Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo.
Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni
Non aveva mai dimenticato, non era possibile, e quanto un rumore simile lo facesse ancora risprofondare nell’incubo gli faceva sempre male. Era il suono ritmico a farlo sempre sussultare. Fosse tintinnio o fragore, sempre lo riportava in quelle trincee, alla pioggia metallica che picchiava sui ferri, sui fucili, sui cannoni, sulle tettoie di lamiera che erano il povero riparo di giacigli di pietra.
E poi tornava ai momenti appena precedenti, quando lei aveva mostrato il lungo velo bianco di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca. Le brillavano gli occhi, ed anche la bocca, e le promesse volavano intorno a loro come sogni.
Invece, poi, non c’era stato che gelo, paura, fango, fame, e marce , e divise.
La pioggia batteva sui vetri, alternava una musica prepotente a una appena sussurrata che le scorreva dentro, non faceva male anzi le dava sollievo, quel ritmo quasi rassicurante la faceva dondolare su se stessa come a voler acchiappare quella serenità che aveva cercato per troppo tempo.
Attratta da una forza interiore si alzò nel silenzio della stanza e in punta di piedi andò a prendere la scatola, la scatola dell’anima, così la chiamava. Era sempre lì, al solito posto, nascosta in un angolo buio e solitario dell’armadio, l’aprì e come fosse la prima volta rimase affascinata dalle mille cianfrusaglie sparse nel piccolo scrigno poi vi immerse le mani e una musica rassicurante l’avvolse.
Cercava niente e tutto, toccava con le sue mani di fata quei piccoli oggetti soffermandosi con le dita per ritrovare in ognuno l’antico ricordo, il suono del soldino di metallo sfiorava delicatamente quello del piccolo cerbiatto di vetro e insieme cantavano la canzone di un tempo lontano, ad essi si unì il suono dei sassi, dei bottoni, dei bigliettini di carta e nell’aria volarono i suoi ricordi.
La spilla con la pietra verde smeraldo s’incontrò con le mani e lei la guardò con tenerezza.
Una stanza al buio, sentire la presenza fisica dei miei compagni, cercare di rilassarmi, iniziano i rumori, dei quattro due accendono nella testa delle immagini.
L’onda che sbatte sulla spiaggia piccoli sassi levigati dal movimento continuo, conchiglie, pezzetti di laterizi gettati nei fiumi senza rispetto delle regole, che l’acqua ha portato al mare, formano un rumore pungete quasi stridulo, forse è il mare che geme per i troppi morti che ci sono dentro di lui, e piange con loro.
Il fresco di una passeggiata notturna in estate, la luna piena brilla nel cielo, il suo splendore rende visibile tutto quello che mi circonda,una leggera brezza smuove le fronde degli alberi formando un leggero suono, il piaceri del fresco della notte .
Il suono cambia diventa più acuto, su un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove fra i rami, i raggi della luna lo illuminano sembra un fantasma che balla .
Grandi, pesanti, sonore gocce di pioggia cadono sulla tettoia del giardino: si infittiscono, scrosciano, rallentano, riprendono più forte, rallentano ancora, poi pian piano muoiono e spariscono in un fruscio leggero.
Il pavimento della veranda è un lago di acqua. Prendo la scopa e il rumore diventa scroscio di acqua spazzata via con movimenti regolari e ritmati.
Rientro e…sul tavolo della cucina, in attesa di essere aperto, c’è un pacco rivestito di cellofan; lo tolgo impaziente e lo comprimo riducendolo ad una palla che, una volta lasciata andare, si allarga come se volesse ribellarsi alla nuova forma ed emette suoni acuti e scricchiolanti.
Ho avvertito e percepito al buio i suoni e rumori dovuto al movimento di:1° scatola di plastica come tamburo. 2° rumore di foglio di nylon 3° palline in contenitore.4° caramelle in barattolo di vetro.
Nel buio mi trovo a mio agio. Nel buio i rumori accrescono la capacità di carpire dentro, tramite immaginazione ed orecchio, è una spinta forte di curiosità; come un gioco che, con me stesso metto in campo. Voglio rendere reale lo scenario è la fonte di questi rumori e suoni.
Semi di Granturco.
In un periodo annuale dopo l’estate, mi capitava una volta alla settimana di andare al Mulino ad acqua dei Fratelli Grifoni, in una frazione di Montemignaio. La mia venuta era dovuta alla possibilità di utilizzare un particolare contenitore presente tra i vagli che aveva la funzione di setacciare dopo l’operazione di trebbiatura manuale, le spighe selezionate di una varietà di Frumento, che raccoglievo nelle molteplici parcelle di terreno che costituivano le prove di sperimentazione che seguivo nella mia attività lavorativa in Val d’Arbia. Il Mulino ad acqua in piena efficienza sempre e da illo tempore aveva un vano sopra il canale di acqua, che ospitava le pietre molari movimentate dal ritrecine sottostante. La molatura in special modo dei semi di granturco, cariossidi di pezzatura più grossa rispetto ai semi di frumento, causava un rumore più acceso, che io percepivo dal locale accanto dove con attenzione cercavo di selezionare chicchi di grano con aspetto di crescita maggiore, che venivano impiegati per sviluppare una maggiore possibilità di resa e produrre spighe più forti e resistenti. Tutto il trambusto quasi come un ritmo, che veniva dal vano accanto accompagnato dal rumore dello scorrere dell’acqua sottostante, ricreava una immaginaria musica caraibica, accentuata talvolta dalla molatura di castagne secche molto più chiassosa. Tutto pareva magico e antico.
