



“L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita. Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo” (Italo Calvino)




“L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita. Arrivare a non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo” (Italo Calvino)
Rumore di tacchi – di Patrizia Fusi

Il ticchettio dei tacchi sul pavimento per me è un suono di gioventù, ricordo quando anche io camminavo così.
Questo rumore l’ho rivissuto un pomeriggio in una struttura dove ero ricoverata in convalescenza.
Ero nella sala della TV con una mia amica, era una giornata luminosa, il sole entrava dalle grandi vetrate e illuminava tutto, ad un tratto abbiamo sentito in lontananza rumore di tacchi nel corridoio a lato della sala e è apparsa una bella ragazza, alta con dei capelli mori lunghi ,vestita alla moda con scarpe con i tacchi spessi ma alti, è passata con atteggiamento fiero conscia della sua bellezza e femminilità.
Nessuna via di uscita – di Gabriella Crisafulli

Era senza vie d’uscita ma non aveva nessuna voglia di rimanere prigioniera.
Aprì la finestra, scavalcò il muretto: si ritrovò sulle scale di sicurezza. Cominciò a scendere. Si sentivano risuonare i suoi passi determinati sugli scalini di metallo. Si sentiva il respiro un po’ affannato e il soffio di un vento di libertà. Aveva lasciato lassù la folla dei personaggi vaganti e le loro guerre intestine.
Saliva e scale e le veniva incontro un uomo con un piccolo mazzo di fiori.
Le disse “Auguri” “Buona vita” mentre glielo porgeva gentile.
Sorrise e rispose “Grazie”.
Arrivata sul marciapiede si diresse verso il lungomare: c’era la battigia che l’aspettava.
Passi a scuola – di Daniele Violi

Passi di un paio di scarpe con tacchi bassi e larghi; scarpe che sono calzate da una Donna mentre percorre un corridoio.
Una bidella, che chiamo Gigliola, che in un corridoio ampio con finestre al primo piano di una scuola elementare, lungo il corridoio, cammina soffermandosi a raccogliere cappelli e cappellini caduti sul pavimento dagli attaccapanni disposti alla parete del corridoio prospiciente le varie aule. Il passo di una persona matura e gentile che dedica il tempo del e nel suo lavoro alla accortezza di voler accudire, con questo gesto materno di grande piacere e dare un contributo alla vita delle altre e degli altri. Rumore positivo.
Passi nel corridoio – di Sandra Conticini

Camminava in quel corridoio con in mano delle cartelline tutte uguali, dove c’era scritto il futuro di tutti loro. Purtroppo non era sempre troppo roseo.
La sera tardi si metteva alla scrivania per aggiornare le schede. L’ambiente a quell’ora era silenzioso, solo ogni tanto suonava qualche campanello e lei subito si alzava per andare a dare un aiuto a chi aveva bisogno. In quel silenzio si sentiva solo il rumore dei suoi passi svelti che, nonostante quei tacchi bassi, rimbombavano in quell’ambiente troppo grande. A qualcuno facevano compagnia, ad altri davano un bel fastidio, ma ad ognuno di loro, in quello stato di fragilità e solitudine, vederla era un sollievo. Aveva sempre una parola gentile o una frase scherzosa che riusciva a far allontanare paura e tristezza.
Canzone stonata – di Carmela De Pilla

