Festival di Storie: Mimma

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

Zuppa di porri in famiglia – di Mimma Caravaggi

foto Pixabay

Il Lago Trasimeno era soffocato dalle nebbie che gli si depositavano leggere sopra la distesa d’acqua fra le colline umbre. L’Albergo-Pensione si ergeva
simpaticamente sulle dolci rive senza deturpare il paesaggio condividendo
la bellezza con la poesia dell’ambiente. Dalle splendide vetrate ci si
beava di una stupenda vista che, nella buona stagione, era un tripudio per gli occhi che avevano la fortuna di guardarla. Ospite del posto da memore tempo, Corrado ignorava che qualcuno l’aspettasse. Era appena sceso nella hall dell’albergo e camminava a testa bassa, quando la sollevò era a pochi passi dalla poltrona di vimini che era solito occupare giornalmente. Le sue narici ebbero un fremito, le sue labbra sottili si piegarono in una smorfia che lui tentò di trasformare in un sorriso e il visitatore che si era alzato e gli tendeva una mano disse :”lieto di rivederti ”

Corrado tese a sua volta la mano, o fu l’altro ad afferrargliela? Sta di fatto che la strinse a lungo con vigore come se non dovesse più lasciarla. La padrona dell’albergo, Silvia, intervenne sollecita: “ il suo amico è arrivato che lei era appena uscito e con la nebbia che c’è ha preferito aspettarla qui, piuttosto che andare in giro a cercarla”
Dopo aver ringraziato la Signora fece spostare l’ospite nell’altra poltrona di vimini di fronte a lui per poterlo vedere senza assumere posizioni poco consone. Guardò il suo “amico” come lo aveva definito Silvia, si guardarono in silenzio per un lungo momento perché nessuno aveva il coraggio di iniziare la conversazione. Quanti anni erano passati silenziosamente senza alcuna notizia ed ora erano li a fronteggiarsi eppure erano fratelli ma gli anni e la vita avevano indurito i loro animi, quasi non si riconoscevano. Quanti anni erano passati? 20? 25? non ricordava più bene. Si erano lasciati tanti anni fa e non nella maniera migliore: Nel loro ultimo incontro avevano urlato ed inveito uno contro l’altro e la causa era sua figlia Elena che voleva farsi suora e Corrado, comunista convinto, non riusciva a mandar giù l’idea. Giulio, suo fratello era intervenuto poiché molto affezionato alla nipote e prese le sue parti cercando di convincere Corrado a lasciar andare la figlia libera di costruirsi la sua vita. La discussione che era partita gentilmente era poi sfociata in
un alterco. E quella famosa volta fu l’ultima che aveva visto sia sua figlia che suo fratello. Giulio era arrivato fino al lago, dove sapeva Corrado si era ritirato solo e sconsolato dopo la morte della moglie e senza più alcuna notizia della sua adorata figlia, perché pensava che fosse arrivato il momento di ricongiungere gli affetti e tornare ad essere una famiglia. Lui era scapolo e adorava sua nipote e dopo la grande lite l’aveva seguita passo passo nel suo cammino rispettando la sua scelta. Sospirò a lungo, perché temeva che Corrado non fosse propenso a riappacificarsi, ma prima di affrontare l’argomento guardò suo fratello con più attenzione e solo in quel momento si accorse che Corrado non appariva al meglio. Aveva notato smorfie di dolore sul suo viso invecchiato e un po’ rugoso e si chiese come mai, anzi iniziò il discorso proprio chiedendogli se era sofferente per qualcosa. Corrado era restio a parlare della sua malattia, anche se non grave ma certo invalidante.
Riuscì comunque a tirar fuori poche parole con qualche smorfia e raccontò al
fratello di aver fatto degli esami e che non tutti erano al meglio ma sperava di non doversi dilungare troppo sull’argomento visto che non gli piaceva affatto parlar di sé. Giulio quindi colse l’occasione per iniziare a parlare di Elena. Gli raccontò degli studi e della bravura con cui li aveva conseguiti e come poi avesse, comeagognava, preso la strada impervia per diventare suora. Ora si chiamava Suor Benedetta ed era madre superiore in un istituto di Suore a Perugia pur avendo solo 35 anni ed era stata appena trasferita da Roma. Vista la vicinanza e i tanti anni ormai passati Giulio pensava fosse arrivato il momento di far ricongiungere i due e far finire le sofferenze di tutti. Corrado si era ammorbidito nel sentire parlare di sua figlia e qualche lacrima iniziò a scendergli lentamente sul viso e di punto in bianco chiese al fratello se potesse far venire in serata sua figlia così avrebbero potuto mangiare un boccone insieme nel Ristorante dell’albergo. Giulio non perse tempo
chiamò Elena al cellulare chiedendole di partire subito e raggiungerli al Trasimeno.
Così in attesa che Elena arrivasse, tutti e due pian piano, parlarono moltissimo di ogni genere di argomenti e ognuno interrompeva l’altro per raccontare tutto il possibile in quella serata quasi incredibile piena di attesa e di emozioni per tutti.
All’arrivo di Elena, ovviamente vestita da suora, Corrado a fatica si alzò dalla sua poltrona di vimini e abbracciò a lungo sua figlia che pur nell’abito talare era bella e raggiante per la felicità.
Si accomodarono al tavolo e tutti e tre con il menù in mano chiesero la zuppa di
porri la richiesta sorprese tutti e tre perché spontanea. Scoppiarono a ridere tutti e tre spontaneamente mentre i ricordi di ognuno ritornavano indietro nel tempo in un altro momento simile, sempre davanti ad una buona zuppa di porri.

Festival di storie: Laura

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

LA PRIMA SCENA DI UN FILM DRAMMATICO – TRAMA PER UNA SCENEGGIATURA

Caterina e il Lago – di Laura Galgani

foto Pixabay

L’uomo ignorava che qualcuno lo aspettasse e camminava a testa bassa, quando la sollevò era pochi passi dalla poltrona di vimini. Le sue narici ebbero un fremito, le sue labbra sottili si piegarono in una smorfia che lui tentò di trasformare in un sorriso e il visitatore che si era alzato e gli tendeva la mano disse:

“Lieto di vederLa, signore”

L’uomo tese a sua volta la mano, o fu l’altro ad afferrargliela?  Sta di fatto che la strinse a lungo con vigore come se non dovesse più lasciarla. La padrona dell’albergo intervenne sollecita:

“il Suo amico è arrivato che Lei era appena uscito e con la nebbia che c’è ha preferito aspettarLa qui, piuttosto che andare in giro a cercarLa.”

L’uomo appena rientrato aveva ancora il cappello in testa, di un caldo color castagna, con la falda piuttosto ampia e un gros-grain in tono più scuro, elegante. Gli era scivolato leggermente di lato, inchinandosi a guardare la sua mano stretta con vigore dal visitatore. Senza alzare lo sguardo andò dritto al punto:

“Come ha fatto a trovarmi? Perché è qui?”

L’altro sfoderò un tono disinvolto, si era preparato la risposta:

“Ho chiamato la Sua segretaria, le ho detto che dovevo assolutamente parlarLe. Ero certo che la stima nei miei confronti, che a ragione immaginavo immutata nel tempo, mi avrebbe preceduto e che non avrebbe avuto remore a dirmi dove si trovasse. Mi ha detto del convegno qui a Castiglione del Lago e mi ha dato l’indirizzo dell’albergo.”

