Come un’ape

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Ispirato a: “Come un’ape distribuiva miele volando” – di Stefania Bonanni

Una cosa si può sempre decidere, sempre, anche se non si ha altro: si può decidere se spargere miele, o veleno.

Si può cambiare l’aria intorno, sorridendo. Si possono dire cose tremende, sorridendo. Si può sorridere, invece di mettere il muso, parlare sottovoce, invece di strillare. Non cambia nulla. Quello che c’è, sarà comunque, ma quello che che davvero rimane, per sempre davvero, nel cuore dei ricordi, è il pensiero delle persone miti, che ci hanno accolto con un sorriso ed un abbraccio semplice.

Sarà per sempre con noi chi ci ha regalato storie belle, e non ha nessuna importanza fossero vere. Ci hanno colorato dieci minuti? Saranno tra i momenti belli, dolci e per sempre.

Allegria

Ode all’allegria – di Pablo Neruda

Allegria
Foglia verde
Caduta dalla finestra.
Minuscola chiarezza
Appena nata,
elefante sonoro
abbagliante
moneta,
a volte
fragile raffica,
o
piuttosto
pane permanente,
speranza compiuta,
dovere svolto.
Ti sdegnai allegria.
Fui mal consigliato.
La luna
mi portò per i suoi cammini.
Gli antichi poeti
mi prestarono occhiali
e posi
accanto ad ogni cosa
un nimbo oscuro,
sul fiore una corona nera,
sulla bocca amata
un triste bacio.
È ancora presto.
Lascia che mi penta.
Avevo pensato che soltanto
se il mio cuore
avesse bruciato
il rovo del tormento,
se la pioggia avesse bagnato
il mio vestito
nella regione violacea del lutto,
se avessi chiuso
gli occhi alla rosa
e toccato la ferita,
se avessi condiviso tutti i dolori,
avrei aiutato gli uomini.
Non fui nel giusto.
Sbagliai i miei passi
Ed oggi ti invoco, allegria.

Come la terra
sei
necessaria.

Come il fuoco
sostieni
i focolari.

Come il pane
sei pura.

Come l’acqua d’un fiume
sei sonora.

Come un’ape
Distribuisci miele volando.

Allegria,
fui un giovane taciturno,
credetti che la tua chioma
fosse scandalosa.

Non era vero, me ne resi conto
quando sul mio petto
essa si sciolse in cascata.

Oggi allegria,
incontrata per strada,
lontano da ogni libro,
accompagnami.

Con te
voglio andare di casa in casa,
voglio andare di gente in gente,
di bandiera in bandiera.
Tu non appartieni soltanto a me,
Andremo sulle isole,
sui mari.
Andremo nelle miniere,
nei boschi.
E non soltanto boscaioli solitari,
povere lavandaie
o spigolosi, augusti
tagliapietre,
mi riceveranno con i tuoi grappoli,
ma i congregati,
i riuniti,
i sindacati del mare o del legno,
i valorosi ragazzi
nella loro lotta.

Con te per il mondo!
Con il mio canto!
Con il volo socchiuso
della stella,
e con la gioia
della spuma!

Io sono debitore verso tutti
perché devo
a tutti la mia allegria.

Nessuno si sorprenda perché voglio
consegnare agli uomini
i doni della terra,
perché ho imparato lottando
che è mio terrestre dovere
propagare l’allegria.
E con il mio canto compio il mio destino.

Come verdi chiome

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 Ispirato a: “Nuvole bianche vagano nel cielo serene anch’esse come verdi chiome” – di Mirella Calvelli

Il percorso che dal parcheggio portava alla spiaggia, attraversava la pineta, era stretto e scosceso.

Lungo la viottola, si alternavano spiazzi vuoti di sabbia, punteggiata da gigli di mare.

Il vento agitava le chiome verdi dei pini che si riversavano contorti l’uno contro l’altro.

Il rumore dei passi silenziosi  affondavano nella sabbia ingrossata dalla pioggia appena caduta.

Mi concentravo sui miei piedi, per scansare pozze, saltare sassi e radici emerse…

Poi uno sguardo al cielo, dove nuvole bianche vagano serene anch’esse come verdi chiome.

Si fa urgente il desiderio di arrivare al mare e godere di quello spettacolo che solo in questo periodo dell’anno la natura concede.

Le nuvole si rincorrono grasse, gonfie come cespugli di cotone, si rincorrono senza schema in un cielo screziato.

Si tuffano in un mare leggermente increspato che ha i suoi stessi colori.

La sabbia bagnata dalle onde si fa sempre più scura e grossa.

Si respirano gli spruzzi del sale che sferzano il viso, bagnano leggeri i capelli e i piedi , insinuandosi in ogni cavità del corpo, come un massaggio ristoratore.

Alle spalle, pini indispettiti da tanta disattenzione, scalpitano le chiome, si sfregano fra loro, lasciando rotolare ai  piedi pigne impaurite da quel salto imprevisto nel vuoto.

Un tappeto di aghi attutisce il colpo e le raccoglie in attesa di  incontri terrestri.

