Un attimo di luce

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(Caravaggio)

Tina Conti: A lume di candela

Intorno al nostro consueto tavolo coperto di rosso, siamo passate lentamente dalla luce esterna di un grigio pomeriggio alla luce di cinque lumini.
Posati tutti in fila sullo stretto vassoio davanti a noi.
Prima un certo spaesamento poi un graduale adattamento di sguardi, ombre, attenzione.
Tutto per me è lentamente cambiato, mi sentivo in un luogo antico, fatto di forme nuove, di volti e oggetti che dovevo riposizionare, contornare.
Sentivo e vedevo un gruppo di persone  che comunicavano fra di loro  come in un dipinto di Caravaggio.
Il pittore nelle sue opere ci ha fatto vedere il suo mondo, quello che lui vedeva, odorava , sentiva  e come la realtà fosse creata dalla luce dei lumi di allora.
Ancora oggi davanti ai suoi lavori sentiamo  le emozioni di quei corpi ,la  loro vicinanza, il calore e il buio intorno. vediamo le vesti,  avvertiamo gli stati d’animo del momento
Anche  ora avverto che tutto si acquieta, si illumina il cuore, si indirizza l’attenzione in quello spazio, su quella luce, su quei suoni e rumori. Vedo colori caldi spalmati ,arrotondati mai violenti. Sento un’intimità nuova un fluido diverso: quello dell’attimo.

Nella neve le luci promettono il Natale

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Nadia Peruzzi: La notte di Monaco

I fiocchi di neve scendono fitti fitti, nella notte di Monaco, a creare un clima magico. Una anticipazione di Natale, inattesa e tuttavia più che gradita. Nelle case piccole luci si accendono. Alcune fisse e troppo forti, tanto da tradire l’artificio. Molte si affacciano ai davanzali, tremule, altalenanti ma calde. Fanno casa, attesa, consuetudini, affetti, accoglienza.

Sono partita per far visita ad un’amica che non vedevo da qualche tempo e per mettermi un po’ dietro le spalle un periodo triste, denso di assenze.

Il viaggio in treno quasi ti culla. Prepara lentamente al nuovo che sta arrivando, e aiuta a far scivolare via, man mano, quello da cui stai un po’ cercando di scappare. Ogni cambio di paesaggio sa di promessa, di novita’  che stanno per arrivare.

La neve poi, quella sì, mette allegria.

Bei giorni di visite, chiacchiere, di calore amicale ritrovato e rinsaldato ad ogni momento.

Sulla via del ritorno intenso e struggente il desiderio che di quelle luci che hai visto a punteggiare quell’anticipo di Natale almeno una si possa accendere a rischiarare il rientro a casa.

Avrei voluto trovarne una tremolante sulla finestra del salotto. Avrei voluto che fossero le tue mani,  non più salde, ad accenderla per darmi il benvenuto  in un soffio anticipato di calore e di gioia, sapendo quanto ti avrei raccontato  dei giorni passati lontano.

Un pensiero fugace.

Si è spento in un soffio, come una candela.

Quella fiammella a casa non c’è più nessuno che possa accenderla.

Anche la tua luce si è spenta e di te rimane solo ricordo!

I lumini fanno pensare…..

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Carla Faggi: Preghiera laica

 Dare un senso alla mia vita…..

Non ho figli, non lascerò niente.

Sarò passata e sarò dimenticata.

Ho tanto amato ma non basterà a ricordarmi.

Ho amato i miei genitori, la mia famiglia.

Ho amato i miei cani.

Ho amato e amo tantissimo mio marito.

Ma tutto questo non basta. Non lascio niente.

La religione non mi aiuta.

La politica non mi ha aiutato.

Dare un senso alla mia vita….

 

Fiamme nel caminetto

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Mirella Calvelli:   I LUMINI E IL CIOCCO

Un pezzo di legno di quercia richiama l’inverno e un caminetto acceso.

L’odore del legno che arde, l’ipnosi della fiamma e l’intimità che si è creata fra noi due quella sera di dicembre.

Una giornata bellissima, con un sole splendente, ma fredda…e la sera quando il tepore ci ha lasciato infreddoliti nella grande cucina abbiamo acceso il camino della stanza a fianco.

Un grande tavolo di marmo con una grossa spaccatura su un lato mi colpisce.. chissà quanto avrà fatto da appoggio, da piano di lavoro, quanta memoria e segno del suo tempo.

E mentre ti occupi della fiamma che non faccia fumo, che non si affievolisca, che abbracci il legno ma lentamente…io inizio a preparare la nostra prima cena insieme in intimità.

Gli odori si spandono nella stanza velocemente, mentre la fiamma bluastra del fornello è quasi l’unica luce in quella grande cucina, fatta eccezione per una pila bloccata su un vaso ci illumina come fosse una guardia giurata e pare che dica ..chi è là?

Noi due solo noi due che sfaccendiamo per preparare la tavola, e che sia tutto perfetto. Intanto il fuoco crepita e scoppietta allegramente, sprigionando colori intensi di rosso, giallo e arancio ed emana calore.

