Impegnativo – di Tina Conti

Sempre IMPEGNATIVO?    NO!!!
Anche leggero………
Irresponsabile………..no, non posso!
“nativo” – “impegn” –
Cosa significa?
Nato……Natone……Natuccio…….Nato ieri……..BRUNO!!!!!!!!
E poi? Domani…..
Dopodomani……..
Impegnati per Natale! C’è il pranzo di famiglia!
Quanti siamo?
21/22 …………..ci vuole la prolunga grande,
La pentola grande ce l’ho già.

Autoritratto – di Carla Faggi

Me ne sono fatta diversi di autoritratti.

A carboncino, con il pennarello, a colori.

Tutti seri ed attenti alle proporzioni con io in posa e senza emozioni.

L’altro giorno mentre disegnavo alla persa, senza soggetto, mi è uscito sulla carta un personaggio che mi piaceva.

Gli ho aggiunto un ciuffo di capelli ritti, un po’ di colore, un abito strano coloratissimo, macchie di colore sullo sfondo.

Una emozione incredibile! Si, ero io!

 

Salvia – di Lorenzo Salsi

 

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Salvia regina matta di misericordia/ vita d’un cieco…….”

La beghina  recitava con trasporto ma non avendo mai saputo il latino andava per sonorità.

Salvia, Silvia? Boh

Le prime 3 lettere corrispondono all’inizio del mio cognome SAL; VIA mi da l’idea della prora, di quel modo di dire marinaresco che indica l’andar dritti, Proravia.

Sal ….el sal de los mar ….. mi faccio paura.

Salvia di Gerusalemme pianta non edibile  per cucinare ma bellina a vedersi con le sue foglie color argento .

Salvia e alloro….. uhmmmm …..fegatelli!
Salvia parola morbida. 

Salvia parola veloce, forse per il “via”.

Forse era meglio se tenevo graffio!  Ma che c’entra ?

Il mio animo la mia deformazione professionale escono prepotenti; no, via, dai! non posso parlar di piante troppo facile per me .

Però che bella che è, che profumo. Ne ho una grande davanti la porta di cucina  e manda un profumo che …..ma sie ….Paco Rabanne, Hermes, Givenchy, Armani ….tse!

Mi siedo spesso a leggere, nella bella stagione, in giardino accanto alla Salvia sativa e godo del profumo e delle api e farfalle che si cibano del suo nettare e guarda caso la Salvia è proprio accanto al barbecue.

” Salvia regina ………”

PANE E CORTECCIA – di Ivana Acciaioli

Alle mie antiche merende è associata la parola pane e poco altro. L’ olio, il burro e zucchero o sale, acqua e zucchero, vino e zucchero, pomodoro strusciato erano vere e proprie golosità. Spesso il gradito spuntino dopo ore di corse e giochi all’aria aperta consisteva in una semplice fetta di pane solo. Io avevo coniato un nome per quella ricorrente merenda “il pane senza”,  senza nessun condimento o accompagnamento.

La merenda più modesta, ma più originale,  la mostrava uno dei bambini della compagnia  con il suo “pane e corteccia”, il piccolo stringeva saldamente tra le mani due fette di pane con in mezzo un pezzo di corteccia  del medesimo pane, benché la crosta del pane toscano abbia un buon sapore, quella merenda aveva soprattutto il sapore della povertà, anche se vissuta dignitosamente.
Molto più tardi arrivarono le merende ricche e profumate con “ella” come nutella e mortadella. Ma il “pane senza ” ed il “pane e corteccia” non li ho mai dimenticati ,conservo con loro il sapore della fantasia, dei giochi senza giocattoli, delle privazioni per fortuna solo materiali, e della felicità con cui un fico o una ciocca d’uva raccolti per caso potevano riempirti la bocca, rendendo il pane più umido e dolce.

Paura – di Emilia Caravaggi

E’ dentro di me da moltissimi anni. Aggressiva, deleteria, invalidante. Ha sconvolto la mia vita per anni e quando pensavo di esserne venuta fuori ritornava educatamente, in punta di piedi quasi silenziosa come il sibilo di un serpente. Non viene mai da sola. E’ accompagnata da ansia, angoscia, fragilità, rendendoti dipendente come una droga.

Il mio matrimonio stava affondando ed io non riuscivo a capire come fare, cosa fare. Ero spesso sola la sera fino a tarda notte e la paura di stare sola mi attanagliava la gola lasciandomi senza fiato. Non sapevo mai quando lui sarebbe tornato se prima, dopo o molto più tardi di cena, così presi l’abitudine di fermarmi, dopo il lavoro, a casa di una mia carissima amica che viveva  vicino a noi, dove restavo fino all’ora di cena per tornarmene a casa con angoscia perhè non sapevo se sarei rimasta sola o se avrei trovato lui. Restavo in piedi fino a tardi finchè non sentivo girare la chiave nella porta. Magari erano le 2 o le 3 del mattino e alle 5,30 di nuovo in piedi per rassettare la casa e lasciarla in ordine prima di andare a lavorare. Così tutti i santi giorni ! Cercai aiuto perché ero stanca, non dormivo che poche ore, ne lavoravo almeno 8 e non ero padrona di tornare a casa perche avevo paura di stare sola, di trovarla vuota. Trovai uno psicologo, fortunatamente, molto bravo. Ho passato con lui di settimana in settimana ben 4 anni e nel frattempo mentre crescevo io il mio matrimonio faceva acqua. La fine delle mie sedute con lo psicologo fu anche la fine del mio matrimonio. La paura non sparì ma si attenuò molto, dopo che la mia padrona di casa, che abitava sotto il mio appartamento, mi offrì la chiave di casa sua, dicendomi che in qualsiasi momento sarei potuta entrare da lei anche se fosse già addormentata.

Mi resi conto più tardi che sarebbe bastato un piccolo gesto, una mano sulla spalla per attenuare l’angoscia, tutta la paura e la dipendenza da altri. Non ho mai usato la chiave ma sapevo di averla lì nel portacenere sul mobile accanto alla porta di casa.

 

La scatola magica

LE SCATOLE – di Elisabetta Brunelleschi

(Stasera sul tavolo ci sono due scatole. Sono identiche e un’unica carta geografica riempie ogni loro faccia. È un mondo colorato, dove non è detto che il mare sia blu o i monti marroni, è un mondo vivace, di fantasia. Le scatole hanno un’apertura e, al buio, dovremo esplorare l’interno, senza guardare, senza ascoltare, senza odorare, solo infilando una mano nella stretta apertura…Un brivido scorre, sarà la bocca della verità?Fortunatamente una voce rassicura che ‘non c’è niente di pericoloso’ !? Ed allora il gioco può iniziare )…

Con questo gioco posso percepire duro, morbido, liscio, ruvido, granuloso, soffice, resistente, appiccicoso, colloso, vischioso, peloso, fresco, scivoloso, ispido, …

Ed è bello dare il nome agli oggetti partendo da un sentire che è senza colori, senza odori, senza rumori.

Una semplice pressione, lo spostarsi di un polpastrello, l’appoggiarsi del palmo di una mano e l’ignoto prende forma.

La mano avanza lenta, tasta con delicatezza e i primi oggetti prendono forma e nome: un barattolo, una scatolina che sembra coperta da cellofan, una pezzo di pane secco, una spugnetta per rigovernare, .. un tondo liscio, una pallina fresca, una spirale pelosa, …

E la fantasia può anche galoppare, inventare e vincere la paura del buio e dell’ignoto

***

Scelgo dalla scatola………

…il palloncino rosso – di Mirella Calvelli

Un palloncino, libero, un filo lungo scappato dalle mani di qualcuno…vola in alto, fiero, incurante di lasciare un viso piangente, smarrito o anche solo sorpreso che lo sta guardando mentre vola via…Il colore è rosso, nitido, lo rende ancora più fiero, veloce vero l’infinito, sicuro che grazie al suo colore qualcuno lo sta ancora seguendo….

