Gioco di parole

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Accoltellaredi Rossella Gallori

La sala era immensa, diciamo molto grande, le sedie mobili in fila, ruote, tante ruote, ognuna il suo posto, un posteggio per disabili, senza numeri senza righe gialle.

La signora “Oltella” era la regina, senza “re” senza “la” ! Perso il pentagramma, rotto lo strumento, non c’era più musica nella sua testa.

Un “collare” le permetteva di tener su il capo tutto era quasi immobile, solo la sua bocca non conosceva silenzi, qualche “acc” di troppo rivelava un carattere tra il boccaccesco e l’ estroso, ad ogni occasione sfoderava un rosario colorito: “acc” alla suora…

“acc” alla cuoca, “acc” a tutti quanti, se avessi la “coltella” di mi pohero Arsede farei un pulito….

La vecchiaia, invece, aveva  ripulito ben bene lei e quel ricovero dall’aria apparentemente “in” ne era il triste epilogo..

Un piccolo fischio annunciò la tombola: le “cartelle” cadevano, i fagioli ruzzolavano, le ruote cigolavano, c’era fermento!

L’ animatrice iniziò: “tre”

Nessuno segnò il numero, la prima a dare in escandescenze fu proprio “ Oltella” decretando che era impossibile giocare: ma come si fa a cullare ed allattare, si rischia di far cadere bimba e copertina, biberon e ciuccio….ah se almeno avessi preso la culla in casa!!!!!!

Ma quale casa e quale culla erano passati quasi sessanta anni, per gli altri però, per lei, no.

“Lella” era ancora tra le sue amorevoli braccia: gambine di cencio, manine di cartone, visino di palla da tennis, piedini tondi coperti da piccoli pezzi di pulisci occhiali, era lì con lei, al caldo del suo enorme seno, la sua bimba adorata, la sentiva gemere e gli asciugava gli occhibottoni, la vedeva sbavare e le puliva la boccuccia che non c’era.

18!!!! gridò  ancor più forte la signorina!!!!

Oltella  non ne poteva più, tolse il freno alla sua sedia e si avviò quasi correndo senza passi verso la sua stanza, Lella, bimba poco vera,  protetta dal suo amore, meritava il silenzio, la quiete, una ninna nanna, un bacino sul capo di gomma.

La casa di riposo non tacque  un vocìo di: ambo, terno, cinquina invase la sala, veri o presunti che fossero, si mescolavano a sorrisi ed alle chicche.

“Lella”  riposava sogni tranquilli, “Oltella” ignorò volutamente l’ “alt” che annunciava la cena, avrebbe mangiato più tardi…forse…

GIOCO CON LE PAROLE

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APPARECCHIANDO -di Rossella Bonechi

Si sente fischiare e canticchiare, rumore di vetri e acciai sbattuti, ogni tanto un colpo e un piccolo tonfo.

Chi lavora di là con piacere? È la Nena, che crea APPARECCHIANDO: APPARE improvvisa e sistema veloce, è un APPARECCHIo da guerra casalinga ! Canta, fischia ma non sorride: sia mai che si veda        l’ APPARECCHIo ai denti !!!

Dai Nena, ridi contenta, a noi non ci PARE il vero che tanto ti si vuole bene, ma PARECCHIO PARECCHIO bene.

Giocare con una parola scelta da un elenco

ACCOLTELLARE – di Vittorio Zappelli

Con il caldo usciva dall’acqua fresca e profonda, talmente greve che ci volevano a volte due ragazzi per tirarlo in superficie .

Come attrezzo un lungo coltello che serviva alla bisogna .

I primi fendenti erano di punta per vedere di che pasta era: poi lo si accoltellava per  spaccarlo in tranci .

Cosi’ smembrato dava il meglio di sé soprattutto se  era rosso brillante .

Dopo l’accoltellatura la spartizione ed il consumo, a rinfrescare i presenti, avveniva  presto.

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Giochi di parole

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APPALLOTTOLARE – di Anna Meli

            Pallottola o palla? Meglio palla, più leggero e giocoso in questi tempi così tragici. Mi piace ricordare gli anni della scuola e quei giochi improvvisati, penso comuni a molti.

            Compiti, interrogazioni tensione che si accumulava, interrompendosi solo al suono della campanella. Uscita l’insegnante, tirato un respiro di sollievo, scoppiava la battaglia delle palle di carta che volavano dirette dappertutto insieme a risatine soffocate. Poi lo strascichio dei piedi di Annibale, anziano bidello amico di tutti, avvertiva l’arrivo del prossimo prof. Un grido” Annibale alle porte” e tutti tornavamo ai nostri posti come se niente fosse, anche se bastava guardare il pavimento per indovinare.

            Appallottolare si può coniugare con diversi significati, direi che è un verbo versatile: a me per esempio viene in mente anche il movimento che faccio mescolando carne trita, uovo e patate per ottime polpette da servire ai miei cari nipoti al ritorno da scuola: mi piace vederli mangiare con appetito. Sono pallottole buone che non dovrebbero mancare ad ogni bimbo di questo mondo ingiusto!

