Racconto con giochi di parole di Stefania

Parole: macchia, lacerare, frequentarsi

Ambiente: pranzo di compleanno

Il mio compleanno – di Stefania Bonanni

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Non aveva voglia di grandi cose, ma di essere coccolata non vedeva l’ ora. Per questo li aveva invitati a pranzo a casa sua. Era il suo compleanno ed avrebbe dovuto cucinare, ma li voleva lì. Voleva un’ occasione per stare tutti insieme da soli, che sembra un ossimoro.

I bambini erano in forma smagliante, la figlia arrivo’ in ritardo, come sempre, ma con un sorriso che l’ avrebbe fatta perdonare anche di ore di attesa. Il suo “bambino” l’ avvolse in un abbraccio di barba e baci e lei ancora una volta si sorprese a pensare come questo fosse tutto quello che voleva davvero.

Non c’era bisogno di occasioni per frequentarci, ma la frequentazione faceva diventare avvenimenti le occasioni. Poi, naturalmente, c’era il marito, che era specializzato nell’ intraprendere ogni anno, all’ avvicinarsi del compleanno di lei, discussioni che continuavano e finivano per creare una brutta atmosfera, da spengere sul nascere i festeggiamenti. Davvero non ricordava un compleanno sereno, nel quale si fosse ricordato  o addirittura avesse pensato ad un regalo. Non lo aveva scusato, aveva pero’ preso atto del comportamento, magari era imbarazzo. Comunque non gli avrebbe permesso di rovinare la festa, quest’ anno. Aveva invitato a pranzo figli e nipoti, e lui facesse quello che credeva.

Poi, durante il pranzo, i bambini ridevano, mangiavano e mandavano lampi con quegli occhi di stelle, aspettando il momento di mostrare il loro regalo, e tutti eravamo allegri e molto felici. Proprio felici. Uno di quei momenti perfetti, capace di lacerare veli, ci fossero, riparare strappi, cucire tele e ricamarle anche di fiori colorati. Come quelli che ora ci sono, in giardino. Come quelli che si arrampicano sulla macchia d’edera. Ma cosa è successo a quella macchia? Mi sembra diversa, vedo uno strano diradamento, che non c’ era. Ridono tutti. Guardo meglio. Hanno infilato qualcosa tra l’ edera. Non so cosa aspettarmi. Boom: è la panchina che voglio da sempre, per guardare il tramonto .

La storia di Rossella G.

Macchia…lacerarsi, frequentarsi ed un piccolo accenno ad un mercato….

Ti ricordo stamani – di Rossella Gallori

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Metà anni 60, poco prima dell’alluvione, durante la semimiseria, con in gola la solitudine e la speranza sempre incerta che per noi ci sarebbe stato un futuro bello bello, di vestiti,  di cose, di rose senza spine, di maschi senza macchia né paura, con le spalle larghe e gli occhi dolci.

Ero lì, io, in quel negozio così grande da perderci il capo, da un paio di mesi, timida e sfacciata al tempo stesso, sola, se pur sempre con qualcuno, capelli fino al culo ed una gonna che quasi non c’era…

Avevo già decretato, che non era il posto adatto a me ed era inutile che il conto di casa Gallori, fosse più che in rosso, io li non ci sarei rimasta.

Poi arrivò lei: Anna, carina sorridente, precisa nel parlare, nella pettinatura che vantava una ordinata coda di cavallo con tanto di fiocco di raso nero, la sottana al punto giusto, la camicina bianca….accompagnata dalla mamma!

Così diverse e così simili, senza babbo, con qualche fratello. Ci bastò poco per decidere di frequentarsi, anche fuori! Quindici anni, ci chiamavano le “bambine” le nostre colleghe vecchie di trent’anni nemmeno.

Quello era il tempo delle cantine, delle feste in casa: si va Anna?

Certo Rosy!

Ė le domeniche volavano, mentre lei fumava di nascosto ed io per farmi notare.

Casa mia, finchè ci fu era la sua, la sua, la mia.

Lei: via Ginori, tre piani che facevamo senza fermarsi, un corridoio lungo e stretto …se faceva freddo, si accendeva il forno, se era caldo si stava in mutande sul letto a finestre spalancate. Se c’erano i soldi si comprava la Fiesta grande, più zucchero che cacao, ed anche i ravioli della Campbell, più alluminio  che sugo. Se il contante languiva c’era il piano A: andare da mio zio in via Roma e farsi portar da Bruzzichelli, il piano B prevedeva la fuga da San Lorenzo a Sant’Ambrogio, che a noi sembrava New York forse lo era, lì poi giocavamo fuori casa ma qualche bischero che pagava un panino si trovava, anche uno in due, eravamo affamate di vita, non di cibo…bastava promettere, per non mantenere, far credere…poi!

Andammo avanti 7 forse 8 anni, tra amori, i  miei che non piacevano a lei…ed i suoi: ma come fa?? E glielo dicevo….

Poi, poi lei trovò quello dall’ apparenza perfetta: capello biondo, occhio azzurro, “orologio bono” macchina giusta…scelse i soldi.

Io preferii uno che sarebbe rimasto, che avrebbe aspettato il mio ritorno, rispettato il mio zig zag emotivo, uno che mi insegnasse a camminare dritta, io che tanto diritta non ero nata…..

Si sposò,  non mi invitò, disse pochi intimi e ci crederti, le facemmo un bel regalo, accettandolo disse che si sarebbe licenziata.

Mi sposai io, la invitai, li invitammo, venne vestita” da soldi” non si trattenne, lui l’ aspettava fuori con una macchina “lunga”

Poi, qualche telefonata ed il quasi nulla, la sua prima figlia…e sempre più distante. Vacanze belle, la casa bella.

Riappare una sera in negozio, quei sabati interminabili, con le gambe gonfie che non avevo solo io, lei ingioiellata, le scarpe di Raspini, mi sfiorò la guancia mentre mi diceva: io Rosy questa vita di merda non la potevo fare….

Andai in bagno a vomitare, ci misi anche poco, tornai a salutarla con un sorriso così grande da lacerare gli angoli della bocca.

Seppi di te qualcosa, ma non più da te, anni senza sentirsi, il tuo lui in galera, dissero, case sparite…ricercavi lavoro, non ci volevo credere. Erano voci, non le nostre, quelle di un tempo.

Anna, Anna……

Ieri ha squillato il telefono, un ex collega, anche lui sparito, vive all’ estero, parliamo ci raccontiamo, poi un attimo di silenzio e: Sapevi di Anna, è morta

Ne sei certo?

