Rossellina in 100 parole

Crescere – di Rossella Bonechi

Nata agli albori del boom economico, non mi è mancato niente a parte la presenza di mamma e babbo, gran lavoratori, ma c’erano le braccia di nonni e zie a farmi “rete” intorno.

Poi Santa Susina: elementari e medie incolori e sbiadite ma un professionale popolato di personaggi, amicizie, amori e professori illuminati.

Quarant’anni di lavoro sono stati un lampo ma pieni dell’umanità più varia, lingue dal mondo, incontri e scontri, crescite e aperture.

Finito anche questo capitolo, ora ho capelli bianchi e un reticolo di strade addosso, una nuova storia nella storia. Ancora pagine bianche.

Nadia in 100 parole

Una linea nell’Universo – di Nadia Peruzzi

Figlia di Botteghe Oscure che Oscure al tempo non erano e di un incontro fra un fiorentino e una genovese di 18 anni. Romana per poco . Poi Antella con la nonna. I miei giravano l’Italia fra comizi , elezioni, conferenze ancora per qualche anno.
Insicura e perfezionista, grassa e poi magra, a scuola ero una sgobbona. Lo studio e la storia il mio tutto.
Ho avuto varie case . La sezione del PCI fra queste, casa collettiva, bella per questo.
C’era il partito, la bella politica, i compagni, l’amore trovato. Walter. Indimenticabile.
È Irene, è nei bambini. È presente, non mi abbandona.

Lucia in 100 parole

Vicino e lontano – di Lucia Bettoni

Nata nel letto di una casa colonica
Ultima di generazioni e generazioni di contadini
Ho lasciato tutto e tutti a diciotto anni
Sono andata a vivere in città con un uomo senza volermi sposare
Ho imparato quello che avevo bisogno di imparare
A trentadue anni mi sono separata,
un amore con  le ali mi aveva preso il cuore
Con lui mi sono sposata in un soffio!
Ho avuto un figlio quando ormai pensavo di non poterlo avere
Ho partorito pensando di aver fatto la cosa più grande della mia vita
Adesso vivo in campagna vicino a tutto quello che è stato.

(foto di Lucia Bettoni)

Carla in 100 parole

Sette vite per una donna – di Carla Faggi

Sono nata a Settimello. Di sette mesi. In settembre.

Per questo mi sento particolare.

Girovaga, irrequieta, volubile fino a quarant’anni.

Tranquilla, appagata, amata dai quarant’anni.

Coraggiosa perché so cambiare idea.

Mi sono laureata, poi ho capito che avevo sbagliato tutto.

Vado in fabbrica a fare l’operaia. Dopo un mese mollo. Comprendo che si può essere proletari anche come intellettuali.

Mi invento un lavoro, imprenditore edile. Amplio il mio appartamento e lo trasformo in quattro piccoli appartamenti. Li affitto, vivo di rendita.

Momentaneamente mi piaccio. Vorrei ampliare anche il mio tempo per vivere di più questo mio ora.

Carmela in 100 parole

È arrivato il tempo – di Carmela De Pilla

È arrivato il tempo di dare tempo a me stessa, una volta bambina timida, insicura poi ragazzina ancora più timida desiderosa di nascondersi agli occhi del mondo, giovane ragazza bella e ammirata, ma troppo timorosa per aprire quel guscio impenetrabile.

Poi è arrivato il tempo di spalancare la porta e uscire, conoscere, curiosare, gioire e ricostruire tutto dalle fondamenta, la giovane donna aveva incominciato a capire e soprattutto a capirsi, a conoscersi, ad amarsi.

Ora è il tempo della consapevolezza, dell’amore per se stessa, della voglia di vivere appieno la vita che avanza, quella più preziosa. La mia vita

Gabriella in 100 parole

Come in tassì – di Gabriella Crisafulli

Sono nata a Palermo in via Crocifisso Pietratagliata nella casa di Giacalone che ha truffato i miei genitori.

Così sono andata a vivere dalla nonna con gli zii ragazzi.

In seguito c’è stata Como, Caserma De Cristoforis.

Dopo andammo in via Alciato ma papà fu trasferito a Varese: Caserma Garibaldi.

Quando andò a Legnano rimanemmo nella Caserma Garibaldi.

Poi Firenze, Costa Scarpuccia e via Santo Stefano in Pane.

