Amica irraggiungibile di Tina

Una amica ammirata e irraggiungibile – di Tina Conti

foto di Tina Conti

Mi fu regalato per il compleanno non so di quanti anni fa, l’abbonamento  al MENSILE DI FIORI; PIANTE; ORTI E GIARDINI: Gardenia.

I primi tempi lo aspettavo con trepidazione, temendo sempre che qualcuno me lo rubasse dalla cassetta della posta dove sbucava per metà.

Poi, me lo portavo per casa e cercavo ispirazioni, volevo un cancellino per l’ orto  di legno di nocciolo intrecciato, mi ispiravo alle composizioni di fiori, imparavo nomi e ricette di cucina, leggevo le belle storie di MARIO PAGANI.

Dei consigli del Pagani ho fatto grande tesoro, rivelavano senso pratico e non scoraggiavano mai perché raccontavano anche le sue sconfitte.

Nell’ultimo numero racconta dei suoi nuovi vicini, la storia è molto divertente, perché  scrive di una coppia che viene a vivere in campagna, tormenta continuamente il sindaco perché il gallo del vicino canta, la maestra della vicina scuola porta nel prato gli allievi a fare esperienze con piante e animali.

Ha il premesso di recintare la proprietà, di tagliare il grande gelso sul quale nuvole di uccelli si fermano a cantare,  e poi con un cane aggressivo si sente al sicuro mentre quello distrugge tutte le piante rimaste.

Poi , stanchi e delusi, vendono tutto e la maestra toglie la recinzione, ripianta il gelso e vive contenta  la sua nuova casa in armonia con i vicini.

Per lungo tempo ho scritto e disegnato il BIGNAMI  del maestro.

Un piccolo quaderno con ricette disegni e consigli divisi per stagioni.

La parte però più intima e condivisa era quella dove leggevo di PIA

Ridimensionava la mia bramosia, mi faceva scoprire emozioni e cose sulle quali io non mi fermavo.

Rivelava una sensibilità che mi era molto vicina e siccome il suo podere si  trovava a LUCCA, ho pensato tante volte di andarci.

Per me è terapeutico visitare garden , orti, giardini.

Nei suoi scritti ho trovato tanta cultura, storie, riferimenti, la sua pagina in fondo alla rivista , spesso era accompagnata da illustrazioni ad acquerello.

Nella foto che ho trovato appare colorata, abbracciata al suo bel cane.

Si vede dietro una porta finestra colorata di azzurro, e tanti fiori intorno, si legge una armonia naturale, ascoltata, coccolata.

I capelli da un lato del viso,con gli inseparabili stivali ai piedi.

Quando racconta ci sentiamo accolti, considerati, amici.

Questo si prova anche nei suoi libri, piacevoli, vivaci, umani come il suo cammino.

La foto scelta da Simone: i piedi

SCOOP IN PAPUASIA di Simone Bellini

Sensazionale scoperta scientifica; sono stati avvistati in uno sperduto villaggio nella giungla della Papua in Nuova Guinea un popolo di quadru-piedi, uomini con quattro piedi !!!

-Quando li avvistai- spiega lo scienziato scopritore- rimasi allibito, scioccato da tale scoperta. In un primo momento fummo entrambi sorpresi, poi loro scoppiarono in una fragorosa risata indicando i miei “soli” due piedi. Ci misero un po’per venirmi incontro perché ad ogni passo un piede pestava l’altro facendoli cadere ripetutamente. Questo perché i piedi non erano rivolti nella stessa direzione ma in contrapposizione l’un l’altro, mi trattenni a stento dal ridere e li salutai amichevolmente.

Mi invitarono al villaggio accogliendomi come uno di loro, curiosi di capire come potessi muovermi su due gambe sole.

Si muovevano tutti velocissimi. Le donne sembravano danzatrici di “beriozka“russe muovendo i piedi in tutte le direzioni mantenendo il busto fermo. Avevano sviluppato un metodo per utilizzare le direzioni opposte dei piedi senza inciampare, ciò veniva utilizzato anche dagli uomini in un gioco simile al nostro calcio, con azioni fulminee e imprevedibili nel capire quale direzione avrebbero preso.

Per non parlare della velocità che avevano nel pestare l’uva per fare il vino.

In acqua poi andavano più veloci dei pesci che pescavano.

Ogni giorno era una scoperta continua su questo incredibile popolo.

 Venne il momento della nostra partenza, dispiaciuti di lasciarli ma grati della loro amicizia. Ci accompagnarono alla barca che ci avevano preparato, era senza remi e senza vele, come avremmo potuto navigare senza nulla ?

Uno di loro spinse la barca al largo, poi cominciò a roteare quei quattro piedi così velocemente che la barca s’impennò, sembrava un “offshore” e in poco tempo arrivammo a destinazione.   

La foto scelta da Cecilia: dal vetro

Attraverso il vetro – di Cecilia Trinci

La ragazza col vestito giallo è sua figlia.

L’aveva notata un paio di mesi fa  per le strade vicino a dove era andato a vivere. Lui camminava senza una meta precisa, in cerca di un bar diverso dove annacquare l’amarezza,  aveva alzato gli occhi dalla tristezza solita di quelle ore, quando accettare la realtà sembra quasi impossibile e l’aveva vista.

