Decisero di fare un week-end allungato per evadere da quell’ambiente e rilassarsi, ma trovare qualcosa che potesse accontentare tutte e due non fu facile. Dopo aver girato con la mente l’Italia decisero che i paesini dell’Umbria sarebbero stati adatti alle loro esigenze. Si fermarono ad Assisi e Spoleto e rimasero a bocca aperta nel vedere tanta bellezza…. poi proseguirono per Perugia dove avevano prenotato un agriturismo con piscina e centro benessere.
Una fontana di acqua bollente le accolse nel giardino. Pensavano che si sarebbero dedicate solo alla loro bellezza: massaggi, dieta sana, piscina.
Sentivano nell’aria la promessa dell’estate, gli obblighi che la bella stagione richiede alle ragazze belle….. Ma furono forse i canti degli uccelli a distrarle e a guidarle verso quella meraviglia che trovarono…. o che trovò loro: la fabbrica di cioccolata e il museo della Perugina.
Non aveva niente di culturale ed artistico, ma il loro morale arrivò alle stelle. Appena entrate furono assalite da un abbraccio di cioccolato e accolti dal più grande bacio di tutti i tempi, e che emozione vedere la pasta scura e tutti quei cioccolatini nelle grandi vasche e sui nastri trasportatori… ed all’uscita era prevista anche una piacevole degustazione.
Fu lì che le due amiche si dimenticarono di dover essere belle e si tuffarono letteralmente in un idromassaggio di cioccolata: vederla appena pronta, vedere l’argento delle cartine, i messaggi nascosti dentro e poi tutta la scia di profumo inebriante, irresistibile e folle che scivolava sui nastri trasportatori, tra le mani di ninfe portatrici di bontà, fu un vortice di piacere.
Tornarono a casa non certo più magre ma di certo più felici. Anche perché le tentazioni golose non erano finite e proseguirono in tartufi, tagliatelle, salumi e arrosti.
Dopo diversi anni Sonia ricapitò a Perugia per lavoro e ripensò a Marzia, che non vedeva da tanto tempo, così comprò una cartolina e le scrisse:
Ciao Marzia,
questa città è bellissima! Ieri sera uscendo dalla stazione ho rivisto la nostra fontana… ti ricordi? Ora l’hanno restaurata ed è ancora più magica, specialmente di notte con le luci dal basso. Te la mando con un abbraccio per te. Avrò molto da lavorare ma cercherò di tornare al museo che ti piaceva tanto… quel giorno che sembravi una bambina in gita!
Era sempre andata per mercatini, per cose, per case, per sogni, per vestirsi e scoprirsi…di borse poi ne aveva comprate e vendute in grande quantità, una necessità fisica la sua, toccarle, annusarle, restaurarle.
Un gioco costoso: comprarle a Parigi, abbandonarle a Londra, per ritrovarne di nuove a New York, incontrarle poi a Roma, riconoscerle e provare la stessa gioia….
Aveva incontrato “tanto” nei suoi pellegrinaggi di lusso, gente, soprattutto gente…preso schiaffi nello stomaco, baci sulla bocca, calci nel culo…tutto preso e restituito in un eterno match, visto strade, percorso fiumi, visto musei, fontane e piazze, bar e bistrot, alberghi con più stelle che camere.
Una zingara ricca, dicevano di lei, Marzia ormai non la chiamava più nessuno da tempo: la Ma, la Ziza, per quel suo vagabondare era “gitana”, un soprannome, che non le piaceva granchè…perché non più Marzia?
La sua vedovanza giovanile l’aveva fatta esplodere in una follia lenta ed un po’ pericolosa, girare, fare, andare, una trottola impazzita di cose da collezionare, anche per gli amori era stato così, dopo quel lui scialbo che le aveva messo la fede al dito, c’era stato A…B…C…D…E…un alfabeto intero di maschi anonimi e non, era affamata di emozioni e nonostante “una certa età” bussasse alla porta continuava imperterrita la sua giostra…..
Girava, ora, senza sapere cosa in effetti cercava tra i banchi di Henfingard, fu colpita, da curiosi anelli di ferro, da uno scialle fantastico, da piccoli cuscini ricamati…poi il cuore accelerò, le mani le tramavano, una piccola borsa la fece sussultare, sembrava chiamarla, gridava quasi, quella piccola pochette di gros grain bluette, con la fibbia di Swarovski un po’ assenti… sì era la sua, come fosse arrivata lì non se lo domandò, l’ acquistò senza riflettere sul prezzo, sicuramente troppo alto.
Si allontanò da sguardi indiscreti, l’aprì con il cuore in gola, cercò nella piccola tasca interna, al tatto riconobbe il cartoncino rigido della cartolina: persa, cercata e ritrovata, baciò quella S delicata e morbida, che l’ aveva lasciata sempre senza fiato, una lettera che ricordava il suo sorriso, il suo seno, il suo “sempre”
Socchiuse gli occhi ricordando: si erano incontrate a Fenderlik in un angolo remoto della Norvegia, in un museo del ghiaccio ovviamente freddo e molto inutile, si erano baciate illuminate dai raggi sfacciati di una fontana pretenziosa ed enorme, sormontata da due lucidi cigni di marmo argentato, che univano il becco in una specie di bacio da amanti, pennuti senza sesso, né maschi, né femmine…
Erano poi tornate al museo, più per tenersi per mano come scolarette ancora una volta, che per scoprire nuovi mostri gelati.
Poi, poi…. il lavoro, le ambizioni, la vita, le promesse che si annullavano al primo ostacolo….gli anni erano passati, tanti, troppi, per ripercorrerli a ritroso nessuna delle due aveva fatto il primo passo. Un giorno era arrivata quella cartolina che però aveva voluto perdere e dimenticare dentro la borsa.
Al primo banco rivendette la trousse, a meno di quel che l’ aveva pagata, cercando di dimenticarne il colore asciugandosi gli occhi colmi di lacrime….
La lesse, la rilesse ancora quella cartolina, prima di stracciarla….e farne coriandoli che gettò per aria.
Ciao Marzia!!
Questa città è bellissima! Ieri sera uscendo dalla stazione ho rivisto la nostra fontana…ti ricordi? Ora l’hanno restaurata e è ancora più magica, specialmente di notte con le luci dal basso. Te la mando con un abbraccio per te. Avrò molto da lavorare ma cercherò di tornare al Museo che ti piaceva tanto…. quel giorno che sembravi una bambina in gita! Mi manchi e spero di rivederti
S.
Volarono piccoli pezzi di carta: francobolli, cigni , fontane, luci e rimpianti, rimpianti tanti….
Un morso di ricordi, volava ancora ed incurante del suo dolore le si appiccicò sul viso bagnato di sale, c’era scritto: DI RIVEDERTI…..
Le piaceva percorrere le sue strade e i suoi ponti da sola.
In realtà Stella non era mai da sola.
Aveva sempre con se la sua macchina fotografica, era la sua compagna, la compagna di ogni momento sereno ed anche un’amica preziosa che con le immagini supportava la sua scarsa memoria.
Con l’occhio della fotocamera Stella poteva vedere oltre, oltre un primo sguardo distratto, poteva vedere e gioire di bellezze nascoste o riscoprire da altre angolazioni ciò che le era noto.
Così fu quella mattina, una mattina con una luce speciale.
Un raggio di sole illuminava esattamente la fontana, come se fosse un palcoscenico.
Pensò che sarebbe stata una foto meravigliosa anche se il soggetto era tra i più fotografati al mondo.
Stella guardò meglio e vide quello che aveva visto sempre senza vederlo mai.
Vide i cavalli, i cavalli della fontana del Nettuno e pensò di non essersi mai accorta della loro bellezza: possenti, vigorosi, vivi, pervasi e invasi dagli spruzzi dell’acqua che al sole sembravano arcobaleni di perle.
Galoppavano indomiti, senza paura con tutto il loro vigore.
Non sembravano di marmo, non sembravano fermi.
Galoppavano senza tregua in mezzo all’umanità che ogni giorno attraversa una delle piazze più famose nel mondo.
Stella era inginocchiata per terra per meglio immortalare gli spruzzi dell’acqua sui cavalli, quando una mano si posò sulla sua spalla.
Fu come fosse svegliata nel mezzo di un sogno.