Come una claque a teatro sembrano innervosirsi nell’attesa della fuoriuscita degli attori.

Poi un mite “click”, ferma l’immagine ed  immortalerà per sempre quel momento…..il selfie della natura.

Orchidea tra verde e bianco

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L’orchidea rinasce ancora – di Nadia Peruzzi

Che potenza la natura che rinnova le cose in un ciclo infinito, sempre che l’uomo, con le sue scelte e i suoi comportamenti errati non riesca a alterarlo in modo irreversibile. Sarebbe terribile. Come potrei fare? Come potremmo fare senza le rinascite anno dopo anno, stagione dopo stagione. Ci penso mentre guardo la mia orchidea bianca che proprio ora mi sta regalando fiori bellissimi.

Piante difficili, le orchidee. Devi avere un posto con molta luce, stare attenta che non prendano correnti d’aria altrimenti si offendono, mettono il broncio e i bocci si seccano proprio sul più bello e appena prima di regalarci lo splendore della fioritura. Devi avere anche una bella dose di pazienza.Guardi e riguardi, giorno dopo giorno, quando sfioriscono, quei rami secchi in mezzo a foglie lucide e carnose che parlano di vita ma che non producono nulla di nuovo.

Arriva il momento dello sfinimento, quello in cui vorresti pure buttarle via. Ci ripensi perché ti dispiace e allora ne compri una fiorita per far compagnia agli stecchi senza fiori, cercando pure di ingannare lo sguardo. Se guardi quella nuova, l’altra quasi sparisce. Intanto annaffi e riannaffi, concimi e concimi di nuovo e aspetti. Oh se aspetti!

Fino a che vedi qualcosa che fa  capolino e che a forza di spinte diventa ramo e poi produce boccioli. Prima piccoli, poi sempre più grandi. Sembrano palloncini verdi in cui qualcuno insuffli aria con tutta la delicatezza necessaria, senza strafare e con tutta la costanza che ci vuole. Ora dopo ora puoi seguire i cambiamenti.

Fino a che vedi  fessure che cominciano a segnare quei boccioli. Lo scrigno verde si sta aprendo in un abbraccio e sembra dire: “guarda sono tornato e sono bello e grande e non mi accontento solo del bianco”. Quella bocca che canta a squarciagola mette in mostra, pavoneggiandosi pure un po’, una bella punteggiatura di fucsia e qualche pennellata di giallo, a impreziosire il tutto. Il solo vederli fa gioia. Li segui come si fa con i cuccioli, con delicatezza e tenerezza. È solo mia e solo in casa, mentre da sempre sogno di svegliarmi in un bosco, immersa in una apoteosi di orchidee multicolori.

Fiore prediletto. Regalo per le date importanti, quando a farmelo era mio marito. Ho ancora vivo in mente il tralcio bellissimo che ebbi in dono quando nacque nostra figlia Irene. Un vero spettacolo della natura, per festeggiarne un altro.

Il verde, il mio colore

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Il verde, il mio colore – di Chiara Bonechi

Avevo i capelli rosso rame, gli occhi verdi e la pelle chiara, con pochi colori mi vedevo bene, non mettevo mai qualcosa di rosso né di arancione e stavo attenta che i toni del marrone non andassero sul ruggine.

“A te sta bene il verde, è il tuo colore” mi dicevano. Mi convinsi che il verde mi donava davvero, quando indossavo una maglia verde la pelle del mio viso si illuminava e i capelli ramati che scendevano sulle spalle col verde della maglia stavano bene. Il verde bottiglia era il mio preferito, quello mela o il verde pisello, troppo chiari colpivano violentemente il colore della mia pelle, fra i verdi quelli li evitavo. Non è mai stato facile comprare cose verdi, tante volte ho dovuto ripiegare sul blu, sul grigio, sul beige e quando le ho trovate le ho acquistate e le ho fatte durare a lungo perché temevo che non le avrei ritrovate. La storia del cappotto verde cucito con la stoffa di pura lana di un cappotto dello zio Giorgio ritorna spesso fra i racconti della mia famiglia. Quel cappotto era tornato perfetto per me bambina, la sarta che lo aveva rimodellato aveva buon gusto e la mia mamma altrettanto, con quel cappottino mi piacevo, mi guardavo allo specchio e lo indossavo volentieri. Per la strada camminavo impettita con la mano alla mamma e mi sentivo osservata. E i complimenti non mancavano: ”che bella con quel cappottino verde!” A tutti rispondevo raccontando che la sarta me lo aveva rifatto da un vecchio cappotto dello zio e mi dilungavo in minuziose spiegazioni. Essendo molto piccola la mamma si inorgogliva per tanta precisione del mio parlare e anche ora che poco o nulla ricorda del presente, non manca di raccontare ai miei figli o anche solo a me la storia di quando rinnovai il cappottino verde.

