Distanza

plane-2582472_960_720

 

Distanza – di Sandra Conticini

La prima volta che sei partita mi faceva paura tutta quella lontananza che ci sarebbe stata tra me e te, non eravamo mai state così lontane tanto tempo, eri ancora piccola per me. Ci sentivamo tutti i giorni, il tempo passò abbastanza in fretta forse perché approfittammo di periodi di ferie o vacanze per vedersi. Comunque quando tornasti ero felice e mi sentii più tranquilla e contenta perché era andato tutto bene… mi ero tolta un grosso  peso…. ormai era un’esperienza fatta, eri più autonoma e sembravi cresciuta.

Peccato che di lì a poco volesti fare un’altra esperienza e la distanza era davvero tanta….venire a trovarti era impensabile per tutta una serie di motivi….Questa volta avevi scelto un paese con una cultura e stili di vita molto diversi dai nostri….ed io ero molto più preoccupata….ma potevo dirti di no?  Non credo…i figli non sono nostri….ma  del mondo…..

 

Alba di una notte stupenda

 

notte1

Una notte stupenda – di Rossella Gallori

Nacque,  ed era quasi Natale.

Nacque e lasciai gli incubi.

Non capii bene, perché fosse bionda,  perché avesse occhi verdi.

Nacque la prima cosa mia, con un nome che avevo scelto.

Nacque la vita e cancellò le mie morti.

Quando la strinsi al seno,  mi accorsi che non mi somigliava  dentro, stranamente ne fui felice,  non volevo che avesse le mie paure, la mia rabbia, i miei tormenti.

Nacque lontana dai brutti sogni ed era l’alba di una notte stupenda

Notte nordica

amazing-736884_960_720

 

Notte bianca del nord – di Nadia Peruzzi

Non te lo aspetti anche se lo hai letto. Lo sai, ma non la immagini così. Siamo ben oltre la mezzanotte e la linea dell’orizzonte è ancora un fuoco che non accenna a spegnersi . Non c’è forza che riesca a spingere il sole  sotto coperta.

Le stelle baluginano senza convinzione, flebili, fioche, sbiadite. La luce che punteggia occidente è così forte che ha la meglio su di loro.

Il giorno non ha nessuna voglia di finire e tu ,come lui, nessunissima voglia di cedere al sonno.

Non è solo lo spettacolo che hai di fronte che ti rende vigile. E’  una energia che non sai di avere, ma si affaccia prepotente, alimentata dalla luce, a tenerti sveglio. Tu sei diventato come il giorno, sei il giorno, sei in grado di percepire la forza della natura con i suoi corsi e le sue regole. Ti senti euforico e insieme consapevole della tua finitezza e della immensità di ciò che ti circonda. Tutto questo ti esalta ma anche un po’, solo un po’, ti spaventa.

Le tue antenne sensoriali ti fanno percepire quello che sai: la luce è la vita .Come un click qualcosa ti è scattato dentro, come una rivelazione.

Dormire a queste latitudini, in estate, lo vivi come una colossale perdita di tempo anche solo nel tuo ruolo di visitatore temporaneo.

La veglia ha la meglio sul sonno e non può che essere così se vuoi  bere a gran sorsi la vita e incamerare  tempo vissuto attimo per attimo prima di precipitare di nuovo nella lunga notte invernale.

Non la vivrai quella notte, ma se fai correre la fantasia puoi immaginarla.

Una immensa coperta di cielo stellato che lentamente avvolge piccoli borghi e città,,spegne i rossi i blu i verde e i gialli delle case lungo i fiumi e i laghi ghiacciati. Ti sembra di vederla mentre  copre tutto con fare protettivo, anche il candido lenzuolo di neve che rallenta i movimenti e ottunde i suoni.

Non resta molto lì, appesa. A oriente una sottilissima lama di luce è pronta  prepotente a farsi strada per far nuovamente parlare di sé !!

 

Quell’attimo bianco in cui ci si innamora

flash-2568381_960_720

 

Flash bianco – di Gabriella Crisafulli

Era il 9 gennaio ed era nevicato. Tutti i programmi andarono all’aria. Si voleva andare a fare una girata ed invece ci trovammo costretti a stare in casa. Si mise su una festicciola danzante per passare il pomeriggio.

Pensando di dover stare fuori all’aperto, mi ero coperta ben bene ed avevo qualche indumento di troppo. Così cercai di adocchiare dove fosse un bagno per togliermi qualcosa, non so, la maglia intima o il golf.

