe? Vediamo allora
questo libro “la farmacia di Santa Ildegarda”: Finocchio che vince la
malinconia, salvia che consola, profumo di rosa che rallegra…uhm…
Mi sembrano un po’ antichi
come rimedi!
Rufola tra i libri presi alla
biblioteca di Ponte a Niccheri: forse il Dott. Bach con i suoi fiori, ecco!
L’insicurezza che porta alla ricerca della conquista e non all’impegno diceva
Jung: mi sembra faccia al caso mio Scleranthus…si aggiungendo anche… Pine
per il senso di colpa…è vero, sono perfido con le femmine, inaffidabile, non
è giusto poverine, ok Pine è perfetto per me, io sono un senso di colpa
vivente…
Non è stato sincero, i libri
erano delle scuse. Voleva solo far colpo su di lei. Ma l’aveva illusa.
Si rendeva conto che riusciva
a far del male per delle motivazioni futili. Era ingiusto, si sentiva in colpa
e voleva espiare. Posa il libro di
Giuseppe Berto “La cosa buffa” che lo stava ispirando in quel momento e
spalanca la finestra di casa, appoggiandosi al davanzale a dorso nudo.
– Non merito pietà. Il mio
corpo sarà martoriato dal freddo, mi ammalerò, forse morirò, è giusto che
succeda per ripristinare la giustizia e l’equilibrio. Soffrire per aver fatto
soffrire!
Sente freddo, ma è un
refrigerio piacevole – è una stoica rassegnazione all’espiazione profonda. Il
freddo sarà il mio carnefice!
Quando nel balcone di fronte vede una splendida donna,
allora si rassetta i capelli, ma solo un poco, sa che “il trasandato” piace.
Dicono che per pagare e morire
c’è sempre tempo, anche per soffrire, pensa e sorride alla ragazza.
Ma le prime decisioni sono
sempre le più determinanti e Pierantonio il giorno seguente è a letto con
febbre alta e una bella bronchite.
Riesce però a leggere, e
finisce la sua attuale lettura che gli ha fornito l’ispirazione alla bronchite
pret a portet, poi inizia “Espiazione “ di Ian Mc Ewan.
La protagonista la sua
espiazione la trova nella scrittura, pensa, e riflette, la prossima volta
scrivo!
Inizia così a scrivere la sua
biografia ( tutte le persone importanti ne hanno una, pensa).
Racconta di quando a tre anni
si trasferì con la famiglia a Los Angeles da Avellino, ricordi sfuocati di
disagio e sofferenza, e poi quando rientrò in Italia, a Firenze, a diciassette
anni, appena in tempo per studiare e laurearsi in Medicina. Di come si sentiva
senza patria e come il suo italiano con forte accento americano glielo
ricordava continuamente. Si era sempre sentito come in bilico sul filo spinato,
senza capire all’inizio l’ironia dei fiorentini e con la difficoltà a sentirsi
accolto.
Disagio che naturalmente non
aveva con l’universo femminile. Era ben
accettato, anche troppo. Per questo si era dedicato totalmente alle donne,
anche in campo professionale. Essere medico ospedaliero con specializzazione in
ginecologia lo gratificava abbastanza. La scoperta continua del femminile gli
creava soddisfazione e irrequietezza allo stesso tempo.
Nell’universo tenebroso, buio
ma accogliente della natura della donna aveva incentrato tutte le sue paure ma
anche tutte le sue aspettative.
Raccontò quindi delle sue
donne, delle avventure, del mordi e fuggi, di come conquistava le femmine e del
relativo soprannome di Dottor “Tuttamore”.
Di come sfuggiva dai rapporti
seri con l’altro sesso, e si limitava alla soddisfazione della conquista.
Scrisse tanto…riempì pagine
e pagine.
Scrivere di noi e per noi è
come vivere di nuovo, reinventarci. Rivedere il nostro vissuto con compassione,
perdonandoci; magari ricordando particolari dimenticati ma essenziali per
capire ed accettare, liberandoci dalle colpe e le insoddisfazioni.
Scrivere è fermare i pensieri,
chiarirli.
E Pierantonio capì che doveva
capirsi. Accettò che doveva accettarsi.
Mise un punto su quel
capitolo, ora si sentiva pronto a viverne e
scriverne uno nuovo.
Andò al lavoro più tranquillo
quella mattina, si incamminò veloce nel corridoio del reparto, e come sempre,
ma ora con la consapevolezza e l’orgoglio di farlo, guardava il suo riflesso
nello specchio di ogni vetro e non dimenticava le sue ormai mitiche occhiate
mielose alle giovani infermiere che espressamente apprezzano .
Non voglio più farmi problemi
con le donne, pensa, io le amo tutte. È tanto bello quando faccio nascere una
femmina, quando ne vedo la testina spuntare, e poi la vedo uscire con
prepotenza femminile, ed il pianto, anche quello è diverso, più deciso, più
determinato. Si le femmine sono veramente un miracolo divino!