Si voltò di scatto e la prima cosa che vide fu il suo sorriso: era il sorriso del suo amico in vacanza a Firenze.
Niente succede a caso e il caso aveva voluto che anche Claudio quella mattina fosse in giro per la città, anche lui con la sua macchina fotografica in cerca di un’inquadratura perfetta, della giusta luce, di una emozione da immortalare: Claudio è un fotografo.
Pur essendo italiano vive in Svizzera da tantissimo tempo, ma appena gli è possibile passa da Firenze e non manca mai di salutare la sua amica Stella e di passare qualche giorno con lei.
Era arrivato la sera prima, Stella non lo sapeva perché lui voleva farle una sorpresa: e fu davvero una sorpresa per lei, ma anche per lui.
(Ma veramente le cose e gli incontri succedono per caso?)
A differenza di Stella alla quale piacciono le luci, i colori forti e le immagini ben definite, a Claudio piacciono le luci morbide, soffuse e i cieli con le nuvole.
La luce di quella mattina era decisamente quella giusta per Stella, ma non per Claudio.
Lui prese Stella per mano e le disse: “Fammi un regalo, vieni via con me, andiamo insieme agli Uffizi, andiamo per bellezze!”
Girarono per le sale soffermandosi più a lungo davanti ai quadri che più li emozionavano.
Poi, anche la bellezza ha bisogno di pause e andarono a sedersi nella bella terrazza del bar degli Uffizi.
La luce si era fatta più morbida e in cielo erano apparse le nuvole: due piccioni li guardavano dal parapetto della terrazza, guardavano Stella e Claudio seduti al tavolino con un caffè. Erano belli nella luce morbida di quel momento e nella luce dolce della loro lunga amicizia, erano belli come la primavera e anche di più.
foto di Lucia Bettoni
Dopo qualche giorno Claudio partì.
A Stella erano rimaste le immagini degli scatti di quella giornata, ne fece una stampa che mise in una busta, e le spedì a Claudio accompagnate da queste parole:
Ciao Claudio, Firenze è bellissima, bella come la nostra amicizia.
Ti mando i cavalli della fontana illuminati dal sole e i due piccioni che hanno visto i nostri occhi accarezzati dalle nuvole.
Ricordo benissimo l’agitazione, i preparativi, i tentativi delle nostre famiglie di dissuaderci, anche di proibire , e la nostra ostinazione. Non ci fu nulla da fare….Non ci spostammo di un millimetro. Si era deciso: Roma Roma Roma. Il centro del mondo, della bellezza, il viaggio che ci avrebbe cambiato la vita. Quanto ci fece parlare la scelta delle cose da mettere in valigia, una valigia in due, naturalmente. E quante volte, tra noi due, si commentava la tensione in casa “Ma hanno presente che siamo maggiorenni? Se continuano a rompere, si parte e ciao….permesso o non permesso” Un progetto bellissimo, ci siamo divertite tanto a parlarne, a sognare, a fantasticare. Ci aspettava Trastevere, Via Margutta, Campo de Fiori, ci aspettava Cinecittà, via Veneto, la Fontana di Trevi. Nessun dubbio sul fatto che aspettassero tutti noi. La vita era lì, quella splendente di arte ed artisti, e bastava andare a cogliere le occasioni. Io avevo una gran voglia di andare e “vivere”, anche se, in un angolino del cuore, sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui ci saremmo allontanate, io e Marzia. Mi sentivo crescere una specie di crepa, una ferita destinata a diventare una frattura, lo sentivo e mi faceva un male profondo. Anche su questa Roma:, io mi volevo divertire, volevo conoscere un pezzo di mondo, e ridere con un’amica. Marzia comincio’ a dire che forse non sarebbe tornata a casa, che si sentiva un’attrice e che il suo posto non era un paesello di campagna come il nostro, pieno di gente ignorante e nessun artista. Non la presi sul serio, ma questi discorsi mi turbarono, mi lavorarono dentro. Era un giudizio che comprendeva anche me, che amavo tanto il paesello di campagna.
Si partì, comunque curiose, libere e felici. Roma ci sembrò di più: più grande, più bella, più bianca, più luminosa, più piena di monumenti più grandi, più piena di gente, di traffico, di piazze, di fontane. Tutte le città dovrebbero avere tante fontane, con acqua da bere e da rinfrescarsi, e marmi lucidi e statue di giganti, di tritoni, di ninfe, di tartarughe. L’acqua fa belli i monumenti, e anche il contrario. Tutto era di più, più di come si immaginava. Quando, in un sole accecante, si arrivò davanti alla fontana di Trevi, ci si mise a sedere su uno scalino, in silenzio, e non fu facile allontanarsi. Tornammo in un giorno nuvoloso, una mattina presto, all’ora del tramonto. Si voleva vedere come giocavano le nuvole sui marmi, sull’acqua. Ci si andò di notte, in una notte dipinta di stelle, e si rifece la Dolce Vita. Marzia faceva Anita Ekberg e chiamava “Marcello” con un accento così buffo che si comincio’ a ridere così tanto e così a lungo che si contendeva il rumore dell’acqua alla fontana. Senza dircelo, tutte e due si entrò nell’acqua, sempre ridendo. Si smise all’improvviso quando la luce di una torcia ci disegnò una cornice intorno, e ci permise di vedere il vigile urbano che ci illuminava mentre ci urlava di uscire subito, e che c’era la multa, per chi si bagnava nella fontana. Si scappò, ma più che correre si scivolava, e si ricominciò a ridere. Il vigile non ci insegui’, forse rideva anche lui.
Poi ci fu la parentesi “culturale”. Avevamo conosciuto un gruppo di ragazzi composto da musicisti, ballerine, pittori…noi che si poteva dire? Allora si raccontò di essere a Roma per Raffaello, che ci interessava l’arte e che avremmo visitato i musei vaticani. Per sapere cosa dire in caso di domande, il giorno dopo eravamo in coda per entrare ai musei vaticani. Si rideva in coda , si rideva per l’atteggiamento “serio” che si cercava di tenere, non facevamo che ridere. Salvo smettere di colpo, abbagliate da una meraviglia così meravigliosa che non c’erano parole per descrivere, che faceva sentire formiche, con gli occhi riempiti, la bocca spalancata, il cuore, lo stomaco, le vene, traboccanti dei colori più belli della vita. Gli occhi di Marzia erano brillanti di bellezza, ed io speravo di avere nei miei lo stesso stupore.
Passarono giorni velocissimi, ricordo quello che ho raccontato, ma non molto di più. Non c’era tempo per fare nulla…si correva dietro ai set, agli attori, alle osterie, a ripensare sembrava un frullatore, più che una vacanza.
Marzia si trasferì a Roma l’inverno successivo. Avrebbe fatto l’attrice, dicevano i suoi familiari.
Io rimasi molto male, è stato un dolore che è continuato moltissimi anni. Lei non mi ha mai cercata. Una notte di Pasqua l’ho riconosciuta in chiesa. Emozionatissima mi sono avvicinata: “non mi riconosci?” La risposta è gelo: “Ho dimenticato tutti quelli di quassù”. Fu ancora peggio della prima volta. Basta, era l’ora che capissi. Mi aveva cancellata.
Ma non sempre i pensieri si adeguano, ed ho continuato ad essere addolorata, per averla persa.
Ed oggi a Roma ho comprato una cartolina con una fontana di Trevi restaurata e bellissima, e l’ho spedita al suo ultimo indirizzo conosciuto. L’avevo chiesto a suo fratello una delle volte nelle quali avevo deciso di scriverle, senza poi farlo davvero.
Ciao Marzia!!
Questa città è bellissima! Ieri sera uscendo dalla stazione ho rivisto la nostra fontana…ti ricordi? Ora l’hanno restaurata e è ancora più magica, specialmente di notte con le luci dal basso. Te la mando con un abbraccio per te. Avrò molto da lavorare ma cercherò di tornare al Museo che ti piaceva tanto…. quel giorno che sembravi una bambina in gita! Mi manchi e spero di rivederti
Innamorarsi a Polignano a mare – di Carmela De Pilla
Non aveva capito proprio niente! A lui interessava solo la musica, nel suo tempo libero si rintanava nella cantina di Giorgio a suonare la batteria con i ragazzi del suo gruppo e tutto il resto non contava, non si era accorto nemmeno che le ragazze della sua classe e non solo, lo guardavano con occhi languidi e trasognati desiderose di scambiare solo qualche parola giusto il tempo per lanciare un messaggio che lui nemmeno notava.