Mi misi a girellare per la stanza sbirciando le porte dell’appartamento. Non volevo chiedere.

Così dopo un’attenta esplorazione senza aver concluso nulla, mi appoggiai ad uno stipite in attesa di venirne a capo.

Dalla parte opposta della stanza c’era un tizio, mai visto e conosciuto, che senza dire una parola mi fece cenno con l’indice in una certa direzione.

Fu così che mi potei liberare di qualche strato di troppo e venni fuori dal bagno con solo la gonna ed una camicetta a righe bianche e nere.

Ero profondamente grata a quel ragazzo che mi aveva tolto da un tremendo imbarazzo in maniera semplice, disinvolta ed anche un po’ sorniona.

Volevo ringraziarlo, ma non sapevo come fare.

Secondo il codice comportamentale di una ragazza meridionale, non è mai lei che rivolge la parola per prima ad un uomo. Così feci quello che mi consentiva la mia morale e cioè mezzo giro di tavolo per avvicinarmi a lui.

Me lo trovai seduto accanto durante un gioco.

Il suo braccio sinistro era alle mie spalle e poggiò per un attimo la mano tamburellando.

La scossa fu fortissima.

Flash bianco.

Innamoramento

1966

Ho perso la memoria

white-smoke-1594533_960_720

Ho perso la memoria – di Roberta Morandi
Fare pulito  intorno, sbiancare il pensiero attivo, resettare il tutto… avviare il nulla, come su un lenzuolo bianco che non si lascia più scrivere né a diritto né a rovescio.
Comincia in sordina con pochi elementi che se ne vogliono andare, difficili da riacchiappare, poi, piano piano ci fai l’abitudine a rincorrere le parole quotidiane. Provo una volta ad acchiapparle, a rinchiuderle nelle scatoline: per un po’  stanno lì ferme, immobili e contente di esser ancora usate… poi, lentamente sfumano. E fin tanto che sono solo parole poco male, le sostituisci con altre o con giri più elaborati in discorsi che diventano lunghissimi e talvolta senza capo né coda, perché troppe sono le parole sfumate, ma quando ad andarsene sono situazioni, avvenimenti, luoghi, ricordi e perfino odori e suoni e sapori…che fare?
Come sostituire parti del tuo vissuto del tuo “te” che sei stata e che ancora sei, nelle  cicatrici che ti porti addosso, che ti senti dentro…non ricordi?
Ecco, percepire questo stato credo sia molto doloroso: come lasciare una parte di sé e aggrapparsi a quella vicina che ancora regge e vuoi a tutti i costi fermarla, così la ripeti una, due, e tante volte, ossessivamente, solo tu sai perché,  gli altri ti guardano, scuotono il capo e ti compiangono: ecco, improvvisamente sai che sei vecchio. I non ricordi ti caratterizzano, ti inquadrano, ti incasellano in uno stato limbico, fatto di sorrisi, di mezze parole e verità sfumate, di condiscendenza, di “prego si accomodi”. Uno stato di biancore non dipinto come la luce negli acquarelli  (il bianco non c’è), tu piano piano sfumi: non ci sei.

Il cinema

abstract-1861464_960_720

Schermo – di Nadia Peruzzi

A volte parete, a volte lenzuolo, più spesso stoffa tesa come si conviene, quasi come fosse base per un quadro tutto da riempire di giochi di colore.

La macchina dei sogni ha bisogno di questo enorme spazio bianco.

Solo così le immagini che scorrono possono prender vita.

Sta lassù alto, quasi incombente. Te lo trovi di fronte appena ti metti seduto e quasi quasi te lo senti addosso, da come è avvolgente. Ha un effetto magico ti cattura anche a luci accese, mentre aspetti che il film abbia inizio.

Cattura e regala emozioni. Consola e rasserena, talora opprime e mette ansia, induce al riso o al pianto. Coinvolge, sconvolge, travolge con le sue storie di tutte le storie e vite di tutte le vite.

Ti senti come Alice trascinata dentro questo mondo parallelo in cui ritrovi anche parti di te stesso.

Non c’è nulla come il cinema. Fantastica invenzione!

Le immagini si rincorrono in questo immenso campo di gioco, colori, personaggi, paesaggi risaltano e quasi quasi sembra che tentino persino di fuoriuscire. E il campo di gioco altro non è che un semplice rettangolo, che semplice non vuole essere affatto visto che un po’ bara in funzione di complessità.