Si sente come uno scienziato
della vita.
Vuole essere il medico delle
donne, il loro primo medico di riferimento.
Seguirle nel loro mistero
femminile fin dalla nascita, poi in ogni fase della crescita, con il loro corpo
che cambia, si evolve, muta le abitudini
e la psicoemotività.
Fino alla menopausa che è una
tappa biografica importante che coinvolge corpo, mente, desideri e organi del
corpo femminile.
Per curare occorre prima
conoscere il paziente, comprenderne i disagi, le preoccupazioni, curarne la
mente oltre che il corpo.
Pensa ai libri che lo hanno
guidato in queste riflessioni. Libri come compagni di vita! Pensa alla ragazza
della biblioteca che lo ha indirizzato verso quelle letture e riflessioni.
Andrò a trovarla, pensa, la inviterò ad uscire.
Miracolo di un libro, di una
donna, del suo lavoro? Non lo sa il Dottor Pierantonio, ma accelera il passo,
le sue donne hanno bisogno di lui e c’è un parto da seguire, e “speriamo che
sia femmina”, pensa, proprio come suggerisce il titolo di un vecchio film.
Si è presentata puntuale, con i soliti uccellini all’alba, che cinguettano non so bene a cosa…al giorno che nasce, alla notte che muore, a qualche verme cicciuto, all’odore del caffè o a quello del pane….boh non lo so, ma so che tutti gli anni me lo domando e che tutti gli anni mi inc… anzi ultimamente un po’ di più….sarà che invecchio e nemmeno bene, sarà che dormo sempre meno, sarà che detesto la primavera, e ho paura a dirlo, anche agli amici più cari, ma quel cip cip mi urta, non mi culla, mi devo alzare di scatto aprir la finestra….per vedere se hanno il coraggio di farsi vedere…scorgo solo un merlo spennacchiato…non inveisco, più che altro mi manca il fiato per farlo.
Sono anche un po’ stordita dal profumo dei nuovi fiorellini, un trionfo di mimosa, gialla come l’ invidia, sfacciata come una donna di malaffare…..di un glicine prematuro e troppo profumato per essere vero…..per non parlare poi della camelia…ne ho una piuttosto grandina, che non muore nemmeno a spararle con un mitra.
Detesto la primavera, confermo, sarò impopolare, una donna anomala, ma non la sopporto, mi dà stanchezza, mal di testa, troppa luce così all’improvviso, troppi ricordi che fanno un male boia, che il freddo dell’inverno speravo avesse congelato…un’illusione momentanea…hanno bussato alla porta con una corona in testa di violette profumate e funeste, ho aperto e non ho fatto in tempo a richiuderla, mi han risbattuta per terra truccati da buoni….ricordi che mi perseguitano….con il primo tepore, con il primo tramonto tiepido…con i primi cappotti sganciati, con le prime rondini disorientate….con una me sempre più arresa.
Chiedo scusa alle signore, che
gravide aspettano di partorire balconi fioriti, giardini profumati, tisane
rinfrescanti…io, io mi nasconderei dentro un cappello gigante di lana, dietro
un paravento di pelo d’agnello, dentro una culla gigante di piume d’oca.
Avrei bisogno di un nascondiglio per
pochi mesi, giusto il tempo di abituarmi, acclimatarmi.
Per ora l’ho imprigionata questa primavera, l’ho costretta a fermarsi… mi guarda nascosta dalla rete di metallo, cerca il mio sguardo, cerca invano di attirare la mia attenzione, io volgo il capo, chiudo gli occhi…..resisto….
prima v’era chi
trovava un lavoro dopo il diploma
e chi ne trovava uno ottimo dopo la laurea,
prima v’era chi credeva in un ideale
e chi anche lo difendeva,
prima v’era la speranza che qualcuno lottasse
per una società migliore,
prima v’era un popolo con la sua dignità
ed i suoi diritti,
ora solo…primavera.
Mi piace l’attesa dello sferragliare languido del treno in stazione che porta mia figlia a casa, del trillo serale seguito dalla voce calda di mio figlio che mi racconta qualcosa della sua giornata, di ciò che riesco a comporre con le parole che scivolano vibrando lievi sulla carta, del dolce che ho infornato, di una vacanza o di una giornata a passeggio con le amiche, delle serate in cui volti di persone mi osservano mentre cucino per loro.
Avrò forse un problema ma l’attesa risuona in me più del
momento reale, forse perché sembra che
duri di più, che offra più spazio all’immaginazione, ai sogni.
Nell’attesa assaporo, mi crogiolo come
quando da piccola aspettavo i passi felpati di Babbo Natale o i colpi di scopa
della Befana.