Lei camminava da sola, aveva qualcosa di familiare nel muovere il vestito, nel girarsi di tanto in tanto a specchiarsi nelle vetrine, nel muovere i capelli facendoli ondeggiare come una marea leggera.

Quel giorno aveva un vestito verde.

Stasera l’ha vista di nuovo, entrare in quel negozio con un’amica insignificante. E’ stato attratto da quel muovere la testa senza spostare le spalle, quel camminare a lunghi passi, come una piccola antilope nel deserto.

La luce le batte in faccia, ora, sotto le lampade del negozio. Ride e l’amica le dice qualcosa nell’orecchio e lei ride a testa indietro, muovendosi tutta in una vibrazione di felicità.

E’ ipnotizzato. Quasi non respira per paura di vederla scomparire.

Aveva forse dieci anni l’ultima volta che l’aveva vista.

Si era chiuso la porta alle spalle quel giorno e non era più tornato indietro.

La madre era stata tassativa: mai più! e dentro ci aveva messo tutto quello che era stato in comune, anche la figlia.

Non ne aveva sentito la mancanza. Una bambina difficile con i suoi pianti incontenibili, le sue esigenze, le scarpe da comprare, i libri, la scuola, sua moglie che gli urlava dietro i doveri e le incombenze.

Non aveva mai rimpianto quel giorno.

Meglio la vita del bar, del “domani è un altro giorno”, delle sue poche esigenze essenziali.

Eppure ora è lì, incantato davanti a quelle due creature leggere, ridenti. Sente un macigno scoppiargli dentro, da qualche parte, sente un forte desiderio di abbracci, di appoggiare la testa pesante di alcol in quei capelli leggeri, sicuramente profumati.

Spera che si volti, che lo veda. Ma se così fosse dovrebbe fuggire e allora spera che quel momento duri per sempre. O almeno qualche attimo ancora.

Assorbe tutto il giallo che può del suo vestito, fa il pieno delle risate, dei sorrisi, dei capelli ondeggianti sulle spalle. Poi sono loro due che spariscono per prime nella notte.

La foto scelta da Anna: i piedi

I PIEDI – di Anna Meli

            Quattro piedi, quattro cammini diversi, quattro vite diverse; tutte uno stesso percorso simile e differente nello stesso tempo.

            Si erano conosciuti in un lontano giorno in un campo profughi dove erano giunti bagnati e stanchi. La loro conoscenza era avvenuta attraverso gli sguardi provati dallo sconforto poiché i loro dialetti e le lingue diverse non glielo avevano permesso.

            Erano stati separati per i primi soccorsi, ma ciò non aveva impedito loro di ritrovarsi il giorno seguente. Era come se un filo si fosse impadronito dei loro pensieri. La solidarietà si manifesta soprattutto nella sventura.

            Avevano cominciato a dialogare con poche parole e molti gesti e si erano scoperti accomunati da un’unica esperienza: la fuga. Chi scappava dalla guerra, chi dalla miseria e dalla fame, chi dalla persecuzione politica e chi, troppo giovane per capire, si era ritrovato in un gruppo senza sapere il perché spinto da altri miseri come lui nella ricerca di quel benessere gratuito di cui si parlava come in una favola.

            Non era piacevole la vita nel campo e ognuno sperava che presto finisse per avere la possibilità di tornare padroni della propria esistenza e tentare di ricominciare altrove.

            Un giovane, un ragazzo, una donna e un vecchio erano lì a piedi scalzi nella polvere; le scarpe le conservavano per l’eventuale partenza. Il resto del loro vestire non era egualmente importante. Chissà quanto avrebbero dovuto aspettare ancora per andarsene!?

            Si erano guardati i piedi sporchi e malconci e in un gesto spontaneo, a due a due ne avevano unite le dita formando una croce…la loro vita. Un solo momento e tutti e quattro avevano rialzato  la testa, si erano guardati comunicandosi con un leggero sorriso che non sarebbe stato sempre così.             Quei piedi dovevano camminare ancora, lottare ancora per realizzare le loro aspettative e i loro sogni.

La foto scelta da Sandra: la vetrina

Attraverso i vetri – di Sandra Conticini

Ecco il solito vecchio bacucco con i capelli colorati di nero che fa finta di guardare una vetrina. Invece ha adocchiato due ragazze asiatiche, belle, carine e ben vestite che tranquillamente fanno la loro spesa.

Saranno venute qua per studiare la lingua, ma soprattutto saranno interessate alla moda o all’arte, perchè Firenze è una città dove ci sono scuole specializzate in tutti e due i rami.

Non credo che le ragazze siano  consapevoli di essere state seguite da un italiano con delle idee bellicose.

Perchè questi uomini non troppo giovani né troppo vecchi non capiscono che si rendono ridicoli agli occhi degli altri, ma soprattutto del mondo, pensando di essere sempre belli aitanti ed illudendosi che  per loro il tempo non passi.

La foto scelta da Stefania: la città

La città nel buio – di Stefania Bonanni

Le luci di notte svelano il buio.

A Gotham City la notte è nera, l’aria è nera, le auto sono nere, gli uomini sono vestiti di nero.