Gioco di parole

Scopri altre parole dentro una che scegli da un elenco

Lampa-Dario – di Stefano Maurri

“Come si chiama questo coso che fa luce” mi continuava a chiedere mio nipote Dario, che non ne aveva mai visto uno.

“Si chiama lampadario”

 “Come me!” “Si come te, soltanto ha cognome Lampa e tu invece ti chiami Cuccurullo”

“E quelle cose che si accendono?”

“Si   chiamano lampadine e sono della stessa famiglia, sono delle nipoti più piccole che stanno abbracciate al lampadario”

“E quella perchè è spenta?”

“ Perché è stata tanto appesa lassù, è stata tanto tempo accesa e ora ha voglia di riposarsi”

Non aveva mai notato i lampadari,  le case di oggi sono illuminate da luci a led e i lampadari non ci sono più.

Un po’ come i nonni che hanno una funzione solo nei confronti dei loro nipoti.

Giocare con le parole e creare un pensiero – 23 ottobre 2025

Gioco del trovare parole nascoste dentro un’altra

Imbambolato – di Patrizia Fusi

Una bambina tiene in braccio una bambola, regalo che la Befana aveva portato.

La bambina riconosce la bambola che la mamma teneva sul letto.

La mamma era stata brava: aveva fatto dei nuovi vestitini, era diventata una bambola carina, ma la bambina capì così che la befana non esisteva.

Era una giornata con il sole, la temperatura era abbastanza mite per la stagione e la bambina decise di uscire con la sua bambola in braccio, quando fu fuori incontrò la sua vicina di casa che gli chiese di fargli vedere la bambola

La bambina si rifiutò e si spostò velocemente, non voleva che la vicina si accorgesse che era una bambola vecchia.

Fu allora che la bambina sentì le difficoltà economiche della famiglia.

Giocare con le parole e creare un pensiero – 23 ottobre 2025

Scegliere una parola da un elenco e scovare, all’interno, altre parole ispiratrici

APPARECCHIANDO LAMPADARIO – di Carla Faggi

Un’ombra si muoveva furtiva, allampanata dalla paura.

Nell’aria c’era un profumo di arrosto ma tutto a Dario appare strano,  mentre nicchiando si avvicina all’ultima stanza. Era tutto apparecchiato, tutto illuminato, il lampadario centrale sembrava un sole, eppure Dario si muove a tastoni come un cieco. Cerca di avvicinarsi alla finestra ma inciampa in qualcosa di rigido. Si ritrova a faccia in giù disteso per terra. Si gira e…inorridisce! Colui che lo ha fatto cadere è…è un corpo…un cadavere!…di uomo, di donna? Non si capisce perché è senza testa!

Cerca di alzarsi e fuggire ma riesce solo a centrare lo sportello del forno, che si apre e…Dario urla, ma dentro c’è…c’è…!!!

Il gioco con le parole di Tina

Macchia – lacerare – frequentarsi

Il mercato di Sant’Ambrogio a Firenze

Amiche in giro – di Tina Conti

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Emma cammina avanti e indietro sul marciapiede, passano frettolose signore con fagotti, pacchi e borse piene di frutta e verdura.

Si sentono voci che reclamano la bontà e la freschezza degli ultimi carciofi e dei novelli asparagi, il banco che si allarga ogni giorno e che prepara panini e prelibatezze fiorentine, stamani ha messo due tavolini con le sedie sopra un camioncino.

Gli avventori si mostrano soddisfatti di quella posizione dall’alto, il proprietario ha guadagnato cinque o sei posti per i suoi clienti e poi, essere lassù crea una bella novità

Emma, riceve una telefonata dalla sua amica Marcella.

 -Dove sei Emma? Non mi ricordo dove abbiamo fissato!

-ti sto aspettando davanti al negozio della Corti

 -bene ,arrivo!

 -scusami, aggiunge Emma, arriverò  con qualche minuto di ritardo, ho combinato un bel guaio, ma penso di farcela in dieci minuti………scusi tanto  signora, non volevo proprio crearle problemi

-ne è sicura? risponde la Signora. Viaggiare con quell’ ombrello sbrindellato, con quelle stecche rugginose sporgenti cosa credeva di fare? ormai il danno è fatto, e mi deve risarcire, guardi che lacerazione alla mia bella gonna di seta.

-certo, certo, ha ragione sediamoci a quel caffè  e accordiamoci, desidera prendere qualcosa?

 -si, si,quando sono agitata mi rilassa solo uno spumantino!

-Italiano o Francese?

 -naturalmente francese……allora, facciamo presto, la gonna come vede è ERMES di seta, l’ho pagata 800 euro e sicuramente non ne troverei una uguale, facciamo 1800 euro e io sarei soddisfatta.

 -via signora, sia ragionevole, la gonna è vecchia.

 -vecchia? ma come si permette, e poi faccia attenzione con quel bricchino di caffè, non vorrei  che combinasse un altro guaio.

