Non piangeva. Raccontava e basta

Non piangeva. Raccontava e basta – di Sandra Conticini

Non capivano, entrò in casa sbattendo la porta ed iniziò a parlare, parlare, parlare, poi si chiuse in camera.

La conoscevano bene, era successo qualcosa  di importante che le faceva molto male! Aveva bisogno di sfogarsi, rossa in viso, in preda alla rabbia,  non  riusciva a piangere…

Si impaurirono,  pensarono a tutto,  davanti ai loro occhi  passarono tanti film, ma nessuno sembrava possibile!

Riuscì a calmarsi un po’ e, uscendo di camera, iniziò a raccontare. Aveva incontrato il vecchio zio della mamma che le aveva offerto un passaggio in macchina, ma l’aveva portata in un posto un po’ fuori ed aveva iniziato a sfiorarla con le mani, carezzarle i capelli e piano piano si avvicinava sempre più.

Lei, incredula, aveva provato un senso di schifo misto a paura, ma   era riuscita a scendere di macchina e, correndo, era arrivata alla via principale che l’aveva riportata a casa.

Sbattere la porta

LA PORTA SBATTUTA CON RABBIA – di Elisabetta Brunelleschi

In un lampo mi vedo a spingere con rabbia una porta. È un ricordo lontano venuto a galla e rimasto lì.

Ma se ci penso, sento che ora, in questo presente, la rabbia non mi appartiene, non riesco più a provarla.

La rabbia, già, ma ma cos’è?

Un’emozione, sì ! Una forte emozione che gonfia dentro il petto, rode e vuole poi uscire, anzi esplodere.

Allora ecco che puoi urlare, sbattere, correre, aprire e chiudere, rompere, fracassare.

L’età avanza e il tempo delle porte sbattute è finito.

È meglio parlare a bassa voce e camminare piano; lasciare che una una porta cigoli piano piano mentre la apri per ascoltare meglio una musica che viene da lontano.

Ogni mattina le persiane cigolavano

Ogni mattina le persiane cigolavano. – di Stefania Bonanni

Una casa fortemente danneggiata lungo la strada in una frazione di Amatrice

Ogni mattina le persiane cigolavano.

Ogni mattina, come a segnare il ritmo del giorno che segue il buio, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, qualunque tempo facesse, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, anche quando non si alzava più  nessuno, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, quando le finestre non venivano toccate da giorni, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, e non so quante mattine erano passate dal giorno in cui si fermò tutto, le persiane cigolavano.

Ogni mattina, era l’unico rumore.

Chi avesse guardato da vicino con occhi amorevoli, si sarebbe accorto delle strisciate nere che colavano dai cardini.

Non cigolavano, le persiane. Pregavano, e piangevano.

E intanto continuavano a sgretolarsi le mura.

E l’unica parete ancora in piedi, era quella con le persiane che cigolavano.

Tutto il resto era cascato, quasi tutto con quella prima scossa, poi piano piano, un tetto ogni tanto, un mattone ogni tanto.

Erano le persiane,  a reggere quella parete.

Ogni mattina continuavano  a cigolare.

I rumori della notte

Notturno – di Luca Di Volo

Non gli piacevano i rumori della notte. Gli evocavano sempre emozioni diverse: fastidio..inquietudine..in qualche caso vero e proprio terrore…che si attenuava solo quando poteva scoprirne la ragione fisica e razionale. Il suo amico analista gli aveva spiegato che il timore che questi suoni evocavano era nient’altro che il riflesso rimasto impresso nei nostri antichissimi antenati e che attraverso millenni era stato profondamente inciso nella nostra eredità genetica. In qualche modo noi eravamo ancora “loro”, quando, di notte, il pericolo era davvero reale e un rumore insolito poteva indicare la presenza di una belva o di un cataclisma..insomma morte sicura. E loro erano deboli..come noi.

Ciononostante, quella sera era tranquillo, una buona cena con buoni amici, con del buon vino era un viatico per una notte serena.

Stava appena appisolandosi quando un suono, conosciuto, ma insolito a quell’ora, lo strappò dalle braccia di Morfeo e lo riscagliò nella brutale realtà..Lo riconobbe, era lo squillo di un telefono..si alzò precipitandosi a guardare se il telefono fosse il suo…no, il suo dormiva sonni tranquilli..

Già un po’ inquieto, appoggiò gli orecchi alle pareti…sì, il suono era proprio di un telefono, ma proveniva dall’appartamento accanto. E lui era certo che fosse disabitato. Conosceva i proprietari, erano partiti due giorni prima per le vacanze, lui stesso li aveva salutati quando, armi e bagagli erano partiti ilari e giulivi per la montagna.

Quindi poteva immaginare quelle stanze buie, illuminate da un barlume di luce che filtrava dalle tapparelle abbassate sufficiente a riflettere il bianco delle coperte stese sui divani, le poltrone e le sedie per coprirle dalla polvere…i lampadari appesi tristi e inutili in quella notte senza fine e i mobili, spettri minacciosi neri alle pareti.

Un po’ stanco, ma anche lievemente rassicurato, si adagiò su una poltrona dello studio, rilassandosi..e, senza accorgersene, precipitò nella trappola della mente.

Guidato da quella voce del telefono, divenuta ora imperiosa e irresistibile, si trovò immaterialmente trasportato nell’altro appartamento. Lì il trillo era più forte, sollevava onde di vento, e a quel vento le coperte messe a coprire i divani presero ad agitarsi, molli fantasmi con movenze di un risveglio sensuale..E il suono esasperante le guidava al ritmo dei suoi trilli.

Presto si svegliarono gli altri mobili…le sedie cominciarono a dondolarsi sempre più rapidamente, ora le coperte erano ritte in piedi agitando quelle che sembravano braccia umane in quella spettrale danza macabra…e su tutto il trillo del telefono, che ora era il lamento di un’anima dannata, che sembrava guidare quel sabba infernale…e l’intero appartamento lo seguiva, ognuno per la sua parte…e il telefono suonava, suonava, solo e disperato….

Si svegliò turbato: era ancora sulla sua poltrona. E il telefono aveva smesso di suonare.

