Non passano velocemente certi giorni – di Stefania Bonanni
Certi giorni mi sono sentito così: come una ciotola piena di croccantini, in una casa dove hanno arrotato il gatto.
Risecchito, rattrappito, indurito, inutile.
E non passano velocemente, certi
giorni.
Il senso più all’erta, è
l’udito. Tutto il resto funziona solo al bisogno.
Sto attento ai rumori perché danno un senso, scandiscono tempi vuoti.
C’è il rumore della sveglia. Poi quello del carrello con la colazione, quella che riempie la ciotola. Poi, a volte c’è il sole, si può stare un po’ fuori. E a volte si incontra anche qualcuno da ascoltare. Non sapevo che anche i pensieri sono come i croccantini inutili. Ci si può allenare a non avere pensieri. Allora, non si parla più, si ascolta e basta. E il sentimento migliore è augurarsi che i giorni passino, che quando ne finisce uno, è il momento in cui ne nasce un altro. Se non ci fosse fine, non ci sarebbe inizio.
Per questo, è benvenuto il momento della chiusura, ogni notte. Quello delle chiavi attaccate al mazzo che le contiene tutte, e che sbatacchiando sulle inferriate delle porte, le chiudono ogni sera con l’ultimo rumore prima del silenzio.
La stazione ferroviaria di Firenze, tanti e tanti anni fa.
Parto per la prima volta da sola; prendo il Palatino per
andare “au pair” da una famiglia a Parigi.
Vado e conquisto il mondo! penso.
Mi guardo attorno, tutto è grigio, polveroso e triste.
Anch’io sono triste ed ho paura, ma mi ripeto: conquisterò il
mondo!
Poi quel rumore di treno che parte, ferraglia, stridore, caos
come nella mia mente:
quante cose avevo da fare qua a Firenze, finire
quel corso, coltivare quell’amicizia, forse continuare col fidanzato che ho
mollato per andare a Parigi.
Avrò ancora tempo quando torno?
Mi accarezzo le mani, mi consolo, mi faccio coraggio.
Vedendola, avrebbe potuto ricordare la mitica officina del Dio Vulcano. Un’immensa spelonca, annerita dal fumo di mille fuochi riverberantesi fiammeggiando lungo le pareti, quasi un’ardente danza macabra.
Intanto, clangori metallici e struscìo di pesanti catene che raccoglievano i pezzi d’acciaio li spostavano per essere infissi, lavorati e poi assemblati.
E anche gli uomini, in quel luogo, sembravano mutati, quasi fosse avvenuta una strana simbiosi con l’ambiente:neri come le tenebrose mura, rossi nel viso come i fuochi, agivano con armonica e disumana precisione, lasciavano andare le pesanti mazze metalliche sul pezzo da incastrare o sulla mensola da smussare.
In mezzo a quest’inferno, stava prendendo forma lentamente “qualcosa”, un Moloch, un Leviatano che tra non molto avrebbe divorato tra fuoco e fiamme la terra e le distanze.
Potente, stava nascendo una grossa locomotiva a vapore, e come uno smisurato bebè, nato dal fuoco, già faceva udire i suoi primi vagiti fatti di fischi assordanti e getti incandescenti di vapore.
Non aveva mai visitato una fabbrica, fu felice di
quell’invito, era curiosa.
Entrata, vide persone come manichini, braccia che si
muovevano “alto, basso, alto basso”, sempre lo stesso movimento e i nastri
trasportatori che scorrevano trasportando bottiglie.
Le vedeva oscillare, ma senza mai cadere, sotto gli occhi
attenti di chi era lì, immobile per ore.
Ogni tanto il nastro trasportatore si bloccava e una mano
veloce ne toglieva una, il nastro ripartiva.
Lei osservava frastornata da quel rumore, tintinnio di vetri
che si toccavano leggermente, cigolii metallici, colpi di ferri battuti e
intanto la sua angoscia aumentava.