 -le faccio un assegno  di 900 euro e così  penso di averla risarcita a modo.

 -metta giù quella mano, vede che sta rovesciando il caffè sulla mia maglia? Ma da dove viene, che sguaiata che  è

 –scusi, scusi, sono mortificata, mi devo essere emozionata, io vengo dall’Antella, ho appuntamento con  un ‘amica, accordiamoci lei mi sta aspettando.

 -bene, lacerazione gonna, macchia che non so se ne andrà sul golfino di Cuccinelli, facciamo 2000 e salutiamoci.

Marcella, ha seguito la scena da lontano e si avvicina all’amica

– Emma ma cosa è accaduto? avevi appuntamento con me, chi è questa signora?

-si sieda con noi, dice la Signora,   faremo in un attimo, ma, io la conosco, è la signora della bottega di ricami in Portarossa.

 – Si! si!,  sono Ferrini, la riconosco anche io, ci frequentavamo spesso in passato

 -che peccato  che avete chiuso il negozio, io ci venivo spesso , ho fatto regali  a tutti gli amici sparsi per il mondo, la qualità era ottima e poi che fantasia.

 -si! si!, mi ricordo di lei  molto bene, mi ricordo anche che non ha saldato gli ultimi conti, ci ha lasciato un bel buco. Mi ricordo che erano circa 6000 euro, aggiunge aggressiva Marcella, se ha da accordarsi con la mia amica possiamo fare i conti così io potrò incassare la parte che mi deve, le sembra una buona proposta? Lo spumante naturalmente lo offriamo noi, siamo le signore dell’Antella

Il gioco con le parole di Nadia

Macchia, lacerare, frequentarsi.

Pranzo di compleanno

Tempo che va – di Nadia Peruzzi

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Era il suo trentesimo compleanno.
Lei non amava festeggiare, tanto meno che la festeggiassero. Era stato così da sempre. Preferiva lasciare scorrere il tempo così come veniva.
Si negava sempre quando la invitavano alle feste di compleanno di amici e parenti. Ritrovi di chiacchiericci infiniti, pettegolezzi che la annoiavano  a morte. Per non parlare dei complimenti con sorrisi che più falsi non potevano essere.  Quelli li detestava proprio. Bastava guardare gli sguardi fuori sintonia  di chi si sperticava  in “come stai, bene! questo taglio di capelli ti dona tantissimo! che vestito fantastico!” Insopportabile.
Spesso per evitare tutto questo, scompariva letteralmente. Per il suo compleanno preferiva andare in viaggio, anche solo per qualche giorno, in modo che nessuno la assillasse, e quel fatidico giorno passasse in tranquillità, senza che fosse la festa a decidere per lei, e a condizionare il suo doversi atteggiare rispetto agli altri.
Quell’anno però qualcosa era cambiato.
Aveva cominciato a frequentarsi con Nicola. Un amore partito quasi per scherzo e diventato serio e appassionato in breve tempo.
Lui, a differenza di lei, era votato alle feste. Era un giocherellone che amava la compagnia e quel particolare clima che una festa ben organizzata era in grado di creare.
Stava cominciando a contagiare piano piano anche lei, che stava scoprendo come, accanto a lui,  anche le cose che detestava di più cominciassero a piacerle.
Per i suoi 30 anni Nina non aveva più possibilità né di scappare, né di rinchiudersi a riccio. Nicola cominciò per tempo a lavorare sulle sue ritrosie e a far cadere tutte le linee di difesa che lei provava ad alzare.
Alla fine decisero per un pranzo in una località di mare.
Invitarono gli amici più cari. Alcuni li accompagnavano addirittura fino dall’infanzia. Non erano in molti.
Si stavano divertendo e Nina si sentiva stranamente bene .
Il sole caldo e un vinello frizzante fecero il resto.
Si mangiava bene in quella trattoria sul lungomare. Gli spaghetti erano così conditi che alla prima forchettata, la camicetta di seta bianca di Nina subì un attacco traditore.
Uno spaghetto si mosse a mo’ di frusta e zac, una macchia rossa e strascicata cominciò a colare sul davanti. Proprio in bella vista.
Si alzò di scatto, per non farla vedere anche agli altri.
In bagno riuscì in qualche modo, sfregando e risfregando,  a far sì che rimanesse solo un piccolo alone quasi invisibile.
Si riavvicinò al tavolo. Tutti ridevano e scherzavano, erano così belli.
Nicola, il più figo di tutti, ed era solo suo, pensò con grande gioia.
Pensiero fugace. Fu un’occhiata lanciata da Lara, seduta proprio di fronte a lui, a farle gelare il sangue.
Era ammiccante, seducente ed estremamente fuori luogo e fastidiosa.
Anche lui guardava lei. Non ci potevano essere dubbi. Lo si capiva da come muoveva la testa e dal suo gesticolare. Era rivolto, quasi proteso verso Lara e rideva alle sciocche battute di lei. Erano amici di infanzia. Per questo l’aveva portata quel giorno.
Nina si sedette al suo posto. Non sapeva né cosa pensare, e soprattutto non sapeva che cosa fare. Si vedeva chiaramente che fra quei due c’era dell’altro, non solo amicizia.
Si trovò, senza rendersene nemmeno conto, a lacerare in pezzetti piccolissimi il tovagliolo di carta che aveva sulle ginocchia. Sicuramente un transfert alla Jung o alla Freud, anche se non le importava minimamente né dell’uno, tantomeno dell’altro in quel momento.
L’istinto l’avrebbe indotta a far ben altro.
Si immaginò come una furia, a tirar via la tovaglia con tutto quel che c’era sopra. Non contenta si vide lanciata attraverso la tavola con una mano stretta a pugno, versione volante alla Superwoman, per beccare Lara direttamente sugli incisivi.
Infine una mossa alla Jackie Chan. Con un colpo di gomito si vide centrare il naso di Nicola in modo da romperglielo almeno in due punti, uno solo sarebbe stato troppo poco per ciò che aveva visto.
Il piano B che comprendeva il fugone le sembrò il più adatto a lei.
Non salutò nessuno, se ne andò a rotta di collo.
Ricominciò a scappare dai suoi compleanni e anche dalle rimpatriate fra amici di più o meno lunga data.
Preferiva di gran lunga i giorni normali, quelli in cui il tempo scorre e si lascia vivere un po’ così come viene.
Di Nicola non seppe più niente e si accorse che nemmeno le importava sapere cosa facesse o dove fosse!
Era tornata lei a decidere il chi, il dove, il come. Era libera di essere sé stessa e questo la faceva star bene.