Ama farsi complice di artifizio, restituire la magia della magia, e farlo alla grande !

Non c’è televisione che tenga, ne’ pollici sommati ad altri pollici. La magia del cinema solo il grande schermo ce la può regalare.

Il lago di Como di Gabriella

lake-como-294962_960_720

Quel ramo del lago di Como – di Cecilia Trinci

Gabriella e il suo Lago di Como mi hanno fatto tornare alla mente I Promessi sposi, quel suo incipit inconfondibile, “quel ramo del lago di Como….” e subito dopo, quasi in una apparizione inevitabile, Maria Fazzi, la mia insegnante del ginnasio, che quel libro me lo ha fatto amare 

Era alta.

Severa, elegante, vestita sempre di  marrone, di grigio, di nero e in classe metteva, con umiltà,  un grembiule lucido, allacciato in vita

Aveva i capelli raccolti in alto in una pettinatura rinascimentale, montati come a formare un cuore sulla sommità della testa, senza che mai un pelo sfuggisse via.

Sembrava una fata.

Aveva una dolcezza così sconfinata da sembrare una carezza vivente.

Era una professoressa di lettere che sorrideva, che apriva i libri e leggeva dolcemente la letteratura commentandola e paragonandola alla vita.

Una che diceva:

– Oggi non interrogo perché sono nervosa e il mio umore potrebbe influenzare il giudizio su di voi!

Mi ha fatto amare tutte le storie che ci spiegava.

Manzoni l’ho riletto cinque volte: Renzo, Lucia, L’Innominato, Don Abbondio. Di ogni personaggio  ci faceva capire i lati belli e i lati negativi. Ma faceva il tifo per i coraggiosi e quelli che si schieravano con una qualche morale.

Non parlava mai della sua vita privata, di sentimenti o di altre persone che vivevano intorno a lei.

Stava  con noi in modo esclusivo e sembrava che fosse solo nostra.

Ci sentivamo protetti, compresi, come se ogni mattina  tendesse  un filo di seta con ognuno di noi.

Raramente interrogava. Eppure sapeva chi eravamo, quanto sincero o no  fosse il nostro pensiero, quanta attenzione fossimo disponibili a darle ogni mattina. Non chiedeva.

Lei dava. La conoscenza, la sicurezza, la volontà. Sembrava aprisse ogni mattina il suo bagaglio e lo distribuisse.

Penso che fosse incapace di ammalarsi e non è mai mancata.

Mi ricordo ancora la sua ultima lezione di quinta ginnasio: ci raccontò di Pompei, dell’eruzione del Vesuvio  e di come quella città fosse rimasta intatta, bloccata nel suo ultimo attimo fatale. Ci comunicò quella atmosfera di terrore, di impossibile fuga, di terribile  fine di una intera civiltà, come se fossimo lì davanti alle fiamme, alle grida, alla lava che scendeva sulle case.

Lei raccontava e io pensavo che niente ci appartiene per sempre.

Pensai che anche lei stava sparendo e che quello era il nostro ultimo giorno insieme.

Non l’ho più rivista.

 

« Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. »
(Alessandro ManzoniI promessi sposi1840)

Luna di gennaio

moon-2849367_960_720

 

Luna di gennaio – di Rossella Gallori

La luna immensa sembrava proteggerci quella notte di gennaio

 Bevemmo la neve, sotto bianche lenzuola di ghiaccio.

 Intorno, qualcuno, sparlava di noi ,

che ibernati  nella nostra storia ci tenevamo per mano.

 Abbiamo bevuto fiele, sotto coperte amare.

Intorno a noi risate sommesse, sguardi  di legno.

 Tra noi il freddo inverno del silenzio.

Apparizione

lighthouse-2655772_960_720

Il faro nella nebbia – di Patrizia Fusi

La giornata era fresca,   il cielo reso bianco da soffici nuvole, sul promontorio la lampada accesa del faro lampeggiava, avvisava che la costa era vicina, dal mare saliva un velo leggero di nebbia che avvolgeva il tutto come una morbida sciarpa, rendendo il luogo magico.