Si!

Riattacco promettendo di richiamarlo.

Ho provato un dolore immenso, ho salato una ferita che sembrava chiusa, tanto, troppo male.

E sono tornata indietro di 50 anni, sono tornata da lei, in via Ginori, ho fatto le scale senza fatica, poi insieme siamo andate in via Guasti  da me, in quella casa che non c’ è più….abbiamo mangiato la Fiesta grande, siamo andate ad un festa piccola, San Lorenzo era: il Bolshoi, sant’Ambrogio:  la vie Lumière ….

Ciao Anna ti volevo bene, molto bene, troppo bene..

Ma com’ era poi la storia della vita di merda?

Vivo in una casa piccola, con un giardino piccolo, ho accanto un uomo semplice…forse solo oggi ho capito che ci sto quasi bene….

Ma non ti dimentico.

Gioco con le parole di Vittorio

Parole: macchie, lacerare, frequentarsi

Cena di compleanno sul mare

Terrazza sul mare – di Vittorio Zappelli

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Terrazza sul mare d’estate: sera ventosa sotto la tenda

Si aspettano invitati avvezzi da tempo a frequentarsi .

Dopo un po’ la conversazione non langue; anzi si parte con toni serrati ma bassi e si scalda con opinioni contrappunte: è la politica l’oggetto della discussione .

Due signore amiche in particolare si arroccano nelle loro posizioni e  lanciano parole come sassi una verso l’altra.

Sarà il vento che rende elettrica l’aria che si respira in terrazza .

L’amicizia tra loro sembra sul punto di lacerarsi.

Un inciampo e la caraffa del vino passata con mano incerta si rovescia sui vestiti bianchi delle signore; un grido e i vestiti diventano bianchi a macchie  rosse .L’espressione delle madame passa in un attimo dal sostenuto alla meraviglia e poi si scioglie in una bella risata .Tutto finisce con le risa della tavolata .

Anche la luna piena ferma nel cielo pare sorridere. 

La storia di Patrizia

Il ponte di una nave

Macchia, lacerare, frequentarsi

Sul ponte di una nave – di Patrizia Fusi

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E’ la prima volta che faccio un viaggio in nave, mi sento piccola piccola e tutto è grande, seguo il gruppo con timore, un giovane marinaio mi aiuta alle scale mobili a portare i bagagli, arrivo in salone dove il gruppo è  insieme, ci consegnano le chiavi della cabina.

Dalle vetrate si vede il porto, mi piace quello che mi circonda, mi sento timorosa, insicura.

 Mi sposto verso la cabina che mi hanno assegnato, sto molto attenta alle indicazioni nel prendere l’ascensore e  scendere al piano giusto, controllare i numeri delle cabine alla parete all’inizio dei corridoi,  arrivo alla mia con un po’ di difficoltà.

L’ambiente è piccolo e senza oblò, lascio il bagaglio, vado subito fuori ho voglia di vedere questa grande nave, salgo al piano dove c’è il bar mi aggrego al mio gruppo, c’è chi gioca a carte, c’è chi fa conversazione, c’è chi fa uno spuntino, altri gruppi fanno le stesse cose, alcuni passeggeri si distendono sui divani laterali e cercano di dormire.

 Dalle grandi vetrate vedo la scia di schiuma bianca che il movimento della nave produce.

Mi sposto al lato opposto della nave ho voglia di vedere, nel corridoio negozi di vario genere, abbigliamento, specialità gastronomiche regionali, un’edicola di giornali con un po’ di tutto da giocattoli, ninnoli di ogni genere e tanto altro, alla fine del corridoio uno spazio dedicato ai bambini piccoli , con vari giochi gonfiabili, dove tre bambini giocano spensierati saltellando da un gioco all’altro sotto lo sguardo vigile di una figura maschile.

Entro in un’altra grande sala dove ci sono tanti divanetti azzurri damascati e poltrone di colore blu ticchettate di celeste, tavolini tondi di metallo e vetro formano tante piccole isole, in una parete il bar, con dei sedili alti, io non ci riesco a stare, su alcuni il simbolo di non sedersi.

Un  ronzio di sottofondo ci accompagna da quando siamo partiti, leggero chiacchiericcio, un bambino si fa sentire con insistenza, ad un tratto si quieta, la mamma l’ha accontentato.

Il suono di un macinino, i gridolini felici di un piccolo mentre cammina traballante davanti al suo babbo, allietano i miei orecchi.

 Anche in questo salone persone che leggono, mangiano, giocano, guardano la televisione, o dormono.

Le nostre fisionomie sono nascoste dalle mascherine, siamo vestiti in maniera diversa, da chi è in pantaloni corti a chi indossa un piumino leggero, vite sospese su questo mostro galleggiante, mi guardo intorno mi immagino  tante vite diverse, penso come è cambiato il mondo in cinquant’anni, in questo grade salotto penso alla massa di disperati che attraversano lo stesso mare in condizioni molto diverse, lo stesso mare è una tomba liquida,  e una macchia nella coscienza di una parte dell’umanità?

Un sole lattiginoso riflette i propri raggi sull’immensità del mare, di color grigio celeste con in lontananza delle strisce di luce bianco argento, vedo tutto questo da una grande finestra, il cielo è pieno di morbide nuvole grigie che si fondono in lontananza con il mare, nel corridoio passano persone, ognuna con i propri rumori, voci o pesticcio di passi.

Tutto è calmo, il mare è una grande tavola leggermente increspata, non si vede nessun pesce scappano all’arrivo di questo mostro, anche lui può diventare fragile e con lui tutti noi.

Un carrettino con dentro una bambina mi passa accanto lei sillaba baba baba, vita che inizia.

Sono salita sul ponte alto della nave, un altro mondo, lettini pieni di varia umanità, signori attempati anche qui chi gioca chi fa altre cose.

Odore di toast che proviene dal bar situato sotto la poppa, al soffitto tanti faretti, persone sedute ai tavolini.

Una piccola piscina vuota, dove le persone si siedono ai bordi, dove anche io sono seduta, un leggero vento mi arruffa i capelli, il sole lattiginoso mi scalda la schiena.

Dei giovani si sono distesi per terra, si vedono piedi sporchi, ci sono diversi cani a passeggiare con i padroni, alcuni si rifugiano fra le loro gambe, ne sta passando uno con un musino appuntito ha un portamento eretto e un forse è un cucciolo, si gira a guardare la propria padrona come a chiedere se andava nella direzione giusta.