Era facile innamorarsi di Stefano, con i suoi capelli corvini e riccioluti, volutamente scompigliati e un po’ lunghi, a volte legati in una coda scomposta con i riccioli che saltellavano in qua e in là, gli occhi neri e birichini ridevano ancor prima della bocca eppure quello destro se ne andava un po’ per conto suo, ma nessuno si era mai accorto del suo leggero strabismo, erano attratti da altro, dal suo modo di camminare per esempio, con quel passo ondeggiante sembrava che ballasse al ritmo di chissà quale musica immaginaria e poi quel modo di vestirsi, sempre uguale eppure sempre originale…soliti jens e camicia, ma una diversa dall’altra, persino d’inverno andava in giro solo con la camicia magari più pesante, ma rigorosamente camicia, insomma Stefano non poteva essere altro che un artista.
Aveva fatto il liceo con discreti risultati, i professori dicevano di lui “ È intelligente, ma ha sempre la testa fra le nuvole, dovrebbe applicarsi di più” ma Stefano suonava anche quando veniva interrogato.
L’esame di maturità era alle porte, ma nessuno pensava a studiare, in quella settimana non si parlava altro che della gita a Polignano a mare, c’era un’atmosfera elettrizzante, da una parte gli ultimi impulsi giovanili e dall’altra tanta voglia di diventare adulti, quella sarebbe stata forse l’ultima possibilità di sentirsi ancora incoscienti.
Finalmente il giorno tanto atteso, quelle due ore sul pullman furono le più divertenti, Stefano, seduto in fondo per farsi vedere da tutti batteva sulle ginocchia un ritmo incalzante e tutti cantavano “…voglio una vita spericolata…” anche Marzia si era lasciata trascinare in quel vortice di allegria e quasi per caso, ma il caso non c’entrava proprio niente, si ritrovò seduta accanto a lui con moderata sobrietà che tradiva il vero sentimento che provava.
Era bellissima Marzia con i suoi lunghi capelli rossi e quella carnagione quasi perlacea che lasciava intravedere le lentiggini sparse sul volto cinquecentesco, i suoi vestiti scelti con gusto comprati sul banco dell’usato o al mercato rivestivano un corpo esile e longilineo, tutti si erano accorti del suo amore sottaciuto verso Stefano meno che lui e naturalmente tutti avrebbero voluto essere al suo posto.
Tanta euforia e spensieratezza si spandevano tra le stradine di Polignano, le risate di quei ragazzi mettevano allegria anche ai passanti che li guardavano con una certa nostalgia, poi tra una battuta e l’altra, senza nemmeno accorgersene Stefano e Marzia si ritrovarono soli, lontani dal gruppo camminando silenziosi l’uno accanto all’altra. All’improvviso ecco il mare.
Una terrazza si affacciava prepotentemente su quell’azzurro intenso e tutt’intorno spiccava il bianco accecante delle case con le piccole scale su cui fuggivano parole d’amore.
In un angolo una fontana con un delfino dalla cui bocca sorridente usciva un sottile zampillo li osservava, si presero per mano e si sedettero sul bordo accarezzando l’acqua nel tentativo di sfiorarsi, il suo canticchiare quasi pettegolo accompagnava i loro intensi sguardi e curiosa di scoprire come sarebbe andata a finire continuava a sussurrare una dolce nenia.
Sarà stato questo silenzio custodito da tanta bellezza che spinse Marzia ad avvicinarsi alle sue labbra con timida trepidazione e Stefano inebetito e travolto da mille emozioni inaspettate la strinse con vigore tra le sue braccia.
I loro corpi vibranti si intrecciavano con passione, non una parola tra loro, ma una profonda intesa che li trasportò al di là del mare.
Raggiunsero gli altri frastornati dalle tante emozioni fino ad allora sconosciute, mancavano solo loro per entrare al museo nautico, raggiunsero il portone un po’ impacciati seguiti dagli occhi interrogativi dei compagni, tutto aveva un significato insolito ora e la vide davanti al grande timone con occhi diversi, sembrava una ragazzina e la sua voglia di amore la rendeva ancora più bella.
Fu un amore giovanile quello, intenso e sincero, poi le loro strade si persero e non si incontrarono più, dopo qualche anno Stefano ritornò a Polignano per un concerto e camminando per quelle stradine che avevano incorniciato il suo primo amore si ritrovò davanti al delfino e per un attimo provò la stessa antica emozione.
Sentì un bisogno irrefrenabile di scrivere una cartolina a Marzia, ora erano adulti, ognuno con la propria vita, ma tutti e due con un ricordo bellissimo da custodire.
Scelse la cartolina con la terrazza sul mare e il delfino e scrisse poche parole
Ciao Marzia!!
Questa città è bellissima! Ieri sera uscendo dalla stazione ho rivisto la nostra fontana…ti ricordi? Ora l’hanno restaurata ed è ancora più magica, specialmente di notte con le luci dal basso. Te la mando con un abbraccio per te. Avrò molto da lavorare ma cercherò di tornare al museo che ti piaceva tanto…quel giorno mi sembravi una bambina in gita! Mi manchi e spero di rivederti
Ormai faceva così tutte le volte che andava a Roma: scendeva a Termini, saltava la coda dei taxi e prendeva subito a destra, a piedi verso Trinità dei Monti. Non era così lontano e camminare sotto quel cielo, sempre allegro di storni, lo faceva sentire in vacanza. Adorava viaggiare per lavoro. Si mescolava agli orari, ai passi frettolosi, alle battute locali e si sentiva in una bolla di libertà. Un paese si conosce lavorandoci, lo aveva sempre pensato. Passava davanti alla pasticceria siciliana zeppa di caffè, ricotta e pistacchio, rinunciando alle tentazioni, prendeva di buon passo la salita centrale, guardando le vetrine diverse da quelle solite. Furgoncini frettolosi, valigette come le sue, qualche mamma in ritardo. Se la prendeva comoda, Roma non era Milano, la lezione non cominciava prima delle 9,30 e i corsisti traccheggiavano fumando davanti all’ingresso fino all’ultimo momento. Arrivò alla balaustra di Trinità dei Monti e si fermò a guardare Roma, come sempre. Cupole sotto il sole sbucavano qua e là, il ponentino aveva preso a zufolare tra i tetti rossi. Giù, in basso la Fontana, la splendida Barcaccia adorata, per lui la più bella di tutte, una vera “barchetta” agile in mezzo a un mare chiaro in città, diversa e snella contro il barocco romano….E fiori. I fiori di Piazza di Spagna, e colori, e gente. Una Roma da cartolina che si stava svegliando…..attraversò la piazza e mise, come sempre, le mani dentro l’acqua. Quel colore impossibile lo faceva sognare, tra l’acquamarina e il turchese. Via Condotti si svegliava e si affrettò: era un lavoro bellissimo il suo, ogni volta lo assaporava come un regalo. Ripassò per un attimo la scaletta del giorno e con la solita sicurezza entrò. Le grandi scale, il pomposo ascensore, il cigolare delle corde attraverso i cancelli di fero battuto, la salita lenta quasi maestosa….era proprio a Roma, casomai lo avesse scordato. Il portoncino interno era aperto, una ragazza era seduta alla reception. Non era Adriana, quel giorno, quella signora di età indistinta, materna e rassicurante che da anni lo accoglieva con quel suo: Buongiorno professore, viaggiato bene? Gradisce un caffè?
L’Unione Italiana Ciechi era quasi una famiglia, ormai.
Buongiorno, disse appena quella ragazzina, la signora Adriana non c’è, è malata. Disse con naturalezza: una causa ovvia per i più, ma non per Adriana che da quasi vent’anni non era mai mancata davanti a quella porta, con il suo sorriso soave e la premura di madre.
La meraviglia di lui non passò inosservata perché la ragazzina aggiunse: niente di grave, deve operarsi a una vena. Ci sono io, comunque, sono Marzia, se vuole può chiedermi di tutto, me lo ha detto Adriana, che poi è mia zia.