L’uomo girò lo sguardo verso la grande vetrata. I suoi occhi liquidi vagarono nell’oscurità e nonostante la nebbia riuscì a distinguere le luci della riva opposta del lago Trasimeno e dell’Isola Maggiore. Si aggrappò all’immagine del lago che aveva registrato al mattino, durante i lavori del convegno del vertice di partito; la veduta era gioiosa, piena di sole e di vita. Avrebbe voluto essere ancora lì, sulla grande terrazza, a sorseggiare un caffè fra un intervento e l’altro. E invece la mente volò via, ai ricordi del passato, a quando sulle rive del Lago di Como dirigeva la resistenza armata di una brigata di partigiani nella fase decisiva della guerra ed era stato ferito. Proprio lì, in un rifugio ben nascosto in mezzo ai boschi, aveva conosciuto il medico, quindici anni prima. Caterina, una coraggiosa partigiana aveva fatto in modo di portarlo fin lassù, per curarlo. Il medico gli aveva salvato la vita e non aveva mai voluto niente in cambio. E anche a guerra finita avevano mantenuto un legame attraverso le molte lettere che si erano scritti, l’uno a Roma, dove era diventato parlamentare, e l’altro a Milano, chirurgo in ospedale. Si erano anche incontrati qualche volta in Liguria o sulle rive di quello stesso Lago che era stato campo di battaglia. Non avevano mai smesso di darsi del Lei, per una specie di imbarazzo tutto maschile. Poi però, col passare del tempo, si erano persi di vista.

L’amico era rimasto in silenzio ma si schiarì la voce, e questo riportò l’altro al presente, a quell’ingresso semibuio con le poltroncine di vimini dai cuscini amaranto, le kenzie rigogliose e i mobili in radica marezzata.

L’odore deciso della zuppa di porri, in preparazione per la cena, giù in cucina, gli arrivò fino in cima alle narici, provocandogli un certo disgusto.

“Se Lei è qui dev’essere davvero per un buon motivo. Avanti, parli.”

L’altro rimase un attimo immobile. Si aspettava una reazione così, di rigidità. Fece un grosso sospiro e cambiò espressione; lo sguardo si fece diretto, penetrante. Disse solo:

“Si tratta di Caterina”.

L’uomo indietreggiò di un passo e appoggiò una mano sulla poltroncina di vimini che si trovava dietro di lui. L’amico non gli si avvicinò, rimase immobile, ma continuò a voce bassa:

“Sono stato a farle visita in monastero a Cortona. Da quando è diventata suora di clausura non l’avevo più vista. Mi ha fatto chiamare non come medico, perché la curassi, ma per avermi accanto in questo momento difficile e renderle la sofferenza della fine appena un po’ più lieve.“

Fece una pausa. L’altro si era fatto rigido in volto e in tutto il corpo, cereo nella penombra dalla stanza poco illuminata. Poi continuò, quasi a volersi sgravare da un peso:

“La vuole vedere un’ultima volta, prima di morire. Il conforto divino le dovrebbe bastare, ma è pur sempre un essere umano. E vi siete amati così tanto durante la guerra che …”

Ma non finì la frase, perché l’altro con un gesto secco buttò per terra la poltroncina di vimini e si voltò di spalle, nascondendo la faccia fra le mani per soffocare un gemito.

Dopo un istante di incertezza, il medico provò ad avvicinarsi e fece per mettergli una mano sulla spalla, ma la ritrasse subito.

La padrona dell’albergo, che aveva assistito a tutta la scena rimanendo immobile dietro al grande banco della reception, illuminato solo da una abat-jour color crema, si voltò e scomparve col suo vestito bianco a grandi fiori coloro malva e i capelli castani cotonati alti, svanendo nella grande sala ristorante pronta per la cena.

Fine della scena – la successiva si apre sul mattino successivo …

Festival di storie: Simone

In questo Festival leggeremo storie parallele. Tutte partono dallo stesso spunto e da alcuni obblighi: Il luogo (lago), le parole: sospiro, zuppa di porri e suora

Zuppa di Porri – di Simone Bellini

foto Pixabay

SPUNTO:

L’uomo ignorava che qualcuno lo aspettasse e camminava a testa bassa, quando la sollevò era a pochi passo dalla poltrona di vimini. Le sue narici ebbero un fremito, le sue labbra sottili si piegarono in una smorfia che lui tentò di trasformare in un sorriso e il visitatore che si era alzato e gli tendeva la mano disse :

“ Lieto di vederla signore” l’ uomo tese a sua volta la mano, o fu l’altro a afferrargliela ? Sta di fatto che la strinse a lungo con vigore come se non dovesse più lasciargliela.

La padrona dell’albergo intervenne sollecita : “ il suo amico è arrivato che lei era appena uscito e con la nebbia che c’è ha preferito aspettarla qui, piuttosto che andare in giro a cercarla “

Proseguo :

“ Ha fatto bene ad aspettarmi qui, il giro del lago tutte le mattine con questa nebbia lo può fare solo chi come me lo conosce bene. Cosa posso fare per lei?”

-Sono venuto qui per assaggiare la famosa” zuppa di porri” del suo albergo ! Mhm se ne sente già il profumo nell’aria ! –

– Se è per questo ne può sentire la  consistenza nella mano, stavo giusto andando a lavarmi le mani per togliere la zuppa che involontariamente ho fatto cadere per terra in cucina, fra le sante imprecazioni di Suor Pappina la nostra cuoca !-

Non avevo finito di parlare che mi ritrovo la faccia di costui nelle mie mani intento a leccarle di gusto.

– Ma che fa ? è impazzito?—

-Mhm… buonissima…..gliele pulisco io queste mani saporite !…Mhm meravigliosa questa zuppa…mhm sublimi questi porri ! –

– Ma la smetta!! Basta, si vergogni ! Preferivo le mani sporche di zuppa che della sua bava! Vado a lavarmele e le porto quel poco che si è salvato –

Ma costui non la smetteva di leccarmi, era arrivato fino ai polsi dove la sua bramosia arrivò all’apice azzannandomi le vene succhiando avidamente: -Mhm sangue e porri è il massimo, come si dice…è la sua morte !-

– La mia morte vorrà dire ! –urlai- Aiuto, aiuto questo vampiro mi sta prosciugando !!- Poi tutto diventò nebuloso, sentii uno battito d’ali di pipistrello prima che tutto si oscurasse, svenni !      

Super nonna: Tina

Che giornataaaaaa – di Tina Conti

Non posso non raccontarla a  voi  di cui conosco le emozioni più del vostro viso, cognome e indirizzo.

 Stamani, lezione in dad per lei, io che gironzolavo fra il giardino e il terrazzo con vasi e terra, appena finito, appariva tutto un tempo libero inaspettato. 

Cosa  fare mi sono domandata.

Un salto all’accademia dalla zia Antonella e poi si vedrà

Certo il posto e bello,  la via una delle poche caratteristiche  della città

Lei sgranava gli occhi con tutte quelle macchine da lavoro, seghe , trapani, legni, pelli e in fondo gli strumenti aperti, fra appunti, fogli e sgorbie

Le due colleghe, in pausa pranzo che la incoraggiavano a curiosare.

In fondo una corte giardino con una statua in movimento.

Vedere i meccanismi dei pianoforti  e sentire i suoni diversi lassando da uno all’altro, osservare le forme, le tastiere mai viste.

E poi la sala da concerto, lo strumento più raro  e forse unico che si può suonare in due persone che si guardano in viso.

E il falso, costruito ad imitazione e con le parole sbagliate nella targa.

 Poi, si esce, nonna, la chiesa del Carmine non  si vede,  ho fame, si mangia.

Pranzo al Tranvai, con dolce.

Scendendo dai viali, una fermatina al Piazzale per dare una sbirciatina e fare un ripasso con tanto di nocchino sul capo agli errori nel riconoscere   i preziosi monumenti.

La bancarella non poteva mancare e il pinocchietto si è aggiunto alla serie di burattini che abbiamo da poco costruito.

Dopo aver aspettato il fratellone davanti alla scuola, tutti a casa.

E giù a raccontare del giorno  della memoria.

Come ero contenta degli interventi a scuola, dei suggerimenti, delle domande, ho ascoltato, sentito, mi sono commossa con loro.

Quanto ho sentito  vicine le nostre conversazioni, i nostri scritti, le emozioni  e esperienze fatte.