Forse, ci fossero state donne a giro per le strade di notte, sarebbero state colorate. Le scritte a colori, in alto, sono pubblicità: massaggi, cera per scarpe, piselli surgelati, carta igienica, assorbenti con le ali. Son così in alto che sono visibili solo dal grattacielo dirimpetto, che è rimasto vuoto. Gli abitanti, stufi di vedere sempre e solo l’assurdo panorama, oltretutto lampeggiante, se ne sono andati. Hanno lasciato una scritta sul muro: meglio il buio. Meglio il buio che vederci chiaro. Avessero visto bene, avrebbero notato le tasche rigonfie degli otto uomini neri. Avessero visto meglio, si sarebbero impauriti. Li avrebbero visti scendere dalla macchina nera: cinque uomini di statura media, poi uno piccino che doveva essere stato a sedere in mezzo ai seggiolini dietro, poi due usciti dal cofano, che si srotolavano come contorsionisti, poi uno che era in collo ad un altro, e già questa era una di quelle cose che “prima” facevano certe donne. Che sia un’evoluzione della specie? O un sussulto di femminismo sulla scena del crimine?

Perché di scena del crimine si tratta, questo è fuori dubbio. Si sentirà parlare di questo San Valentino, così come è stato per quello di tanti anni fa. Da un momento all’altro tireranno fuori l’artiglieria, e si sentiranno cantare i ferri.

E passa mezz’ora. Nulla.

E passa un’altra mezz’ora. Nulla.

Il pericolo è che passi altro tempo, e la notte buia schiarisca. Perché, con l’alba, tutto prende un altro sapore. Il nero è meno nero. Il rosso è meno rosso.

All’improvviso: eccolo. Il segnale tanto atteso.

Dall’angolo della strada sbuca un venditore indiano con in mano un gigantesco mazzo di rose rosse, che consegna al primo degli uomini neri in fila.

A breve, quattro di quegli uomini stringono emozionati al petto rose rosse, e tutti ed otto entrano trionfalmente nel ristorante cinese al pianterreno del grattacielo, per festeggiare un San Valentino romantico, che più romantico non si può.

La foto scelta da Nadia, come un quadro

Come in un quadro di Edward Hopper – di Nadia Peruzzi


Sembra un quadro di Hopper. L’ho scelta per questo.
Mi hanno attratto il gioco di oscurità e ombre al di fuori, e le luci su alcuni particolari all’interno del negozio.
L’uomo con le mani in tasca sembra cercare qualcosa. Ma è molto più di quello che potrebbe trovare in quel negozietto che sicuramente vende un po’ di tutto.
Sembra attratto da quel po’ di luce e di vita che vede muoversi là dentro.
Le due ragazze sono vive, si parlano. Forse stanno scegliendo qualcosa dagli scaffali, forse si stanno raccontando di ciò che hanno in mente di fare più tardi. Da sole o in compagnia.
Lui osserva da fuori.
Solo.
Come se fosse seduto in una sala cinematografica e vedesse scorrergli davanti i fotogrammi di un film che per un attimo si è bloccato su quel negozio e su quelle due figurine.
La ragazza vestita di giallo lo attrae. Sembra un raggio di sole caduto sulla terra che ha la capacità di illuminare un piccolissimo punto in una notte per il resto scura, cupa, piena di ombre.
Ombra fra le ombre, pur nella sua calma apparente sembra un uomo molto solo che cerca di ingannare il tempo.
Vuol prolungare il più possibile lo star fuori da una casa poco accogliente o fuori da un hotel 5 stelle super nel quale alloggia quando arriva in città per lavoro.
Hotel pieno di confort rispetto alla casa anonima, anche se arredata a suon di griffe e di graffe di grandi firme del design di ultima moda.
Hotel di classe asettico, con le mura che trasudano di spaesamento da mondo indaffarato che corre e si arrabatta fuori, che sa di lunghe ore passate su un PC a leggere le quotazioni di borsa, il valore delle materie prime quelle su cui  poi fare scommesse miliardarie. Alta finanza insomma in grado di affamare gran parte del globo con un click sulla tastiera e molto pelo sullo stomaco.
In piedi osserva. Non agisce.
Probabilmente dietro alle sue spalle un intero mondo di umani si muove a ritmo incessante. Avanti e indietro. Una folla anche rumorosa che qui resta in disparte, come non esistesse. Invisibile con il fardello dei propri problemi, le proprie ansie, i propri sogni e la fin troppa miseria.
Chissà chi sarà quest’uomo?
Troverà qualcuno che glielo chiederà?
Penso di no. A vederlo da dietro, così fermo a osservare una scena così normale come quella che ha di fronte, sembra volersi aggrappare a quella normalità, che per lui non deve essere abituale.
È vestito come noi ma potrebbe in fondo, anche essere un alieno in doppio petto, che prova a capire cosa sia il nostro mondo, con la sua astronave parcheggiata dietro l’isolato.
Oppure qualcuno che entrato in una macchina del tempo ha fatto uno scarto di qualche anno indietro, ritrovandosi in una dimensione che non è del tutto la sua.
Sembra prendere atto di ciò che vede, più che gioirne.
Non si vedono i suoi occhi, le sue espressioni. Quelle potrebbero aiutarci molto a capire anche qualcosa della sua anima.
Così prevale la sensazione che si prova di fronte ad alcuni dei quadri di Hopper. Per quante persone e oggetti lui raffiguri, a colpire è il senso di solitudine estrema dei personaggi e della scena in cui si muovono.
Anche gli oggetti per quanto li possa colorare, non hanno vivacità, fanno da controcanto a questa solitudine e la rendono assoluta.
Del resto il poeta non scrisse “ Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”?
La sera è arrivata. È più notte che sera. Notte anche profonda a vedere l’oscurità che avvolge il nostro uomo.
Cinese? Occidentale?
Rimane un mistero. È un essere umano che forse sta solo guardando la sua immagine riflessa nel vetro del negozio e ciò che vede non lo soddisfa nemmeno un po’.

