Il volo di gabbiano di Vittorio

L’altura a picco sul mare – di Vittorio Zappelli

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Frase ispiratrice: Saremo quei gabbiani che hanno scelto il cielo e le nostre ali temevano il vento fresco

Stavano scavando nel terreno dalla mattina con piccozze e piccole vanghe alla ricerca del reperto agognato e da molti anni fantasticato nell’animo. Scavavano e sudavano dandosi il cambio sulla altura a picco sul mare. Da terra gli scavi già fatti davano una visione parziale come piccoli cantieri sparsi qua e là senza un criterio .

In alto volavano dei gabbiani con i loro gridi. Uno degli uomini rimase a fissarli: macchie bianche sullo sfondo azzurro.

D’un tratto si finse gabbiano ed immagino’

Dall’alto tutto cambiava ed intravide un disegno tra quelle rovine stancate dal sole e finalmente scorse le tracce della costruzione tante volta immaginata sulle carte e che appariva ora nella roccia in fronte agli scogli.-

Aveva qualcosa di misterioso vista dall’alto: sembrava una freccia che puntasse verso il mare di cui si vedeva solo l’inizio in superficie. Come gabbiano spicco’ il volo e vide la costruzione dal mare e piu’ si alzava piu’ la freccia cambiava la direzione e lo invitava a continuare a volare. Si trovo’ a volare controvento con le ali che battevano l’aria fresca che sapeva di sale, poi un raggio di sole lo colpi e lì per un attimo fu felicità

 

Incontro del 14 novembre 2024 – Approfondire

Ad ognuno una frase

foto di Lucia Bettoni, Cecilia Trinci, Rossella Gallori

Che cosa significa l’idea di approfondire i concetti espressi in scritti precedenti.

Ho scelto una frase per ognuno da scritti già letti o stampati. Le frasi definiscono l’autore pur con poche parole. Nel tempo concesso la frase diventa stimolo per ulteriori riflessioni e scopriamo insieme che ognuno di noi ha un nodo, che nonostante il tempo e la volontà, ancora non si è del tutto sciolto. Scriverne fa bene, aiuta a sciogliere il nodo o addirittura a liberarsene.

Anniversario burrascoso (Tina)

….continua tu….

Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Cinquant’anni di risse e baruffe – di Tina Conti

Non sarò un assassino si ripeteva reggendosi i  calzoni che gli scivolavano dalla vita.

Al buio, non aveva neppure trovato la sua cintura preferita.

Ho tanta  rabbia, mi sento ferito, scontento… ma, assassino no!

Sentiva passi sulla ghiaia, sempre più vicini, non aveva deciso cosa fare.

Si arrampicò sull’albero, scivolava per i rami  bagnati dalla pioggia, reggeva forte il ramo, non lo dovevano trovare….lei, non era morta, ne era sicuro, la paletta di ferro  del camino  l’aveva  fatta traballare e poi era inciampata e caduta sul divano.

Era buio,ma  vedeva il suo petto che ansimava.

L’avrebbero trovata,forse addormentata ,oppure  che si stava abbuffando  sulla torta  di anniversario con i loro nomi scritti sopra. Cinquanta anni di matrimonio e lei che  tentava di rientrare  nell’abito delle nozze  con i suoi  trenta chili  in più.

La pioggia battente  e il corto circuito, avevano  trasformato la lite  in una farsa.

Ecco che le luci si riaccesero, le cugine  fradice e rumorose si aggiravano per la casa.

Arrivarono parole concitate, e gridi soffocati…..lei, interrogata ,straparlava, si lamentava ma non era in grado di raccontare cosa era successo..

Io pensai bene  di  non scendere  dall’albero.

Nel frattempo, si sentì la sirena di un’ambulanza.

Poi, tramestio di passi, andirivieni sull’acciottolato l’ambulanza ripartì e anche le cugine con la loro macchina lasciarono la casa.

Aspettai ancora, quando mi parve  che si fosse calmato tutto, scesi dall’albero e rientrai in salotto.

La bella cena calda fumante  e la torta che era stata preparata per l’anniversario , mi aspettavano. Accesi due candele, misi  la mia musica preferita e cominciai a mangiare; che anniversario Ragazzi! cinquanta anni  di  baruffe  e lotte.

Trovai sul pavimento il suo foulard giallo fiorito, lo arrotolai sulla testa, non volevo alzarmi a prendere il berretto di lana e  raccolsi anche la spilla verde che era finita sotto la mia sedia

Sentivo forte il suo profumo , mi venne un po’ di nostalgia ma avevo anche una gran fame.

Anche il suo rossetto scarlatto che io odiavo rotolava fra i miei piedi, non ebbi pietà, ci posai una scarpa per sentire  lo scricchiolio del metallo che si frantuma.

Arrivato al dolce, sobbalzai per aver visto un’ombra muoversi davanti alla finestra.

Cautamente mi avvicinai  portandomi dietro un  tronco preso dalla cesta della legna.

Inutile preoccupazione, era un pezzo di plastica che svolazzava  impigliato nel susino

Il camino scoppiettava, seduto sulla comoda poltrona scivolai in un sonno quieto.

Ma uccidere mai (Patrizia)

…continua tu…

Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Uccidere mai – di Patrizia Fusi

Una pioggia leggera l’accompagna mentre rientra a casa, i raggi della luna si riflettono sulle superfici bagnate e formano un paesaggio  incantato, ma dentro di sé sente un senso disagio e paura. La sera trascorsa fra un gruppo di amici, i fatti raccontati durante la cena l’hanno  turbata: si diceva che girava una banda di ladri acrobati che riuscivano a salire ai piani alti delle abitazioni.

