Incontro del 13 marzo 2025 – NOSTALGIA

foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori e Cecilia Trinci

frasi:

  1. A. De Saint’Exupéry – La Nostalgia è il desiderio di non si sa cosa.
  2. E. De Luca – La nostalgia non è mancanza. E’ presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti.
  3. A. Baricco – E’ uno strano dolore: morire di nostalgia per qualcosa che non sarà mai.
  4. F. Pessoa – Non c’è nostalgia più dolorosa di quella delle cose che non sono mai state
  5. S. Tamaro – Per mettersi in viaggio c’è bisogno della nostalgia di qualcuno
  6. G. Caproni – Tutti riceviamo un dono./ Poi non ricordiamo più/ né da chi, né che sia. /Soltanto ne conserviamo – pungente e senza condono -/ la spina della nostalgia

Voci per Patrizia

Verde – di Patrizia Fusi

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Voci calme vicine, vicine,voci basse come per non disturbare il destino voci piene di speranza,ma anche di tanta incertezza e tanta paura,voci di colore verde come la speranza.

In lontananza una striscia di terra,tutte le voci si rianimano riprendono fiato ,sui visi appaiono dei sorrisi,le voci cambiano tono sono più serene e vivaci,tutti felici, il colore delle voci diventa rosa.

Un grande colpo,tutto trema,voci di paura, terrore, voci che cercano, chiamano di mamme,di bambini,di parenti,di amici,di esseri umani abbandonati a se stessi,nel bui nell’acqua fredda in un mare in tempesta,voci che non chiamano più che si sono spente in un cimitero liquido,la colpa di quelle voci e quelle di essere nate in un altro posto.

Voci di chi ha bisogno di un nemico per vivere,per scaricargli a dosso tutte le colpe

Voci false e ipocrite di chi si dispiace e non fa niente perché questo non accada.

Voci dei nostri egoismi,che abbiamo paura di perdere i nostri privilegi o diritti.

Voce estiva per Gabriella

Le cicale – di Gabriella Crisafulli

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Il sole di mezza estata picchiava implacabile

L’aria era ferma e sembrava che gli umani fossero scomparsi rintanati com’erano per difendersi dalla calura.

Una fila interminabile di auto si allungava dietro alla sbarra: il parcheggio era completo e l’accesso al mare veniva contingentato.

La gente in attesa boccheggiava lì intorno, all’ombra dei grandi pini, in attesa di qualche veicolo in uscita.

Al di là del blocco iniziava un eden fatto di grandi ombre lungo il percorso, di aria rarefatta, di timidi cigolii di pale a vento e della frescura che si generava andando in bicicletta quando il sudore ghiaccia sulla pelle.

Su tutto dominava incontrastato il frinire delle cicale che vivevano il sole e si facevano canto.

Un canto ipnotico che riempiva l’aria del suo ritmo ripetitivo, un tappeto sonoro penetrante, sospeso nell’aria come un mantra benefico.

Al suo interno la pace mentale.

La gioia di vivere.

Il respiro cosmico.

Voce di Giulia per Rossella G.

Voce di Giulia – di Rossella Gallori

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…in pochi la chiamavano Giulia,  per i più era Giuliana, per altri… la signora…

Fino ai miei dieci anni l’ho ascoltata poco, direi quasi per niente, poi me la sono ritrovata in casa dove era da sempre, elegante  con quasi nulla, sorridente e rossettosa, nonostante tutto e tutti.

Un modo di parlare mai becero, simpatico, battute da “Lihorno del ghetto” imparato in tempi lontani, per me sconosciuti.

Voce di caffè: che tutto,   per lei, sembrava risolvere.

Voce di 4711:   che : se ho i soldi me la compro

Voce di: a tavolaaaaaae se non basta si tira.

Voce di: tacchi finchè posso li porto.

Voce di: vai dove vuoi , con chi vuoi, torna quando ti pare, tanto il babbo ti protegge……e non sempre  è stato così!

Voce di mughetti, di calze chiare,  di vestiti bianchi e neri…al massimo blu e bianchi…di panna, di pianoforte, di canzoni….di ricchezza e povertà, di tristezza ed allegria di Serena follia, anche quando diceva che sua madre gli aveva fatto un dispetto e  lei non l’ aveva perdonata….Voce di monologo,  che non ammetteva domande.