Per la serie: Anteprima di personaggi

Cattiveria in assaggio – di Ivana Acciaioli

Era un uomo alto e magro, scuro di pelle, con capelli neri attaccati alla testa, lisciati, forse impomatati.
Lo ricordavo  vecchio, invece a pensarci bene doveva avere meno di cinquant’ anni.
La magrezza lo costringeva a piegarsi leggermente su di sé, adesso potevo pensare che volesse nascondersi alla sua stessa vita.
 Avrebbe avuto molto di cui vergognarsi ma sicuramente dormiva sonni tranquilli.
Dietro la parvenza del bene aveva fatto del male gratuito alla mia famiglia e questo non glielo potevo perdonare.
Il suo studio era elegante, in sala d’aspetto faceva bella mostra il sofà , che era stato di mia  nonna, debitamente restaurato e  vestito di un nuovo tessuto ma  sempre rosso porpora damascato. Concetta ci teneva molto, era un ricordo di famiglia anche se un po’ malandato, da sempre lo teneva in un angolo della stanza, nessuno ci si era mai seduto per una strana forma di  rispetto. Il dottor C. era venuto molte volte in inverno a visitare l’anziana signora e ogni volta apprezzava, forma, legno, intarsi  del canapè finché  gli era stata regalato come omaggio alle sue spesso neppure richieste cure o…mire per meglio definirle.
Meschinità , disonestà, avidità  non erano però  le sue qualità peggiori  considerando che la sua incapacità come medico avrebbe portato mia mamma a sfiorare la morte.
La laurea in medicina non l’aveva né sudata  né studiata, il padre facoltoso e  massone, uomo potente , gliela aveva  alla fine procurata, e lui si era ritrovato medico senza vocazione.
Aveva qualcosa di maniacale in sé,  privo di umanità, era pericoloso, ora lo capivo.
Possedeva un apparecchio radiologico, metteva i suoi pazienti dietro quello schermo senza minimamente preoccuparsi dei rischi  a cui li sottoponeva e non si pensi che fosse ignoranza perché lui si sistemava al sicuro.
Si dedicava con amore e passione solo ai suoi francobolli e  alle antichità , probabilmente  sarebbe stato un ottimo collezionista d’arte e magari anche un ricettatore…….

Parole di cattiveria

LA NORMALITA DEL MALE – di Roberta Morandi


Un gusto amaro, un torchio allo stomaco, come se avessi evocato  chissà quale schifezza ed invece ho solo pensato alla cattiveria, quella in astratto, non  concreta e tangibile, ma quella impalpabile e talvolta fumosa, quella  che ti si appiccica addosso come il fumo di sigaretta che non te lo togli più. 
Ed eccola lì, ce l’hai davanti e la vivi tutti i giorni, anzi ci convivo. È  fatta di attimi, di quando ci rimani male di qualcosa e ti scatta subito un senso di cattiveria: che ti hanno fatto? Che vorresti fare? Quello mi ha guardato torto, cosa gli ho fatto? Cosa ho detto? Perché? Cattiverie. Mezze parole, parole non dette e dette sottovoce per non farle sentire, dette ad altri e non davanti, perché? Parole cattive? Senza dubbio cattiverie. Cattiverie di tutti i giorni che cattiverie non sono e mai saranno vere cattiverie.
Eppure…un pensiero s’insinua.
Siamo tutti cresciuti all’ombra delle cattiverie, queste parole  che fin da piccoli ci siamo sentiti ripetere 10, 100, 1000 volte in varie modalità per 10, 100, 1000 occasioni:
non fare il cattivo/a!
Se continui a fare il cattivo/a
Se mi fai arrabbiare sei cattivo/a 
Brutto/a cattivo/a
Sei stato proprio cattivo/a
Ci portiamo appresso questo fardello di aura cattiva ed ogni volta cerchiamo di colorarla e camuffarla, non per nasconderla agli altri ma per non vederla noi stessi perché sappiamo che non siamo così. 
Ne siamo pervasi, circondati, avvolti e non per questo ci sentiamo cattivi, anzi, siamo così certi che non lo siamo che rimaniamo allibiti quando qualcuno ci dice che lo siamo. 
Allora mi viene in mente il personaggio del film Forrest Gump: cattivo è  chi il cattivo fa. Già. Il paragone. C’è  sempre una cattiveria maggiore con cui misurare la propria.
Credo che il secolo scorso abbia avuto il suo cazzotto nello stomaco in fatto di cattiveria, anzi malvagità,  a quello ci riferiamo quando parliamo di cattiveria…e poi ci assolviamo.
Allontaniamo da noi ogni forma di male sia come azioni  che come pensieri, ma con le reti sociali non possiamo sfuggire, lì possiamo riversare tutte le cattiverie che abbiamo in noi e quelle del mondo, lì vengono vomitate e lì rimangono oggi, poi domani le abbiamo già dimenticate, le abbiamo affidate alla rete e così ce ne siamo liberati e non ci paiono più così cattive. È poi tutti lo fanno! Già in nome del  così fan tutti ci sentiamo autorizzati e forse anche benedetti, e ci assolviamo.
Di voce  in  voce , piano piano, di orecchio in orecchio si installa la cattiveria sempre più detta e mai fatta apertamente, tanto che siamo sempre più pervasi, avvolti contornati  dalla cattiveria che è  quasi la normalità. 

Scricchiolio di cattiveria

IL PANE FRESCO – di Elisabetta Brunelleschi

Non lo potevi dire gobbo, ma camminava sempre un po’ curvo da un lato, poiché la cifosi con l’età gli aveva colpito la dorsale.

Usciva ogni mattina dal cancello di casa e si avviava verso il parcheggio guardandosi intorno e sperando, in cuor suo, di non essere visto e nemmeno di vedere.

– Oh! Nandino, che fate stamani! –

Ecco, Vittorio lo aveva scovato e lui doveva rendergli pan per focaccia. Alzava la testa, raddrizzava un po’ la schiena, sistemava in sorriso le labbra fini e biascicava un saluto condito con amenità varie:

– Se piove si lascia piovere, tanto fa quel che vuole! –

Così partiva la giornata per quell’uomo taciturno che pareva voler star lontano da tutti e da tutto.

Si vestiva in modo semplice, quasi dimesso. Nella bella stagione indossava pantaloni scoloriti e magliette dal collo consunto, in inverno si riparava con un giaccone color militare su un paio di pantaloni di flanella lisi sui ginocchi.

I capelli, appena appena brizzolati ( e aveva già superato i settantanni!) li portava corti, a spazzola.

Aveva lavorato per quarantanni come autista in un magazzino di legname, senza approfondire nulla però, obbedendo alle regole e rispettando gli orari. Fiducioso solamente nello stipendio che a fine mese doveva garantire il sostentamento.

Ora, che da più di quindici anni si godeva la pur limitata pensione, al mattino presto, amava andare al supermercato e scegliere le verdure, la carne, i biscotti, il formaggio, che poi, avanzando sempre un po’ ricurvo, sistemava sulla cassa. Della cassiera non guardava il volto, ma le mani. Ne spiava i veloci gesti nel timore di uno sbaglio, di un prodotto contato due volte che poteva gonfiare il totale.