C’è stata una discussione in cui veniva detto da alcuni, che li avrebbero volentieri fatti volare dal proprio balcone . Se nella caduta morivano se l ‘erano cercata, dicevano, pace all’anima  loro.

Lei aveva replicato che non  avrebbe voluto mai che una persona morisse per mano sua.

Quando è rientrata a casa, appena aperta la porta ha provato un senso di vuoto e di terrore vedendo lo sfacelo che c’era per terra, ha gridato sperando che non ci fosse più nessuno, quando si è resa conto di essere sola si è seduta per riprendersi dallo spavento.

Per terra c’era di tutto, perfino il velo del matrimonio, le cose dei cassetti gettate in tutto l’appartamento: indumenti , borse , scarpe, cinture, spariti i piccoli oggetti d’oro dei ragazzi , la spilla con smeraldi regalo per il matrimonio.

Nel bagno arrovesciati tutti i trucchi, creme,   e mascara, rossetto gettati per spregio nel water. Nel salotto sulla pianta del beniamino la sciarpa a fiori gialli si era impigliata, l’aria che entrava dalla porta finestra dove erano passati i ladri si muoveva come un fantasma.

Ha provato risentimento, rabbia verso quelle persone che avevano violato la sua casa le sue cose, rubato i suoi ricordi: avrebbe voluto spingerli giù dalla terrazza anche lei.

 Appena ha avuto questo pensiero nella sua mente ha visto un giovane uomo, un ragazzo, disteso sul prato immobile con gli occhi sbarrati con la morte sul viso.

Si è calmata e ha pensato, tutto questo non vale la vita di un essere umano.

Amore e morte (Rossella G.)

…continua tu….

Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera.  La Luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale.  L’assassino era nervoso,  cercava niente e tutto. La spilla con la pietra verde smeraldo s’incontrò con le sue mani. Tornò a tempi più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica. I raggi della Luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Morire – di Rossella Gallori

Avevamo deciso tutto insieme, lui ed io, io e lui.

Nascosti da un silenzio inventato, nel nostro posto sognato e segnato.

Pioveva non so più nemmeno da quanto, acqua che sembrava musica, colonna sonora di una sera, la nostra, se non fosse stato per quel raggio di luna sciabolante ed indiscreto, il buio sarebbe stato totale. Ogni tanto un refrain stonato di ghiaia zuppa mi faceva rabbrividire, avevo freddo, troppo, avvertivo strane ed anomale presenze. …avevo indossato stupidamente quel tulle bianchiccio, sgranocchiato dai vermi sopra il nulla, le tenebre mi rendevano audace, perversa a tratti.

I miei capelli annodati in malo modo vantavano sul nastro di velluto fanè, una spilla d’oro non vero, orfana dell’ occhio destro, il sinistro, invece, brillava: smeraldoso e farlocco.

Lui era con me, fantasma mio e di altri da sempre, lo avevo incontrato in momenti così lontani e cupi, attimi dimenticati, solo le cicatrici ne portavano la memoria, lo ricordo bene quel giorno…era appoggiato ad un albero i suoi capelli grigi di anni sembravano brandelli di plastica consumata…eppure..

ORA….

Seduti sulla Cassapanca ci assaggiavamo, la sua mano mi cercava lenta, trovandomi…la sua cintura si  scioglieva, preludio di altro. Mordevo in silenzio il mio rossetto, rosso di petali d’ansia….

Quando lo sentii mio per sempre, non vidi le sue pupille assassine, né la lunga sciarpa gialla che cercava di cingermi al collo…bevevo di lui e del suo essermi accanto, vino buono…

Morii piano, ubriaca e stanca, mentre una nuvola ritardataria cercava di avvisarmi….

CALMA PIATTA DI MORTE D’ AMORE.

Assassino incolpevole (Luca DiV.)

….continua tu….

Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera.  La Luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale.  L’assassino era nervoso,  cercava niente e tutto. La spilla con la pietra verde smeraldo s’incontrò con le sue mani. Tornò a tempi più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica. I raggi della Luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Tormento notturno – di Luca Di Volo

Quel rossetto…quel rossetto…. mi imbrattava la mente, confondendosi con quel panorama avvilente. Mentre calavo con timore i passi cadenzati cercando di sincronizzarli con quelli della mia compagna, un pensiero, come un serpente infido, mi saliva dai piedi e mi arrivava alla testa: io l’avevo lasciata lì, con l’immagine del rossetto pallido che quasi ghignava su quel volto…

Mi ricordavo lo scatto d’ira, la spinta potente…Lei era caduta e io, sicuro di averla uccisa, ero fuggito in cerca di un altro universo in cui non ci fosse traccia né di me né di lei…

Ma non c’ero riuscito, tutti erano in cerca di quel rossetto e quell’amica che condivideva con me quei passi pesanti mi aveva spinto nelle ricerche.

E io sapevo dov’era (“se” c’era) il cadavere, ma volutamente stavo depistando le ricerche, sicuro del mio essere assassino.

E se non fosse stato così? Non poteva essere che l’avessi solo stordita, che lei si fosse rialzata, si fosse rifugiata in qualche posto, magari per tendergli un agguato e vendicarsi?