I vetri si appannano a causa della grossa escursione termica ed iniziano a piangere, rigandosi fino a quando le lacrime si staccano con un tuffo e toccano terra andando a formare una piccola pozza d’argento che anche lei brilla alla luce del fuoco.

Tutto è pronto…adesso accendo le decine di candele che ho portato per l’occasione, sul bordo del camino, ai lati della stanza, sotto al tavolo sull’asse orizzontale fra le due grosse zampe leonine.

L’atmosfera è magica le luci si confondono, si intrecciano, tremano e creano ombre.

Distendo quella coperta dorata..pannolano o cardano la chiamavano?

Comunque è comoda adagiata qui davanti al camino e via via perde l’umidità che tratteneva e anche quell’odore un po’ di muffa, di stantio, di abbandonato…

La cena è pronta, ma non abbiamo ancora voglia di mangiare…si fredda, mi dici..ma non credo sia importante .

Il tuo corpo mi scalda mentre il camino imperterrito fiammeggia.. Lo sento ..lo avverto  diretto e quando mi sposto mi raffreddo..Mi fa sudare e poi mi rinfresca…le luci delle piccole candele “i moccoli” presenziano silenziose, testimoni oculari di quella nostra sera.

All’improvviso, un tonfo…, la torcia cade facendoci sobbalzare…chi è là? …Noi sempre noi …e ridiamo, era da tanto che la parola “noi” non assumeva un significato così appropriato.. saranno state le luci a renderla così intensa e ricca di un nuovo significato.

 

Riflessione

Una riflessione di Lorenza:

“A lume di candela non si guarda né donna né tela”. Questa frase l’ho sentita spesso dire da mia madre. Lei sosteneva che la luce fioca della candela nascondesse i difetti. Invece Cecilia stasera ha volutamente cercato nelle nostre emozioni, non certo i difetti, ma qualcosa che era nascosto. Celato dalla luce forte, aspra del neon. Penso che nelle sue intenzioni ci fosse quello di portare alla luce, cioè in superficie, quella che era giù, nascosto. Non per il significato al negativo, ma per migliorare le relazioni fra noi. Probabilmente aveva avvertito, nel suo cuore come dice lei, che qualcosa c’era da dire. Forse è importante o forse no, ma era necessario che fosse fatto. Non so se questa esperienza cambierà, e in che modo, il nostro modo di rapportarci ma penso sia stato un bene. Perciò questo è già un ottimo motivo per farlo. Da oggi guarderò la luce della candela in un altro modo, già  la amavo, ora di più.  

 

Grazie, merci, thank you, muchas gratias….a tutti

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Monica Baldi: grazie!

Questa parola…grazie…così sgraziata, invece, così inadatta esprimere il sentimento che provo…Certo, thank you non è molto meglio,…forse merci…merci beaucoup, con quella “ci” che è come un si, un suono dolce, sussurrato…

Io provo questo SSSSSSIIIIIII per questo gruppo e per  Cecilia; nonostante la luce, che davvero è molto brutta, al neon, (grazie un tubo, anzi grazie del tubo…) però mi si allarga un SSSSSIIIIIIII per lo spazio che si apre, dentro e fuori, spazio di cuore, di fantasia, di scambio, di calore, per tutti gli spazi che si intravedono, paesaggi che visitiamo, odori che annusiamo attraverso le penne di tutti…per quello che sveliamo, riveliamo e anche per tutto quello che rimane velato mi fa capolino da qualche parte, e ci offre l’opportunità di ripensarlo, di tirarlo fuori, di guardarlo e dire: – Ah, anche tu allora eri là dentro questo mistero che è la mia testa.

E comunque muchas gracias a todos…very much!

Alla luce delle candeline

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Chiara Bonechi: Candeline e immagini

Vedo…vedo tante tante candeline… Auguri!

Barbara ha disegnato una veggente che carezza e scruta una palla di vetro.

E’ un bellissimo disegno su cartoncino nero…

Era così quel biglietto per i miei 50 anni, ed erano tutte in quella palla di vetro le cinquanta candeline che dovevano ricordarmi quei tanti anni che allora non avrei voluto e che ora, che li ho passati da un bel po’, vorrei tanto.

Guardo ancora le candele allineate sul vassoio verde smeraldo, sono tutte accese e la memoria continua ad inviarmi immagini che rivedo con nostalgia.

Sono i lumini che la zia metteva nella serra dei limoni, sono le candele in chiesa, sono il gesto con cui si accende lo stoppino mentre dentro  nasce una preghiera…

e poi sono una strada o una pista di atterraggio dove la luce guida gli aerei di notte.

La luce…

Vorrei che la luce guidasse i genitori nelle scelte per i loro figli, i figli nelle scelte della loro vita.