Sì, era avaro, ma non sempre. Qualche volta si concedeva timidi regali: una bottiglia di grappa ma di quella buona, il Vin Santo della migliore annata, un pacco di bicchieri di vetro soffiato, … tutte cose che quasi nascostamente portava a casa e riponeva nella credenza, specialmente le bottiglie; perché lui non beveva, poteva assaggiare un gocciolino dopo i pranzi delle feste raccomandate e più niente!

La sera in casa non si spiccicava dal TG e imprecava contro i politici responsabili di tutte le possibile ingiustizie mentre Lina, la moglie, scuoteva la testa e si chiudeva in camera a guardare un film.

Tornò una mattina con la borsa più piena del solito, tanto che un ciuffo di foglie di sedano ciondolava verde da un lato.

Lina lo squadrò con aria rassegnata, sapeva ormai accettare le sue spese e con pazienza riempiva il frigorifero.

Lui raccolse quello sguardo e volle giustificarsi:

– Non è appassito, con un po’ d’acqua riprende! –

– No, non è quello, stamani hanno telefonato da Santa Teresa, è morta la zia Erminia! –

– Ha finito di patire. –

– Martedì mattina alle 10 c’è il funerale –

– Dove?-

– Ma lì, nella casa di cura, c’è una cappella, l’abbiamo anche vista! –

Nandino andò sul terrazzo. Lina continuò a smistare la spesa: questo nella credenza, questo nello stanzino, … mancava il pane.

– Dal fornaio quando passi? –

– Domattina – rispose Nandino.

Il pane del supermercato non gli piaceva, preferiva quello del bottegaio che  sfornava filoni da un chilo belli gonfi, con la mollica asciutta e la corteccia croccante.

In casa, l’arrivo del pane fresco era un rito che si ripeteva a scadenze fisse. Lui lo appoggiava sul tavolo badando a lasciare aperti i bordi del sacchetto affinché rimanesse arieggiato e poi esclamava:

– Oggi si mangia quello fresco, quello duro va a domani!-

Il pane era un che di sacro, non si poteva sciupare!

Lina intanto stava ripensando con nostalgia all’infanzia, alle vacanze trascorse nella casa di campagna della zia, ai giochi con i due cugini … Poi il tempo passa.

I cugini non li vedeva da diversi anni. Marco si era trasferito a Torino e Mirella in un’altra provincia. La zia Erminia abitava da sola, i figli l’andavano a trovare solo in occasione delle vacanze. Poi, il tempo, inesorabile, iniziò a indebolirla e lentamente le fragili ossa finirono per cedere. Cadde in giardino e persa ogni autonomia motoria, si aprirono per lei le porte della casa di cura.

Lina di tanto in tanto le faceva visita e l’aiutava come poteva.

Ma lui no! Non voleva mettere piede in quel ricovero e quasi quasi l’avrebbe impedito anche alla moglie. Era rimasto fermo nella sua idea.

– Ha due figlioli, ci devono pensar loro.

Te al momento ai pensato ai tuoi, e loro? –

Alla fine, dopo quattro anni di immobilità, la zia Erminia chiuse gli occhi.

La mattina del funerale Nandino andò presto presto dal fornaio. Ripetendo lo stesso rito, poggiò il sacchetto sul tavolo gustando la fragranza del pane appena sfornato e rassicurandosi su quello raffermo che avrebbe mangiato il giorno appresso.

Lina con indosso un completo scuro, passava inquieta da una stanza all’altra, serrava le finestre e controllava che le luci fossero spente.

Lui sui soliti pantaloni di tela grigia mise camicia e giacchetta ma rifiutò categoricamente la cravatta che lei gli porgeva.

– Il nodo mi soffoca, lo senti che caldo! –

Al funerale c’erano tutti, stretti uno accanto all’altro sulle panche dell’esigua cappella. Marco e Mirella rispondevano al saluto dei parenti con larghi sorrisi.

L’accompagnarono al cimitero e era già mezzogiorno.

Lina s’intrattenne coi cugini. Nandino guardava l’orologio, era ora di pranzo.

E allora si fece avanti:

– Via venite da noi, ci si arrangia! Da tanti anni non ci si vede! –

Loro si schermirono un poco, erano incerti.

Ma anche Nandino acconsentì:

– Si mette in tavola quel che c’è! –

Giunti a casa lui andò subito in cucina, prese il sacchetto del pane fresco e lo ripose nello sportello.

Apparecchiarono in salotto. Lina aveva già pensato a tutto, c’era solo da riscaldare, portare in tavola e preparare il cestino con il pane, …

Lui aprì lo sportello prese il pezzo di quello raffermo e iniziò a affettarlo…

Lina lo guardò con aria stupita e stava quasi per aprire bocca ma lui voltò la testa, si piegò ancor più sulle spalle e continuò a tagliare. Quando il cestino fu pieno sorrise a labbra strette e con aria compiaciuta entrò in salotto e lo appoggiò al centro del tavolo.

Durante il pranzo ricordarono il passato, parlarono di Erminia, i cugini elogiarono la cuoca e si complimentarono con Nandino che, a loro giudizio, si manteneva come un giovanotto.

– Volete ancora pane? Ve lo affetto! –

Nandino si alzò e cercando di raddrizzare la schiena, andò in cucina e affettò tutto il resto del pane secco, che nuovamente pose in mezzo al tavolo, mentre quello fresco se ne stava lì, nascosto nello sportello.

Per una volta si sentì vittorioso verso quei cugini che ignari delle sue oscure intenzioni mettevano in bocca gli ultimi bocconi di pane.

Un sorriso malizioso, che solo Lina seppe leggere, traspariva dalle labbra fini.

Si salutarono promettendosi visite che di sicuro non avrebbero ricambiato, ma alla fine, i cugini e Lina furono contenti di essersi rivisti, di aver trascorso insieme quelle poche ore, parlando del più e del meno, con quella leggerezza che talvolta occorre per lenire i disagi, le incomprensioni, i dolori che non si possono né evitare nè risolvere e che a quel punto, forse era meglio tacere.

 Accompagnarono i cugini sino al cancello, lui rimase curvo da una parte e non cambiò idea, erano degli ingrati!