Ma lui si piega, gira su stesso e cerca il contrasto con il cielo fino a diventare un puntino piccolo (rosso) ed essere inghiottito dalle nuvole, forse solo accolto fra le nuvole o nascosto dalle nuvole…come un sipario che si chiude a teatro…

Ma dove vanno a finire i palloncini che si liberano???

***

….la spugnetta ruvida – di Stefania Bonanni

La spugnetta ruvida per rigovernare serve per staccare gli appiccicaticci resistenti, quelli che se ne vanno solo dopo ripetute sollecitazioni, e che a volte proprio non ne vogliono sapere. In quei casi, si fa a chi insiste di più. Si stropicciano, loro se ne stanno appiccicati,resistono attaccati con quelle manine a ventosa, non cedono,e allora si lasciano lì. Ma non è finita. Si riprova,dopo averli lasciati un po’ a bagno per farli ammorbidire. E si stropiccia, ancora. Non se ne vanno?  Va beh, finiscono in lavastoviglie. E quella…..non guarda in faccia nessuno! Si apre l’elettrodomestico e voilà….gli appiccicaticci sono sempre lì: hanno vinto loro! E allora viene spontanea una riflessione: ” Ma che roba era quella che si è mangiata ieri a cena?”

***

…..la pasta appiccicosa – di Sandra Conticini

La prima sensazione è stata di ribrezzo che poi si è trasformata in tenerezza, perché toccando l’oggetto ho pensato che poteva essere uno di quei mostri cinesi che piacciono ai bambini. Vedere un bambino felice, contento, che gioca con un balocco che gli piace a me fa venire una sensazione che io chiamo tenerezza. I bambini sono bravissimi in questa arte della tenerezza: ci sembrano fragili e indifesi e quindi siamo sempre pronti a proteggerli. Si percepisce che il piccolo si affida totalmente a te ed ha tutta la sua fiducia nei tuoi confronti e quindi  non puoi tradirlo.

***

….la spugnetta ruvida – di Miriam Pavi

La mia mano ha riconosciuto subito l’oggetto, credo che questo sia avvenuto perchè:

  • Serve per togliere le incrostazioni (…mi piace l’anima, l’essenza delle cose)
  • mi somiglia un po’ (sono abbastanza ruvida all’esterno)
  • è un oggetto comune e funzionale…..

d’altra parte i miei sogni e la mia creatività partono quasi sempre da spunti di realtà.

***

…….il pane secco – di Chiara Bonechi

La mia mano che entrava nella scatola mi ha ricordato un gioco fatto a scuola durante una festa di primavera, in giardino: “La bocca della verità”.
Avevo preparato un grande volto di donna aiutata da un’amica che sapeva dare espressione e colore a quel volto sicuramente meglio di me. La donna aveva una grande bocca, leggermente aperta, contornata da labbra rosse.
Appesa alla finestra della casina di legno nel giardino della mia scuola, io nascosta dietro vedevo la manino dei bambini che coraggiosamente infilavano in quella bocca misteriosa…
Su quella mano cadeva marmellata o nutella o latte condensato o miele e loro dovevano indovinare e poi potevano assaggiare.
Io nella scatola ho sentito il pane secco, meno attraente dal punto di vista della golosità ma capace di suscitare bei ricordi.

***

…….la collana di perle (che nell’immaginario corrispondeva a una lunga fila di perline di vetro rosso per addobbare l’albero di natale). – di Maria Laura Tripodi

C‘era un acuto profumo di muschio nella stanza.

Il babbo stava preparando il presepe e quello era il momento dell’anno in cui Marta amava assaporare il gusto della condivisione, anche solo osservando.

C’erano tante scatole per terra: quella che conteneva le statuine di gesso, quella con il muschio dell’anno precedente, quelle con le palline colorate che avrebbero addobbato l‘albero di Natale.  E poi rotoli di  carta dorata  per coprire le gambe del tavolo e quelli di carta  mimetica per simulare le montagne dello sfondo.

In un angolo c’era il muschio appena raccolto, in attesa di essere sistemato.

Il babbo, che era elettricista, aveva anche preparato un piccolo pannello di legno ricoperto di una carta blu a stelline dorate e con delle piccole lampadine tonde aveva composto la scritta W Gesù.

Tutto sembrava avvolto in un’atmosfera magica ancora prima che lo scenario fosse approntato.

Gli occhi di Marta erano curiosi e attenti. Lo sapeva che ci sarebbe voluta una giornata intera e che lei avrebbe solo potuto sbirciare dallo spiraglio della porta a vetri, ma alla fine tutto avrebbe brillato dell’atmosfera natalizia.

Alla sera quando il resto della famiglia fosse andato a dormire lei invece si sarebbe alzata e nel buio avrebbe goduto delle lucine che brillavano dentro le casette di cartone e del bagliore che l’albero di natale spandeva tutto intorno,  a intermittenza.

***

…….sasso liscio – di Tina Conti

Non è facile trovare un sasso liscio e quando l’hai trovato te lo tieni caro. E’ come un tesoro. Nella tasca della giacca ti fa compagnia, è un passatempo quando sei in coda e,aspetti il tuo turno dal fornaio o quando hai un appuntamento e non arriva nessuno e tu cerchi di rimanere calma e serena. Nel frattempo giochi con il tuo sasso nella tasca: lo rigiri, lo accarezzi, lo stringi.
Quelli lisci e sottili, con grande dispiacere diventano piattellle da lanciare sull’acqua. quelli piccoli finiscono in un barattolo insieme a quelli tondi, a cuore o a forma di naso.
Un sasso liscio non si abbandona mai, si ritorna anche indietro per raccattarlo.
Peccato che  nelle tasche facciano un gran peso, e a volte si perdono perché la fodera si  è bucata.
Ne ho ritrovato uno in una borsa che uso solo in inverno, non ricordo dove l’avevo raccolto ma mi ha fatto piacere ritrovarlo.

***

…….il barattolino a sonagli – di Roberta Morandi

Per la verità nessun oggetto mi ha emozionata a tal punto da renderlo vivo, è  stato divertente ciacciare in una scatola, ricordo due film. Se proprio devo scegliere qualcosa, forse il barattolo a sonagli è  stato l’unico che mi ha fatto pensare alle biglie colorate che i bambini si scambiavano e facevano razzolare,  i bocchi. C’è n’erano di varie dimensioni e colori e stavano racchiusi nei barattoli di latta o vetro.
Tutti alle stradine avevamo i bocchi, c’è li portavano sempre dietro, racchiusi nei sacchetti ti tela o in vecchi calzini più volte rammendati,  ma a casa stavano nei barattoli, quelli che ci portavamo dietro erano quelli da scambiare, i doppioni o i meno belli e preziosi: una biglia di vetro trasparente con all’interno una pennellata di uno o due colori, a volte anche tre.
Il tintinnio dei bocchi nelle tasche dei pantaloncini corti (da piccola  non riuscivo a giocare con i vestiti da femmina) mi faceva sentire uguale a loro, i maschi, anche  se avevo le treccine bionde col fiocco, che era sempre sciolto. Per le stradine le femmine non giocavano per strada, i maschi si. Le femmine giocavano nei giardini privati con le bambole e i coccini a fare le signore, i maschi giocavano a “bocchi” o a far la guerra fra “bachi”, le stradine, e “semi” la piazza. A questo gioco le femmine e non erano ben accette se non quando si doveva raggiungere il numero dei “semi” o dopo la battaglia, a suon di cerbottane con lo stucco o i pirulini, a medicare le ferite dei “valorosi”. Una volta fui ferita pure io con un pirulino  ad una caviglia, quella fu la mia entrata nel modo dei maschi a giocare anche a “bocchi”.
 