Brusio generale, rullio dei motori, dolci vicine di bambini, qualche capriccio.

La grande ciminiera a forma di piramide a spirale disperde nell’aria un ciuffo continuo di vapore bianco.

C’è un giovane che si fa la doccia.

Un angioletto biondo si diverte a saltare delle corde tenendo la mano della madre.

Tutto in torno a me è immenso, il cielo si fonde col mare, i raggi del sole accarezzano la superfice del mare e lo illumina, sembra una lastra di cristallo smerigliato.

Movimento continuo di persone, passaggio continuo di carrettini.

Una famiglia con due bambine, la più piccola in braccio alla madre, capelli corti maglina rossa gonna a fiori, l’altra di circa cinque anni capelli lunghi biondi maglietta rossa con fusò, ciascuna ha una bottiglietta d’acqua da cui bevono.

Un giovane con una grande barba scura sta fumando, in una mano ha una tabacchiera in ottone lucido che risplende al sole  dove depone la cenere è insieme a una bella ragazza.

Seduti per terra su un tappeto cinque giovani  stanno mangiando, il ragazzo con barba ha i capelli lunghi raccolti in un codino,  due ragazze hanno capelli lunghi di colore chiaro sciolti che si arruffano con l’aria l’altra li ha raccolti in una lunga treccia….bella la gioventù.

Il mare visto dall’alto è di colore blu scuro solo la striscia dell’acqua smossa dalla nave è di colore turchese.

Un piccolo canino bianco è in braccio e si fa coccolare dalla sua padrona, un altro, uno spinone marrone, si è disteso per terra, il vento gli arruffa il pelo, ha lo sguardo assente come si fosse rassegnato a questo strano frequentarsi.

Una ragazza, come lo spinone, è distesa per terra, sta dormendo ha intorno a sé attrezzature da campeggio, lo zaino ha una lacerazione dal latro sinistro dove si intravede il contenuto.

Noi persone nelle nostre diversità siamo un mondo da scoprire.

 Dopo aver familiarizzato con la grande nave mi sono sentita un po’ meno piccola.

La storia di Sandra

Mercato di Sant’Ambrogio

Macchia – lacerare – frequentarsi

Il mio mercato – di Sandra Conticini

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Ho lavorato per tanti anni vicino al mercato di Sant’Ambrogio e tutte le mattine, prima di entrare lo frequentavo per fare un giretto, vedere i banchi ed il venerdì facevo la spesa.

Passavo sempre di corsa tra le file, sembravo uno tsunami, il tempo era contato, mi conoscevano tutti, il pesciaiolo, il civaiolo, il trippaio, anche se non compravo niente, mi salutavano con il sorriso sulle labbra e io ricambiavo.

Era l’occasione per passare dal mio amico macellaio a fare due battute ricordando  la nostra gioventù.  Per un periodo eravamo un bel gruppo, siamo andati a sciare, al mare, a fare girate domenicali ed abbiamo trascorso dei bei momenti. Poi ci siamo persi di vista e ritrovarlo al mercato è stata una bella sorpresa.

Conoscevo il formaggiaio, dove andavo soprattutto in estate per prendere quelle favolose mozzarelle fresche che venivano dalla  Campania.

Con i forni mi sbizzarrivo, erano diversi, da uno compravo la schiacciata croccante, da un altro il pane all’olio, da un altro il filone cotto a legna, secondo la voglia che avevo in quel momento. 

Dopo uscivo e andavo dagli ortolani e dai fruttivendoli. Iniziavo a prendere mele, arance, fragole, pesche, susine, secondo la stagione ma i kiwi non mancavano mai. Era il banco che mi piaceva di più, perchè in tutte le stagioni aveva tanti colori che messi insieme davano una macchia di colore unica e tutto quel ben di Dio in estate con quel caldo torrido mi faceva venire l’acquolina in bocca..

Ho assistito anche a diverse litigate fra venditori per motivi più svariati dalla politica, allo sport, alla luce che non funzionava, la merce più o meno buona e  era sempre un bello spettacolo. Mi sembrava di tornare indietro nel tempo quando tutto era più semplice. Il giorno dopo i litiganti erano insieme a ridere scherzare e prendere un caffè.

Mi avviavo per andare a lavorare e, se ero in macchina tutto bene, ma se ero in bicicletta era dura! Quando arrivavo ero già stanca e sudata, ma in perfetto orario. I colleghi si meravigliavano che avessi già fatto la spesa e io  rispondevo che dovevo passare dal mercato perchè  aiutavo a montare il banco e guai se non ci andavo.

Ricordo quella volta che ero in bicicletta con tutta la spesa e, mentre pedalavo, mi si impigliò la gonna preferita ai raggi della ruota lacerandola, provai un gran dispiacere perchè  stare tutto il giorno con lo strappo non mi faceva sentire a mio agio.

Ancora oggi quando devo fare una spesa “di fiducia” vado al mercato di Sant’Ambrogio, ma dei miei fornitori  ufficiali ne sono rimasti pochi. Il mercato sta cambiando, da anni è  in ristrutturazione,  prima dentro ora fuori, il parcheggio non è facile trovarlo. Anche li si vedono stranieri con le guide che fanno visite guidate e, per noi fiorentini, sta perdendo il suo fascino, ma io finchè posso, continuerò ad andarci, perchè lo sento un po’ mio.

La nuova storia di Rossella B.

MACCHIA LACERARE FREQUENTARSI

– Un Convento di Suore di clausura –

Clausura ciao ciao – di Rossella Bonechi

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A Varlungo c’era un Convento di Monache di clausura, trasformato ora in residenza universitaria, a cui gli abitanti del quartiere attribuiscono il Miracolo della Piena del ’66 visto che l’acqua d’Arno si fermò pochi metri prima della costruzione.

Io le conobbi nel 1982 quando d’estate, a scuola finita, ero di corvée nella rosticceria del babbo.  A chiusura, verso le 3, se qualcosa di preparato rimaneva intero nelle teglie, veniva portato alle suore e mi domandavo spesso come poteva avvenire visto che loro e il mondo fuori non potevano frequentarsi. Per non farmi lacerare da questo interrogativo, una volta mi offrii io di fare il servizio. 