Il gioco con le parole di Stefano

Macchia – frequentarsi – lacerare

Cena sotto le stelle

L’amico scomparso – di Stefano Maurri

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Erano stati tutti convocati per una cena sotto le stelle, nella zona di Campiglia dove la macchia boschiva si alterna al prato e al seminativo. Dalla casa molto suggestiva si  vedeva il mare, ma anche le ciminiere delle acciaierie di Piombino e la Torre del Sale, ex struttura dell’ENEL per la produzione di energia elettrica, testimonianza visiva del lavoro di migliaia di operai che si erano susseguiti fino ad allora. Il fumo rilasciato dalle ciminiere con i suoi colori rossicci faceva apparire quelle costruzioni come le bocche di un drago.

Tutto era come sempre, con l’abituale voglia di frequentarsi, niente sembrava intaccare la loro voglia di stare insieme, quando si accorsero che Qualcuno mancava. Furono tutti sorpresi e ognuno accusò l’altro di non aver invitato proprio la persona che mancava. Invece qualcuno lo aveva visto muoversi lì intorno. Infatti c’era, ma si era allontanato verso la macchia e dall’alto era rimasto a guardarli mentre si confondevano via via con il paesaggio e fino a ché sparirono nell’aria come il fumo delle ciminiere.

Con il gioco di parole il nuovo racconto di Luca

Macchia – lacerare – frequentarsi

Il convento di clausura

L’inglese e le suore – di Luca Miraglia

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Non saprei dire come mai, o per quale strana scelta dei miei genitori, invece di essere a giocare con i miei amici di strada mi ritrovavo in quell’aula a studiare i rudimenti della lingua inglese.

Era un luogo tra il cupo e il fatiscente, a cui si accedeva dal chiostro di un convento di suore di clausura. Una enorme macchia d’umido sovrastava la porticina d’ingresso di una stanzetta apparecchiata ad aula con pochi banchi in legno, una cattedra sbrindellata, un alfabetiere illustrato alle pareti.

Ricordo bene il sorriso gentile della maestrina che accoglieva noi rampolli un po’ sgarrupati di borghesia emergente anni ’60.

Ricordo bene anche le sverze dei banchi che regolarmente laceravano le ginocchia già un po’ sdrucite dai giochi lasciati da poco per strada.

“Hello!” “Good afternoon!” appena entravo.

“Bye bye” le due paroline magiche che subito avevo capito voler dire “Ciao, ciao!” e che soprattutto significavano la fine di quell’ora di noia mortale.

Bye bye e si schizzava fuori a ricercare la luce, il sole, i giochi, il frequentarsi con il gusto della libertà bambina.

Poco importava se la suorona portinaia ci redarguiva ogni volta che ci mettevamo a correre verso l’uscita. A volte tentava anche di blandirci con qualche caramellina d’orzo autoprodotta, o con i ritagli delle ostie che le suore preparavano per le messe. Noi via, via, via…….

Il gioco con le parole di Carmela

Macchia, frequentarsi, lacerare

Un convento di clausura

Frequentarsi – di Carmela De Pilla

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Arrivò in silenzio, senza far rumore e lei l’accolse con sollievo, già da tempo provava uno strano tumulto, la paura di non farcela la immobilizzava, sentiva  che quella macchia nascosta stava lacerando  un dentro malmesso e capì che doveva riconciliarsi con la propria storia.