Rientrati in casa Lina si fermò sulla soglia della cucina e guardò lo sportello:

– Bene! Così ora è duro anche quello! –

I “mi piace” da ascoltare

Mi piace – di Tina Conti


Al mattino, amo crogiolarmi nel letto ascoltando  il canto degli uccelli, poi, aprendo la finestra, arriva aria profumata e pungente che sveglia. Non resisto e esco fuori in giardino per vedere cose c’è. Sonnacchiosa, ascolto i rumori della casa, la doccia di Paolo, a volte il pane che si arrostisce nel tostapane. Ecco che esce il caffè, i sensi si allertano.
Che goduria la collazione: la ricotta che si mescola col miele… Si sentono le bambine che chiacchierano mentre si preparano per andare a scuola.
Mi piace il picchio che in estate inizia presto a beccare sul tronco di un albero e rimbomba nel silenzio.
Mi piace ascoltare l’acqua che schizza sul mio corpo quando faccio la doccia e le voci di persone che camminano nella strada mentre sono nell’orto.
Ascolto il rumore della carta che spacchetta il cartoncino dei dolci della pasticceria.
Mi diverto a saltare o danzare con una musica allegra.
Mi commuove sentire il mio nome chiamato dai miei nipotini e ascoltare il calore  del loro corpo quando si addormentano vicino a me.
Mi conforta sentire il suono dei passi sulla sabbia, nel bosco fra le foglie, sulla neve e ascoltare il rumore del mare.
Mi rallegra cantare in compagnia e ballare.
Mettermi quieta e ascoltare il mio corpo che si rilassa.
Ascoltare il rumore del cancello che si apre e aspettare la macchina di mio marito che rientra dal lavoro. Mi rilassa accucciarmi in inverno vicino al camino a guardare il fuoco. Mi piace ascoltare la neve che cade e mi sorprende  per il suo arrivo in una giornata di fine inverno.

Il canto della piccola TEA quando è di buonumore

Cliccare

Cliccare – di Cecilia Trinci

Nel video spento vedo con chi parlare. Forse quella lì può capire.

Una montagna di piccole idee affastellate si tuffano, proprio lì, si spengono sbattendoci contro, si spiaccicano come zanzare sul vetro di una moto in corsa, e forse è proprio la rincorsa con cui escono che le fa morire appiccicosamente così……senza poter frenare con razionalità.

Un altro anno è passato. Volato, frullato, disintegrato.

E’ tutto dentro questo computer. Foto, scritture, diari di bordo, attimi. Anche qualche sogno stropicciato.

Una scatola rettangolare molto fragile contiene tutto questo tempo, questo lavoro inventato, questi pomeriggi di incontri e sogni prestati, figli adottivi affettuosi e quasi somiglianti a questa pseudomadre che sono io, riflessa nello specchio del computer.

Il rumore del dolore

La luna e l’iraniana – di Cecilia Trinci

Nell’aria, il mare.

Una di quelle feste dove conosci solo chi ti ha invitato. Grigliata all’aperto, il barbecue di legna, cesti di frutta carnosa: pere, prugne, pesche. E poi in giro tanta gente.

Su una panchina sta parlando una bella donna: Azita, iraniana. “Ciao, dice, mi chiamo Azita, stanotte c’è una bellissima luna piena, nessuno dormirà bene, stanotte. La luna piena ha troppa forza e nessuno ce la fa a sostenerla”.

“Ha un significato il tuo nome?” chiedo

“Colei che cura il male d’amore”

“E tu lo sai fare?”

“Eh no, troppo difficile!!” e ride con tutta se stessa. Con gli occhi soprattutto.

Poi comincia a raccontare, con quella magia da Sherazade, con gli occhi intensi, tutti pieni di storia. La storia intera della Persia.

“Sono iraniana, sono fuggita dal mio paese perché il governo è infame”.

Dice del suo lavoro, e di nuovo si illumina: dipinge rose sulla stoffa, seta soprattutto.

Ha una famiglia italiana. La figlia parla un po’ il persiano, il figlio non ne vuole sapere. “Le donne sono troppo più brave”, dice. Lei tiene a mente la sua lingua leggendo poesie iraniane. Non vuole dimenticare.

Sono diciannove anni che non torna. Solo una volta è tornata e ha rischiato tutto quello che aveva. L’accademia, il lavoro, gli affetti. La libertà. Soprattutto la libertà. Ha partecipato ad una festa di matrimonio non autorizzata. Gente ricca, piscina  a pelo d’acqua…c’è una Teheran ricca, ricchissima e una Teheran povera, poverissima. Tutto si paga. Basta pagare e ti lasciano in pace. Nel privato e nel segreto delle case poi succede di tutto. Qualunque nefandezza. La gente impara la democrazia stravolta da internet. Le guardie sono venute a controllare e hanno fracassato tutto. Lei è riuscita a scappare. Avrebbe perso tutto: il visto, il passaporto. Non sarebbe più potuta tornare indietro. Ha detto “no, non rischio più, troppa paura”. Era scappata dal suo paese perché aveva visto troppa violenza. Uscendo dall’università aveva visto una donna lapidata in mezzo alla strada, in centro di Teheran. Una donna interrata fino al petto, col capo coperto da una balla di iuta e tutta piena di sangue. Una violenza inaudita dice. Rabbrividisce. Ci fa rabbrividire. Gli occhi si inumidiscono. Trema.

“Non c’è niente di più crudele e non vale la pena rischiare. Se sei straniera non ti fanno niente, anzi, sono accoglienti, l’Iran è pieno di bellezze, di storia. Ma se sei iraniana possono farti di tutto, se torni con un marito, dei figli stranieri loro possono lasciarli tornare ma tu no, tu puoi essere trattenuta per sempre. Ci sono famiglie spezzate, divise. Un ragazzo iraniano che non ha potuto raggiungere la moglie in America si è impiccato a Teheran”.

“Non tornerò più” dice, ma dice anche che il proprio paese ci resta nelle vene, nel sangue. Gli odori, i sapori. E gli affetti. Suo padre è morto senza che lei abbia potuto rivederlo. Lei dice: è un diritto condividere con i genitori anche i momenti di dolore. Gli ultimi momenti della vita. A noi ce lo negano. Anche questo diritto elementare. E’ una grande violenza.

Dice “tempo fa, sotto Natale ero a fare la spesa alla Coop. Ho visto una figlia che faceva la spesa con la madre, compravano il pesce per la festa, parlavano tra sé. Io mi sono chiusa in bagno e ho pianto per un’ora. Io non potevo. A me non poteva toccare”.

“Siete un bel popolo” dico, e ricordo altre due donne iraniane che ho incontrato: la venditrice di riso con gli occhi bellissimi, che faceva di una cottura un rito importante; l’amica di Solange, rimasta in Italia da sola a pochi anni, con due sorelle:  i genitori  dopo essere scappati in Italia con le figlie erano tornati indietro a prendere altre loro cose e non sono più potuti tornare e raggiungerle. E loro sono cresciute con sofferenza, ma anche con la solidarietà gioiosa di sorelle, tre donne, da sole.