Scende la neve

sleigh-ride-101855_960_720

Nevica – di Aldo Bombaci

Silente e leggera

scende dal cielo

e viene da noi stasera.
Fuori tutto tace,

non un fruscio,

non un rumore,
la natura ha capito

che sta per arrivare

ed è andata a dormire,

così piano piano potrà

con il soffice manto coprire.
I fiocchi sono tanti e sono belli,

a milioni tutti fratelli,

illuminano la notte di  candore

che piace ai bambini e rallegra  il cuore.
Domani nell’aria ci sarà nuova allegria,

chi tirerà le palle,

chi andrà sullo slittino,

chi farà il fantoccio nel suo giardino.

Fiori di ciliegio

wood-3039518_960_720

Petali – di Lorenza N.

La prima immagine che compare nella mia mente alla parola “petali” è la pioggia di petali di fiori di ciliegio che fioriscono nello stesso momento in un giardino giapponese. E’ una visione che io ho ammirato solo in foto e nei video ma che nella cultura giapponese l’Hanami è un evento a cui nessuno vuole mancare. La fioritura è in momenti diversi in tutto il paese, e un servizio meteorologico monitora quando sarà cosicché tutti possano contemplare e festeggiare con passeggiate, pic-nic, e degustazioni a base di ciliegie accompagnate da un bicchiere di sakè. Solo il clima decide quale sarà la data esatta in cui sbocceranno i fiori dei ciliegi della specie sakura; essi resteranno in fiore solo per pochi giorni. Dopo di che cadranno in una danza struggente e poetica che tingerà di bianco rosato l’erba, decorandola come un tappeto prezioso. Purtroppo c’è anche della tristezza in quei fiori che si struggono privandosi della loro bellezza. Ma nella natura non c’è nulla di casuale. Per i giapponesi il ciliegio è un simbolo nazionale, dall’atavico significato della caducità della vita e delle cose materiali. La sua fragile vulnerabilità è assimilata alla grazia, alla morte ma anche alla rinascita. Infatti, solo se il fiore cade  può trasformarsi e produrre il frutto. C’è tutto il significato del senso della vita in quel meraviglioso sfavillio di bianco e rosa. Poi arriverà il fiore candido dei pruni ad annunciare l’arrivo della primavera.

 

 

Tulle sul lago

mountain-1423997_960_720

 

Tulle sul lago – di Gabriella Crisafulli

Il tulle avvolge la scena, la scherma, la sbianca. Le ombre diventano nulla, i suoni sono ovattati. L’acqua ribolle di nebbia e le imbarcazioni dondolano come culle. A galla fumi di umidità salgono piano piano verso l’alto, mentre il traghetto si avvicina al pontile.

In attesa c’è un gruppetto sparuto di uomini vestiti di scuro, una donna con due bambine piene di sonno e i sacchi della posta.

Ogni giorno si replica la stessa scena, alla stessa ora, con le stesse persone: vengono scambiate parole brevi, secche, a bassa voce, in un dialetto stretto e smozzicato.

Settimana dopo settimana da quelle voci trapela una narrazione ripetuta sempre uguale, sempre diversa. C’è un pathos in ciò che viene detto a cui non si può sfuggire e che rende l’aria tesa.

Il battello rulla nel suo viaggio lungo i rami del lago e in lontananza si aprono quinte di velluto tra le quali si muovono personaggi muti, attori di un silenzio fatto di trame, tradimenti, delitti.

Il nome di Dongo ricorre più e più volte tra una frase e l’altra.

Pontile dopo pontile si sale, si scende, si scaricano i sacchi della posta sulla colonna sonora di discorsi a mezza voce, stando attenti a chi sta vicino.

I segreti sono nascosti in un silenzio interrotto dallo sciabordio delle acque, dalla sirena del traghetto, dal ronzio dei motori, dal tonfo delle passerelle di legno lanciate a riva ad ogni attracco.

Manca la verità di quel passato.

Le orme gelano e tu le segui.