Ho mostrato libri, cercato ricordi,  in cucina, abbiamo aperto i nostri cuori e avuto paura, per le cattiverie degli uomini, ci siamo fatti domande sul mondo, sulla  libertà, sul nostro tempo.

Forse si raccolgono i granelli i di quello che con fatica si semina mi sono domandata, , oggi  mi sono sentita contenta, grazie anche a tutti voi  che mi aiutate a riflettere e a sere nel tempo.

Scarpe introvabili: Carmela

Amiche per la pelle – di Carmela De Pilla

foto di Carmela De Pilla

Mi hanno accompagnata, mi hanno incoraggiata, hanno dato di me quella nota originale e divertente, mi sono sentita ridicola o in armonia con esse.

Ricordo con affetto quelle di un tempo antico, ritinte di bianco perché tutte sbucciate, già consumate da qualche cugina, ma ritornate a vivere ai miei piedi, chiuse d’inverno e poi rimodellate da mia madre per farne sandali per l’estate perché il piede già cresciuto potesse starci ancora una stagione. Una volta non si buttava via niente se non era completamente consumato e così io, ultima nipote di una decina di cugine indossavo scarpe vecchie da far rivivere.

All’età di 13 anni ero una ragazzina già abbastanza alta con un piede fuori misura, portavo il quarantuno e, inutile nasconderlo quello fu per me un vero problema perché mentre le mie amiche bamboleggiavano nelle loro belle scarpe io ero costretta a mettermi quelle da maschietto, a volte mi mettevo perfino quelle di mio fratello!

Una vera tragedia!

Per fortuna verso i diciassette anni ci fu la moda delle college che erano unisex, mi piacevano molto e potevo nascondere il mio lungo piede con una certa disinvoltura.

Con l’età cresceva sempre di più il desiderio di indossare scarpe eleganti, magari con il tacco, ma per quanti negozi avessi girato di quarantuno non ne vedevo nemmeno l’ombra, mi sentivo dire “Signorina non è la sola sa?” e senza darmi una spiegazione mi dovevo rassegnare.

Quella sera c’era una festa in casa di una mia amica e la vanità di ragazza mi spinse a comprare l’unico paio di scarpe che sono riuscita a trovare, peccato che fossero il quaranta, ho passato la serata su una sedia con un tremendo mal di piedi guardando le mie amiche ballare, gli altri avranno pensato sicuramente che ero la ragazza più scontrosa del gruppo!

Ho dovuto aspettare gli anni ottanta per indossare scarpe più femminili e allora mi sono data alla pazza gioia! Sarà per questo che mi piacciono da impazzire?

Da allora mi sono sbizzarrita e ho esaudito il desiderio represso per tanti anni, ne ho avute di tutti i tipi e di tutti i colori, ma il requisito più richiesto era che fossero femminili e con il tacco, non dovevano essere solo comode, la comodità è un privilegio che hanno solo gli scarponi e le scarpe da ginnastica che mi hanno accompagnata nei miei tanti trekking in montagna e nelle lunghe camminate.

Tutte le mie scarpe hanno assistito alla mia crescita, al mio cambiamento, da ragazzina con passo lento, incerto, titubante poi sempre più veloce e sicuro di sè ora quasi spavaldo.

Da qualche anno però è arrivato il tempo post protesi alle anche, ironia della sorte, che mi costringe a indossare solo scarpe col tacco basso, ma nel ripostiglio ci sono tutte le altre che mi aspettano pulite e ben tenute desiderose di ricominciare a vivere.

Scarpe indomabili: Simone

                                  IO VI DOMERO’ – di Simone Bellini

foto di Simone Bellini

I miei cari  vecchi anfibi, compagni di tante camminate nei boschi in cerca di funghi  o in scoperta di incantevoli laghi montani, stremati dai tanti anni insieme, decisero che ormai il loro tempo era finito e mi lasciarono senza suole in un sentiero ciottoloso mentre visitavo le cave di marmo di Carrara. Ci stavo bene in quegli anfibi perché, nonostante arrivassero a coprire il polpaccio, erano abbastanza leggeri, merito della suola che non era cucita alla vecchia maniera ma pressofusa, incollata così bene da durare tutti quegli anni.

Da  qui l’urgenza di sostituirli con un paio di scarponi che fossero forti e magari anche più longevi, definitivi insomma da durare una vita.

Fu così che, passando da un paesino di montagna, li vidi esposti in bellavista a saldo . Avevano l’aspetto di una solidità comoda e rassicurante . A differenza degli scarponi moderni ( leggeri e tecnologici ) questi erano in vero cuoio con suole ben scolpite, indistruttibili ! Il tutto cucito con uno spago alla vecchia maniera. Le caviglie erano  avvolte con del morbido cuoio imbottito . Infine lacci rossi per dare un look più moderno al loro aspetto vintage. Tutto ciò mi convinse a comprarli.

Alla prima occasione, una passeggiata nei boschi, li provai; effettivamente erano un po’ pesanti, ma quel senso di robustezza mi rassicurava ad ogni passo facendosi sentire, però, anche sulla pelle del mio tallone, tanto che dopo qualche ora era afflitto da una dolorosa galla.

– Va be’- pensavo – sia la pelle mia che quella dello scarpone si devono adattare.-

Li provai più volte, sia in cerca di funghi, che nelle passeggiate con la famiglia, in ogni occasione buona per indossarli. Dovevo domarli!

Ho provato a trattarli con la sugna, a battere col martello nei punti più duri.

 Niente, non volevano cedere! Ogni volta era una sofferenza indossarli.

IO… VI… DOMEROOOO’!!!!!

In occasione di una bella nevicata sulle montagne pistoiesi un mio amico mi invitò ad una ciaspolata di gruppo. Quale occasione migliore per metterli ancora alla prova. Lo scenario  era meraviglioso, la giornata splendida, il vento aveva modellato in orizzontale i ghiaccioli sugli alberi bianchi di neve come tutto il paesaggio. Il freddo che di solito è secco, era pungente e umido della pioggia caduta il giorno prima. IO ODIO IL FREDDO! Il gelo mi era entrato nelle ossa, i miei poveri piedi non li sentivo più tranne il dolore che mi procurava la nuova galla. E vvaabbene BASTA !! Non ne posso più, mi arrendo, MI AVETE DOMATO, non vi metterò mai più scarponi malefici!!!

Scarpe che giocano: Tina

Le mie scarpe – di Tina Conti

foto di Tina Conti

Si, anche le scarpe aiutano nel gioco della vita di una donna .

Un tempo,in famiglia  erano la meta  da guadagnare  con fatica, oggi tutti ne abbiamo per usi diversi.

Quando ho avuto un paio di scarpine bianche con il laccetto alla caviglia mi sono sentita molto felice, il guaio è cominciato in seguito, non si prestavano a salire sugli alberi e a giocare con il fango.

Ricordo quanto le ho strusciate  con la spugna e poi da asciutte passate tante volte con quel preparato che sembrava un gesso per la lavagna, per riportarle a uno stato decente di bianco.

Noi bambini ci passavamo le scarpe e i sandali, che ,qualche volta, venivano spuntati sul davanti per non far soffrire le dita che ci erano cresciute dentro.

Le scarpe nuove erano  un evento  in famiglia, riservato  a occasioni particolari: un matrimonio, la prima comunione, un viaggio.

I tempi sono cambiati, oggi,abbiamo tutto in eccedenza, cosi, per contenere le scarpe sono nate le scarpiere.

Mi affascinano quasi tutti i tipi di scarpe e ne posseggo tante.

Le abbino ai vestiti e alle occasioni, sono però poco disposta a soffrire per il mal di piedi, per cui otre a domarle, in genere, portandole in casa per qualche tempo le ammorbidisco con creme e martello.

Ne posseggo di colorate e di modelli diversi, importante però che non mi facciano soffrire. Per un periodo, mi sono interrogata sul perché, dopo un po’, sentivo dolore ad un piede. Ho scoperto da poco che ho un dito più lungo al piede sinistro che mi ha portato a chiedere un numero superiore al negoziante, avendo una scarpa lunga e una giusta.