Sentivo di meritarlo, anzi forse la punizione la volevo, la cercavo con tutte le  forze.

Tra i cespugli balenò un lampo di giallo…in mezzo a quella luce sinistra, con passi incerti nella mota, guidai la mia compagna verso quel cespuglio.

Si, era una sciarpa, una sciarpa di lana gialla…quella di lei. Non doveva essere lì, lei l’aveva sulle spalle quando, …quando…

Come c’era arrivata…?

Anche se l’incubo nel quale  viaggiavo poteva farmi credere al sovrannaturale sapevo bene che solo lei poteva averla trasportata fin lì

Prima conseguenza logica: allora lei non era morta

Seconda conseguenza logica: allora io non ero più un assassino.

Mi tremarono le ginocchia per il sollievo. La Luna, così terribile quando s’intravedeva tra le nubi piovose mi gratificò con quello che a me parve  un sorriso.

Mi inginocchiai nel fango tenendo stretta la sciarpa, non volevo perderla, me la legai alla cintura: era l’unico testimonianza che in fondo il destino non mi aveva definitivamente condannato a morte. Ma c’era dell’altro. In ginocchio quasi inconsapevolmente appoggiai le mani nell’erba e incontrai la prova che mi sollevò un po’ di più il cuore …..  quella era la spilla da cui non si separava mai, lo sapevo bene, gliel’avevo regalata io.  Forse l’aveva perduta…. ma allora era lì, lì vicino, forse al ritmo di quelle goccioline d’acqua era dietro uno dei cespugli, mi guardava e meditava vendetta.

Ebbi paura.. davvero paura.. la mia compagna dovette accorgersene, mi strinse un braccio con un gesto solidale. Le fui grato, mi rialzai.. riprendemmo la pesante marcia nel fango dove l’acqua sollevava, picchiettando,  un triste canto.

E fu ascoltando quel canto che non mi avrebbe mai abbandonato, che fuggii, senza nemmeno voltarmi, senza nemmeno congedarmi dalla mia compagna…. un altro universo mi aspettava e io mi ci abbandonai.. e finalmente in esso ritrovai la pace del cuore.

Attacco preventivo (Carla)

…continua tu….

Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

Prevenire è meglio che curare – di Carla Faggi

Era freddo.

Brividi in tutto il corpo.

Cercavo inutilmente di coprirmi le spalle con la sciarpa gialla, facendomi illudere dal colore solare, ma serviva a poco.

Inoltre pioveva, di una pioggia fitta ma quasi impalpabile, infatti ero tutta fradicia e non capivo perché.

Era quasi buio pesto, la luna illuminava appena, dietro le nuvole ed i rami degli alberi creava immagini raccapriccianti in continua trasformazione.

Rimasi a bocca aperta ad aspettare nuovi bagliori e nuovi tremori.

Ma ero decisa, volevo andarci a tutti i costi; con passo risoluto continuai coraggiosamente verso la meta.

Un fruscio improvviso mi fece arretrare. Mi guardai attorno…ma non c’era nessuno!

Continuai, un po’ meno coraggiosamente ma continuai.

Di nuovo un fruscio, un baluginare di ombre!

Mi fermo, mi vengono alla mente tutte le storie di donne aggredite, uccise, che ho sentito ultimamente.

Allora mi dico: perché sempre noi donne? Non abbiamo forse diritto alla difesa preventiva pure noi?

Afferro la borsetta, la apro.

Tra un rossetto ed una cintura trovo anche la mia preziosa arma, sembra una spilla incastonata di pietre verde smeraldo ma in realtà è una pistola.

La impugno, miro e sparo. Una , due, tre volte! Una strage!

Continuo poi tranquilla verso la meta, una aggiustatina ai capelli, un filo di rossetto ed entro; molto, molto serena, perché come dicevo: non abbiamo diritto anche noi alla difesa preventiva?

Lo dicono tante volte alla televisione: attacco di difesa preventiva!

E se lo dicono alla televisione è vero e va bene!

Serata spettrale (Sandra)

…continua tu…..

Incipit: Ticchetta calma l’acqua sulla tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera. La luna si nascondeva dietro nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale. L’assassino era nervoso, cercava niente e tutto, la spilla con la pietra verde smeraldo si incontrò con le sue mani. Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante tirandolo fuori dalla cassapanca. Uscì dal buio della stanza. Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si era attaccato sui rami. I raggi della luna lo illuminano, sembra un fantasma che balla.

La vendetta è un piatto freddo – di Sandra Conticini

In quella serata spettrale poteva ormai succedere di tutto, pensò.

Ma come aveva fatto ad entrare nel parco? Lei non se ne capacitava. Il muro di cinta ed il cancello erano altri quasi quattro metri e  l’allarme inserito non aveva suonato. Erano dieci anni ormai che abitava sola, da quando lui se ne era andato via e non si era più visto né sentito, sperava che fosse espatriato o, meglio ancora, morto.

Sbirciò dalla finestra della sala e vide la sua figura che si nascondeva dietro la grossa quercia, ed una cintura da uomo  ciondolava da un ramo. Al pensiero che sarebbe potuta servire per strangolarla, iniziò a tremare.

Perse la ragione, si buttò in testa il primo foulard che le capitò tra le mani, quello giallo con le rose, due dita di rossetto, un piumino sulle spalle, un bastone in mano ed uscì fuori.