La Foto scelta da Rossella G.: le ragazze

TRE – di Rossella Gallori

La notizia arrivata in modo strano, lasciò freddo, molto freddo.

La foto riemerse da un cellulare che non c’ era, avvolta nella nebbia, che poi era sole, raggi di sole.

Il sale era stato lavato dai mesi autunnali, dal cazzeggio di un settembre/ottobre, tardi per essere estate, presto per esser Natale…

Anni di differenza, pochi, portafogli diversi, mariti disuguali, dialetti sconosciuti l’ uno all’ altro.

Eppure si erano trovate, due con lo stesso nome ed una con un nome doppio, altisonante, nobile  di casata, sabauda nelle origini, la ricordava bene lei, che era la superstite: con il Moetchandon mignon, nel borsone di paglia, insieme agli spinelli, ad una matita per gli occhi turchese ed al biberon per la bimba, i costumi firmati sotto, sopra, il copricostume abbinato, il cappello di paglia in tinta con gli occhi: immensi e azzurri….da gatta incazzata, dal volere tutto e subito e da ottenerlo, sempre

 Risate mal contenute, le loro in un alternarsi di: aiuto affogo, ora basta nhe ….e stasera champagnino o pizza?

Giornate dalle grida e i silenzi improvvisi, alternati agli scherzi da bimbi per i bimbi.

Nella foto lei è quella che ride, forse sghignazza…

L’ altra, al centro dell’ immagine, è una dei due nomi uguali: austeramente ruspante, coperta anche sulla spiaggia da magliette un po’ maschili dalle scritte buffe, un libro in mano, sempre, che forse non leggeva ma dava tono, la borsa da mare ricavata dai jeans, dentro un tritio di cose: cremoni, cibo, carte da gioco e acqua per il suo bimbone:  c’ha sempre sete, l’ è una spugna, se un ci penso io…..e i su babbo pesca, pesca, ma icche pesca.

Diceva di sé che da bimba era così bella che l’ aveva esposta in vetrina il fotografo al paese.

Ridevano in tre e sembrava una bocca sola, la foto sembrava più nitida, ora, con i ricordi per contorno ed i sogni per dessert.

Era novembre, si un “Un bellissimo novembre”  avevano mollato la ciurma: marito, figli, cani, gatti ed erano partite per ritrovarsi, treni diversi, valige  fatte di corsa, quando si è giovani serve poco, anzi meno; la stessa meta, che forse era Venezia, dove non arrivarono mai, si fermarono a Mirano, in alberghetto affollato e casinoso, come loro, con i loro trent’anni, come il loro parlare fitto fitto, ed il ridere di nulla, fotografato in un giorno di quaranta anni fa, con il sole che sembrava nebbia e la nebbia sole.

O forse era solo una foto sfocata di sentimenti.

La” superstite” aveva ancora quello scialle, uno scialle triste, senza sorriso, era troppo ieri e lei era solo il nome uguale ad un altro ed una foto, si era solo troppo ieri.

Incontro in Biblioteca: Alba Donati, “La libreria sulla collina”

Biblioteca Bagno a Ripoli 17 febbraio 2023

Saper sognare – di Cecilia Trinci

La Biblioteca si riempie piano piano.

Via via che il pubblico cresce trovo qualcuno da salutare. O qualcuno mi saluta.

Dopo una breve attesa arriva anche  Alba Donati e piano piano racconta il suo sogno, come è arrivato, come si è realizzato. Dice che non è stata sola, che un manipolo di sconosciuti l’ha finanziata attraverso il crowdfunding lanciato su facebook. Una richiesta che ha trovato echi, anche lontani. Hanno risposto in tanti. L’hanno aiutata e l’aiutano le persone del piccolo paese di Lucignana, sulla montagna sopra Lucca.

E così lei il suo rifugio tra le stelle lo ha costruito: una piccola libreria conosciuta ormai dappertutto, anche oltre l’Italia.

Mi domando perché certi sogni sono così forti.

Mi domando perché certe donne così piccole e apparentemente fragili sono così forti dentro. Cercava “un posto dove appoggiare il cuore”, dice, e il cuore lo ha appoggiato.

Piango in segreto per il cammino solitario che abbiamo fatto noi, per le similitudini che vedo dentro un sogno un po’ vicino al mio.

Rivedo persone che frequentavo prima del Covid, prima di quel giorno in cui all’improvviso tutto si è lacerato facendoci entrare in un buio totale.

Abbiamo dimenticato quel periodo buio, durato troppo per il nostro stato generale di salute psichica, e ora lo abbiamo esorcizzato. Ma lui c’è stato, si è infiltrato nel sangue, nel cervello. Soprattutto lì ha fatto bei danni.