Le decolté colorate sono la mia passione, come gli scarponcelli a tronchetto

Le ballerine mi fanno venire i mal di schiena, confesso di avere anche delle scarpe rifinite con intarsi argentati e un paio con lustrini.

Le conservo per molto tempo e non le rovino a volte mi è capitato di indossarne un paio e  dopo pochi passi vedere la suola che si stacca, ho saputo che  è il tempo a combinare questi guai, per questo, a chi va a fare camminate, consigliano di portarsi dietro un nastro  plastificato  per  contrastare questa emergenza.

Una volta mi sono fatta fare degli scarponcelli marrone chiaro  da  artigiani  in città, mi sono trovata cosi bene che ho accettato con fatica la loro usura senza rimedio.,mi fermo spesso in quel negozio, ma non ho ritrovato il coraggio di scegliere di nuovo un paio di scarpe.

Quando comincia la bella stagione  mi piace stare scalza per casa, al mattino esco in giardino e cammino scalza. Sul prato e  sul selciato di pietra del piazzale, non mi danno noia le pietrucce e i sassolini, i legnetti. i noccioli delle olive che gli uccelli lasciano cadere in volo, mi sono tanto divertita da bambina sul fiume e sui prati che oggi è diventata una abitudine a cui non so rinunciare.

Così col caldo ho i piedi come una brava contadina.

Non scarpe: Laura

Le mie non scarpe….salvo un paio – di Laura Galgani

Scarpe, non vi amo.

Strano? Forse.

Non vi guardo, non vi ammiro, non vi compro.

Nemmeno vi capisco, a volte.

Per necessità vi indosso.

Eppure so bene quanto siete importanti.

Per vestirsi bene, è da voi che bisogna iniziare.

Sapere quali scarpe voglio indossare al mattino determina tutto ciò che metterò, dalle calze in su.

Se è freddo e devo andare al lavoro ho bisogno di calzature capaci di garantirmi piedi caldi tutto il giorno. Allora mando al diavolo l’eleganza e opto per le scarpe sportive nere, in materiali tecno, allacciate da semplici stringhe. Giocoforza mettersi calzini robusti, leggings super attillati e maglione di lana. Se invece è il fine settimana provo a mettere gli stivaletti, appena appena più eleganti, salvo pentirmene due minuti dopo essere uscita perché il freddo ai piedi mi rovina la passeggiata.

D’estate è tutta un’altra cosa: indosso sempre sandali colorati che fanno vedere i miei brutti piedi, grandi e dalle unghie non curate. Ma non m’importa. Mi va bene così, e a chi non piacciono i miei piedi suggerisco di volgere lo sguardo altrove, magari all’abito colorato e svolazzante che vi sta sopra, di sicuro più piacevole.

Non sono affezionata alle mie scarpe, con una sola eccezione per gli scarponcini da montagna che fui costretta ad acquistare nell’agosto del 1998 a San Martino di Castrozza in un negozio specializzato, pagandoli ben 80.000 lire, che allora mi sembrarono un’esagerazione.

Ero fra il sesto e il settimo mese di gravidanza e i miei vecchi scarponcini improvvisamente cominciarono a farmi male, non ho mai capito perché.

I nuovi, invece, erano molto comodi e assai più eleganti dei miei: in pelle verde e marrone con delle piccole stelle alpine e dei cuoricini ricamati sulla linguetta. Li ho portati in montagna ogni anno, da allora in poi, e non mi hanno mai tradita, sostenendo il mio peso ed il mio passo su sentieri sassosi, impervi, su prati verdi e viottoli ciottolosi.

Due anni fa, di ritorno dalla Val Badia, nel ripulirli, scoprii con dolore che la suola si era rotta a metà. Non me ne ero accorta camminando! Quell’apertura mi sembrò una bocca spalancata, e ne sentii uscire quasi un lamento. Erano invecchiati i miei vecchi scarponcini e fui costretta a buttarli via, quasi piangendo. Erano legati a così tante belle emozioni! Da allora ne ho acquistati altre due paia ma non riesco a camminarci per più di una giornata perché il malleolo sinistro mi dà un dolore lancinante e piuttosto camminerei scalza sui sassi.

Ho capito, niente più scarponcini nuovi. Non si può tradire così l’unico paio di scarpe che si è amato …

Cappadocia con sorella: Mimma

Viaggio in TURCHIA-CAPPADOCIA – di Mimma Caravaggi



Ho uno splendido ricordo di questo paese per quel poco che ho potuto vedere ma ho avuto la fortuna di avere mia sorella che lavorando per l’Unicef in pianta stabile in Ankara, mi ha portata in diversi posti e non tutti turistici per cui sono riuscita a vedere e scoprire bellezze differenti dal normale circuito turistico. Oltre ad Istambul, di cui si è già parlato, un altro pezzo unico della Turchia è la Cappadocia. E’ un posto eccezionale e molto particolare si possono vedere insediamenti rupestri che furono dei primi ominidi e molto più tardi  abitata dai cristiani  per nascondersi dalle persecuzioni. I reperti rupestri di insediamenti e chiese sono molto belli per i colori ancora così vividi dipinti sui muri. I cristiani hanno scavato  interi piani sottoterra tutti a mano che io non ho visto perché profondi  e molto complicati da visitare. Soffro di claustrofobia e quello è proprio il posto meno indicato per me. Mi è dispiaciuto perderlo ma la paura è stata più grande anche perchè c’era un grande affollamento e i passaggi molto stretti e bassi. Comunque la regione offre davvero un panorama unico anche se molto desertico. In tutti i posti turistici abbondano mercati e mercatini belli da vedere per i loro colori vivaci e dove puoi comprare souvenir non troppo scontati ma tipici e diversi.  Io sono stata ad Urgup un piccolo paesino nella vasta terra della Cappadocia ma delizioso dove ho passato una settimana meravigliosa. All’epoca mia sorella aveva comprato lì una casa tutta nella roccia, che ha restaurato con le comodità europee ma lasciandola esteticamente tipica del luogo semplice e rustica come doveva restare. Ricordo che tutte le mattine  ci avventuravamo su un piccolo sentiero per capre tutto in salita e sassoso dove ogni tanto dovevamo fermarci per dare la precedenza a qualche capretta. Quando finalmente si arrivava in cima si attraversava una grande strada e raggiungevamo l’albergo ES BELLI EVI di un suo carissimo amico dove ci fermavamo a fare colazione. Il posto è tutto scavato nella roccia con camere ampie e con tutte le comodità possibili per il luogo ma senza deturpare troppo l’estetica naturale. C’era inoltre un grande terrazzo dove erano apparecchiati i tavoli per gli ospiti che risiedevano in “albergo” e uno era riservato a noi due. C’era  un panorama spettacoloso anche se desertico e si gustava una delle colazioni più buone in assoluto che mi sia mai capitato di fare. Il cibo era locale quindi fresco e buonissimo dallo yogurt denso e squisito alle marmellate fatte in casa e il pane appena sfornato ancora caldo, il tutto abbondante di latte, caffè, e tè, buonissimi.  Questo panorama immenso che ti accompagnava mentre mangiavi e riempiva gli occhi pur essendo, ripeto, desertico, ma a completamento del quale c’erano i famosi “Camini delle Fate” che si ergevano a valle così particolari nel nome e alla vista. Dopo ci si avventurava contente ed appagate in giro per il paesino di Urgup pieno ovviamente di manufatti turistici e non. Lì mia sorella ha acquistato due bellissimi tappeti Kilim  in seta uno per me l’altro per Tilla la sorella più grande. Ho notato che nei due paesi in cui sono stata Guatemala e Turchia-Cappadocia dove più è evidente la povertà più sono  usati e più sono splendenti i colori dei manufatti. Inoltre una caratteristica della Turchia sono i nomi che vengono dati agli oggetti e anche alle persone. Un esempio quando ho comprato un piccolo souvenir fatto di stracetti colorati e legnetti che si chiamava “Il grattacielo delle mosche” perchè si appendeva in alto in casa e ad  un lieve alito si  muoveva e  scacciava le mosche. Poi c’era il famoso occhio di Allah propinato in ogni dove e in ogni salsa attaccato persino sul tubo di scappamento delle auto! Ho riportato diversi oggetti dal mio viaggio in Turchia belli e particolari. Dovunque vai trovi sempre negozi con tappeti e chincaglierie anche molto belle ed antiche. Manufatti d’oro  e argento sono molto usati nelle grandi città dove i negozi straboccano per quantità per farti rimanere a bocca aperta ma alla fine anche i tuoi occhi straboccano per l’abbondanza delle merci.
 La Turchia sarà sempre nel mio cuore come terra di una bellezza particolare, come persone ancora con dei grandi sentimenti e perchè lì è stata seppellita Vera, la mia mamma. Da una parte mi dispiace sia così lontana da non poterle fare visita spesso ma dall’altra felice perchè il posto è bellissimo, alberato e le tombe non sono murate ma hanno una cornice di marmo tutt’intorno e poi terra dove piantare fiori e un piccolo abbeveratoio per gli uccelli se mai volessero fermarsi a fare visita e a intrattenere Vera con il loro canto.  Cosa dire di più ? E un paese desertico ma splendido dove le persone applicano ancora molto sentimento che noi stiamo perdendo già da tempo. Torno sempre volentieri in Turchia perchè ho trovato bellezze, cibo  e persone da ricordare per la loro generosità, amabilità, bellezza e rispetto degli anziani in particolare.