 

Il calore della stufa

 

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Maria Laura Tripodi: Calore

Ho ancora ben presente il profumo tipico che rilasciava la cucina economica. La mamma stendeva  i panni umidi di piccole dimensioni su un aggeggio che stava attaccato al tubo della stufa e che si apriva a raggiera. E poi a volte c’era il profumo del pane, messo a biscottare al calore che piano piano si affievoliva e infine si estingueva.

Quella era l’unica fonte di calore per tutta la casa con il risultato che nessuno di noi bambini si sarebbe voluto allontanare dalla cucina. Anzi no: il letto gelido, nelle stanze gelide  veniva stemperato con un mattone scaldato dentro la stufa e poi avvolto in un panno.

Quando ho imparato a scrivere,  qualche volta, quatta quatta e incurante del freddo, mi costringevo a uscire dal calduccio del letto. Per non svegliare gli altri non accendevo la luce: al barlume incerto di una piccola candela affidavo i miei pensieri a un quadernino che  mi avrebbe accompagnata per tutta la vita.

Le candele dappertutto

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Rossella Gallori: Potevi aspettare mamma!

…Menomale…ha smesso di soffrire…forse ora sta meglio….tu non ce la facevi più,  vero?

Corro lungo via De Pucci, è la fine di ottobre,  fa freddo , ho poco addosso  ed ho dimenticato l’impermeabile a negozio…

Ho la divisa, sono mezza, zuppa,  dentro e fuori…arrivo:  è già “incartata “…MI POTEVI ASPETTARE, NO MAMMA????Potevi soffrire un altro po’ , tanto ci eri abituata!”.

Il lenzuolo bianco era pronto da sempre, loro lo hanno usato e nuda ti ci hanno posata, piegata  da un lato…..

Entro, le candele sono per terra, c è un profumo nell’aria  che a confronto la marijuana  è una caramella di menta….candele per terra ….tante, la fiamma si riflette sulle pareti . Dicono che tra poco viene il rabbino, io francamente me ne infischio,  piango ….eppure lo sapevo”…. ma se anche si sa si soffre forse meno? Raoul mi porge un asciugamano,  ….ma sono bagnata dentro

“Avevi detto che morivi , quando non ero a lavoro!”

Arrivano le vecchiette, una ad una , “era tanto  giovane!” ma a 86 anni siamo ancora giovani?

Ho fame, ho sempre fame quando ho paura, lo stomaco mi si è chiuso solo per i grandi amori, ma  solo all’inizio, poi ho ripreso sempre  a mangiare …e non c’è più  cibo nella stanza di mia madre, ed è venerdì  e le macchiette del caffè,  sono ebraicamente spente.

Il profumo diventa odore, odore di fumo, perché  quando si è  soli dentro, si percepisce di più…..Brucia il mio silenzio, brucia il mio non capire le preghiere e brucio io, con le candele accese …che in silenzio mi dicono che  la mamma è morta.

Luce tremula

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Roberta Morandi: Candele alle terme
Marmo rosa, fiammato, come le candele accese sparse un po’ dovunque: sono tante, 20, 30 o forse di più, alte, basse, tonde, quadrate, ce n’è una a forma di piramide più alta delle altre che riflette la sua luce tremula oltre le pareti, sono sulla vasca idromassaggio,  sulla panca in legno di faggio di fianco alla sauna, sul lavandino, e poi per terra, sul parquet in noce…  E nell’aria un vago profumo di lavanda, ma non forte, tenue, discreto come la luce tremula delle candele.
Solo candele a dichiarare il bagno e a lanciare ombre sulle pareti: Laura e Alberto nudi nell’idromassaggio, brindano con un calice di vino rosso, non bollicine, banali e anche un po’ volgari, si perché il vino rosso si addice meglio allo sfavillare delle candele e a loro due.
La luce un po’ soffusa e tremante scolpisce i loro corpi di ottantenni innamorati e lievi, li proietta come ombre cinesi, sulle pareti e ondeggiano come le candele.
Lui osa una timida carezza su quel corpo che conosce così bene: ogni piega e ruga, e ogni piccola imperfezione lui l’ha accompagnata nel suo percorso: ogni volta è piacevole sentire sotto le dita che è sempre lì al suo posto, sempre uguale e pur sempre diversa e ancor ora sussulta …

I lumini

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Stefania Bonanni: Le lucine accese

Se c’è una candela accesa, significa che c’è qualcuno che vuole accesa una lucina, vicino a sé. Che si può anche vedere dal bosco fitto, dietro la tendina della cucina della Nonna di Cappuccetto Rosso, e si sa subito che lei è lì, per te che arrivi.

O si può accendere in una chiesa, ai piedi di una statua che non risponde, ma magari è come te, sarà contenta di una fiammella vicina.

Una candelina per guardare la cera che si disfa’, che cambia forma mentre scivola giù dal candelabro, ma non sparisce. Cambia forma, non è più liscia e profumata, ma arricciata è bellissima, conserva memoria di candela gioiosa.

Una fiammella accanto ad un mazzo di fiori finti, sola cosa viva in un mondo di morti, a dire che l’ho accesa, per farci compagnia.

Una fiammella che si conserva negli occhi. Non soffiamo.

