Stanca – Complicato – Coltello
foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori, Cecilia Trinci











Stanca – Complicato – Coltello
foto di Lucia Bettoni, Rossella Gallori, Cecilia Trinci











Scricchiola il vento dentro le porte (invenzione di Cecilia)

Monte Farella – di Gabriella Crisafulli
Nella casa sulla collina le porte erano state fatte dal maestro Monopoli, ebanista. Porte di massello solide e leggere. Quando il vento soffiava su Monte Farella vibravano sui cardini.
Raccontavano storie.
Il passaggio dei partigiani che, posate sul tavolo le bombe a mano e le pistole, pranzavano con la famiglia.
La caduta dell’aereo nel terreno vicino all’aia: era stato uno scampato pericolo ma anche l’arrivo di molta materia prima per quei giorni magri. Tanta tanta stoffa da ricavare dai paracadute, munizioni, meccanismi, ferraglia, rottami, polvere da sparo.
I tre ragazzi chiusi nel trulletto per le bestie a fare fuochi d’artificio con i materiali ignifughi di risulta.
L’elettricità che crepitava sui fili scoperti all’interno dell’abitazione durante i temporali. Illuminavano il buio di lampi e fulmini domestici. Bisognava stare seduti con i piedi sollevati da terra a guardare gli schiocchi sulle pareti in attesa che terminasse la burrasca.
Il rumore del motore che tirava su l’acqua dal pozzo per l’uso quotidiano.
L’operazione di difterite sul tavolo di marmo della cucina.
Le porte vibravano sui cardini anche nelle prime ore del mattino quando ci si crogiolava nel letto e i corpi si stringevano nell’abbraccio del buongiorno. Le nocche colpivano le ante che si scuotevano mentre la voce roca riportava all’ordine: “Giovanni, è l’ora di fare la spesa!”
(segue)
Scricchiola il vento dentro le porte.