Con quel buio il fruscio dei lembi di un pezzo di plastica la fecero sobbalzare ma andò avanti ed iniziò ad urlare: -Farabutto esci fuori che non mi fai paura. Torni  a farti vivo ora dopo tanti anni,  ti faccio vedere io!

Sentì  delle mani che le stringevano il collo, allora con  il bastone tirò una botta all’indietro e la presa si allentò. Si voltò e lo vide in terra sanguinante con la testa fracassata che respirava ancora. Presa dalla rabbia continuò a picchiare sempre più forte finchè smise di respirare.

Con molta calma tornò in casa, prese un bicchierino di rum e  pensò:

 – Finalmente, mi sono tolto qualche sassolino dalla scarpa, vigliacco!!!.

Racconti di paura (Stefania)

…continua tu…

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Sera di paura – di Stefania Bonanni

Ad uno ad uno, erano entrati in parecchi. Del resto, la sera nuvolosa recava minacce vaghe, ma paurose. Venivano in mente fantasmi, spiriti, visioni e suggestioni. Di solito le insolite presenze mi fanno compagnia. Questa sera però, lo devo confessare, l’atmosfera era da paura. Mentre si aspettavano gli ultimi ospiti (c’erano ancora dei posti liberi), mi venne in mente un’antica storia, una strana faccenda sentita raccontare mille volte, che ogni volta mi divertiva per i particolari inediti aggiunti dall’oratore.

Cominciava nella casa di certi contadini, sulla collina dietro il fosso, nell’avvicinarsi delle nozze della figlia più piccola. Si sarebbe sposata con un giovane dagli occhi azzurri ed i modi gentili, non proprio una rarità, ma di certo un’ eccezione, tra quei campi.

La sera in cui la promessa sposa mostro’ il velo alle sorelle, successe il finimondo. Lei era la piu’ giovane, e le sorelle dissero che mai e poi mai si sarebbero fatte prendere in giro da tutti perché non avevano ancora il moroso. La sorellina non si doveva sposare. Punto.

Fiumi di lacrime bagnarono perfino il pavimento, strilli disperati si sentirono dalle case vicine, chi si voleva ammazzare, chi voleva uccidere qualcuno, chi strappo’ il velo. La promessa sposa svenne.

Passarono mesi ed anche anni, ma lei pare non si sia piu’ ripresa. Da allora comincio’ a fare strane cose, così raccontarono. Dissero di averla vista di notte camminare nel fosso, ed era sempre vestita di bianco, come le spose, come i fantasmi.

Un giorno, un brutto giorno, svenne e non si riebbe mai più. Il dottore disse che era stata avvelenata. Inorridirono tutti: a chi poteva dare fastidio una povera pazza? Poi, con il tempo, si seppero delle cose. Per esempio, che la mamma in punto di morte le aveva lasciato una spilla con uno smeraldo, e che era sparita. Intanto le altre due sorelle, che non si erano mai sposate, sembravano diventate statue di sale. Brutte erano  sempre state, ma ora erano così pallide e risecchite, che sembravano fantasmi. Sull’avvelenamento, non ci furono mai indizi di colpevolezza.

Fino al giorno in cui, al mercato, furono viste fare compere. Di già, non erano state al mercato da anni, che comprassero qualcosa poi, fu notato da tutti.

Presero una cinghia da uomo ed un foulard giallo a fiori. Non si sa a chi venne in mente, che il foulard si abbinava bene alla spilla con lo smeraldo.

Una delle due sorelle fu trovata penzoloni alla ringhiera del ponte sul fosso, con al collo la cinghia… l’ altra fu di nuovo vista al mercato, e la spilla le teneva fermo il foulard giallo. Aveva anche il rossetto.

Nel frattempo, la sala si era riempita. Dovevo ricominciare il racconto. Come ogni sera di Halloween.

Di male in peggio (Simone)

…continua tu….

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

PIOGGIA ASSASSINA – di Simone Bellini

Sotto questa pioggia incessante portata dal vento gelido tornare a casa era diventato un film horror, ogni passo era un tuffo al cuore.

La luna dietro le nuvole rendeva ancora più cupa l’ambientazione.

Quando d’un tratto, come uno schiaffo bagnato,un lembo di plastica portato dal vento si avvinghiò sui miei occhi

– Ahhh !!!- urlai terrorizzato, mentre gli scrosci d’acqua aumentavano a dismisura .

Riuscii a liberarmi gli occhi quando – Ahhh !!! – vidi un uomo con uno sguardo assassino, iniettato di sangue, pararmisi davanti brandendo un coltellaccio – Maledetto ! La riconosci questa ? – disse mostrando nell’altra mano una spilla di pietra verde smeraldo ed un velo a fiori macchiato di rossetto.

-La riconosci? E’ di mia moglie !  E questa? Questa cintura è tua vero ? –

La lama nelle sue mani si sollevò, scintillò illuminata dai raggi della luna.

I miei occhi terrorizzati , sotto una pioggia incessante che riempiva le strade come un fiume in piena, cercavano disperatamente di avvertire l’assassino dell’incombente pericolo.

-Non dici niente  maledetto codardo. Non cercare di distrarmi con le tue occhiate di avvertimento, non ci casco ,non c’è nessuno dietro ! Confessa maledetto, dillo glu che sei glu l’amante glu glu di mia mo.. gluglu.. glie… glugluglu.. dillooooo..gluuuuuuuu gluuuuu gluuuuuu……..