Alla luce delle candele

 

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Ivana Acciaioli: Nel canto del fuoco

La nonna amava sedere nel canto del fuoco, sembrava un po’ strega ed un po’ regina.
Mi chiedevo come non si bruciasse su quella piccola sedia impagliata così vicina ai ceppi ardenti e alle linguacciute fiamme. Ogni sera era lì a rammendare,  a lavorare a maglia, a sbucciare mele, a schiacciare noci, a pisolare.
Ma la sera della Befana la sua postazione si animava per la nostra attesa; all’improvviso calava dal camino una caramella, si affacciava appena poi spariva; noi bambine con gli occhi lucidi e le mani coraggiose cercavamo di catturare nell’attimo migliore, senza bruciarci, quel piccolo regalo che la Befana  “cacava” come diceva la nonna.
Quando arrivavamo vicine, l’ambita preda scompariva in alto nel buco nero del camino; il gioco durava a lungo e la Befana ci appariva crudele.
È stato difficile capire come facesse la nonna a manovrale il magico filo.

Ivana Acciaioli: Melania e le sue candele 

L’odore dei miei figli è la cosa più preziosa che ho smarrito in casa mia. Per un po’ è rimasto nelle loro stanze, poi, con mio grande dispiacere, si è affievolito fino a scomparire.
Quando li abbraccio, li annuso intensamente per trattenere il loro aroma personale.
Se entro in casa di mia figlia mi accoglie il suo odore; aspetto per tutto il viaggio in treno quel momento in cui il suo inconfondibile profumo mi arriva dritto dalle narici al cuore.
Poi lei arriva dal lavoro e accende le sue amate candele profumate, io respiro a  malincuore perché la mia candela profumata è lei, con  una fiamma intensa che in me non si spengerà mai.

Ancora a proposito di limoni

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di Cecilia Trinci:

“Se puoi …ricordati……magari solo una bagnatina ai limoni”

E come no?

Che sarà mai una bagnatina? e come negarla ai quei limoni in conca, sotto il solleone maremmano e poi come negare un piccolo favore a un babbo rimasto forzatamente lontano dalla sua terra?

Solo che le conche in questione non sono proprio vicinissime al cancello. Si deve attraversare tutta l’aia per raggiungerle, e fa caldo…e la terra è secca in quei vasi solitari. Non ci abita nessuno in quel che  resta della casa ma il giardino davanti deve essere accogliente, curato, come se aspettasse sempre qualcuno. E i gerani manifestano chiaramente disagio, mi guardano attraversare l’aia con quei secchi colmi, che gocciolano acqua dondolando……I fiori, ancora coraggiosamente rossi, mi guardano, muti, ma con un innegabile senso di rimprovero. Ho sete, stanno dicendo! Sì lo so…..allora darò da bere anche a voi! E così i secchi si riempiono, uno dopo l’altro e si svuotano, uno dopo l’altro.

Quella “bagnatina” diventa una performance agricola, una sfacchinata serale, un “ho quasi finito, mi ci vogliono solo altri tre….quattro….facciamo dieci….secchi e poi andiamo” . Ma la sete delle piante nei vasi d’estate è un ricatto, una spina nel cuore. Non smetteresti più, ti immedesimi in quei cocci roventi, in quelle radici attorcigliate nella terra bollente e annaffi. Alla fine ti prende la gioia della buona azione, della crocerossina da giardino che arriva con la flebo a mettere in salvo i moribondi fioriti.

Così si fa quasi buio, aggiungendo dolori misti all’artrosi incombente.

Alla fine si sale in macchina, con le avanguardie dell’esercito di zanzare che avanza, svegliate dall’umido ricostruito in zona. Si chiudono i finestrini e si parte proprio quando sarebbe bello restare. I limoni in conca hanno bevuto.

La gioia è sapere che gli potrò rispondere: “Sì sì, babbo, tutto ok!”

Quanto mi piacerebbe poterlo ancora sentire, la domenica sera: “Ce l’hai fatta a dare una bagnatina ai limoni?”

E poi il cavallo c’era davvero….. ovvero I percorsi della memoria – di Rossella Gallori

Martedì,  l’ultimo di novembre,  fa freddo….ma non tanto, il tempo non ci ferma….e chi non  c’è …ha sicuramente un buon motivo per non esserci.

La nostra stanza è calda, accogliente nella sua semplicità …trionfa il rosso, la cioccolata, la carta scritta e quella da scrivere…..appare un cestino di limoni, un pareo coloratissimo lo segue…sensazioni,  le nostre, le mie….poi,  per una strana magia appare “un caffè dal profumo prorompente……una radio…”

Ed io non ascolto più  niente e nessuno,  parto per un viaggio, solo mio….non sono all’Antella, sono lì dove sono nata, dove son stata spesso all’ombra del nulla…non era un palazzo popolare ed anche casa mia era un bella casa ….non un appartamento che no, non mi piace,  la parola “casa” fa famiglia….ed appaiono per incanto i miei vicini  …venuti dal sud con un buon lavoro,  due lire in tasca, e la voglia di dar da bere,  da mangiare,  in questa città senza mare. Mi  rivedo per le scale scalza, sempre un po’ in fuga, soprattutto da me, il croccante da Vincenza, le fave secche da sgranocchiare, sconosciute a noi fiorentini,  il marzapane dei Basiricò  ed il perenne odore di limone di casa loro…….