Successivamente Pistoia, Caserma Marini.

E fu la volta di Napoli, Mergellina e via Epomeo.

Di nuovo Firenze, via della Rondinella e adesso via Rubaconte da Mandello.

Sono arrivata.

Casa mia.

Mi fermo qui.

Incontro del 23 marzo 2023 alla Carrozza 10: scambio di abbigliamento

con Cecilia Trinci

foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori, Cecilia Trinci

Scambiarsi vestiti o accessori è “entrare nell’altro”, oppure, come nel nostro caso, è “accentuare qualche aspetto di noi che non avevamo considerato”.

Continua il gioco con la scrittura della nostra biografia in 100 parole.

Incontro alla Carrozza 10 del 16 marzo 2023: la gentilezza

con Cecilia Trinci

foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori, Cecilia Trinci

Trasformare due pagine scritte in un tono aspro nelle stesse due pagine in tono gentile.

I colori, i fiori, il caffè, la primavera ci fanno ancora da sfondo “gentile”

e per finire i quadri alla mostra del Circolo

La chiromante di Nadia

Cristallo per vedere il futuro – di Nadia Peruzzi


La ragazza arrivò trafelata al tavolo messo quasi all’ingresso del luna park.
C’era una strana donna, né vecchia, né giovane, né bionda, né mora. Aveva un occhio azzurro e uno marrone e parlava con una voce cavernosa che metteva un po’ paura.
Per il resto era indefinibile.  Lo era il suo abbigliamento e tutti gli orpelli che aveva addosso. Un miscuglio tale di colori e di ferraglie non era usuale . Era fatto sicuramente per rendere difficile collegarla ad un luogo preciso d’origine. Sembrava che fosse figlia un po’ di tutti i luoghi della terra.
Si sedette davanti a lei senza timore. Troppa era la voglia di avere qualche indicazione sul suo futuro.
Le soste ai tavoli precedenti l’avevano confusa, se non addirittura messa in angoscia.
Quello che leggeva la mano aveva fatto una faccia tale, che era dovuta scappare a gambe levate.
Tremante e impaurita si era messa a cercare qualcuno che la rassicurasse.
I Tarocchi non facevano per lei. Non ne era mai venuto fuori nulla di buono.  Passò oltre quel tavolo, malgrado il signore dal cappello storto sulla testa calva, senza sopracciglia, cercasse in tutti i modi di farla avvicinare.
Si ricordò della donna piena di collane, braccialetti e grandi orecchini che aveva visto entrando.  Sul suo tavolino a tre gambe una sola cosa. Una palla di cristallo che nella luce del crepuscolo brillava già come fosse una stella. Aveva un che di rassicurante. Si aspettava di trovarci cose buone lì dentro.
“Cosa cerchi da me?” Le chiese la donna?
“Risposte. Ho bisogno di sapere del mio futuro. Lo sento incerto, in questo momento. Ho tante paure. Vorrei alleviare il fardello che mi porto dentro da un po’ di tempo. E ho desideri da veder realizzati. Se tu potessi togliermi le paure e realizzare anche solo uno dei miei desideri mi faresti felice”.
La signora dai vestiti gitani girò e rigirò più volte la sua sfera di cristallo.  Fortuna e sfortuna si rincorrevano in un vortice che ipnotizzava. I suoi occhi a volte si oscuravano, altre volte si rasserenavano.
Finalmente parlò.
“Vedo, vedo, vedo che dovrai fare molta attenzione mentre torni a casa. Sembra che qualcuno ti stia aspettando e che non abbia buone intenzioni. Rischi la pelle ragazza, di più non so dirti.
Il tempo dei desideri è finito, torna caso mai domani, adesso da questa sfera magica non sono in grado di tirar fuori nulla!”
“Accidenti, che serata di merda!” Disse forte la ragazza.
“Vi siete messi d’accordo prima con quel babbuino che faceva finta di leggermi la mano ? Tornare domani per i desideri? Non ci penso, nemmeno morta . ”
Uscì di corsa dal luna park.
Era agitatissima e doveva affrettarsi per prendere l’ultima corsa dell’autobus che la riportava a casa.
La macchina arrivò a tutta velocità e la prese in pieno, malgrado fosse sulle strisce.
Fece un salto di metri e metri.  Il suo volo finì sul tavolo della gitana dagli occhi di gatto.
La testa andò a colpire la sfera di cristallo. Non le lasciò alcuno scampo.