Nel caso possa scoppiare la pace – di Nadia Peruzzi
Il vento scricchiolava dentro le porte .Questa è la prima cosa che i Pickwick notarono appena ci misero piede dentro.
Un rumore per niente sinistro o fastidioso, nonostante il verbo, che era stato concepito per ricreare all’interno suoni accattivanti e rilassanti.
Quella casa l’avevano scelta per la sua forma ardita. Sembrava un uccello, appollaiato su una scogliera della Cornovaglia, in procinto di spiccare il volo.
Non solo per questo, però.
Il dépliant di superlusso che avevano sfogliato parlava di una casa domotica di ultima generazione in cui a farla da padrona era l’intelligenza artificiale.
Le luci si accendevano al loro passaggio per spegnersi un momento dopo, per prendere bagagli e valige era comparso un piccolo esercito di robot che silenziosi riposero tutto in brevissimo tempo, senza che nulla rimanesse a turbare armonia e ordine.
La casa era stata studiata da un gruppo di scienziati di Huston, che non avevano avuto nessun problema fino a che il capo di quella squadra di inventori non era inciampato in uno dei piccoli robot che stavano testando ed era finito giù dal dirupo fracassandosi sugli scogli sottostanti.
Il dolore fu immenso fra i suoi colleghi. Non fu da meno la preoccupazione che, nonostante fossero al completamento dell’opera con la messa a punto definitiva, qualche minimo margine d’errore potesse essere rimasto.
Ricontrollarono per l’ennesima volta e visto che tutto funzionava a dovere si fece valere la regola del business is business che imponeva di metterla prima possibile sul mercato, in modo che ne potessero ricavare tutto il denaro che una casa avveniristica come quella meritava come quotazione.
Quindi ricca e martellante pubblicità su tutte le riviste di settore rivolte ai superricchi. Interviste su interviste in tv, affiancati da una top model tutta “poppe e culo” che li aiutava a mostrare il funzionamento di quel gioiellino dell’elettronica applicata, per il quale bastava anche un semplice sussurro a mettere in moto gli apparecchi.
Era una casa democratica, da politicamente corretto e voci e suoni soffusi. Non certo come quelle costruite dai cinesi almeno un decennio prima, per le quali c’era bisogno di ordini precisi e con voce stentorea. Roba da poracci!
Qui tutto era soft. Ogni stanza il suo colore che si adattava a come girava la luce del sole durante la giornata.
Le pareti del soggiorno immenso, in alcuni punti erano vere e proprie cascate d’acqua circondate da una vegetazione che richiamava la jungla nei punti più riparati e caldi, o il sottobosco delle foreste di latifoglie delle latitudini più fresche.
I cinguettii che si udivano erano delle specie di uccelli che popolavano quelle zone.
Di fatto il mondo, o pezzi di mondo in una casa.
Le finestre in determinate ore del giorno, quando la luce era più intensa, ridevano. Risate gioiose di bambini che allietavano i signori Pickwick e non facevano sentire loro alcuna mancanza di un figlio. Erano troppo occupati nelle loro professioni per potersi permettere di circondarsi di marmocchi rumorosi, esigenti e col moccio al naso quando avevano il raffreddore.
Jane e Tim erano operatori finanziari in criptovalute e lavoravano 24 ore su 24.I 10 megaschermi sempre accesi nello studio erano il loro regno del compra e vendi che portava loro soldi a palate.
Una casa che faceva tutto da sola era una vera manna. Loro potevano star seduti ai computer a giornate intere tutto il resto se lo gestiva la casa da sola. Un sussurro bastava a metterla in moto.
I piccoli robot erano impeccabili, nelle faccende domestiche. Come cuochi erano tutti stati insigniti di 2 o 3 stelle Michelin, quindi la tavola era sempre imbandita con piatti gourmet da leccarsi i baffi .
La casa era come se la fossero cucita addosso, i Pickwick.
Non uscivano quasi mai .Nemmeno per godere della vista fantastica del mare blu cobalto che avevano di fronte, o per fare un bagno nella grande piscina che per collocazione e acqua a pelo sembrava già un pezzo di quel mare magnifico.
L’avidità, il fare soldi dai soldi, erano un richiamo troppo forte rispetto al mondo esterno, col suo clima spesso inclemente, il vento che sferzava tutte le cose e a volte non dava tregua, il muggito delle onde che sbattevano sugli scogli sottostanti. Il mondo esterno, la realtà era disordine e rumori per loro di un fastidio insopportabile. La metarealtà, invece, era rassicurante, avvolgente e calda come una coperta di Linus e loro avevano bisogno di questo.
Anche quando il governo dette indicazioni di prepararsi in caso di una possibile guerra, non fecero una grinza. Seguirono alla lettera ciò che andava fatto e sussurrarono ai robot di costruire un rifugio anti atomico, nel caso si arrivasse anche a quel tipo di guerra da fine del mondo. Dovevano poi sistemarlo e rifornirlo di comodità, grandi scorte d’acqua e di cibo per una lunga permanenza. Si accertarono come prima ed essenziale cosa che generatore e collegamento internet fossero al top per continuare anche da laggiù nei loro traffici finanziari. Pensarono che le quotazioni del plutonio e dell’uranio sarebbero salite alle stelle , quindi cominciarono ad investire sull’uno e sull’altro. Business is business anche con una possibile guerra atomica.
Venne il momento di fare una ispezione al sito che era stato ricavato ampliando un anfratto all’interno della scogliera. Scesero con l’ascensore, e si ritrovarono in tre ampi vani arredati con tutte le comodità a cui erano abituati. Cibo e acqua in quantità, colori accattivanti e caldi che sarebbero serviti a non pensare al cataclisma che si sarebbe abbattuto fuori. Erano entusiasti di ciò che videro. Una guerra nucleare a loro avrebbe fatto un baffo!
Anche il portellone di spesso acciaio ,come le porte di casa era stato progettato in modo tale che al suo interno si sentisse il benefico scricchiolio, come se refoli di vento più o meno impetuosi giocassero a rincorrersi per tutta la possente struttura.
Abituati al suono pacificatore e rilassante di tutte le porte di casa, colsero una lieve nota sgradevole e stridula, stonata.
Si girarono in contemporanea e videro che era rimasto un solo robot ed era sulla soglia, pronto a spingere il portellone. Non fecero in tempo a fermarlo.
Rimasero sigillati per decenni .Li ritrovarono mummificati dagli speleologi che avevano sentito parlare di grotte da quelle parti e di anfratti da esplorare in quella parte di scogliera nella quale era stato ricavato a suo tempo il rifugio.
I rari passanti raccontavano anche di aver visto robot che facevano il bagno nella grande piscina. Si seppe di feste organizzate durante la bella stagione nella grande casa che dopo un po’ di tempo divenne un ristorante da 4 stelle Michelin, frequentato da persone che venivano da ogni parte del paese, anche perché nonostante tutto i prezzi erano popolari.
La casa sulla scogliera era diventata una piccola società democratica, in cui tutti facevano il loro lavoro ma senza padroni ,e tutto funzionava a meraviglia .Qualcosa di eccezionale, come lo erano i piatti che venivano proposti nel menù.
E la guerra atomica?
Ah, quella?
Mica c’era stata.
I capi che erano pronti a farla scoppiare erano stati cacciati a calci dai loro concittadini, che avevano preso in mano le redini di tutto quanto e avevano deciso di far scoppiare la pace.
Nel nuovo mondo le criptovalute nessuno sapeva cosa fossero.
Qualcuno fra i più vecchi, si ricordava di aver letto qualcosa di simile nei fumetti di Nembo Kid ,anche se aleggiava più di un dubbio, data l’età, che potesse trattarsi con maggiori probabilità della Kriptonite.
Il rosmarino non capisce l’inverno – La neve in fondo al mare