Mi fermo, la matita sospesa in aria, qualcuno ha già  scritto,  io……non posso e non voglio fermarmi, perché lei è li alle mie spalle, come sempre mi domanda “ E IO ?”  sento un profumo di caffe,  così forte da sentirne gli spruzzi uscire dalla caffettiera….Si mia madre è li ….viva e presente con i capelli crespi, la carnagione olivastra,  le calze trasparenti, le scarpe più vecchie per casa  “OH CHE SI PORTA LE CIABATTE IN CASA?!?….” Sta stirando sul tavolo  di cucina, una scodella di acqua e caffè per rinfrescare il  pantaloni, voglio pensare del babbo …ma non so se è probabile, forse era già  da un’ altra parte….. stira,  il lenzuolo bianco un po’ strappucchiato,  ma pulito sotto la COPERTA…..una grossa coperta di feltro…blu? No non solo blu,  ora me lo ricordo blu e grigia a righe….La sento ancora dire ridendo …”LA COPERTA DEL CAVALLO,  SIEH I’ CAVALLO”

E a questo punto mi arriva il tarlo, un tarlo grosso e grasso….che cavallo ??? Mi vorrei arrendere, ma arranco nei ricordi, quelli veri, quelli presunti  tra verità e bugie ….mia madre aveva una fantasia nel raccontare le cose  che sicuramente sarebbe piaciuta al più bravo degli scrittori.

Stirava,  con una forza da scaricatore di porto e la delicatezza di una liutaia …sorrideva nel nulla mentre la nonna incalzava “LA COPERTA DEL CAVALLLLOOOOOO”

Negava mia madre, l’esistenza di quel cavallo adducendo alla famiglia del marito anche il fatto di  averlo mangiato…se mai fosse esistito.

Lascio l’ Antella….è tardi …scendo le scale, no prendo l’ascensore, sono sola, sento uno strano odore,  direi un po’ di stalla, odo un nitrito….questo mio scrivere mi spappola il cervello, che già  non  è un granché .

Torno a casa con quel cavallo che non si sa se sia mai esistito…

Il mio peggior difetto è quello di non voler mai fare progetti….è una parola che non mi piace….eppure svegliandomi mercoledì,  ripenso al mio scritto del giorno prima…..e a lui !!!!! Ma c’era o non c’era questo benedetto cavallo?????

Chiamo mio fratello, lo sento poco, siamo stati tre figli unici noi tre….è andata così inutile ripensare,  rimuginare…..gli dico che mentre scrivevo una piccola storia,  mi è apparso un animale, un cavallo……e “CHI CIRILLO O JACK?” mi dice lui.

Ho voglia di riattaccare, mi prende per il culo,  lo fa sempre …..poi aggiunge fatti alle parole: Cirillo era un morellino nero,  da sella, il cavallo del babbo, fu quello che ci riportò da S. Casciano a Firenze alla  fine della guerra, cadde, poverino, eravamo in sei su quel calesse,  cadde poverino …Jack era rimasto in campagna lo avevamo regalato….a chi ci aveva nascosti dai nazisti per tanti anni durante la guerra, alla balia di Gerardo che fu allattato per pochi mesi prima di morire, la mamma non aveva latte …..ma lo sai Rosy ….forse ci son anche delle foto…….

C’è una scatola sull’armadio, non l’apro mai …foto buttate lì senza data, residui di retate fisiche e morali….gente che non conosco,  che non riconosco. Poco di prima di me, niente di me, qualcosa di qualcun altro …. Ed ecco che appare Cirillo,  si è lui lo so,  voglio che sia così, mio padre è in sella, sarà il ‘38 …il ‘40???

Non lo so, ..sono confusa,  un po’ contenta ed un po’ triste, l’ho appena conosciuto e devo già seppellirlo lasciarlo…era un mio antenato,  uno di famiglia uno che ha aiutato i miei…..ed io come sempre …ancora non c’ero…….come sempre sembra che tutto sia accaduto prima di me, il peggio ma spesso anche il meglio…..come Cirillo,  come Jack, come un fratello sconosciuto, come un padre forte e sano e perduto presto…come come…come.

Oggi scrivo abbastanza tranquilla, ho acceso una candela per Cirillo….sono piena di dubbi…la mamma sapeva di questo cavallo e della sua coperta, perché negarne l’ esistenza, perché  non parlarmene….e la nonna,  poteva farmi vedere quella foto….Ma in casa mia  è sempre stato cosi,  fantasmi, silenzi, bugie per amore,  cattiverie per bugie…una mamma stanca,  un cavallo, forse due …dei fratelli troppo grandi …che son stati nascosti alla vita  per troppo tempo, senza colpe, marchiati  dal caso..dalla cattiveria…..poi arrivo io….e forse è troppo dopo….

