Non erano parole al vento

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Fiato al vento – di Roberta Morandi

Di spalle, sono andata,
un respiro e ho lasciato andare,
fronte su fronte,
i tuoi occhi nei miei:
hai accettato,
non hai compreso.
Non è  vero, non ci credi,
è un sogno,
aprirai gli occhi
e sarò ancora lì…
Non è così
Dicevo parole vere,
non “fiato al vento”
Allora era vero!
Troppo tardi per tornare indietro.
Troppe notti io a parlare e tu
…a dormire.
Parole futili
“fiato al vento”

Vento gelido

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Vento gelido – di Rossella Gallori

 Un cavallo bianco, imbizzarrito e cieco

Batte, sbatte, sconvolge, travolge

Cadono le foglie, come perle schiccate, di un vezzo rotto .

Ti aspetto, infreddolita al solito posto..

Le labbra livide, gli occhi gonfi…

il cappello di lana rosso che toglierò al tuo arrivo..

Vento freddo, gelido e cattivo,

resisto  spaventata….non ci sei…

 

Una pagina di tenerezza

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Il babbo – di Ivana Acciaioli

La cosa che credo di non aver mai perdonato a mio padre è stata quella di invecchiare, con tutto ciò che comporta questa parola, mentre gli ho perdonato di aver perso interesse per la propria vita e di aver deciso di poter morire, che poi sono in realtà due facce della solita medaglia.
Quando penso a lui lo vedo giovane, gli corro incontro, lo stringo forte alle gambe; era un uomo di piccola statura ma a me bimba sembrava un gigante , rappresentava la forza, con lui niente mi spaventava , questo deve essere il padre per ogni bambino.
Bastava il suo sguardo serio ad intimorirmi, ma un suo stesso sguardo all’occorrenza mi infondeva sicurezza e nel lettone il calore del suo corpo era la panacea di tutte le paure.
Quando cominciava ad imbrunire mi avviavo giù per la viottola fra i campi verso la strada principale e quando la sua bicicletta imboccava la strada bianca cominciavo a correre, lui agitava la mano, il nostro era un tacito appuntamento, tornava dal lavoro ed io lo attendevo per salire sulla canna della grande bicicletta nera, orgogliosa di arrivare con lui nell’aia dove tutti potevano vederci.
Mi prendeva fra le braccia e mi issava davanti a lui, io alzavo il braccio e con  la mano  agguantavo il suo cappello, me lo ficcavo in testa, il borsalino di pelle nera odorava di brillantina, il babbo la metteva sui capelli per tenerli lisciati all’indietro come usava allora; la tesa mi calava sugli occhi, non vedevo quasi niente ma il mondo intero era lì con me.
Questa è l’immagine più ricorrente della mia infanzia con lui, forse per la tenerezza e l’intimità di quel momento, forse perché mio padre in quelle occasioni mi pareva particolarmente bello, pedalava con sicurezza, la bici non oscillava, mi sembrava di volare ed ero certa che con lui non sarei mai caduta, appoggiavo le mie piccole mani sulle sue forti braccia; io ero la sua bambina e lui era il mio babbo.

Ispirandosi alle parole di altri: “Rivedo da capo il cielo colorato di sole”

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“Rivedo da capo il cielo colorato di sole” (da Amata solitudine di F. Battiato) – di Ivana Acciaioli

Diciott’anni, un bichini alla moda e la voglia di costruirmi un nuovo personaggio addosso.
Stesso mare ma nuova vita, quella dei diciotto anni.
Un asciugamano ed un barattolo di Leocrema ultima moda per l’abbronzatura.
Mi alzo presto per catturare i primi raggi di sole quelli per un’abbronzatura duratura, il sole splende ed io non apro gli occhi, non condivido queste vacanze con nessuno, misteriosa e raccolta in un nuovo mio mondo fatto di luce e pelle calda, super ambrata e unta.
I miei vecchi amici non hanno il coraggio di violare la mia nuova identità.
Dopo dieci giorni sono nera come il carbone, annoiata a morte, ma non intendo rompere il patto che ho fatto con il cielo azzurro ed il sole.
Poi eccolo, il nuovo ragazzo della compagnia, bello, alto, curioso della mia riservatezza.
L’amore rompe le mie barriere, via il vasetto della crema e solo baci e carezze.
Squilla il telefono, è lui, che mi ha lasciato alla fine di  quell’estate di quattro anni fa per una bionda formosa, proprio stamani mi cerca, dice che rimpiange  la genuinità ed il calore del nostro amore.
Io rispondo:-Mi dispiace oggi mi sposo.