Piacere, rispose lui un po’ imbarazzato da tutte quelle informazioni ricevute in un solo minuto. Grazie, e si trattenne un attimo nei grandi occhi celesti di lei, che lo guardavano sospesa e un po’ in attesa di un eventuale comando.
Ma lui non disse altro ed entrò in sala riunioni.
La lezione passò. Liscia come l’olio, liscia come sempre: metodi di traduzione braille per vedenti che vogliono imparare il braille e scrivere per i ciechi. La pausa pranzo era alle 12,30 e lui uscì, verso la Barcaccia, che voleva rivedere con calma, bagnandosi di nuovo le mani.
La vide già lì, seduta in un angolo di marmo, che mangiava un piccolo panino al formaggio di capra. Buongiorno le disse questa volta meno incerto e lei rispose Salve, alzando il visino in alto. Un sorriso immenso la illuminò tutta, sotto il cappello rosso di lana a sacchetto che le avvolgeva tutta la massa di capelli lunghi e neri.
Pranzo veloce?
Sì. Mi piace troppo il sole, non sono abituata alle stanze chiuse. E lei?
Io adoro questa fontana, mi sfama.
Bellissima sì….ma sfamare….forse è troppo. E gli porse un piccolo panino al prosciutto, quasi uguale al suo.
Sbriciolarono piccoli panini per un po’, assaporandoli uno dopo l’altro, in mezzo ai passerotti di Piazza di Spagna.
Le parole furono leggere, frettolose e fresche come l‘acqua della Barcaccia. Lei era lì per pochi giorni, poi sarebbe tornata al Museo del Cinema, dove la zia le aveva trovato un lavoro a tempo determinato. Gli parlò all’infinito di quelle pellicole custodite, dei vecchi film che rivedeva di nascosto, dei sistemi di proiezione, di Tornatore che aveva conosciuto di persona quando era venuto alla UIC per un progetto di museo tattile per ciechi.
Una persona così…..così…..incredibile, disse lei con gli occhi più azzurri dell’azzurro.
Tornarono al lavoro insieme e la giornata volse piano piano alla fine. All’uscita Marzia era ancora lì, già sulla porta, con il suo cappello rosso e gli disse piano, da farsi appena sentire: Ma come fanno i ciechi a gustarsi un film? Me lo spiega lei? e poi ancora più piano: Vuole venire al Museo? Glielo voglio far vedere di notte, quando non c’è nessuno. Ho le chiavi.
Sandro pensò che avrebbe perso il treno… ma fu solo un attimo e partirono subito.
A qualcuno parve che si tenessero per mano.
Il mese dopo, Sandro tornò a Roma per gli esami. Doveva rimanere un po’ di giorni tanto che era partito la sera prima per trovare un buon albergo. La mattina, alle 9,30 la signora Adriana lo aspettava alla reception col caffè già pronto.
Buongiorno, professore, fatto buon viaggio? Vuole un caffè?
Grazie, oggi no, rispose e tornò indietro di corsa, come preso da un demone, a cercare una cartolina. La scrisse prima di rientrare, sul marmo della Barcaccia.
Ciao Marzia!!
Questa città è bellissima! Ieri sera uscendo dalla stazione ho rivisto la nostra fontana…ti ricordi? Ora l’hanno restaurata e è ancora più magica, specialmente di notte con le luci dal basso. Te la mando con un abbraccio per te. Avrò molto da lavorare ma cercherò di tornare al Museo che ti piaceva tanto…. quel giorno che sembravi una bambina in gita! Mi manchi e spero di rivederti
Era una figurina minuta. Indossava un vestitino di cotone bianco con dei fiori rossi che la faceva sembrare poco più di una bambina. Se l’era ritrovata dentro l’obbiettivo mentre stava cercando l’inquadratura perfetta per la foto che doveva fare. Attorno alla Fontana di Trevi c’era la solita calca, il solito brusio in cui si sovrapponevano lingue e dialetti di ogni parte del mondo. Un gran bazar di suoni, voci, risate, sudori, odori più o meno gradevoli in quello scampolo di estate romana accarezzato dal ponentino. Lei sembrava uscita da un fotogramma di Vacanze romane. Guardava rapita verso la fontana che, ad ogni folata di vento, la imprigionava in una ragnatela di goccioline impertinenti . In un secondo giro di obbiettivo era riuscito a coglierla proprio nel momento in cui, col braccio alzato sopra la testa stava gettando nell’acqua la sua monetina. Un raggio di sole evidenziava le sfumature ramate dei suoi capelli. Aveva occhi tagliati all’orientale, una frangetta sbarazzina che la faceva sembrare una liceale in gita scolastica, un nasino all’insù così perfetto da essere unico e inimitabile. Ci aveva fatto caso perché per lavoro si era ritrovato a fotografare visi resi, ad ogni trattamento, sempre più finti, inespressivi, comuni e anonimi in quel regno di silicone e botulino così alla moda fra le attricette e le modelle che frequentava. La svedese di un metro e 70 che aveva di fronte quel giorno era un prodotto di quel mondo li. Labbra a canotto, gran voglia di emergere e con ogni mezzo, anche a costo di risultare un incrocio fra attrici diverse , dopo l’ennesimo intervento di chirurgia estetica. Di suo non era rimasto più nulla. Si stava esponendo ai suoi scatti per cercare di raccontare una lei che non esisteva più da tempo. Era una imitazione e nemmeno di gran livello. Scattava di malavoglia, per mestiere. Ogni tanto aveva cercato la ragazza col vestito a fiori rossi. Per fortuna era sempre ferma al solito posto e per fortuna quel punto era, adesso, in favore di luce. Gli ultimi scatti alla biondona aveva deciso di farli proprio li. Si era avvicinato ma lei si era girata a mala pena verso di lui. Aveva scattato le ultime foto, poi un saluto veloce con un cenno e un arrivederci e la stangona si era persa in mezzo alla folla. Si era ritrovato imbambolato a guardare verso quella ragazza così particolare, in mezzo alla moltitudine vociante e chiassosa. Non riusciva a toglierle gli occhi di dosso, ma non sapeva come rivolgerle la parola. Lo aiutò , senza volere, un tedescone di due metri che nella calca, sfiorandola, aveva sciolto il foulard rosso che lei portava al polso a mo’ di bracciale. Lo aveva raccolto in fretta prima che qualcuno potesse calpestarlo. L’aveva toccata sul braccio per attirare la sua attenzione. Ci era voluto un po’ prima che lei si girasse. Come se si fosse dovuta liberare da un sogno che stava facendo. Il primo sguardo che gli aveva concesso era venato di fastidio, poi alla vista del foulard rosso l’espressione da severa e accigliata che era, si era fatta dolce e per nulla scostante. Il suo grazie era stato accompagnato da un sorriso che le aveva illuminato il volto e fatto brillare quel suo sguardo vivace, da monella. Sergio si era perso subito dentro quegli occhi venati di pagliuzze dorate sotto i raggi del sole del tardo pomeriggio. In un attimo aveva avuto la sensazione che in quella piazza , nonostante le spinte che ricevevano da ogni parte, fossero rimasti solo loro due. Si erano ritrovati a parlare come se si conoscessero da tempo. Lui le aveva raccontato del suo lavoro in mezzo alle star della tv, lei dei suoi studi di storia dell’arte e delle emozioni di quella sua prima volta a Roma. Anzi , meglio, della sua prima volta al di sotto della linea della pianura padana. Non le era mai capitato prima di scendere verso sud, in “Terronia” aveva aggiunto con una risata cristallina che lo aveva infastidito non poco. Lui uomo del sud, trapiantato a Roma e partito appena due anni prima da Santa Maria di Leuca. Per fortuna avevano stemperato il passo falso con un gelato comprato in quel piccolo bar d’angolo affacciato sulla piazza. Era dolce e fresco come l’aria di quella serata romana dalle ombre sempre più lunghe. Avevano vagato senza meta per ore. Un po’ sul lungotevere, poi il Pantheon e Piazza Navona, il Ghetto e il Teatro Marcello. Erano scesi di corsa dalla Scalinata del Campidoglio tenendosi per mano. Il sonno se n’era andato . Anzi, per meglio dire, non aveva fatto nemmeno a tempo ad arrivare. Ed erano ritornati li dove si erano incontrati. La piazza vuota era impressionante. L’acqua dominava la scena a quell’ora della notte. Le luci della fontana, dopo il restauro, spandevano su tutto una patina azzurrina. I palazzi sui tre lati della piazza erano avvolti d’oscurità e persi nel sonno dei loro occupanti. Solo la fontana era viva ed era li solo per loro. Ogni zampillo, ogni gloglottio sembrava chiamarli. Erano accaldati, malgrado il ponentino. Il cemento e i sanpietrini avevano iniziato a rilasciare tutto il calore accumulato durante la giornata. In un attimo si erano trovati nell’acqua a ridere come scemi e a schizzarsi come fanno i bambini al primo giorno di mare. Nessuno dei due aveva l’età per ricordarsi il bagno che aveva fatto epoca. Per loro era stato un semplice cogliere l’attimo. Si erano spogliati di ogni remora e avevano trovato il coraggio di osare l’impossibile e il vietato. Coraggiosi solo perché erano insieme. La consapevolezza delle poche ore che avevano davanti prima del rientro a casa di lei aveva reso tutto più magico ed eccitante. L’adrenalina era salita a mille quando avevano visto il lampeggiante di una macchina della polizia che faceva la ronda nel quartiere. Si erano dati alla fuga appena prima che riuscissero a vederli. Avevano corso, inciampando sui sassi sporgenti del selciato sconnesso e non si erano fermati che a Piazza di Spagna. Seduti sulla scalinata avevano passato il resto della notte ridendo e scherzando . Il primo bacio era arrivato con le luci dell’alba , che salutava il nuovo giorno.