Era sempre stata irrequieta e un po’ assente, aveva preferito lasciarsi vivere che vivere, ma ora basta! Doveva riconciliarsi con la sua storia per ritrovarsi e fu così che quella mattina di buon’ora senza pensarci troppo decise di partire, la sera precedente aveva fatto una breve ricerca su internet, “ Convento di clausura Santa Chiara”, doveva andare da lei.

Quando lo seppe non si dava pace, non capiva, era accaduto tutto così in fretta che non ebbe nemmeno il tempo di adattarsi a quella nuova storia, stavano sempre insieme loro eppure non si era accorta che uno tsunami  stava cambiando la vita della sua più cara amica, era la più corteggiata Anna, i suoi capelli lunghi e neri incorniciavano un volto dolce e sorridente e i suoi occhi grandi guardavano la vita con curiosità e passione, ricordava bene quando  le raccontò del suo grande amore, erano appena entrate in una vita più complicata, ma straordinaria, da adolescenti si sa, appare tutto moltiplicato per cento e quel giorno lo capì dai suoi occhi bagnati che era innamorata.

Poi arrivò il tempo dell’università e le loro strade si divisero, ma continuavano a frequentarsi, ogni settimana una lettera e ognuna continuava a vivere nella vita dell’altra e quel giorno quando lesse la notizia ne rimase tramortita “ Ho deciso, Maria, mi faccio suora, entro nel convento di clausura Santa Chiara, mi dispiace non avertene parlato, ma io stessa sono stata travolta da una tempesta improvvisa, voglio pregare per l’umanità e pregherò anche per te” e quella mattina una forte spinta la condusse al convento.

-Vorrei parlare con Suor Anna- disse alla monaca che stava dietro la grata della piccola finestra.

-Ma lei lo sa che questo è un convento di clausura? E poi qui non c’è nessuna suora che si chiami Anna!-

-Lo so per certo, è entrata in convento un mese fa.-

-Ah, vorrà dire suor Chiara! Comunque sia non posso chiamare nessuna suora, siamo in clausura signora cara!-

-Bene, allora vorrà dire che aspetterò qui e ci dormirò anche, se necessario!-

Il caso volle che proprio in quel momento arrivasse Suor Chiara per dare il cambio in portineria e quando i loro occhi s’incontrarono i  cuori incominciarono a battere forte in un unico ritmo, non poterono abbracciarsi per l’impedimento della grata, ma le loro mani s’incontrarono in un tenero abbraccio.

Non ci volle molto perché ognuna si aprisse all’altra, si raccontarono le cose più intime e nascoste, si donarono il piacere di incontrarsi ancora, di frequentarsi come quando erano bambine, di visitare ogni angolo dell’anima, non si accorsero del tempo che scorreva troppo velocemente, ma furono grate a quel tempo che aveva permesso il loro incontro.

-Non sarà facile, Maria, ci vorrà del tempo, dovrai ripercorrere la tua vita per riconciliarti con essa, devi ritornare un po’ bambina e lasciarti attraversare dagli eventi con più leggerezza e capirai tante cose che finora ti erano oscure, dai luce alla tua vita e tutto ti sembrerà più bello e ricordati che io sono felice qui.-

Abbracciarono ancora più intensamente le loro mani -Ritorna quando vuoi- disse Suor Chiara col sorriso di quella ragazzina di un tempo lontano.

Gioco con parole di Simone

Macchia – lacerare – frequentarsi

Sul ponte di una nave

PONTE DELLA  NAVE – di Simone Bellini

S’incontrarono a metà ponte,

 sguardi che non avevano un passato s’incatenarono,

 voltandosi si seguirono.

Il cuore si connetté.

La pelle vibrò fino ai capelli,

il cervello si lacerò,

le gambe cedettero.

 Dov’eri, dov’ero,

dove il tempo ci incontrò fermandosi.

Un attimo, non di più, bastò per sconvolgerci,

riprendendo la nostra strada

con lo sguardo sul domani.

Era inutile presentarsi,

tutto era in quello sguardo,

ero io, era lei, eravamo noi,

 non c’era altro da sapere.

Il passato, una macchia che non esisteva più,

Oggi è pieno di speranza,

certi che i nostri sguardi s’incontreranno ancora.

Il futuro è lì su quella nave.

La storia con gioco di parole di Lucia

Macchia – frequentarsi – lacerare

Ambiente : Eremo di Camaldoli

Moto e libertà – di Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Per più di mezzo secolo sono stata una motociclista, una motociclista sul sellino posteriore.

Per cinque chilometri su quello anteriore.

Si, per cinque chilometri ho guidato io la moto, una BMW GS 750, ma questa è un’altra storia…

Con Luca ho percorso in lungo e in largo quasi tutta l’Italia, isole comprese e anche prima di lui già di chilometri in sella ne avevo fatti molti, perché gli uomini della mia vita hanno avuto una cosa in comune: la moto.

Fra tante, quella che ho amato davvero è stata solo una: la Moto Guzzi California. Era splendida, Luca la teneva sempre pulita, una moto senza macchia, senza polvere, nera e argento, accogliente come una mamma chioccia, veloce per le strade asfaltate, un po’ meno per quelle sterrate di campagna.