Avrei sempre voluto fare un viaggio su quel treno a vapore degli anni quaranta. Che emozione doveva essere intraprendere un viaggio, tante persone di quegli anni se ne sono andate senza riuscire a vedere il paese accanto a dove abitavano, una realtà che ormai non riusciamo a capire.
Riesco ad immaginarmi con la veletta nera sul viso, un bel tailleur nero con gonna con lo spacco, giacca attillata ed il collo e manicotti di pelliccia , calze a rete e scarpe a punta con tacco fine. Intanto mio marito mi porge la mano per aiutarmi a salire su, perchè il tacco delle scarpe rischia di rimanere incastrato sui gradini bucherellati del treno e con quella gonna stretta lo spacco rischia di rompersi!
Intanto i servitori caricano i bauli pieni di vestiti e le cappelliere. Sì perchè ogni vestito aveva il suo cappello.
Chissà se questo tipo di vita sarebbe stato adatto a me, credo proprio di no.
Rumori: fruscio del vento, colpi su una porta, l’orlo di un abito di raso colpisce ritmicamente gli scalini, semi rotolanti dentro un bastone della pioggia.
UNA DAMA, UN CASTELLO IN UNA NOTTE DI TEMPESTA: La notte era di quelle che annunciavano tempesta. Le fronde degli alberi attorno al castello iniziavano a fremere. Prima il vento le accarezzò piano, poi con sempre più forza iniziò a schiaffeggiarle. I fruscii diventarono veri e propri colpi di frusta, che coprivano ogni altro rumore attorno. Anche la pioggia che aveva iniziato a cadere sembrò silenziosa rispetto al rumore delle fronde delle grandi magnolie, impegnate in una danza vorticosa, fatta di schiocchi e galoppi. Una dama fasciata in un vestito rosso fluorescente, saliva correndo per lo scalone principale. Il vestito col suo orlo rigido, ad ogni colpo di vento si gonfiava e sbatteva sugli scalini con un rumore strano, cadenzato, sempre più simile al suono ritmico di un tamburello. Giunta al portone , piccoli tocchi per farsi aprire. Ci volle un po’ prima che un vecchio maggiordomo, evidentemente alticcio, le aprisse. “Finalmente al caldo “, pensò Mara, anche se la spiacevole sensazione di avere indosso una corazza gelida la riportava a quei dieci passi sotto la bufera che aveva dovuto fare appena scesa dal taxi e alla cascata d’acqua che non le aveva dato tregua. L’uomo la stava guardando stranito , come a chiederle cosa ci facesse lì a quell’ora e con quel tempaccio. “C’era una festa in costume”, disse lei. “Come, non è stata avvisata? I padroni hanno deciso nel pomeriggio di rinviarla ad altra data. L’allerta meteo li ha convinti che era la cosa migliore da fare. Strano che non l’abbiano avvertita!” Mentre il maggiordomo diceva questo, nella pochette di Mara il cellulare iniziò a vibrare e ad emettere bip su bip. Le chiamate e i messaggi stavano arrivando in quel preciso momento. Strano e spiacevole come imprevisto. “Accidenti a questi aggeggi”, pensò Mara, ”quando servono attivi e nelle emergenze , vanno in panne! E ora??” Di tornare indietro nemmeno a parlarne. Decise di chiedere al maggiordomo di poter passare la notte al riparo. Era in condizioni a dir poco pietose. Il vestito stava rilasciando sul tappeto dell’ingresso l’acqua incorporata e iniziava a formarsi una piccola pozzanghera. Il maggiordomo sparì nel buio delle stanze del piano terra. Tornò poco dopo con una palandrana di flanella che doveva essere appartenuta ad uno dei trisavoli del conte. Puzzava di naftalina mista a muffa, ma in una situazione del genere non c’era verso di fare gli schizzinosi. Mara, in bagno, si cambiò rapidamente. Il vestito lo buttò nella doccia. Solo allora si accorse dei rivoli di colore rosso che stava rilasciando. L’aveva pagato, pure, un occhio della testa. “Chissà in quale fetido laboratorio lo avevano confezionato, e che porcherie di colori avevano usato”, pensò. Guardò di soppiatto lo specchio. Occhi da panda bastonato, per il trucco tutto sbavato, capelli scarmigliati e con più nodi di una rete di pescatori. Si dette una sistemata e poi si diresse verso la biblioteca, l’unica da cui usciva luce e un po’ di calore. Il camino era acceso. Davanti , il grande divano era stato adattato a letto. Su una sedia erano appoggiati un paio di pantaloni, una camicia , un gilet, una giacca in tono e un cappellino con la tesa. Era entrata come gran dama, per uscire, l’indomani, come una copia malfatta di Sir Sherlock Holmes! Dalle parti della cucina le arrivò il russare cadenzato del maggiordomo. “Dorme già della grossa” , pensò, ” comunque la porta a chiave la chiudo lo stesso, non si sa mai”. Il letto era accogliente. Sotto le coperte si sentì protetta e al sicuro. Fuori il grande sicomoro continuava a schiaffeggiare violentemente i vetri della finestra. Vento e acqua non si erano placati nemmeno per un momento, da quando era arrivata. Mentre cedeva al sonno, ad accompagnarla fu il pensiero di una jungla in cui l’acqua scivolava, creando piccole cascate, su foglie lucide e carnose, piene di linfa e di vita. Il ticchettio di semi rotolanti dentro una canna di bambù fu l’ultimo rumore che sentì prima di sprofondare nel sonno. Si ritrovò in una landa desolata e assolata, con la terra tutta crettata e incisa dalla siccità. Uno sciamano girava e rigirava nelle sue mani con movimenti sempre più rapidi e decisi un “bastone della pioggia”da cui usciva ormai un rumore incessante e quasi fastidioso, non il ritmo placido col quale si era addormentata. Una farfalla dai colori sgargianti comparve accanto ad una bambina dai grandi occhi neri. La frase che le sentì pronunciare nel sogno, fu la prima cosa che le tornò in mente al suo risveglio. “ Un battito d’ali di farfalla in Pakistan, può scatenare un uragano in Messico!” Lame di luce entravano dalle grandi finestre. Fuori c’era il sole. Chissà in quale sperduto angolo del mondo una farfalla aveva sbattuto le sue ali, per provocare il gran putiferio della sera precedente!!