La sottogonna bianca

vestito-nuziale-anni-50-stile-bon-ton

La sottogonna bianca inamidata – di Tina Conti

Mi rivedo  con quella coroncina di  piccole rose in testa, le trecce ben fatte,  lo sguardo attento, insieme alle altre bambine  tutte vestite di bianco  e con i guanti.
Era il giorno della  mia prima Comunione.
Mio fratello, più grande di me di due anni, faceva la comunione con me, perché io ero già alta come lui e sicuramente era anche un modo per risparmiare e per semplificare la vita in famiglia, che nel dopoguerra  faceva tanta fatica ad affrontare il quotidiano figuriamoci le feste.
La giornata fu bella anche se capivo poco cosa di cosa significasse davvero.
La mamma cominciò presto a preparare vestiti e accessori per tutti. Quella fu anche l’occasione  per comprare le tazze nuove di porcellana per il caffellatte.
Il ricevimento infatti si faceva al mattino,  dopo la chiesa. Si comprava un vassoio di pasticcini e  altri dolci che venivano offerti  ai parenti,  con cioccolato in tazza e caffellatte.cLa cerimonia fu breve e si concluse con la foto di famiglia davanti alla statua della Madonna.
A casa, sul tavolo, trovai la tovaglia rosa damascata e le tazze di porcellana finissima con i fiorellini appena comprate.

La cosa che ricordo con chiarezza è legata agli accordi delle mamme sui vestiti.
Fu deciso che la sarta cucisse vestiti tutti uguali per le bambine, con una sottogonna inamidata,  naturalmente bianca.
A me del vestito non importava molto: era di una stoffa molto rigida, poco naturale. Ma la sottogonna me la sono proprio goduta: ci ho giocato fino a che non  si è disintegrata, è stata  sempre la base di tutti i  giochi con vestiti da signora che mi sono inventata.
Ormai lacera fu superata solo dopo che  sono stata alla villa   di Simonetta e  ho giocato con i vestiti smessi della sua mamma. Da lei disponevamo anche  di scarpe col tacco, vestaglia con le piume, cappelli, borse e collane.
La mamma di  Simonetta  era una signora molto bella e curata, aveva la cameriera con il vestito celeste  e  il grembiule bianco, aveva sempre i capelli accomodati e vestiva elegante. Accompagnava la bambina al pullman  per  la  scuola affacciandosi al cancello  della villa vestita da regina, con vestaglie lunghe  e vaporose e tutti guardavano ammirati e curiosi quella bella signora di città  che si affacciava al cancello.
Eravamo attratte  da questa bambina  bella e raffinata e la guardavamo con stupore e ammirazione.
Immaginate come fui felice di andare a giocare da lei  un giorno e ritrovarmi  nella stanza  guardaroba accanto alla lavanderia,  dove teneva  gli abiti smessi che la mamma le regalava per giocare…
La mia mamma divenne amica della sua e spesso parlavano insieme.
Nella villa rimasero poco, però,  si dice che andarono ospiti da parenti perché il marito era sempre fuori per lavoro.
Capii poi che il marito non sarebbe più tornato a casa e che aveva una relazione con un’altra donna.
La signora era molto triste e si confidava con la mamma, che la confortava con dolcezza e pazienza.
Rimasero fino alla fine della scuola e poi si trasferirono e di loro  non ho avuto  più notizie.
Dopo di che, la mia meravigliosa sottogonna ormai sfilacciata e cenciosa  è finita nella spazzatura,  superata dal ricordo di quei sottabiti di seta con le rose, dei cappelli con i fiocchi, delle scarpe con i tacchi.

Neve nel bicchiere

glass-1206584_960_720

La neve nel bicchiere – di Ivana Acciaioli

“Dai presto prendiamo i bicchieri!” e via a riempirli di neve, un po’ di zucchero, di limone ed ecco pronta la granita. Nessuno pensava all’inquinamento, alle piogge acide, il candore era garanzia di purezza.
Con le gonnelline corte di lana scozzese a pieghe, tessuta a telaio dal babbo e cucita dalla mamma, i calzettoni di lana ruvida, fatti a ferri, le cosce scoperte  rese paonazze dalle sferzate d’aria gelida, eravamo felici dell’imprevista leccornia.
Il bicchiere passava da una mano all’altra per non far gelare del tutto le dita, le risate rimbalzavano sulla neve e il silenzio ovattato di un mondo senza automobili, senza televisione che aggiorna sul maltempo,sulle valanghe, sulla situazione delle strade , dei treni, faceva apparire la neve solo come uno splendido miracolo, un dono che la natura elargiva per quel magico momento

Fresco

bird-lovers-1133660_960_720

Fronte fresca – di Stefania Bonanni

Sento che è un gesto antico, l’ hanno fatto per me, ed io lo ripeto, restituisco un bacio d’amore, morbido e leggero. Ero ammalata, mi baciarono sulla fronte, e guarivo, ogni volta. Avevo la fronte fresca, quando guarivo. Non servivano termometri, le labbra morbide che si appoggiavano appena, riconoscevano subito il calore della febbre. Sembrava una magia, ma io l’ho imparata.