La neve e il rosmarino – di Stefano Maurri
Era forte e asciutto come lo erano quasi tutti in paese. Lavorava per la fattoria del conte e come tutti si ritrovava al bar mescita sul Corso scambiando un po’ di parole. Lo aveva fatto suo padre e suo nonno, ma da un po’ di tempo le idee non si conciliavano più con quelle degli altri avventori
-Va via bischero, o un lo sai che per farsi rispettare bisogna essere forti, ma non singolarmente, ma tutti insieme
Lui preferiva lavorare e essere solo piuttosto che sentir parlare di forza che si oppone ad altra forza. Tornava a casa e continuava a curare le sue piante officinali e soprattutto il rosmarino, la pianta che aveva superato tutte le stagioni.
Mentre gli altri litigavano decise che non avrebbe fatto altro fino a quando non fosse caduta la neve.
Poco dopo cominciò a nevicare in maniera abbondante su tutto il paese e anche sul mare.
La neve era stranamente pesante e cominciava a ricoprire non solo il terreno, ma scendeva anche sul mare. Purtroppo non sapeva di ozono ma di un odore che intossicava tutto il mondo.
IL ROSMARINO NON CAPISCE L’INVERNO

Il rosmarino e l’inverno – di Tina Conti
Non sono proprio il solo, l ’avete vista la forsizia tutta indorata di giallo che era quasi Natale?
Le fresie che si dondolano con sfumature viola e gialle sotto l’abete.?
Io, non ce la faccio a trattenermi, caccio rami nuovi vicino al muro, qualche fiorellino per i calabroni coraggiosi dietro al pollaio.
Poi, precipita tutto con delle ventate furibonde e rovesci di acqua gelata che fanno tappeto dei miei poveri fiorellini azzurro viola.
Non mi arrendo però, mi commuovo quando la giovane mamma, accosta il passeggino alle mie fronde per far odorare quel bimbo tutto incappucciato che allunga le manine per acchiapparmi.
Sono diventato eroico e resiliente, ho radici forti e profonde amo replicarmi in giovani talee profumate e robuste.
Sono anche diventato di moda, mi cercano per tisane calde insieme all’alloro presuntuoso.
Un posto davanti alla porta di casa lo trovo sempre, anche se a volte mi fanno morire di sete.
Fortunatamente qualche buonanima, mi versa l’avanzo di un bicchiere d’acqua, ma anche mi soffoca con cartacce e scarti di plastica.
Io resisto, a marzo però sono nel mio splendore, mi fanno compagnia fino a sera api, vespe calabroni e farfalle. All’ora di pranzo mi riposerei volentieri ma con quel ronzio non riesco a chiudere occhio, pazienza, aspetterò l’autunno e, con qualche sforbiciata mi rimetto a posto la chioma e mi riposo.
Il rosmarino non capisce l’inverno