Cappuccetto rosso – di Stefania Bonanni

Mi piace tanto quell’ultimo suo gesto. Quando col ginocchio destro appoggiato a terra,  con la testa vicina alla mia, occhi negli occhi, con la mano aperta mi accarezza le spalle coperte dalla mantellina rossa, dopo avermi agganciato i tre alamari che la chiudono davanti. Poi mi tira l’orlo della gonna a pieghe, che un pochino sporga da sotto la  mantellina. Poi si alza, fa un passo indietro per guardarmi tutta, sorride, e mi stampa un bacio sonoro sulla fronte. “Vai, sei bellissima”. Lo so, me lo dicono tutti.

Ho questi capelli nerissimi, con la frangina che incornicia occhi ancora più neri, sgranati, curiosi, il visino tondo. Quando ho questa mantellina rossa sono molto orgogliosa, perché lo so, me lo dicono tutti, che mi sta benissimo. Ho anche gli stivalini, rossi, perché è piovuto e ci sono le pozze. Sembro proprio Cappuccetto Rosso, me lo dicono tutti.

Prendo la cartella, bacio la mamma, e mi incammino. Lei mi guarda allontanare stando in piedi sullo scalino davanti alla porta. Mi vede fino alla pozza grande, prima della curva.

Vado a scuola. In prima elementare. A piedi e da sola, come tutti. La strada è quella sterrata che si fa cento volte al giorno, che passa davanti alle case di persone che conosco bene e che mi salutano sempre.

Sembro Cappuccetto Rosso, ma qui il lupo non esiste. Sono molto tranquilla, e mi piace tutto, di questa strada. Mi piace camminare vicino alla siepe, per vedere se per caso c’è qualche fiorellino, per la maestra. Mi piace tirare calci ai sassi.Mi piace saltare nelle pozze. Puliro’ gli stivalini  prima di entrare in classe, con il fazzoletto.

E poi, all’improvviso, mi rendo conto che devo passare davanti a quel cancello. E ora?

Ho paura, paura…mi batte il cuore forte..non me lo ricordavo…ho paura. Provo a strisciare vicinissima alla macchia, mi pungono i rovi, ma non importa, pur di provare a nascondermi.

Ma mi rendo conto di essere tutta vestita di rosso….mi si vede da lontano..

Speriamo il cancello sia chiuso….no, è aperto, vedo bene che le due parti sono appoggiate al muro….oddio, come posso fare? Cammino pianissimo, non respiro per non fare rumore…. Oddio, eccolo lì, mi ha visto…mi corre incontro, grida, ho paura….mi metto a correre più veloce che posso, sta per raggiungermi….arrivo alla curva…non lo sento più. Ho paura anche a girarmi, paura che sia lì vicino, ed invece guardo….e non c’è.

Madonna che paura….arrivo in classe trafelata, sudata, motosa, scompigliata. E dire che mi ero preparata tanto…

Da domani mi metto il cappottino blu, sperando non piaccia a quel grosso tacchino….gulu…gulu…

Briciole – di Ivana Acciaioli

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Niente veniva sprecato; così imparavamo, anche con metodi che oggi sembrerebbero  poco ortodossi, a fare tesoro di tutto, cose e parole.
Quando facevo troppe briciole con il pane la mamma mi diceva che nell’aldilà mi avrebbero acceso il dito mignolo e con quella luce avrei dovuto cercare tutti i minuzzoli di pane che avevo fatto cadere.
L’immagine del mio dito più piccolo trasformato in lumino per anni mi ha perseguitato,  ma non traumatizzato come oggi penserebbe qualche “strizzacervelli” poiché eravamo abituati a racconti nei quali c’era sempre qualcosa che toccava le corde del timore; anche questo era allora educare alla vita e al poco che ci circondava.
Certo è che anche oggi metto via le briciole, di un dolce che affetto, delle fette biscottate del mattino, del pane e dei biscotti.
L’altro giorno quando mio figlio mi ha chiesto di fargli un cheesecake io ho intriso le briciole del mio vasetto segreto con il burro per preparare la base di quella torta tanto di moda.
– Ottimo il cheesecake mamma!
Quale sarebbe stato il suo commento se avesse scoperto il segreto che mi permette di evitare l’ustione al mignolo?

La teglia rossa – di Tina Conti

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La conservo ancora, non è un oggetto di valore ma non riesco a disfarmene.
Mi ricorda un tempo felice e di cui ho  vaghi frammenti: la vita “al monastero”,  così si chiamava la cascina dove la nonna vedova con la cognata e altri parenti ha vissuto prima di tornare in paese.
Era faticoso fare tutta la strada in salita  dalla fermata dell’autobus  fino alla casa della nonna, ma noi arrivavamo svelti e curiosi.
Per me era un mondo tutto nuovo pieno di scoperte e di giochi, dove c’erano animali e tanti adulti.
Legata al ricordo della teglia rossa c’è  la stagione autunnale  e la raccolta delle olive. La nonna ci preparava per andare nel campo con attenzione e affetto. La rivedo che ci scalda le scarpe con un tizzone di carbone incandescente  facendolo rotolare velocemente all’interno.  Poi aggiungeva pezzi di lana ai calzini.  Per farci stare più caldi.
Non ricordo mai di aver avuto freddo perché c’era molta gioia nei giochi e nello stare tutti insieme, grandi e bambini.
Spesso si andava al campo della madonnina dove c’era un bel tabernacolo che a noi bambini ispirava gesti di rispetto e devozione: si facevano preghiere inventate e si giocava a fare la messa.
Dietro il tabernacolo si  improvvisavano case, si cucinava su pentole di sasso e i serviti di piatti erano le foglie più grandi, non mancavano posate fatte con i bastoncini e anche bambole di stracci che la nonna insieme ai bambini di pasta ci preparava quando infornava il pane.
Naturalmente i bambini di pane duravano poco e se ne restava qualcuno era tutto rosicchiato e  irriconoscibile.
La cognata della nonna era la massaia di casa e lei nel campo non veniva, aveva il pollaio, la cucina e il bucato fra le sue incombenze.
Quando si sentiva battere mezzogiorno si doveva smettere di giocare e andare a prendere il desinare.
Come si sentivano bene le campane della chiesa dell’Antella in quella campagna piena di odori e suoni leggeri. Forse  era la fame che ci faceva stare all’erta.
Di solito la sporta del pranzo la portava la bambina più grande, perché ci voleva molta abilità per non rovesciare tutto.
Legata con una tovaglia a quadri, di solito rossa o blu, c’era la famosa teglia rossa, chiusa dal suo coperchio conteneva baccalà e fagioli  per quel che mi ricordo.
Il pane veniva affettato al momento, tenendolo stretto sotto il braccio, c’erano bicchieri e il fiasco del vino e dell”acqua, spesso anche l’acquerello che lo zio Angiolo sapeva fare in modo eccelso. Per noi bambini era una vera leccornia.
Si mangiava con gusto e appetito, la nonna portava anche qualche fico secco e  le sue collane di mele secche che asciugava in estate alla finestra.
Questa teglia rossa è riapparsa dopo un trasloco e è rimasta nella mia casa vicino al forno a legna;  possiedo non so perché anche il padellino con cui veniva cotta una frittata speciale sul fuoco del camino, che  penso non assaporerò mai più .

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Un tozzo duro, tra vivere e morire – di Nadia Peruzzi

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Ruvido e duro quel pezzo di pane che nessuno adesso vuole più. Va tanto il fresco croccante tendente al morbido .Quello invece parla di un tempo che non c’e’ piu’, e di famiglie contadine le cui case costellavano le campagne attorno ad Antella. Frutto di sapienza antica,contadina,il tradurlo in nuovi piatti saporiti per non perderne neanche una briciola.

Ruvido e duro come la vita dei lavoratori che se lo portavano nelle bisacce, incartato in carta di giornale per mangiarselo lungo la via del rientro verso casa. A piedi da Firenze ad Antella, con un pane che sapeva di giornale. Erano i tempi in cui mia nonna, appena agli inizi del nuovo secolo, il ventesimo, lavorava a servizio in via S.Gallo, accudendo i bambini presso una famiglia agiata.

Ruvido e duro ma ancora oggi in molte parti del mondo un pane cosi’ segna la linea fra la morte e la vita!