Una voce che mi ha chiesto poco, fino a che a potuto.

Voce che ha saputo mettere toppe robuste, su strappi irreparabili.

Ha urlato piano  nei suoi 40 anni sola con tre figli vivi.

Poi  è venuta una notte che era quasi l’ alba, arrivò a casa mia, ecco si gridava, lo ricordo bene, pioveva, tuonava i lampi illuminavano le sue urla: dobbiamo scappare…..bombardano…nascondi la bambina…scappiamo.

Da quella notte non ha parlato più, ed io ho cominciato ad ascoltare  la sua voce, a capirla, a fare miei i suoi drammi, le sue paure,  non ho mai avuto il suo coraggio, la sua forza, la sua ironia, il suo modo di porgersi da signora, ma ho capito cosa voleva dire….un anno e se ne andata per sempre o per mai. Perché in ogni momento la sento…e

Voce di Bagitto,

Voce di  ce la faremo.

Voce di persecuzione

Voce di bandiere rosse….di mughetti bianchi…di caffè, di 4711…

Voci antiche di Patrizia

Voci di un tempo passato – di Patrizia Fusi

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Un richiamo per la vendita delle alborelle pescate in Arno, tenute in due zucche attaccate al manubrio della bicicletta. Voce forte  di colore grigio scuro argentato come il colore dei piccoli pesci.

In estate un furgoncino con dentro delle stecche di giaccio avvolte in  teli di iuta,  un richiamo  invitante. Con i secchi si andava a comprare il ghiaccio, serviva a rinfrescare l’acqua, il vino e una prelibatezza per noi bambini l’aranciata fatta con le prese dell’Idrolitina, vivace di colore arancione.

 Gelati, granite, ghiaccioli!!!! Voce allegra di colore bianco che piaceva a noi bambini, quando nei pomeriggi estivi passava il carrettino del gelataio.

Grembiulini ,grembiulini, grembiulini!!! ,richiamo continuo, quando si avvicinava alle case,  a piedi: era un uomo di mezza età di statura bassa e di corporatura tarchiata, era il merciaio che aveva un po’ di tutto e che portava in un grosso fagotto sulle spalle, quando si fermava lo apriva diventava il suo negozio, voce pacata di colore nocciola.

Voce squillante di colore argento, prometteva lavori fatti perfetti: Arrotino, arrotino, arrotino, forbici, forbicine, coltelli di tutti tipi, utensili da taglio, riparazioni ombrelli, venite, venite, donne prezzi buoni.

Voce metallica incolore e anonima , macchina con l’altoparlante posizionato sopra, che  faceva propaganda politica e avvertiva delle varie iniziative.

Voci di un tempo passato

Voci per Daniele

Una voce, tante voci – di Daniele Violi

Una voce. Gemiti e voci prolungate, forse per un mondo nuovo che agli occhi appare. Inizia cosi la poesia della voce che ci porta, fin dalla nascita a far sapere della nostra presenza. Una voce mi parla, mi vuole accompagnare, giorno dopo giorno per aiutarmi o meno sul mio cammino, fatto di relazioni o di immagini e scelte. Una voce, un suono variato che piano piano ho apprezzato perché ho potuto in confidenza conviverci e che riconosco ma ultimamente confondo con la voce registrata di altre persone che conosco. Questa voce ha sempre condizionato le mie espressioni. 

Questa voce riesce a farmi giocare. Posso e ho potuto esprimere la gioia e il piacere con essa seguendo la musica de ” la gazza ladra”. Ascolto anche comunque un’altra voce, che si appalesa spesso vicino. Una voce che in silenzio si esprime, mi occupa pensieri, ragionamenti e mentre parlo tenta di aiutarmi a trovare vocali e vocaboli che talvolta sono racchiusi nelle pieghe delle mie fibre cerebrali. Sono contento di conoscere questa voce; la mattina sento che canta un mantra, parole  qualsiasi che si anagrammano e si scambiano lettere e vocaboli per una cantilena che si trasforma  in piccole litanie e che mi fanno scoppiare dal ridere. Queste voci che mi seguono spesso e non mi abbandonano mai, sono le mie.