Eppure siamo qua. Eccoci, stiamo tornando. Un po’ timidamente, come lumachine che sentono il primo sole, alzando le antennucce bagnate e curiose.

La mascherina la metto o no? Non importa più.

Ascolto titoli di libri che Alba ha adorato: “Cose che non ho mai buttato via” e il nostro Vilas, “In tutto c’è stata bellezza” su cui abbiamo invece lavorato forse 4 anni fa. I libri di Pia Pera, la sua scrittura con la SLA mi fa pensare al Diario di Maura che ho ancora in bozza inedita nel mio computer.

Qualcuno si riconosce in certi lati del suo racconto, vedo donne, (soprattutto donne, più coraggiose e curiose), che si avvicinano, vogliono andare a trovarla a Lucignana, scoprono amicizie comuni, esperienze simili.

Uscendo, Tina racconta la canapa e la sua casa illuminata di nipoti e ancora la bellezza di Pia Pera, che non conoscevo…

Le sinapsi si stirano, sbadigliano e forse lentamente riprendono un cammino.

Fuori ci sono le stelle.

La foto scelta da Rossella B.: le ragazze

Le amiche – di Rossella Bonechi

Eravamo finalmente riuscite a metterci d’accordo sulla data e non era stato facile! Ma avevamo conquistato un giorno tutto per noi, da tanto evocato, discusso, sognato e desiderato. Alla soglia di una nuova scadenza annuale che sembrava stavolta irraggiungibile, ho ricercato la prima istantanea: le mie tre amiche che di nascosto ho fotografato mentre guardavano ammutolite il mare; un attimo baluginato tra una corsa verso la battigia e l’arresto improvviso difronte all’immensità.

Ricordo che scattai in fretta, immaginando cosa stessero pensando: Milena, la prima a sinistra, sicuramente si stava ripromettendo di tornarci quanto prima (era troppo bello!), Patrizia, al centro, forse si chiedeva se il sole le avrebbe accentuato le lentiggini (erano così infantili!) e Angela, a destra, chissà se pensava alla frittura mista (che fame, come sempre!).

Al rientro, in macchina, decidemmo di rifarlo ogni anno, per celebrare la nostra amicizia, la vita, la libertà da tutto anche solo per un giorno ma condivisa con le amiche di sempre.

E ogni volta, da allora, ho scattato una foto. Eccole qui: quella dell’anno in cui Milena aveva il pancione, questa in cui Angela si sistema il foulard che regge il gesso del braccio al collo. Come non notare le tempie che ingrigiscono, i corpi un po’ appesantiti, i vuoti degli anni in cui non siamo proprio riuscite a rivederci tutte insieme, vuoti che si intensificano negli ultimi periodi.

Ma quest’anno sì, ce l’abbiamo fatta di nuovo, tra pochi giorni si parte! Non importa se una ha il bastone e vacilla, se l’altra ha ancora un’ombra nera di perdita negli occhi o se io non ho più la mano ferma e la foto tremerà un po’: noi ci siamo ancora e qualsiasi immagine verrà fuori loro saranno sempre le tre biondine immobili a rimirare il mare.

Le mie amiche.

La Foto scelta da Carla: i piedi

Piedi destri (e un sinistro)- di Carla Faggi

Indovina indovinello quale foto ho scelto di bello?

Di seguito alcuni indizi:

Non siamo giovani ma neppure vecchissimi.

Amiamo, se possibile stare in coppia ma abbiamo scelto di non esserlo ora.

Perché? Perché a volte essere in coppia preclude nel gruppo, elasticità di movimenti, libertà di gaffe, scoglionamento spontaneo.

Questa scelta di esserci ora al singolare significa proprio questo: esserci con le proprie imperfezioni, con le proprie callosità e con la propria nudità.

Veniamo da lontano, proprio perché non giovanissimi, e ci siamo fatti male negli anni, posizioni sbagliate con la testardaggine di andare fino in fondo e poi accorgersi che la nostra perseveranza è diventata patologia.

Non siamo stati mai capiti fino in fondo, troppe volte sottovalutati, costretti da rigide e strette convinzioni a modificare la nostra natura ed ad adattarsi a situazioni scomode.

Abbiamo sofferto ma siamo andati avanti convinti che giunti alla meta saremmo stati ricompensati.

A volte è successo ma non sempre.

Ma noi sempre lì, pronti a ripartire da capo, ad adattarsi agli spazi che ci vengono concessi, mai diciamo no perché sappiamo che senza di noi tutto sarebbe più difficile.

Nella foto siamo ad una seduta di terapia di gruppo, il nostro terapista il dottor Podolog ci sottoporrà a dei lavaggi caldi terapeutici, per poi procedere all’epurazione di tutto ciò che si è indurito nel nostro percorso. Quindi correzioni di atteggiamenti sbagliati con supporti esterni. Per finire saremo abbelliti da colori sgargianti.

Al termine della terapia di gruppo saremo pronti per tornare dalle nostre sinistre.