 

 

 

 

I limoni e le storie

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Carla Faggi – L’isola dei limoni

L’isola era come una prigione, bellissima ma sempre una prigione.

Armandino, un giovane di undici anni, così pensava, mentre, seduto sul muretto di fianco alle mura del parco della grande villa, guardava assorto i traghetti che portavano nel continente.

Amava quel posto, quel muretto di pietra che giornalmente lo accoglieva, le foglie del limone che si affacciava dal muro. Quel profumo intenso dei frutti maturi. La brezza marina che lo rinfrescava.

Ma principalmente amava guardare i traghetti che partivano ogni giorno verso chissà quali avventure, e quante storie e sogni si portavano con sé.

Armandino amava fantasticare e inventare storie sui passeggeri che ogni giorno salivano sul traghetto.

Come quella signora che trascinava una valigia enorme. Forse quella valigia conteneva un tesoro, monili ed abiti di qualche vecchia contessa dell’isola.

E quella bella signora tutta vestita di nero con quel buffo cappellino a sghimbescio. Forse se ne va e lascerà per sempre nell’isola il ricordo di quell’uomo che non aveva mai corrisposto il suo amore.

Eppure era bellissima, come può un uomo non amarla, pensò. Forse le era solo amico, come io sono amico di Emma. Ma di Emma si può solo essere amici, non la si può amare, è grassa e veste come un maschio, e poi è più brava di me a catturare lucertole. Non si può amare una bambina così. Invece, pensò Armandino quella signora vestita di nero con i tacchi alti alti è meravigliosa. Si sta guardando attorno come a cercare qualcuno. Forse aspetta che il suo amato ci ripensi e la raggiunga e parta con lei. Oppure la preghi di non lasciarlo da solo ora che ha capito di amarla.

Armandino chiude gli occhi e sogna di essere lui l’uomo così fortemente amato, lui sì che l’avrebbe raggiunta e portata con sé. Il suono del traghetto in partenza lo scuote. Verso il mare e verso il continente partono i sogni e le storie.

***

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Roberta Morandi – Dalla Sicilia alla Norvegia e … ritorno

Sicilia, primi anni del ‘900, in un agosto assolato, come deve essere, una strada di campagna, o meglio un viottolo delimitato da muretti a secco, interrotti a tratti da alberi di fico a fare poca ombra, una bambina col vestitino a quadri dai colori sgargianti è  seduta su un sasso ai margini con un cestino di limoni gialli, profumatissimi, in grembo.
L’afa dell’aria attutisce ogni rumore, solo imperterrito e inquietante il frinire delle cicale…
Quel ricordo me lo sono portato dentro da sempre: la tua terra, la tua isola, i limoni, i profumi, il caldo e te piccina ad aspettare chissà cosa in quella strada polverosa e arida.
Oggi vorrei ancora essere allora e non ora, qui al freddo, anzi al gelo del fiordo.
Siamo stati catapultati fuori dai nostri luoghi, la vita ci ha riservato stranezze come questa, in questo paese così inospitale per noi. Io ricercatore nucleare e tu insegnante di lingue…mi hai voluto seguire…allora…e poi? Poi tutto si è congelato come può succedere solo in questi fiordi lunghi e stretti e ghiacciati…come il nostro amore. Te ne sei andata una mattina che non era ancora giorno, o meglio in quella parte dell’anno  che è sempre un po’ giorno e un po’ no.
Sei andata con tutte le speranze, le mie speranze, ora lo so, che erano solo mie, non ho mai fatto molta attenzione ai tuoi perché,  ai tuoi silenzi, ai tuoi sorrisi così poco sorrisi.
Ecco, ora sono qui nel ghiaccio anche del mio cuore a ricordare quella bambina solare e calda che ormai ho perduto molti anni fa.

***

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Chiara Bonechi – I limoni di Maciarello

Isola d’Elba: la casa di Renza e Carlo è a Maciarello, un piccolo agglomerato di casette che un tempo appartennero a contadini.
Quelle casette, ora in buona parte ristrutturate, sono di chi, venendo da fuori, ha scelto quel luogo per le vacanze.
Là, dietro la casa di Maciarello, c’è un prato con piante grasse, palme e lantane e in fondo, verso il mare, davanti al grande fico troneggia un albero di limoni che offre i suoi frutti gialli succosi e dolci.
Renza regala volentieri limoni adagiati nel cestino comprato sul mare dove ogni giorno, nel luglio assolato, ci incontriamo.