Voci di Tina

Voce, vocina – di Tina Conti

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Le voci intorno  risuonano e si  fanno sentire con fruscii e svolazzi, a volte pungenti e urgenti, spesso con  sussurri  dolci indice di  bisogni reali o immaginati, bello ascoltarle, andare incontro con leggerezza e sorriso.

Ottenere un bacio e una carezza di gratitudine, richiami, ai quali difficilmente si può’ non rispondere.

Come è penoso concentrarsi sui turbinii che passano vicini.

Però, arriva il tempo di ascoltare, ascoltarsi, le stagioni corrono ,si fanno lunghe riflessioni sfogliando i giorni e gli anni.

Quella vocina poco ascoltata, si è fatta più corposa, sa farti vedere il mondo e la vita.

Si è accoglienti e tolleranti, si capiscono i tempi e le situazioni. Si perdona il passato.

Tutto  ti ha costruita, formata, sei grata a quello che sei diventata.

La vocina però, è riuscita a darti uno scossone.

Ascoltami, fermati, girati indietro, aspetta i miei passi.

Allora nel tempo del girovagare fra i campi, nell’ascoltare la folla delle voci degli uccelli in primavera, le voci del cielo che restano immutabili e del vento che strappa i rami e avvolge le foglie, provi a sentirla.

Si si lo so, ci sei. poi, il cuore ti porta lontano, scorri le immagini del giorno e ti ritrovi col cuore in attesa rivolto al mondo.

Con uno scossone però, una voce forte  ti circonda, si ,ti sento rimbombare, ti ascolterò.

La voce in casa di Anna

VOCE NEL SILENZIO – di Anna Meli

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           E il tempo scorre lento e continuo nel silenzio di casa mia. Tanti spazi vuoti, tanto silenzio da ascoltare e in tutto questo i ricordi si fanno avanti. Sento rumori di piatti in cucina, lo scorrere dell’acqua e la voce di mia madre che canta. E’ confortante e mi dà sicurezza.

          Alla mia mamma piaceva molto cantare; in tardissima età ormai ultranovantenne continuava a cantare stornelli, storielline piccanti dei suoi tempi, qualche pezzo della Pia de’ Tolomei e tutto quello che al momento ricordava. Non aveva importanza se la sua voce non era  più quella di una volta. C’erano in essa toni più lenti che terminavano spesso con un sospiro per poi riprendere, dopo una breve pausa, con un’altra storiella o un’altra canzone.

          Spesso mi sedevo sul divano vicino a lei e le accarezzavo il viso, mentre mi raccontava la sua storia di bambina sfortunata alla quale era mancata la mamma all’età di soli tre anni. La “ spagnola” se l’era portata via quando il suo babbo era in guerra . Una zia si era presa cura di lei e della sorellina di poco più grande.

          Quando raccontava mostrava tutta la sua fragilità, la sua voce diventava tremula, sembrava far fatica a venir fuori. Poi lei si calmava, sonnecchiava un po’. Io mi alzavo per fare altre cose in cucina, ma di lì a poco sentivo: “Mamma, solo per te la mia canzone vola….. “Segno che la sua mente, nonostante l’età, era sempre viva e presente. Se ne è andata molto vecchia e improvvisamente; tutt’ora mi mancano le sue storie, i suoi racconti, le sue canzoni, la sua voce e il suo modo semplice di vivere.

Ricordare dopo aver letto racconti per Patrizia

Giochi – di Patrizia Fusi

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Nel lungo caseggiato che sembra sia stato un convento ci sono delle decorazioni  in pietra serena di forma uguale nelle due porte d’ ingresso, all’inizio e al termine dell’edificio; su una di essa una piccola nicchia con una immagine della madonna. Nel tempo questo edificio era stato suddiviso in diciassette appartamenti.

Nelle famiglie che li abitavano c’erano ventidue ragazzi di varie età, ci dividevamo: i grandi non  volevano con loro i più piccoli.

Dopo la scuola  trascorrevamo le giornate sulla  strada lungo il caseggiato dove giocavamo.