PS: se mai qualcuno volesse arrivare ad URGUP consiglio di cuore ES BELLI EVI non ve lo scorderete più ve lo garantisco.

Scarpe per ogni stagione: Nadia

Le scarpe per tutte le stagioni non esistono – di Nadia Peruzzi

foto di Nadia Peruzzi

Scarpe per tutte le stagioni? Mica esistono. Nessuno porterebbe sandali in inverno a meno di abitare nell’altro emisfero. Già, ma lì è estate!
Vale anche per quelle della vita. Ogni step, è proprio il caso di dirlo, ha la sua scarpa, anche se con l’avvento delle scarpe da ginnastica, quelle da estate e da inverno,  il passo di nonne e nipoti ne risulta uniformato, spesso omologato, sotto il marchio di una cosa che non ho mai capito se sia virgola, apostrofo semisdraiato per la stanchezza o quanto di altro mai.
Nel corso degli anni , di scarpe, ne ho indossate di tutti i tipi.
Cuoio, camoscio, tela.
Il tacco alto, purchè un po’ largo, mi ha accompagnato nei miei 20 anni. La mia fase tutta nera e con la minigonna, perché il nero sfina. La fisima dello sfinamento non corrispondeva più alla realtà dei fattti visto che non ero più la “ciccia vampira” di un tempo, ma la fase dark era rimasta come una sorta di copertina di Linus.
Per arrivare ai colori pastello e a scarpe più adatte al cambio di passo cromatico, ci ho messo un bel po’. Poi è stato un fiorire di scalature di rosa e di pervinca, nelle scarpe non ho osato, tuttavia.
Gli anni del comodo e caldo son stati quelli dell’avvento dei pantaloni e degli scarponcini con i lacci. La colonna vertebrale ne trasse gran beneficio , pure i piedi che nelle Clarks trovavano ristoro inatteso dopo anni di punte rigide e di passo incerto e difficoltoso non appena beccavi una buca.
Si viaggiava come un treno. Erano l’ideale nelle manifestazioni. Nel caso la polizia ci avesse attaccato, la fuga era più facile che con le scarpe a tacco alto.
L’estate in montagna le Superga basse e senza carroarmato erano il perfetto contraltare delle Clarks in inverno.
Modello unico, e se non ricordo male anche colore unico, uniche nel loro genere, anche perché allora, o compravi quelle o niente.
Erano anche poco sicure. Memorabile uno scivolone appena uscita dalla funivia Ortisei/Alpe di Siusi. Imboccato il primo sentiero in discesa con i sassolini in movimento caduta assicurata e danno al posteriore pure.
Gli anni 70 per me son quelli delle espadrillas. In estate erano un si deve. La globalizzazione allora arrivava poco lontano. Parlavano spagnolo, eppure indossare le espadrillas aveva un misto di esotico e di figlio dei fiori che in quella fase aveva il suo fascino. Una stagione che per me arrivò fino al 1982, per scomparire in un fiat dal mio orizzonte. Un po’ come capitò ai dinosauri che si sono estinti in un soffio di vento. Nel mio caso fu la giovanile irruenza del passo e la improvvida e poco geniale pensata di poter esplorare Parigi per chilometri con scarpe rasoterra come quelle.
La settimana parigina finì con me che non potevo poggiare il piede destro in terra per un inizio di tendinite. Per fortuna per arrivare alla nostra seconda tappa di viaggio , la Val d’Aosta , dovevamo fare un bel pezzo di viaggio in macchina e la tendinite non volse al peggio. Non ricordo con quali scarpe abbia poi affrontato le valli alpine. Una cosa è certa le espadrillas avevano già fatto una brutta fine.
Ricordo con non minore sofferenza il periodo delle scarpe a punta, quelle che rendevano piedini di fata anche i più tozzi e larghi. Si camminava malissimo, le dita erano tutte un groviglio, almeno per me era così, ma non ci facevo caso. Per esser belle occorre soffrire, si diceva e non adeguarsi sembrava sciocco. Poi non vendevano altro che quelle, mannaggia.
Ovvio che l’alluce valgo attorno ai 60 ne sia stato un danno collaterale, seppure a distanza.
Il seguito è stato una alternanza di scarpe adatte al correre del tempo, al cambio delle mode, allo stile prevalentemente sportivo del mio abbigliamento. Ancora oggi è così.
Eppure, eppure un paio di scarpe nere fighette , col tacco sottile da mise elegante le conservo. Ce l’ho da tempo, ma son come nuove. Le ho messe poche volte visto che non ci si cammina benissimo e in chiave Nadia elegante mi sento sempre un po’ pinguina, come spesso accade agli uomini con lo smocking.
Le tengo di conto come scarpe del non si sa mai.
Quelle per un incontro dopo anni e anni che non ci vediamo. Verresti una di queste sere a cena?
Quelle per un ballo che non hai mai fatto prima e che ora potresti fare fino a che le forze ti reggono. Non a ritmo di valzer, ma rock e molto molto molto ritmo.
Quelle di una corsa sulla spiaggia tenendole in mano, come hai visto nei film.
Quelle del tutto sommato il nero mi dona ancora.
Quelle del sentirsi bene con sé stessi in una rimpatriata fra amiche che hanno solo voglia di ridere a crepapelle.
Si, scarpe da non si sa mai. Quelle dei sogni che assolutamente , ancora, non vuoi chiudere in nessun cassetto.

Viaggio nella Luce: Anna

UN BREVE VIAGGIO – di Anna Meli

            Era un settembre inoltrato di tanti anni fa. Mio figlio era rientrato da poco da Serravalle in Casentino dove durante il suo servizio civile aveva accompagnato i “ ragazzi” dell’ANFASS in vacanza. Aveva portato con sé la mountaibike per i momenti liberi e pedalando era venuto a conoscenza di molti luoghi particolari.

            Al suo ritorno, raccontandomi con entusiasmo la sua esperienza, mi aveva invitato ad accompagnarlo a riprendere la bici che per ovvi motivi aveva lasciato al paese. Acconsentii volentieri e di lì a pochi giorni in una bella giornata di sole andammo.