Ma quante strade sconnesse abbiamo percorso!

Sentieri lacerati dall’acqua su colline e montagne.

Ricordo bene Campo Imperatore. Che avventura indimenticabile!

Campo Imperatore è uno dei luoghi che dell’Italia io amo di più. Arrivammo lì in estate, un paesaggio lunare ci accolse.

I paesaggi brulli sono quelli che toccano particolarmente il mio cuore.

Emozionata guardavo girando la testa in ogni direzione con i capelli al vento.

Poi per una stradina sassosa poco adatta ad una moto di grossa cilindrata, al cui inizio un cartello ammoniva “Percorrete questa strada a vostro rischio e pericolo”, scendemmo verso Santo Stefano di Sessanio.

Lo scenario che apparve ai nostri occhi è rimasto nella memoria per sempre.

Una torre circolare svettava in cima al piccolo paese di pietra, appese ai suoi merli sventolavano strette e lunghe bandiere colorate,

Per un attimo pensai di essere stata catapultata nel medioevo.

Poco più in là Rocca Calascio, set cinematografico de “Il nome della rosa”.

Paesaggi e luoghi indimenticabili di un pezzo d’Italia che poi non saranno risparmiati da un pesante terremoto.

Quello era anche il periodo in cui vivevamo nella nostra casa sulla collina.

Le giornate cominciavano aprendo le finestre e salutando la montagna: Vallombrosa e Saltino erano di fronte a noi.

Quando nel fine settimana le giornate erano soleggiate o senza pioggia, spesso montavamo in sella e via…

Raggiungevamo le nostre montagne in poco tempo e poi scendevamo verso il Casentino per risalire spesso in direzione Camaldoli.

Raggiungere l’Eremo era una delle nostre mete abituali e preferite.

Viaggiare in moto attraverso la natura è un’esperienza che non ha prezzo.

Per me, per noi, la moto non era sinonimo di velocità ma di libertà, libertà di andare verso luoghi poco frequentati, isolati, a volte quasi deserti, dove la natura fosse la protagonista assoluta.

Viaggiando in moto si stabilisce un contatto e un dialogo privo di parole, che si nutre di energia, di emozioni e sensazioni che passano da pelle a pelle. Un linguaggio di mani, di corpi che vivono all’unisono, che si può veramente definire qui ed ora.

Bisogna stabilire un equilibrio perfetto perché tutto sia fluido leggero e possibile.

Il passeggero deve potersi affidare completamente al conducente, e nello stesso modo il conducente deve poter contare sulla “morbidezza” del passeggero.

Rigidità e paura non sono consentite a chi viaggia su due ruote.

La storia con le parole di Gabriella

Parole: macchia, lacerare, frequentarsi

Ambiente: pranzo di compleanno

Pranzo di non compleanno – di Gabriella Crisafulli

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Via della Bombarda: la casa torre aveva le scale in pietra ripide e strette. Per raggiungere l’appartamento c’erano da fare tre piani e arrivarono al pianerottolo con il fiatone. Non erano più ragazzine. Silene, come al solito, era splendida con quel suo fare soave che l’aveva sempre contraddistinta e che la recente, grande sofferenza aveva distillato. Dall’ultima volta che si erano incontrate stava meglio: non era più così profondamente lacerata anche se il dolore era ancora palpabile.

In casa solo qualche cambiamento: in soggiorno si era aggiunto il mobilino antico che veniva dalla casa dei genitori, nello studio l’armadio della nonna. Come sempre i quadri facevano bella mostra di sé e donavano macchie di colore alle sfumature brune prevalenti nell’ambiente. Dalla finestrina che si affacciava sul cortile interno entrava un fascio di sole mentre dall’apertura che era dalla parte della facciata facevano capolino le voci della strada avvolte dalla tiepida aria primaverile.

Il profumo in casa era da acquolina in bocca.

Lei l’aveva detto: voglio fare un pranzo speciale tutto per noi. Non era un pranzo di compleanno anche se tre di loro lo festeggiavano in quei giorni, no, era la festa della loro storia.

Si erano conosciute e frequentate laggiù in quell’edificio affacciato sul Borro delle Argille che si allungava sulle colline da Ovest ad Est. Per andare da un capo all’altro ci sarebbero voluti i pattini a rotelle e spesso chi si trovava ad un estremo non sapeva nulla di ciò che succedeva all’altro.

Per un verso o per un altro, da una parte o dall’altra, loro sei erano state insieme per molti anni. Forse nessuna di loro avrebbe scelto una delle altre per lavorarci insieme, ma la sorte le aveva accomunate e non si erano davvero risparmiate.

All’arrivo a casa di Silene c’era stato il momento dei baci e degli abbracci, poi era toccato al guardare le foto: quelle dei matrimoni, dei momenti felici. C’era anche lo scatto delle nozze di Mafalda con l’acconciatura anni cinquanta e il bel vestito di sartoria cucito dalle sorelle.