Davanti al caffé Greco , in fila per una colazione da favola, c’erano arrivati mano nella mano, persi uno dentro gli occhi dell’altra. Avevano un po’ di tempo prima di andare alla Galleria Borghese. L’ingresso sui biglietti era fissato per le 9, 30. Marzia ne aveva due visto che l’amica che doveva essere con lei all’ultimo le aveva detto che non poteva assolutamente lasciare il lavoro. Si erano tolti dagli occhi gli ultimi rimasugli della notte insonne, sotto il getto di acqua fredda alla toilette del caffé Greco. Si erano rinfrescati alla bell’e meglio e poi via di nuovo . Ritrovarono il Bernini nelle sculture custodite a Villa Borghese. Marzia aveva il cuore che le batteva a mille. Il Ratto di Proserpina lo aveva studiato e visto solo sui libri e trovarselo di fronte tradotto in realtà le aveva prodotto un’emozione fortissima. Di quei momenti, lui aveva conservato le foto che aveva fatto allora. Lei che guardava da sotto in su quella statua enorme , lei che gli sorrideva sbarazzina mentre indicava le mani affondate nelle carni di Proserpina, lei che guardava i soffitti con i loro affreschi ricolmi di fiori e frutti, lei statuaria e quasi irreale a fianco di Giuseppina Bonaparte del Canova e agli occhi di lui non meno bella. Uscirono dal museo che era già caldo. Avevano attraversato il grande parco alberato e dal Pincio erano scesi a Piazza del Popolo, per finire in una di quelle trattorie romane con le tovaglie a quadri rossi e bianchi che sembravano arrivare diritte dagli anni 60. Li aveva serviti una sosia della Sora Lella , che loro conoscevano più per i libri di ricette delle loro madri, che per il fatto di essere stata attrice e sorella di uno dei grandi attori di una stagione pazzesca ed irripetibile del cinema italiano. Si erano alzati un po’ brilli. Al solito l’Est Est Est aveva fatto il birbone. Scendeva come acqua, ma poi te lo ritrovavi nelle gambe e nella testa dopo non molto. Stavano bene anche perché si erano scoperti ebbri più di felicità che di vino. Avevano sentito ancora una volta il richiamo della Fontana di Trevi e ci si erano ritrovati quasi senza rendersene conto. Uno sguardo a 360 gradi, una foto ancora a lei e a quel suo vestitino bianco a fiori rossi che risaltava come non mai con alle spalle l’acqua cristallina e le grandi statue bianche sullo sfondo, poi il negozietto dove avevano deciso di regalarsi a vicenda una guida di Roma e una cartolina della Piazza di Trevi con la grande fontana in primo piano. Il treno era li li per partire quando erano arrivati di corsa alla stazione. C’ era stato solo il tempo di un abbraccio fugace e di un bacio sulla fronte, poi il vestitino con i fiori rossi era sparito nello scompartimento. Sergio non era riuscito a vedere Marzia che lo salutava da dietro il finestrino. Un raggio di sole cattivo e tagliente glielo aveva impedito. Non si erano mai più visti. Di lei, e per puro caso, lui aveva fissato in un ultimo scatto il cognome e l’indirizzo della sua casa a Bergamo. Lo aveva scritto sulla guida una volta che lui gliel’aveva data in Piazza dei Trevi. Se n’era accorto solo quando aveva stampato quelle foto. A quel punto era già lontano. Fuori dall’Italia. Un lavoro capitato per merito di un amico che aveva pensato a lui e che lo aveva tenuto negli Stati Uniti per tre anni. Quei due giorni erano stati presto dimenticati e le foto erano sparite sotto la mole delle tante che aveva dovuto scattare negli anni americani. Stava finendo di mettere a posto la libreria. Gli mancava l’ultima scatola di un trasloco che gli era sembrato più faticoso di sempre. “Sto cominciando ad invecchiare”, si ritrovò a pensare Sergio. Era appena rientrato a Roma e stava riordinando il vecchio appartamento fra sbuffi di polvere e pavimenti da lavare. Sotto due romanzi di giallisti svedesi vide comparire quella piccola guida di Roma a cui non aveva fatto caso da tempo. La sfogliò e una cartolina cadde terra. Ebbe un tuffo al cuore. La riconobbe e gli tornò in mente tutto. La Fontana di Trevi in quella calda giornata di fine estate, la ragazza nel vestito bianco con i fiori rossi, la felicità e la spensieratezza che gli aveva donato in quelle 48 ore vissute con una intensità mai sperimentata dopo in nessun luogo e con altre. Andò al computer per cercare la foto con l’indirizzo e non fu lavoro facile, viste le migliaia stivate durante quegli anni. Si emozionò alla vista di quella calligrafia netta e rotonda. Fu il cuore a guidare la sua mano mentre iniziava a scrivere sulla cartolina.
Ciao Marzia!!
Questa città è bellissima! Ieri sera uscendo dalla stazione ho rivisto la nostra fontana…ti ricordi? Ora l’hanno restaurata e è ancora più magica, specialmente di notte con le luci dal basso. Te la mando con un abbraccio per te. Avrò molto da lavorare ma cercherò di tornare al Museo che ti piaceva tanto…. quel giorno che sembravi una bambina in gita! Mi manchi e spero di rivederti
“Ah, ecco la fontana, qui, vicina alla stazione! Quanto tempo e` passato dall’ultima volta in questa citta`, anni e adesso un’occasione improvvisa: questo servizio fotografico, piovuto dal cielo, mi riporta in questo luogo magico che mi ha lasciato una ferita ancora aperta, dopo tanti anni… L’ho conosciuta qui Marzia, quell’infame! Non sono mai stato trattato cosi` da una donna. Quel visetto infantile mi inganno`, ci cascai come un imbecille, una storia finita male, del resto gli amori a distanza, si sa, non possono durare a lungo, ma con lei mi ero illuso… chissa`, se non avessi scoperto chi era, forse l’avrei sposata, quella bugiarda… Anni di sotterfugi, falsita`; certo io a Milano, lei a Napoli, come avrei potuto controllare, sapere fino in fondo che persona era… Poi, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, cosicche`, prima o poi, la verita` viene fuori! Vorrei che mi vedesse, qui alla fontana dove ci siamo baciati per la prima volta, mi vedesse cosi` come sono oggi, sempre un bell’uomo, almeno lo dicono le mie donne! Eh si, perche` da quella delusione, col cavolo che mi sono riinnamorato, ho imparato la vita orma i: due meglio di una, tre meglio di due… Ma questa fontana e` un po` cambiata, e` stata restaurata, decisamente piu` bella illuminata, anche se gia` allora mi pareva stupenda. Vorrei che Marzia mi vedesse proprio qui, magari in compagnia di una fata stratosferica… del resto potrebbe anche essere vero, mi sarebbe stato facile invitare Svetlana a trascorrere questo weekend con me, sarebbe corsa, tanto le piaccio! Ma voglio fare una cosa, mi voglio togliere questa soddisfazione, tanto so dove abita adesso Marzia, Gennarino me l’ha riferito. Quasi quasi una bella cartolina di questo artistico profluvio con due firme, la mia e quella di Svetlana. Gia` questo nome, la fara` rimanere di stucco… ah ecco, gia` trovata la cartolina giusta, mi appoggio un attimo al bancone e gliele canto come merita, la vendetta, cara mia e`un piatto che si serve freddo! Ok: “Ciao Marzia, questa citta` e` bellissima, uscendo dalla stazione ho rivisto la nostra fontana… ti ricordi? Ora l’hanno restaurata ed e` ancora piu` magica, specialmente di notte con le luci dal basso. Te la mando con un abbraccio per te. Avro` molto da lavorare, ma cerchero` di tornare al Museo che ti piaceva tanto… quel giorno che sembravi una bambina in gita, mi manchi e spero di rivederti, tuo per sempre Saturnino.