Era seduto in mezzo alla stanza buia, la sedia gelida e troppo rigida
lo obbligava ad assumere posizioni scomode che nutrivano ancora di più il suo malessere, fissava la porta, troppo grande per quella stanza così piccola, ormai vecchia e scortecciata come il suo corpo che da qualche tempo non gli apparteneva più.
Oltre quel silenzio si sentivano rumori indecifrabili che si rincorrevano lungo il corridoio, picchiettavano sul marmo gelido a ritmo disordinato e scandivano il tempo.
Un tempo lontano o presente? Chissà, sentiva però che era un tempo impietoso che l’aveva costretto ad assistere a una vita senza vita e ora ancora troppo giovane per ritenersi vecchio ascoltava i battiti del cuore che si rincorrevano affannosamente come note stonate.
I capelli come fili di zucchero avvolgevano e proteggevano i suoi pensieri, pensieri confusi, sconclusionati a cui nemmeno lui sapeva dare un senso.
Aveva tappezzato le pareti di specchi nella speranza di poterli vedere quei pensieri, di poterli toccare per capirne l’essenza invece ne rimaneva turbato, minacciato eppure li cercava quei pensieri appuntiti che rimbombavano in testa come sassi vaganti.
Era ancora un ragazzo e già percepiva di vivere in un tempo e in un luogo sbagliato, si sentiva parte di uno spazio immenso dove tutto può accadere senza un come e un perché e ciò che per lui era normale creava sconcerto negli altri.
Era considerato da tutti il più intelligente dei tre figli, mostrava ingegno e attitudine in tutto ciò che faceva eppure non trovava mai la strada giusta da percorrere, si perdeva continuamente nell’immenso mare dei suoi pensieri.
I contrasti con il padre che lo avrebbe voluto un ragazzo come tutti gli altri diventavano sempre più insostenibili e fra i due si creò un muro invalicabile.
-Sei un buono a nulla! Che te ne fai della tua intelligenza se poi non sai metterla a frutto? Non combinerai mai nulla nella vita!
Per lunghi anni si sentì dire queste parole ed era così sconfortato che incominciò a crederci anche lui, sembrava che facesse di tutto per dargli ragione e ogni volta erano litigi furiosi.
Chi aveva ragione? Il padre che pretendeva di più o lui che non poteva dare di più?
Quei rumori che si rincorrevano e picchiettavano sul marmo gelido lo accompagnavano per tutto il giorno e ogni tanto si sedeva in mezzo alla stanza buia per ascoltare la canzone stonata del suo cuore.
Tacchi nel corridoio – di Antonella Roselli

Tacchi larghi, gonna a pieghe, passo un po ‘ondulante, lungo corridoio, andamento deciso.
Va spedita eppure cerca qualcosa ai lati delle porte che passa in rassegna.
Sì, può spaventare un bambino ma a me suscita un mezzo sorriso.
Passi notturni – di Nadia Peruzzi

Passi nella notte. È una serata normale. Una di quelle di fine lavoro. Il passo è sicuro e calmo, di chi conosce ogni angolo e sa muoversi in quel lungo corridoio dal soffitto altissimo. Ogni passo rimanda un’eco. Più o meno forte una volta che il suono ha la possibilità di disperdersi nei vari saloni che si alternano sulla sinistra. Siamo in un museo. Immagino sia l’Ermitage, a Pietroburgo. Quel passo senza accelerazioni, è routine per Natasha, la direttrice del museo . È una maniaca del controllo, e ogni sera da anni fa in modo di andare via per ultima. Non si fida nemmeno degli addetti alla sicurezza. Ci sono cose troppo preziose in quelle sale, e la responsabilità sarebbe la sua se qualcosa andasse storto. È diventata ancora più pignola dopo le notizie che sono arrivate da Parigi. Le piace quando non c’è più nessuno e le grandi sale son vuote. Non ama l’eccesso di folla e i gruppi rumorosi che credono che un quadro di Leonardo si possa apprezzare guardandolo solo attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica. Un click e via . Ama la quiete delle notti d’estate, quando dai finestroni entra la luce lattiginosa dei giorni che non muoiono mai. Ama sentirsi circondata da tutte quelle opere illustri. Le fanno compagnia e riuscendo a vederle, le accarezza col pensiero mentre passa loro davanti come fossero sue figlie. La sala delle statue di Canova la rapisce sempre. Deve fermarsi. Si emoziona sempre davanti alle Tre grazie. Rimane senza fiato. È un attimo. C’e’ ancora un bel tratto di corridoio prima di arrivare alla porta di uscita. inserisce l’allarme e poi fuori nella immensa piazza. Un altro giorno è finito. Ad accoglierla la luce opalescente di una notte tiepida di giugno e un baluginio rosato in lontananza verso il mare. Il passo si fa spedito, ora ha fretta di tornare a casa. Ritrova il vociare delle persone che le passano accanto in un andirivieni continuo. Le fa compagnia.
IL FIACCHERAIO – di Anna Meli