 Le donne facevano alcuni lavori sedute fuori delle loro abitazioni, noi curiosi ascoltavamo i loro discorsi specialmente quando dicevano (attenti ci sono i tetti bassi)   di quello che avevamo sentito ci facevamo le nostre opinioni su come nascevano i bambini e sulle mestruazioni.

Erano pomeriggi sereni, e nell’estate si prolungavano anche dopo cena sotto la luce dell’unico lampione situato all’angolo dell’edificio.

I giochi nostri erano il salto con la corda, da soli, in tre, in quattro , mentre saltavamo ci accompagnavamo con delle canzoncine, quando non avevamo la corda vera prendevamo  dalla siepe un tralcio di vitalba e saltavamo con quella ma era meno divertente perché ci poteva saltare solo un bambino per volta.

A nascondino: si sceglieva dove contare, si contava fino a un certo numero e si diceva (ane ane chi c’è sotto ci rimane) se qualcuno non si era nascosto toccava a lui contare, non succedeva mai che noi non ci fossimo nascosti, iniziava la ricerca e appena si vedeva il bambino nascosto si pronunciava il suo nome e correvamo alla porta per fare bomba, se arrivava prima lui si salvava, l’ultimo bambino nascosto se riusciva a non farsi trovare poteva fere (bomba libera tutti) e rimaneva a fare la conto il solito bambino.

Acchiappino: non ricordo molto di questo gioco ricordo che si doveva rimanere in un perimetro e dovevamo correre per non farci prendere

Il gioco della campana disegnata in terra, si doveva tirare una pietra e saltare nel riquadro  senza pestare la riga e recuperare il sasso .

La pista modellata con la terra della strada, dove i tappi delle bibite recuperati al bar della casa del popolo diventavano corridori, a noi femmine ci facevano giocare raramente.

Il gioco dell’anello: ci mettevamo in fila con le mani giunte ,un bambino dicendo una filastrocca consegnava l’anello senza farsi vedere dagli altri. Uno di loro doveva poi indovinare chi aveva ricevuto l’anello.

Il gioco (pisto e pistugno di maggio e di giugno la bella luminara sale la scala sale la scala e lo scalone la penna del piccione sei tu bella tira su questa cianteralla) quando con la filastrocca venivano toccate le due gambe venivamo eliminati, vinceva chi rimaneva ultimo

Il gioco individuale con la palla facendola battere contro il muro sempre con filastrocca (pallina dorata).

In un periodo ci capitò anche il cerchio di plastica dell’ ulaop ma con poco successo.

Il gioco ai quattro cantoni: un bambino rimaneva fuori , quando questo indicava un compagno, lui si doveva spostare correndo per non perder il posto.

Il gioco dello sculaccione: ci prendevamo per mano e formavamo un cerchio, un bambino rimaneva fuori e girava all’esterno, dava poi uno sculaccione a uno del cerchio e a chi era toccato doveva correre nel senso opposto all’altro bambino e cercare di tornare al suo posto prima dell’altro. Anche il gioco dell’uovo marcio aveva lo stesso meccanismo solo ad un momento del gioco dovevamo metterci a coccoloni e  quello esterno lasciava un fazzoletto e si ripeteva la corsa per il posto.

Il gioco del girotondo il più classico (giro giro tondo casca il mondo casca la terra tutti giù per terra)

I giocare, con l’immaginazione diventavamo quello che ci affascinava di più  e potevamo condividerlo con i compagni .

In primavera quando le vitalbe erano fiorite io e altre due amiche andavamo nel viottolone, ci  addobbavamo con questi tralci con i fiori bianchi e fantasticavamo di essere delle spose, la fantasia ci faceva volare

Le belle scampagnate alla ricerca dei fiori, per regalare alle nostre maestre .

Non so se ho descritto bene i giochi, la memoria un po’ mi tradisce.

Dalla lettura il pensiero di Luca M.

In viaggio – di Luca Miraglia

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Dal testo di Stefania:

“A metà strada tra la terra e il cielo, o forse molto meno, solo un po’ sollevata, quanto basta per essere altro, né questo né quello”

Dopo un lunghissimo viaggio in treno (arrivavo dalla Sicilia) è apparsa tra filari infreddoliti e chiazze di neve mista a fango la rocca di San Marino, appollaiata sul monte Titano.