“Grazie” e di nuovo si illumina di una grande luce interiore. “E’ bello che si parli di noi. Loro vogliono che si costruisca un buco buio e silenzioso sopra  l’Iran. Vogliono che si sparisca dalla storia. Ma non riusciranno in questo. Il nostro popolo non è musulmano, non è neppure arabo. Abbiamo le nostre tradizioni i nostri riti, legati al fuoco, per esempio. Si fanno dei falò e ci si salta sopra, attraversandoli, dicendo delle formule. Loro ce lo vorrebbero impedire. Ma noi li facciamo lo stesso. Sono riti di purificazione.

Dice “Avete letto il cacciatore di aquiloni? E’ un best sellers ma va letto, dice cose vere, autentiche. Bisogna che si sappia. Si deve parlare di questi problemi” E ancora “Anche Lolita a Teheran, va letto, anche lì c’è Azita o Ajita, non si sa bene come si scrive di preciso”.

Dice ancora, con quei suoi occhi stupendi “Il Dio dei poveri è diverso da quello dei ricchi. Non può essere le stesso dio. Si sono fatte cose ignobili in nome di Allah. E l’altro Allah non è possibile che approvi”.

Quando mi sono alzata per salutarla le ho detto “buona luna” e lei “grazie, che piacere incontrarti”.

L’ho lasciata lì, nella luce della luna, sotto gli olivi grigioargento.

Legami

Legami – di Gabriella Crisafulli

Ci incontriamo ogni settimana a lavorare di penna, a ridere e a scherzare.

I testi, sciorinati come panni al sole, vibrano di gioie e dolori. In questi spartiti ognuno trova la propria cadenza. 

Sediamo intorno ad un tavolo rosso mentre le voci dialogano, si rincorrono, si sovrammettono. Le parole rotolano, rimbalzano, colpiscono, svelano. Le idee costruiscono castelli, ponti, strade.

Un clima soffice ci avvolge mentre moduliamo il pensiero in una fitta trama di fili aerei.

Legami.

Una ricetta e una storia

Cassola…dolce ebraico… – di Rossella Gallori

Arrigo si annunciava un paio di giorni prima: che la vole?…ce l’ho!!!

Arrivava sul presto, che in casa nostra sembrava sempre un po’ tardi,  mattinieri per necessità, più che per vocazione…

Era un omone dagli occhi verdi e vispi, un basco nero, la camicia a quadretti un po’ grandini, il fazzoletto rosso al collo, la giacca di velluto sganciata…suonava così forte il campanello che spesso apriva anche la signora di sopra..

La mamma  metteva il caffè sul fuoco e correva verso “LA RICOTTA” ….si verso la ricotta, sapeva già cosa farne….per LEI, la ricotta, sopportava le sbirciate di Arrigo, il gioco valeva la candela, mia madre è sempre stata una donna dal seno piccolo ma dai grandi scolli….e poi diciamocela tutta un chilo di ricotta buona e gratis, mica capitava tutti i giorni….lo congedava in fretta, poi il povero pastore di San Godenzo…

Si metteva subito all’opera, con la radio accesa, e la padella nera,  quella con il manico di legno grosso, quella che le mie mani di bimba non riuscivano ad afferrare.

Nasceva cosi il suo dolce preferito, che all’epoca non aveva un nome, ma un profumo,  un sapore ed un colore indimenticabili…ricotta, uvetta “BRIACA”  di rum o di quel che c’era, uova, zucchero, arance…vaniglina tanta, forse troppa….ma le dosi erano un  segreto che nemmeno la cuoca, mia madre,  conosceva.

Ricordo il colore le sfumature del giallo che diventava arancio, lo stupore nello scoprire che la nostra cena “ A CAFFELLATTE”  sarebbe stata arricchita da quella che lei chiamava: un dolce ebraico di giù…..ci veniva impedito garbatamente o quasi  di porre altre domande…

La tradizione fu abbandonata alla morte di Arrigo, ricordo che andammo io e la mamma in pullman, rimpiangendo, andata e ritorno, più la ricotta che lui….poveretto.

Gli anni sono passati, i ricordi  assopiti, i sapori poi quasi dimenticati, manca tanta, troppa gente all’appello….le mani mi avanzano per contare chi mi è rimasto……..

Poi arriva la telefonata, Alice mia figlia,  mi domanda : mamma, la conosci la cassola?…..chissà perché rispondo: che?????

Potevo almeno sciorinare quei tre grammi di cultura che ho….parlando di uno scrittore….invece …..

Ali è sbrigativa spesso ricorda mia madre…dopo te la porto….tra dieci minuti  son li.

Chissà perché penso ad uno spezzatino…penso male…

Arriva con un qualcosa che credevo aver dimenticato, il sapore, il colore …l’amore…una enorme fetta di Cassola…un dolce ebraico romanesco… del quale non sapevo il nome,  e non ne conoscevo le origini, ho sempre creduto poco alla mamma…

Mia figlia mi guarda, mangio in silenzio, con le lacrime che scendono….poi mi alzo ho sentito suonare il campanello….apro, c’ è Arrigo sull’uscio, con “la pezzola ai collo”. Sento il profumo del caffè, mia madre” tira fori la teglia nera”…

Grazie di esistere Alice.

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La ricetta di Alice Parretta

CASSOLA EBRAICO-ROMANESCA

Preparazione: 10 minuti     Cottura: 30 minuti     Dosi: 8 persone

Ingredienti: 600 g di ricotta – 4 uova – 100 g di zucchero – 110 g di uvetta – 1/2 scorza di limone – 1/2 di scorza d’arancia – 1 pizzico di sale – 1 pizzico di cannella

Per guarnire: 4 fette di arancia – q.b di pangrattato – 10 g di burro – 1 cucchiaino di zucchero

Per realizzare la Cassòla ebraico-romanesca iniziate mettendo l’uvetta a rinvenire in acqua tiepida, aggiungendo del liquore se volete dare una nota più decisa.
Poi prendete una ciotola capiente, impasterete tutto li: versate la ricotta con lo zucchero, poi la scorza di mezzo limone e di mezza arancia con il pizzico di cannella – se piace – e il pizzico di sale. Lavorate bene fino a ridurre a crema, con una forchetta o, meglio, con una frusta a mano.
Incorporate all’impasto un uovo per volta, avendo cura di amalgamarlo bene prima di inserire il successivo. Strizzate ora l’uvetta dal liquido e inseritela nell’impasto mescolando con un mestolo.