Le galline di Loretta e… altre storie – di Lucia Bettoni
foto e disegno di Lucia Bettoni
Quante galline sull’aia di Loretta! Tutte intorno a lei che getta i semi sulle pietre Eccole tutte a beccare grassocce e felici I semi di Loretta sono deliziosi: granturco giallo come il sole scivola dalle sue mani di giovane contadina Coco cococo cococooo… è una festa Le campane suonano Ecco gli sposi Lei un tailleur semplice I capelli raccolti e un mazzolino di fiori in mano Lui con il completo nuovo, il primo della sua vita Intorno agli sposi tutti lanciano riso bianco al cielo e tra i capelli Granturco, riso, semi Semi per una festa di vita Un matrimonio festa di vita Tutti insieme in corteo Gli sposi davanti Una luce straordinaria nei loro occhi
La bottega delle tre sorelle – di Rossella Bonechi
C’era una volta una bottega che ora non c’è più……ma i suoi suoni odori e colori fanno parte dei miei ricordi. Tre sorelle “simbiotiche” vivevano della vendita di semi, legumi e cereali che disponevano in bella vista in sacchi di juta che ora farebbero rabbrividire i NAS. Il momento mio preferito era quando li preparavano: il riso che scendeva a cascatella nel contenitore, i fagioli che a seconda del tipo e quindi della grossezza cadevano tintinnando nei vasi di alluminio e i ceci che gettati nel sacco facevano un rumore deciso ma ovattato, quasi a vergognarsene. Ma il suono più goloso era quello delle caramelle balsamiche che le sorelle versavano nei vasi di vetro allineati sul banco; come di cristallo sonante, il rumore variava a seconda della velocità: se si aveva fretta erano schioppettate, se si parlava facendolo era un tip tap insistente e continuo.
A volte ci penso alle Sorelle e ai loro suoni che ricordo molto meglio dei loro volti.
Il buio in solitudine a volte mi esalta, spesso mi spaventa….quando qualcuno ti è accanto..Il mio scuro diventa ombra…
Rumori al quasi buio.
Toc…Toc..
Un picchio racconta la sua storia: monotona, banalmente ripetitiva, non la voglio ascoltare…Toc…Tac…è la stessa di ieri, di oggi,nooo, non voglio risentirla!
Ti racconto la mia?
Friggo, ne ho voglia, tra uova strapazzate di sogni, sbattute in modo maldestro.
Strappo le pagine di un quotidiano di domani, lo strangola, giace appallottolato come me.
Ti racconto la mia storia?
Lenta apro le finestre, voglio farmi sentire “ fuori” dentro mi sono già ascoltata…scivola la veneziana un pò verde acqua un pò grigio sudicio, il filo consunto sta per strapparsi, consunto sembra consigliarmi, Ma Io,io, non mi rompo.
Ti racconto la mia storia?
Cerco una matita “bellabella” per scrivere pagine speciali, cerco, con dita nervose, nel barattolo affollato…mi taglio con un appuntalapis vecchio di lama, molte le penne che non scrivono, tra gomme rosicchiate da topi immaginari, sporchi di nero inchiostro.
Ti racconto la mia storia?
La sapevi già! Fingi?
Ho ossa rotte, ecco odo il rumore, ossa…un pezzo di vertebra in frantumi.
Ti racconto la mia storia?
La sai, lo so…poi morto il picchio non ho avuto più voglia di raccontarti niente.
Ma di lui sento ancora il suo bussare, il suo ticchettio martellante: toc, toc.
Ora le uova sono sode stracotte e sanguinanti di giallo tuorlo.
Ascoltare e ascoltarsi – Il fascino dei rumori al buio
foto di Lucia Bettoni e Cecilia Trinci
Rumori, creati con oggetti comuni, vengono riprodotti al buio. L’ascolto accende immagini, personaggi, ricordi, mondi lontani, brevi commenti di un presente duro e difficile o anche solo malinconico….