Nell’isola, un tempo non era così.
Chi viveva a Maciarello era lontano da tutto e da tutti, lontano dal mare, lontano dai paesi più abitati dell’isola, lontano dalla gente…i momenti del giorno erano scanditi dalla luce del sole e quelli della notte dai rumori del vento, del mare in lontananza, dei cinghiali e dei mufloni che si avvicinavano alle case.
Questo raccontava a Renza la vicina ormai anziana, le raccontava di quanto avrebbe voluto trascorrere alcuni momenti delle sue giornate in compagnia, in quel luogo dove invece si cerca adesso la bellezza della solitudine.
Racconta ancora dello spavento che provò quando, dal chiuso della sua cucina, udì dei passi, insoliti, inaspettati… Il cuore cominciò a batterle forte, le tempie a pulsare, la paura la rese immobile.
Una presenza… Il pensiero di incontrare qualcuno la imbarazzava: cosa avrebbe potuto dire lei che conosceva solo il mare, il bosco, i campi?
Si affacciò ma non vide nessuno. Si fece coraggio e uscì.
Sotto il capanno la sagoma di un uomo si mosse e tutto fu facile…
Da quel momento non fu più sola.

***

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Mirella Calvelli: I limoni e la coperta

Una lingua di sabbia rossastra , onde lente la lambiscono, i rumori sono quasi impercettibli.

E’ da poco spuntato il sole che tinge quello specchio del golfo , striando l’acqua di tonalità che vanno dall’ocra al rosato.

Più avanti in una piazzetta piastrellata di maioliche, un vecchio venditore canuto sta distendendo un telo, ancor più colorato delle mattonelle stesse.

Colori vivaci che vanno dal fucsia al blù elettrico, passando da una sfilatura dorata…Di lì a poco dai sui cestini di vimini prenderà dei limoni succosi, pronti per creare delle ottime spremute.

In fondo possiede solo quelli. Alcune piante di limoni, che con molta cura annaffia, di altro non hanno bisogno in quella terra sempre scaldata dal sole, rinfrescata soltanto la sera da un leggero vento, che si alza giusto per togliere dalle foglie smeraldo i residui dei granelli di sabbia rossastra che arrivano dal mare.

E lui accovacciato su quella bella coperta brillante, aspetta fissando l’infinito……

Dal gruppetto di pescatori vicini al molo, si stacca un giovane uomo ed inizia a percorrere il lungo mare, sembra assorto nei suoi pensieri.

I piedi nudi vengono ripetutamente bagnati dalla spuma del mare. Affonda prima a destra e poi a sinistra a seconda della presione delle gambe. Le braccia abbandonate lungo il corpo, i ricci mori scompigliati dal vento…si piega in avanti, si inchina, osserva e si rialza, nelle mani qualcosa di particolarmente brillante..poi di nuovo si genoflette e si riallunga.

In lontananza un’altra figura gli viene lentamente incontro, più piccola, lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle…ma stesse movenze…in avanti…in basso e in mano sembra lo stesso bottino.

Da quassù, dalla piazzetta di maioliche sembra la danza di due flamenco.

Abbandono la balaustra e mi siedo ad un tavolino di un  bar in angolo. Mi verso il caffè dall’aroma prorompente e inebriante che allevia subito la mia gola arsa. Un piacere enorme!!!
La radio continua il chiacchericcio  imperterrito e il giovane barman cerca disperatamente un po’ di musica decente.

Impaziente, si sfrega le mani al grembiule consunto…….intanto volgo lo sguardo altrove, lascio i raccoglitori di conchiglie lungo il bagno a sciuga, il venditore di limoni sulla sua coperta scintillante e il giovane amante della musica.

Anellano lo scenario aspre montagne innevate che si stagliano contro l’azzurro del cielo.

E così, fra mare e cielo il cerchio si chiude e un benessere mi pervade………..

***

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Tina Conti: I limoni e il rimpianto

Una  casetta bianca fatta di sassi che si affaccia sul mare, un orto con alberi di melograno, mandorli, aranci e limoni.
La bambina con il piccolo cestino raccoglie contenta i limoni dall’albero che ha piantato con la nonna.
La mamma, seduta sulla panca di pietra davanti casa si avvolge pensosa nella sciarpa che ha ricevuto in dono dall’amica di Lima. E’ bella e morbida.
Ripensa a quei giorni trascorsi in leggerezza, l’incarico per la ricerca che le ha fatto scoprire abitudini e tradizioni così diverse da quelle europee.
Risente nell’aria  i profumi,i colori, le musiche che tanto l’hanno emozionata.
Ricorda l’amore  spensierato per quel collega arrivato negli ultimi giorni del suo soggiorno  di lavoro.
Si sente invadere da una nostalgia  morbida, una tristezza lieve pensando che ormai è tutto finito.
Ritorna alla realtà quando sente nell’aria odore di zucchero bruciato.
Doveva preparare i canditi  al limone per la festa del patrono, la bambina rincasata la guarda dubbiosa è abituata a questo sguardo sognante  e perso.
Mamma? Stai sognando? Cosa porterò al paese se continui a bruciare tutto?
La mamma si alza con energia,,ha deciso che non è tempo di rimpianti, vuole riprendere la sua vita, dare nuove possibilità  alla sua esistenza.
Mette nell’acqua il pentolino bruciato e ricomincia con una nuova preparazione.
Nella tasca del suo lungo abito pesa quella lettera stropicciata che ha riletto infinite volte e che conosce a memoria.
La nostalgia la riprende mentre mescola lo zucchero e le scorze profumate dei limoni.
Ormai terminato il lavoro versa il contenuto del pentolino su carta oleata  e poi lo mette ad asciugare sulla mensola sotto la finestra .
I suoi occhi si perdono   Di nuovo in quel mare ora calmo ora mosso dal vento per  l’arrivo di un inatteso temporale.
Aveva detto che non si sarebbe dimenticato di noi,! gli uomini sono inaffidabili e infingardi, hanno paura degli impegni .
L’acqua  martella sui vetri, si infila sotto la portafinestra.
Nella stanza accanto suona il telefono ma non si sente la voce di chi chiama solo un ronzio indistinto con parole in inglese.
Alla porta la vicina bussa con urgenza, chiede ospitalità e riparo fino a quando il marito non tornerà a casa, ha subito un furto e non ha più le chiavi di casa rimaste nella borsetta che lo scippatore le ha sottratto alla stazione dei treni.
Le due donne che condividono spesso momenti di confidenza e svago si siedono in cucina, per riflettere sul da farsi.
Dovrà essere sostituita la serratura e fatta una denuncia.