La voce del rosmarino – di Daniele Violi
Davanti ad un raggio di sole, si ragiona sul da farsi con un immaginario dialogo e confronto che coinvolge il rosmarino con un Inverno. Del rosmarino, come pianta si può dire di tutto, ci piace sfregarlo per sentire introiettato in noi il suo profumo, il rosmarino che ama la calda estate, ma ha tanto coraggio, affronta senza esitazione la stagione invernale, impavido fronteggia le correnti fredde, pieno con la chioma, con le sue esili fogliettine. Fogliettine tutte collegate ad uno stelo, come un virgulto, ad un rametto che collegato ad altri rametti forma un arbusto che talvolta pende e ci dona uno scenario magico. Il rosmarino é coraggioso, in pieno inverno vuole distinguersi presto dagli altri arbusti. Il rosmarino si riempie di fiori già prima che il sole lo riscaldi e lo possa aiutare alla vita. È forte il rosmarino. Si ho propagato tante piante di rosmarino, con tante porzioni di piccoli rametti, staccati dalla pianta, per aromatizzare le infornate di patate, e poi lasciati alcuni nel bicchiere per giorni. Magnificamente lo spettacolo era che il rosmarino generosamente mi parlava con le sue radichette minuscole che sbucavano dal suo corpo legnoso, di seguito, con dolcezza, loro stessi usciti dalla sua base in acqua chiedevano poi di potersi accomodare dentro una coperta di terra. Il rosmarino. Quante volte ho pensato di essere il rosmarino, un rametto di rosmarino immerso con patatine accomodate nel forno, mica male come idea, dentro una teglia una pietanza facile, si facile a farsi, pure nei sogni. Ma come una pianta può cambiarti la vita si, con o senza allegria, ti può anche cambiare la vita. Quando poi d’inverno ti accorgi che davvero una pianta di rosmarino che avevo curato in decine di anni, portato avanti nel suo avvenire, si ferma, mi vuole salutare; muore pian piano, proprio d’inverno, proprio quando doveva interpretare il suo coraggio, nella stagione fredda per difendersi meglio con il suo linguaggio che costituito dalla propria fibra e da sostanze meravigliose, riesce a stare in armonia con la luce, i suoi simili e gli esseri viventi che lo amano e le stagioni che lo educano alla vita. Si é morto un rosmarino in inverno; mi è morta una pianta di rosmarino, una delle tante. Avrei voluto essere io quel rosmarino. È morto perché non ha capito l’inverno. É morto perché l’inverno della guerra lo ha portato via. Il rosmarino ha capito l’inverno, e per non vedere più la tragedia che l’inferno dell’inverno ha con eufemismo deciso anche per lui, se n’è andato. Avrei voluto essere io il rosmarino. Ho avuto una piccola lacrima di fronte alla sua morte, una morte d’inverno. Allora forse il rosmarino aveva capito tante volte l’inverno. È rimasto vittima. Non ce l’ha fatta più ad accettare il grande freddo che gli è scorso dentro, di fronte alla morte che sentiva attorno. Si mi aveva parlato il rosmarino. Mi aveva detto che voleva andare, forse aveva sentito la mia anima che non volendo più scorrere sopra la tragedia della guerra, delle tragedie, che mi fanno chiudere gli occhi e piangere dentro. Si è fatto carico lui di sostituirmi. Così anche Lui si è spento. Ha sentito dentro se stesso che non poteva più aiutarmi o aiutarci. Il suo dolore per le tragedie è arrivato da lontano, da un canto portato dal vento, un canto dei suoi amici Ulivi in una martoriata Terra e che assistono tragicamente ad un delirio e alla distruzione della bellezza di migliaia di persone. Una Terra che si voleva chiamare promessa, non ha più di niente di promettente per chi vorrà vivere. Gli amici Ulivi che come è capitato, davano da mangiare a famiglie di abitanti palestinesi e che seppur difesi questi, e gli Ulivi, da Pacifisti israeliani come lo scrittore Amos Oz, gli stessi Ulivi hanno dovuto poi salutare chi li aveva curati e cresciuti, per avere un destino diverso e forse tragico, tutto a vantaggio di coloro che con violenza hanno voluto strappare il sentimento di amore per le Piante e hanno portato la tragedia per donne e uomini.
Ho pianto per l’amore di questo scrittore, per la sua Forza con la quale aiutava i Giusti, di fronte all’ingiustizia.
Anche lui ha pianto, questo mi ha detto il rosmarino prima di morire. Si, in inverno; un inverno che appunto l’inferno della guerra, ancora ci vuole fare assistere al proprio dramma.
Ma il mio Rosmarino, generoso fino alla fine, mi ha dato Calore e Coraggio. Lui stesso, mi ha parlato tra le braccia del fuoco che riscaldandomi scoppiettando, mi faceva sentire la Sua di voce.
La neve in fondo al mare