Ultimo sguardo (Nadia)

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Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Ultimo sguardo – di Nadia Peruzzi

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Girò e rigirò la spilla fra le sue mani. Provò nostalgia, ma c’era molta molta più rabbia nel ricordo di quando l’aveva regalata a sua moglie.
La mise in tasca. Non era quella che cercava, in camera da letto.
Cercava altro. Tutto quello che avrebbe potuto incastrarlo. Nessuno sapeva di lui.
Quella casa era inesistente, per tutti quelli che li avevano conosciuti prima.
Lei vi si era rifugiata, per scappare da lui. L’aveva rintracciata con fatica. Ma ci era riuscito, finalmente.
Le aveva stretto al collo la sciarpa gialla con i grandi fiori, che aveva trovato sul bracciolo della poltrona del salotto, dopo averla colpita sul volto e sulla testa con la fibbia della cintura dei suoi pantaloni.
La rabbia che da sempre accompagnava i suoi sentimenti e decideva dei suoi comportamenti, era esplosa di nuovo in violenza senza freni.
Provò a resistergli, Giulia, ma lui, che già era un uomo massiccio, aveva decuplicato la sua forza e aggressività.
Non ebbe scampo.
La lasciò in camera. La compose sul letto, così com’era. Un sacco vuoto, la faccia ferita e il volto paonazzo.
Il rossetto cremisi, caduto in terra durante la colluttazione, lo usò con spregio per violare ancora un’ultima volta quello che era stato un bel viso con bellissime labbra.
Ne uscì fuori una maschera orribile . Tanto quanto era lui, nell’anima e da sempre.
Al pallido chiarore della piccola lampada accesa sul comodino, osservò quello scempio senza alcun rimorso. Dentro di sé il ghiaccio di un cuore di pietra che non aveva nulla di umano.
Per anni Giulia lo aveva sopportato in silenzio. Fuggendo in quel luogo abitato da poche anime e lontano da tutto e da tutti aveva sperato di salvarsi.
Fino a quella sera.
L’acqua a scroscio, aveva coperto l’avanzare guardingo del suo carnefice. Nemmeno la ghiaia davanti casa si era mossa per avvertirla.
Se lo era ritrovato davanti, quando aveva aperto la porta ad un toc lieve e ritmato usato di solito dalla sua amica più cara, che abitava a pochi passi da lei.
Fuggire non era servito a niente. Quel diavolo era lì per chiudere la partita. Non riuscì nemmeno ad urlare.
Lui fu rapidissimo a togliere di mezzo il rossetto, a recuperare la sciarpa e la cintura tutta imbrattata di sangue. Ripulì velocemente ogni cosa che aveva toccato per evitare che potessero rintracciarlo grazie alle sue impronte.
Si muoveva come un’ombra nella casa buia.
La notte lo avvolse come un nero mantello quando uscì.  
Riuscì a non fare alcun rumore, come quando era arrivato.
Lo sfrigolare di quel pezzo di plastica che ondeggiava dal grande acero della casa di fronte, coprì, complice, ogni suo passo.

Assassino per caso (Rossella B.)

….continua tu…..

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Assassino per caso – di Rossella Bonechi

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…. come ballava leggera quella sciarpa gialla che non era un suo regalo. Sì, era un assassino, ma un assassino per caso non per professione, quindi aveva ucciso spinto dalla rabbia padrona, dalla paura mille-facce, dalla sua vigliaccheria e pochezza umana.

Ora raccontare tutto a quella commissaria ragazzina in tacchi alti e rossetto era come liberarsi e più spiegava e descriveva e più si sentiva leggero, quasi giustificato.

Dopo gli rilessero il verbale da firmare e gli sembrò di ascoltare il copione di un dramma da quattro soldi, una storia già sentita e già scritta che non lo riguardava, banale nella sua assurdità.

Quando lo fecero alzare per portarlo via volle aggiungere un’ultima cosa per lui di vitale importanza e cercando lo sguardo della poliziotta le sussurrò: ” io l’amavo, mi creda, l’amavo più di me stesso”.

Paura del buio (Anna)

...continua tu….

            Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.).La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone). L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela).Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania).Uscì dal buio della stanza (Stefano). Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Filastrocca nel buio – di Anna Meli

            Quando uscimmo dal cinema la pioggia cadeva ancora leggera. Ci incamminammo per quella viuzza buia con l’intenzione di arrivare prima a casa. Poi la pioggia si infittì fino a rendere difficile il nostro andare. Solo un vecchio lampione, là in fondo, emanava una luce giallastra per niente rassicurante.

            Mia sorella scivolò sulla ghiaia: i suoi piedi si erano impigliati in una cintura da uomo abbandonata lì chissà da chi e da quanto tempo. Riuscii a sostenerla e, in quel momento, il suo foulard giallo volò via nel vento. Irrecuperabile.

            Lampi sinistri illuminavano a tratti il cielo. Uno spicchio di luna si era perso fra le nuvole. Il buio era completo e nero.

            Fortuna che riuscivamo ad illuminare i nostri passi col telefonino.

            Le nostre menti, anche se in modo diverso, erano occupate dalle notizie della TV sui femminicidi giornalieri e non riuscivamo a parlare d’altro. Proposi di cambiare argomento e di cantare a bassa voce una canzoncina – filastrocca di quando eravamo bambine, ma ciò fece soltanto aumentare la paura. Ci stringemmo l’una con l’altra proseguendo il camino.