Pennellate verdi

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I verdi di Monet – di Tina Conti

Ho visto tante opere di questo  pittore  che forse mi interessa poco la mostra di Roma. Ho pensato: ma non conosco le opere del museo Marmottan, così forse…..
Ci vado lo stesso, ho perso il  Merisi  a Milano e questa gita mi intriga, perché così mi rivedo Roma.
Tutti sul treno, quanti siamo!, quasi  quaranta.
Piove anche a Roma, ma che fascino questa città, io cammino piano, non mi interessa bagnarmi,  il Colosseo me lo voglio rivedere, e i fori  imperiali poi,quei fregi sul tempio  non me li ricordavo proprio
Ombrelli, turisti ……ma quanti asiatici.
Ecco, entriamo, hanno collocato delle riproduzioni di fiori nelle nicchie esterne dell’edificio.
Si comincia, ci sono foto, la famiglia, i tanti giardinieri, le lettere che lui scriveva loro in sua assenza.i dipinti dei bambini, mi consolo, da lontano una meraviglia, da vicino pennellate.
E poi  il giardino, il verde del salice il mattino e nelle ore in cui la luce imprime tonalità diverse. Tutti incantati a scoprire i mutamenti, la luce che si sposta, i colori che cambiano.
Me lo sono visto questo signore elegante  sempre col cappello a tese larghe, seguito da una schiera di bambini che portavano tele e attrezzi, per avere  a disposizione nelle varie  ore  la tela  da dipingere.
Facoltoso e di carattere esigente costringeva tutti familiari e amici a pranzare prima di mezzogiorno per non perdere le ore più luminose di lavoro  all’esterno.
Come lo capisco, quando sei immerso in un progetto, perdi la dimensione del tempo.
Ci spostiamo nelle sale, vediamo il giardino fotografato e poi quello dipinto.
Il verde nelle trasparenze delle foglie nel lago, le luci che cadono sulle foglie, ora più scure, ora di tonalità degradanti al verde.
Il verde e  i celesti si mescolano, appaiono i bianchi dei fiori, dei riflessi, tanti fiori.
Le grandi tele poi, immense, le scopri arretrando di qualche passo, vedi gli alberi, i glicini, il ponticello con sfondi sempre diversi a volte leggeri e nebbiosi a volte più decisi.
E la sua ultima tavolozza, nella teca con gli ultimi occhiali con una lente opaca: i colori non sono più gli stessi, una grave malattie agli occhi  impediva il riconoscimento dei colori cosi, tutto si sconvolge nelle ultime opere.
I verdi diventano rossi, bruni, gialli , sono emozionanti lo stesso, che personalità , che belle cose ci ha lasciato,  ho scoperto aspetti che non conoscevo, mi sento proprio soddisfatta, e poi, nella chiesa di San Luigi dei francesi mi sono goduto anche il Merisi con le sue tre tavole di bellezza pungente.

Le scatole verdi

IMG_5742Le scatole verdi – di Mimma Caravaggi

Due scatole: una piuttosto grandina e ovale l’altra piccola e quadrata. Sono rivestite di stoffa verde con una passamaneria  e un  cordonetto dorati e un nastro di raso verde con in cima un mazzetto di fiori che dal marrone sfumano al verde. Molte belle, stile deco’. Le ho ricevute in regalo diversi anni fa e da allora le ho sempre vicino a me quando il pomeriggio mi metto al Computer per scrivere o in poltrona a leggere. Sono in salotto su una mensola di legno insieme a tante altre cose a cui tengo e insieme si fanno compagnia e ne fanno a me. Nella piccina non ci sta molta roba, anzi nulla, per cui la tengo come un piccolo oggetto decorativo nella mensola più alta perché si veda altrimenti potrebbe confondersi con gli altri soprammobili e rimarrebbe nascosta, non la noterebbe nessuno, povera piccola! La grande invece è la scatola dei pensieri, dei ricordi, di lettere, biglietti e scritti di una amica del cuore, la stessa che mi ha regalato le scatole. A volte mi basta alzare lo sguardo e i miei occhi le distinguono subito fra tanti altri oggetti, libri e pupazzi. Si fanno riconoscere per il loro colore verde bosco brillante ma non sfacciato, sono lì presenti, sempre pronte a darmi momenti emozionanti. Mi capita spesso di aprire la più grande e tirare fuori gli scritti e rileggerne qualcuno e le mie emozioni iniziano a volteggiare su quelle mensole come farfalle su un cespuglio di lavanda. Verba  volant, usava dire Vera ma gli scritti restano e ti danno la possibilità di tirar fuori un ricordo nei suoi minimi particolari non dimenticando nulla. Ci sono gli auguri per un compleanno ormai  dimenticato ma che torna prorompente e ti fa sorridere e fa entrare un po’ di gioia. Ci sono lettere, poesie, bigliettini volanti, un pezzetto di carta da pacchi con una frase scritta di fretta ed un disegno a ricordare un bel momento gioioso e particolare. Nella mia casa di campagna un po’ troppo isolata la scatola è il mio tesoro, ed è lì per me in attesa che io la prenda e la apra per far uscire il mondo.