La valigetta blu di Lucia

Chiavi che aprono – di Lucia Bettoni

Morbido, divertente, piacevole
Un piccolo contenitore
Lo stringo tra le mani e vorrei
stringerlo per sempre
Accogliente come un seno materno
Nasce il sorriso nei miei occhi
L’involucro morbido si apre facilmente
zic zac zic zac zic zac zic zac
Con il suo comodo cinturino mi posso
avvolgere il polso
È un braccialetto sensuale e flessibile
Lo roteo, lo giro e lo rigiro
È troppo piacevole!
Zic zac zic zac zic zac zic zac zic
Si apre e si chiude
Allungo la mano ed esploro dentro
Chiavi ,tante chiavi, è pieno di chiavi!
Brrrrr brrr brrr brrr brrr brrr brrr
Le mie case, tutte le mie case dentro
un piccolo oggetto
e poi tutti in fila porte e portoni
portoni e cancelli
Io corro e apro e apro e apro
senza voltarmi indietro
in un volo a fior di terra
Mi fermo di scatto :
ma le chiavi sono anche per chiudere!
Mi guardo dentro
vedo la gioia e tutto il mio dolore
Alzo la testa
Raccolgo in una mano la mia veste lunga
Continuo a correre
Le mie chiavi aprono e solamente aprono
Tutto è in una piccola valigia morbida
Il mio nuovo viaggio può iniziare

Cuccia per le chiavi di Anna

L’OGGETTO MISTERIOSO – di Anna Meli

            Ore 16,30 circa. Il vagone è quasi al completo. Voci e colori si intrecciano in modo armonioso, mescolandosi a saluti e spostamento di sedie. Ecco, ora ci siamo e…incomincia l’avventura. Siamo invitate a bendarci con una mascherina di quelle che usavamo nel periodo del Covid, poi ognuno di noi si ritrova fra le mani un pacchetto e…indovina indovinello!

            Il mio è piccolo, morbido fra la gomma e la plastica, ha la forma di mezzaluna; all’interno ci sono senza dubbio molte cose: mi sembra di sentire delle chiavi, un rossetto, una piccola matita, un paio di cioccolatini e anche una capsula nel suo involucro forse per un eventuale mal di testa.   Faccio scorrere le mani sul tutto, scopro la cerniera che riesco ad aprire per un piccolissimo tratto e, infilandoci il dito indice scopro che ho indovinato. Ho toccato per prima cosa le chiavi, il mio eterno problema perché io, le mie, le perdo molto spesso e sono alla loro continua ricerca.

            Mi è anche capitato, non solo una volta, di uscire lasciandole in casa e qui scatta il dramma. Presa dal panico, dopo aver controllato se c’era almeno la speranza di una finestra aperta, con grande imbarazzo ho dovuto procurarmi un biglietto bus “ a chiodo” alla vicina tabaccheria e andare a prenderle da mia figlia che lavora in centro a Firenze. Mi è stato suggerito di fare come le monache: tenerle legate con un laccio in vita! Ho deciso di darne una copia alla vicina che però non c’è quasi mai .Vedrò di fare più attenzione.

            Aperti i pacchetti ognuno ha espresso a voce le proprie impressioni. Ora ci stiamo passando osservandola e carezzandola una palla di vetro che Cecilia ci ha offerto. E’ rotonda, liscia, trasparente e all’interno ci sono delle forme argentate che a me suggeriscono un fondo marino e creature strane fatte di gocce d’argento che vogliono riemergere, venire in superficie in cerca di luce.

La palla di vetro di Rossellina

La palla di vetro – di Rossella Bonechi

È bellissima quella palla di vetro trasparente con la sua base blu oltremare, come se ci avessero fatto cascare dentro una goccia d’inchiostro che poi si è spanta atterrando sul fondo. È statica, pesa sulla mano, inamovibile sulle carte che deve tenere ferme. Eppure nel suo interno ci deve essere stato un momento in cui era tutta un ribollire, magari quando era ancora incandescente vetro colato, magma da modellare, perché quelle bolle che vedo dentro, simmetriche e un po’ inquietanti, le ha create qualcuno che ha reso solida l’aria. Mi guardano come sfingi, con il loro ombelico centrale dal quale sicuramente è sfuggita un’altra piccola bolla rotonda che ognuna ha davanti a sé. Quanto lavoro per arrivare a questo oggetto! Merita che venga posto nel luogo migliore dello studio, dove il sole passa dai vetri della finestra apposta per trafiggerlo e illuminarlo fin dentro. Allora pesantezza e leggerezza giocano tra loro e danno vita a quello che in realtà è solo un pezzo di vetro, così come noi aspettiamo un fascio di luce che ci animi quando i pensieri opprimono come un fermacarte.