Accendere il forno a 180°C. Imburrate molto bene uno stampo del diametro di 18-20 cm, alto almeno 3 cm, cercando di abbondare con il burro, che sarà poi fondamentale nell’operazione si sformatura del dolce. Se non avete ospiti celiaci, spolverizzate con del pan grattato tutto l’interno dello stampo, sarà ancora più facile sformarlo. In caso contrario, omettetelo.
Versate l’impasto e infornate per circa 30 minuti, in ogni caso estraetelo quando il centro del dolce non risulta più tremolante scuotendo lo stampo. Fate raffreddare bene su una griglia e poi in frigorifero, poi sformatelo sul piatto di portata e servite.
Se volete arricchire la sua presentazione, tagliate 4 o 5 fette sottili di arancia e fatele scaldare con un cucchiaio di zucchero in padella, finchè si caramelleranno, poi adagiatele nel centro del dolce.

Una storia è cresciuta dentro un’altra

E per compagno di vita un libro – di Carla Faggi

Biblioteca di Ponte a Niccheri: Pierantonio non ama frequentare questi luoghi. Li considera deposito di libri vecchi, vecchissimi, di polvere e di oscurità. Ci vede solo ombre! Di ogni tipo, lunghe, corte, grassocce e deformi; e c’è un silenzio indefinito, scandito solo da un fruscio di mani che le toccano, le sfogliano, una cantilena quasi assordante.

Ogni libro ha un suono che ogni mano che lo sfiora trasforma. Entrare in una biblioteca è come vivere dentro una bolla di sapone con in sottofondo una melodia lieve. Lui non ama questa atmosfera ovattata, non la trova piacevole.

– Hei, Dottor Antonio, ancora qui? Ma non ci stai mai in ginecologia a Ponte a Niccheri?- gorgheggia una voce femminile.

Lui sgrana i suoi grandi occhi color nocciola. Si sveglia dal torpore del suo stato d’animo polveroso ed ombroso e  sorride alla splendida ragazza, vero scopo della sua visita in biblioteca, seduta in sala lettura.

È bellissima, pensa. I suoi capelli biondi risplendono nella luminosità della sala.

I coloratissimi libri ben disposti sugli scaffali attorno le fanno da cornice.

Sembra una Madonna! Anzi, no! Le Madonne non sono bionde, sembraaa…una cortigiana del Re Sole!

-Stavo cercando un libro – balbetta ancora rapito ma senza dimenticarsi di imbronciare la sua bella bocca carnosa che sa essere punto di forza nella conquista delle femmine.

– Cosa cercavi? Vuoi che ti aiuti?

– Beh, sai…cercavo qualcosa di particolare, che mi possa aiutare a capire il mondo – intanto si aggiusta, carezzandoli, i capelli castani tagliati all’ultima moda- …il mio posto nel mondo…perchè sono qui ora…perchè appena due ore fa ho aiutato una vita a nascere, e quella vita avrà uno scopo più alto della mia, sicuramente perchè non siamo niente nei confronti dell’Universo….e… parla e guarda la splendida bionda.

Ogni fruscio diventa volo d’angelo. Quella cantilena che prima gli sembrava così assordante diventa musica soave. Quel sottofondo ovattato si trasforma in melodia.

-… oh Antonio, che animo gentile e che profondità di pensiero…vieni, andiamo che ti aiuto a cercare i libri adatti che possano aiutarti-

Disteso sul letto, un grosso cuscino alle spalle con la finestra spalancata che illuminava prepotentemente la stanza, Pierantonio sfogliava il libro con interesse parziale. Doveva leggerlo, se poi lei gli avesse chiesto qualcosa non voleva deluderla, ma di tutta quella psicoterapia della Gestalt, dell’aggressività della libido, non ne poteva più.

Si rilassa e cerca di chiudere gli occhi.

All’improvviso un’ombra scura gli si para davanti, è enorme, tenta di abbracciarlo, lui fugge ma viene fermato, si tiene alla spalliera del letto, ma una forza lo risucchia, lo spinge in un buco nero senza fine, il tempo non esiste più, lui stesso non esiste più. C’è solo il nero, il caldo, l’infinito.

Un urlo stridente gli fa spalancare gli occhi: È lui che sta istericamente urlando! È lui che sudato fradicio, il cuore scalpitante, stringe il libro al petto quasi a farsi male.

Ok, calma, ricominciamo, leggiamo questo libro…la seduzione nella vita del soggetto egotista…la conquista dell’altro sesso per conquistare se stesso…la nevrosi come prematura pacificazione del conflitto…

Però è interessante…qualche problemino forse ce l’ho…qualche fissazione…beh! Lo continuerò domani, ora mi sembra di bruciare, forse ho la febbre.

No, non ho la febbre, è che questo Freud, anzi in questo caso Jung e la sua “Teoria della Gestalt” mi ha proprio rotto le scatole!

E poi io ho le visioni, proprio come Santa Ildegarda, e se mi curassi con le erbe? Vediamo allora questo libro “la farmacia di Santa Ildegarda”: Finocchio che vince la malinconia, salvia che consola, profumo di rosa che rallegra…uhm…

Mi sembrano un po’ antichi come rimedi!

Rufola tra i libri presi alla biblioteca di Ponte a Niccheri: forse il Dott. Bach con i suoi fiori, ecco! L’insicurezza che porta alla ricerca della conquista e non all’impegno diceva Jung: mi sembra faccia al caso mio Scleranthus…si aggiungendo anche… Pine per il senso di colpa…è vero, sono perfido con le femmine, inaffidabile, non è giusto poverine, ok Pine è perfetto per me, io sono un senso di colpa vivente…

Non è stato sincero, i libri erano delle scuse. Voleva solo far colpo su di lei. Ma l’aveva illusa.

Si rendeva conto che riusciva a far del male per delle motivazioni futili. Era ingiusto, si sentiva in colpa e voleva espiare.  Posa il libro di Giuseppe Berto “La cosa buffa” che lo stava ispirando in quel momento e spalanca la finestra di casa, appoggiandosi al davanzale a dorso nudo.

– Non merito pietà. Il mio corpo sarà martoriato dal freddo, mi ammalerò, forse morirò, è giusto che succeda per ripristinare la giustizia e l’equilibrio. Soffrire per aver fatto soffrire!

Sente freddo, ma è un refrigerio piacevole – è una stoica rassegnazione all’espiazione profonda. Il freddo sarà il mio carnefice!

Quando nel  balcone di fronte vede una splendida donna, allora si rassetta i capelli, ma solo un poco, sa che “il trasandato” piace.