Avvicino lentamente le labbra alla fronte di Leo, ed il fresco mi riempie di bellezza, di sereno, di profumo, di morbidezza. Oggi lui, ieri lei, ieri l’altro un altro lui, poi loro tutti ancora, sempre, con baci sulla fronte, nella speranza di trovare la fronte fresca. Nella certezza che nelle loro fronti fresche nascano pensieri limpidi, e voglia di giocare.

Meringa

meringa

(foto di Ivana Acciaioli)

Le spumiglie – di Ivana Acciaioli

Lina e Dina erano grandi amiche ma spesso si punzecchiavano, e per giorni anche se si incontravano nel piccolo paese non si salutavano, soffrendo la pena dell’amicizia appesa ad un broncio.
Io capivo poco del loro essere donne, ma quando si mettevano insieme per cucinare non mi perdevo lo spettacolo.
Il momento del pane era  sempre bello ma quel giorno c’era una novità perché dopo il pane , dopo i dolci, insomma proprio alla fine, quando il forno avesse perso molto calore, avrebbero infornato le spumiglie, che sarebbero rimaste al calduccio tutta la notte.

La curiosità mi prese ancor di più quando Dina si mise fra le  ginocchia una ciotola con dentro tanti chiari d’uovo; cominciò a sbattere con una forchetta la massa gelatinosa,per la velocità della sua mano quel semplice strumento niente aveva da invidiare ad uno dei moderni frullini elettrici.
Lina intanto faceva cadere lentamente lo zucchero sopra la schiuma d’uovo che diventava sempre più bianca , montata e soffice; veniva voglia di affondarci gli occhi ed un dito.

Ogni tanto le due amiche si scambiavano i ruoli in una sorta di gara taciuta e la ciotola,tenuta stretta fra le gambe, era il loro trofeo.
Quando il composto fu lucido, bianchissimo e montatissimo, le donne fecero dei mucchietti nelle teglie e le candide nuvolette sparirono nel buio del  forno.
La mattina seguente corsi da loro, mi aspettavano; dal buco nero miracolosamente uscirono  ancora candide e profumate le meringhe.
Ne addentai una, la crosta si sciolse immediatamente in bocca e fece spazio a un cuore morbido, una goccia chiccosa, estasiante.
Mentre guardavano il mio dolce stupore Lina e Dina avevano nel loro sorriso il bianco che non ho dimenticato.

 

Brina

hoarfrost-3068798_960_720

LA BRINA – di Elisabetta Brunelleschi

Dell’inverno ciò che più amavo erano i prati ricoperti dalla brina. Da piccola raccoglievo le foglioline d’erba e mi divertivo ad osservarne lo strato di ghiaccio  fino a quando non mi si scioglieva tra le mani.

Nel presente sono invece più rare le occasioni  per ammirare un prato imbiancato dalla brinata.

Gli inverni sono sempre più miti e le rare mattine di gelo si trasformano in una lotta con il tempo da perdere per sbrinare i vetri dell’auto. Di solito il resistente strato di ghiaccio compare una mattina all’improvviso quando ancora non hai acquistato il liquido e magari ti sei dimenticata i guanti da qualche parte! E allora non resta che mettersi lì, con pazienza a grattare via tutto quel bianco mentre l’orologio avanza e le dita si gelano. E la poesia dei prati con la rugiada che il gelo trasforma in bianchi merletti resta solo un ricordo. Perché solo allontanando la fretta e l’orologio si può godere di questa speciale magia dell’inverno.

Accadde per esempio non molti anni fa durante una passeggiata in Val d’Ambra che prati e cespugli interi fossero solo bianchi di brina e ghiaccio. Quella mattina il termometro segnava – 4 e noi, tutti bardati con giacconi, scarponi, guanti e cappelli, ci incamminavamo verso pievi a castelli antichi e sconosciuti.

Iniziamo il percorso circondati dal gelo e sovrastati da un cielo completamente azzurro. Il bianco brillava di un sole ancora freddo. Nessuno parlava, potevamo solo guardare. E come in un attimo tutto intorno mi parve rilucere di azzurro. Sì, proprio così! Il bianco dei cespugli stecchiti, dei prati, dei balzi terrosi risplendeva di riflessi azzurrini.

Miracoli del sole e della brina?