Puoi arrivare ad uccidere, per prenderlo e mangiarlo.

Qui da noi spesso,basta che perda di croccantezza e anche il giorno dopo si puo’ decidere di fargli fare una fine poco gloriosa, buttandolo nel cestino.

Brandello rosso – di Rossella Gallori

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Mi colpì la giacca, non lui, una giacca ben fatta, costosa,  come  i pantaloni, firmati ovviamente. Le  cifre sulla camicia  non riuscii a  leggerle. Si presentò   poi ed io capii  bene solo il nome, il cognome  non ebbe mai importanza, ma la giacca si, aveva il verde dei sogni, dei miei; non scuro da incubo, nemmeno chiaro come un praticello di inutili margherite vergini …un verde muschio ….da maschio, che profumava di tabacco cioccolatoso, intenso, mi restò addosso per molto tempo, forse non mi ha mai lasciata.

Mi colpì  di lui non la giacca, non la camicia, non le cifre e nemmeno il  profumo.

Poi ci fu quel taglio feroce, violento che volutamente mi sfuggi dalle mani, dal cuore…e mi lasciò un misero brandello  di feltro tra le mani….o era panno ? O era velluto? O casentino? …..era sangue, sì, sangue, molto, color bosco.

“Che tu sia per me il coltello” di David Grossman – SUGGESTIONI e IMMAGINI

 

 

Coltello – di Lorenzo Salsi

Un’arte nel farli i coltelli, ci vuole  il talento del fabbro, ,il gusto artistico. Ci vuole amore nel far una lama. La lama del coltello per molti ha qualcosa di pericoloso, di infido, di aggressivo e malevolo.

Ci son così tanti tipi di lame per coltello  e quell’aspetto “subdolo” si perde se si guadano le lame per talee o innesti, le lame dei tranquilli coltelli da tavola ed anche un bisturi è un coltello .
Il problema è sempre il solito; è chi, come e perché tiene il coltello in mano.

***

Coltello – di Nadia Peruzzi

Coltello, per dividere il pane che mangeremo insieme.

Coltello che scarnifica, coltello che incide su un tronco frasi, nomi e parole d’amore.

Coltello che taglia gole in una notte che sembra non finire mai. Arma primitiva, primordiale in un conflitto ad alta intensita’ anche tecnologica, che avviluppa con il suo manto nero intere parti del mondo e si insinua in mezzo a noi con azioni violente e insanguinate.

Coltello che scavaper creare tunnel che puntano verso la liberta’.

Coltello che sega sbarre per creare varchi in barriere alzate per dividere mondi, popoli e destini. Sbarre che non sono in grado di proteggere ne’ di arrestare fenomeni di portata storica, usate per vendere illusioni a buon mercato a masse disorientate.

Coltello che penetra nei recessi della mente. Lama acuminata come i pensieri fastidiosi che opprimono,lacerano,destabilizzano ,immobilizzano o ,al contrario,incitano verso percorsi sbagliati e senza vie di uscita.

Coltello affilato che penetra nel mio cuore ogni volta che ti penso lì, insieme a lui. Dove non posso toccarti, dove non posso averti, se non come oggetto di un desiderio che non si plachera’.

Carne della mia carne, ma a distanza. Sangue del mio sangue, ma cosi’ lontana da essere ormai irraggiungibile.

Hai una vita oltre me, senza me. Pensiero insopportabile. Una casa in cui ti muovi e non e’ la mia, la nostra.

Un figlio che non e’ mio, non e’ nostro.

Gesti normali, quotidiani, semplici ed essenziali che non compi per me, per noi. Tenerezze che non mi dedichi, non puoi. Come si fa ad esser teneri a distanza?

La si puo’ scrivere e descrivere la tenerezza, la si puo’ leggere affidata ad una pagina bianca fitta fitta di scrittura. Leggerla e sentirsela addosso e dentro non e’ e non potra’ mai essere, lo sappiamo, la stessa cosa. Diverse le emozioni che corrono e scaldano.

Ti ho persa un giorno ormai lontano. Sono rimaste parole non dette,tante. Gesti, sopratutto gesti che non sono riuscito a compiere. Ti ho perso cosi’anche un po’ per vilta’. Ti ho amato, ma non sono riuscito ad andare, allora, oltre me. Mi sono bloccato sulla linea del confine fra il quieto vivere e l’abbandono totale ai sentimenti che pure provavo. La forza del tuo essere era tale che mi sentivo amato ma oppresso,  schiacciato, sconvolto e destabilizzato.Volevo tranquillita’ senza i marosi del cuore .

Che errore, che enorme spreco! Lo sento ora, mentre ti leggo con l’ansia e la voglia di un tempo. Ci siamo ritrovati per caso e per lettera.

Chilometri e chilometri fra noi, che non potremo mai colmare. Troppo tempo ho lasciato passare perche’ il filo spezzato possa riannodarsi. Il pensiero e il desiderio di te, abbarbicati come avessero messo radici. Punta di coltello piantato direttamente fra cuore e mente !

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Coltello – di Rossella Gallori

LA TUA LAMA NON TAGLIA, MA MI FERISCE CONTINUAMENTE .

NON ARROTARE CODESTO COLTELLO, RIUSCIRÒ  A MORIRE UGUALMENTE, PRIVA DI FERITE.

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IL COLTELLO – di Emilia Caravaggi

Mi hai ferita. Come la lama di un coltello nello stomaco che mi sono portata dentro per diversi anni. Ora la ferita è rimarginata. Non voglio più ferite. Non voglio più coltelli.

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COLTELLO – di Sandra Conticini

Quanto ti piacevano i coltelli… spesso quando tornavi dalle ferie ne portavi uno…. ho ancora quello che comprammo a Toledo e a Sappada…  uno te lo portavi sempre con te dicendo che poteva fare sempre comodo avere un coltello dietro.. Quando andavamo in giro per i boschi ti divertivi  a prendere un pezzo di legno ed a scalfire un disegno, una frase, una data. Ci avevi fatto anche un bastone. Dopo aver ripulito un pezzo di legno  avevi inciso le nostre iniziali ed eravamo contente di poterlo usare ed appoggiarsi…..era come appoggiarsi a te. Ancora oggi quando vado in giro per i boschi mi porto sempre il coltellino multiuso con il manico rosso, che ti avevo regalato in occasione di un compleanno, perché mi sembra di averti sempre vicino e poi….può far sempre comodo.

***

CHE TU SIA IL MIO COLTELLO – di Laura Casati

La lama sottile oltrepassa la pelle, la lacera, ma non squarcia il petto. Voglio ancora stupirmi per il  giorno che viene , per il tramonto rosso d’autunno, per il cielo terso e limpido nelle fredde giornate d’inverno. Tu rendimi  solo vigile, attenta, affinché non fugga via  questa stagione della  vita ed io non me ne sia resa conto. Tu sii il pungolo che mi tiene sveglia e  permette alla mente e al mio cuore di trovare ancora soluzioni. Tu, o paura, sii il mio coltello ma ti prego non affondare fino in fondo la lama.

Pane rosso sangue – di Lorenzo Salsi

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Pane, pane amaro, pane nero, pane, pane e companatico, com-pana-tico.
Quante volte avrò pronunciato la parola pane.

Quanto sudore per “un pezzo di pane”, quante bestemmie e lacerazioni, quanto sangue.

Pane rosso, rosso sangue.

Violenza, per il pane, paura, per il pane.

E poi pane non mangiato, diventato secco, ruvido, che graffia le gola, che ferisce la bocca, che “canta” sotto i denti.

Pane come premio, fresco fragrante, a merenda.

Pane da non buttare, anche se secco e ruvido, bagnato riprende certa sua precedente morbidezza fino ad arrivare ad una pappa,  pappa al pomodoro ……rosso sangue.

Pane ammollato inzuppato nel vino.

Pane e Vino.

Scritta rossa sul muro – di Stefania Bonanni

scritte-sui-muriLontano, tra gli alberi.