Si materializzano nelle storie cascate di semi, marce militari, la battitura del grano, piogge e temporali, fruscio di vestiti ed evocazione di Dame, Spose o Cavallerizze, cavalli al trotto, picchi insistenti, un mare in tempesta e un mare che piange, céci che si vergognano nei sacchi di iuta…. e poi il Mulino di Montemignaio, le biglie di vetro, lo zabaione della zia, un fantasma che balla, la scopa che spazza l’acqua, l’appuntalapis vecchio di lama, ossa rotte in un barattolo, una straniera con i capelli viola, la signora di campagna che cerca nelle scatole dei ricordi, il riso, il babbo nel lettone, le galline grassocce e felici, un assassino nervoso…………
Le parole da mescolare e con cui giocare sono: conoscersi, orientamento, cortina, zecca, rendere, tessere, rovina
Il Quadro – di Stefania Bonanni
Rendeva l’ idea. Era uno strano disegno, un mosaico di tessere, che cambiava se lo si guardava da destra, o da sinistra, o da sotto, o da sopra. Era facile perdere l’orientamento, scordare l’ usuale, e perdersi nel labirinto di colori fantastici, che sembravano cercarsi, rincorrersi, forse come noi, ma certo con più determinazione. Distogliere lo sguardo era difficile e faticoso. Costava parecchio staccarsi da quei rossi, dai gialli brillanti, dai verdi pieni di vita, e ricascare nella zona grigia. Come ci fosse un muro, una cortina che divideva due mondi.
Avrei potuto restare giorni interi, a perdermi la’ dentro. Avrei potuto stare tutta la vita a cercarmi, a cercare di rimettere a posto le tessere.
Poi, volo’ un insetto, fermandosi su un lago rosso fuoco, e rimase fermo, imbambolato, ipnotizzato. Mi avvicinai a guardare la zecca. Anche lei cercava pezzi di sé, persi volando. Non li avesse trovati, sarebbe andato tutto in rovina. Con le tessere fuori posto, il mosaico sarebbe crollato, disfatto, il quadro rovinato.
2.ORIENTAMENTO– di Simone Bellini
_ Pronto? Ma dove sei ? Come hai perso l’orientamento !
Te lo avevo detto di starmi dietro attaccata come una zecca ed ora siamo qui a cercarsi senza trovarsi !
Possibile che non si riesca a fare una gita senza che tu me la rovini !
Ora ascoltami, hai la tessera del pullman? Bene ora lo vai a prendere e vieni a Cortina.
Sei la mia rovina, sei !
3. Dopo la Morte di Cortina – di Rossella Gallori
Rovina dondolava su lunghe gambe giallastre, il sole del sud non era riuscito a dar loro un colore più decente…
“ zampe di pollo” così le chiamava sua madre, lo ripetè fino all’ultimo respiro: copriti le zampe! Copriti le zampe…
E fu alla morte di Cortina, appunto la mamma,che tutto le apparve chiaro, doveva andarsene, cercarsi un altro posto, un’altra tana, un’altra cuccia, levarsi di culo e scappare da tutto: famiglia, città, gente…
Ma cosa poteva prendere? Portare con sé? Dove sarebbe stata: casa, amore, vita?
Il fatto di non dover rendere conto a nessuno era un vantaggio, la totale mancanza di orientamento, una punizione…un qualcosa le aveva regalato, oltre a: le famose zampe, capelli di stoppa ed occhi a palla, il buon Dio le aveva tutto questo quel 3 novembre del 2000.
Certo lasciare quel buco di posto le dava coraggio, una casupola buia, piccola, sporca,…la zecca più piccola pareva un gattino appena nato…con la bava dei ragni avrebbe potuto tessere tovaglie da 24, compresi i tovaglioli ed il centrano per il cestino del pane.
Quindi………
Acchiappò tre borsoni di cencio sano ci infilò quasi tutto, di tutto escludendo i ricordi brutti, i botte, le paure, i silenzi, i digiuni…
Non sbattè la porta, nessuno avrebbe udito il suono sordo…poi prese un vecchio giornale, un fiammifero…e…
Si allontanò, salutando il grigio del fumo e benedicendo la pioggia leggera che non sedava il fantastico incendio.
4.Pioggia – di Lucia Bettoni
Era caduta tanta pioggia Pioggia improvvisa e inaspettata Aveva trascinato a valle qualsiasi cosa La strada era tutta una rovina Massi di pietra e fango ostruivano il passaggio Il paesaggio aveva perso la sua immagine Difficile trovare l’orientamento per proseguire Le scarpe affondavano nella terra bagnata e appiccicosa I passi erano pesanti e faticosi Urgeva trovare una soluzione per proseguire Bisognava cercarsi e stare insieme Bisognava stare stretti e unire il cuore respirare insieme e sentire la forza di ognuno allargarsi in quella di tutti Bisognava tessere una rete con i rami caduti, sparsi per terra ai piedi di ognuno Un ramo ,un altro ramo ,uno a destra , uno a sinistra ,uno qua, uno là La rete è pronta La rete è solida Ci si può camminare sopra e far emergere i piedi dal fango Si può proseguire Intanto il cielo si è fatto straordinariamente azzurro e l’aria ha una luce così tersa che non si era mai vista In lontananza Cortina circondata dalle belle vette di pietra bianca Sembra neve ma non lo è È il tempo È il tempo sempre uguale attaccato alla terra come una zecca È il tempo che non ha tempo È il tempo che rimane, che resta, che si innalza verso il cielo sempre uguale forte, vero, eterno e la pioggia è solo acqua.