Già si cominciava che invece del campanello si tirava una maniglia di ferro che all’interno faceva risuonare una campanella; poi la porta si apriva da sola comandata, penso, da un tira-corda. Con le mie due borse una in una mano e una nell’altra mi avviai in un androne poco illuminato pavimentato a scacchi bianchi e neri e come mi era stato indicato salii la prima rampa di scale in pietra serena (grigie…..). Mi ritrovai in una specie di disimpegno  davanti a un muro che aveva un’apertura incorniciata da un bel motivo in pietra in stile rinascimentale  con una grata bella spessa in ferro battuto. Ferma, lì in mezzo, sempre con le mie borse saldamente in mano, non sapevo proprio che fare ma una vocina tutta miele e zucchero si palesò: “Oh cara, vieni, vieni avanti. Ti manda Giuliano? Sei la sua figliola? Gli assomigli tanto !”. Avevo il terrore che mi chiedesse di entrare, io non volevo proprio spingermi oltre! Ma fortunatamente vidi che avrei potuto appoggiare la roba sulla balaustra di pietra del muro e svelta svelta la misi lì e rivolgendomi alla macchia scura indistinta dietro la grata masticai un “Arrivederci Madre!” e scesi di corsa le scale.

Era un modo di dire il mio “arrivederci” perché  non accadde mai più! 

Incontro del 3 aprile 2025 – Tracce per racconti con luoghi e parole

foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci

Parole da usare:

Macchia – Lacerare – Frequentarsi

Ambienti tra cui scegliere:

Eremo di Camaldoli

Mercato di Sant’Ambrogio

Pranzo di compleanno

Cena estiva sotto le stelle

Rifugio sul Monte Bianco

Sul Ponte di una nave

Convento di suore di clausura

Ancora un esperimento riuscito: Il nuovo Racconto di Daniele

Stanca – coltello – complicato

Ritorno senza coltello – di Daniele Violi

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Ritornare al tramonto, dopo un sopralluogo e nel contempo un lavoro di riconoscimento di piante erbacee su un terreno vasto. Un prato che si estendeva a perdita d’occhio, in montagna, un grande pianoro sulla Maielletta, sorella minore della Maiella, la montagna più conosciuta. Si era fatto tardi e da subito avevo percepito a chi affidarsi, se più alle gambe o al cervello. Avevo capito che sarebbe stato più semplice e meno complicato, anziché ritornare indietro per il tragitto che avevamo percorso fin dall’inizio,  riuscire a tagliare, come una ipotenusa, un percorso figurato, ed evitare così di percorrere i due cateti: sarebbe stato senza dubbio, più logico e conveniente. La matematica o l’algebra sono state per me sempre un riferimento migliore della geografia.

Quindi propongo alla mia collega esperta in  riconoscimento di piante erbacee più di me, di seguire questa formula matematica, per risparmiare tempo ed energia. Si dibatte, vedo e sento che l’osso è duro. Io ad un certo punto dico….bene. Ognuno vada per la sua strada, ci ritroviamo al punto di sosta dell’auto lasciata al mattino, che ci aspettava. Era stato duro il lavoro, tutto il giorno a riconoscere e determinare centinaia di piante, che avevano colonizzato il terreno da studiare. Una contabilità area per area di terreno interessato da questa indagine e ricerca botanica. Lei mi risponde che era stanca e voleva arrivare presto alla meta. Le dico che non vi è ragione più consona, che prendere per questo un itinerario più corto a mo’ di ipotenusa, attraversando un bosco. Poi aggiunge, ……”ma nel bosco  possiamo incontrare qualche animale, qualche fiera, che ci può assalire e quindi sarei propensa a passare, ritornando per il tragitto di andata; non ho neanche un coltello per difendermi”. Le rispondo subito con leggerezza, che potevo essere io il suo coltello. Queste parole cariche di ironia contribuirono a far scattare in Lei ancora incertezza.

Io sono partito…..Lei mi ha raggiunto dopo tanti tentennamenti. Dopo il tramonto, al crepuscolo avevamo raggiunto il punto d’arrivo. Un grande silenzio si sentì dentro, all’interno dell’auto protettrice. Un silenzio che parlava e rideva e voleva schiamazzare.

Il Gioco delle parole di Patrizia

Stanca – Complicato-Coltello

Siamo in pericolo – di Patrizia Fusi

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Nella giornata deve fermarmi alcune volte il mio fisico richiede riposo, mi sento stanca anche mentalmente, per la situazione politica che c’è nel mondo attualmente, sta sparendo lo stato di diritto, i potenti di turno vogliono  decidere a loro favore con le leggi.

Siamo ad una nuova spartizione del mondo a favore di un pensiero di destra, nel potere non c’è più etica, solo egoismo per interessi propri e tanta gente è incantata da questo pensiero e li segue, non esiste più umanità.

Sento il pericolo nella tecnologia spaziale in mano di un privato cittadino, mi rendo conto di come l’ Europa sia  dietro a questo.

Mi pesa la sofferenza che le guerre producono sulle persone in tutto il mondo, quelle vicine quelle lontane e quelle dimenticate, mi pesa che ci siano interessi in tutto questo, tutti noi siamo pedine in mano a persone senza scrupoli, ( non voglio diventare tifosa vorrei continuare a ragionare).

Da questa realtà mi devo staccare mentalmente perché è come sentissi un coltello che gira dentro di me.

In questo mio fermarmi mi è tornato alla mente di come era il vivere sessanta anni fa di come tutto è cambiato delle volte in meglio ma alcune volte anche in  modo più complicato.

Lavoravo a Firenze in via della Mattonaia in una succursale di una grande lavanderia, il mio orario di lavoro era dalle otto e trenta (con due ore di pausa pranzo)   alle diciannove e trenta, andavo a prendere l’autobus sul lungarno, nel percorso vetrine da vedere, incertezze  e imbarazzo per gli apprezzamenti fatti da altri giovani.

Arrivavo al paese circa alle venti e trenta, per arrivare a casa mi ci volevano altri trenta minuti, era una strada quasi tutta al buio nel percorso c’erano solo due lampioni per arrivare al primo gruppo di case, macchine ne passavano rarissimamente o quasi mai, io avevo un po’ di paura di tutto quel buio, per vincerla mi ero inventata un gioco.

Ricordandomi un film o uno sceneggiato che avevo visti che mi era piaciuto, sceglievo un personaggio e rivivevo il racconto essendo io la protagonista, vivendo avventure, amori, vittorie, facendo rivivere tutta la storia a mio piacimento, cosi mi trovavo a casa vincendo la paura.

Ricordo paesaggi illuminati dalla luna piena, i piccoli frusci della campagna e i profumi che la frescura della tarda serata che il terreno della campagna sprigionano sempre in modo diverso  secondo le stagioni.