Laggiù il mare, lassù il borgo dominato dalla torre del palazzo del Governo.

Era la fine degli anni sessanta, e tuttavia la sensazione era quella di trovarsi a poggiare i passi in un mondo altro: se non fosse stato per le poche auto parcheggiate fuori le mura o per le “comodità” dell’albergo, si sarebbe ben potuto pensare e dire di trovarsi in una saga medievale.

Dalla lettura di Patrizia il racconto di Daniele

Classi sociali e umanità – di Daniele Violi

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Dal racconto di Patrizia….per ringraziare la popolazione del paese che non aveva fatto la spia, la fattoria donò olio e vino a ogni famiglia e terreno per l’orto.

Un messaggio di grande attenzione e di stima per le persone che con il loro impegno contribuivano a dare benefici sociali ed economici ad una attività agricola che al tempo ancora poteva rientrare tra le attività produttive principali e che poi in grossa percentuale con l’indotto e l’artigianatoha contribuito a risollevare il territorio da un periodo tragico, dove la distruzione della guerra, aveva coinvolto tutto quanto. 

Le comunità che si ergevano intorno ad una attività agricola principale, motore dell’economia, rappresentavano talvolta un esempio anche di una rete sociale e solidale, che fruiva dei benefici in un territorio ricco di risorse naturali. Nel racconto si parla di un grande esempio di vicinanza e di eleganza valoriale verso la dignità e la storia di una comunità composta da donne e uomini e non visti soltanto come subalterni o servitori, come concepivano le regole secolari imposte dal latifondismo. Una realtà di decine e centinaia di persone impiegate fino allo sfinimento nel condurre 20, 30 poderi come si strutturavano i territori agricoli con le fattorie, centri nevralgici della vita delle attività agricole. Queste realtà erano disseminate capillarmente fino all’inizio del boom economico che ha poi cambiato lentamente il volto di campagne e città. La Grande attenzione di persone agiate ai bisogni di nuclei familiari poveri riconoscendo loro l’enorme valore del comportamento tenuto per aver dato il contribuito alla giusta causa di salvare una vita umana. Un esempio e se ne conteranno fortunatamente, per la loro umanità che ha reso possibile la convivenza tra strati sociali diversi o classi che poi successivamente hanno fatto parte di una società tutta da ricostruire.

Voce in barattolo di Simone

Voce in barattolo – di Simone Bellini

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 Con un colpo di tosse si schiarì la voce ed iniziò con vocali e consonanti sparati con volume alto e tono secco, proseguendo con modulazioni a diminuire d’intensità e risalire di diaframma, poi di gola, infine di testa, ripetendo il tutto più volte.

Quindi passò alla Erre, da arrotare con altre consonanti ( brr-trr-drr ecc.) per poi leggere ad alta voce un libro con una matita messa per orizzontale tra i denti cercando di scandire bene le lettere.

Ora doveva allenarsi con gli scioglilingua tipo;

– Una rara rana nera sulla rena errò una sera

– Eva dava l’uva ad Ava, Ava dava le uova ad Eva, ora Eva è priva d’uva mentre Ava è priva d’uova

– Li vuoi quei kiwi? E se non vuoi quei kiwi che kiwi vuoi ?

Un po’ di gargarismi tibetani ( ngoo, ngaa, nguu ) e respiri profondi per concentrarsi.

– “ Siamo pronti ?”

-“ Si pronti !”

– “Mi raccomando intensità di emozioni ! Bene, prova di doppiaggio numero uno, VAI ! “

Rossella G. legge Gabriella e ….si va in scena!

“G.C”  SI VA IN SCENA – di Rossella Gallori

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…LE TENDE pesanti di velluto bordeaux si aprono lentamente, ad ogni piccolo strappo di corda ondeggia la ricca frangia pesante. Sussulta…trema.

Ai lati preziosi embrasse, pendono inerti su ganci bruniti .

Personaggi: una mamma bellissima, eterea e pesante

                     Una divisa con dentro un uomo, un padre

                     Una bimba che finge di non saper piangere

                     In sala odore di zolfo

                     Costumi: Como seta/ style

Personaggi minori: un minatore siculo/ toscano

La scena: sulla pedana destra uno specchio gigante, forse mal posizionato riflette il nulla, forse lo confonde.