Non tra fronde luccicanti che ballano al vento, non tra tronchi diritti come sentinelle…

Lontano, più lontano. Non è tempo di capelli al vento, non è tempo di stivali delle sette leghe che rivestono gambe capaci di passi lunghi e distesi. Bisogna guardare dove di solito non si posa lo sguardo: giù, all’ingiù.

Ora c’è bisogno di fare spazio, e cercare di vedere quello che è nascosto bene. Bisogna indovinare quello che è invisibile da sopra, per capire il lavoro delle talpe cieche che non hanno mai smesso di scavare gallerie tra le radici. E continuano a collegare radici, a mettere in contatto legami, che qualcuno si accorga o che il lavoro resti sconosciuto.

Il senso è riconoscere le radici, liberarle dalla polvere e contare rami e foglie che da lì hanno avuto vita.

Poi leggo, scritto rosso su un muro: senza radici non si vola.

Il rosso delle donne – di Tina Conti

010Dopo colazione  apro l’armadio. Dentro c ‘e molta confusione: abiti estivi e invernali lottano per trovare un p’o di spazio. Sarebbe necessario fare ordine,   non ne ho voglia , oggi farò altro. Che decisione coraggiosa, non è da me: starò migliorando?
Porto a scuola la piccina con la bici, a lei piace tanto e poi…….per fortuna rimane lì senza problemi,  la vedo consapevole e attratta dalla nuove situazione questo placa il mio animo di nonna, riprendo la bici e  via passando da  via di Belmonte… Che spettacolo, luci, colori, architetture, oggi il gruppo di mucche si è spostato sopra la strada, appena scollino appare la cupola del Brunelleschi e la miniatura delle case della città.  È uno spettacolo che ferma il respiro  i colori mi avvolgono devo stare attenta a non finire in un fosso. Mi fermerei da Piero penso  quando sono vicino alla sua casa, forse lo trovo, so che ha iniziato a cogliere le olive, posso prendere  le uova fresche.  Chiedendole alla sua mamma mi farei dare anche quelle piante di pesche tardive che mi ha promesso. La mamma  è sul piazzale, mi saluta ma non mi riconosce, devo parlare forte  perché sente poco, la vedo serena,  me la ricordo dopo una caduta con il braccio al collo e molto spaventata. Mi racconta che ha fatto novant’anni e che lei nel campo non ci va più.   Piero ritorna con il fucile, ha fatto un giretto di prima mattina  prima di andare a raccogliere, ha un viso fresco e soddisfatto:  è riuscito a iniziare il giorno ascoltando le sua passione.   Poi  raggiunge la  squadra  storica di raccoglitori.
Riparto con solo due uova, un cane ha fatto fuori 5 galline  e le restanti non  producono abbastanza per  accontentare tutti.
Il progetto mattutino era di andare alla fonte della Fata Morgana,  a Grassina voglio fare delle foto da mandare agli amici che con me hanno visto la scultura del Giambologna a palazzo Strozzi fatta per essere collocata in questo luogo.
Imbocco via delle fonti, ricevo i complimenti di un gruppo di pensionati per la velocità con la quale affronto la salita, non hanno notato che sono dotata di batteria elettrica per pedalata assistita. Mi prendo  i complimenti e proseguo. Guardo alle finestre della casa di Grazia, deve essere in casa, non l’ho sentita da giorni,  mi fermo a vedere cosa combina. Entra, vieni !  No! Sono di passaggio, non ho messo neppure il lucchetto alla bici . Dai, mettila dentro al cancello. Prendo un caffè e poi riparto. Questa stradina è proprio adatta per un’uscita al sole prima di pranzo , incontro anziani, badanti, amici che si fanno compagnia.
Dopo le foto riparto di gran lena, mi fermerò al forno per prendere la schiacciata per la merenda delle ragazze e un po’ di verdura al banchetto dei contadini.
Guardo l’orologio, mi sono dedicata quasi due ore, però che leggerezza,  che felicità fare le cose come capitano  seguendo il momento, quanti orpelli condizionano la nostra vita, come deve essere diverso sentirsi sempre leggeri e liberi. Io non ne sono capace non so se mi farebbe sentire a mio agio ma ci voglio pensare.

In un attimo, un brivido rosso – di Elisabetta Brunelleschi

 

Tutti dobbiamo andarcene, e lei, quasi senza disturbare, se n’è andata, in quel pomeriggio sereno e fresco di ottobre.

Da qualche mese, ogni tanto, la sua mente volava tra sogni e incubi che le facevano fare gesti strani, inusuali e lontani dal reale.

Da poco era stata ricoverata in una casa di cura e quel pomeriggio ero andata, come ogni giorno, a trovarla. Stavamo camminando verso il giardino quando ha detto:

“ Torniamo dentro, ho mal di stomaco”. Siamo tornate indietro e c’erano due sedie nel corridoio: “Mi sento male, vo a sedere su quella seggiola”

Ci siamo sedute, lei si è lamentata ed ha piegato testa e busto verso il basso come scossa da un conato di vomito. Poi si è accasciata all’indietro, sulla spalliera della sedia, con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Respirava a fatica e io le ho poggiato una mano sul petto:  il cuore mi pareva stesse ancora battendo, ma lei non rispondeva più. Una mano le è scivolata giù, mollemente, senza forza, l’ho presa, era morbida come insensibile, gliel’ho appoggiata sul ventre.

Il giorno prima, quando ero passata a trovarla, mi ha chiesto: “Dov’è il cane? Lindoro!”

E con un gesto di stizza ha piegato la testa e dopo un singhiozzo, ha pianto ed anch’io, un po’ di nascosto ho lasciato che mi scendessero le lacrime.

Lindoro, il cane di famiglia, non esiste più da oltre settantanni. La sua cuccia era in giardino, sotto il tavolo tondo che ancora oggi esiste. Fra la siepe di raspo e le rose dello ‘zio Nanni’ fa bella mostra di sé il suo piano in granito sostenuto da una gamba centrale cava all’interno: ed è lì che dormiva Lindoro.

Pochi secondi e ho richiamato l’attenzione di un inserviente. È arrivato l’infermiere, l’hanno portata in una cameretta a pian terreno, c’era un letto libero.

Pensavano di doverla ricoverare in ospedale. Sono giunti l’ambulanza, il medico di guardia, …

Ancora qualche minuto e l’infermiere è venuto a dirmi: “È in arresto cardiaco, cerchiamo di rianimarla!”

 

Ecco è così, dalla nascita alla morte, come in un attimo.

Intrecciando il rosso con la vita

INTRECCI – di Laura Casati

La rivedo spesso sull’aia di casa che intreccia serena i rametti di giunco per farne corbelli e ceste di varie dimensioni e per le  raccolte dei frutti della sua terra. Questa era mia nonna Fortunata, piccole mani che leggere e decise realizzano questi utensili per la campagna. Per lei era il momento del riposo dopo i lavori in casa o dell’orto ma la  sua mente era sempre vigile ed attenta e spaziava nell’infinito mondo della natura che lei adorava.

Lontano – di Stefania Bonanni

Oggi è stato giorno di partenze.

Se ne sono andati tutti. Qualcuno lontano, qualcuno lontano lontano lontano.

In posti sconosciuti, in case che non sappiamo, non è facile neanche immaginarli, là.

Fa ansia, lontano lontano. Fa venire l’ansia il pericolo del viaggio, pensare che possano avere problemi, il non vedersi, ma fa ansia anche proprio la parola “lontano”.

Eppure non significa poi così tanto. L’ansia vera viene quando siamo vicini vicini e si capisce che non si è mai stati più lontani.

“Lontano lontano, uno sguardo negli occhi di un altro, ti farà ripensare ai miei occhi, a quegli occhi che ti amavano tanto”. E questa era la canzone del mio babbo.

Cigolio – di Maria Laura Tripodi

Evoca tempi lontani, luoghi nascosti, abbandono.