Donne

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Sorelle noi – di Roberta Morandi

Io giovane, io moglie,
io madre,
ogni tanto amante,
mai persona.
Io come tante,
in gonna,
in cerchio,
per mano,
insieme a gioire,
divise a scegliere,
uguali a sentire
diverse a comprendere.
Declinate in a
come appartenenza ad un genere,
fisse o mobili
ma sempre definite.
Aperte, non chiuse,
anche dopo…
anime in volo,
finalmente libere
finalmente sorelle

“Parlare inutilmente”

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Parlare inutilmente – di Gabriella Crisafulli

“Il silenzio è d’oro”,  ripetevano i miei genitori. E io invece son sempre stata con la bocca aperta da un orecchio all’altro. Ho raccontato tutto a tutti, assetata com’ero di parlare con qualcuno con cui condividere le mie esperienze. Mi piaceva anche entrare in contatto con le persone: avevo perduto il mondo palermitano affollato di nonni, zii, amici, parenti, … e lì, a Como, non frequentavo nessuno. Così il giorno della mia Prima Comunione, durante il rinfresco in casa dopo la cerimonia, mi muovevo felice fra gli invitati, tutti adulti. Quello era il periodo alto – borghese della mia famiglia e il giro di conoscenze ruotava intorno a persone eleganti, raffinate, un po’ snob, a cui i miei tenevano molto.

I regali furono bellissimi.

Mi avvicinai ad una signora di cui avevo sentito dire dalla mamma che aveva avuto un evento felice e per farle le congratulazioni usai la parola “condoglianze” creando un enorme imbarazzo e risatine di convenienza.

Non so se quella fu la prima, ma ho una carriera di “gaffes” che ho collezionato nel tempo.

Una volta, ero molto giovane, in una cena fra persone che avevano il doppio della mia età, venni presa di mira dal sommellier di una famosa enoteca fiorentina, al quale era stato chiesto di stappare un vino speciale.

Lui adempì puntualmente al rituale della presentazione del nettare prezioso, sciorinando tutto il suo vocabolario.

Io non avevo mai visto niente di simile e guardavo con attenzione e stupore tutte le operazioni. L’ultima fu quella di versare un po’ di vino in un ciotolino che portava appeso al collo. Lo avvicinò alle labbra sorbendo del liquido, aspirandolo fra i denti e snocciolando le giaculatorie del caso. Dopodiché mi piazzò lo scovolino sotto il naso e mormorò:

“Prego signora!”

Io lo guardai imbarazzata.

Mormorai sottovoce:

“E io devo bere lì?”

Al che il poverino, più affranto di me, replicò:

“Il bouquet, signora, prego, il bouquet!”

Ispirato a parole di altri: “Visioni di anime contadine”

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Visioni di anime contadine – di Lorenza N.

Il problema è che se seguo la sequenza di parole non mi viene in mente nulla. Allora provo dal fondo: contadine, anime, visioni. Niente lo stesso. Oggi non è proprio giornata. Provo dal mezzo: anime. E lì volo molto in alto. Seguo l’anima nell’attimo che esce dalla bocca di una persona che si spegne; tanto che a volte viene posata una moneta sulla labbra per trattenerla, oppure per pagare Caronte il traghettatore di anime, perché la faccia oltrepassare per andare in luoghi felici. Ma si sa che essa il modo per lasciare il corpo lo trova comunque. Infatti si dice “inanimato” un corpo che non ha più vita. Se penso a ciò che resta di una persona che non c’è più, mi consola l’idea che resta la sua anima fra noi  a ricordarcela a farcela rivivere nei gesti, nelle parole, negli odori, sensazioni, affetti , emozioni e perciò non la perderemo mai.