5. Alba in montagna – di Luca Miraglia
Ce ne stavamo lassù, vicini alle cime, oltre la cortina della caligine umida del primo mattino. Eravamo saliti al buio, tra i boschi dove era stato difficile non perdere l’orientamento e non correre il rischio di cercarsi e ricercarsi per mantenerci vicini.
Volevamo regalarci un’alba di montagna che rendesse magiche quelle ultime giornate d’estate.
I primi raggi di sole iniziarono a filtrare tra le cime acuminate e i valloni glaciali, quasi fili di rosso vivo che andavano a tessere la trama del nuovo giorno.
In silenzio, uno accanto all’altro, lo sguardo fisso al profilo dei monti per non perdere neanche un nodo di quell’intreccio di luce sempre più vivida.
Poi, con naturale lentezza il cielo cominciò a colorarsi di un giallo vivido, quasi d’oro… ecco: la zecca del sole stava coniando il nuovo mattino…
Con la stessa lentezza ci alzammo e iniziammo la discesa, ancora in silenzio, ancora vicini, ognuno assorto nel non rovinare tutta quell’emozione.
6. Solo nel bosco – di Sandra Conticini
Sei la mia rovina! Disse Antonio a quella ragazza che aveva conosciuto a Cortina in quella estate torrida.
Era partito la mattina presto per fare una bella camminata nel bosco al fresco quando, alla vista di alcune stelle alpine, si allontanò dal sentiero principale e perse l’orientamento. Camminò avanti, indietro, ma il bosco era tremendamente uguale e non riuscì a trovare qualche segnale, oggetto, che avesse già visto. Intanto il tempo passava, l’ansia aumentava, in tutto il giorno, non era passata neppure una persona e, non poteva pensare di dover trascorrere la notte in compagnia di orsi e lupi.
Al calar del sole sentì delle voci. Ad Antonio si aprì il cuore, pensò di sognare, ma via via sentiva quelle voci che si avvicinavano, iniziò a urlare a squarciagola.. lo sentirono. Erano due ragazzine della zona che conoscevano quel bosco in lungo e in largo, si raccomandò in mille modi perchè lo portassero giù, ma non ne vollero sapere perchè avevano fretta e non potevano stargli dietro. Quella mattina si era scordato il cellulare in albergo e anche i documenti, così consegnò a una delle due le tessere di due biblioteche molto importanti, nuove di zecca, con su scritto i suoi dati anagrafici, pregandole di avvertire il soccorso alpino di venire a prenderlo. Quando ormai non ci sperava più ed era riuscito ad appisolarsi, sentì qualcuno che lo toccava…. non aveva coraggio di aprire gli occhi, pensò: Addio mi sbraneranno e mi mangeranno… invece parlavano… erano due guardie forestali con torcia e barella che lo misero sopra e tutto imbracato lo riportarono a Cortina.
Da quel giorno Antonio iniziò a cercare Ornella per ringraziarla e anche lei lo cercava ma quando smisero di cercarsi, si ritrovarono per caso in bar del centro di Bologna.
7.Sette parole per giocare – di Carla Faggi
A scuola ero brava in matematica ma non in lettere.
I miei temi non sapevano di niente, erano una ROVINA, ZECCHE fastidiose, appena appena CORTINI, proprio lo stretto necessario.
La mia mente matematica cercava un altro ORIENTAMENTO. Però chissà forse fu proprio quella mente matematica che mi fece imbattere in Cecilia ed in noi.
Perché statisticamente parlando a forza di baciare rospi ci si imbatte nel Principe.
E con un Principe, Noi, tanta fantasia e una stanza magica, si può anche scrivere un libro!
Voilà, ora c’è un libro, il nostro libro! Fatto di tante storie belle!
E nel nostro libro ci sono pure io. A mio agio, standoci proprio bene!
Perché quelle storie belle le ho scritte pure io! Anche se ero brava in matematica, si! Ma non in lettere!
In questa stanza magica infatti si gioca a CERCARSI scrivendo, senza RENDERE conto a nessuno, sopra ogni giudizio, solo con noi e con le nostre meravigliose emozioni che diventano TESSERE della nostra vita passata e indispensabili ancora per completare quel disegno che ci resta da fare.