            Eravamo abbastanza vicine a casa e allungando il passo saremmo arrivate presto. Giunte a breve distanza vedemmo filtrare luce dalla persiana e in quel momento una figura nera sgusciò dalla porta sparendo nella notte come uno spirito maligno.

            Paura è dir poco, ma entrammo, sbigottite a quella vista. La casa era a soqquadro: il vecchio baule della nonna, rovesciato in mezzo alla stanza, mostrava stoffe ricamate, centrini, cose di altri tempi insieme al suo velo da sposa ingiallito. Mancava anche la sua spilla di smeraldi ed altre cose preziose lì nascoste.

            Corsi a chiudere la porta; in quel momento un sacchetto di plastica portato dal vento volò nella notte nera. Ebbi un brivido e lanciai un urlo.

            Nello specchio dell’ingresso imbrattato col mio rossetto si poteva leggere: “tremate sorelline tornerò. L’uomo nero.”

Ultimi istanti (Cecilia)

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Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.) La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela) Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania) Uscì dal buio della stanza (Stefano) Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Troppi fantasmi – di Cecilia Trinci

Eppure di fantasmi ne aveva tanti e se li portava dentro ovunque andasse. Anche lì, in quella casa di caccia dove l’aveva portata. C’erano stati tante volte insieme, centinaia di domeniche allegre dove a quel tavolo ora intriso  di muffa avevano mangiato tagliatelle, con quei bei funghi mori che avevano sempre trovato in ogni stagione, annaffiati da quel buon vino rosso che sempre gli regalava Osvaldo. Ogni anno era più intrugliato ma Osvaldo era convinto di essere un enologo fatto e stampato. Il clima comunque era così leggero, allora, che qualsiasi vino li avrebbe dissetati e resi allegri come bambini in gita.

Quando il matrimonio saltò fu una fortuna incontrare lei, così bionda, alta, serena e dolce. Cancellò in un attimo tutto il dolore e la frustrazione di essere stato respinto. Lo ricordava bene.

La cintura era ancora legata al suo collo, ma l’aveva stretta solo per non farla scappare, non voleva che morisse da sola, magari nascondendosi nel bosco, invasa dal terrore. Lei non lo aveva mai tradito, era innegabile, neppure quando era rimasto senza lavoro e non aveva nulla da mangiare, solo qualche pasto della caritas che però aveva sempre diviso con lei. Lei lo amava. Senza rimedio, senza limiti, senza pretese. Ricordò, ora, sul momento le sue belle gambe scattanti quando giocavano a pallone proprio lì, vicino al ruscello, dove poi andavano a tuffarsi nudi tutti e due, senza vergogna. Si asciugavano poi rotolandosi sulla sabbia rada di quel piccolo rivo, a volte con il fazzoletto giallo di sua madre le asciugava il collo sottile, ma lei non voleva, preferiva asciugarsi così, al sole, senza niente tra la sua pelle e il vento. Lo scirocco di settembre riusciva a schiarire quei ciuffi biondi intensi, mentre le unghie affondavano di piacere nella sabbia. Lo sapeva di essere un assassino, un vile, un infame. Come aveva potuto spararle, mentre lei si era fidata di lui, seguendolo come sempre fin lassù, arrancando, ormai perché le forze avevano cominciato a mancarle. Eutanasia, certo. Non aveva speranza, ma questo non lo faceva sentire migliore. Si asciugò una lacrima, poi due, poi si sfinì in un pianto dirotto, mentre finiva di scavare. La depose con dolcezza sotto il terrazzo del capanno da caccia, la ricoprì. La salutò. Poi si incamminò col fucile in spalla verso il fondo valle, piangendo. Ma dopo pochi passì si affrettò a tornare indietro. Trovò solo un rossetto nella tasca del giaccone ma lo volle scrivere a lettere cubitali sul pezzo di legno che aveva posto sulla tomba. “Ciao Lola, mia migliore canina da tartufo che mai abbia avuto. Non ti dimenticherò mai. Il tuo padrone per sempre”

Incontri notturni (Stefano)

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Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.) La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela) Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania) Uscì dal buio della stanza (Stefano) Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Incontri nella notte – di Stefano Maurri

Photo by The Castlebar on Pexels.com

L’assassino si trovò a camminare sul selciato umido delle strade di Soho e alla fioca luce di un lampione intravide una splendida ragazza mora che invitava il pubblico e si aggiustava un foulard giallo. Entrò nel night “Orange Bar”, con l’insegna arancione e si sedette defilato, con una pinta di birra a un tavolino. La ballerina quasi subito uscì dal palcoscenico nella saletta con una trentina di avventori facendo roteare i copricapezzoli argentati del suo piccolo seno. Completò il suo numero in poco più di tre minuti e ripose in una piccola valigia le poche attrezzature. Poi si dileguò dietro le quinte. Si vestì in fretta, tolse il trucco sciupato e stese solo un velo di rossetto rosato. In poco tempo fu fuori dove al vento oscillava una lampada e un pezzo di plastica bianco come un fantasma. Tutto sembrava già visto. Lui si tolse la cintura dei jeans e l’arrotolò intorno alla mano destra. Ma appena uscì lo vide, con il suo impermeabile e il bavero alzato. Non ebbe dubbi, si avvicinò con fare da adescatrice e gli sussurrò appena sfiorandogli l’orecchio attento: “Vuole una caramella cattiva di eucalipto? ho visto che in sala tossiva molto!”