A tavola mentre si susseguono le pietanze e scorre il vino è un discorrere continuo. Per anni avevano spartito tanto, avevano spartito quasi tutto tra registri, alunni, libri, collegi, riunioni, aggiornamenti, sindacato, relazioni, invidie, conflitti, carte geografiche, orto, cartelloni per supportare, linee dei numeri per terra, pitture alle pareti, pennelli da lavare, barattoli da ripulire, mele da sbucciare, computer, incastri orari, uscite sul territorio, spettacoli, …

Avevano coinvolto anche le rispettive famiglie.

Era venuto il babbo per aiutare a fare l’orto e Giovanni per dare una mano quando era stata la volta di Cipì.

Nel tempo avevano condiviso amori, separazioni, figli, nipoti, malattie, sindacato, conflitti, competizioni, … e tanta, tanta fatica e tanto, tanto stress per essere il più possibile all’altezza della situazione.

È tutto un parlare:

“Ti ricordi quando nacque Elena?”

“E l’allagamento di Lilliano? Che anno era? Io tenevo le classi in auditorium, tu e il Preside spazzavate acqua dai pavimenti. Io ho perduto l’automobile.”

“Hanno chiuso la sede di Tegolaia: adesso l’Infanzia è a Lilliano.”

“Stanno costruendo un nuovo edificio per la scuola dell’Infanzia davanti alla Biblioteca Comunale.”

“Sai non sono più separati e adesso hanno un altro bambino.”

“Mirco fa il volontario alla Misericordia.”

“Sapete nulla di Francesco?”

“Io incontro spesso la Susanna.”

“Marzia è andata in pensione.”

“Luciana ha da aspettare ancora un anno.”

“Mio nipote è nella classe di Elisa.”

“Io mi sono trovata in biblioteca con Lucia.”

“Non ci sono più quattro classi per ogni grado, ma solo due.”

“A Lilliano nel piazzale, davanti alle aule a pianterreno stanno costruendo un nuovo edificio come spazio mensa.”

“Dove andate in vacanza questa estate?”

“Chiara ha vinto il concorso e da tre giorni è stata assunta a tempo indeterminato.”

“Devo scegliere il vestito per il matrimonio di Ettore. Deve essere un colore pastello. Non sopporto i colori pastello.”

Squilla il telefono di Viviana: sono i nipoti. Chiamano da lontano, da molto lontano. Con la nonna parlano italiano. Lei fa girare il telefono e ci presenta: “Sono le mie amiche, dice.” I bambini ci salutano. Sono belli, biondi: sembrano dei cherubini.

“Tre chitarre?”

“Sì, Valerio suonava e cantava. Gli piaceva molto.”

Passano cinque ore.

Il tempo per loro sei si è fermato.

Sono nello spazio decantato della sincerità.  

Tra un discorso e un altro sono arrivati in tavola dopo gli antipasti i tortelli mugellani, fatti a regola d’arte, conditi con il sugo secondo le indicazioni di Mafalda. E poi il coniglio ripieno, l’insalata con l’aceto balsamico stagionato trent’anni, le patate arrosto, le fragole con panna e, dulcis in fundo, le peschine ripiene di chantilly e crema al cioccolato.

Deliziose.

Peccato solo che l’Alchermes non sia più così rosso come una volta.

Il rosso non va più di moda.

Il gioco con le parole di Anna

MACCHIA  LACERARE FREQUENTARSI

IL MERCATO DI SANT’AMBROGIO

Al mercato – di Anna Meli

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            Oggi è una bellissima giornata, limpida e piena di sole ed io mi sono alzata molto presto per venire a Sant’Ambrogio: un mercato molto ben fornito dove ho la possibilità di scegliere veramente di tutto. C’è una parte interna per gli alimentari in genere ed una esterna dove trovi dai banchi di frutta e verdura a quelli di mercerie, abiti confezionati e chincaglierie varie. Colori, voci, odori, rumori improvvisi che a volte non ti aspetti e ti fanno sussultare. Tutto si fonde in un unica cosa che è vita. Mi sento a mio agio mescolandomi a tutta quella gente che osserva, chiede e spesso spinge per passare.

            Stamani sono qui per acquistare delle pesche cotogne che mi serviranno per fare, come ogni anno, la marmellata per tutta la famiglia e che dovrà bastare fino al prossimo anno. Mi muovo lentamente fra i banchi degli ortolani e allungo il collo per guardare al di sopra delle altre persone se vedo qualcosa di buono adatto alle mie esigenze. Individuo un banco che penso faccia al mio caso, mi appiattisco per passare senza spingere troppo mentre quel mio vestitino estivo leggero come ali di farfalla, si impiglia in un minuscolo chiodo e mi trattiene. L’ortolano con cortesia un po’ becera osserva” La stia attenta se non vole lacerare quel bel vestitino! Macchiare l’ha già macchiato così siamo al completo!”