L’attesa la trovi sempre, silenziosa o chiassosa, la puoi creare, gustare, è sempre come la vuoi.
Nell’attesa
che arrivi mio nipote mi piace guardare fuori della macchina, scrutare il luogo
che mi circonda.
Ai lati della strada vedo alberi che hanno una forma strana, i rami fini e diritti si stagliano verso il celo come stessero pregando, il vento li muove energicamente.
Sull’asfalto foglie secche accartocciate e di vari colori stanno danzando e strisciando per terra formano una sinfonia di suoni a seconda dell’intensità delle folate di vento, il cielo grigio colmo di nuvole e sembra che anche loro danzino al suono di quella sinfonia.
Incredula mi colse il primo fiocco di
neve mentre china nel campo degli ulivi tagliavo rovi dai fusti nodosi avvolti
in spire di spine.
Dopo il primo, una moltitudine di
fiocchi si acquattava lenta sulle foglie grigio verdi, sull’erba color
bottiglia, sulla terra bruna.
Attonita, mi accoccolai giù, vicina
alle radici di un ulivo giovane, delicato, ma con la faccia all’insù, la bocca
semiaperta.
In pochi minuti tutto era cambiato; il
paesaggio non era più quello solito, che conoscevo così bene.
Non solo gli occhi erano increduli.
Anche le orecchie restavano in allerta, stupite: sembrava che una mano
invisibile facesse via via ruotare la rondella del volume della radio del mondo
verso lo zero. I rumori – il traffico, in lontananza, il treno che fischiava,
le campane che annunciavano la messa vespertina, gli storni che si levavano in
massa dalle cime dei grandi larici poco distanti – tutto veniva risucchiato e attutito,
assorbito da quei fiocchi di neve grandi come batuffoli di cotone che
scendevano dal cielo, grigio e silenzioso, misterioso come non l’avevo visto
mai.
Osservai bene il cielo, lasciando che
i fiocchi mi cadessero sulla fronte, sulle sopracciglia, negli occhi,
accarezzandomi con una dolcezza inaspettata e infinita. Era impossibile
distinguere da dove venissero, leggeri e corposi insieme. Vedevo solo uno
sfondo grigio e uniforme, e tanti puntini più chiari che via via diventavano
grandi, avvicinandosi al suolo.
Dentro di me si fece silenzio. Man
mano che il bianco si faceva dominante e rivestiva le foglie, i rami, i tronchi
nodosi, l’erba, le zolle, ogni pensiero, ogni voce, fino a poco prima imperiosa
dentro di me andava spegnendosi, ed io scoprivo, finalmente, la pace.
Dopo un inverno abbastanza mite e una primavera con un mese di anticipo probabilmente seguirà un’estate caldo-umida. I cambiamenti climatici sono diventati evidenti. Nella prossima stagione estiva, senza essere pessimisti, viste le premesse, le zanzare la faranno da padrone. Ricorreremo ai metodi sempre usati per combatterle anche se loro hanno sviluppato delle difese naturali per proteggere la propria incolumità. Spesso gli insetticidi invece di essere efficaci contro questi minuscoli vampiri notturni, finiscono per danneggiare la salute di chi li usa. Un sistema molto diffuso, nelle serate estive, è quello di mettere sui balconi delle finestre aperte gli zampironi per contrastare l’ingresso alle zanzare. Zampirone: qual è l’etimologia della parola? Questa volta non sono ricorso al vocabolario né tantomeno alla Accademia della Crusca ma al generoso baule della storia. Frugando ho trovato che alla metà dell’ottocento erano riconosciute le proprietà del piretro come insetticida, ricavato dall’essiccazione di una pianta. Si deve all’ingegner Giovan Battista Zampironi, chimico e farmacista, l’idea di creare nel suo laboratorio di Mestre nel 1886 il “piroconofobo “ che altro non era che un cono composto da polvere di piretro, nitrato di potassio e materiale legante e addensante. Una volta che al piroconofobo si appiccava il fuoco, il fumo emesso dalla lenta combustione, costituiva un efficace repellente per le zanzare. Il prodotto ebbe subito un gran successo e il termine piroconofobo fu prontamente sostituito con quello del suo inventore.
Una domenica senza pretese ha pacatamente accompagnato me, mia moglie e il cane in una passeggiata sotto le mura del cimitero delle ” Porte Sante”, in quella lingua di verde frequentata da pochi. Nel proseguire si è presentata davanti a noi Via dell’Erta Canina. È una piccola strada antica, impraticabile per le auto. Il silenzio, assurdo in piena città, racchiuso fra le mura restaurate di un convento e le caratteristiche villette, crea un’atmosfera di serena familiarità, che esplode nella bella discesa lastricata aprendosi ad una vista mozzafiato su Firenze
È incredibile come questa città custodisca angoli così preziosi e nascosti che ti fanno dire ” MI PIACE “