8.:LA BANDA DEI 4 – di Nadia Peruzzi
Avevano tutti un problema che li accomunava. Erano precipitati in rovina. Chi economica, chi sul piano degli affetti, chi perché non trovava più un senso nella quotidianità grigia, piatta, priva di una idea di futuro. Partirono, senza sapere come e perché da un orientamento comune che li aveva spinti a cercarsi, mattina dopo mattina, turno dopo turno, mentre varcavano quella cortina di ferro che erano i cancelli della Banca d’Italia ,sede di Roma, ingresso dipendenti da Via de’ Serpenti. Le tessere di riconoscimento strisciavano alla stessa ora, minuto più, minuto meno. Piccole occhiate, solo quello era possibile darsi. E piccole occhiate si scambiavano Luca, Paolo, Sandro e Giacomo. Erano scintille poco più, ma erano bastate per riconoscersi. Sfigati, sfigatissimi, nel girone infernale dei perdenti. Quello erano. Cambiare vita era diventata una ossessione, lì dove lavoravano i mezzi c’erano tutti. Era la Zecca dello Stato, mica noccioline. Ognuno di loro compiva una mansione ripetitiva ma portava ad un vero tesoro. Stampavano banconote, tutti i beati 360 giorni l’anno. Le macchine non si fermavano mai e loro dovevano fare lo stesso. Si studiarono a lungo ,fino a che un bel giorno compresero che il momento era arrivato. Si trovarono una notte priva di luna su al Gianicolo. Quello che avevano in mente di fare lo misero a punto , in poco più di una settimana, con precisione e molta puntigliosità. Era rischioso, ma loro erano bravi e almeno all’inizio sarebbe stato facile. Bastava sapersi fermare al momento giusto. Non dovevano esagerare. Il mito dell’uomo col maglioncino che partito da un garage in Usa aveva conquistato il mondo, cercarono di tradurlo in realtà per loro. Un garage in una zona anonima della periferia di Roma fu il loro quartier generale e il loro laboratorio di precisione. Lavoravano la notte.La stamperia vomitava pezzi da 50 euro come se non ci fosse un domani. Era impossibile non rendere più che redditizia quella attività notturna. Bastava non esagerare e non tirarla troppo per le lunghe.Stampare a più non posso e cambiare falsi per i veri in tutta rapidità,questo fecero. In un mondo in cui il falso d’autore ingannava anche i più esperti,misero da parte una fortuna. Da un giorno all’altro sparirono senza lasciare tracce. Quando trovarono la stamperia clandestina era troppo tardi. Loro se la stavano già godendo alla grande in paesi esotici, a zero possibilità di estradizione.
9.Il non senso – di Anna Meli
Giornata nuvolosa, grigia, triste; una di quelle che non sai come iniziare, di quelle che non ti stimolano a cercare di iniziare qualcosa di positivo ma, che in ogni modo, devi riuscire a rendere il più possibile vive e interessanti facendo in modo che, la cortina del non senso riesca ad avere campo libero.
Per un breve tempo, in silenzio, ho cercato qualcosa che mi fosse di orientamento; niente solo una calma assoluta e inutile… Squilla il telefono: qualcuno mi cerca, è una cara amica.
E’ importante cercarsi. C’è un bisogno reciproco raccontarsi cose, comunicarsi idee e pensieri, tessere tele di progetti da portare avanti in condivisione e libertà, senza però essere appiccicate come zecche.
Questo sarebbe la rovina di ogni rapporto.
10.Cammina cammina – di Daniele Violi
Cammina cammina trovai una rovina, di una casa colonica, abbandonata da tempo. I rovi circondavano la cortina prospiciente, dove un pavimento con le tessere colorate di un mosaico composto da un abile artigiano, descrivevano una bussola, composta alla perfezione e l’orientamento della direzione nord era anche rappresentata da una grande quercia, anch’essa alle prese con i sarmenti dei rovi che tentavano di cercarsi tra di loro, avvilucchiando questa pianta che sorrideva al loro progetto. Tutto il contesto di vecchia costruzione e di piante che si adoperavano per ricolonizzare l’ambiente abbandonato, era condizione favorevole per una zecca che con voracità tentava di muoversi tra macerie e erba alta, per conquistare prede, pane per i suoi tentacoli.
Spero di aver dato con la fantasia, prova d’immaginazione cosicché da rendere al meglio questo scritto rocambolesco che descrive una situazione rintracciabile nella realtà.
11.La gita – di Rossella Bonechi
Secondo giorno di vacanza. Programma: “Alla ricerca del Castello”. Mi fa un po’ fatica, mi vorrei spiaggiare sul lettino a prendere il sole e nulla più, ma gli altri sono già con lo zaino in spalla e li devo raggiungere in fretta. Mi devo attaccare come una zecca a qualcuno che ha un miglior senso dell’orientamento di me sennò altro che cercarti Castello Mio: dovranno venire a cercare me !
Ma la gita si rivela piacevole, il sentiero è facile e una cortina di alberi svettanti ai lati regala ombra e inaspettati particolari come il ragno penzoloni da un ramo impegnato a tessere la sua tela. Ma ecco il Castello, ci annuncia la guida, proprio lì, davanti a voi! Mah…. sarà che sono un po’ cecata ma io vedo ben poco, a meno che il Castello non siano quei quattro massi in rovina ormai ricoperti di muschio; sì, mi confermano che sono loro. Bene, allora non mi resta che prendere in mano il filo della fantasia e tessere l’immagine del Maniero in cui venire a cercarti o Mio Principe Azzurro ! Affacciati alla torre, ma a quella più cortina perché non ho fiato per salire più su! Ma ora sarà meglio che apra lo zaino per prendere la barretta zuccherosa, perché tra fantasia e vaneggiamento il confine è labile …..
12.La casa di legno – di Tina Conti
Ce la faremo, ritroveremo una nostra strada.
Ti sembra che essere oggi cosi disperati, persi, disorientati, per aver perso il nostro orientamento sia una condizione per sempre.
Questa nebbia che ci circonda, ci avvolge come una quinta, una cortina e ci separa dal mondo di ieri non durera’ per sempre.
Sono venuta a cercarti quando tu non credevi più in niente.
Abbiamo poi cominciato a rendere il nostro tempo vivo e pieno di nuovi significati, abbiamo ricominciato a cercarsi.
Mi piace pensare che ora la nostra vita possa tessere una tela nuova, vera, sincera.