Un vecchio ricordo di quando abitavo all’Olmo

di Cecilia Trinci

Se esci di casa la mattina presto, ma parecchio presto, diciamo verso le cinque e mezzo, la prima cosa che senti è il rumore dei tuoi vestiti, una specie di fruscio-giubbotto, un po’ aspro anche se tenue e dopo, solo dopo, senti il rumore dei passi perché gli altri rumori sono gentili, le macchine per fortuna sono ancora ferme. Poi senti cantare gli uccellini, ma degli uccelli la cosa più bella è il rumore delle ali, quel “frun” secco e deciso, senza particolare intensità come un taglio che attraversa l’aria che dà un senso della loro potenza e ti fa provare invidia del loro volare e se li guardi li vedi che sanno anche camminare, anzi, camminano, camminano anche volentieri e finché possono preferiscono. Proprio quando sei troppo vicino e potresti diventare un pericolo schizzano via, un po’ a collo torto all’inizio, ma poi a motore spiegato per posarsi un po’ più là, dove si sentono per un po’ irraggiungibili. Qualcuno sta spiaccicato sull’asfalto, beccato dalle prime macchine mattiniere e già la bellezza ti riporta al senso della morte e delle cose che passano e i colori sono ancora belli. Cos’era? Un pettirosso? Ma se prendi la curva a sinistra e ti allontani dalle case senti che fra tutto quello che prevale  è il profumo della terra. La concretezza, la vita che vuole dare frutti, è l’umidità, è l’acqua che prevale. E’ questo il punto in cui cominci a distinguere i canti dei vari uccelli e il merlo è quello più facile ma anche quello che ha più cose da dire e il fringuello è quello più tecnico e più esigente di se stesso.  Ma quando l’orizzonte si allarga allora ti ricordi quello che ti ha insegnato Irene al corso di disegno che le colline non hanno lo stesso colore e ci sono “valori” di intensità diversi secondo la loro distanza da te e quello che hai imparato lo vedi lì, vero, esistente e forse non avevi mai saputo guardarlo davvero e dici chissà quante volte ho guardato e non ho visto e poi ti ricordi una battuta che ti hanno fatto “tu sei variabile anche quando fai la pizza, non è mai uguale la tua, dipende da quello che pensi, da chi hai incontrato, se sei arrabbiata, se stai sognando… tu non dai certezze neppure in cucina” e la vivi come un complimento. Se ti metti a sedere sul prato senti  prima l’umidità, è sempre l’acqua che prevale, come il liquido amniotico della terra e poi un odore di terra e di erba un po’ mischiato e poi le gobbe di quel prato che non è un tappeto di moquette, ma un prato, con le gobbe e i sassi e le croste del terreno che già si sta spaccando per pochi giorni di sole e la tocchi e senti che sotto sotto è dura ma sopra c’è la peluria gentile di trifoglio. Se sei fortunato e senti all’improvviso uno schianto secco come un ramo che si spezza senza motivo e ti giri piano, quasi senza respirare, allora vedi il capriolo che saltella, leggero, curioso, infantile, improbabile come un cartone animato, ogni volta ti sembra Bambi e lo segui con lo sguardo, ma la sua cosa più bella è quel galoppo leggero come un cenno e dopo aver fatto rumore con quello schianto che lo annuncia, poi se ne va in punta di zampe, galoppando come se corresse sulle nuvole e guardi allora la nebbia che si alza dalla Chiesa della Madonna del Sasso e ci credi che lì accadono i miracoli e non c’è bisogno di avere una fede speciale. (28/3/2003)

Occhi chiusi per Patrizia

Ad occhi chiusi – di Patrizia Fusi

Sono bendata, fra le mie mani ho una palla liscia e fredda, inizio ad esplorarla, la picchietto con le unghie, il rumore che fa mi sembra di plastica dura, potrebbe essere una palla del gioco delle bocce, toccandola bene mi rendo conto che non può esserlo perché ha un piccolo lato piatto, rimane ferma sul tavolo.