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Ivana Acciaioli: I limoni e le scarpe col tacco

Il piccolo paniere dondolava nelle sue mani mentre saliva su per la collina. Non era partita con uno scopo preciso, non era la stagione delle fragole e neppure quella dei funghi quindi non sapeva con cosa avrebbe riempito il cestino; lo aveva portato forse per abitudine, forse per compagnia, ma il vero scopo era arrivare sulla sommità, per godere della vista e del piccolo paese che bianco e silenzioso si stendeva ai piedi della sua solitudine.
Alcune piante di limoni abbandonate con i loro ciondoli biondi e lucidi la invitarono a fermarsi.
Il cestino adesso accoglieva colore e profumo ed era meno malinconico.
Sulla cima trovò, inaspettata, una coperta stesa sul prato, si sedé ed attese.
Chi poteva aveva desiderato sdraiarsi su quella coperta dai colori vivaci proprio lassù? E  perché l’aveva abbandonata definitivamente o solo momentaneamente?
Pensò che non poteva portarla via, di sicuro qualcuno la pensava distesa con garbo sull’erba lì al culmine dove certo non si capita per caso.
La curiosità mista a qualche timore la prese. Il profumo intenso dei limoni, la leggerezza del vento ed il mistero la avvolsero. Si addormentò.
Sognava?
A piedi scalzi, con   assurde scarpe con il tacco in mano e l’altra a reggere il cappello nero a sghimbescio, stretta nel suo abito nero, la ragazza  spuntava dalla salita sbuffando per la fatica. Si lasciò cadere affranta sulla coperta.
Percepì il calore del suo corpo scoprendola reale.
Poi la sua voce: -Perché non è qui! Lo sapevo!
Intanto accarezzava la coperta intrisa del ricordo di baci e amplessi giovanili.
Forse fu l’aroma dei limoni a guidare la sua mano verso il cestino, qualcosa di bianco sbucava da sotto,un biglietto sgualcito, sofferto.
– Mi dispiace ma non scappo con te. Ho paura, è troppo presto, non sono pronto.
In silenzio piegammo la coperta che adesso accoglieva anche le sue lacrime silenziose, spaventate.
Moriva un amore che non era abbastanza grande ma nasceva un’amicizia che sarebbe diventata immensa. L’aiutò a crescere il suo bambino.

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Gabriella Crisafulli: I limoni e il mercato

Il mercato era affollato. Sulle bancarelle la merce veniva esposta in quantità: montagne di terraglie, cumuli di verdure, cassette di legumi e cereali, mazzi di fiori, cesti di frutta, … Le voci dei venditori si rincorrevano fra loro per attirare le persone.

Lei si fermò davanti al banco della frutta. Avvolta nello scialle colorato, allungava la mano quasi ad accarezzare i prodotti della terra, rimestò le noci, si mise in bocca un acino d’uva, prese un limone.

Dalla parte opposta lui la osservava tra infastidito e incuriosito. Professore universitario intorno alla cinquantina, dai capelli brizzolati che impreziosivano il bel volto abbronzato, non era abituato a passare inosservato. Le studentesse del suo corso sgomitavano per attirare la sua attenzione. Carla non lo aveva degnato di uno sguardo finché, mentre mordeva una susina, lo vide e lo riconobbe: un vicino. Era apparso proprio quella mattina nel rifugio vicino a casa sua che lei finora aveva visto sempre chiuso. Era con diverse persone ma si contraddistingueva oltre che per la bellezza anche per il suo atteggiamento algido e distaccato. Gli altri si muovevano scherzando, ridendo, parlando a voce alta, chiamandosi fra loro, in una sorta di festa fatta dal ritrovarsi insieme.

Carla avrebbe voluto conoscerli ma non sapeva come fare.