La luce che entra dalla piccola finestra della casa di legno e pietre che abbiamo fortunatamente trovato quassù su questi boschi, spoglia, un po’ diroccata ci abbia ridato il sorriso e la speranza.
Ieri quel porcospino curioso che si e’ avvicinato alla porta , ci ha fatto sorridere e incoraggiati ad aprirci di nuovo al mondo
Andremo di nuovo a raccogliere funghi e castagne, ci fermeremo alla bottega del pane a bere un bicchiere di vino con Cesare.
Sara’ riuscito poi a togliersi quella zecca dalla gamba che ha scoperto di avere ieri?
13.Perdersi e ritrovarsi – di Francesca Lemmi
Per prima cosa e’ necessario cercarsi, e spesso, come per magia, facendolo si perde anche l’ orientamento, e non è una bella magia. Capita di non sapere dove siamo, neanche chi siamo, ma e’ importante ricordare sempre che e’ così che si vive, perdendosi – a tratti – un po’.
Sapevo che ad un certo punto il mio viaggio sarebbe iniziato, ho rimandato il momento finché mi e’ stato possibile, ma poi, un martedì di marzo, mi e’ passata davanti una pelliccia morbida, e mi ci sono infilata. Da lì e’ iniziata la ricerca. Volevo stare lì? Volevo cercare altro? Non riuscivo neanche a chiedermelo, succedeva semplicemente che cadevo, che lasciavo la mia casa, mi aggrappavo ad una pianta, a qualcosa, nell’ attesa passasse un’ altra comoda, morbida pelliccia sulla quale salire. Nel frattempo, il mio muovermi a spese di altri mi affacciava su porzioni di mondo ogni volta diverse: boschi sconfinati, montagne di sassi, luce luminosa o panorami lontani nascosti da fitte cortine di nebbia. Spesso, secondo me, le cose belle sono da scoprire sotto la nebbia.
Un giorno mi sono trovata in un giardino, un giardino curato da uomini, ed improvvisamente ho deciso di fare un’ esperienza diversa: farmi trasportare da un braccio umano.
Nella mia idea, gli uomini uccidono. Tutte le creature lo sanno. Ma volevo sapere, capire, provare di persona, se così si può dire. Volevo aggiungere una tessera. Volevo diventare una zecca che e’ riuscita a vedere, a fare, ad essere, anche se poi fosse morta.
La mia rovina è stata incontrare un’ insulsa pinzetta da sopracciglia che mi ha acchiappato, strappato, tirato. L’ultima cosa che ricordo e’ la suola di uno scarpone che mi si abbatte addosso.
Sono morta quando mi hanno detto: “smetti di farti trascinare, di vedere il mondo dalle spalle altrui. Decidi tu cosa guardare.”
…sto cercando di chiamarti, di raggiungerti, non so da quanto tempo sono qui, non ne conosco il motivo, so che non so, che non ricordo, mentre cerco di chiamarti, una signora, apparentemente giovane, mi sta sorridendo, il vestitello azzurro, non sembra un abito, ma un’ altra cosa, anche qui, ho dubbi, forse un camice?
Sorridendomi, anche troppo, mi dice, che non ho telefono e che sto digitando numeri immaginari sul palmo della mano sinistra, con l’indice destro, credo che stia scherzando le porgo la mano e le dico: senta, stupida, c’ è la segreteria…
Mi accarezza i capelli, scomposti, mi ritraggo, non sono mica una bimba, …socchiudo gli occhi, nella speranza di cancellare il suo volto.
Era qualche giorno fa, un caffè del quale non ricordo il sapore, mattina presto, qualche uccello che fischiettando, caca a sproposito, i soliti incontri, gente che conosco bene, che credo di aver visto sempre.
Mi sono ritrovata in quella macchina con la sirena, scomposta, sudata, delirante, su di un lettino che mi conteneva appena.
Non ho saputo dire niente di me, per un attimo ho pensato di chiamarmi Laura, non l’ ho detto non ne ero sicura, mi hanno dato un bicchiere d’acqua, che poco ne ha il sapore
Ho dormito, tanto, troppo, ho sognato te, non solo te, c’ era lei, una chiesa un campanile storto, campane brune di bronzo.
Signora, il dottore l’ aspetta!
Quale dottore?
Quello che l’ ha ricoverata ieri!
Ma, ma non sono a casa mia?
Per il momento no!
Quando?
Presto!
Io, quel dottore non l’ho mai visto, guardo i miei vestiti, non li riconosco, io non vesto così, credo.
La solita e scimunita, quella del telefono, mi accompagna dal dottor: NONLOCONOSCO. Sinceramente le gambe non mi reggono.
Fuori è buio, un buio non reale, improbabile, fa caldo, i corridoi sono lunghissimi. Ho fame, lo grido, qualcuno dall’ aria imbambolata con il lecca lecca in mano mi saluta, hanno tutti i capelli a caschetto, tagliati, con la pentola…gli abiti verdini tutti della stessa foggia.
Ho fameeee.
Signora ha appena mangiato!
Quando verranno a prendermi i miei genitori, si faranno sentire, spero. Non ho mangiato
Già i miei genitori, ma li ho ancora? Si, mi racconto, pur sapendo che non è vero, di essere stata con loro, a vedere i cigni, una volta, un giorno…
Mentre aspetto il medico, vedo passare la mia gatta ed i miei tre fratelli, non mi riconoscono, li chiamo, nemmeno si voltano, ho sbagliato forse, non sono loro.