Sulla quinta di sinistra una gigantografia del vecchio Monti (a Como con la O stretta) datata 1950…piazza Cavour

Il fatto: un racconto lunghissimo, double face, dove i personaggi si rincorrono, sembra che non si incontrino mai, uniti e separati dal proprio ego….nemmeno quando si sfiora la tragedia e qualcuno cade in acqua, per colpa di cane scemo in cerca di coscette morbide.

Una donna bellissima finge vita, seminando polvere, granelli dorati,  fastidiosi.

C’è un padre importante, in divisa sempre, anche quando non ce l’ ha.

Aleggia una brutta imitazione del toscano “ notaro” forse senza sapere che usare un latinismo, non è satira, ma cultura.

Attori speciali, tutti, da Oscar, l’ hanno vinto, per la serie: Sospetto e Mistero.

Sentore di bizzarro in giuria.

Note: tra il pubblico, in prima fila, una bimba bellissima, dagli occhi color  “noce di Sorrento”. Immensi, aperti a volte spalancati ed increduli, spesso “ chiusi per non sentire”. Ha lunghi capelli color miele di castagno, ben vestita, a sguardi attenti sembra indossare però,  una elegante divisa….asciuga lacrime asciutte, con il suo prezioso fazzolettini di lino impalpabile, le iniziali: G e C  si intreccia con altre lacrime  vere bagnate e nascoste.

Accanto a lei : Pina, Gigliola, Romilda e tante altre, donne sane, protettive, compagne semplici di vita  nuova,  dove  respirare era obbligo, vivere…pure.

Sottotitolo in platea: Semplicità

Alla fine dello spettacolo , un ricco buffet, cibo ottimo, forse il bere è un po’ amaro, elegante, sempre e comunque .

Qualche generale di corpo d’ armata ringrazia sorridendo, il regista per i biglietti omaggio ricevuti…spesso la vita è gratis.

…..Dalla Sicilia, meravigliosi ed immensi cannoli si presentarono alla biglietteria……….profumo di ricotta e cedro candito, piccole briciole di cioccolato e pistacchio di Bronte tracciarono un piccolo sentiero…….

Leggere un racconto per nuove ispirazioni (con Rossella B.)

Leggendo Stefania – di Rossella Bonechi

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Due sono le frasi del racconto che hanno suscitato in me emozioni e riflessioni conseguenti. 

La prima è “DOVEVANO FARSI SENTIRE, AVEVANO TIMORE NON CI FOSSE ALTRO MEZZO, FORSE. COME CON LE GONNE CORTE, PER FARSI CORAGGIO.”

Mi fa pensare che davvero i ragazzi hanno il timore di non essere presi in considerazione, di essere troppo al lato degli adulti, in pratica di contare poco e allora fanno rumore con i motorini truccati o con le minigonne, come a dire ” eccoci, ci siamo, guardateci mentre anche noi prendiamo possesso del tempo e dello spazio”. i ragazzi e le ragazze hanno fatto rumore anche con la musica sparata a palla, con i balli sfrenati, con gli slogan urlati nei megafoni e quella che veniva liquidata come fastidiosa ribellione forse era solo voglia di dire ECCOCI. lo fanno ancora? La musica se la sentono in cuffia, non si chiamano più da muretto a muretto ma usano il tam tam dei loro cellulari, però si scrivono frasi e disegni sul corpo, i capelli non più lunghi sono multicolor e si mobilitano in piazze social. sì, sì i ragazzi e le ragazze gridano ancora e a gran voce anche;  è lo spazio che gli si è ristretto intorno e i sordi la fanno da padrone.