Tavolo verde da gioco

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Tavolo verde  – di Carla Faggi

Tavolo verde da gioco, quattro amici e noi.

Giaochiamo a burraco in sei. Uomini contro donne.

Non portate niente, il dolce lo faccio io!

E inevitabilmente abbiamo tre dolci e tre bottiglie di liquore.

Non dovremmo, cerchiamo di non ingrassare, la prossima volta non portate niente. Nessuno ci presta attenzione.

Gli uomini fanno la Mucumba, rituale per vincere.

Le donne posizionano sul tavolo bicchieri, piattini, dolci , salati, liquori.

Povero tavolo verde, chissà se c’è posto anche per le carte!

Risate, vinciamo noi! Si ma prima avete perso e di parecchio!

Serata conviviale sul verde.

Fiore verde

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Per Rossella e anche un po’ per Proust – di Cecilia Trinci

Un fiore verde tra i bicchieri, un portafiltro per giocare con il the. E’ arrivato ieri sera in un pacchetto timido che mi hai messo in mano in macchina, mentre si andava a teatro.  “Ci voleva una cosina verde” hai detto soltanto, per sdrammatizzare l’affetto con cui me lo donavi e per ricordarmi i nostri martedì  di scrittura, ispirati al colore verde per queste settimane di marzo.  A Teatro ci andiamo insieme ormai ogni venerdì  e questo breve tratto di strada ci fa bene, tra chiacchiere buffe all’andata e critiche benevole al ritorno. Ci accende per un paio d’ore  e ci fa dormire più contente, stuzzicando di riflessioni un sonno che altrimenti sarebbe lento di acciacchi e malinconie.

Sta per finire questa avventura proustiana. Abbiamo ascoltato parole che non avremmo mai pensato di sentir leggere, da protagonisti ogni volta diversi che hanno mischiato quello che si conosceva o che hanno completato vuoti che non sapevamo di avere,  lasciandoci  con lo stupore che si provava qualche volta da ragazze. Sta per finire questo aspettare un appuntamento, questo ascoltare in silenzio seduti accanto, questo cercare negli  sguardi gli amici che per attimi impercettibili  ci rassicurano del loro esistere. Sta per finire il freddo della sera, le sciarpe avvolte con cui affrontare la notte, il ritorno, le ultime risate mentre scendi dalla macchina, il rientro a casa con il gatto che ci viene incontro.  Sta per finire l’inverno. Sta per arrivare il verde dei prati, la rincorsa delle nuvole sui fiori.

Sventola il verde

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V E R D E  – di Rossella Gallori

Sventola leggera, disegnando strane ombre sul  prato, ancora coperto di neve,  questa mia bandiera d’ organza.

Seta leggera, trasparente, raggiungibile, lisa, ma fiera.

Consumata dentro, scrivo un colore, scopro un sentimento, cerco di raccontarlo…..

Ho freddo, un freddo di rabbia, che nessuna coperta, potrà scaldare.

Cerco di ritrovare, quella piccola fiamma smeraldo, quel piccolo punto verde, che è stata la mia partenza.

Inizio un altro viaggio, lento, crudele spesso, confortante ….a volte.

Non ho con me quel che serve, mi affido, stupida, alla speranza ed al suo colore…..un piccolo zaino, pesanti pensieri….

Lentamente, snocciolo un rosario, d ‘ambra, rubato al mare, parlo di te, con te da sempre, so che mi ascolti, nascosto, per gli altri, ma non a me….

E dalla mia piccola scatola di velluto verde, come per magia escono ricordi, che non so arginare:

Un campione di taffettà “verde luna”

Un paio di ciabattine di paglia, verde acqua.

Un ombrellino di carta con il manico di legno color muschio.

Un piccolo anello d’oro, che una fragile goccia di smeraldo, aveva reso unico.

Un foulard firmato, volato a me, pagato un bacio, niente di più, erano anni verdi, quelli.

Un vestito, da lavoro, stretto ed odiato, di  un verde veronese, colmo di rinunce, pesante come il marmo.

Un paio di orecchini della mamma ”te li do ma non li perdere”. Un verde cadmio che sapeva di lei.

Una cravatta verde bottiglia……e chi se ne frega se è da maschio…..via il reggiseno, ed era il”68”.

Un vestito, da sposa, che non volli bianco, verde, rosa….solo mio, trasparente…

Due occhi, verdi che il tempo ha reso color tabacco, i tuoi, amore mio, figlia del mio amare.

Questa tazza di caffè, che scotta e consola, questa notte insonne, color bile, che voglio dimenticare…..

Fuggo stamani, dal verde, e nel verde mi ritrovo, tra mille sfumature, ho fatto un piccolo viaggio….riprendo la strada….

Un cappello di lana verde.

Un ombretto, opaco, vede salvia.

Una penna che dovrebbe scrivere….verde , ma si vergogna.