Oggi è tutta un’altra realtà i lampioni ci sono per tutto il percorso, le macchine circolano nelle stessa strada, ora si acquista tempo ,purtroppo perdendo altro. Chi guida chiuso dentro la macchina non vede niente di quello che lo circonda.

Il gioco delle parole di Stefania

Stanca. Complicato. Coltello

Se non ci fossero le notti – di Stefania Bonanni

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Se non ci fossero le notti, ce l’ avrei fatta.

Anche di giorno sono stanca.I pensieri tornano sempre lì, e non c’ è peggior stanchezza di non distrarsi mai.  Anche i giorni sono lunghi, e le pause, quelle vuote di lavori ed abitudini, quasi impensieriscono. Basta fermare le mani, e si muovono i pensieri.

Le immagini ritornano immutate. Il tempo non guarisce, non aiuta, non solleva.

Fossero ricordi fotografati, sarebbero tutti attraversati da un lampo, un bagliore luminoso e doloroso. Non una luce che schiarisce, proprio un lampo che strappa il velo, che squarcia il buio, che e’ destinato ad essere ancora piu’ buio, non appena si disfa’ il lampo.

Fa paura, un lampo così. Ti costringe all’ attenzione, all’ ascolto, all’ attesa si compia il cattivo presagio. Mette il cuore in allerta, accende una luce sinistra laddove sembrava la solita atmosfera.

Era una vita complicata, vista dall’ interno. Da fuori no, non credo. Situazioni comuni a tanti, solo io vedo lampi. Questo lo so

Mi sono chiesta perché lampi, perché i turbamenti nascano dai lampi. Poi, per caso, in una mattina di sole obliquo dalla finestra di cucina, ho visto lampeggiare i coltelli, sollecitati dai raggi. Era un’ indicazione. Da quella mattina i lampi mi fanno pensare ai coltelli. Le burrasche mi fanno ribollire. Tutto quello sfogo di rumore e scrosci, mi fa capire che è necessario scoppiare, per ritrovare la calma. Che il sereno non e’ detto torni sempre, ma di certo, passata la tempesta, prima o poi torna il sole. Il coltello, la tempesta. Pensieri di coltelli, pensieri di tempesta. Passerà la tempesta…. passeranno i coltelli?

Poi viene la notte.

E le notti sono piene di lampi: occhi che mandano lampi, circuiti elettrici che smettono di funzionare e friggono, ombre strane partorite da candele tremolanti, acqua che non smettera’ di scrosciare, vento che sbatacchia. Oscurità che non finirà, giorno che non verrà.

Non ci fossero le notti, avrei scritto di coltelli, e sarebbero spariti i lampi.

Il Gioco con le parole di Anna

STANCA – di Anna Meli

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Stanca, stanca, sono stanca!!!

            Chissà quante volte nella vita, avrò pronunciato questa parola, certamente in situazioni sempre diverse e facendo ogni volta grandi sforzi per uscirne, per continuare ad andare avanti giorno per giorno. Ogni stanchezza ha un suo colore: verde dopo una passeggiata in campagna, azzurro dopo una nuotata in mare, blu nelle lunghe attese ma anche grigio nel proseguo di cure sanitarie.

            Non la sentivo molto da bambina perché i giochi, il mettersi a confronto con i compagni, il susseguirsi di nuove esperienze magari piacevoli ma altrettanto faticose, venivano superate da un rilassante sonno.

            Ma le cose cambiano nel tempo e ora, ormai anziana, mi sento più fragile e spesso mi ritrovo stanca, tanto stanca che a volte mi sembra di vedere la poltrona che mi tende i” braccioli” e mi sussurra:- vieni vieni qua , lasciati andare, riposa, non pensare a niente – come se questo fosse possibile! Però ubbidisco e con piacere mi ci affondo socchiudendo gli occhi in un dolce dormi-veglia. Anche per oggi, dopo aver fatto diverse cose e aver preparato e fatto pranzare i miei nipoti, ho una gran voglia di riposarmi; il resto può aspettare. Sono stanca, è l’ora di fermarsi.

            La mia morbida poltrona mi accoglie e mi sento perfettamente a mio agio; ma ecco un colpetto al vetro della finestra attrae la mia già offuscata attenzione” Ecco, lo sapevo…proprio ora” faccio finta di niente, ma quella bestiola bianca e grigia si mette a miagolare con toni fra il dolce e il disperato. Lo faccio entrare e ripiombo nel mio accogliente nido di morbida stoffa intenzionata a rimanervi. Lui, il gattaccio, mi gira un po’ intorno, quindi con un leggero balzo di velluto, si piazza sulle mie ginocchia ronfando. Il suono delle sue fusa leggere accompagnano dolcemente il mio riposo, lo accarezzo e mi rilasso.

            Non sono più stanca.

Il Gioco con le parole di Rossella B.

STANCA COMPLICATO COLTELLO – di Rossella Bonechi

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Saliva piano piano le scale di casa, uno scalino alla volta e le sembrava di dover conquistare una vetta. Il rumore rassicurante delle chiavi nella serratura le fece tirare un sospiro di sollievo e entrando in casa cominciò a liberarsi di scarpe, giubbotto, sciarpa, borsa, non necessariamente in quest’ordine. Si meritava il suo divano in penombra, era così stanca che ci si tuffò. Finalmente il silenzio, la quiete, il nulla che poteva spengere il cervello.

Ma perché tutto doveva essere così complicato? Pesi troppo pesanti, parole troppo parlate, grida urlate per farsi sentire, sorrisi finti e occhiatacce vere, chi ti fa domande trabocchetto e chi ti fa domande e non ascolta le risposte e gente gente gente.

Dicono che ne dovrei essere contenta….mah…forse è vero ma non ero preparata a tutto questo. Pensavo fosse molto più facile per una che a detta di tutti era gioviale e empatica, riuscire a presentare con facilità tutte le magnifiche doti di quel coltello di Gran Marca, figo, alla moda, di design. E invece no, te ne dovevi intendere perché il mondo degli attrezzi da cucina è infido e davvero complicato ! 

Seduta, guardava con apprensione il borsone con le “rimanenze” e le venne da pensare: “Io li regalo, sennò alla fine li lancio come in un numero da Circo !”

E chiudendo gli occhi piano piano sognò nella penombra che il prossimo articolo sarebbe stata una poltrona, di Gran Marca….alla moda…..di design….

Il gioco con le parole di Rossella G.