            L’autunno dipingeva il paesaggio con i suoi caldi colori e così, senza l’impegno di guidare, mi godevo ogni piccola cosa ascoltando rilassata i suoi racconti legati a questo o a quel paese.         Giunti nei pressi dell’Eremo di Camaldoli, per una strada per lo più sterrata, siamo transitati dal Passo “I Fangacci” e ci siamo fermati su una curva dalla quale al di là della vegetazione e delle fronde degli alberi abbiamo potuto ammirare in lontananza il lago di Ridracoli che raccoglie le acque dell’appennino tosco-romagnolo. In quel momento, il profumo del bosco, lo stormire delle foglie e l’azzurro del lago si sono uniti in un’unica piacevole immagine-senzazione di pace.     Abbiamo proseguito il viaggio e recuperato la bici. Poi dopo aver mangiato un panino all’ombra dei castagni abbiamo preso la via del ritorno. Passando da Pratovecchio e attraversato l’Arno, dopo un breve tragitto, ecco mostrarsi ai nostri occhi la bellissima Pieve di Romena del XII secolo che fortunatamente era aperta consentendoci di visitarla: è stata una cosa bellissima!

            Un grandissimo tappeto di iuta ricopriva il pavimento della navata centrale, nelle due navate laterali separate da colonne scolpite, solo qualche antica panca e alcune sedie impagliate e su i tre scalini di accesso all’altare un’icona in legno raffigurante il volto di Cristo.

            In quel momento, un raggio di sole penetrando dal rosone sopra la porta si è diretto come una freccia su quel volto illuminandolo di un pulviscolo dorato. C’era un silenzio profondo interrotto solo da qualche cinguettio proveniente da fuori e noi lì consapevoli di vivere quasi un momento magico.

            E’ entrato un uomo e ha deposto con umiltà un fiore vicino all’icona. Poi in punta dei piedi è sparito. Siamo usciti di lì a poco turbati ma estremamente calmi e sereni. A distanza di tanti anni ricordo ancora la sensazione di energia positiva donatami da quel viaggio e condivisa con mio figlio allora poco più che ventenne e… ogni tanto ritorno a Romena.     

Scarpe e fiabe: Stefania

Scarpe che non portano da nessuna parte – di Stefania Bonanni

Fossi un  inventore, o uno scienziato, o meglio uno scienziato inventore, vorrei produrre gli stivali delle sette leghe, che sarebbero una magica soluzione per i miei pochi, incerti passi.

Però non è mondo da magie, e le scarpe che si trovano funzionano solo se le gambe muovono i piedi. Per cui, se non funziona una gamba, e neanche il piede sua appendice, non funziona neanche la relativa scarpa, ed ho provato per esperita esperienza, che su una gamba sola, e su un piede solo, non si può fare affidamento di stabilità. Tantomeno si può pensare di percorrere chissà che distanze. E poi…..pianissimo….pianissimo….come la lumaca di Pinocchio.

Ho voglia di fiabe.

C’era una volta, e per grazia di Dio c’è ancora, una donna zoppa. Forse le serviva una zeppa, ma quando la chiese fu capita male. Le portarono una zuppa. Lei non aveva fame, e non la mangiò.

Paolino si offese, le disse che era diventata difficile. Tornò con un pacco, sicuro che fosse la cosa che serviva alla sua donna zoppa. Scarto’  una zappa. Lei si mise a ridere. Era sempre zoppa, ma con un sorriso zeppo di denti, amore e voglia di camminare. Lui le portò anche una pezza, una pizza, una pozza, una tazza ed una tinozza. Era contento di farla ridere come una pazza.

Viaggio nella storia vicina: Stefania

Vorrei uscire di casa – di Stefania Bonanni

Vorrei uscire di casa ed incontrare gente che mi conosce da sempre, che mi ha tenuto sulle ginocchia quando ero piccola, che ritrova nei miei occhi altri occhi, che mi chieda se ricordo quel giorno che successe quella disgrazia, o quando si sposò Tizio,  o la processione di quell’anno che quella sera c’era la finale dei Mondiali di  calcio e quando il corteo passò davanti alla Casa del popolo tutti si voltarono , smisero di cantare e tentarono di sentire il risultato, per poi tutti esplodere in un boato. Solo le vedove, tutte vestite di nero, che chiudevano la sfilata, ,continuarono a cantare a bassa voce, come si conveniva educato, una nenia tipo Salve Regina, che nell’occasione faceva molto ridere. La mia nonna, che faceva parte di quel gruppo, disse non so quanti rosari per la nostra anima, per noi che si rideva. Vorrei giornate piene di anziani che raccontano di quando passò la guerra, o ancora l’alluvione, che scalzò dalla lista molti racconti di uomini e disgrazie. Diventò la guerra di noi che non l’avevamo visto, quel nemico, lo spartiacque. Spesso cominciavano così: “Ma come pioveva…Non si erano mai visti così tanti giorni grigi, nei quali non c’erano speranze smettesse, e non si poteva uscire perché le strade sterrate erano fango liquido e le uniche scarpe da mettere erano gli sciantilli’. E quella cappa di grigio che non si apriva mai entrava nei pensieri, nei polmoni, si sapeva sarebbe sparita lasciando il segno.” E poi giù a dire di muri antichi che avevano trattenuto l’ Arno, perché “prima” si costruiva bene. E poi gesta eroiche di salvataggi, non tutte provate, e di pericoli corsi da gente che forse non se n’era accorta…..La leggenda, l’Odissea sull’Arno….parole che pagherei per sentire ancora, personaggi interpreti di una commedia che aveva tutti i ruoli assegnati. E quelli che a veglia raccontavano avevano le seguenti caratteristiche: gomiti poggiati sul tavolino tondo del bar, gambe allungate sotto, in primo piano scarponi che a volte dovevano aver visto la guerra, e magari chissà quale, fiasco di vino impagliato in mezzo al tavolo, livello della bevanda: sotto l’orlo della paglia. Dita indice e medio gialle, sigaretta incollata alle dita ed anche alle labbra, stagnante fumo puzzolente a mezz’aria.. E parole, parole, e non c’erano professori, solo saggi ignoranti che forse sapevano che, stringi stringi, pochi tesori valgono più di una bella storia. I pensieri vanno, ritornano agli occhi  le facce, nelle orecchie  i passi, le voci, i dialetti, i modi di dire, soprannomi tramandati dai nonni, dai padri, che hanno perso il senso. E questo misura il tempo. Ne è passato talmente tanto che di quel paese non resta che il campanile ed il ricordo dolce e romantico di personaggi forse migliorati dal ricordo. E un lampo, e capisco. L’effetto di dolcezza struggente che piano piano ha soppiantato il dolore che provavo in quel cimitero dove conosco le facce delle foto che raccontano le tombe. Amici come fratelli, parenti, vicini di casa, conoscenti, tutti lì. Come aver fatto un viaggio nella macchina del tempo: il paese di cinquant’anni fa adesso è lì. Da un po’ sento carezze e abbracci, come continuare a tirare fila e trovare continuazione nei ricordi e nei racconti. Come avere la sicurezza che finché ci sarà un pensiero, una storia, un racconto, non ci saranno buchi neri , non si rischia di vagare nello spazio sconosciuto

Avrai sempre scarpe per andare: Rossella

Troppi passi sono stanca… – di Rossella Gallori

Avrai sempre scarpe, ci sarà chi le cuce per te

Nabuk colorato lunghi lacci di raso sottile….

Inizio anni 50 quella macchina che io chiamavo “ ippotanino” e non era che una giardinetta grigia, piedini grassi,a puntaspilli, diceva il babbo, a saponetta diceva la mamma…e quei sandalini di cencio bleu bordato di bianco che pulivo con le dita dopo averle ben succhiate….e noi cinque insieme, una famiglia ancora intera, diretti a Napoli…il mio primo viaggio…del quale ricordo: palle di neve da mangiare, che poi eran mozzarelle, la mano forte del babbo….ed i sandalini pieni di sabbia….che felice così non sono stata più…

Poi cominciammo a far coppia fissa, il babbo io, gli stivalini di gomma e la 1100 grigia, lui rappresentante io il portaborse, che tanto non ce la fai diceva la mamma salutandoci…poi era quasi Pisa, quasi Lucca, quasi Arezzo, quasi  Livorno e quando il viaggio era più lungo vicino a Grosseto..perchè i laboratori eran sempre fuori città, qualche volta c’era il tempo, per vedere il mare, le mura, una torre che ciondolava….altre volte manco capivo dove ero, il bello era fermarsi, stendere il plaid fare un gioco, mangiare, un pezzo di schiacciata….e togliere li stivalini, che mi stavan sempre più stretti…crescevo io, loro no.