Un po’ di rosmarino…….una caramella di menta …..un quaderno nuovo…..e silenzio…..ora passo io….ricomincio ……un semaforo verde……

 

L’essenza

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Semplice fierezza – di M.Laura Tripodi

Ora mi tocca modellare una formina e sperare che il materiale sia abbastanza consistente da non rovinarsi in cottura. Il mio pensiero gira e rigira intorno a un cappello stile borsalino. Ho anche finalmente capito perché i cappelli maschili mi attraggono così tanto.
Tu eri un uomo semplice, ma fiero. Sempre vestito molto modestamente, con delle giacche lise che avevano sicuramente qualche decennio e pantaloni che non conoscevano la piega da chissà quanto tempo. Poi c’era il gilet di lana rosso vinaccia, con qualche buco, e la camicia di flanella con il colletto che era già stato girato una volta e adesso non ne poteva proprio più. In testa, d’inverno, portavi un baschetto blu. Ma quelli erano gli abiti da lavoro e anche se avrebbero potuto definirsi stracci tu li portavi con grande disinvoltura. E poi il doverti arrangiare a fare mille lavoretti per sbarcare il lunario facevano sì che quegli abiti avessero un loro perché.
Sapevi fare di tutto, ma la tua storia era molto, molto di più. Raccontava di un bambino classe 1905 vissuto nella campagna calabrese e rimasto da piccolissimo orfano di madre. Il primo paio di scarpe l’hai conosciuto quando ti sei arruolato nella Guardia di Finanza, a quindici anni, e questo particolare mi ha sempre molto angosciata. Ma nei tuoi racconti che mi arrivavano in modo frammentario ho sempre colto orgoglio e fierezza, mai vittimismo. Naturalmente eri analfabeta e non so come tu abbia potuto entrare a far parte di un’istituzione dello stato, ma sicuramente un secolo fa c’erano regole diverse e comunque piano piano hai imparato a leggere e a scrivere, hai preso la patente e sei diventato l’autista di fiducia dei tuoi superiori. Mi ricordo l’orgoglio smisurato che trapelava dai tuoi racconti sul servizio di frontiera e di come i tuoi superiori ti stimassero e ti volessero bene. Carpivo con avidità le tue parole, quando parlavi con la mamma che li avevi sentiti almeno cento volte, o quando qualcuno veniva a trovarci. Allora mettevi su la caffettiera napoletana, andavi a cercare sigarette e portacenere, offrivi la sedia all’ospite e… era festa. Potevo stare ad ascoltare tutte quelle storie che per me avevano la valenza di favole. Sì, perché quelle vere in realtà non me le ha raccontate mai nessuno. Troppi problemi da affrontare. Ma io non potevo capirlo allora, quindi mi nutrivo con gioia di qualsiasi racconto capitasse a portata di mano, anzi d’orecchio.
Eri un uomo buono e da giovane dovevi anche essere stato bello. Mi ricordo che avevi splendidi occhi verdi. E poi eri un illuminato. Sempre smanioso di imparare, sempre curioso.
Hai attraversato il XX secolo vivendo due guerre mondiali e trasformazioni che mai nella storia dell’uomo erano state così veloci e stravolgenti. Ma sembrava che tu fossi sempre lì pronto a coglierle e interpretarle.
Però eri anche un militare inflessibile. Onesto fino all’inverosimile hai inculcato ai tuoi figli la correttezza come valore imprescindibile, a qualsiasi costo. Impossibile discutere con te.
La strada che avevi tracciato era dritta e chiara ma proprio per questo non si poteva sbagliare: come dei piccoli militari dovevamo attenerci alla disciplina che ci avrebbe modellato, temprato e fatto crescere dritti come gli alberi maestri delle navi.
Credo di aver seguito il tuo insegnamento: sono certamente onesta e obbedisco a valori morali imprescindibili, ma tutta quella rigidezza mi ha anche fatto diventare ribelle e astiosa.
Però, a parte un sonoro ceffone che mi sono beccata a sedici anni, so che avevi una gran stima di me. Adesso che sono anziana lo riconosco e la commozione mi vince. Avresti voluto che studiassi, ma io ero troppo orgogliosa per dipendere economicamente da te.
Me ne sono andata di casa a sedici anni per fare la baby sitter e potermi mantenere da sola. Peccato che questo mi abbia permesso solo di acquisire una qualifica professionale che non era certo il mio sogno e sicuramente nemmeno il tuo.
Ecco, la formina è quasi cotta e non si è sciupata.
Adesso è giorno di festa: gli abiti da lavoro sono nel cesto della biancheria sporca e tu sei elegante nel tuo cappotto grigio, con i pantaloni stirati a puntino, le scarpe lucidate con cura e il cappello stile borsalino che ha preso il posto del baschetto blu.
Questa è una domenica pomeriggio piena di luce. Infilo la mia manina dentro la tua che mi sembra enorme.
Dietro di noi ci sono la mamma, i due fratelli, la sorellina.
Noi due è come se fossimo i capi colonna.

Imprevisto di primavera

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La neve di marzo – di Nadia Peruzzi

Scende lieve lieve.

Non c’è nulla di più bello di quei fiocchi ballerini che entrano e si posano dappertutto.