Il suono degli zoccoli del cavallo che trainava la carrozzella del fiaccheraio rimbombava, come altri rumori, in quella via del centro stretta fra le mura di antichi edifici in uno dei quali abitava mia figlia col suo compagno, casiere della Galleria degli Uffizi. Molto spesso, andavo a trovarla per darle una mano e, soprattutto per godermi il mio piccolo e tenero nipote. La casa aveva stanze grandi sia come superficie sia come altezza, per cui tutti i rumori risultavano amplificati.
Quel pomeriggio dopo la pappa, mangiata con appetito, tanto per coccolarmelo un po’, lo accompagnai per il riposino. Stesa vicino a lui osservavo come, pian piano cedeva al sonno… Ma ad un tratto…toc toc toc toc, il suono netto degli zoccoli di un cavallo interruppero quel momento magico e lui, alzando il ditino indice, gli occhi ben aperti sentenziò “Nonna, lallo! ’’. Un attimo, ed il sonno prese il sopravvento.
SCALA DI SICUREZZA – di Rossella Bonechi

Le scale di sicurezza che spesso sfregiano le pareti dei palazzi non mi sono mai piaciute: grandi, incombenti e spesso incongruenti con quello che c’è intorno. Ma sono utili, indispensabili per la sicurezza e in attesa che qualche architetto sappia coniugare la destinazione d’uso con la bellezza, le tollero. Soprattutto da quando una scala del genere è stata la mia “stella cometa”. Mi ero persa nei meandri di un vecchio ospedale che era tutto un corridoio arzigogolato privo di indicazioni. Sarà stato per il mio animo non sereno dopo la visita ad un amico male in arnese, sarà stata la fretta di andarmene o i miei pensieri incarogniti sulla Sanità, che mi ritrovai in una parte chiaramente dismessa senza punti di riferimento e nessuno a cui chiedere. Mi ricordai allora della scala di sicurezza che avevo visto e criticato da fuori e pensai che imboccandola mi avrebbe portato via di lì. Da una finestra individuali il punto giusto, spinsi un maniglione antipanico e…sìììì mi ritrovai sulla scala all’esterno. Gradino dopo gradino riconquistai la libertà.
I passi – di Stefano Maurri

Sento i passi della vicina che abita al piano di sopra tacchettano forsennati soprattutto quando è tardi per andare al lavoro.
Il tempo passava rapidamente e lei sempre più nervosa si aggirava per la casa imprecando contro il buio che si addensava alle finestre: il temporale stava per scoppiare e lei era ancora lì, mentre nel caldo della notte dei tropici il suo compagno l’aspettava fremente. Ma lei non riusciva a decidersi a muoversi perché l’ultimo ritocchino alle labbra non era venuto come lei si aspettava. Continuava a guardarsi camminare mentre la gonna aderente le saliva lungo i fianchi. Lui le fece uno squillo sul telefono da sotto casa. Si affacciò, gli mandò un bacio e dopo un ultimo passeggio per la casa lungo il fiume si decise a uscire…mettendosi un bel foulard sulla bocca imperfetta.
Battere e battere – di Stefania Bonanni

Il sabato a pranzo Laura ha ospiti.
Noi, dal piano di sotto, non si sentono rumori negli altri giorni. Ma il sabato, fin dal mattino presto, si intuiscono sedie spostate, tavoli strascicati, pentole che sbatacchiano. Il sabato a pranzo Laura cucina per i nipoti.
Mentre si avvicina l’ ora fatale nella quale e’ tutto pronto, più tardi possibile, affinché sia ancora caldo quando sono tutti a tavola, si arriva al momento clou. Quello in cui si inteneriscono le braciole. Penso che Laura usi un tagliere di legno su cui batte, ribatte, stiracchia, braciole che evidentemente per loro natura sarebbero durissime. (Per curiosità, un giorno le chiederò di che animale sono, le braciole che compra).
E si sente una sequenza di toc, splat, toc, toc, prima intensi, colpi sferrati con forza, poi più strasch, splash, ti ti toc, quando le povere braciole sono esangui e sfracellate, e non resta che rendere loro un po’ di dignità cercando di ridare una forma simil-fettina.
Dopo di che si sente odore di fritto, e silenzio. Anche stavolta le braciole sono tenere.
Rumore di tacchi – di Rossella Gallori