Penso al cigolio che nel silenzio assoluto fa sobbalzare di paura.

Eppure il suono del ferro arrugginito che sfrega su altro ferro ha un suo fascino nascosto. Come se l’aver abbandonato l’uso di un oggetto lo abbia quasi fatto diventare qualcosa di diverso.

E’ la ruggine che corrode e distrugge. Ma i cancelli che cigolano raccontano la loro storia al di qua e al di là di essi.

Come un sentimento profondo che è stato a lungo ignorato e che al  risveglio grida il proprio disappunto per il tempo passato, ma anche la speranza per il tempo futuro.

Attracco – di Roberta Morandi

Una corsa nei campi, in mezzo al grano, laggiù in fondo la casa della nonna paterna coi suoi gerani rossi e il vaso di basilico sul davanzale della finestrella della cucina. Davanti un’aia di pietre sconnesse e consumate, zampettante di galline, a destra, venendo dal viottolo dei campi, il lavatoio, quadrato e grigio sormontato da una tettoia retta da quattro pilastri di mattoni rossi sbrecciati dal tempo, dove a fine estate vengono appesi grappoli di pomodori da inverno ( quelli che  si mettono in pentola quando si prepara il lesso), su una colonna si arrampica un roso dai fiori color pesca che diffonde intorno un intenso profumo.

Visioni……… un appiglio.

Una ragazzina bruna avanza correndo col suo abitino blu della domenica e un nastro bianco nei capelli. Quando si avvicina ci appare forte  e stridente il contrasto dell’abito della festa con gli zoccoli di legno ai piedi, fangosi quanto basta. Trafelata arriva alla casa, ci ripensa e cambia direzione, va verso il lavatoio, si sciacqua le mani e il viso sudato,  si riassetta i capelli, raddrizza il fiocco, sbirciandosi  allo specchio consunto murato fra i mattoni di una colonna, si avvicina ad una rosa ancora in boccio, l’avvolge con le mani e ne assapora il profumo, beata e felice nel suo vestito della festa: mia nonna, è proprio bella e fiera come solo una contadina dell’ottocento può esserlo…

Il mio attracco sicuro il suo ricordo.

 

L’àncora – di Rossella Gallori

Ho dato un posto ai libri di poesia che mi hai regalato.

Sono a sinistra, all’altezza del cuore,

tra i volumi “Gatti a pelo corto”

Sei stata la mia àncora ed ancora ti amo.

Poi, sei salpato per mari lontani ,

lasciandomi, pesante ed arrugginita, nei miei fondali.

Nessun rancore…..qui, ci sono pesci dai colori bellissimi…

 

Bicicletta – di Lorenzo Salsi

“Quanta strada nei miei sandali / quanta ne avrà fatta Bartali….. ” , ascoltavo questa canzone e pensavo.
Le immagini mi si accavallavano nella mente, come discorsi frammentati ed interrotti, perduti e ritrovati per concluderli.
La mia bici da cross, regalo di Natale, i miei compagni delle medie, la gita a Pontassieve, lunghissima, la bici di Sauro che si ruppe ed io che riuscii ad accomodarla col fil di ferro per farlo tornare a casa.
Ancora, pedalare con la “fidanzata ” di II° media come una coppia navigata .

E poi , il fiato del mio babbo che sentivo caldo sulla testa e sul collo quando mi metteva sul seggiolino “in canna” e la sensazione netta e pulita di protezione con le sue braccia che mi contornavano per tenere il manubrio.

Ah che tempi ! Allontanarsi da casa in bici “un viaggio” col solo sostegno degli amici, dei compagni di classe.
Ah che tempi ! Col babbo si arrivava poco lontano, o dal cugino meccanico o alla Nave a Rovezzano e si prendeva “la nave” serrata tra due funi per andar di là a Sant’ Andrea a Rovezzano.

Ah che tempi ! Il cartoncino nei raggi della ruota tenuto dall’acchiappino per panni …. sperando di imitare un motorino………. poi il motorino vero, la vespa, la macchina … distrussero tutto.

Antico – di Patrizia Casati

Un giorno ho deciso: via i quadri “antichi” o meglio quelli che mi ricordano il tempo passato.

Adesso alle pareti voglio solo quadri colorati, davanti ai quali le forme esprimono  tutto quello che provo in quel momento.

Voglio pensare all’oggi e scacciare l’antico.

Sì, per molti avere qualcosa di antico è un “pregio” per no.

Quello che mi attrae è il moderno: quadri mobili…..

Ricordo in casa mia negli anni 60 ci fu un cambiamento: in cucina, via il mettitutto ed ecco la cucina svedese di formica verde; in salotto via la lumiera di ferro battuto e tavolo di legno con gambe modellate, ed ecco tavolo e sedie e lumiera moderna.

Così da allora via l’antico e benvenuto il moderno!

Ascolto – di Tina Conti

Adesso riesco a ricordarti, vederti, sentirti. Ho pensato tanto alla nostra vita, ho capito tante cose.
Adesso che non ci sei ho capito cosa desideravi, cosa cercavi, sono pronta a rimettermi in gioco con attenzione diversa, ascolterò, mi ascolterò, farò tesoro dei silenzi e delle pause. Guarderò il mondo con occhi nuovi.

 

 

Rosso garanza – di Rossella Gallori

Lacca+di+garanza+(rosso+primario)ROSSO GARANZA[1]

Non mi ha schiacciata e nemmeno protetta dalla burrasca della mia infanzia, ma rimpiango quel nascondiglio, dove, obbiettivamente, se solo lo avessero voluto, mi avrebbero trovata e aiutata ad alzarmi, porgendomi mani e cuore. Non  l’hanno fatto e ne sono uscita da sola, una bimba quadrupede dagli occhi persi, senza una visione nitida dell’oggi e del domani, con uno zaino pesante dal nome “Ieri”.

E ci ritorno ancora  sotto  quel tavolo di “ MARMO ROSSO”,  che  poi tanto rosso non era  se non per una venatura color lacca di garanza, che lo attraversava nel grigio totale, più  un difetto che un pregio, era la passione di mia madre, quel trofeo da cucina, l ‘ unica cosa sua, che “QUELLI”, i tedeschi, diceva, non si erano portati via…..aggiungendo poi , facendo il gesto di sputar per terra:  meglio i gioielli, i quadri, le persone…maledetti.

Era il mio rifugio,  avevo e portavo lì tutto quello che mi serviva, anche di più: foto…pane  burro e sale ..un orso un po’  intignato…il libro Pinocchio ancora incartato del mio babbo, troppo prezioso per leggerlo, sgualcirlo….la scimmia di lana nera con la pancia rosa fatta da mia madre ( bruttissima) …due matite e una gomma che non usavo per non sciuparle, cose mie, solo mie , come il quaderno con la copertina lucida ed una radio portatile che funzionava male .

Poi ci ho portato anche quello che non avevo: sogni , progetti, ricordi, canzoni inventate, poesie fasulle  colori , carezze e baci…sì baci….tanti baci.

Gli scrittori, quelli  veri, sanno trasformare la bugia in realtà, un’idea diventa un buon romanzo, io, la mia verità non la so nemmeno aggiustare, porgere. Sembra tutto un unico ricordo, e quando questo diventa troppo pesante , torno sotto quel tavolo “NON ROSSO “ di marmo che chissà  dov’è; quando non dormo e la luna stronza non ha voglia di sparire, e è troppo tardi per dire buonanotte ad un amico e troppo presto per chiamarne un altro, quando la voglia di caffè  è forte come quella di un abbraccio, quando sono stanca dentro e fuori, quando il sole è troppo vigliacco per scaldarmi…ma più che altro, soprattutto  ….quando ho PAURA…

[1] garanza s. f. [dal fr. garance, che è dal franco *wratja, a sua volta prestito del lat. brattea]. – 1.Pianta tintoria detta più comunem. robbia2. Colore rosso ottenuto dalla radice di questa pianta.