Lo fanno per bene, con educazione, in silenzio, ma con una costanza che spesso fa mucchi alti un metro e più.

Soffice come zucchero filato, a volte, se ghiaccia, appuntita e pungente come migliaia di spilli.

Non è ’più una sorpresa, come quando eravamo ragazzi .Ormai arriva annunciata in cronaca, a volte con esagerazioni che la traducono in minaccia, a volte per difetto e la poesia un po’ si perde.

Resta la meraviglia della  coltre bianca che fa cappello a tutte le cose, crea ricami mista alle foglie e intrecciata ai rami degli alberi, e per un po’ nasconde e ingentilisce anche le brutture. Pure le buche delle strade scompaiono alla vista, sotto questa coperta benefattrice per gli occhi. Fa bene anche ai campi, se non ghiaccia troppo, porta linfa e acqua che penetra corroborante nella terra, a dar fiato e spinta ai semi .

Infonde pace e serenità giocosa, a noi che stiam qui al calduccio di case confortevoli, e possiamo scontare solo qualche disagio nella nostra mobilità.

Neve benefica che costringe ad andare al passo anche chi va sempre di corsa. Neve che insegna lentezza e circospezione, merce rara in un mondo che preferisce le velocità scriteriate spesso verso il no so !

Sta volgendo in pioggia e fra poco riavremo il paesaggio di sempre con i rumori pressanti di sempre.

La neve si scioglierà. A breve ,sarà nel cassetto dei ricordi.

Quando tirerò fuori il ricordo di oggi, più che alla neve  penserò  agli occhi gioiosi del mio nipotino, alle sue guanciotte rosse per il freddo e al suo gran divertimento . E’ stata la sua prima nevicata ,e se l’è goduta proprio tutta !!

L’uomo ideale, per la vita

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Come lui nessuno mai – di Rossella Gallori

Sapevo solo come non doveva essere.

Perché il mio LUI, il mio “Grande Amore” era già nato, morto e sepolto, unico insostituibile, praticamente Dio. Nessun altro avrebbe potuto essere come il mio babbo!

Quindi, stabilito! NON DOVEVA FARE IL RAPPRESENTANTE.

Non volevo un uomo senza orario.

NON DOVEVA FUMARE.

80 Turmac al giorno mi eran bastate.

NON DOVEVA ADORARE IL GIOCO

poker, bridge…..basta. basta tappeto verde.

E NON VOLEVO GIOCATORI DI BILIARDO

Al Gambrinus, mai più

LO VOLEVO SANO, QUESTO SI NIENTE MALFORMAZIONI CARDIACHE.

Ospedali bastaaaaa.

Quindi: magro, alto, barba, silenzioso, lavoro fisso, paziente, dentro e fuori, certificato di sana e robusta costituzione….

 Poi, poi, c’è l’ amore, quello vero, come lo vorresti: uno che parla ed ascolta, che ascolta e parla.

Uno che ti compra cose piccole e le nasconde tra le lenzuola.

Uno che si accorge se hai cambiato trucco.

Uno che si ricorda perfettamente come eri vestita il 18 ottobre 2016…..e che ora era quando ti smagliasti le calze.

Uno che ti manda messaggi, anche se è seduto accanto a te.

Uno che sorride a quel che dici, anche cose, tipo: ho preso la scossa al ferro da stiro spento, oppure ma se mangio 6 bignè resto magra? Cioè, divento magra?

Uno che non mi cambi per una sciacquerella  qualsiasi.

Uno a cui piaccia tutto di me, anche il mio sbattere la porta…..per poi restare ….

Sorprenderci

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Padre e babbo – di Nadia Peruzzi

Ti sentivo arrivare prima di vederti. Avevi un passo che avrei riconosciuto fra mille. In vecchiaia un po’ più pesante ma era rimasto il tuo, inconfondibile.

Eri un bell’uomo da giovane, e hai fatto girare la testa a tante.  Hai sempre raccontato delle tue fidanzate prima della mamma, in un periodo ne avevi addirittura due contemporaneamente. Hai giocato a calcio, come portiere, di quelli con parecchia voglia e maestria ma poco fisico , tanto è vero che, per apparire robusto,  ti dovevi mettere più di una maglia.  Nelle foto in effetti,  eri fra i  più mingherlini.

Poi è arrivata la guerra che ti ha costretto in un altro mondo e lassù in montagna , nessuna distrazione era possibile, ne andava della vita.  Anche se come Astro , il tuo nome di battaglia, non ti sei fatto mancare, tu operaio metalmeccanico,  belle  chiacchierate con il Prof Ramat a suon di versi dei Sepolcri del Foscolo, di filosofia e del mondo del futuro per cui combattevate fianco a fianco.

Quanto ti piaceva la poesia.  Leopardi sopratutto. Quando in casa c’era solo la radio, a fare compagnia erano le letture di versi di Leopardi e di Garcia Lorca. La tua bella voce suonava  bene, cadenzata, accompagnando i versi.  In seguito, con i primi dischi a 45 giri fu Arnoldo Foà a prendere il tuo posto. Declamava  “Alle cinque della sera” di Lorca in una maniera che non scorderò mai! Ma non ho mai scordato nemmeno le tue letture appassionate .