“Com’è strana la vita, che quando decide ti prende e ti fa roteare, ti avvolge su te stesso per farti imboccare strade che non immaginavi.”
Questo pensava Stefano mentre l’Intercity Roma – Perugia rallentava la sua corsa stridendo sui binari in prossimità della stazione. I finestrini erano bagnati da gocce di pioggia pesanti che scivolavano giù quasi a voler scavare dei solchi sui vetri appannati. Al di là, la città di Perugia era avvolta dagli ultimi bagliori rossastri del tramonto, che tingevano i tetti e le mura già rosse dei mattoni di gran parte degli edifici.
Una gioia mista ad ansia affiorò sulla pelle di Stefano, traducendosi in un lieve tremito sottolineato da brividi intermittenti mentre tirava giù il pesante bagaglio e si preparava a scendere.
Mentre aspettava, in fila dietro ad alcune ragazze americane coi capelli lunghi, rossi o biondi, con le lentiggini e grandi zaini sulle spalle, gli sembrò di avere fra le braccia Marzia, e di assorbire dalla pelle il calore di quell’unico abbraccio che avevano appena fatto in tempo ad assaporare pochi giorni prima della sua partenza per Perugia. E pensare che proprio lì, a Perugia, avevano trascorso gli anni più spensierati della loro vita, quando frequentavano il liceo classico e la sera si ritrovavano – dapprima per caso, poi, senza dirselo, volutamente – ai piedi di quella fontana medievale circolare, ornata da colonnine finemente lavorate, bassorilievi e piccole figure femminili di marmo, una diversa dall’altra. Dalla parte centrale, con tre ninfe in bronzo, zampillava abbondante l’acqua fresca, rumorosa.
Non erano soli, in quei pomeriggi di primavera o inizio estate: era facile per i giovani incontrarsi lì, c’era sempre qualcuno con cui scambiare due chiacchiere, fumare una sigaretta o sentire un po’ di musica.
Loro però, Marzia e Stefano, si erano sempre guardati con occhi speciali, e andando dritti all’essenza l’uno dell’altra avevano intrecciato in silenzio le loro anime. Senza mai diventarne consapevoli però. Nemmeno quella volta che avevano visitato insieme la Galleria Nazionale dell’Umbria, e Marzia era rimasta a bocca aperta ad ammirare tutti quei quadri fondo oro, le pale d’altare dei pittori medievali che brillavano di una luce soprannaturale nelle sale pietrose, fresche e buie del museo. Stefano aveva letto nel suo volto lo stupore candido e ingenuo di una ragazzina alla sua prima gita scolastica. Marzia era così, capace di stupirsi di fronte alla bellezza con sentimenti autentici e puri, e non ne faceva segreto.
Dopo il liceo però si erano persi di vista. Lei aveva scelto di studiare storia dell’arte a Roma, lui medicina a Milano.
Si erano incontrati di nuovo solo qualche giorno prima, del tutto casualmente, in Val Gardena, in cima ad una pista da sci sopra Santa Cristina, quando lui era rovinosamente caduto scendendo da una seggiovia e lei, arrivata subito dietro di lui, l’aveva aiutato a rialzarsi. Dopo essersi ripresi dal groviglio di sci e racchette si erano guardati in viso: “Tu? Che ci fai qui?” avevano esclamato insieme. E dopo essersi abbracciati, nonostante le ingombranti tute colorate, si erano subito scambiati i numeri di telefono con la promessa di non perdersi mai più di vista. I rispettivi amici, sconosciuti gli uni agli altri, li aspettavano a metà pista, e facevano ampi cenni con le braccia per invitarli a scendere velocemente e raggiungerli in fretta.
“Ma tu dove abiti, che fai?” era riuscita a dire Marzia, mentre impugnava le racchette.
“Ho appena vinto un concorso come cardiologo, pensa, proprio a Perugia!”
“Davvero? Mi manca così tanto! Io vivo ancora a Roma, lavoro al Ministero dei beni culturali. Non ci sono quasi mai tornata, a Perugia, ho così tanta nostalgia …”
Ecco, Stefano era ancora lì, in cima a quella pista da sci, con quell’abbraccio che gli riempiva l’aria davanti a sé mentre attraversava la piazza con la fontana e pensava che sì, la sua vita aveva davvero preso una svolta.
Glielo doveva dire, a Marzia, quanto era bella la loro fontana. E quanto le mancava. Magari le avrebbe scritto una cartolina … che diceva così:
“Ciao Marzia! Questa città è bellissima! Ieri sera uscendo dalla stazione ho rivisto la nostra fontana … ti ricordi? Ora l’hanno restaurata ed è ancora più magica, specialmente di notte, con le luci dal basso. Te la mando con un abbraccio per te. Avrò molto da lavorare ma cercherò di tornare al Museo che ti piaceva tanto … quel giorno che sembravi una bambina in gita! Mi manchi e spero di rivederti. Stefano”
ricostruire la storia tra due persone (Marzia e S.) che si conclude, un giorno, con queste parole di una cartolina:
Ciao Marzia!!
Questa città è bellissima! Ieri sera uscendo dalla stazione ho rivisto la nostra fontana…ti ricordi? Ora l’hanno restaurata e è ancora più magica, specialmente di notte con le luci dal basso. Te la mando con un abbraccio per te. Avrò molto da lavorare ma cercherò di tornare al Museo che ti piaceva tanto…. quel giorno che sembravi una bambina in gita! Mi manchi e spero di rivederti
Che bello perdersi in questo gioco a pelo d’acqua. Il fresco dal palmo si diffonde e ti senti trasportare fin dentro quel liquido che si fa accogliente.
La scodella è piccola e quindi immagini di diventare un lillipuziano per poterti stendere dentro, come si fa su un letto confortevole, ma trasparente e liquido.
Questo pensiero induce una sensazione di vago torpore. Vorrei dormire, abbandonarmi. Tanto già sono ad occhi chiusi e Morfeo è pronto ad accogliermi. Poi l’immaginazione è li pronta a fare il resto.
Al risveglio però il quadro cambia.
Vedo i colori, la forma, il sapiente decoro del piatto che racconta una storia che si tramanda di generazione in generazione, forse viene dalla notte dei tempi. L’Umbria ,dove l’ho acquistato durante un viaggio, sfuma mentre sento con forza il mistero aleggiare attorno a me.
Viaggio a ritroso nel tempo. Sono nel Mito. Sono nella Grecia degli Dei dai difetti umani che osservano dall’alto il brulichio degli esseri viventi e lo scorrere delle loro vite.
Ho davanti a me il Monte Olimpo. Sono sul Monte Olimpo. Vedo Giove con i suoi fulmini, Eolo con i suoi venti, Era con le sue gelosie. E io con questa scodella davanti divento di colpo Ebe coppiera. Nel piatto non c’è più acqua ma un liquido ambrato con un profumo che inebria. Tutti si avvicinano per berlo. Cercano l’estasi.