 Poi venne l’ estate e quell’ ultima vacanza insieme, cominciavo ad essere altina, lui si poteva appoggiare, andammo a Montepiano, un viaggione, una valigia in due i suoi mocassini belli belli, le mie ciabattine di paglia comprate  al Porcellino le Superga bleu con la pallina, ci lasciaron tre settimane li, il babbo riprese un po’ di fiato, io lo persi a chiamar le ciabattine che galleggiavano nel Bacino del Brasimone…e tornai scalza a Castiglion dei Pepoli..che mi sembrava una chicca, alla Storaia Lui mi prese i sandali di cuoio, il commerciante disse : macchè bambin…a…ha il 38…! Ma belli così non li ho avuti mai.

Avrai sempre scarpe per andare, tornare, restare

Zoccoli di legno, imbottiti di morbida pelliccia bleu….

Poi subentrò mia zia arrivarono le vacanze a Viareggio, al principe di Piemonte, e le scarpe come pure i sandali eran  sempre più belle, più costose, non le ho mai sentite mie, sapevano di elemosina, Viareggio ricca ed io nipote povera e mezza orfana, da vestire e calzare come un cavallo, rozza dai finimenti evidenti…Non mi piaceva la Versilia ed ancor meno le scarpe prese del Cresti, prima della partenza.

Poi ci fu quella libertà forzata: il lavoro, le scarpe con i tacchi per andare a ballare…e con la tredicesima le scarpe di ken Scott  da Beta in San Lorenzo pagate in due volte…

Poi Castiglioncello da sola e più le gonne si accorciavano più le zeppe si alzavano….poi non importava se per scappar da qualche casino, dovevi camminare scalza, per poter correre.

Poi Londra, gli stivali sopra il ginocchio, ho visto più locali che Tamigi, più pub che palazzi reali…a briglia sciolta tacco 10..

Poi la quiete un matrimonio con le scarpe verde mela….la Sardegna, i sandali dorati…Cala Luna, Santa Teresa, Villasimius, ciabatte di sughero….ed in giro come zingari per tutta la Gallura.

Al lavoro tacchi bassi, fuori poi ci vai come ti pare, diceva il mio principale. Una soluzione: le espadillas  davano colore, ma i piedi bollivano…

 Poi, poi Champluc, gli scarponi….e lo Stelvio e Bormio..

Per un po’ ho perso il filo: anonime ballerine, le scarpe importanti eran per mia figlia, fiocchi, cuoricini,  amore di piedini…da mangiare..

E poi Salisburgo e poi Pantelleria…poi Stromboli…poi Calabria e poi perché no  l’ Adriatico….in lungo ed in largo e le mie Birkestock  che comode così non le ho mai avute, i piedi deformati da calci sbagliati, da troppe ore in piedi, dal peso mio e quello delle cose…

Ora scarpe comode per non andar quasi da nessuna parte, per non cadere, per andare avanti, scarpe sorellastre, di giorni diversi.

 Poi…poi…arriva un momento che è ieri l’altro ed una amica capobranco, vuol parlare di scarpe, prendo quelle che mi ha regalato un angelo, verdi, sfacciate,  cercandole  ho trovato dei granelli di sabbia ed ho sperato di ritrovar i sandalini di Napoli, di cencio blu bordata di bianco….che felice così non sono stata più…ho sentito una voce:

Avrai sempre sandalini di velluto  pe volare sulla sabbia, per non calpestare l’erba

Ti cuciremo stivalini patchwork per farti sorridere sempre……..

Cammineremo su un tappeto di mughetti color luna…

Ps: un po’ poesia (non tutta× fortuna vostra) un po’ scarpe, un po’ viaggi…molto casino

Sui ghiacciai in Val D’Aosta: Carmela

Con i piedi per terra – di Carmela De Pilla

Eppure non era nei miei programmi, io vissuta nell’acqua cristallina di quel piccolo lembo del Gargano, acqua che ti accarezza quando sei triste, ti accompagna quando sei sola o ti consola quando sei afflitta con i suoi colori, le sue canzoni dolci o urlate, insomma non era proprio nel mio DNA pensare di raggiungere vette inimmaginabili eppure è successo perché a volte la vita va e ti porta dove vuole, senza chiederti il permesso e così mi lasciai trascinare in un’impresa di cui poi ho apprezzato la sua ricchezza inestimabile.

La meta era il ghiacciaio Rutor, 3.500 m. circa, sicuramente la mia incoscienza mi ha spinta a raggiungerlo perché mentre i miei amici erano atletici e nerboruti io, al contrario ero l’unica a non aver mai fatto sport, è vero ero quasi giovane e così con la stessa ingenuità e curiosità di una bambina fui trasportata in quel sogno.

Avevano organizzato, loro, un trekking in Val d’Aosta da rifugio a rifugio per una settimana, l’eccitazione era alle stelle, l’armonia e l’allegria che aleggiava nel gruppo ci faceva star bene e io, ignara della fatica che mi  aspettava, sembravo una bambina che incomincia a fare i primi passi.

Niente macchina, niente negozi, niente lavoro, niente caos, solo una natura benevola che ama senza alcuna condizione e io che avevo un’impellente necessità di bellezza mi lasciai prendere per mano.

Mi avvolgeva l’azzurro intenso del cielo della montagna riflesso nei laghi, i mille verdi diversi di quei prati immensi e della vallate, il bianco spumeggiante delle cascate e quello delle vette innevate che quasi le toccavi, l’ocra o l’ambra delle rocce, tutt’intorno una danza di colori s’intrecciava con le nostre risate.

Sul Gran Paradiso siamo stati accolti dai camosci e stambecchi che girellavano senza alcun timore intorno al rifugio, qui fui rapita dalla vetta regina che spiccava il volo verso il cielo senza alcuna presunzione col solo intento di donarci serenità.

E poi verso il Col Rossè, la magia dei laghi inginocchiati ai suoi piedi, azzurri come il cielo che li sovrastava e la corona dei tanti monti innevati mi tolsero il respiro, nel mezzo spiccava il monte con i suoi colori bruciati, aspro e nemico per la difficoltà che provai nel raggiungere la cima, da una parte la bellezza del luogo dall’altra la paura di non farcela, ma nessuna cosa è bella se non si assapora la fatica della conquista e io ero fiera di avercela fatta.

Cime innevate e nubi s’intrecciavano quasi a far sparire il confine fra loro.

E ancora tanto cammino fra la magnificenza della natura incontaminata, tra il bianco accecante e il verde smagliante delle valli, c’era un’armonia accogliente tra noi e tutto sembrava meno stancante.

E poi quella cascata fragorosa costretta a tuffarsi nel vortice per frantumarsi in mille gocce che bagnavano i nostri volti allegri e spensierati.

E poi l’urlo allarmato della marmotta che faceva da sentinella sul masso per avvertire i suoi simili del pericolo.

E poi finalmente dopo la “sindrome della meta” l’arrivo al rifugio Deffeye dove ci ha accolto un signore d’altri tempi che con tanta generosità ci aveva preparato una calda cena ristoratrice, da quella terrazza naturale si ergeva fra tutte la vetta del ghiacciaio Rutor, come un imperatore sembrava ordinasse ai suoi servi di donarci pace, serenità, bellezza…

E poi la camminata fra i calanchi del ghiacciaio, fra le grotte che assorbivano l’intenso azzurro del cielo diventando azzurre esse stesse, come per incanto nessuno parlava, ognuno ascoltava il proprio silenzio con gli occhi pieni di meraviglia.