Incontri d’amore (Daniele)

Continua una storia da un incipit

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.) La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela) Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania) Uscì dal buio della stanza (Stefano) Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Da utilizzare per proseguire: un foulard giallo, una cintura di pelle, un rossetto

Dimenticare un Assassino – di Daniele Violi

………..Nella vallata, appena visibile per qualche luce accesa nelle case sparse e con la luna splendente che nasceva, apparve all’improvviso, dietro il colle con il monastero in cima, il fumo di una locomotiva a vapore che scorrendo illuminava tutta la valle, tramite le carrozze passeggeri illuminate che seguivano, e come d’incanto pareva tutto come un presepe visto dall’alto. Si poteva immaginare tante vite che scorrevano insieme e tutto ciò distraeva dal pensiero dell’assassino, assassino che nel buio aveva raccolto la spilla verde.

Lei nel silenzio del crepuscolo tipico autunnale, calpestava le prime foglie cadute, lungo il sentiero che sovrastava un bellissimo panorama; seguiva il suo compagno che con passo lento cercava un’andatura che potesse pian piano rendere a Lei la possibilità di affiancarsi e così prenderla per mano e avere il piacere di poter iniziare un canto, una canzone, che come un tarlo lo stuzzicava, anche per dimenticare il racconto lugubre e pauroso che avevano insieme ascoltato dal racconto di un vecchio raccoglitore di olive. Ad un certo punto la fibbia dei suoi pantaloni si ruppe, così rallento’ del tutto il passo, si fermò e chiese a Lei se poteva dargli quel foulard che talvolta usava come sciarpa per copricapo.Tolse la cintura e inseri’ nei passanti il foulard. 

Questa sosta che rese possibile la loro vicinanza, fece scattare una scintilla d’amore e all’improvviso un bacio aspettato da entrambi, scocco’ e riscocco’ tra le loro labbra. Si abbracciarono e sentirono che tutto lo scenario magnifico che attorno vibrava, li aveva allontanati del tutto da pensieri oscuri e che avevano capito che oltre le vicissitudini negative e sofferte si apre sempre davanti uno spettacolo della natura che ci dona dolcezza in bocca. 

Riprendendo il cammino sentirono un piccolo rumore causato da qualcosa scalciato dai loro passi. Si accorsero che il contenitore di metallo del rossetto era uscito dallo zainetto di Lei. Lei lo raccolse e con gioco si diresse verso la bocca di Lui, gli ridette un bacio schioccante e poi con maestria gli passò il rossetto sulle sue labbra, dicendo lui che poteva così, fino alla stazione, pensare e fantasticare a racconti amorosi e goliardici che le avrebbe poi raccontato.

Il rossetto di Fantasmina (Lucia)

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IncipitTicchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.) La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)L’Assassino era nervoso (Stefano)Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela) Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania) Uscì dal buio della stanza (Stefano) Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Da utilizzare per proseguire: un foulard giallo, una cintura di pelle, un rossetto

Fantasmina – di Lucia Bettoni

foto e disegno di Lucia Bettoni

L’assassino fu assassinato subito
Immediatamente
perché in questa storia gli assassini sono ingombranti e faticosi da guardare
Più leggeri sono i fantasmi
Sorrido
per la prima volta i fantasmi sono più simpatici degli umani
Appaiono e scompaiono
Fanno capolino tra i rami e le foglie con le loro vesti bianche
Una fantastica fantasmina vestita di tulle croccante voleva essere bella alla luce della luna
Teneva nascosto sotto la veste, come un tesoro, un rossetto rosso fiamma avvolto in una lunga sciarpa gialla
La luna rendeva chiaro quel luogo spettrale
Fantasmina incedeva orgogliosa e sicura con il sorriso sulle labbra rosse
Si udì un rumore di foglie calpestate:
scricchiolavano nel buio mentre si avvicinavano i passi di una figura misteriosa
Chi poteva passeggiare nella notte nel bosco dei fantasmi felici?
Apparve lui
e di lui vi dirò solo questo:
abito elegante e cintura di cuoio
un contrasto accattivante che incuriosì tutte quelle anime svolazzanti
Bello e fiero si avvicinò a fantasmina che nel guardarlo si trasformò in un solido corpo di donna e che donna!
Il buio?
Nessun problema
I passi della coppia erano agili e decisi “vogliamo  uscire da questo bosco?” disse lei
“come vuoi tu” rispose lui
“posso vedere con il buio o con la luce se tu mi dai la mano”

Incontro del 7 novembre 2024

Da un incipit tratto da storie intrecciate

foto di Cecilia Trinci e Rossella Gallori

Serata di parole intrecciate.

Partendo da un incipit ottenuto da una serie di frasi scelte dalle storie dell’incontro precedente (del 31 ottobre) ognuno sceglie come proseguire.

Incipit: Ticchetta calma l’acqua della tettoia e poi si addensa improvvisa in uno scroscio leggero che scivola per la viuzza avvolta dalla sera (Luca M.)

La luna si nascondeva dietro le nuvole minacciose. I nostri passi incerti sulla ghiaia tradivano la paura di quel luogo spettrale (Simone)

L’Assassino era nervoso (Stefano)

Cercava niente e tutto. La spilla con la pietra smeraldo s’incontrò con le sue mani (Carmela)

Tornò ai momenti più lontani quando lei gli aveva mostrato il lungo velo di tulle croccante, tirandolo fuori dalla cassapanca (Stefania)

Uscì dal buio della stanza (Stefano)

Sui rami di un albero si è impigliato un lembo di plastica che si muove al vento. I raggi della luna lo illuminano: sembra un fantasma che balla (Patrizia).