…portava i tacchi, sempre e comunque, con la pioggia e con il sole, non cambiava mai niente, che fosse Natale o ferragosto erano” tacchi”.
Li ricordo alti e sottili, diventarono più bassi e più larghi con gli anni, ma tacchi erano e tali restavano: per i matrimoni, i funerali, le messe, gli shabbat, per il mercato, il cimitero, per l’ospedale, per il lavoro, per i giuramenti, per gli amori il primo e i secondi, per le preghiere e gli improperi, non ricordo né ciabatte, né pianelle, né babbucce, solo decolté anche in casa, tacchi per le scale di legno che portavano alla “taverna”….ora si chiamerebbe così, era invece una cantina, tre stanze grandi arredate alla “sans facon”
Scendeva ed i suoi passi sembravano martello, poi orologio, poi musica, musica di ricordi, tacchi e tocchi, sulla ripida scala a chiocciola dalla quale non è mai caduta e se l’ ha fatto non l’ha detto, ha medicato le sue ferite con piccoli vezzi: le calze chiare, gli chemisier e con quella cadenza “ taccosa” che era danza e mai caserma, quel segno di vita bella e passata da quasi sempre.
Batteva i talloni sul pavimento non si sa se per punirlo o accarezzarlo? Chi lo ha mai capito, chi lo ha mai voluto capire.
Avrà i tacchi anche lassù dove è, tra le stelle, sulla luna o su una nuvola, accanto ad un povero cristo che non ne potrà più del suo andirivieni.
Fermati Giulia, fermati, togli le scarpe ed a piedi nudi sali su un gradino immaginario ed attacca in cielo quel quadro con la cornice un po’ liberty ma non troppo, appendi il dipinto che non ci ha viste insieme, ma lo eravamo credimi, credimi…..
Le scale di prova – di Lucia Bettoni

Due piani
Dalla camera alla cucina
Ogni mattina
Scendere la scala e’ il mio buongiorno
Ogni scalino una prova
Scendo e ascolto:
Toc il mio piede fa male
Tac la caviglia non si piega
Toc non posso piegare le dita
Tac non posso scendere
uno scalino dietro l’altro
Toc non posso e mi devo
fermare
Tac per quanto tempo ancora?
Passano i mesi, e poi:
Toc tac toc tac toc tac …
La meraviglia di un passo sciolto
La grandezza di un’azione alla quale non avevi mai pensato e ringraziato
Toc tac toc tac toc tac …
Scendo le scale quasi volando
Un brivido mi attraversa il corpo e mi fa sorridere
Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta!
Quella piccola azione di sempre
Piccola?
Avevo perso i miei passi
Ritrovarli e’ grande
Ringrazio
Tac toc tac toc tac toc ….
Suono di passi – di Luca Miraglia

Non mi piace per niente essere qui…
Questa branda scomoda, lenzuola che sanno di lavanderia di terz’ordine, coperta che pare un porcospino, odori di sconosciuti che si rotolano nelle rispettive solitudini. E come se non bastasse il continuo andirivieni dello scarpone dello sfigato di turno che deve badare che nessuno faccia casino.
Non mi piace per niente essere qui…
Altri mesi di vita e di notti da sprecare in questa landa abbandonata di stanzoni in comune, cessi in comune, abiti in comune, cibo in comune, in comune la voglia e il bisogno di essere altrove.
Non mi piace per niente essere qui…
Obbligato in un mondo grigio-verde che mi è totalmente estraneo, al quale sono estraneo tra estranei.
Non mi piace per niente essere qui…
Ascoltare un rumore al buio da una registrazione