Il mare e la neve – di Carmela De Pilla
Eppure non era successo niente di strano durante la giornata, mille cose da fare, da pensare, ma niente che la preoccupasse.
Stava calando la sera e lì non ti senti mai solo, ci sono le stelle che brillano più del solito perché nessun lampione ne affievolisce il luccichio e poi c’è il mare che sotto i riflessi della luna sussurra storie di marinai, di balene , di profughi, di speranze soffocate e di sogni, nel buio della notte non lo vedi, ma tu sai che c’è, lo senti dentro e ti culla e pian piano ti allontana dalla solitudine.
Era sola quella sera, ma c’erano il mare, le stelle e il buio.
-Io non so come fai a dormire in quella casa grande da sola, non c’è più nessuno ormai, almeno la sera torna in paese!-
Ma a lei piaceva proprio perché era sola, ma quella notte non riusciva a dormire “Devo pensare a qualcosa di bello” si diceva e più ci pensava e più i sensi si svegliavano.
-Basta, vado a fare una passeggiata sulla spiaggia!-
Appena aprì la porta lo sentì e fu avvolta da un alito umido rassicurante.
Conosceva bene il vialetto e poteva andarci anche a occhi chiusi e perdipiù quella notte c’era la luna piena e il buio non era buio, era di un blu intenso, a tratti argenteo. Non si sentiva sola e non aveva nemmeno paura, le onde danzavano con leggerezza, sembrava che la chiamassero e lei andò verso di loro sicura.
Un cane randagio era sdraiato fuori dal cancello e appena sentì il suono metallico del lucchetto si scosse, si scrollò dal pelo la sabbia e la seguì come se la conoscesse già, chissà quante volte l’aveva aspettata lì fuori.
Si avvicinarono alla battigia e si fermarono uno accanto all’altra lì dove l’acqua delicatamente accarezzava i piedi e le zampe senza far rumore e guardavano lontano laddove lo sguardo si perde, chissà cosa stava pensando il cane, forse pensava alla cuccia che non aveva o al padrone scomparso inspiegabilmente, sembrava tranquillo, ma cosa provava davvero? Lo guardò con tenerezza e lo accarezzò.
-Ho freddo dentro stanotte, la neve mi gela l’anima eppure non è successo niente di insolito in questi giorni, in questi giorni… ma prima?-
Il cane si era sdraiato quasi sopra i suoi piedi e respirava al ritmo delle onde, chissà se capiva la sua inquietudine, chissà se anche lui sentiva quel freddo insopportabile!
-Avrei potuto…avrei voluto…ma perché non ho fatto…? Avrei desiderato seguire un copione diverso…il tempo ha consumato la mia vita senza che me ne accorgessi…
Sussurrava parole confuse e guardava il mare e lui era sempre lì, assorto nei suoi pensieri ascoltava in silenzio, come un buon amico non parlava, non giudicava…ascoltava e basta e il freddo pian piano incominciò a dileguarsi.
Una lingua d’argento giocava con le onde e mille luci si rincorrevano e portavano allegria in quella notte un po’ strana.
-Non voglio che la neve si sciolga dentro, la butterò in fondo al mare! -esplose a voce alta e col gesto delle braccia la lanciò più lontano che poteva, il cane ebbe un sussulto e di colpo si alzò poi la guardò e incominciò ad abbaiare, voleva giocare, aveva capito che era finito il tempo del pensare, la donna raccolse un legnetto e lo lanciò in aria.
Si divertirono per un bel po’ poi risalirono a casa, si guardarono negli occhi complici per le confidenze fatte poi lei gli strinse il muso tra le mani e lo coccolò.
-Grazie- gli disse -Stanotte dormirai qui.- E come un guardiano dormì in veranda sotto la finestra della sua camera.
Il rosmarino non capisce l’inverno

Il rosmarino e la forza – di Patrizia Fusi
Bella la pianta del rosmarino, le sue caratteristiche mi piacciono, credo che sia un pianta perenne, nasce senza difficoltà in qualsiasi terreno, e sempre verde, i suoi piccoli fiori azzurri rallegrano la vista, nell’estate con la frescura della notte sprigiona un buon profumo tutto intorno.
Belle le sono le aiuole circondate da questa pianta, credo ci siano due tipi di rosmarino.
E’ speciale in cucina nella preparazione di alcuni cibi sia salati o dolci.
Mettendo dei rametti di rosmarino in un vasetto di vetro con l’acqua si formano le radici , cosi si possono fare tante piantine.
E’ un pianta forte, vorrei essere duttile e forte come lui.
DOMANI , DOMANI

Domani…domani – di Simone Bellini
Il tempo sembrava infinito, tanto da poter rimandare ogni impegno, specie quelli più gravosi.
Domani farò, domani mi informerò, domani mi impegnerò, ma ora voglio godere di ogni attimo che la vita mi offre.
Domani, domani, che furia c’è, ho tutta la vita davanti.
Ogni giorno è un domani che passa, che passa, che passa.
Ho le mani vuote, raggrinzite, piene del niente che mi rimane per vivere la vita che mi resta.
IL TURNO DI NOTTE LO FANNO LE STELLE