Da utilizzare per proseguire: un foulard giallo, una cintura di pelle, un rossetto

Le storie si sviluppano magicamente diverse, se pur lasciando prevalere il concetto di VIOLENZA (“assassino”) e di DONNA (“rossetto”). Le ripubblicheremo il prossimo 25 novembre

Ispirazione dai rumori: lo zabaione di Nadia

LO ZABAIONE – di Nadia Peruzzi


Se chiudo gli occhi sento arrivare il profumo della punta di Marsala che la nonna aggiungeva nello zabaione. Poco più di qualche goccia, ma per me bambina era come berne un bicchiere che sapeva di proibito.
Ci scambiavamo un’occhiata quando a volte gliene scappava un po’ di più. Come a dirci, su questo manterremo il segreto, altrimenti ci dicono che esageriamo come briachelle.
Le merende di quando ero bambina ,semplici semplici ,erano tutte una gran bontà.
Ricordo pane, acqua, vino e zucchero. Talvolta anche il solo pane ed acqua con una ancor più generosa copertura di zucchero che scrocchiava ad ogni morso, per alzarsi solo col respiro, in bianca nuvoletta.
Nulla a che vedere con le tristi merendine di oggi, rinchiuse in confezioni plasticose con quella linguetta antipatica che invece di aiutare rimane appiccicata al resto .Solo le forbici aiutano, ma quando esce il contenuto è già tutto ammosciato, con la cioccolata mezza sciolta e appiccicosa.
Nessuna gran fatica, nessuna attesa prolungata per arrivare al risultato, con l’acquolina in bocca che cresceva a dismisura ad ogni minuto che passava.
Lo zabaione, il re delle merende di allora, se fatto bene e con cura prevedeva tutto questo ,tanto più se non avevi uno sbattitore elettrico o una frusta.
Era la nonna che rompeva l’uovo in una ciotola e calibrava lo zucchero.
Io quella che teneva in mano il cucchiaio d’argento con le cifre. Era quello di quando mia mamma era piccola ed era un po’ come se ci fosse anche lei ad aiutarmi.
Appena la ciotola passava di mano, la manodopera era tutta a carico mio.
Mi rivedo seduta, schiena curva, testa china e occhi puntati sulla ciotola.
Partivo a razzo a ruotare il cucchiaio per montare zucchero e tuorlo. Man mano il ritmo si riduceva. Il braccio cominciava a farsi sentire. Mentre si indolenziva costringendomi a rallentare ancora, si cominciava a sentire l’aroma del tuorlo e dello zucchero che si amalgamavano insieme diventando una crema spumosa.
A volte dovevo fermarmi. Ma non c’era nessun problema.
Il tempo di allora non era quello incalzante del tutto e subito di oggi.
Era quello della fatica e di parecchio olio di gomito per puntare ad un risultato che odorava sempre più di buono.
Era il tempo della precisione dei maestri artigiani ,non quello dei brokers finanziari che urlano e scalpitano mentre vendono e comprano titoli azionari nelle borse mondiali, circondati da computer.
Lo zabaione fatto con la supervisione della nonna, prevedeva un tempo che ballava il lento, quasi rimanendo sospeso mentre pregustavo il momento in cui, finalmente il primo cucchiaio di quel giulebbe sarebbe arrivato fino alle mie labbra.
Eccolo, montato e sbiancato al punto giusto, con lo zucchero totalmente sciolto. La nonna allora prendeva il Marsala e faceva cadere quelle gocce che sembravano, sotto la luce, piccole pietre di Granata. Affondavano creando vortici mentre la crema si alzava in piccoli zampilli ambrati.
Era il momento tanto atteso. Quello del pancia mia fatti capanna.
A volte lo accompagnavo con qualche Savoiardo, altre anche solo con pezzetti del pane di allora, quello casalingo che durava anche una settimana senza seccarsi.
In tutto questo gran lavorio, nessuna delle due, nonna e nipote guardava l’orologio. A ben pensare non ricordo nemmeno se ce ne fosse uno grande, appeso alla parete.
Si andava a sveglia allora. Era piccola e quasi non ci si faceva caso malgrado il ticchettio martellante.
Poteva quindi essere passata mezz’ora o un’ora.
Il tempo non aveva tempo, allora.
Il bello del fare lo zabaione era anche questo! 

I RUMORI – La piazza del vinaio

Il ciuco e il vinaio – di Gabriella Crisafulli

In tutte le botteghe della piazza compare la stessa foto sbiadita dal tempo: un carro a due ruote, vuoto, piegato sul dietro, un ciuco che scalpita sui sassi, una donna lì vicino che tiene in collo un piccino e lo batte dolcemente in modo ritmico per ninnarlo.

Il ciuco bruca la poca erba che sbuca dal terreno.

Dalla parte opposta il vinaio si aggira fra i tavoli disposti dinanzi alla bottega: sistema le cortine per fare un po’ d’ombra.

Gli avventori seduti dinanzi a bicchieri di vino, giocano a carte.

Le monete corrono sul tavolo tra moccoli e imprecazioni, battute e risate.

In lontananza i sonagli annunciano l’arrivo della diligenza che viene dalla città.

Quando arriva si ferma all’incrocio tra la via e la piazza.

Scende solo un uomo tutto sporco di sangue.

Fa due passi e si accascia a terra.