E poi il ritorno a La Thuile, punto di partenza, qui ci siamo spogliati e cambiati nascosti dalle macchine di un qualunque parcheggio tra le nostre risate e la sorpresa dei passanti.

Un viaggio durato sette giorni, ma lungo una vita tanto che ancora oggi lo porto dentro di me, ho imparato a superare ostacoli insormontabili, a resistere alle difficoltà senza spezzarmi, ho imparato a credere di più in me stessa ed essere orgogliosa per come sono accettando anche i tanti difetti.

Ho consumato la suola degli scarponi, ma ho scoperto gli angoli oscuri della mia anima.

La vecchia Jugoslavia: Anna

VIAGGIARE – di Anna Meli

                  Non ho viaggiato molto nella mia vita e devo dire che non so se mi sarebbe piaciuto. Sono stata solo una volta all’estero nella vecchia Jugoslavia di tanto tempo fa quando ancora circolavano i dinari e Tito era ancora in auge.

                  Ricordo paesi abbastanza poveri dove gli Italiani non erano ben visti e anzi, accolti con una certa diffidenza. Il bello lo si trovava solo in una natura verde di boschi e di prati dove molto spesso vecchi autobus colorati erano adibiti ad alveari e spostati via via dove si trovavano sole e fiori. Ricordo in particolare la città di Otocac e i suoi tetti abitati da cicogne che sbattevano le ali e gli appuntiti becchi arancioni come per salutarci e soprattutto i laghi di Plitvice.

                  Parlare di questi laghi dopo tanto tempo è quasi impossibile tanto erano vari e belli ricchi di cascate, di piante altissime di specchi d’acqua dove i pesci sembravano giocare e topolini che si rincorrevano poco più in là , fra i rami caduti di qualche pianta e lasciati così a ricoprirsi di muschi ed erba strisciante.

                  Ci fermammo, ricordo, per qualche giorno a Otocac presso una casa privata messaci a disposizione da una signora gentilissima in grado di offrirci colazione, cena oltre a camera con bagno e fu lei a dirci che una volta quei laghi venivano chiamati il Giardino del diavolo tanto erano fitti ed impenetrabili.

                  Fu proprio questo che ci spronò a tornarci per tre giorni consecutivi, mai stanchi di quel Paradiso terrestre! Un’altra curiosità fu che quando ci congedammo, questa signora ci chiese gentilmente di essere pagata in lire che sarebbero servite a far studiare sua figlia a Trieste e questo ci fece capire l’idea di libertà che esisteva in quel paese. La guerra ha distrutto molti di questi luoghi. Chissà se i laghi si saranno salvati da questi stravolgimenti? Voglio sperarlo!

Scarpe solide: Patrizia

Le scarpe e lo scorrere del tempo – di Patrizia Fusi

La scarpa del cuore per me è una calzatura che mi fa sentire libera nel camminare confortevole e calda nella stagione fredda.

Ricordo che quando ero piccola qualche volta camminavo scalza ma non mi piaceva, perché sulla ghiaia sentivo male, nei campi dove era stato tagliato il grano gli spunzoni mi ferivano i piedi e dovevo stare attenta a metterli nei solchi.

Nella mia gioventù non ho avuta molta scelta: un paio per la domenica e un paio per andare a lavoro, le cose cambiarono quando iniziai a lavorare, ricordo che mi comprai un paio di scarpe rosse bordò avevano un po’ di tacco, la suola era tutta di gomma, mi piacevano molto e ci stavo comoda e calda.

Una sera tornando da lavorare pioveva tanto e mi si bagnarono dentro, quando arrivai a casa le asciugai con uno straccio e poi, per averle pronte la mattina successiva, le misi nello scomparto inferiore della stufa a legna per asciugarle.

La mattina quando andai a prenderle la gomma si era ritirata e non mi entravano più nei piedi, dovetti mettermi le scarpe della domenica, un decolté nero con il tacchetto fine, molto scomode e fredde per fare tutta la strada da casa mia all’autobus.

 La domenica quando andavo a ballare, fino al circolo mettevo le scarpe dei giorni feriali e le cambiavo con il decolté alla fine della strada, le lasciavo a casa di una mia amica.

Da quel periodo mi viene di pensare che quando ho le scarpe comode e asciutte e più di un paio mi sembra una ricchezza.

Ricordo il piacere che provavo da piccola ad andare nella cesta sotto il letto dove erano riposte le scarpe della famiglia, prendevo le scarpe di mia mamma con il tacco e ciabattavo per il piccolo appartamento, la mamma mi diceva “Patrizia mettile a posto perché sono quelle di Gesù dopo queste non ce n’è più”.

Quando potevo indossare scarpe alte o zatteroni mi sentivo più carina, mi rendevano più slanciata.

Ho avuto un modo di camminare costante e deciso né troppo lento né troppo veloce, una camminata solida con scarpe comode e invece con il tacco più lenta e più femminile.

A settanta anni il mio modo di camminare è cambiato, è diventato diverso, sono diventata più lenta e incerta nei passi, anche se con alcuni accorgimenti e scarpe adeguate ho un po’ recuperato.


 [P1]

Scarpe lucide d’amore: Lucia

Scarpe lucide – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Uomini belli nei loro mantelli
Si librano leggeri come uccelli
Scarpe lucide d’amore
Al galoppo lungo il fiume
Sono gli uomini diversi
Quelli con la luce dentro
Mani piene di coriandoli
Sogni da respirare
Vi aspetto per ballare
Laggiù vicino al mare
Una danza senza suoni
La bellezza di un momento
Da portare sempre dentro.

Disegno e foto di Lucia Bettoni

Tacco o non tacco?: Sandra

Scarpe – di Sandra Conticini

Quando era piccola in casa dicevano: – Le scarpe bisogna comprarle buone perchè per un bambino che deve crescere sono importanti- Cosi ogni anno all’inizio dell’autunno la portavano in uno dei negozi migliori della città e le compravano un paio di scarpe allacciate, con un po’ di gomma per la pioggia e le pantofoline scozzesi per casa. In estate invece sandali con gli occhi di pelle blu. Questo andò avanti per diversi anni, poi iniziò a crescere e quel tipo di scarpe non le voleva più, le  amiche iniziavano ad avere  scarpe da ragazzina e così in casa iniziarono le discussioni. Un giorno il babbo tornò da un viaggio di lavoro e le portò un paio di ciabatte di gomma azzurre, erano le prime che si vedevano, tanta fu la sua contentezza che  le aveva sempre ai piedi. Aveva una vera passione per le scarpe, quando tornava da scuola spesso si metteva quelle con il tacco della mamma, ma lei non voleva  perchè diceva che gliele sciupava,  ma come faceva ad interrompere quel gioco così divertente. Si sentiva grande, sognava di poter avere un giorno un paio di scarpe come quelle per poter correre correre e forse anche volare. Quando la portavano a comprare le scarpe, lei aveva le idee chiare e, se  non le compravano quelle che voleva, trovava il modo di cambiarle. Poi ha iniziato a comprarle da sé e la passione è rimasta. Scarpe basse, alte con il tacco, rosse, bianche, nere, mai marroni, dorate, argentate, bronzo, camoscio, pelle lucida, zoccoli vertiginosi, stivali, sandali, ciabatte insomma di tutto di più. Il tacco le piaceva molto perchè la slanciava si vedeva più snella, però  era scomodo, non si poteva camminare tanto svelti, e poi si poteva rimanere impigliati nei buchetti dei  marciapiedi. Ora che è passato qualche anno e che il tipo di vita è cambiato, anche le scarpe che compra sono cambiate. Ha sempre diverse scarpe, , ma le sue calzature sono sportive,  non  da ginnastica perchè il suo piede non le vuole. Ora cerca la comodità e la protezione per poter camminare in sicurezza. Comunque nella sua scarpiera ci sarà sempre un paio di scarpe e di sandali un po’ più eleganti per le occasioni. 

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