Scodella scodella… per quanto tu sia bella per me equivali a “matrimonio “! Vi racconto perché : un collega di mio padre, che si chiamava Marcello Metti ed era un toscanaccio doc, dagli occhi azzurri e la voce roca, che quando raccontava le sue famose barzellette lo sapeva fare anche in falsetto per catturare meglio l’attenzione dei golosi ascoltatori, mi regalò per il matrimonio un servito completo da 12 della Richard Ginori, indistruttibile.
Lo uso ancora tutti i giorni, privilegiando la praticità sull’emotività, e di conseguenza rappresenta 30 anni di vita, dal 1992 al 2022, anche se il matrimonio non c’è più mentre i piatti sì, quasi tutti.
In quella scodella mi è stato chiesto di mettere una mano nell’acqua… ho provato subito una sensazione sgradevole, di freddo, quasi di dolore.
Ho pensato che avrei tanto voluto l’acqua fosse calda. Ho provato un forte desiderio di sensazioni opposte, di immergermi tutta, completamente, in una piscina termale calda calda.
Il contatto della mano bagnata con l’altra l’ho trovato ancora più sgradevole: la destra, almeno, era rimasta calduccina… poi invece anche quella si è fatta umidiccia e inutile, e allora per disperazione ho cercato di immaginare la sensazione gradevole che le mie mani mi avrebbero dato se l’acqua fosse stata calduccia…
Insomma, stasera fra la scodella retaggio di nozze ormai svanite e l’esperienza dell’acqua fredda ad occhi chiusi è quasi una tortura…
La scodella della prima comunione – di Lucia Bettoni
La scodella della mia prima comunione L’ho comprata insieme a mio padre, io e lui, quasi sessanta anni fa Accarezzo con i polpastrelli l’acqua fresca, acqua da respirare, acqua gentile, acqua rigeneratrice Ho voglia di entrarci dentro, fluida come se fossi un pesciolino Immergo la mia mano: è bellissimo, è ancora più fresco, e il desiderio di scivolare più giù è forte Penso alla bellezza dell’acqua, l’acqua con la quale ho giocato tanto da bambina L’acqua del mio lago, l’acqua del fosso che attraversava i campi Con l’acqua e la terra modellavo forme che diventavano cubi o parallelepipedi: vendevo terra in panetti! Poi una mano calda si è unita alla mia Non ero più sola a giocare, c’era anche una mano forte, tenera, accogliente che si è unita a me in un incontro pieno di tutto, di tutto ciò di cui avevo bisogno: una mano amica Ma quanto è grande la mia scodella! Non avrei mai immaginato di poterci entrare in due Adesso siamo entrambe dentro, io e l’amica mia Stiamo bene, non siamo neppure sovrapposte, possiamo stare l’una accanto all’altra: io sempre un po’ più fresca, lei sempre un po’ più calda Una bella unione la nostra Una vera comunione
I piatti me li hai regalati tu zio, lo zio che ha cercato di salvare il mio nonno dalla fine che ha fatto.
Hai sentito il freddo di Fossoli, come sento io stasera in questo piatto fondo pieno di liquido ostile, i passi della Risiera di San Saba, il tuo cercare, il tuo non raggiungerlo mai, con i soldi nascosti nelle parti più tue.
Qualcuno da corrompere…spesso si trovava.
Acqua, lo dicevi anche tu, più gelo che acqua, scarpe poco adatte, in un febbraio freddo del 44….e quei camion che andavano, per chissà dove….
Ti ho rivisto nella scodella, che ho scoperto avere un numero…chissà che numero aveva tuo cognato, zio,…se han fatto in tempo a “timbrarlo”
Ho visto quel R.G. che è solo una marca famosa, non come me che ho le stesse iniziali…
…e con un’acqua fredda, che non si scalda mai, ho visto una leggera ragnatela, quella malattia della porcellana che ti ha colpita, scodella 174, quarantotto anni che stiamo insieme.
Me lo portasti tu, zio, te lo ricordi? Dicesti: te l’ho preso moderno, moderno come te…anche troppo e mi baciasti la mano, come si fa con una signora, io che signora non mi son sentita mai.
E ritorno con le mani nell’ acqua, ho freddo, mi sembra di esser quasi nuda in mezzo alla nebbia, vorrei gridare e non ci riesco, mi son sentita bagnata dalla testa ai piedi….mani le mie, freddissime, che hanno avuto stasera il brivido dei ricordi….quasi dimentico i Natali belli in cui ti uso, scodella con il bordo turchese e bleu, ho pensato a te Berto, a quel lungo viaggio, alla tua delusione di pietra, al tuo non avercela fatta.
Scodella, scodella bella, la scodella della Rossella….
Ora, l’ acqua sembra essersi scaldata, le mie mani no, sono un unico pezzo, unite in segno di preghiera, di dolore calmo, ho ancora molto freddo….
Tu avevi freddo zio??…..
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autoritratto di zio Alberto – foto di Rossella Gallori
Brevi cenni sullo zio Alberto: nasce alla fine dell’ ottocento, abbandonato agli Innocenti, viene dopo da più grande trasferito alla Madonnina del Grappa, dove studia e diventa ragioniere, brillante e ironico somigliantissimo ad un certo Alberto Rabagliati dell’epoca, per fisico e sorriso, diventa abile cartellonista pubblicitario …pittore a tempo perso….incontra mio nonno sposo giovane, con 2 cognate in casa, una fa per Alberto….insieme fonderanno un famoso negozio di tessuti….il suo nome è nel libro dei “giusti nel mondo”.
Per me resta lo zio che ha rischiato…sempre e comunque…..con il nonno non ce l’ ha fatta, con la zia si…..grazie zio….per tutto…grazie acqua fredda di un pomeriggio di mercoledì….
Non è una scodella, ma un piccolo posacenere. Di vetro. Ho cercato fuori della mia camera di albergo un piatto appeso mi sembrava di averne visti in uno scaffale di legno, ma forse si trovano al piano di sotto e non mi e’ facile prenderlo in prestito, devo accontentarmi del posacenere che c’è in stanza.
Avrei usato, a casa, una bella scodella del servito buono dei mie suoceri che abbiamo ereditato, fa parte di un assortimento per 12 persone ricevuto in dono per le loro nozze, ha un profilo in oro ,e una decorazione sul bordo con piccoli fiori celesti, sul tavolo appare raffinato ed elegante.
Ricordo di tanti momenti e pranzi in famiglia, viene usato con molta attenzione e solo in occasioni importanti perché è per noi prezioso e non va in lavastoviglie, complicando le abitudini sbrigative dei nostri giorni.
Manca solo un pezzo dei dodici e sulla tavola ci riempie di gioia e ricordi.
Invece oggi le mie mani hanno toccato un oggetto rotondo, con quattro scanalature sul bordo, per poggiare le sigarette, pesante, con delle calcomanie su tre lati.
E’ piacevole al tatto ma freddo e piccolo se deve servire per le due mani.
La mano sinistra ha avuto un brivido durante il primo contatto con l’acqua, poi si è rinfrescata e bagnata, la destra ha trovato un po’ di umidità e basta, si è accontentata, ho sentito che il calore della pelle asciugava presto le mani, e ho pensato alla bellezza di questo gesto e al contatto con questo elemento.
Amo molto l’acqua e le sensazione che dà sul corpo, come sulle mani, ho pensato quanto e’ preziosa e indispensabile per la vita e per il mondo.
Io mi bagno spesso anche in acque poco calde, qui, all’aperto fra la neve esco quasi ogni giorno per un bagno in una fumante vasca da idromassaggio.
Dopo le giornate al freddo e al sole della montagna non uscirei mai da questo tepore che accarezza e avvolge, la corsa a indossare l’accappatoio risveglia subito i sensi e predispone al rilassamento nella stanza dove posso leggere e ascoltare musiche, sollecitata da profumi e immagini che dalle grandi vetrate mostrano un paesaggio magico che si oscura pian piano illuminato dai bagliori delle luci che riflettono il banco della neve.
