Non piangeva. Raccontava e basta – di Sandra Conticini
Non capivano, entrò in casa sbattendo la porta ed iniziò a parlare, parlare, parlare, poi si chiuse in camera.
La conoscevano bene, era successo qualcosa di importante che le faceva molto male! Aveva bisogno di sfogarsi, rossa in viso, in preda alla rabbia, non riusciva a piangere…
Si impaurirono, pensarono a tutto, davanti ai loro occhi passarono tanti film, ma nessuno sembrava possibile!
Riuscì a calmarsi un po’ e, uscendo di camera, iniziò a raccontare. Aveva incontrato il vecchio zio della mamma che le aveva offerto un passaggio in macchina, ma l’aveva portata in un posto un po’ fuori ed aveva iniziato a sfiorarla con le mani, carezzarle i capelli e piano piano si avvicinava sempre più.
Lei, incredula, aveva provato un senso di schifo misto a paura, ma era riuscita a scendere di macchina e, correndo, era arrivata alla via principale che l’aveva riportata a casa.
LA PORTA SBATTUTA CON RABBIA – di Elisabetta Brunelleschi
In un lampo mi vedo a spingere con rabbia una
porta. È un ricordo lontano venuto a galla e rimasto lì.
Ma se ci penso, sento che ora, in questo presente,
la rabbia non mi appartiene, non riesco più a provarla.
La rabbia, già, ma ma cos’è?
Un’emozione, sì ! Una forte emozione che gonfia
dentro il petto, rode e vuole poi uscire, anzi esplodere.
Allora ecco che puoi urlare, sbattere, correre,
aprire e chiudere, rompere, fracassare.
L’età avanza e il tempo delle porte sbattute è
finito.
È meglio parlare a bassa voce e camminare piano; lasciare
che una una porta cigoli piano piano mentre la apri per ascoltare meglio una
musica che viene da lontano.
Non gli piacevano i rumori della notte. Gli evocavano sempre emozioni diverse: fastidio..inquietudine..in qualche caso vero e proprio terrore…che si attenuava solo quando poteva scoprirne la ragione fisica e razionale. Il suo amico analista gli aveva spiegato che il timore che questi suoni evocavano era nient’altro che il riflesso rimasto impresso nei nostri antichissimi antenati e che attraverso millenni era stato profondamente inciso nella nostra eredità genetica. In qualche modo noi eravamo ancora “loro”, quando, di notte, il pericolo era davvero reale e un rumore insolito poteva indicare la presenza di una belva o di un cataclisma..insomma morte sicura. E loro erano deboli..come noi.
Ciononostante, quella sera era tranquillo, una buona cena con buoni amici, con del buon vino era un viatico per una notte serena.
Stava appena appisolandosi quando un suono, conosciuto, ma insolito a quell’ora, lo strappò dalle braccia di Morfeo e lo riscagliò nella brutale realtà..Lo riconobbe, era lo squillo di un telefono..si alzò precipitandosi a guardare se il telefono fosse il suo…no, il suo dormiva sonni tranquilli..
Già un po’ inquieto, appoggiò gli orecchi alle pareti…sì, il suono era proprio di un telefono, ma proveniva dall’appartamento accanto. E lui era certo che fosse disabitato. Conosceva i proprietari, erano partiti due giorni prima per le vacanze, lui stesso li aveva salutati quando, armi e bagagli erano partiti ilari e giulivi per la montagna.
Quindi poteva immaginare quelle stanze buie, illuminate da un barlume di luce che filtrava dalle tapparelle abbassate sufficiente a riflettere il bianco delle coperte stese sui divani, le poltrone e le sedie per coprirle dalla polvere…i lampadari appesi tristi e inutili in quella notte senza fine e i mobili, spettri minacciosi neri alle pareti.
Un po’ stanco, ma anche lievemente rassicurato, si adagiò su una poltrona dello studio, rilassandosi..e, senza accorgersene, precipitò nella trappola della mente.
Guidato da quella voce del telefono, divenuta ora imperiosa e irresistibile, si trovò immaterialmente trasportato nell’altro appartamento. Lì il trillo era più forte, sollevava onde di vento, e a quel vento le coperte messe a coprire i divani presero ad agitarsi, molli fantasmi con movenze di un risveglio sensuale..E il suono esasperante le guidava al ritmo dei suoi trilli.
Presto si svegliarono gli altri mobili…le sedie cominciarono a dondolarsi sempre più rapidamente, ora le coperte erano ritte in piedi agitando quelle che sembravano braccia umane in quella spettrale danza macabra…e su tutto il trillo del telefono, che ora era il lamento di un’anima dannata, che sembrava guidare quel sabba infernale…e l’intero appartamento lo seguiva, ognuno per la sua parte…e il telefono suonava, suonava, solo e disperato….
Si svegliò turbato: era ancora sulla sua poltrona. E il telefono aveva smesso di suonare.