COLTELLO STANCA COMPLICATO – di Rossella Gallori

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sarà che sono stanca, che ho il coltello dalla parte della lama, sarà che ho paura di tagliarmi e da un innumerevole numero di anni per me è tutto complicato, molto complicato,   troppo….

Non tutti i giorni sono uguali, confusi tra minuti, secondi ed ore farlocche.

Sono scesa da un pezzo dall’ altalena, ci ho lasciato a dondolare: sogni fatti e da fare, bugie grasse e secche verità.

Ho silenzio dentro e buio fuori, ogni tanto qualcuno arriva con una grossa torcia, un flash, poi le pile finiscono, lasciandomi in ombra… eppure basterebbe un fiammifero gigante, uno di quelli che si usano per il camino, fiamma calda e colorata, uno struscìo delicato, per farmi sentire meno stanca,  se pur afflosciata su qualcosa che sembra zattera o boa ed è invece  “divano”, salvezza unica di un periodo complicato, tra scrittura braille che non so leggere ed un alfabeto morse intraducibile, per quei pochi neuroni che mi restano.

Ho scritto, parlato, pianto, sofferto tanto per quell’eroe unico, perso per strada, cerco affannosamente di pensare se quell’ amore sia stato vita o morte, fame o digiuno…grida o silenzio.

Ho ripensato a quel coltello nascosto tra i vestiti, lucido e tagliente, non ricordo se serviva per difendermi o offendermi, per tenere a distanza odio ed amore. Mani pietose me lo avevano tolto dagli occhi e dal cuore.

Chiudo gli occhi ripenso ai racconti di qualcuno, antenati mai conosciuti, pazzi e persi, chi per mete impossibili, chi per gesti eclatanti, per amori inesistenti ed inverosimili, ripenso a quel ramo di follia che è  nel mio dna, ed un po’ mi fa male ed un po’ mi rende viva.

Mi ripeto, non tutti i giorni sono uguali, ci sono quelli che hanno le ore giuste, i minuti delicati…i secondi quasi simpatici, mi appollaio sul divano…scrivo come prima, mi capisco, mi perdono, non ho bisogno di interprete….e….

Sarà che sono stanca ed ho fame, taglio una fetta di torta, il coltello indugia sulla mandorla croccante, sorrido con la bocca sporca di zucchero ed oggi tutto mi sembra tutto  “quasi meno complicato”

La vera storia di Carla

Eccomi, sono Carla – di Carla Faggi

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Primi anni settanta.

Non ero fatta per vivere a Settimello.

Non ero fatta per essere fidanzata.

Non volevo una vita uguale a tutte le vite degli altri.

Io volevo essere un’altra cosa, ma ancora non sapevo bene cosa.

Nella mia stanza c’era di tutto, bandiere dei pirati, un manifesto di Bob Dylan, ovviamente il Che Guevara, disegni del kamasutra, giornali accatastati dell’Unità molto letti e studiati nella politica estera. Era in quel luogo che programmavo le mie mosse future: volevo andarmene, fuggire dal mio presente, lo vivevo stancamente ed in maniera complicata, tutto mi sembrava banale, scontato.

Io invece volevo vivere in maniera disordinata, fatta di colpi di scena, come un coltello che trancia una tela, come uno scalpello che scolpisce un David, come una eroina che da sola parte per l’estero.

Scelsi quest’ultima opzione. Partii per Parigi come ragazza alla pari presso una famiglia francese.

I miei genitori quasi si ammalarono quando li informai.

Settimello si scandalizzò.

Però niente mi fermò.

Presi il palatino di pomeriggio a Firenze ed al mattino arrivai alla Ville Lumière a la gare de Lyon.

Portai con me tutte le mie incertezze, le mie insicurezze. Anche se a Parigi ero ancora una settimellese.

Tante sono le storie che potrei scrivere di quel periodo, forse lo farò ma ci vorrà del tempo.

Ritornai, sempre con il palatino, e portai con me un ragazzo libanese, bello, bellissimo, diciannove anni.

Lo sposo, dissi a tutti.

I miei genitori si ammalarono del tutto.

Settimello si scandalizzò.

Voci in libertà di Gabriella

Voci e storie – di Gabriella Crisafulli

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Si fa presto a dire voci.

Si comincia a pelo d’acqua.

Ma il tempo passa ed ecco che affiorano echi sommersi, lasciati lì per non patire.

Una storia?

No mille storie che si diramano e scivolano in rivoli diversi, in direzioni diverse.

Si intrecciano, si ingarbugliano, intralciano, interferiscono.

Come la coda di una cometa si diramano, suonano, riecheggiano, vibrano e ad ogni rintocco evocano una voce nuova e si moltiplicano.

Un pozzo senza fondo, un gorgo a spirale che erutta e poi risucchia.

Vengono a galla dagli abissi più profondi placche tettoniche inaspettate.

Reliquie di emozioni alcune vissute, molte tramandate, di cui riappropriarsi.

Sotto una grande caldera vulcanica si susseguono una serie di eruzioni esplosive ed è difficile pensare a bocce ferme.

Giorno dopo giorno si liberano ombre e sussurri dal passato.

“Abbanniate” di strada

(venditore di odori)

  • Acciù, semenza, basilicò

(le variciddi, altarini votivi che circolavano per la città trasportati da ragazzini di strada)

  • Cu nesci nesci, ca la Madonna benedici
  • Cu havi havi

(commenti di strada)

  • Lassala stare ca nica è!

Ma anche le filastrocche della nonna vissute sulla pelle

    ***

    Acchiana acchiana babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

Tuppetuppetù

Cu è?

Mastro Antonino

Scinni scinni babbaluci

Ca ti dugno pane e nuci

Ca ti dugno pane e cutieddo

Ti lu fazzu duci duci

Scinni scinni babbaluci

***

Spingula, spingula maestrina

‘na paletta e ‘na regina

‘na regina, ‘na spagnola

tirituppiti e nesci fora

Fora quaranta

tuttu lu munnu canta

Canta lu addu

affacciatu a la finestra

cu tri palummi ‘n testa

Gallo, gallina, Palermo e Messina

Gallu, gallazzu, Palermu e mustazzu 

Una catarsi in cui riaffiorano momenti, eventi, fatti, casi, situazioni, avvenimenti … che disvelano.

Una liberazione dell’anima dall’irrazionale.

Il gioco di Sandra con le parole “stanca, coltello, complicato”

Reazioni da divano – di Sandra Conticini

Quando mi trovo davanti a qualcosa di complicato,  ho  l’abitudine di  dire che sono stanca.

In verità non è una stanchezza fisica, ma mentale.