E così compare anche la sua immagine nella visione di una colombella che vola, come viene spesso raffigurata nelle iconografie dei quadri nella rappresentazione dello “spirito”. Lo stesso che estraeva mio cognato contadino facendo la sua grappa speciale, tanto illegale quanto buona e forte,  che a forza di assaggi gli faceva avere le visione di parecchie anime contadine spesso e tanto volentieri.

Ispirato a “Anime salve” di De André

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Parole rubate – di Gabriella Crisafulli

Sono state giornate furibonde *

senza atti d’amore
senza calma di vento

e son seduta qui

a ripensare

a trovare una strada per non soffrire

troppo

per guardare avanti

non scivolare nel rancore

e sentire in gola di nuovo

il sole che nascerà

Spietate come gli occhi della memoria
altra memoria e non basta ancora
cose svanite facce e poi il futuro 

mi scorrono nel viso

sogni, sorrisi

pedalate

panini, pomodori

con tempi, giorni

vacanze in libertà

e so che resistere

è il solo modo di andare

Mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
mi sono visto che ridevo
mi sono visto di spalle che partivo

 con le valige in mano

verso l’isola del tesoro

dove tra lacrime e sorrisi

ti ho ritrovato

amante di cavalcate selvagge

di notti complici

di pelle vellutata

di corpi sfiniti e appagati
* De Andrè Anime salve

 

Quando ricordi le cose belle non sei mai solo

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Solitudine – di Rossela Gallori

…..eppure ci son stati giorni speciali, giorni in cui non ero sola, non mi sentivo sola….si, ci son stati giorni unici, che sanno di vaniglia, di musica, di tepore , di caffè,  di camicie azzurre, di jeans troppo stretti, di una casa bellissima, di amori più  grandi di me….in tutti i sensi……

…..E come era alta quella schiacciata….e quanto zucchero sopra …e che Vin Santo…e che risate… ed eravamo TUTTI, te lo ricordi babbo ?

….e quando scoppiò la pentola di Pirex….oh mamma ….ma la retina? L’avevi   usata per farci un sottopentola….te lo ricordi, vero? …ed il brodo pieno di schegge di vetro….che colasti , dicendo : il primo che trova un brillante, vince una coscia di pollo….che risate…

…e quando cominciai… a tornar troppo tardi  per la mia età…e nessuno mi brontolava?

…e lo Stibbert con il suo laghetto, dopo la salita…..il pari …si diceva così e si correva, a volte cadendo ma non sentendo mai  male….

…e il gelatino “ trenta “ dal Moretti in piazza Viessieux  …chi c’ha i soldi paga, gridava qualcuno…..ed anche se non ero io, ridevo, e leccavo l’ inizio del mondo…

E la tua valigia, babbo…. un sogno di colori , un fruscio di sogni…

Ed i tuoi rossetti , mamma….idee stupendamente, improbabili, e quelle calze color miele?

E i famosi “ sospensori “ dei miei fratelli, che ho capito dopo, ma non troppo, a cosa servivano!

E le frittelle, di riso con l ‘ uvetta, senza uvetta, di farina, dolce o bianca …..frittelle di tutto …e per tutti…

Ed i primi baci. Morsi d’amore, io affamata di sogni …

E le fughe a Bologna….che ….lì si vive! mica qui……

E le prime poesie, scritte e gettate nel cestino, del domani, che sembrava lontano….

Ed il primo vestito da sera, volutamente indecente…e tu eri con me…..

E Londra….e Monaco….e lo Stelvio….e la Sardegna e perché no, Montepiano con i primi tacchi alti….

E…EE…E….

 QUANDO RICORDI LE COSE BELLE NON SEI MAI….SOLO….