Signora si accomodi, si sieda
La voce è carina, il viso no, una lunga cicatrice deturpa un viso banale, non vedo bene i suoi occhi sembrano fessure, finestre semichiuse.
Quindi lei è….?
Non lo so!
Quindi apparente età, 65? 70?
Sta scherzando?
Reagisco, pensando alla bimbagomma che sono, ai miei quaderni con le righe grandi, alle mie casette disegnate storte, così come le vedo, alle mie ninnenanne, alla mollica di pane calda, al profumo dei miei sogni piccoli, a quei garofani rossi che rinforzavo con il film di ferro, per renderli forti ed “ adatti”
Sa cosa le è successo?
Abbasso voce, sguardo, vedo per la prima volta quei brutti segni sulle braccia…sulle mie braccia.
C’ erano i “fuochi” era ieri, una sera, mi sono spaventata, mi sono voluta spaventare, ho lasciato quel ponte non sicuro, sono fuggita dalla gente, verso il buio senza rumore….poi
Bene vedo che ricorda, sa che è passata una settimana?
Vorrei prenderlo a calci in culo, ripetergli che era ieri sera, che voglio andare a casa, non so quale, ma come, una casa che non abbia le pareti verdastre, le finestre con le sbarre, la luce sempre accesa, il cibo cattivo, ora ricordo ho mangiato, male, ma ho mangiato, prego che qualcuno mi porti via prima che lui faccia un’altra domanda…
Non arriva nessuno, il medico tace, mi domanda come mi sento, rispondo, mordendomi le labbra a sangue: come una che non sa dove è, una che non conosce il proprio nome, né quelli di chi ama… una persa.
Richiama l’ ebete, che arriva sorridendo, scrive due righe, gliele porge, mi da la mano che io rifiuto, tirandomi indietro.
Ho sete, ho voglia di caffè, di baci, di carezze, di parole scritte bene, dedicate alla luna, ed a me che sono Luna.
La sua camera, signora, le ho messo una camicia da notte sul letto, spero le vada bene, tranquilla è nuova, torno con l’ acqua, ed una pasticchina.
Chiude la porta a chiave, non riesco ad uscire dai 50 cm di mattonella grigio topo, non voglio pestare le fughe, porta male.
Vedo nel piccolo specchio pezzi di stoffa preziosa e quelle forbici con la punta, che vorrei infilarmi nel cuore, per smettere di soffrire piano, per provare un dolore forte, che abbia un senso.
Marianna rientra: acqua, pasticca, nasconde un cioccolatino nel taschino me lo da dopo la terapia, un premio, amo i premi, che merito, forse così scema non è…..buonanotte Marianna, cerco di sorriderle!
Non mi chiamo Marianna cara, sono Lucia, lei come si chiama?
Apro la bocca, non ne esce suono, mi scende una lacrima sa di sale amaro, penso al vento caldo, che mi ha fatto crollare per strada, mentre sparavano fuochi di artificio, ricordo per un secondo: una bimba, un giardinetto, un letto grande, poi di nuovo il vuoto, evitando le fughe, raggiungo il letto, che ha sbarre cancellasogni, saluto mariannalucia….domani non sarò più qui, farò la valigia di nebbia e fuggirò.
Sono quasi sicura di trovare un postoguscio che mi contenga, che abbia voglia di ospitarmi, poi andrò per mare, porto la bimba con me? È bella bella, ha la pelle di porcellana, non so più quanti anni ha , se si è accorta che non ci sono, che ho perso gli anni per strada, ricordo, che qualcuno gli aveva amati i miei anni, più di quanto lo abbia fatto io.
San Giovanni… i fuochi, il fiume, quei ponti così belli da togliere il fiato, che, ora ricordo, ho attraversato solo per amore, con le gambe rigide, i capelli chiari non di biondo, un cuore in gola…sacrificio inutile… Sento un rumore è pioggia d’ acqua estiva, tiepida e grossa…guardo la mia camicia da notte non la riconosco, mi si appiccica addosso, grido: rivoglio i mie vestitiiiiiii!!!
Passano gli occhi di mio marito, attraverso il vetro opaco da cesso vecchio, di una finestra che sembra affacciata sul nulla…
La chiave fa un sibilo da serpentello, girando nella toppa, si affaccia uno che non è né Marianna né Lucia: buongiorno!
Penso: buongiorno un cazzo, prendo la rincorsa, lo urto facendolo sbattere contro la porta, corro senza scarpe, ho le ali, abbatto un carrello, che grida cadendo, scusa carrello….
Scendo le scale, togliendomi di dosso la mostruosa camicia compagna di una notte invernale di fine giugno…mi trovo nuda per strada, sono sudata scarruffata, disorientata, qualcuno cerca di rallentare il mio volo, mi ferma, cado, in lontananza sento tonfi paurosi, i fuochi, di nuovo, i fuochi, mi nascondo, dentro un portone, aspetto mia madre che non arriva…..San Giovanni ancora una volta…
Sabato 25 maggio 2024 al Teatro comunale di Antella, ospitati dal Direttore Artistico Riccardo Massai, le Matite hanno presentato il loro libro “Raccontarsi per volersi bene”. Storie, letture, interventi per raccontare un lungo percorso di lavoro e amicizia sulla scia delle parole e della scrittura.