Racconto in treno di Gabriella (a Rossellina)

Cartoncino: Spiaggia  di bicchieri rotti

di Gabriella Crisafulli

 Il treno procedeva con il suo movimento ondulatorio. Lei si addormentò felice di potersi abbandonare nelle braccia della poltrona: era stanca, era sempre stanca perché aveva sempre un gran daffare ma adesso si era presa questo tempo tutto per sé. Quando si svegliò i posti intorno a lei erano stati occupati e si trovò di fronte una donna molto più giovane di lei, tutta intenta a scrivere sul suo taccuino. La guardò con attenzione i capelli grigi accentuavano la sua giovinezza e il giallo e il rosso del suo abbigliamento comunicavano allegria, chissà se poteva parlarle, se le poteva raccontare lo scopo del suo viaggio, o meglio la scusa che si era data per fare questo viaggio: stava tornando a Tropea dopo più di trent’anni e desiderava solo  visitare  le rive fatte di tutto ciò che di rotto, frantumato, spezzato ma poi levigato, tornava indietro dal mare. La signora continuava a scrivere e lei aveva una gran voglia di raccontarle o di chiederle se era mai stata a Tropea, di raccontarle la sua arte povera, fatta di quello che il mare le consegnava, che gli umani scartavano e che lei trasformava. Poi tutti le chiedevano: e questo cos’è?

Racconto in treno di Anna (a Sandra)

Cartoncino: cipolle rosse

di Anna Meli

Primo pomeriggio di primavera: un sole tiepido accarezza la pelle e i miei pensieri. Stazione di Rifredi: arriva il treno che mi porterà a Certaldo in val d’Elsa in visita ad una vecchia e cara zia. Salgo i due scalini e mi dirigo con passo incerto verso un posto libero dove potermi sedere.

            Il treno si muove lentamente dandomi modo di vedere, al di là del finestrino, immagini in corsa: rotaie dismesse, vecchi vagoni arrugginiti e ridipinti con immagini fantasiose, fili che si intrecciano e che spariscono velocemente col procedere del treno.

            Poco distante noto un posto libero e lì mi siedo, sistemando però prima il mio borsone pieno di cose per la zia che, al ritorno sarà pieno di cose per me.

            Di fronte ho, una signora  che sta sfogliando una rivista; per non disturbarla mi limito ad un “ buonasera” appena sussurrato.

            Immagini rilassanti scorrono fuori: campi, piccoli appezzamenti di bosco, gruppi di poche case e, più in alto nella collina qualche paesino da cartolina. Il rumore monotono del treno e lo scorrere delle immagini mi danno un senso di torpore quando la voce della mia dirimpettaia mi scuote: – O In do la va signora, io scendo a Certaldo, mi perdoni la curiosità, ma a volte fa piacere scambiare du parole-

– Anche io scendo lì; vado a trovare mia zia che quest’anno ha avuto un abbondante raccolto di cipolle rosse e me ne vuole regalare un po’ insieme ad altre prelibatezze che solo lei dice di saper fare.-

– Ah le cipolle rosse di Certaldo, non ce n’è di cosi bone in tutto il mondo, dolci, saporite, una vera squisitezza! E mi raccomando la si faccia insegnare a fare la marmellata che per me l’è la più bona!-

– Lo farò senz’altro!

            La conversazione continua su vari argomenti e rendono ad entrambe più piacevole lo scorrere del tempo. E’ trascorsa quasi un’ora dalla partenza e l’arrivo deve essere poco lontano. Infatti il treno sta rallentando e si ferma dopo pochi minuti. Riprendo il mio borsone e scendo con precauzione insieme alla mia ormai amica che saluto con simpatia e lei…

– Arrivederci mia cara. Io sto a Certaldo alto e fra poco, nell’estate c’è la festa medievale di Mercantia. Se la vol venire basta la pigli la funivia e, una volta arrivata, la chieda della Marisa. Tutti mi conoscono e le diranno dove sto. Ciao, ma che peccato essere arrivate, chissà quanto si poteva chiacchierare ancora?-

            Usciamo dalla stazione e prendiamo direzioni diverse. Mi volto indietro e solo allora noto i capelli rosso cipolla della mia compagna di viaggio. Saranno le cipolle?

Racconto in treno di Patrizia (a Carla)

Cartoncino: nella finestra una stella

di Patrizia Fusi

Photo by Siegfried Poepperl on Pexels.com

Il vagone è affollato, il crepuscolo si stende sul paesaggio che scorre veloce al difuori del finestrino, il cielo brilla mentre aspetta la notte.

Accanto a me una bella signora, la sua presenza mi rassicura. Sento che potrei raccontarle tutta questa mia storia che porto nella valigia con me

Ritorno a Siena a ricordare un amore di tanti anni fa.

Siena, monumenti, strade, il Palio, quella festa unica che fece da sfondo al nostro girovagare.

– Festeggiammo con la Chiocciola sa? Un fiume di persone felici che ci stringeva senza guardarci.

Questa luce rosata del tramonto mi fa pensare ai cocci di Siena, alla piazza a conchiglia, ai tetti. Perché poi si chiama Piazza del Campo e perché avrà quella forma così strana, che abbraccia, che porta verso il centro, in basso? La porto nel cuore Siena, sa? E’ da tanto che non ho il coraggio di tornare. Le cose non sono mai ugualmente belle due volte.