Sono affezionata a queste scodelle che uso tutti i giorni ormai da anni. Ne avevo diverse, ed erano state prese con i punti e, anche se ne ho rotte poche, ora la riserva è quasi finita. Potrebbero raccontare tutte le mie ricette buone e meno buone, il mio modo di sbattere le uova e montare chiare ed anche quanto hanno sofferto quando mia figlia ha iniziato a mangiare i primi passati di verdura. Ne ho scelta una non troppo nuova né troppo vecchia, ma comunque con dei graffietti grigiastri sul fondo. Ormai è questo il tipo di scodella che uso da diverso tempo, è molto semplice, bianca, lineare con un fiocchetto da una parte sempre bianco. Anche se ho altri tipi di scodelle in casa a queste sono molto affezionata e non riesco a cambiarle, perchè le stoviglie bianche mi piacciono, le metto in lavastoviglie senza pericolo che cambino colore o che si scoloriscano.
Chiudendo gli occhi e passandoci la mano dentro e fuori ho sentito che il bordo era in certi punti più largo e in altri più stretto, cosa che non avevo mai notato, ho riconosciuto il fiocchetto che ha su un lato ed anche una piccola sbeccatura nella parte esterna del bordo. Poi ho messo la mano sinistra nell’acqua, mi sono emozionata, avevo paura? Non lo so, ma ero molto titubante, e quando le prime dita hanno toccato l’acqua ho sentito una specie di brivido correre lungo la schiena, forse avevo paura che mettendola tutta nell’acqua debordasse. La mano ha sentito un fresco piacevole e allora si è rotolata in quest’acqua pulita, ma si sentiva sola e non si divertiva ma, quando ha sentito arrivare la sorella che l’ha accarezzata, hanno congiunto le dita, grogiolate in quell’acqua fresca si sono sentite contente stando bene tutte e due.
Accarezzo lentamente con due dita una vecchia scodella ricca di storie e di ricordi. Fa parte di un servito di porcellana Richard Ginori che mia madre acquistò appositamente per la prima Comunione nel lontano 1956 e che servì successivamente per le varie ricorrenze importanti.
E’ molto bello, fine, elegante con i suoi bordi smerlati e dorati che si rincorrono armoniosamente. Nelle fasce laterali sono raffigurati con tenui colori, tre ramages con uccelli del paradiso che sembrano bere l’acqua contenuta nella scodella.
Con la mano sinistra sfioro l’acqua in modo leggero: sento un brivido. Le dita tremano come percorse da una corrente. Per un momento mi ricordano il vibrare del ramoscello del rabdomante e ciò mi turba piacevolmente.
Spingo più a fondo la mano che incontra il fondo della scodella più freddo e consistente dell’acqua che nel frattempo si è leggermente intiepidita: acqua e mano, una sola cosa.
Sovrappongo la mano destra all’altra bagnandola leggermente, ma non sul dorso; poi le unisco come in preghiera, le sfrego per asciugarle e sento l’acqua che viene assorbita dalla pelle, ammorbidendola.
Come un lampo un ricordo si fa largo nella mia mente: il nonno che versa gocce di olio nell’acqua della scodella e una bimba che chiede “ Perchè – Quando sei stanca o hai mal di testa fai come me e guarda senza pensare a niente le gocce di olio che si allargano senza mischiarsi all’acqua e, mentre loro si allargano, i tuoi malesseri passano e ti sentirai bene , più calma e serena. Capito nonno, ciao!”
Ora ripongo la scodella al sicuro per non combinar guai e ritorno insieme alle mie care “matite”.
Sei Da-Tanto-Tempo Scodella, qualche graffietto, meno candida al centro; ti racconti con le tue rughe e le tue borse sotto gli occhi, con il tuo colorito invecchiato. Però più di tante altre scodelle, quelle moderne, di design contemporaneo, sei capace di contenere acqua e in quest’acqua accogliere i miei polpastrelli, sorreggerli come piccoli gommoni in mezzo al mare, fai sentire la mia mano leggera, cara Da-Tanto-Tempo Scodella, la fai sentire così leggera che sogno la spiaggia, il mare, i bagni distesa sul filo dell’acqua che mi trasporta.
Poi mi immergo e tu cara Da-Tanto-Tempo Scodella mi fai sentire benissimo, mi ci fai entrare tutta contenendomi però benissimo, mi fai sentire protetta, proprio come per chi inizia a nuotare allungare un braccio e trovare il gommoncino che lo salva.
Con l’altra mano ci si sta stretti, ma va bene così, sciaguattiamo un po’ e poi usciamo.
Proprio ora diventi magica, una ampolla di Acqua Santa, la Chiesa. Il Sacerdote, la Santa Messa, il Battesimo, le mie mani che benedicono il mondo.
È incredibile questa sensazione per una come me, che con la Chiesa Cattolica non ha mai avuto un buon feeling, ma il battesimo, la purificazione, l’inizio di un nuovo percorso stanno esercitando su di me un fascino incredibile.
Grazie per questa emozione, cara Da-Tanto-Tempo Scodella.
E’ principalmente azzurra con fiorellini blu e una farfallina sul fondo. E liscia al tatto, non ha grumi ed è piacevole sentirla sotto le dita che la esplorano. E’ stata appena comprata, non ha ricordi. Se metto la mano nell’acqua metà resta fuori poiché la scodella è piccola ma il suo contatto sulle mie dita è gradevole, gentile, fresco e leggero come se mi si fosse posata sopra una delicata farfalla che mi fa un po’ di solletico. Sensazione tutt’altro che brutta anzi deliziosa. Congiungo le mani e la freschezza dell’acqua raggiunge l’altra, ancora calda che si raffredda, pian piano ma piacevolmente e un ricordo riaffiora nella mente: vedo il mare immenso, azzurro calmo, liscio come l’olio dove giornalmente mi tuffo felice come un piccolo pesce rincorso da altri che non danno tregua. La sensazione con l’acqua è di felicità, di gioco, di libertà. Ormai sono tanti anni che non percepisco più queste sensazioni.
Un materiale liscio, scivoloso e colorato: fa pensare a un utilizzo per materiali morbidi, da non tagliare, che non si producano strisce o graffi, non è piatto da strappi, ma da soffi e da lingua, non da denti. Quando si riempie d’acqua si riempie di un liquido rosa, come se il colore del piatto fosse ceduto al liquido, come se tutte e due avessero cambiato stato: la ceramica diventa molle e l’acqua diventa ceramica. Acqua che accarezza, che sostiene, culla e disseta, anche se non se ne inghiotte arriva la soluzione alla sete dal tatto, dalla pelle che si ammorbidisce e si rinfresca dalle dita, che si allungano e si distendono. Ad occhi chiusi si beve dai mignoli che quando si compattano destro contro sinistro diventano una zattera in un mare fresco, pulito e casalingo e bevono le radici aeree della nostra pianta, bevono per calmare i sensi e per far fiorire le gemme perché il ramo non era secco e l’acqua fa miracoli. Acqua benedetta, potrebbe essere tutta benedetta l’acqua della nostra vita, acquasanta che ci si accorge dei miracoli che fa solo quando manca.
Riflessione successiva
Mani sorelle nella scodella – di Stefania Bonanni
Mani sorelle, e davanti scodelle.
Scodelle di casa, ripiene di vuoto.
Gli occhi son chiusi, il vuoto è riempito di materia divina, che piove dal cielo, sfama la terra.
Mani costrette toccano timide il margine dove l’acqua diventa aria, e spaccano il velo che distacca e separa.
La carne si bagna, il brivido scuote, gli occhi vedono fiumi, mari, laghi, di cielo e di stelle specchiate, di lune e tramonti riflessi, di giochi, di schizzi e di giorni leggeri, nell’acqua, con l’acqua.
Acqua magica, che accoglie le mani e fa volare lo spirito. Acqua che benedice la vita, che è linfa e fa crescere, fiorire, sbocciare, profumare. Acque che si rompono, e sbarcano alla vita uomini e donne nuove. Acqua che porta via lo sporco, fa risplendere e lucida. Acqua che si mescola e diventa pane, sfama.
Acqua dentro di noi, che scorre con il sangue nelle vie tortuose delle strade sconosciute che ci abitano.
Acqua come uomini, perché non sempre è buona. Non fa crescere tutti nello stesso modo, ed anche il pane non c’è per tutti. Neanche l’acqua c’è per tutti, e chi deve solo girare una maniglia per farne uscire un fiotto, spesso non la riconosce, e la sciupa. E quella di troppi mari si è portata via, giù nel profondo, umanità disperatamente alla ricerca di un posto nel mondo dove vivere.