Era un uomo alto e magro, scuro di pelle, con capelli neri attaccati alla testa, lisciati, forse impomatati. Lo ricordavo vecchio, invece a pensarci bene doveva avere meno di cinquant’ anni. La magrezza lo costringeva a piegarsi leggermente su di sé, adesso potevo pensare che volesse nascondersi alla sua stessa vita. Avrebbe avuto molto di cui vergognarsi ma sicuramente dormiva sonni tranquilli. Dietro la parvenza del bene aveva fatto del male gratuito alla mia famiglia e questo non glielo potevo perdonare. Il suo studio era elegante, in sala d’aspetto faceva bella mostra il sofà , che era stato di mia nonna, debitamente restaurato e vestito di un nuovo tessuto ma sempre rosso porpora damascato. Concetta ci teneva molto, era un ricordo di famiglia anche se un po’ malandato, da sempre lo teneva in un angolo della stanza, nessuno ci si era mai seduto per una strana forma di rispetto. Il dottor C. era venuto molte volte in inverno a visitare l’anziana signora e ogni volta apprezzava, forma, legno, intarsi del canapè finché gli era stata regalato come omaggio alle sue spesso neppure richieste cure o…mire per meglio definirle. Meschinità , disonestà, avidità non erano però le sue qualità peggiori considerando che la sua incapacità come medico avrebbe portato mia mamma a sfiorare la morte. La laurea in medicina non l’aveva né sudata né studiata, il padre facoltoso e massone, uomo potente , gliela aveva alla fine procurata, e lui si era ritrovato medico senza vocazione. Aveva qualcosa di maniacale in sé, privo di umanità, era pericoloso, ora lo capivo. Possedeva un apparecchio radiologico, metteva i suoi pazienti dietro quello schermo senza minimamente preoccuparsi dei rischi a cui li sottoponeva e non si pensi che fosse ignoranza perché lui si sistemava al sicuro. Si dedicava con amore e passione solo ai suoi francobolli e alle antichità , probabilmente sarebbe stato un ottimo collezionista d’arte e magari anche un ricettatore…….
Un gusto amaro, un torchio allo stomaco, come se avessi evocato chissà quale schifezza ed invece ho solo pensato alla cattiveria, quella in astratto, non concreta e tangibile, ma quella impalpabile e talvolta fumosa, quella che ti si appiccica addosso come il fumo di sigaretta che non te lo togli più. Ed eccola lì, ce l’hai davanti e la vivi tutti i giorni, anzi ci convivo. È fatta di attimi, di quando ci rimani male di qualcosa e ti scatta subito un senso di cattiveria: che ti hanno fatto? Che vorresti fare? Quello mi ha guardato torto, cosa gli ho fatto? Cosa ho detto? Perché? Cattiverie. Mezze parole, parole non dette e dette sottovoce per non farle sentire, dette ad altri e non davanti, perché? Parole cattive? Senza dubbio cattiverie. Cattiverie di tutti i giorni che cattiverie non sono e mai saranno vere cattiverie. Eppure…un pensiero s’insinua. Siamo tutti cresciuti all’ombra delle cattiverie, queste parole che fin da piccoli ci siamo sentiti ripetere 10, 100, 1000 volte in varie modalità per 10, 100, 1000 occasioni: non fare il cattivo/a! Se continui a fare il cattivo/a Se mi fai arrabbiare sei cattivo/a Brutto/a cattivo/a Sei stato proprio cattivo/a Ci portiamo appresso questo fardello di aura cattiva ed ogni volta cerchiamo di colorarla e camuffarla, non per nasconderla agli altri ma per non vederla noi stessi perché sappiamo che non siamo così. Ne siamo pervasi, circondati, avvolti e non per questo ci sentiamo cattivi, anzi, siamo così certi che non lo siamo che rimaniamo allibiti quando qualcuno ci dice che lo siamo. Allora mi viene in mente il personaggio del film Forrest Gump: cattivo è chi il cattivo fa. Già. Il paragone. C’è sempre una cattiveria maggiore con cui misurare la propria. Credo che il secolo scorso abbia avuto il suo cazzotto nello stomaco in fatto di cattiveria, anzi malvagità, a quello ci riferiamo quando parliamo di cattiveria…e poi ci assolviamo. Allontaniamo da noi ogni forma di male sia come azioni che come pensieri, ma con le reti sociali non possiamo sfuggire, lì possiamo riversare tutte le cattiverie che abbiamo in noi e quelle del mondo, lì vengono vomitate e lì rimangono oggi, poi domani le abbiamo già dimenticate, le abbiamo affidate alla rete e così ce ne siamo liberati e non ci paiono più così cattive. È poi tutti lo fanno! Già in nome del così fan tutti ci sentiamo autorizzati e forse anche benedetti, e ci assolviamo. Di voce in voce , piano piano, di orecchio in orecchio si installa la cattiveria sempre più detta e mai fatta apertamente, tanto che siamo sempre più pervasi, avvolti contornati dalla cattiveria che è quasi la normalità.