Questa spossatezza mi assale  sul divano quando mi siedo per riposarmi un po’.  Ecco che i pensieri vanno per la loro strada e faccio dei film  che mi fanno entrare ansia e paura. Decido di alzarmi, ma sento che le spalle che si chiudono, le braccia ciondolano e le gambe si piegano verso terra.

Allora mi rimetto a sedere a leggere, faccio qualche lavoretto, oppure vado in cucina, prendo un coltello, taglio due fette di pane e  le faccio con l’olio, che per me è sempre un bel rifugio, riesce  a calmarmi.

Affiorano i ricordi di bambina. Tutti gli anni nel mese di novembre c’era il rito dell’olio nuovo. I miei genitori andavano a prenderlo con un orcio, da un contadino amico loro,  e facevano i confronti con quello dell’anno precedente. “Quest’anno pizzica di più, è meno amaro, guarda com’è verde” e per un pò si andava avanti così, ma sicuramente per tutto l’inverno il pane con l’olio o il pinzimonio era assicurato almeno una volta al giorno.

Ancora un esperimento riuscito: un nuovo racconto di Lucia

Uccelli e uccellini – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

In questo tempo complicato, rumoroso e tagliente avevo dimenticato di guardare gli uccelli.

Qualche giorno fa ho visto un uccellino bussare alla mia finestra.

Era come se mi chiedesse: “Apri, vorrei entrare!”.

E’ stato un flash, un colpo secco ed improvviso che mi ha riportata in un tempo remoto.

Il tempo quando ancora c’era la neve, quando gli inverni erano inverni ed il freddo era potente e presente.

Il tempo dei pettirossi, dei merli, dei tordi, delle capinere e dei fringuelli.

Abitavano lo spazio intorno a me ed io potevo vederli e sentirli come parte di quel tutto che era il meraviglioso mondo naturale nel quale sono nata e cresciuta.

C’era un piccolo capanno dietro la mia casa, una piccola casetta fatta di assi di legno e di scope.

L’aveva costruita il nonno ed era diventata la casa dei miei giochi.

Aveva una piccola finestra dalla quale potevo vedere una maestosa pianta di alloro.

Quando nevicava, perché allora nevicava sempre, gli uccellini andavano a beccare le bacche nere dell’alloro.

Passavo ore a guardarli, felici di poter mangiare qualcosa in quello che era diventato un deserto bianco e freddo.

Il silenzio era assoluto, il mondo era immobile.

Erano i giorni della quiete, non c’era spazio per la stanchezza, tutto era calmo, bianco, pulito, ovattato e morbido.

Quest’universo immacolato era interrotto solo dalle tracce di piccole zampette, piccoli segni sulla neve che seguivo con gli occhi immaginando direzioni e percorsi.

Erano le tracce degli uccelli, unici tagli sul manto bianco.

Non erano tagli di coltelli affilati, erano segni leggeri di presenze amiche.

Guardavo i pettirossi con il loro petti gonfiotti, li amavo tanto, nessun altro uccellino aveva le piume rosse.

E poi gli scriccioli, che meraviglia gli scriccioli! Piccoli piccoli e veloci come il vento. E i merli! Amavo il nero lucido delle piume dei maschi e il loro becco giallo.

Dove siete finiti.

Dove siete andati amici miei.

Ho nostalgia di voi.

Una nostalgia vera.

Un pezzo di cuore in volo.

E poi c’era il tempo dei fagiani, dei conigli selvatici e delle lepri.

Presenze vive, parte di un tutto armonico che era semplicemente vita.

Al calare della sera nei campi ai margini del bosco si rinnovava un rito di straordinaria bellezza.

Mi piacerebbe riuscire a trasmettere anche un solo minuzzolo di quello che ancora indelebilmente è impresso nei miei occhi.

Prima dell’imbrunire e soprattutto dopo la pioggia i campi si riempivano di fagiani. Era bello quel verde smeraldo che avvolgeva i loro colli facendo risaltare il rosso intorno agli occhi, e le loro code dalle lunghe penne, preziosi cimeli quando ne trovavo qualcuna per terra.

Le femmine invece erano quasi invisibili mimetizzate tra le zolle, praticamente dello stesso colore della terra.

Erano decine e decine, si spostavano tra l’erba con i movimenti lenti di una danza che non aveva bisogno di musica.

Pura magia per me che mi nutrivo di queste meraviglie.

A passi lenti e silenziosi scendevo per il viottolo sapendo che si sarebbe rinnovato l’incanto con il quale concludere il giorno, respirando il profumo di un sogno che vivevo in solitudine e che mi avrebbe dato al forza per attraversare la notte.

In fondo al viottolo passavo per un campo di meli e mangiavo sempre una mela quando la stagione lo permetteva.

Poi cercavo di diventare sempre più piccola, giocavo a nascondino con l’erba strisciando a terra come una volpe.

Cercavo un posto in prima fila per godermi lo spettacolo.

Era il mio teatro ed ogni giorno, se lo desideravo, si replicava per me.

Era acqua per dissetare il mio bisogno di sognare.

Arrivavo in un campo grande, senza alberi e un po’ in discesa.

Un vero anfiteatro che mi permetteva di osservarne tutte le creature, tranquille comparse in un immenso palcoscenico, ed io unica spettatrice.

Quando la luce diventava più radente la scena si arricchiva di altri personaggi: le lepri.

Più rare e sospettose dei fagiani ma spesso anche loro molto numerose.

Tutti insieme a cibarsi da un unico grande piatto, il piatto della terra.

Ricordo bene anche le rondini e i passerotti sopra e sotto il tetto.

La mia casa era stata costruita su un terreno scosceso, in cima alla collina.

Anteriormente le mura erano alte, ma dietro dove c’era il fienile bastava prendere una scala ed il gioco era fatto, anzi il gioco poteva cominciare.

Salivo sul tetto raggiungendo anche il punto più alto.

Una sensazione di struggente libertà mi invadeva mentre volgevo lo sguardo a quello spazio infinito che roteava intorno a me in ogni direzione.

Quando era il tempo delle cove, cominciavo a cercare sollevando i coppi di terracotta facendo attenzione a riposizionarli correttamente.

Cercavo i nidi dei passerotti per vedere le loro uova o i piccoli appena nati.

Il tetto ne era pieno, una grande nursery sopra la mia casa.