La seconda frase è “ERA COSÌ BELLO QUEL CALDO, COSÌ PREZIOSO PERDERE TEMPO, CHE DAVA LA CERTEZZA SAREBBE STATO PER SEMPRE” Tutti noi, a pensarci bene, abbiamo un’isola dentro dove si raccolgono in piazza tutti i MOMENTI PER SEMPRE,  che guarda caso erano i più belli, i più esaltanti. Niente è per sempre, lo sappiamo bene, ma se ogni tanto si può trascorrere un po’ di tempo in vacanza su quell’Isola, sul muretto all’ombra di “stitici” cipressi, ci avviciniamo molto al per sempre

La voce di nonna Anna per Vittorio

La voce che porta – di Vittorio Zappelli

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Dove porta la voce ? dove vuole e quando vuole, lasciati portare sulle sue ali a sentirla dove è nata e dove è diventata parte di te anche se assopita e silente .
Allora ti farà planare dall’alto delle mura della città verso la piccola casa “in Lucca fora” con il grande albero di castagno nel giardino in fondo al vialetto di sassi e da li entrerà nella cucina dove risentirai il suo suono mentre la sera ti prepara la cena con latte, burro e mele fritte e poi in camera con te a guardarla mentre si scioglie i lunghi capelli bianchi ed entra nel letto comune a fondere insieme i calori dei corpi nel freddo della casa senza riscaldamento. E’ la stessa che ti consola dalla malinconia per i tuoi genitori che non ci sono in quella casa che se ci pensi ..ti viene da piangere.
E d’estate mentre in città giardino al mare sei sotto l’ombrellone ,te la porterà il vento la sua voce con lei seduta vestita accanto a te sempre al lavoro a sferruzzare e raccontare storie del suo paese alla periferia della citta’ e del suo essere stata giovane madre con 2 figli vedova presto e sarta per tirare avanti. La voce è sempre pacata ma rivestita di coraggio ed è ornata di due occhi piccoli ma penetranti come spilli (per l’appunto di sarta)
Il vento cambia direzione; ora viene dal mare e la voce si fa più arguta e briosa; sorridendo complice ti farà ricordare come l’hai fatta cadere dalla bici in pineta tagliandole la strada e si è fatta anche un po’ male . Questo lei , sempre afflitta dai dolori, non lo ha mai raccontato a nessuno.
Cosi con il sorriso ha reagito nella casa grande del paese quando la voce premurosa chiedeva al ragazzo intento ai suoi giochi “ cosa vuoi da merenda ? e dopo un po’ al silenzio del ragazzo ancora “cosa vuoi da merenda ?” e cosi’ altre volte finché è arrivata la risposta insofferente “pane e culo !”
Il nome della voce: nonna Anna di Lucca

Lavori a maglia: Rossella G.

Il cappello marron glasé – di Rossella Gallori

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Il cappello marron glacé  era il meno brutto della produzione di mia madre, ne ha creati diversi negli ultimi anni di lucidità, con quell’ uncinetto che amava ma, che, a parer mio, non partoriva  neonati bellissimi…. coperte pesanti  fatte di piccoli morsi di lana grossa dai mille colori, poco calde ed ingombranti… grassi fazzoletti accogligatti che all’epoca non c’ erano e…cappelli, cappelli per me, che amavo il classico Borsalino da uomo o i colbacchi di pelliccia….copricapo coloratissimi  mai della misura giusta, dalle forme desuete: a pentola, a vaso da notte, a orfanella, a preservativo gigante, colori ignoranti, sfacciati, nei casi migliori sembravano dei copri teiera…

Spesso li perdevo, volutamente o casualmente, mi cadevano dalle mani, mi abbandonavano senza nemmeno dirmi ciao, poco apprezzati,  poco amati….cercavano altre vite.

 Stessa sorte  l‘ha avuta il cappello color castagna…ricordo bene l’ ultima volta che l’ho indossato, faceva freddo, molto freddo, la giornata si era annunciata noiosa, monotona, quella telefonata: esci?!?, improvvisa mi aveva  sorpresa più malandata del solito, capelli  scarmigliati senza garbo, vestagliuccia ciancicata, uscire o non uscire, amletico dilemma…

Fu così che in pochi minuti mi preparai, un po’ sfavata  come sempre mi ritrovai, con cappotto/ sciarpa/ guanti di fronte  ad una scatola di impietosi cappelli, dalla quale cadde lui, lui il copriteiera, l’ ultimo gioiello della collezione  di mammà… mi scelse e ed io stranamente, non lo rifiutati.