Dicono che per pagare e morire c’è sempre tempo, anche per soffrire, pensa e sorride alla ragazza.

Ma le prime decisioni sono sempre le più determinanti e Pierantonio il giorno seguente è a letto con febbre alta e una bella bronchite.

Riesce però a leggere, e finisce la sua attuale lettura che gli ha fornito l’ispirazione alla bronchite pret a portet, poi inizia “Espiazione “ di Ian Mc Ewan.

La protagonista la sua espiazione la trova nella scrittura, pensa, e riflette, la prossima volta scrivo!

Inizia così a scrivere la sua biografia ( tutte le persone importanti ne hanno una, pensa).

Racconta di quando a tre anni si trasferì con la famiglia a Los Angeles da Avellino, ricordi sfuocati di disagio e sofferenza, e poi quando rientrò in Italia, a Firenze, a diciassette anni, appena in tempo per studiare e laurearsi in Medicina. Di come si sentiva senza patria e come il suo italiano con forte accento americano glielo ricordava continuamente. Si era sempre sentito come in bilico sul filo spinato, senza capire all’inizio l’ironia dei fiorentini e con la difficoltà a sentirsi accolto.

Disagio che naturalmente non aveva con l’universo femminile. Era  ben accettato, anche troppo. Per questo si era dedicato totalmente alle donne, anche in campo professionale. Essere medico ospedaliero con specializzazione in ginecologia lo gratificava abbastanza. La scoperta continua del femminile gli creava soddisfazione e irrequietezza allo stesso tempo.

Nell’universo tenebroso, buio ma accogliente della natura della donna aveva incentrato tutte le sue paure ma anche tutte le sue aspettative.

Raccontò quindi delle sue donne, delle avventure, del mordi e fuggi, di come conquistava le femmine e del relativo soprannome di Dottor “Tuttamore”.

Di come sfuggiva dai rapporti seri con l’altro sesso, e si limitava alla soddisfazione della conquista.

Scrisse tanto…riempì pagine e pagine.

Scrivere di noi e per noi è come vivere di nuovo, reinventarci. Rivedere il nostro vissuto con compassione, perdonandoci; magari ricordando particolari dimenticati ma essenziali per capire ed accettare, liberandoci dalle colpe e le insoddisfazioni.

Scrivere è fermare i pensieri, chiarirli.

E Pierantonio capì che doveva capirsi. Accettò che doveva accettarsi.

Mise un punto su quel capitolo, ora si sentiva pronto a viverne e  scriverne uno nuovo.

Andò al lavoro più tranquillo quella mattina, si incamminò veloce nel corridoio del reparto, e come sempre, ma ora con la consapevolezza e l’orgoglio di farlo, guardava il suo riflesso nello specchio di ogni vetro e non dimenticava le sue ormai mitiche occhiate mielose alle giovani infermiere che espressamente apprezzano .

Non voglio più farmi problemi con le donne, pensa, io le amo tutte. È tanto bello quando faccio nascere una femmina, quando ne vedo la testina spuntare, e poi la vedo uscire con prepotenza femminile, ed il pianto, anche quello è diverso, più deciso, più determinato. Si le femmine sono veramente un miracolo divino!

Si sente come uno scienziato della vita.

Vuole essere il medico delle donne, il loro primo medico di riferimento.

Seguirle nel loro mistero femminile fin dalla nascita, poi in ogni fase della crescita, con il loro corpo che cambia, si evolve, muta le  abitudini e la  psicoemotività.

Fino alla menopausa che è una tappa biografica importante che coinvolge corpo, mente, desideri e organi del corpo femminile.

Per curare occorre prima conoscere il paziente, comprenderne i disagi, le preoccupazioni, curarne la mente oltre che il corpo.

Pensa ai libri che lo hanno guidato in queste riflessioni. Libri come compagni di vita! Pensa alla ragazza della biblioteca che lo ha indirizzato verso quelle letture e riflessioni. Andrò a trovarla, pensa, la inviterò ad uscire.

Miracolo di un libro, di una donna, del suo lavoro? Non lo sa il Dottor Pierantonio, ma accelera il passo, le sue donne hanno bisogno di lui e c’è un parto da seguire, e “speriamo che sia femmina”, pensa, proprio come suggerisce il titolo di un vecchio film.

Languori di primavera

SCUSATE, SE NON MI PIACE…. – di Rossella Gallori

Si è presentata puntuale, con i soliti uccellini all’alba, che cinguettano non so bene a cosa…al giorno che nasce, alla notte che muore, a qualche verme cicciuto, all’odore del caffè o a quello del pane….boh non lo so, ma so che tutti gli anni me lo domando e che tutti gli anni mi inc… anzi ultimamente un po’ di più….sarà che invecchio e nemmeno bene, sarà che dormo sempre meno, sarà che detesto la primavera,  e ho paura a dirlo, anche agli amici più cari, ma quel cip cip  mi urta, non mi culla, mi devo alzare di scatto aprir la finestra….per vedere se hanno il coraggio di farsi vedere…scorgo solo un merlo spennacchiato…non inveisco,  più che altro mi manca il fiato per farlo.

Sono anche un po’ stordita dal profumo dei nuovi fiorellini, un trionfo di mimosa, gialla come l’ invidia, sfacciata come una donna di malaffare…..di un glicine prematuro e troppo profumato per essere vero…..per non parlare poi della camelia…ne ho una piuttosto grandina, che non muore nemmeno a spararle con un mitra.

Detesto la primavera, confermo, sarò impopolare, una donna anomala, ma non la sopporto, mi dà stanchezza, mal di testa, troppa luce così all’improvviso, troppi  ricordi che fanno un male boia,  che il freddo dell’inverno  speravo avesse congelato…un’illusione  momentanea…hanno bussato alla porta con una corona in testa di violette profumate e funeste, ho aperto e non ho fatto in tempo a richiuderla, mi han risbattuta per terra truccati da buoni….ricordi che mi perseguitano….con il primo tepore, con il primo tramonto tiepido…con i primi cappotti sganciati, con le prime rondini disorientate….con una me sempre più arresa.

Chiedo scusa alle signore, che gravide aspettano di partorire balconi fioriti, giardini profumati, tisane rinfrescanti…io, io mi nasconderei dentro un cappello gigante di lana, dietro un paravento di pelo d’agnello, dentro una culla gigante di piume d’oca.

Avrei bisogno di un nascondiglio per pochi mesi, giusto il tempo di abituarmi, acclimatarmi.