 

 

 

 

 

Ispirato alle parole di altri: “Conclusione di un ragionamento”

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Conclusione di un ragionamento – di Lorenzo Salsi

“Ragiona! ” ” QuandE tu fa’ quarcosa… ragiona  “.  Era il monito che Oscare diceva al ragazzo di bottega, nella speranza che “al fin della licenza” egli toccasse le biciclette con criterio per aggiustarle.
“Se tu lavori co’ la testa ni’ sacco, senza ragionare, icché tu lavori a fare?” . Oscar, Oscare per tutti noi, era il biciclettaio, era l’ex meccanico di Gino Bartali.
Aveva come base di tutto il “ragionamento”, perché dopo che si era ” ragionato ” tutto diventava più facile, più liscio.
“Alla fine di’ ragionamento, poi a voRte ‘un ci si ricorda più d’icché si ragionava e allora tutto si sistema”; un po’ come gli psicologi che si siedono pensando (ragionando) a un problema ma gli si contorce così tanto il pensiero che dimenticano il problema.

Ragionamento logico, filato, semplice e senza intoppi .

Grande Oscare, burberissimo con un cuore per niente ragionante perché la ragione non è nel cuore.

***

(Dalla canzone di Franco Battiato, Amata solitudine – Il testo:  “A quel tempo tu stavi, sicura di te, della tua logica, guidando e parlando ininterrottamente… ed io, che già non ti ascoltavo più, (come ipnotizzato), seguivo gli occhi che seguivano i colori, i raggi elettrici della città. Chissà cos’è quel moto che ci unisce e ci divide, e quel parlare inutilmente delle nostre incomprensioni, per certi passeggeri malumori. Amata solitudine, isola benedetta. A quel tempo di te, amavo il tuo pensiero logico e quella linea perfetta del baciare, la simmetria delle tue carezze; vivificato dal chiarore vibrante di sapore: scintilla di una mente universale. Ero in te come un argomento del tuo amore sillogistico, conclusione di un ragionamento. Ma mi piaceva essere così, avviluppato dai tuoi sensi artificiali. Ora sono come fluttuante… Amata solitudine, isola benedetta. Così è finita, mi stacco da te, da solo continuo il viaggio. Rivedo daccapo il cielo colorato di sole, di nuovo vivo”.)

Ispirandosi alle parole di altri: “Sono solo passaggi di tempo”

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Solo passaggi di tempo – di Tina Conti

Si avverte sempre il  passaggio    del tempo?
A volte si, a volte no!
È facile coglierlo negli altri  ma non sempre in noi!
Si può leggere il tempo che passa?
Vedere con gli occhi degli altri aiuta a vederci ?
Come percepiamo il tempo che scorre?
Sicuramente  quando stentiamo a riconoscere un nostro coetaneo e siamo aiutati dalla sua voce per identificarlo, facciamo una riflessione  anche su noi stessi.
Guardandoci allo specchio si percepiscono poco le fasi dei cambiamenti.
Sono  le foto che talvolta ci passano davanti  a mostrarci come e cosa eravamo ma, talvolta, non ci corrispondono neppure quelle.
Non mi vedevo mica così, mi sembravo diversa, mi sono detta tante volte.
Le nostre case ci parlano dei momenti  passati, di oggetti che abbiamo usato e amato.
Avvertiamo così il passare dei vari stili, della moda, nell’architettura, nei colori.
La storia dei popoli e delle nazioni ci svela anche il passare del tempo nel mondo.

 

Solitudine e paura

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SOLITUDINE – di Emilia Caravaggi

Solitudine, dolce incanto dopo il brusio di tante parole dette e ridette e senza senso. E’ bella se sai apprezzarla, capirla e se non hai paura. E’ il tuo angolo privato con musica e libri che colmano la tua voglia di restare sola anche solo nella contemplazione di un tramonto da una terrazza fiorita e profumata da dove i tuoi pensieri volano nel vento tiepido della sera per raggiungere il loro destino. Non si è mai soli se non hai paura. Il silenzio è pace, è gioia che ti circonda più di una piazza affollata di gente che non sa bene dove andare, dove stare.  La solitudine si, è il riposo del corpo e della mente se non hai paura. Io ho paura.