Confesso che mi sentii subito protetta da lui, ero sola come sempre, ma serena, forte, vera come non mai, ero protetta dalle schegge che spesso non riuscivo a schivare, dal mio non essere mai tutta me, camminavano in tre lungo l’ Arno, amicizia lei, cuorscontento io, ed il magico cappello poco distante da grandi occhiali scuri, dal bavero alzato, dalla sciarpa strangolante…

Guardavamo l’ Arno di là, come un quadro, il caffè e le parole incorniciavano un pomeriggio senza fronzoli…incontrammo gente, io perfino sorrisi, nello scoprire che altri erano amici di miei amici…..in una Firenze così piccola da stare in un cuore…

Ci furono le foto, con un sole che aveva voglia di andare a dormire, ed ancora non era nemmeno ora di cena, foto da ragazzine sotto un ponte, che in altri momenti mi avrebbe fatto paura, ma quel pomeriggio noi tre eravamo invincibili…”moschettieri  su i greto”  ed il vento arrossava le guance, un racconto nella testa, qualche confidenza, una poesia strappata in tasca e quelle istantanee che forse eran tre o quattro…ma ne è rimasta solo una, graffiata dal vento….Non si è persa lei, come il mio povero cappello, come qualche sogno infranto, è rimasta lì testimone di un giorno che  ricordo, del fiume di casa, di un caffè nemmeno speciale, di una me così serena, che non conosco, non riconosco…di quattro piedi, in marcia…

Si quella ero io, sono io……

Lavori a maglia: Sandra

Lavorare o passeggiare? – di Sandra Conticini

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Anche io mi sono dilettata  a lavorare a maglia o a uncinetto. Più che altro in gioventù poi con il lavoro, la casa, la famiglia, il tempo non avanzava, ma per fare qualcosa a mia figlia riuscivo a trovarlo. Le  facevo golfini, maglioncini lavorati  con  punti diversi, ma come mi dispiaceva quando, con le lacrime agli occhi, mi diceva: Mamma pizzica!

Io mi alteravo subito, poi cercavo di convincerla che non era possibile, ma lei non demordeva e chiedeva sempre la solita felpa con l’orsetto.

Pensavo al tempo ritagliato per quel lavoro e  mi convincevo che  sarebbe stato l’ultimo, ma poi ci ricascavo.

Anche ora, che ho più tempo, ogni tanto le ho fatto qualche sciarpa, maglia, chiedendolo prima a lei  che, per non farmi dispiacere, ha accettato, ma capisco che sarebbe meglio che quel tempo lo usassi per andare a fare una bella passeggiata sull’Arno.

Eleganza nel giardino di Carla

Eleganza nel giardino – di Carla Faggi

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Siamo a fine Febbraio, fa freddo, ed è piovuto molto.

Il mio giardino spontaneo pur sonnecchiando ancora, è già rigoglioso.

Sembra uno spartito musicale, note alte degli steli del tarassaco, chiamato nella mia infanzia Piscialletto, con le loro piccole margherite gialle che sembrano abbracci, non sono molte, perché bisogna aspettare ancora qualche giorno di sole per vedere il giallo fare da padrone nel prato.

Poi ci sono le note basse, piccole erbe di campo che se sapute riconoscere sono anche ottime insalate. Più alte , più basse, più rotonde, più diffuse, sembrano tanti contralti, baritoni, bassi.

Alcune sono femmina, altre maschio. Perché? Non lo so, è così e basta! Forse dipende dai colori, dalla forma delle loro foglie oppure solo dalla mia immaginazione.

Poi c’è l’erba comune, quella che se fosse sola e per fortuna non lo è, formerebbe il cosiddetto freddo prato all’inglese.

Tanti cespugli di malva ancora senza fiori ma importanti con il loro verde intenso. Baritoni per ora, contralti in fioritura.

Poi c’è il crescione con le loro piccole infiorescenze bianche.

E nel sottofondo Lei, la regina ! La borraccina! Di un verde cangiante, in alcune zone più gialla, in altre quasi bruna è senza ogni dubbio la più affascinante perché sembra dipinta per riempire gli spazi vuoti, per creare la sensazione d’insieme, un insieme che è eleganza. Perché l’eleganza è armonia, è spontaneità, è modestia, perché in tutte le cose vere c’è eleganza.