Per ora l’ho imprigionata questa primavera, l’ho costretta a fermarsi… mi guarda nascosta dalla rete di metallo, cerca il mio sguardo, cerca invano di attirare la mia attenzione, io volgo il capo, chiudo gli occhi…..resisto….

Solo primavera

Ora solo primavera…. – di Ivana Acciaioli

prima v’era chi trovava un lavoro dopo il diploma
e chi ne trovava uno ottimo dopo la laurea,
prima v’era chi credeva in un ideale
e chi anche lo difendeva,
prima v’era la speranza che qualcuno lottasse
per una società migliore,
prima v’era un popolo con la sua dignità
ed i suoi diritti,
ora solo…primavera.

Mi piace l’attesa

Mi piace l’attesa – di Ivana Acciaioli

Mi piace l’attesa
dello sferragliare languido del treno in stazione  che porta mia figlia a casa,
del  trillo serale seguito dalla voce calda di mio figlio che mi racconta qualcosa della sua giornata,
di ciò che riesco a comporre con le parole che scivolano vibrando  lievi sulla carta,
del dolce che ho infornato,
di una vacanza o di una giornata a passeggio con le amiche,
delle serate in cui volti di persone mi osservano mentre cucino per loro.

Avrò forse un problema ma l’attesa risuona in me più del momento reale, forse perché  sembra che duri di più, che offra più spazio all’immaginazione, ai sogni.
Nell’attesa assaporo, mi  crogiolo come quando da piccola aspettavo i passi felpati di Babbo Natale o i colpi di scopa della Befana.
L’attesa la trovi sempre, silenziosa o chiassosa, la puoi  creare, gustare, è sempre come la vuoi.

Nell’attesa

Mi piace – di Patrizia Fusi

Nell’attesa che arrivi mio nipote mi piace guardare fuori della macchina, scrutare il luogo che mi circonda.

Ai lati della strada vedo alberi che hanno una forma strana, i rami fini e diritti si stagliano verso il celo come stessero pregando, il vento li muove energicamente.

Sull’asfalto foglie secche accartocciate e di vari colori stanno danzando e strisciando per terra formano una sinfonia di suoni a seconda dell’intensità delle folate di vento, il cielo grigio colmo di nuvole e sembra che anche loro danzino al suono di quella sinfonia.

Fiocchi di silenzio

NEVE SUGLI ULIVI – di Laura Galgani

Incredula mi colse il primo fiocco di neve mentre china nel campo degli ulivi tagliavo rovi dai fusti nodosi avvolti in spire di spine.

Dopo il primo, una moltitudine di fiocchi si acquattava lenta sulle foglie grigio verdi, sull’erba color bottiglia, sulla terra bruna.

Attonita, mi accoccolai giù, vicina alle radici di un ulivo giovane, delicato, ma con la faccia all’insù, la bocca semiaperta.

In pochi minuti tutto era cambiato; il paesaggio non era più quello solito, che conoscevo così bene.

Non solo gli occhi erano increduli. Anche le orecchie restavano in allerta, stupite: sembrava che una mano invisibile facesse via via ruotare la rondella del volume della radio del mondo verso lo zero. I rumori – il traffico, in lontananza, il treno che fischiava, le campane che annunciavano la messa vespertina, gli storni che si levavano in massa dalle cime dei grandi larici poco distanti – tutto veniva risucchiato e attutito, assorbito da quei fiocchi di neve grandi come batuffoli di cotone che scendevano dal cielo, grigio e silenzioso, misterioso come non l’avevo visto mai.

Osservai bene il cielo, lasciando che i fiocchi mi cadessero sulla fronte, sulle sopracciglia, negli occhi, accarezzandomi con una dolcezza inaspettata e infinita. Era impossibile distinguere da dove venissero, leggeri e corposi insieme. Vedevo solo uno sfondo grigio e uniforme, e tanti puntini più chiari che via via diventavano grandi, avvicinandosi al suolo.

Dentro di me si fece silenzio. Man mano che il bianco si faceva dominante e rivestiva le foglie, i rami, i tronchi nodosi, l’erba, le zolle, ogni pensiero, ogni voce, fino a poco prima imperiosa dentro di me andava spegnendosi, ed io scoprivo, finalmente, la pace.

Ne avevo proprio bisogno.

L’angolo delle curiosità

Lo zampirone – di Andrea Bettarini

Dopo un inverno abbastanza mite e una primavera con un mese di anticipo probabilmente seguirà un’estate caldo-umida. I cambiamenti climatici sono diventati evidenti. Nella prossima stagione estiva, senza essere pessimisti, viste le premesse, le zanzare la faranno da padrone. Ricorreremo ai metodi sempre usati per combatterle anche se loro hanno sviluppato delle difese naturali per proteggere la propria incolumità. Spesso gli insetticidi invece di essere efficaci contro questi minuscoli vampiri notturni, finiscono per danneggiare la salute di chi li usa. Un sistema molto diffuso, nelle serate estive, è quello di mettere sui balconi delle finestre aperte gli zampironi per contrastare l’ingresso alle zanzare.
Zampirone: qual è l’etimologia della parola? Questa volta non sono ricorso al vocabolario né tantomeno alla Accademia della Crusca ma al generoso baule della storia. Frugando ho trovato che alla metà dell’ottocento erano riconosciute le proprietà del piretro come insetticida, ricavato dall’essiccazione di una pianta. Si deve all’ingegner Giovan Battista Zampironi, chimico e farmacista, l’idea di creare nel suo laboratorio di Mestre nel 1886 il “piroconofobo “ che altro non era che un cono composto da polvere di piretro, nitrato di potassio e materiale legante e addensante. Una volta che al piroconofobo si appiccava il fuoco, il fumo emesso dalla lenta combustione, costituiva un efficace repellente per le zanzare. Il prodotto ebbe subito un gran successo e il termine piroconofobo fu prontamente sostituito con quello del suo inventore.

Il silenzio dell’ErtaCanina

MI PIACE – di Simone Bellini


Una domenica senza pretese ha pacatamente accompagnato me, mia moglie e il cane in una passeggiata sotto le mura del cimitero delle ” Porte Sante”, in quella lingua di verde frequentata da pochi.
Nel proseguire si è presentata davanti a noi Via dell’Erta Canina.
È una piccola strada antica, impraticabile per le auto.
Il silenzio, assurdo in piena città, racchiuso fra le mura restaurate di un convento e le caratteristiche villette, crea un’atmosfera di serena familiarità, che esplode nella bella discesa lastricata aprendosi ad una vista mozzafiato su Firenze

È incredibile come questa città custodisca angoli così preziosi e nascosti che ti fanno dire ” MI PIACE “