Le rondini invece costruivano i loro nidi sotto la falda del tetto attaccandoli ai travicelli di legno. Nidi singoli o piccoli condomini di due o tre nidi insieme, preferendo il lato del tetto sopra l’ingresso di casa. Chissà perché le rondini sceglievano quel lato, qualcosa le doveva rendere più sicure ma non ho mai capito cosa fosse.

Sicuramente sceglievano numerose il tetto della mia casa perché vicino c’era un lago e potevano bagnare i loro petti mischiando l’acqua con la terra per le loro costruzioni tondeggianti.

Passavo il tempo seduta sul muretto vicino alla legnaia ad osservare tutto quel movimento vitale appeso proprio sopra le finestre.

I piccoli si affacciavano dal buchino del nido reclamando cibo con il becco spalancato. Le madri andavano e venivano in un ininterrotto andirivieni per soddisfare le richieste urgenti dei loro piccoli.

Per terra lungo il bordo della casa i loro escrementi bianchi e neri.

Mi ha sempre fatto sorridere che gli escrementi avessero i loro stessi colori.

Avevo un mondo da osservare.

Un modo di cielo e di terra.

Eravamo bambini, uomini, uccelli.

Tutti uguali sopra e sotto il tetto.

Altro esperimento riuscito: un nuovo racconto di Gabriella

Monte Farella – di Gabriella Crisafulli

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Nella casa sulla collina le porte erano state fatte dal maestro Monopoli, ebanista. Porte di massello, solide e leggere. Quando il vento soffiava su Monte Farella vibravano sui cardini.

Raccontavano storie.

Il passaggio dei partigiani che, posate sul tavolo le bombe a mano e le pistole, pranzavano con la famiglia.

La caduta dell’aereo nel terreno vicino all’aia: era stato uno scampato pericolo ma anche l’arrivo di molta materia prima per quei giorni magri. Tanta tanta stoffa da ricavare dai paracadute, munizioni, meccanismi, ferraglia, rottami, polvere da sparo.

I tre ragazzi chiusi nel trulletto per le bestie a fare fuochi d’artificio con i materiali ignifughi di risulta.

L’elettricità che crepitava sui fili scoperti all’interno dell’abitazione durante i temporali: Illuminava il buio con lampi e fulmini domestici. Bisognava stare seduti con i piedi sollevati da terra a guardare gli schiocchi sulle pareti in attesa che terminasse la burrasca.

Il rumore del motore che tirava su l’acqua dal pozzo per l’uso quotidiano.

L’operazione di difterite sul tavolo di marmo della cucina.

Le porte vibravano sui cardini anche nelle prime ore del mattino quando ci si crogiolava nel letto e i corpi si stringevano nell’abbraccio del buongiorno. Le nocche colpivano le ante che si scuotevano mentre la voce roca riportava all’ordine: “Giovanni, è l’ora di fare la spesa!”

Era stanca di ritornare nella casa sulla collina.

Era un capitolo chiuso e non aveva più voglia di ripensarci.

Era stato un paradiso, ora perduto.

L’aria lassù suonava.

Il silenzio della campagna era perfetto esaltato dalle voci degli animali: in quel silenzio l’aria suonava come negli abissi dell’universo profondo.

Era stato lo scricchiolio del vento nelle porte a ricondurla di nuovo da dove era fuggita.

Era stata di malumore per una settimana, complice un forte raffreddore.

Tutto il suo fisico faceva resistenza a riaprire quel capitolo: troppa pena.

Un coltello piantato nel cuore.

Da Monte Farella lo sguardo spaziava a 360 gradi.

Al di là della strada il terreno di Sosaverio dapprima spianava a perdita d’occhio e poi cominciava ad inerpicarsi sulle curve appena accennate delle Murge: punto di riferimento in quello spazio una enorme quercia che, anno dopo anno, allargava il suo areale.

A Ovest si affollavano fitte le roverelle che facevano il bosco in mezzo al quale, nelle prime ore del mattino, il padre con i due figli si addentravano a caccia di tordi. Portavano con loro lo “zipito” che ne simulava il verso e da cui gli uccelli venivano ingannati.

Per arrivare dalla casa alla strada c’era il terreno che scendeva a balzi, frenato dai muretti a secco, dove venivano coltivati olivi e mandorli ma c’era pure qualche albero di pere di cioccolato.

Nel cortile davanti al portone d’ingresso troneggiava un grande il ciliegio che faceva le “ferrovia”.

Dal ramo più grosso pendeva l’altalena.

Ai piedi della salita che portava all’abitazione, la masseria di Cendia dove si portavano le galline a partorire.

Dopo tanti anni era complicato integrare un passato tanto amato, un passato tanto sofferto, con un presente da costruire.

Era un’operazione di integrazione funzionale che l’aspettava.  

Esperimento riuscito: nuovo Racconto di Luca

Rumore di niente – di Luca Miraglia

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E’ sera, è tardi,è già buio…

E’ già ora di tornare verso casa, lassù nel villaggio oltre il bosco.

La strada, anche se in salita, non è difficile, è ben segnata e anche a piedi, nonostante l’oscurità della sera avanzata, si segue bene: attraversa il bosco e rapida e ripida si inerpica verso il poggio di casa.

Il silenzio della valle sale con il buio che scende e mi avvolge fin dai primi passi.

In realtà, pur in quel niente di umano che mi circonda, miriadi di suoni: i fruscii, gli scricchiolii, i sussurri di brezza estiva, il calcare del mio passo sul sentiero, il soffiare del respiro un po’ affannato per la salita, il frinire dell’ultima cicala che si mescola a quello del primo grillo. Tutti si addensano in un silenzio imperfetto, nel sussurro del grande bosco che nel buio si manifesta con la sua tenue voce e che un po’ spaventa ma che in realtà abbraccia e protegge chi la sta ad ascoltare.

La salita, in verità, mi stanca e mi fermo a sedere sul ceppo di un grande abete caduto che odora di muschio e di legno bagnato dalla bruma.

Gli occhi vagano nel crepuscolo cercando di dare un senso alla complicata ragnatela dei rami ormai scuri per la sera che arriva. Il pensiero comincia a divagare tra le memorie di fiabe che raccontano del magico popolo dei boschi: gnomi, fate e leprecauni. I loro giochi e i loro dispetti agli umani. Un brivido sale, non so se per la suggestione o per il reale scherzo di un folletto.

Meglio riavviarmi.

Intanto la luna si è alzata grande dietro il poggio. La sua luce fende come affilato coltello la matassa del bosco e illumina anche l’ultima rampa del sentiero: pochi passi e sarà casa, profumo di caldo, di cena, di notte tranquilla