Finalmente notte!!! – di Anna Meli
Una giornata caldissima, afosa ,lunga; la notte porta un po’ di refrigerio ed è rilassante dondolarsi sull’amaca in giardino. Come sospesa nel vuoto osservo la volta stellata dove una virgola di luna non disturba il chiarore scintillante delle stelle. Un brivido sottile mi pervade e mille ricordi si fanno vivi scorrendo su quel cielo come la pellicola di un film. E rivedo volti, risento voci, risate, calpestio di passi. Tanto tempo è passato, tante cose sono cambiate, forse anche le stelle lassù. Mi piace credere che in ognuna di esse riviva una persona cara che è venuta a mancare e questo mi consola.
Si alza un respiro di vento leggero e gradevole, questo immenso universo mi attrae e mi respinge allo stesso modo: forse rimarrò qui assaporando pace e mistero finché il turno di notte delle stelle si dissolverà nel sorgere dell’alba.
Tutta la vita che resta

Ci sono momenti in cui orrei vivere sempre al meglio tutta la vita che resta. Andare a fare il viaggio della vita, riannodare antiche amicizie, essere gentile con le persone che ti stanno vicine.
Poi la vita normale riprende il sopravvento con le sue forme di egoismo piccole e grandi.
Non è che la vita ci rende più bravi o più buoni. Possiamo solo toglierci qualche soddisfazione nel dire le proprie verità. I ricordi sono quelli che alimentano la vita, sono quelli che rendono il tutto più accettabile.
Mi viene in mente una citazione antica:
Ancora non era stata scritta la canzone “Notte prima degli esami”, e quattro amici si ritrovarono per andare a vedere un film in quella sera particolare, in un cinema di via Faenza, con Nadia Cassini, morta proprio oggi. Ritorna la frase detta da lei in quel film: Per vivere bene bisogna avere “culo”….
Domani, Domani

Domani – di Patrizia Fusi
Rimando diverse cose da fare a domani, ma mi sono resa conto che devo godere dell’oggi, delle piccole cose che ogni giorno ci da, degli affetti che abbiamo, delle amicizie, delle conoscenze, anche se non completamente in sintonia, questa riflessione l’ho fatta quando ero giovane, allora in attesa di cose per me perfette, parole non dette, richieste non fatte. Poi mi arrivò una tegola fra capo e collo che mi lasciò senza fiato e questa è stata una lezione di vita.
Ora quando ci riesco cerco di godere di quello che ho ogni giorno, delle piccole cose quotidiane, delle amicizie, vedere le famiglie delle mie figlie, incontri con conoscenti dove ognuno esprime i propri pensieri, dell’attività fisica, sentire vicino il mio compagno, seguire le mie piante e vedere i loro cambiamenti, alzarmi la mattina e sentirmi benino fisicamente, e tanto altro che riempie la giornata in positivo o in negativo.
Anche in questo momento così angosciante per l’umanità, la pesantezza che sento dentro di me per quello che succede nel mondo, per le tante guerre , per le stragi di esseri umani come se ci fosse persone di serie B o di serie A. Penso che tutti i paesi sono responsabili di questa situazione in una scala da 1 a 10 nell’indifferenza quasi totale , o di grandi tifoserie. Anche in questo caso mi dico di godere di quello che ho oggi e di non rimandare al domani.
“La neve in fondo al mare”

