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Nadia

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Nadia


MENTA – di Rossella Gallori
C’era di te ancora il profumo.
Ci dormivo accanto.
C’era di te una traccia sul guanciale.
Ci vivevo dentro.
C’era un odore di menta, di schiuma da barba.
Ci respiravo piano.
C’era un sogno vero, una trama di lino speciale.
Ci riposavo tranquilla.
C’era un silenzio interrotto da brevi carezze.
Piccole gocce Lalique scandivano le nostre ore.

Profumo di macchina nuova – di Mimma Caravaggi
La sto sognando da diversi anni, da quando la mia cara Twingo è stata rottamata e ho dovuto usare la macchina di Albert, una Xara coupé giallo oro simile ad una supposta! Grande, pesante, ormai vecchia di più di 20 anni, consumatrice di benzina esagerata. E’ quasi diventata la nostra discussione quotidiana, potrei dire litigio, perché ovviamente Albert, da buon “risparmiatore” non vuole assolutamente vendere la sua preziosa Xara anche se beve a dismisura! Io, date le mie proporzioni e l’età avanzata, per salire e scendere dalla “supposta” avrei bisogno di un paranco ma vista l’impossibilità devo farlo con le mie forze e per accomodarmi ci metto molto tempo con una fatica enorme. Sono quindi intenzionata a comprarmene una nuova più adatta a me e sto tramando per riuscirci. Ho voglia, dopo più di 20 anni, di sentire quell’odore che si sprigiona al momento che apri e ti siedi in una macchina nuova. E’ un profumo molto particolare di pelle, finta pelle, metallo, olio, e benzina che ancora non si è impregnato nelle strutture ma che aleggia nel vano e dove perdura per diverso tempo. La vecchia Xara ormai profuma di tutt’altro anzi, dovrei dire che sprigiona effluvi di vecchiaia, di spese, di carichi diversi e di cane, visto che il mio Napoleone viaggia sempre con noi. Sogno per il momento di assaporare il profumo di una qualsiasi macchina nuova e dimenticare la vecchia.

Fiori di tiglio – di Elisabetta Brunelleschi
È la sera il momento migliore: quando cala il buio in un giorno caldo di maggio e al tepore leggero della notte si mescolano gli aromi dolciastri dei fiori di tiglio.
Così gli ho annusati in un lontano 1981 (o ’82?) a Sesto Fiorentino. Fu come se li avessi sentiti per la prima volta.
Eppure a casa mia c’erano due tigli secolari. Ma loro no, non mi arrivavano con l’odore dei fiori ma solo con l’ombra che in estate sapevano donare.
Invece quel viale a Sesto percorso a piedi, mi avvolse come improvviso di un sentore intenso che con l’aria dell’imbrunire si appoggiava sui miei capelli e riempiva le mie narici.
Andavo lenta verso un Circolo dove avrei incontrato un gruppo che si occupava di archeologia. C’erano persone che mi piacevano, con le quali avevo idee e sentimenti da scambiare.
Persone che per molto tempo mi sarebbero state vicine. Io quella sera non lo sapevo, c’era un futuro da percorrere.
In quel viale dove il buio da poco era calato, io scoprivo l’odore dei tigli e andavo leggera verso nuovi incontri.
Ancora oggi nelle sera tra maggio e giugno, aspetto quel profumo e quando il naso ne è pieno, non posso fare a meno di ripensare agli incontri di quei lontani giorni, all’archeologia, alle gite a Tarquinia, Blera, Roselle, Vetulonia, … e anche a tutto quello che di quel tempo ancora mi resta.

Profumo di erba tagliata – di M. Laura Tripodi
Mi aveva investita all’improvviso, come uno schiaffo, o forse mi aveva sfiorata come una carezza?
Era stato annunciato con un rumore, prima come di sottofondo, poi sempre più assordante . Interrompendo la quiete del tardo pomeriggio sembrava quasi ci fosse qualcosa che non andava.
Seguii la curva della montagna e il rumore tacque, quasi che il silenzio volesse accogliermi. Fu in quel momento che il profumo acuto dell’erba appena tagliata invase non solo il mio naso, ma tutto il mio essere. Lo sguardo si posò pacatamente su una distesa di verde lucente, acquattato. Una specie di trattorino stava ancora fumando cercando il riposo. Un uomo si tolse il cappellino di tela, si deterse la fronte con il dorso della mano e con un gran sorriso mi fece un cenno di saluto.
Stava calandola sera e il silenzio era interrotto dal punteggiare del canto dei primi grilli.

Primo giorno di scuola – di M. Laura Tripodi
Mi è arrivato, non so da dove, un profumo di primo giorno di scuola.
Che novità uscire di casa e starmene fuori qualche ora, da sola.
C’era un misto di apprensione e di eccitazione.
La scuola, a quei tempi, cominciava il primo giorno di ottobre e l’autunno era davvero autunno. Il profumo che ho percepito sapeva di appuntatura di matite, di aria umida, di alberi spogli e di foglie rimaste a macerare sulla terra bagnata.
E poi l’immagine di un grembiulino bianco e di un fiocco rosa, quest’ultimo aggiustato sotto il colletto con impeccabile precisione.
Però, sull’uscio della scuola, appena lasciata la mano della mamma fui presa da un improvviso senso di abbandono. Non conoscevo nessuna delle mie compagne, ma per fortuna la maestra, nonostante il suo spolverino nero, aveva un’aria molto rassicurante.
Ci chiese di tirare fuori il quaderno a quadretti e le matite. Subito, dal silenzio assoluto dell’aula, nacque un gran baccano di cartelle spostate e serrature che scattavano e quaderni che si aprivano.
Deve essere stato quello il momento in cui si è sprigionato il profumo di primo giorno di scuola.
La maestra alla lavagna ha scritto Quercia – quercia – QUERCIA. Con l’iniziale maiuscola, con l’iniziale minuscola, con tutte le lettere in stampatello. Poi sotto ha disegnato una foglia e una ghianda.
C’era da copiare e colorare.
Non ricordo il risultato di quel mio primo esercizio scolastico. Ma ricordo perfettamente il mio sguardo bramoso ed entusiasta sulla fila di matite colorate che stavano sull’attenti dentro l’astuccio.