            Lo fulmino con lo sguardo mentre un’altra signora interviene ”La mi voleva passare avanti, ma la un ce l’ha fatta!” Mi giustifico dicendo che  veramente non era così e con un po’ di vergogna vado oltre. Poco distante avvisto un banco con una distesa di bellissima frutta: susine, pere, uva e anche quelle pesche che cerco io, non hanno proprio un bell’aspetto, ma il profumo è inconfondibile!

            Mentre la signora me le pesa e prepara, mi guardo intorno; si è fatto tardi, il mercato si è animato in modo straordinario, fra la folla una macchia blu sembra venirmi incontro. Strizzo gli occhi per vedere in controluce e riconosco: è la mia amica Lilia. Era da tanto che non ci si vedeva: baci e abbracci, racconti che si accavallano, grande felicità per un’amicizia ritrovata. Non sappiamo spiegare come abbiamo smesso di frequentarci, ma per questo c’è rimedio! Intanto le dico” Aiutami a portare alla macchina le pesche che poi prendiamo accordi per ritrovarsi  e non perdersi più!”

Il gioco con le parole di Daniele

Parole: macchia – lacerare – frequentarsi.

Ambiente: pranzo di compleanno

I soliti in gita – di Daniele Violi

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Sussi e Biribissi si accordarono per le ore 6 del mattino successivo. Dovevano trovarsi ad un appuntamento alle 6 e trenta con i loro amici, il Gatto e la Volpe, alla Croce del Vento in Pinnole. Pensavano di arrivare in ritardo, considerando che il sentiero da prendere, poteva essere stato tralasciato nella cura da Oloferne e Giuditta, manutentori di turno, estratti a dadi, sapendo che spesso gli stessi amoreggiavano, visto che fine tragica avrebbe fatto Lui. Per questo motivo dedicavano poco tempo alla pulizia della macchia, che costeggiava il sentiero.

Il giorno dopo puntuali si ritrovarono; la loro meta, con il Gatto e la Volpe, era un pranzo di compleanno che si sarebbe svolto nei pressi di una conca scavata dal fiume Perdeacqua, nel cortile dell’Eremo Tanti e Forti, dove l’unico frate rimasto, a causa di necessità finanziaria, dava in concessione per cerimonie con due palanche.

Trovarono comunque il modo di arrivare all’appuntamento con il Gatto e la Volpe, cercando di non appiccicarsi con i loro vestiti ai rovi e sopratutto evitare di lacerare i loro zaini di panno di lana, pieni di regali e di mentine, ciringomma e panini con la finocchiona e formaggio di capra.

Sapevano i due, Sussi e Biribissi, che poteva capitare che chiacchierando con il Gatto e la Volpe, potevano perdere il sentiero. Camminando insieme difatti, la conversazione fra tutti e quattro, arrivava a distogliere la concentrazione, e perdere il filo del sentiero; era già capitato altre volte. Talvolta questo stato di cose, frutto del buonumore durante una passeggiata si trasformava poi in una tiritera di accuse reciproche, perché si accorgevano che non ritrovavano piu la strada, minacciando poi di non frequentarsi mai più.

Il gioco con le parole di Carla

Parole: Macchia, lacerare, frequentarsi

Ambiente: Pranzo di compleanno.

La festa – di Carla Faggi

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Pier Ferdinando Luca Emanuele ed un cognome altisonante, un fricchettone di trenta anni pieno di soldi, festeggia il suo compleanno.

Io sono tra gli ospiti.

Tanti regali, alcuni belli, altri no, alcuni originali, altri banali, li avessero regalati a me non avrei saputo che farmene.

Quando arrivò il mio turno mi presentai e dissi:

“Sono una cartomante, ed il mio dono è la lettura della tua mano, ma non per predire il tuo futuro ma per capirti e raccontarti”.

Perplessità nel suo sguardo ma tanta curiosità tra i suoi ospiti che dovette accettare il mio regalo.

Presi la sua mano, la guardai a lungo e iniziai:

“La piccola macchia del palmo superiore mi dice che sei generoso nei sentimenti, che hai un cuore buono e forse molti si approfittano di te.”

“Si! Si!” disse Pier, “ è cosi! Certo che è così!”

“La tua mano è molto interessante, denota un carattere sensibile, un’intelligenza acuta, a volte non sei capito ma sono gli altri che non sempre sono alla tua altezza.”

“Eh! Già…” gongolava soddisfatto Pier Ferdinando.

“Saresti capace di dare tanto amore, il tuo cuore ne è colmo, ma non tutti lo meritano, sappi che chi non ti vuole è perché non ne è capace”.

Gli occhi di Pier Ferdinando Luca lacerarono di colpo quegli della biondina là in fondo che abbassò subito gli occhi a terra in imbarazzo.

Io continuai: “Ognuno avrà la vita che merita, e tu avrai una vita lunga e felice, piena di amore”.

Pier Ferdinando Luca Emanuele mi guardò con gratitudine, entusiasmo e riconoscenza. Decise che quello era stato il più bel regalo ricevuto.

Io, consapevole che il mio pacchetto di scemenze e banalità andavano sempre bene a chiunque, distribuii ai presenti il mio biglietto da visita.