La neve in fondo al mare – di Rossella Gallori
Seduta o quasi, un po’ più in là di dove doveva stare, si accorse di essere stranamente viva, semisdraiata, rigida, ma viva, quel tanto che serviva:
Il cuore tic tic tic lento e monotono
Le ossa crac crac doloranti ed a momenti assenti
Il cervello mmm mmm semispento
Le voci lontane le sembravano famigliari, ma non troppo, un eco fioco che rimbalzava da vetta a vetta.
Li dove si trovava tutto era ovattato, imbottito di un cotone morbido e tagliente…lucido ed opaco: come nebbia a fiocchi, fiocchi di neve.
Cercò di muoversi, non sentiva più i suoi piedi e forse non li aveva mai avuti, le mani gelate sembravano non avere dita…
Toccò il seno, protetto da grossi cerotti, un flash diventò memoria: c’ era chi tagliava, chi cuciva, c’erano pesci dalle lunghe ciglia, rumore di conchiglie spezzate, alghe abbracciose che cercavano di afferrarla…
Profumo di sale e verde, tanto verde che mescolandosi al bleu zaffiro creava un colore nuovo e desueto, pittore immaginario di immensi fiori, senza gambo, che si schiacciavano con le “ grasse corolle” contro i vetri della stanza, in un delirio elegante privo di ansie.
Aveva sete, succhiò una microscopica palla di neve, si dissetò rincuorandosi, quel chicco gelido l’aveva resa più presente, stava comoda nel suo acquario, immenso.
Acqua dolce di mare calmo.
Neve di cotone.
Bastava non avere dolore, non restare sola, poter parlare ancora con qualcuno, respirare, sognare, amare, annusare l’aria, accarezzare qualcosa, magari rodere immaginando una lucertola amica con sciarpa e cappello.
Gli aghi bucavano, sembravano piccoli morsi fastidiosi, c’era tanta neve ed ancora nevicava sul tappeto di sabbia infondo al mare, ma non faceva freddo…..Non aveva freddo….Orsola piangeva lacrime calde…..
“Rumori di niente”
I rumori del bosco – di Carla Faggi

Abito in mezzo ad un bosco con Marco, ormai da circa trent’anni.
La prima notte che ci ho dormito mi ha colpito il rumore del silenzio.
Inizialmente era solo un brusio strano fatto di mancanze, non c’erano tanti suoni familiari, quello delle macchine, dei vicini,dell’asfalto, delle luci, dei passanti.
Solo un brusio quasi assordante come filtrato da una garza attorno alle orecchie.
Poi piano piano il suono del silenzio si allarga, diventa multiplo.
Inizi a sentire gli animali della notte, i caprioli che si cercano con gridi strani quasi gutturali così diversi dalla graziosità che ispira l’animale.
Gatti che passeggiano ma che si distinguono nettamente, come spostassero l’aria.
Cinghiali che raspano ma che sembra lo facciano in silenzio, solo il rumore della terra smossa e lievi grugniti.
Cani che si chiamano, così chiacchieroni perché hanno sempre tanto da dirsi.
Ed in lontananza quasi assopito il ritmo continuo dell’autostrada; nota stridente che però ti fa apprezzare ancora di più i rumori del silenzio.
Rumori fatti di poco, quasi di niente inizialmente, ma poi con l’abitudine, chiari, distinti, netti.
“Il turno di notte lo fanno le stelle”

Il turno di Notte lo fanno le stelle – di Vittorio Zappelli
Era il tempo della pandemia.
Durante il giorno si facevano “segnali di fumo”: parole che si alzavano dalle colline virtuali nell’etere per raggiungere chi ,nella piana della città ,viveva da solo.
Fresche erano le notti. Nel buio il bianco del ciliegio in fiore e quello del gatto che passeggiava sul bordo del muretto in giardino .
Alle stelle, come sempre indifferenti alle vicende umane, assegnavo il turno di notte per vigilare sul mondo annichilito dal virus.
La mattina volevo ritrovarlo almeno non peggiorato!
Tutta la vita che resta

Tutta la vita che resta – di Cecilia Trinci
Vorrei dedicarla a cercare verità nei sentimenti. In questo oggi, in cui l’amore è saldo, risplendono i sentimenti collegati: l’amicizia, gli affetti sani e principali. La saggezza e la lucidità che vengono dall’aver vissuto, dall’aver potuto filtrare gli eventi e salvare i principi, ci hanno insegnato a sopportare, perdonare e comprendere. Ci hanno insegnato però anche molto bene a distinguere, a riconoscere, a pensare.
Vorrei dedicare tutta la vita che resta a godere dei sentimenti veri, degli affetti che si consolano da sé senza parlare, a dire la verità. A scompigliare le regole e i tabù, a dire pane al pane, falso al falso, cattivo al cattivo, amore all’amore e dire tutti i ti voglio bene che servono.
Vorrei dedicare il tempo che resta a domandare perché.
Vorrei smascherare le opinioni, gli amici che tradiscono per un piatto di lenticchie, per una ricerca di vanità fatta di fumo, di paura del diverso o dell’impegnativo. All’amico fragile che sceglie ufficialmente i forti per sentirsi più uguale e meno spaventato, dimenticando che ci sei, che c’eri anche tanto tempo fa, vorrei dire: peccato, sei tu che non ci sei più.
Perché il tempo che resta è breve e voglio solo guardare le stelle.
Rumori di niente – di Luca Miraglia