La ragazza e la rosa

foto rosa

(foto Joseph Eldridge – Portfolio London)

Lorenzo Salsi: “Sei sangue di tutte le rose, sei pacata,elegante….. forse mi somigli”
Così Eleonora parlò alla rosa ed ebbe un sussulto quando alle spalle le si aprì la porta del giardino d’inverno.
“Se fosse davvero come te, sarebbe ancora più bella” disse, schiarendosi la voce, Oreste, suo  padre.

***

Stefania Bonanni:  Agnese, al secolo.

Una strana ragazza, sempre con gli occhi al cielo, ed i capelli al vento. Restavano impigliati nei rovi, quando correva nel bosco cantando, con la lunga gonna ricamata che spazzava la polvere. Ed i capelli ricci, neri e lunghissimi, restavano intrecciati alle more, come ragnatele.

Lei guardava il cielo, respirava il vento, cantava i versi degli uccelli, era una strana ragazza.

Non si stupì nessuno, quando decide che la sua vita sarebbe continuata in convento. Aveva corso tanto, tanto cantato, disse che bastava quello che aveva respirato, per riempire la vita futura.

Le lunghe mani bianche erano adatte alla preghiera. Tirò su con il naso il profumo delle rose,se ne riempi’ gli occhi, la gola, le orecchie ed il cervello, si sciolse i capelli e si girò verso chi era pronto per tagliarli.

***

Rossella Gallori: …non so se quel tavolo mi abbia protetto o schiacciato , so che era al centro della cucina…..

Lei arrivò in punta di piedi, forse mi somigliava, era un po’  come me, ma non fuori….dentro…era più  delicata nei lineamenti, nel modo di porgersi.

La invitai ad entrare nel mio mondo , un mondo tutto mio , quello che mi ero creata.

Vieni, le dissi, qui non ci vede nessuno, ma sei Annah  o Sarah, Miriam ???? decisi di chiamarti Leah …sì, mi piacque Leah .

Si nascose con me , divise  i miei incubi, le mie solitudini….giocammo ad essere vive,  facemmo anche un gioco semplice ,che ci inventammo così,  senza parlare…..si chiamava “ESSERE FELICI” …  li per li ci divertimmo poi con il passare delle ore ci stancammo.

Restammo a lungo , sotto quel tavolo, facendo rumore….ma nessuno ci venne a cercare, nessuno….rimase solo il profumo dei tuoi fiori , che diventarono anche i miei e non si seccarono mai.

***

Gabriella Crisafulli: Un autunno fuori stagione sfoggiava tutti i suoi colori e fiammeggiava il paesaggio di calore.

La bambina stava lì al sole, tutta concentrata, la testa china sul fiore appena raccolto, poggiato nelle sue mani. Le dita sottili e affusolate raccolte a formare un nido. Ad occhi chiusi assaporava la quiete di quel momento di libertà, lontana dai bambini della pluriclasse dove insegnava sua madre, che lei e la sorella seguivano al lavoro. Stava fra le vigne che non aveva mai visto in vita sua, in compagnia di se stessa, immersa nei sogni e nelle fantasie.

Una spina pungeva fra le dita.

***

Roberta Morandi: Un soffio, un alito, un bacio amorevole, una “cosa” dolce e profumata, un gesto antico in un istantanea. Immagine d’altri tempi che ispira lentezza e dolcezza, un’ immagine  lontana e fuori dal tempo: non io.

***

Chiara Bonechi: la ragazza lascia un fiore ad una persona cara. Prima di lasciarlo lo avvicina a sé, è come un abbraccio, un bacio, che mette in quel fiore per l’altro…
Pensa:
” Le ho colte nel giardino per te e te le dono con amore, quando saranno appassite, di nuovo ti donerò un fiore…il fiore che vive grazie all’acqua che succhia, l’acqua è vita…
Ma ora ti devo lasciare.”

***

Patrizia Casati: Perché sei triste? Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a quella pianta? cosa ti ricorda? ti manca qualcuno? Vedo la tua mano che sfiora quel rametto, perché così delicatamente? Hai paura di farti del male?

Una sensazione  di nuovo turbamento.

Lo senti il profumo? sembra che non ti faccia impazzire, anzi…..

Sei così triste…… perché?

***

Patrizia Fusi: Una giornata triste,un piccolo viso bello e acerbo.

E’ andata in giardino per poter trovare un po’ di serenità. Dal cespuglio selvatico di rosa canina coglie un ramo, lo tiene nelle mani con dolcezza e tenerezza, lo odora, quel profumo entra nelle narici e nella  mente, evoca ricordi dolcissimi, attimi che aveva trascorso in quel giardino quando era piccola, ricordi di giornate piene di luce, giochi vivaci con i fratellini e gli  amici, merende con dolci fragranti fatti dalla mamma.

***

Laura Casati: E’ la foto di una adolescente della prima metà del secolo scorso intenta ad odorare un mazzo di rose bianche. I fiori le sono stati donati da uno spasimante che ha visto di sfuggita qualche volta uscendo da scuola. Il ragazzo un po’ più grande di  lei l’ha seguita in bici, a dovuta distanza fino al cancello di casa, senza aver il coraggio di importunarla. Le rose le ha trovate stamattina al ritorno  da scuola, legate con un bel nastro e una dedica tra le sbarre del cancello.

***

Aldo Bombaci:

Come un calice di cristallo

stavano le mani della giovinetta,

e delicate cingevano lo stelo

nel porgere al suo volto ambrato

il bianco bocciolo.

Dolcemente il viso declinava

e con la leggerezza della farfalla

 in aria le labbra avvicinava sul novello fiore,

 ed il profumo ne assorbiva

 nel contemplare dei casti petali

 la bellezza.

***

Maria Laura Tripodi: Il profumo in quel giardino era intenso. Assaporavo gli aromi di quella primavera inoltrata con i palmi delle mani sulle guance e i gomiti appoggiati sul davanzale della finestra. Bevevo la luminosità dei colori mentre assorbivo tutto il loro fascino.

Poi ho sentito il cigolio del cancello che si apriva.

Sei entrata quatta quatta, quasi timidamente. Sembravi uscita da un altro tempo.

Mi sono chiesta quanti anni potevi avere.

Eri una bambina che camminava verso l’adolescenza? Forse eri una donna che avrebbe voluto ritornare indietro?

Ti ho osservata a lungo mentre ti immergevi nel profumo di quel fiore bianco.

Sembrava che tu stessi cercando una risposta.

***

Emilia Caravaggi: Una ragazza dallo sguardo dolce, semplice eppure molto significativo malinconico, di altri tempi direi. Il viso illuminato dalla luce della finestra e la rosa selvatica bianca, che sta annusando con delicatezza, sembra aggiungere più pallore a questo bel viso sconosciuto. E’ una foto antica come traspare dal vestito che indossa e dalla stessa foto in bianco e nero ormai quasi in disuso. Mi ricorda molto alcune foto della mia mamma, della nonna, delle zie da giovani e mi affiorano subito dei ricordi belli, sereni, malinconici e di quando ad un mercatino dell’antiquariato mi sono fermata ad un banco pieno di foto antiche con personaggi sconosciuti ma che hanno attirato la mia attenzione per l’espressione del volto. Ne ho comprate diverse pensando che avrei potuto incorniciarle ed appenderle in camera o in salotto e guardarle ogni tanto. Magari tornare indietro nel tempo quando i ricordi erano ancora belli e sereni.

***

Nadia Peruzzi: Era mattina, una bella mattina di maggio di quelle in cui il sole gia’ si fa caldo, ma senza esagerare.

Inès si era appena svegliata ma oziava a letto, quella mattina .Non si decideva ad alzarsi. La notte era stata lunga. Aveva ballato e cantato. Aveva riso, sopratutto.

Era uscita con le amiche, ma nel locale in cui erano andate le aveva perse di vista.