L’accarezzo ancora, il freddo dell’oggetto entra nelle mie mani, io trasferisco a lui il mio calore il tutto diventa più omogeneo.

Penso che sia un ferma carte, lo vedo su una scrivania di noce massello con sopra tanti fogli lasciati dalla signora che ci lavora, su un gruppo di essi fa bella mostra di sé la palla, dalla finestra in questo momento entra la luminosità della bella giornata i raggi del sole la trapassano formando i colori dell’iride.

Quando mi sono tolta la benda, l’ho vista è una bella palla di cristallo, con in fondo un pezzo di mare blu intenso sopra ci galleggiano delle sfere una dentro l’altra, brillanti.

L’oggetto che io ho portato è il ricordo di un regalo ricevuto dalla mamma di un ragazzo di Sarajevo che la mia famiglia aveva adottato a distanza con l’aiuto burocratico dell’ARCI, diverse famiglie avevano aderito a questa iniziativa.

Nel programma oltre al sostegno economico era previsto che un anno avrebbero trascorso le festività natalizie presso le famiglie affidatarie.

Andammo a riceverli al porto di Ancona, tanta emozione nel vederlo, timore di non essere abbastanza accogliente, timore per la lingua, ci salvammo con i gesti e quel po’ d’inglese che sapevamo.

Il ragazzo portò in dono alcuni oggetti, tutti belli, ma quello che mi colpi di più era un bossolo in ottone che un artigiano ha riutilizzato come porta fiori incidendoci sopra un disegno e la scritta Sarajevo.

Ogni volta che lo vedo penso all’orrore delle guerre, e di come un bossolo che può aver procurato la morte, sia stato trasformato in un oggetto per contenere una cosa bella come i fiori.

Il proiettile nelle parole di Daniele

Un bossolo di ottone – di Daniele Violi

Un bossolo di metallo alto 15 cm, largo 12 mm, sicuramente, da cui il calibro, si legge inciso 122. Un bossolo servito come proiettile per una mitragliatrice, credo. Non amo le armi, mai amato oggetti per il divertimento e che sono gioco per colui e colei (ahimè) per cui raggiungere la potenza di sentirsi ed essere forti ed eterni di fronte alla storia, di chi vuole partecipare a sentire dentro, le proprie sensazioni che si aprono con una verità, quella che cerca nella propria vita e che per Taluni e Talune è rappresentata con la metrica imparata a memoria, impugnare un’arma per la difesa dei deboli. Un semplice oggetto metallico di bronzo, ottone o similari contenente materiale chimico e infiammabile che serve non per un fuoco d’artificio, ma per procurare paura terrore se non la morte. Sono stato nel 1992 e nel 1993 in Bosnia per portare aiuti umanitari con cibo e medicinali. Sono arrivato vicino zone di guerra. Ho visto tante testimonianze di materiale militare abbandonato. Ho visto anche tante famiglie che senza casa con grosse difficoltà si dibattevano tra un rifugio per loro e per le loro bambine/i che caratterizzavano ogni giorno le nostre ore di quei viaggi. Ho raccolto tanto materiale didattico che ho donato a loro, a questa generazione in erba, ho ricevuto poi tante cartoline e lettere a casa mia. Guarda caso, che cosa crea una guerra. Una pioggia di proiettili sono anticipatori di una pioggia di solidarietà.

Nel buio, il seno materno di Carmela

Seno di donna – di Carmela De Pilla

Amato, desiderato, accarezzato, sognato, violentato, sfruttato o disprezzato eppure ovunque sia genera amore, dona vita, sostegno e un ricovero sicuro dove riporre le  proprie paure certi che quell’amore darà vita a sogni belli.

Sarà forse solo il piacere di un momento o solo illusione, ma senza sapere come quella morbida tenerezza lascerà dentro di te la propria impronta e scolpirà un nuovo amore e un altro ancora finché vita ci sarà sulla terra.

Quante storie ha raccontato, sofferte o spensierate, ognuna diversa, ma unite da un filo di seta prezioso e forte come l’amore che lo invoca.