Belle mani, capelli scuri. Solido nell’aspetto, e anche in principi e valori. Eri capace di orientarti subito, senza esitazioni, nelle situazioni più complicate e in politica, la grande passione della tua vita.

E’ una qualità per cui ti ho sempre ammirato e di cui per fortuna qualcosa mi è arrivato. Lo considero un dono.

Eri modesto.  Hai fatto come tanti, per costrizione,  cose che la letteratura racconta come appannaggio degli  eroi.  Eppure non le hai mai raccontate. Solo quelle che sentivi di poter raccontare come quando hai minato, insieme a Orazio Cappelli,  la linea telegrafica principale della tratta fino a Roma, ma non eravate bravi abbastanza: all’inizio i candelotti uscivano fuori dai pali esplodendo, piuttosto che abbatterli come sarebbe stato necessario. Per le altre è stato pudore di racconti evitati e domande non fatte.  Non ti sei mai vantato di tedeschi uccisi , né io volutamente  ho mai chiesto.

La guerra per chi la pensava come te e come me oggi, era ed è la bestia che costringe a fare cose immonde e anche se sai di stare dalla parte giusta, nessun vanto è possibile.

Eri anche  timido, quello tanto, visto che arrossivi anche in tarda età.

Eppure quando facevi quei comizi appassionati, senza cedimenti di voce  per l’emozione,  seguito sempre dal massimo di attenzione in chi ti ascoltava, non sembrava che tu fossi tanto timido.

Eri il mio babbo, il babbo degli affetti, ma da un certo punto in avanti, qualcosa in più. La mia guida e il mio punto di riferimento anche in politica. Compagno di impegno e di passioni, così come lo è stata la mamma.

Occhi talvolta severi ed esigenti, mannaggia la storia della diversità e del dare sempre il massimo di impegno in quello che si faceva!  Ma anche occhi giusti, che sapevano trasmettere forza e solidità.  E sapevano anche ridere .

E come ti piaceva canticchiare per prendere le distanze dalle arrabbiature spigolose della mamma. Era il tuo modo di schivare, fischiettando, e la facevi arrabbiare anche di più.

Ti piaceva vestirti bene. Elegante senza fronzoli, tendente allo sportivo, con una gran passione per i cappelli a tesa larga.  Avevi gusto per le cose fini e belle. Un gusto quasi femminile per le porcellane. Eri cresciuto in una famiglia certo non ricca, ma il gusto del bello non si sposa necessariamente  col denaro dei ricchi.  Tornasti dal tuo primo viaggio a Londra con un servizio da dessert. Porcellana fine,  che non ci aspettavamo, perché era quasi più da mamme che da babbi. Anche se le tue soste al negozio di Bartolini in via de’ Servi  avrebbero dovuto lasciarci immaginare, alla mamma e a me, che eri capace anche di sorprese di questo genere. Eri unico!.

 

Il mulino di Roccafiorita

Il Mulino di Roccafiorita – di Elisabetta Brunelleschi

Il paese si trovava a 750 metri d’altitudine, lassù il cielo era limpido, l’aria tersa e ogni cosa risplendeva di quella luce che sempre illumina i paesi del Mediterraneo.

Dal terrazzo della piazza si vedeva il mare, affacciata alla balaustra mi sentivo  avvolta da qualcosa di grande e guardavo lontano, all’orizzonte, dove dal blu sorgevano le coste della Calabria.

Nei primi giorni di luglio mietevano il grano, le bionde spighe crescevano in campetti angusti ricavati da terrazzamenti irregolari tagliati sui fianchi della montagna. Si lavorava per giorni e giorni, dal mattino molto presto senza sosta fin quando il sole infuocato obbligava al ritorno verso casa

Il frumento mietuto lo portavano nelle “arie”, spazi rotondi, senza un filo d’erba, posti in luoghi aperti ed esposti al vento. Ogni famiglia ne aveva una, molte si trovavano vicino al paese, neri crateri coperti di terra ben spianata e pulita.

Poi iniziava la battitura, non c’erano le macchine si lavorava a mano. Battevano, battevano e battevano con bastoni oppure aiutandosi con il mulo che girava e girava strascinando sulle secche piante un grosso peso. Gli steli, le foglie e le spighe si spezzettavano finché il prezioso chicco si separava dal suo involucro.

Quando ogni pianta era ben stritolata si passava alla spagliatura. Con una pala raccoglievano il frumento, lo alzavano verso l’alto per poi lasciarlo: l’aria, che lassù era sempre mossa dal vento, faceva volare qua e là le parti più leggere mentre il chicco (più pesante) ricadeva subito verso il basso. Nel paesaggio si stagliavano figure nere che con gesti ritmati spagliavano il grano. Spagliavano, spagliavano, i chicchi si ammucchiavano e la paglia si allontanava.

Alla fine i chicchi andavano a riempire enormi sacchi che venivano portati in paese per poi essere vuotati sui tetti a terrazza delle case.