Aveva incontrato Antonio, un suo vecchio compagno di liceo. Alla fine del primo anno ,la sua famiglia si era trasferita in un’altra citta’ e lei non lo aveva piu’ visto, fino a quella sera. Era tornato da poco, le disse, per un incarico come cronista presso il giornale per il quale aveva lavorato, per un periodo, anche suo padre.

Inès aveva faticato a riconoscerlo. Nel ricordo era un biondino slavato e brufoloso, mentre adesso aveva di fronte un giovanotto alto e robusto con un bel ciuffo di capelli castani. Solo gli occhi, vivaci ed espressivi, la riportarono a lui ragazzino. Successe subito qualcosa fra loro. Una scintilla, una energia positiva li avvicino’ e non si staccarono per tutta la sera .Ognuno voleva sapere dell’altro, per colmare il tempo che mancava per collegare ieri a oggi! Si scopri’  felice, Inès .Ballo’ come non aveva ballato mai. Rise, come non aveva fatto mai. Si ritrovarono pure a cantare le canzoncine della loro infanzia, anche quelle buffe e sceme, per riderci sopra come matti.

Si fece seria solo quando lui la bacio’ sulla soglia di casa mentre le diceva che l’avrebbe richiamata l’indomani.

Temeva che tutto svanisse nel sonno e che l’alba che stava facendo capolino avrebbe pian piano cancellato la realta’ della notte precedente .Temeva, al risveglio, di non ritrovare altro che il vuoto della solitudine che l’aveva accompagnata negli ultimi anni.

Si crogiolo’ nel tepore del letto cercando di riannodare i fili della notte precedente. Aveva bisogno di conferme al suo desiderio di vita. Si alzo’ , vide la rosa che Antonio le aveva regalato. Se la porto’ al viso per berne il profumo. Non era appassita,era ancora velluto profumato. La bacio’ con delicatezza per paura di sciuparla. Non era piu’ solo un fiore. Era una promessa che sapeva di cose buone.

***

Alessandra Sarti: Momenti antichi,una vita passata a volte difficile, ma dai tuoi ricordi felice. Anche tu sei stata piccola. Non ci avevo mai pensato. Non ti ho mai visto così.

***

Ivana Acciaioli: Niente appariva niente scompariva la sua giovane esistenza era tutta lì raccolta in quel  tenue pungente fiore.

e poi………..

Un fiore può uccidere?
Guardava la figlia in giardino assorta in quel gesto amorevole, ma non poteva cancellare il desiderio morboso che aveva di lei.
Quel fiore che lei odorava con estrema purezza lo faceva sentire un mostro e prima di commettere errori imperdonabili, si avvicinò la pistola alla tempia.
La figlia inconsapevole depose una stessa rosa bianca sulla sua tomba.
Il ricordo del padre era salvo.

***

Tina Conti: Teneva fra le mani,quelle belle mani lunghe  e affusolate un piccolo mazzolino.
Piccole rose  chiare, foglie leggere composte con amore e delicatezza.
Bianca, un giorno di fine estate era tornata alla cascina dove aveva vissuto la nonna, tutto era rimasto uguale, il pergolato di uva fragola davanti alla cucina, il fico verdino che faceva ombra al pozzo e dietro il fienile, arrampicato  sul muro il bel roseto bianco pieno di corolle morbide e tremolanti.
Bianca  non aveva resistito al desiderio di avere nuovamente alcune fra le mani per  ricordare  quel profumo di giorni spensierati  e allegri  di voci delle cugine e amiche  e il richiamo della nonna per la merenda.
Adesso stringeva e accarezzava quel piccolo gioiello, era la rosa della sua nonna.
L’avrebbe  fatta vedere  a sua figlia al ritorno da scuola e insieme si sarebbero strette in un  abbraccio silenzioso e pieno di ricordi.

***

Miriam Pavi: Irene. Era il 1955 e Irene si trovava nella scuola-collegio da quasi cinque anni, il tempo necessario per portare a termine il liceo.Era approdata in quel convitto perché nell’isola in cui viveva non c’erano le medie superiori ed i suoi genitori erano legati a quel territorio dal loro lavoro. Quasi bambina, aveva  colto l’opportunità di andarsene verso una grande città anche se questo significava lasciare la luce ed i profumi della sua isola e vivere quasi reclusa in una struttura tenuta da religiose, ma ogni cosa ha il suo prezzo e questo  era quello da pagare per poter allargare il suo mondo.

Irene era minuta, esile, flessibile come una canna di bambù e proprio la flessibilità unita alla capacità di vedere il meglio del qui ed ora  erano alla base della sua grande forza. Queste caratteristiche le avevano permesso di vivere gli anni scolastici con leggerezza se non proprio con allegria: a volte era davvero duro sopportare l’ottusità di suor Celeste o le  manie persecutorie di suor Pochina… certo questo nome che le era stato affibbiato prendendo i voti, doveva aver contribuito non poco alla sua rancorosità! Anche fra le sue compagne di studi c’era un universo di buono e di cattivo: c’erano amiche leali, ragazze fragili ed anche adolescenti carogne ma Irene aveva capito che tutto in quel luogo ed in quel tempo era a termine, lei si sarebbe diplomata e dopo, maggiorenne e finalmente affrancata dall’altrui guardia, avrebbe fatto medicina! Così erano passati gli anni scolastici, durante l’estate Irene tornava alla sua isola e là, il sole, il vento, il profumo del rosmarino la  riempivano nuovamente dell’energia necessaria  per affrontare l’inverno…

Questo rammentava Irene in quell’ultimo giorno di scuola mentre nel giardino dell’Istituto si guardava attorno per portare via con sé in un flash i suoi ultimi cinque anni di vita, poi volse gli occhi verso il muro del collegio e vide la pianta di rose addossata alla parete. Si avvicinò al fiore e con delicatezza lo accolse fra le mani: spine e profumi  come erano stati i suoi anni. Avvicinò le labbra quasi in un bacio di gratitudine, inspirò profondamente e , ancora non strutturata dalla vita, Irene percepì il profumo del mondo con il suo cervello antico…non aveva bisogno di altri sensi per immaginare il suo futuro!

***

Germana Fantini – Sophie. Come il cinema riesce a coinvolgerli.

Questa bella immagine di dolce fanciulla che annusa sfiorando con il naso la rosa bianca che tiene tra le mani non si può  chiamare altro che Sophie.

Mi riporta indietro con gli anni, quando ho visto questo film “la rosa bianca”,

Che mi ha coinvolta emotivamente e ricordo ancora di essere uscita dalla sala cinematografica rossa di rabbia e di passione, e ancora di più voglia di giustizia.

Il film è un fatto vero, si svolge a Monaco nel ’43 in pieno clima di oppressione hitleriana.

Un gruppo di universitari formano un movimento chiamato La Rosa Bianca, entra a far parte del gruppo Sophie, unica donna che insieme al fratello e ad altri componenti del movimento verranno scoperti dentro l’università a distribuire volantini contro la dittatura, verranno scoperti dalla polizia di Hitler, la Gestapo, e così segue un interrogatorio con un ufficiale affascinato da questa giovane donna che tenta di scagionare se stessa e il movimento in maniera ironica e decisiva.

L’ufficiale colpito da questa ragazza, dalla sua fierezza e sicurezza  riesce quasi a convincersi, ma le prove sono schiaccianti, e l’ufficiale arriva a proporle che se rinnega le proprie idee non verrà,  e non verranno condannati a morte lei, suo fratello e un ragazzo facente parte del movimento.

Ma Sophie e gli altri ragazzi con grande coraggio finiranno decapitati (all’epoca di oggi non si sa cosa vuol dire).

Quando vedo le rose bianche, di qualsiasi qualità esse siano io acquisto Sophie, e quando le metto nel vaso di fiori in casa quel mazzo è l’angolo più bello della casa.

La mia cara Sophie vive ancora in me e suscita grande emozione.

***

Elisabetta Brunelleschi: La tenerezza non può mai essere sola, è uno scambio tra esseri umani: guardarsi, sentirsi,piegare la fronte, avvicinare una mano, sfiorarsi, …