Questo il seno di mia madre e di tutte le donne che siano state mamme o no, non importa, certo è che in esso è racchiuso l’amore eterno.

La verità nascosta di Rossellina

L’orologio – di Rossella Bonechi

Essere privati di un senso, che effetto fa? Avere gli occhi bendati per gioco offre una leggerezza a cui la fantasia aderisce volentieri, senza paure, senza ansie, in libertà, tanto poi si sa che finisce. A questo punto verrebbe da pensare a voli pindarici, immagini di oggetti mirabolanti, cose aliene e sorprendenti. Ma quando le dita toccano, il cervello immediatamente compone un’immagine che riporta al reale: un cinturino elastico di metallo che àncora un qualcosa di rotondo con vetro e pernio non può essere lo strumento che un giocoliere usa per ipnotizzarti e portarti in un mondo magico né la fionda moderna di un inventore geniale che con quella ti lancia nell’iperspazio.

È un orologio, non può essere che un orologio; e allora la fantasia prende una strada diversa, quella che immagina la vita che c’è dietro e che non è la tua.

Una donna pratica che non può scordare degli appuntamenti, una mamma che lo consulta con la coda dell’occhio per paura di far tardi per prendere i bambini a scuola, o una giovane donna che la sera, stanca, lo toglie e lo appoggia sul comodino sapendo che è l’ultimo gesto, finalmente, della giornata.

È stato acquistato e quindi scelto tra tanti? Perché allora quello, con quale motivazione? Oppure è un regalo, sì ma da chi a chi ? E in che occasione? Immaginazione è anche questo: andare a scavare come un archeologo, far nascere tante domande che non avranno mai la risposta giusta. Non sono solo gli occhi ad essere stati bendati ma anche la verità, che rimane nascosta come la piccola farfalla di carta che non ho sentito.

Gli oggetti parlanti di Simone

ASTUCCIO – di Simone Bellini


Klac – era il suono secco e cupo di un astuccio per occhiali con chiusura a molla che rimbombava nella chiesa durante la messa.
Klac – in piedi , Klac – seduti, Klac – cantare l’inno alla madre superiora che arrivava con passo imperioso “ fra le rose e le viole pure il giglio ci sta bene, noi vogliamo tanto bene alla madre superiora “
Klac-tutti in fila per andare in classe . Passavamo ore ed ore a forare con un ago una carta velina posta su un piccolo cuscino, seguendo, foro dopo foro ,la sagoma che vi era disegnata al fine di staccarla per farne un collage natalizio. In questo modo ci tenevano occupati zitti e buoni.
Poi finalmente si andava nel giardino ludico per sfogare la noia accumulata.
Klac- ricreazione finita !
Klac- in fila in classe.
Klac- silenzien !
Klac- Pasta Pampini andaten a kasa kon i genitoren !
Tomani fi aspettiamen all’asilen- KLAC !


PALLA DI CRISTALLO – di Simone Bellini


Palla, palla di cristallo
Dimmi tu chi è il più bello ?
Dirti non so chi è il più bello
Ma son certo che sei il più grullo !!!

Oggetti al buio che parlano a Sandra

METRO – di Sandra Conticini

Il “Pinocchietto” fatto con il metro come si usava fare da bambini

Ho preso l’oggetto dal cestino di vimini ed ho iniziato a toccare il pacchetto che era incartato con la carta velina e poi aveva un fiocco. La mia idea era che ci fosse un vasetto molto piccolo che poteva essere  quello di una crema per le mani, per il viso oppure un vasetto di miele invece quando mi sono tolta la benda ed ho aperto il pacchetto ho trovato un bel metro da sarti.

E’ un oggetto molto utile, e quando vado  in qualche grande magazzino ne prendo uno di carta e lo tengo in borsa perchè può far sempre comodo.

Il metro è un oggetto di precisione perché se sbagli per difetto, qualunque cosa sia, non va bene perché manca un pezzo, se è un vestito non ti sta, se è un mobile non ti entra nello spazio dove devi metterlo, se  un letto è corto e rimani con i piedi fuori. Meglio sbagliare  per eccesso, tutto è più grande e quindi devi tagliare o togliere materiale. Mi succede spesso di misurare gli oggetti diverse volte, la misura non è mai uguale e alla fine sbaglio.