Ancora su Anime salve – le parole di De André

http://www.fabiosroom.eu/it/canzoni/anime-salve/

“Anime Salve” è cantata con Ivano Fossati. Spiega De Andrè:

“Il titolo dell’album si rifà all’etimo delle due parole anima e salvo, e vuole mantenere il suo significato originario di spirito solitario. Nel verso ‘mi sono visto di spalle che partivo’ già si accenna al rifiuto dell’identità anagrafica, cioè del personaggio costruito da un’autorità che vuole imporre a ciascuno di stare al mondo o al proprio posto; la solitudine, che in questo caso consiste in una scelta autonoma, consente di non stare nel mucchio: la sola condizione idonea a non essere contaminati da passioni di parte è uno stato di tranquillità dell’animo che permette di abbandonarsi all’assoluto, alle sue immagini e alle sue voci, interiori ed esterne, senza marchi posticci.”

 

Fascino della solitudine

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Com’è bella solitudine – di  Nadia Peruzzi

Voci lontane, che si fanno vicine. Troppo. A pancia all’insù ero perso in un cielo così blu, da scivolare in indaco. Solo qualche nuvola a punteggiare quella distesa che sapeva un po’ anche di mare!

La fronda dell’albero a coprire gli occhi e la faccia, mentre il sole, in quella frizzante giornata di marzo riscaldava il mio corpo rilassato e felice.

Ero lì da solo, senza un pensiero particolare da seguire.

Solo il piccolo stridere degli animaletti del bosco da ascoltare, il fruscio dell’erba mossa dal vento, il canto di qualche uccellino in volo, e  profumi di una promessa di primavera, che iniziava a reclamare lo spazio che le spettava dopo il freddo dei giorni appena passati.

Ero andato in quella radura che conoscevo come luogo non battuto. Fin troppo difficile arrivarci, su per quel sentiero impervio. Avevo bisogno di pace.

Stavo per abbandonarmi del tutto alla sensazione di benessere che si stava impossessando del mio corpo, quando li sentii. Prima in lontananza, poi sempre piu’ vicino. Prima una voce gracchiante e sopra le righe, poi tutte le altre invadenti e irrispettose. Erano in gruppo e con le radio a tutto volume. Con l’orecchio a terra potevo sentire i rimbombi dei loro passi quasi cadenzati, da esercito.

Purtroppo non suonavano come quelli dei liberatori. Tutt’altro. Non potevo vederli, tuttavia sapevo  che c’era in arrivo  uno dei tanti gruppi di barbari che, con estrema difficoltà e moltissima pazienza, qualcuno avrebbe pure potuto ricondurre sulla via della civilta’. Non io, non in quel momento. Me ne andai a gambe levate, per non doverli incontrare!

 

Solitudine

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SOLITUDINI……- di Rossella Gallori

È un cappello stretto, vecchio, che non riesci a buttare…

è una morte temporanea, che mette a lutto, ogni volta che bussa alla tua porta…

è la voglia di scappare, ma la catena è corta e qualcuno ha rubato il lucchetto ….

è un telefono che non squilla, una voce che non senti….

è un freddo letale, in piena estate….

è un caldo asfissiante, che lentamente ti  soffoca in un inverno di ghiaccio…

è un cuore, stanco, che perde colpi, ad ogni passo….

…..è quando ci sei e nessuno ti vede…..