O dell’andare tranquilli, accompagnati dagli affetti, col cuore disposto a ricoprirsi di tenui riverberi? Chissà!

 

Il bianco è un colore strano

watercolour-2542465_960_720

Pagina di Diario di Elisabetta Brunelleschi

Martedì 9 gennaio 2018

Stasera, quando sono entrata nella stanza della scrittura, un vento nuovo mi ha avvolta, è un’aria leggera, calma e rilassante. Dal tavolo apparecchiato tenui colori mi allargano e mi invitano al riposo. È un vento bianco che aleggia delicato tra di noi!

Il bianco è un colore strano.

Sembra vuoto e invece non lo è, perché, e la scienza ce lo insegna, contiene tutti colori. Rosso, giallo, blu, nero, .. tutti!,  ma lì per lì non li vedi perché loro si camuffano, si nascondono, si mescolano e diventano uno solo: il candido, innocente bianco.

Capita che non si pensi al bianco come colore.

Se qualcuno mi domanda qual è il mio colore preferito, io vi rispondo il giallo, il verde, il rosso, che mi esprimono forza, movimento, luce, calore. Ma il bianco proprio, non ve lo rammento.

Eppure stasera, da questo tavolo circondato da sorrisi e sguardi invitanti, si eleva un bianco nuovo che a poco a poco mi scuote e mi porta in spazi larghi e mi fa pensare alle tante esperienze che con il bianco si possono fare.

Mozzarella

mozarella-3521_960_720

 

Mozzarella – di Tina Conti

(e cronaca di una serata con le parole scritte nelle bottigliette)

Sul tavolo quasi tutto è bianco, sale fino, e grosso, cotone che ho toccato e strusciato.
Gli occhi guardano, ma in bocca sento ancora tutto il dolce  delle meringhe  ripiene a sorpresa e del tortino all’arancio che non dovrei mangiare ma che invece ho gustato,
gorgogliando per la goduria.
Poi, è stato il tempo della sorpresa: messaggi   rotolati in vetro di barattolo.
Parole veloci  che giravano, e come tutte le parole, sollecitavano ricordi  e pensieri.
Mozzarella, ecco cosa si è fermato nel mio cervello.
No,! tutte cose da mangiare! non me le posso permettere, ho pensato .
Proviamo a smontare la parola: muzzurilla,  mezzi lilla no, no  sento sapore di mozzarella: il mio cervello si è incantato.
Sarà un ricordo troppo forte e recente quasi un incantesimo che ho da poco sperimentato.
Ah,  la colpa è della signora tutta scialli e bracciali che qualche giorno fa ci ha offerto i prodotti della sua fattoria   nel suo agriturismo.
La villa antica nell’ area archeologica di Pestum era ad accoglierci per il pranzo.
La sala con il camino acceso e tanti dipinti di scene di caccia aveva sulle credenze ceste  piene  di agrumi appena colti invitanti e profumati.
La vista e l’olfatto erano già appagati da quelle sensazioni, era ora di assaporare il pranzo. Mozzarella, ricotta e zucca gratinata per antipasto, poi pasta non mi ricordo con cosa, carne di bufala in stracotto con cicoria ripassata  e dolce a cucchiaio con crema di arance.
Le mozzarelle sono in vendita! Ha informato il cameriere.
Il souvenir più gradito della vacanza! Ce le  siamo portate a casa insieme a qualche mandarino raccolto nel parco che ha profumato il viaggio di ritorno.
La signora è tornata per i saluti, “fuori dal frigo mi raccomando le mozzarelle” ci ha detto.
A casa le mie mozzarelle volevano rimanere nella ciotola sulla credenza,  fuori dal frigo, ma sono finite presto in tavola per il pranzo della domenica.

Voglio ricordare

eye-149673_960_720

Voglio ricordare i tuoi occhi verdi – di Sandra Conticini

Voglio ricordarti colorata con i tuoi riccioli castani, il rossetto rosa madreperlato, i tuoi foulard, qualche volta bianchi, ma spesso con bei fiori colorati e con vezzi e orecchini rossi corallo, turchesi, blu.

Non voglio vederti come negli ultimi tempi,  con capelli bianchi,  maglia bianca,  carnato bianco, in quel letto con il lenzuolo bianco, perché molta della tua biancheria era così, mi facevi tristezza.

L’unica cosa rimasta uguale erano i tuoi occhioni  verdi da cerbiatto.