Ma oggi ho fatto la valigia. Non so quanto rimango. Voglio ritrovare quella pensione piccola, familiare, con quel letto che scricchiolava e la finestra sulla campagna. Durante la notte si affacciava sempre una stella.

Dicono sia bella Firenze, certo, lo è …ma lei ha mai visto Siena?

E l’ha mai vista col cuore che batteva forte?….

Ah ma lei scende! già, siamo a Prato, sì è vero.

Io proseguo, scendo a Siena.

Racconto in treno di Carla (a Patrizia)

Cartoncino: Non è la luna è una meringa.

di Carla Faggi

Photo by Eva Bronzini on Pexels.com

Ciao Patrizia, scusa se a momenti mi senti borbottare tra me e me, è che cerco di ripassarmi il discorsino di presentazione per la mia candidatura di direttore del Museo. Voglio fare una buona impressione. Devo far capire che io so tutto sull’arte contemporanea e che mi piace tutta. Anche se sai Patrizia, proprio tutta tutta no,vedi questa foto nella rivista “Art modern”, vedi che bella luna c’è dipinta? Ecco non è una luna ma una meringa. Allora dico io, ma non si poteva far capire meglio che era un dolce e non un astro? Leggi, leggi i commenti sotto: “L’artista vuol trasmettere tutta la sua angoscia esistenziale attraverso la trasformazione da una emozione trascendentale a una percezione sensoriale di un momento vissuto all’insegna del trasgressivo.”

Ecco, ci hai capito qualcosa? Eppure è così che si comunica oggi! Va bé, finirò di raccontarti la prossima volta, nel prossimo treno se sarò diventata direttore.  E se lo sarò cercherò di far capire che non c’è niente da capire, perché secondo me l’opera d’arte non va capita, ma solo ascoltata e lasciare che ci emozioni. Perché arte non è solo l’oggetto rappresentato ma principalmente l’emozione che si forma tra lo spettatore e l’opera. Ciao Patrizia, prossima fermata Prato. Mi preparo.

Racconto di Tina sul treno (a Simone)

Cartoncino: gli stivali e la luna

di Tina Conti

Photo by Kristina Paukshtite on Pexels.com

Sicuramente penso che potrebbe capire, mi sembra un uomo serio  e allegro, in questo momento  sarebbe per me  la persona adatta.

Appare energico, con uno sguardo intelligente  e concentrato.

Ho l’impressione che abbia una buona manualità, lo vedo dalle sue mani, grandi e ruvide, poi quegli stivali mi sembra che rassicurino.

Gli stivali che mi sono portata dietro, presi al volo mi sguazzano nei piedi, sono enormi e nel fiume si potrebbero sfilare: sarebbe un grande guaio cadere con tutta quella preziosa attrezzature che mi porto dietro 

Non me lo posso permettere, quelle solette rinforzate lui sara’ capace di fissarmele ai nuovi stivali, sono cosi presa da  questa ricerca che  mi sento davvero sfasata.

La commissione del museo sulla vita dei granchi  di Fiume avrà una scadenza, entro la riapertura dovrò aver completato il lavoro.

Continuo a guardarlo, occhi  buoni, modi gentili, ma, quel tic  che ogni tanto manifesta non mi convince, si gratta la testa, si leva e mette il berretto,

E poi tutti quegli starnuti, girando la testa da un lato all’altro.

Eppure, il tempo è quello giusto, devo andare a quel fiume.

Poi, di notte , io non sono molto coraggiosa, sono però audace.

La luna ci aiuterà, non sarà facile  distinguere  i maschi dalle femmine

Poi, con quelle chele  grandi e forti  e dolorose negli scontri.

Gli proporrò quei guanti rosa che tengo in fondo allo zaino, non penso farà storie per il colore.

Certo, non sarà facile convincerlo a deviare dai suoi progetti, mi devo inventare un motivo attraente e convincente.

Gli dirò che……………quei crostacei servono per completare una ricerca a livello mondiale  su un medicinale che annulla l’invecchiamento

Servono  ultimi  riscontri…   E alla fine, ci renderà ricchi e famosi.

Lui sarà coinvolto e partecipe agli onori e guadagni. Sono sicura che accetterà 

Certo non sarà facile trovare  250 esemplari  maschi e 150 femmine. 

Racconto di Sandra sul treno (per Anna)

Cartoncino: falò di legna verde

di Sandra Conticini

Photo by Enes Tekeu015fin on Pexels.com

Quella domenica sarei andata con il vecchio treno a vapore  per i paesi della  Val D’Orcia. Appena sopra mi accorsi che forse era stata una decisione azzardata perché era una escursione più per famiglie che per persone adulte e sole. C’erano tanti bambini chiassosi, ma nessuno riusciva a tenerli calmi così avevo paura di pestarne qualcuno o di cascare in terra.

Per fortuna riuscii ad accaparrarmi un posto in uno scompartimento dove c’era una  signora anche lei sola. Le chiesi se potevo sedermi lei fece di sì con la testa e poi mi disse di chiudere la porta e tirare le tendine. Questo mi fece capire che anche lei aveva bisogno di tranquillità.

La squadrai, era  ben vestita,  una bella borsa nera, un paio di scarpe comode, truccata ma non troppo, orecchini ultima moda, una bella sciarpa di seta con i colori dell’arcobaleno. Insomma questa signora mi dava sicurezza ero contenta della mia scelta.