Trova altre parole nascoste dentro una, scelta da un elenco dato
Imbambolato – di Gabriella Crisafulli
Chi sono quelle ombre che si muovono intorno?
Credeva di essere sola in quella grande casa, invece c’erano dei personaggi che giravano da ogni parte.
Li sentiva alitare vicini come soffi di vento.
Erano specializzati in ogni sorta di situazioni che impacciavano e complicavano la vita.
Uno se lo trovava ogni mattina davanti allo specchio: una prugna secca avvolta in un groviglio di stoppa che la fissava imbambolata. Risveglio horror.
Poi c’erano Bibì e Bibò che si muovevano lesti tra camera e cucina lanciandosi barattoli e pantofole. Adoravano scherzare ma lei si trovava a confondere il sale con lo zucchero e le babbucce con le scarpe.
Erano proprio specializzati in ogni tipo di situazioni che complicavano l’esistenza. Il suo continuo inciampare e confondersi li faceva sbellicare dalle risa ma anche lei era contagiata dalla loro ilarità.
Poi c’era Mito.
Lui non si faceva trascinare dalle mattane di Bibì e Bibò e dovunque si spostasse se ne stava tutto impettito a sentenziare: “Questo sì, questo no” “Ora tocca alla bimba” “Adesso è il momento della bomba”
E poi: “Tutti fermi e zitti: si fa così!”
Lei si muoveva con prudenza, preoccupata al pensiero di quello che sarebbe potuto succedere al passo successivo. Di sicuro, però, non c’era d’annoiarsi e lo spettacolo si rinnovava e cresceva di momento in momento.
E poi, quando proprio si stancava, c’era ad attenderla quell’ampia e comoda bara color viola, sommersa di piume e di peluches, che l’abbracciava e dove poteva andare a rifugiarsi per sognare.
Trovare parole nascoste dentro un’altra, scelta da un elenco dato
Lampadario – di Elisabetta Brunelleschi
LAMPA~DARIO – DARIO~LAMPA
Dario vide una lampada sul rio
e contento a gran voce esclamò:
– Lampa, lampa!!-
Allora lei forte lampò e lampò
ed il buio rio
tutto si illuminò.
Trovare parole dentro un’altra, scegliendo da un elenco dato
Appallottolare – Pallina – di Carmela De Pilla
Il suo vero nome era Lisetta, ma tutti da sempre la chiamavano Pallina.
Quando camminava, senza un apparente motivo si fermava guardandosi intorno come se stesse cercando qualcuno poi si appallottolava su se stessa e si rimpiccioliva fino a sembrare una palla.
Diventava tonda e morbida, sparivano le gambe, le braccia e la testa, niente spigoli, niente sporgenze solo una grande palla in mezzo alla piazza e rimaneva immobile abbarbicata a se stessa come a cercare dentro il suo corpo un appiglio a cui aggrapparsi per restare a galla.
-Ora rotola!
-No, no si sgonfia!
-Andiamo a giocare a palla!
Le voci si accavallavano in attesa che succedesse qualcosa poi calava il silenzio e lei, come se niente fosse successo, si alzava, si guardava intorno imbambolata e camminava, camminava…camminava come una vecchia bambola in cerca di se stessa.
Scegli una parola e trovane altre all’interno
Abbarbicato – di Stefania Bonanni
Che fosse abbarbicato, si capì all’ istante. Apparve sulla soglia un gran cesto di capelli, degli occhi si vedevano i lampi e basta. Una gran barba copriva il collo per intero, e, formando una sorta di punta, sembrava indicare lo stomaco. Praticamente un emulo di Barbablu, per meglio dire, un Barbanera. In sintonia con le chiome degli alberi frondosi. Abbarbicato, come prodotto dalle barbe, le radici, come le piante.
Forse anche la barba cresce con il fertilizzante e l’acqua. Cambia colore con il tempo, come le foglie. Resta da verificare se in quel fitto nascano anche dei frutti.
Su quel volto le radici, le barbe, avevano prodotto anche piante ornamentali. C’erano cespugli di sopracciglia, tappeti come baffi, lenzuoli erbosi sul petto morbido, piante aromatiche sotto le ascelle, e fioriture spontanee in luoghi segreti, per fortuna segreti.
Le barba-radici non smettevano di riprodursi e si tendevano verso le piante come a chiedere aiuto, come a chiedere di essere riunite alla loro essenza piu usuale.
Non era facile convivere con un essere che si muoveva, guidava la moto, giocava a calcio, ballava, faceva l’amore.
Ogni volta che si appoggiava ad un albero, piccole mani invisibili ad occhio umano, si lanciavano all’ attacco del tronco, sperando di trovare appigli che permettessero l’ ancoraggio, ma per ora non era successo.
Le barbe “umane” non sapevano più che pesci pigliare: rimanere e continuare a crescere avrebbe reso l’ “abbarbicato” un fenomeno da baraccone.
Fecero una riunione: non stupitevi, ora la ricerca ha scoperto che le radici si parlano, e decisero che l’ esperimento era fallito. Gli uomini non possono diventare piante, a meno che non smettano di muoversi.