Ispirandosi alle parole di altri “Mi sono visto di spalle che partivo”

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Mi sono visto di spalle  che partivo – di  Roberta Morandi

Hai fatto le valigie, con quello  che hai voluto portarti dietro, due libri, Lettera ad una professoressa e Pinocchio, un abitino di mussola a fiori, un paio di ciabattine e niente altro, avevi indosso un paio di jeans sdruciti ed un maglione troppo grande per essere il tuo.
Te ne sei andata via senza un saluto, senza un abbraccio, senza dirmi niente, senza neppure un sorriso o una pacca sulla spalla, come usavamo fare quando ironicamente ci scambiavamo le nostre idee, sempre diverse, anzi, direi quasi agli antipodi.
Hai sceso le scale e lentamente, con la tua agile falcata, ti sei incamminata lungo il vialetto che dalla casa porta alla strada, non ti sei neppure voltata indietro per un ultimo saluto, anche con la mano o uno sguardo. Dritta e sicura sei andata verso il tuo destino, il tuo futuro, non una spiegazione né  uno sguardo complice.
Tu sei così, o ti capiamo al volo o pazienza e ci lasci esterrefatti e stupiti e increduli.
E poi non torni i dietro, no sui tuoi passi mai, una decisione è cosi: si prende e basta.
Ti allontani e io ti vedo di spalle, di dietro fino a che non scompari nel riverbero accecante del sole…sono io.

Ispirandosi alle parole di altri “Sono solo passaggi di tempo”

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Sono solo passaggi di tempo – di Patrizia Fusi

Sono in macchina con mio nipote stiamo andando a Firenze, mentre guido la città scorre accanto a me, luoghi conosciuti dove io ho trascorso una parte della  gioventù.

All’età di quattordici anni lavoravo da quelle parti, i ricordi mi affiorano alla mente e glieli racconto.

Ero commessa in una succursale di una lavanderia, nella giornata avevo tanto tempo libero quando non avevo da fare con i clienti, così presi l’abitudine di leggere.

Iniziai con una collana per ragazzine che una mia cara amica mi passava, ad un certo punto mi venne un rifiuto fisico per quel tipo di lettura, allora iniziai a leggere i gialli Mondadori che compravo da un giornalaio vicino al negozio, anche questi tipo di libri mi vennero a noia, e passai ad altra letteratura.

Gli racconto di una mia insicurezza di ragazzina, il negozio chiudeva alle diciannove e trenta,  facevo i viali a piedi per andare a prendere l’autobus sui lungarni, nel percorso passavo davanti ad una caserma di militari, alcune volte li incrociavo nella loro libera uscita, quando li vedevo cambiavo marciapiede, mi sembravano tanto grandi e i loro apprezzamenti mi imbarazzavano.

Nel frattempo siamo arrivati, mi sono fermata vicino ad una villa, ricordo che in quel periodo quella villa era in stato di abbandono, io a quei tempi ci ho fantasticato molto su chi poteva essere il proprietario e per quale motivo non ci abitava o quale dramma c’era dietro quell’abbandono.

Ora è la sede di una banca.

Mentre gli racconto tutto questo, mi vedo ragazzina che gira per quei luoghi con tanti sogni, speranze, incertezze, paure, ma aperta alla vita.

Tanti ricordi ………passaggi di tempo.

 

Il tiro con l’arco in un libro – Fitarco che passione! di Ugo Ercoli

Tra ricordi e polemiche, tra sogni e rimpianti, tra speranze e illusioni un libro che riassume cinquant’anni di tiro con l’arco di Ugo Ercoli. Un omaggio alla passione, alla tenacia, all’amicizia e alla potenza indiscussa della parola.

Tra gli ospiti: Eugenio Giani, Paolo Allegretti, Franco Morabito, Giorgio Cavini,  Tiziana Scalisi nella sempre splendida cornice del Teatro Comunale di Antella e per la cortese disponibilità di Riccardo Massai.

 

I Mercoledì della Matita – I diari di bordo: la potenza del viaggio è nel ritorno – Un viaggio su carta attraverso i confini

 

Emma Rotini, Paola Barzagli, Cristina Binarelli leggono i diari di Roberto Zatini e Mirella Calvelli alla Bibliocoop di Bagno a Ripoli con Cecilia Trinci e diversi graditi ospiti.

La diversità dell’andare e del fermare su carta un movimento nel mondo: stili e contenuti diversi per  conoscenze diverse ispirate all’incontro con gli esseri umani in dimensioni inconsuete, sotto colori di religioni, musiche e parole diverse.