E’ sera, è tardi,è già buio…
E’ già ora di tornare verso casa, lassù nel villaggio oltre il bosco.
La strada, anche se in salita, non è difficile, è ben segnata e anche a piedi, nonostante l’oscurità della sera avanzata, si segue bene: attraversa il bosco e rapida e ripida si inerpica verso il poggio di casa.
Il silenzio della valle sale con il buio che scende e mi avvolge fin dai primi passi.
In realtà, pur in quel niente di umano che mi circonda, miriadi di suoni: i fruscii, gli scricchiolii, i sussurri di brezza estiva, il calcare del mio passo sul sentiero, il soffiare del respiro un po’ affannato per la salita, il frinire dell’ultima cicala che si mescola a quello del primo grillo. Tutti si addensano in un silenzio imperfetto, nel sussurro del grande bosco che nel buio si manifesta con la sua tenue voce e che un po’ spaventa ma che in realtà abbraccia e protegge chi la sta ad ascoltare.
Tutta la vita che resta – di Sandra Conticini

Spesso me la faccio questa domanda. Penso un po’ tutti avrebbero la curiosità di sapere quale sarà il loro giorno fatidico.
Il non saperlo è una vera fortuna, altrimenti via via che il tempo passa avremo più ansia di quella che già ci assale.
– Finisce il tempo della mia permanenza sulla terra, sarà meglio andare a fare una bella crociera e spendere tutto quello che mi rimane. Ultimamente ho visto avvicinarsi diversi parenti che non si vedevano da anni. Rimarranno a boccasciutta, mi dispiace per loro. – diceva la mia vicina di casa.
Invece l’amica della mamma spesso usciva dicendo che si sarebbero ritrovati tutti di là. Qualcuno le faceva notare che nessuno era mai tornato e la cosa la convinceva poco. Questi discorsi a me fanno solo sorridere, l’importante è mordere la vita al meglio possibile e cercare di prenderla con calma e filosofia. Neppure le conoscenze ci aiuteranno a sapere il famoso giorno e nessuno ce lo sposterà
La neve in fondo al mare – di Stefania Bonanni

Succedono cose mai viste prima.
Sarà il comportamento irrispettoso e doloso dell’ uomo verso la natura, sarà che ogni tanto uno scossone ci vuole e, dopo il dovuto sbigottimento, fa anche bene, sarà che, come dicevano un tempo “Lui fa quel che vuole” e Lui è maiuscolo, sarà che l’ informazione a volte è bugiarda e faziosa… comunque successe….
Lo videro ,fotografarono, assistettero al fenomeno testimoni….: nevicò sul mare, e la neve scese fino ai fondali. Fiocchi intatti, come congelati per sempre, scesero, scesero, scesero . Formarono un fondo candido e scivoloso.
Scesero palombari con gli sci e gli slittini.
Fu il boom delle proposte. Ci fu chi pensò di rovesciare l’Everest, e di proporre scalate sottomarine con le bombole. Chi progettò grossi sci da fissare sotto i sommergibili, che così avrebbero anche risparmiato carburante…Ci fu chi vide le sirene sugli impianti di risalita, chi pescò pesci già surgelati ed invocò il miracolo, tanto riprese l’attività della pesca.
Ma la proposta sicuramente piu’ cinica e cattiva fu quella che previde l’eliminazione di tutti i pesci pericolosi, e pazienza se gli abissi erano la loro casa da sempre, e la creazione di una gigantesca bolla da installare sul fondo marino, nella quale si potesse respirare. Piano piano si sarebbe creata una nuova umanità fornita di adeguati strumenti. Si sarebbe creato una sorta di esclusivo villaggio vacanze. Naturalmente tutto sarebbe stato intonato al bianco della neve ed all’azzurro del mare. Pazienza se gli africani non sarebbero stati adatti.
Da considerare che non sarebbero mai arrivati profughi.
Domani, domani – di Lucia Bettoni
foto di Lucia Bettoni

Domani domani
Domani e’ troppo tardi
Forse è questo primo giorno di primavera
Forse è questo sole caldo
Forse è questa giornata intensa che mi sta strapazzando
Forse forse
Non so
Vorrei vorrei “domani”
Domani è troppo tardi
E allora …
Dondola lieve su un filo di seta
Guarda il gatto che rotola al sole
Ascolta e fai silenzio
Spengi la frenesia dei pensieri
Il tempo è ora
Metti una camicia bianca e facciamo l’amore