Si sentiva fortunata per aver trascorso tanti anni fra voci
serene e grida di bambini, ogni giorno diversi, ricchi di inventiva e di
speranza, in un lavoro lontano dalla monotonia di una catena di montaggio.
Sempre, solo catene, pesanti, arrugginite, ruzzolavano giù per le scale a chiocciola, un lungo serpente senza testa, senza coda, rumoroso, ansimante…non trovava pianerottoli, niente fermava l’ inarrestabile corsa.
Senza tregua, si annodava su se stesso, si allungava, si arrotolava.
Nel buio sentivo il freddo del metallo, l’odore del ferro vecchio.
Trovò il portone spalancato il boa con le maglie ammaccate.
Corse per la strada, inarrestabile, violento, cattivo…superò la ferrovia, fece scintille sulle rotaie…trascinò siepi ed alberi, che ne cambiarono il colore, un animale verde acido, che non conosceva limiti, si tuffò in un piccolo ruscello, avvelenandone l’ acqua…arrivò alla strada, si infilò in una fogna, trovò talpe, topi, qualche anonima carcassa, trascinò tutto senza ritegno, senza soste, una corsa inarrestabile, senza meta, senza traguardo…
Nella casa dei Jones c’era un fantasma. Lo dicevano in molti. Era per questo motivo che non si riusciva a venderla e era disabitata da tempo. Il sindaco era preoccupato perché la casa vittoriana era molto bella e rischiava di andare in rovina.
Gli venne un’idea per verificare quanto la notizia fosse vera o solo una
stupida diceria che si tramandava ben oltre il lecito.
Propose di passare una notte intera dentro la villa, insieme al consiglio comunale al gran completo.
Si diedero appuntamento in una notte senza luna. Entrarono e andarono tutti a sistemarsi nella vecchia biblioteca . Era lì che a detta di molti, da anni, si sentivano rumori spaventosi. Avevano tutti un po’ di timore anche se cercavano di non darlo a vedere mentre se ne stavano in silenzio senza che si sentisse alcun rumore.
Arrivò in un attimo. All’improvviso un clangore che sembrava venire dall’altro mondo invase la stanza e si propagò in tutta la casa facendoli rabbrividire.
Era uno sferraglio insistente, lugubre, cadenzato come se dei cingoli fossero in movimento o una grossa catena venisse trascinata lungo una scala senza fine.
Si accorsero in breve che in un punto coperto dalla pesante libreria si sentiva con forza particolare. Era nitido e penetrante, un vero fastidio per le orecchie, e di ritmato non aveva più nulla. Era uno sbattere furioso e senza regole, colpi a caso ma con una costanza e una energia quasi sovrumane.
Spostarono libri, mossero soprammobili senza che accadesse nulla. Qualcuno ad un certo punto toccò uno degli alamari del camino e all’improvviso un cigolio ebbe la meglio sui rumori metallici che si erano presi la scena fino a quel punto. Ci volle pochissimo perché il varco si aprisse del tutto.
Quello che videro li lasciò di sasso. Avevano davanti un vecchio rugoso dai capelli grigi e lunghi, barba incolta fin quasi alle ginocchia, occhi febbricitanti e abbacinati per la luce che c’era nella stanza. Li guardava fisso, come se fossero loro gli alieni.
Aveva in mano una spada e indosso una
vecchia armatura.
Era rimasto chiuso in quel ripostiglio segreto per un numero imprecisato di anni, disse dopo essersi ripreso.
Era accaduto durante la caccia al tesoro che la famiglia Jones aveva organizzato la sera prima di traslocare definitivamente. In tutti quegli anni usando la spada e facendo leva pure sull’armatura aveva cercato di farsi sentire. Batteva colpi furiosi ma fino a quella notte non era servito a niente, nessuno aveva sentito, nessuno lo aveva liberato dalla sua prigione.
Sembrava al settimo cielo quando abbracciò e baciò tutti i presenti. Erano ancora a bocca aperta quando se ne uscì da casa, sferragliando felice.