Mi misi a sedere, fuori il paesaggio correva veloce, si vedevano le collinette a tratti brulle a tratti verdi, ogni tanto spuntava qualche  cipresso ed in alto isolati casolari in quella terra di colore marrone mista al grigio ed in lontananza  terra e cielo sembrano  fondersi.

– Che bel paesaggio! Esclamai a voce alta.

Davvero, io sono nata a Rapolano e ci sono stata fino all’età di dieci anni poi siamo andati a Siena. Ho molti ricordi, ed almeno una volta l’anno cerco di venire e, se non approfitto di queste occasioni, i miei figli hanno i loro impegni. Promettono di portarmi ma il tempo passa e se ne scordano.

– Io volevo rivedere questi luoghi perché ho il ricordo di un trekking fatto agli inizi degli anni 80 insieme a una quindicina di amici. Fu pieno di imprevisti, ma divertentissimo. Era il week-end di Pasqua e le previsioni erano brutte. Si partì ugualmente da Firenze che pioveva, arrivati ad Asciano il tempo era grigio, ma dopo mezz’ora di cammino iniziò a piovere. Il terreno diventò un manto fangoso e, nonostante gli scarponi, stare in piedi non era facile. Trovammo un casotto diroccato e li ci riposammo, ma la pioggia continuava a cadere, riprendemmo il nostro stradello per i campi. Dopo una serie di sbagli di strada arrivammo ad una stazioncina, forse Buonconvento, che per fortuna aveva una sala d’aspetto. Tutti bagnati e infreddoliti  mangiammo ognuno i nostri panini e il capo decise che con qualche mezzo dovevamo arrivare a Montalcino dove avevamo affittato un casolare per mangiare e dormire. Chi con la macchina di paese chi con l’autostop ci ritrovammo al casolare che era in fase di ristrutturazione. Mancavano le porte, anche quella del bagno, eravamo affamati, stanchi e la amatriciana che ci eravamo fatta ci sembrava buonissima, pane, affettati e tante risate… Anche lì era freddo così i ragazzi andarono a cercare della legna e fecero un falò con la legna verde e bagnata, lo stanzone  si riempì di fumo, ci fu un fuggi fuggi generale e andammo fuori che comunque continuava a piovere. Anche la nottata fu movimentata. Ogni tanto qualcuno si alzava e spostava il letto perché gli pioveva addosso ed i  secchi erano già stati utilizzati tutti. Per fortuna la mattina seguente c’era un bel sole ! Furono giornate impegnative ma indimenticabili e spesso quando ci ritroviamo tra amici le ricordiamo e ancora oggi  ridiamo.

Angela, quello era il nome della mia compagna di viaggio, rideva con me.

Al momento del saluto mi sono venuti i lucciconi perchè ero rimasta affascinata dalla dolcezza e dalla bontà di questa persona fino al giorno prima sconosciuta. Con la sua tranquillità mi aveva fatto sentire a mio agio e passare una giornata diversa e spensierata.

Racconto in treno di Rossellina (a Gabriella)

Cartoncino: Masticare piano

di Rossella Bonechi

“Buongiorno, mi scusi è sua questa borsa? Dovrebbe essere il mio posto. Abbia pazienza, ma è così affollato…”

Si comincia male: devo disturbare questa bella signora dall’aria così gentile, vediamo se riesco a recuperare.

“Ecco, stiamo per partire; la aspetta un lungo viaggio o scende ad una fermata intermedia? Ah, ecco, arriva insieme a me, allora ci faremo compagnia”

E lei tira subito fuori un libro che, a occhio, è di 400 pagine, altro che compagnia! Vabbè, vediamo se la addolcisco così:

“Gradisce una caramella? Sono di erboristeria, senza eccessivi zuccheri e molto aromatiche”

Mi guarda da sopra gli occhiali e, pur sorridendo, declina l’offerta con un diniego della testa. Non mi rimane che immergermi nel finestrino, dove scorrono come in un film accellerato le immagini di un passaggio conosciuto ma mai uguale. Non so quanti minuti siano passati ma mi sento sfiorare delicatamente e riscuotendomi vedo la gentile signora che, con il libro chiuso tra le mani, quasi si china su di me e finalmente sento la sua voce: 

“Posso chiederle se arrivate a destinazione può aiutarmi ad uscire dalla stazione? Le sembrerà strano ma è il primo viaggio in treno che faccio da sola e sono un po’ intimorita”

“Ma certo, io prendo questo treno da tanto tempo che ormai la stazione non ha più segreti per me!”

Ecco, il muro è caduto, possiamo raccontarci (il minimo indispensabile), domandarci e risponderci. Le spiegherò perché, lei mi dirà il suo perché, ci sentiremo compagne per la durata del tragitto certe che le nostre strade si divideranno. Mentre le parlo del mio viaggio lei tira fuori dalla borsa un incarto che emana subito un buonissimo odore; me lo porge dicendo:

“L’ho preparato stamani perché non sapevo se sui treni si trova qualcosa da mangiare. Ne prenda un po’, mi faccia contenta”.

Così il piacere del viaggio si fa tangibile e mastico piano assaporando questo e quello mentre entrambe ci sorridiamo prendendoci cura delle nostre briciole.