Ora intorno al mucchio si sedevano le donne e cominciava la fase della pulitura. Ogni minima impurità: piccole pietre, terra, semi estranei, gusci, resti di chissà cosa, doveva essere tolta. Le donne con movimenti lenti e veloci delle dita che potevano continuare per giorni, vagliavano manciata per manciata tutto il raccolto. E intanto parlavano, ridevano, raccontavano storie, ed echi vicini e lontani risuonavano talvolta dai tetti e si spandevano per le strade.

Il grano pulito veniva in parte venduto e in parte conservato in appositi spazi che fungevano da granai al riparo dall’umido e dagli attacchi dei topi…..

In una stanza a pian terreno della grandissima casa di Don Antonino c’era il mulino, l’unico rimasto tra i tre paesi del circondario. In quegli anni le macine erano ormai azionate da un motore elettrico ma molti si ricordavano di quando la grande pietra veniva girata da un mulo. Dal primo mattino giungevano gli   anziani con il mulo o l’asino appesantito da uno o due sacchi gonfi di grano,  ma  ormai i giovani avevano l’Ape.

Con la farina, tutta di grano duro, si faceva il pane ma in particolari occasioni si preparavano i maccheroni e i biscotti col miele, per Pasqua s’infornavano grandi ciambelle con le uova.

Prima che l’odore del forno acceso si diffondesse per le vie potevi scorgere la Santina che rientrava in casa con una ciotola avvolta in un panno bianco, era il lievito … che lei teneva con le due mani come fosse un trofeo…

Sono passati quaranta anni ed ora non so più quali odori si spargono per le strade di Roccafiorita e nemmeno potrei riconoscere le voci che oggi vi risuonano.

Ma sono sicura che la stessa aria limpida e tersa avvolge con impalpabile freschezza ogni parete e ogni tetto e la luce mentre riscalda di vita i volti nuovi, non potrà che risplendere muta sugli occhi ormai chiusi degli abitanti antichi.

 

La farinata

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FARINATA CON LE LEGHE detta anche FARINATA CON GLI ZOCCOLI (piatto tipico del Mugello) – di Laura Casati

La povertà dell’orto in inverno obbligava i poveri contadini del Mugello ad utilizzare i prodotti che conservavano dall’estate: ad esempio le farine, i fagioli ecc.. Questa farinata è un piatto poverissimo. Ma assai gustoso.

Se vuoi una farina di granturco macinata finemente a pietra puoi trovarla alla Madonna dei tre Fiumi, un piccolo Borgo vicino a Ronta, sulla strada del Passo della Colla, presso l’antico MULINO MARCHERI ad acqua, ancora in funzione e risalente probabilmente all’anno 845. E’ probabile che di lì sia passato anche Michelangelo Buonarroti, presso il mulino il proprietario ti farà vedere le sue tracce sul muro.

Presso questo Borgo si trova anche un piccolo santuario  dedicato alla Madonna dove si fermavano i viandanti che dalla Romagna venivano in Toscana o viceversa.

Questa farinata di mais è un piatto unico in esso si trovano, pozzi, che vanno fatti stufare, poi aggiunto il cavolo nero già sbollentato, fagioli borlotti già cotti e brodo vegetale, aggiustata di sapore. La farina di mais va aggiunta nella grande pentola con tutte le pietanze e fatta cuocere fino a quando non sarà ritira e va servita calda con un filo d’olio. Buon appetito.

Pane

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Il pane…una volta – di Ivana Acciaioli

Una volta a tutti i pasti era presente il pane che spesso diventava l’ingrediente principale dando origine a vere e proprie ricette che sono rimaste nella tradizione.
Le colazioni e le merende non conoscevano dolcini, la fetta di pane era una solida superficie per accompagnare un condimento dolce o salato; dopo la Pasqua era la volta del pezzetto d’uovo di cioccolata, a luglio i pomodori appena raccolti dalla pianta, strusciati sulla fetta ancora caldi di sole, a settembre i fichi dell’orto, poi l’olio nuovo, le noci e i fichi secchi, la salsiccia fresca spalmata, la panna del latte ricoperta di zucchero, e il tradizionalissimo pane vino e zucchero.
Appena sfornato o invecchiato, arrostito o ammollato il pane rappresenta una grande risorsa in cucina.

In Toscana è generalmente buono, anche se sciocco e senza condimenti, in particolare a Prato abbiamo un pane per il quale dobbiamo ritenerci orgogliosi e fortunati, si trova discreto in quasi tutti i panifici, naturalmente con alcune eccellenze in negozi storici.
Una delle ricette tipiche estive per utilizzare il pane raffermo è il “panmolle”, detto anche panzanella.
Ogni famiglia lo prepara secondo la propria tradizione, i tipi di verdura e la grandezza del loro taglio ne determinano le differenze , per il condimento non c’è possibilità di varianti l’olio toscano extravergine e l’aceto sono d’obbligo.
L’aggiunta di tonno sott’olio è una variante dei tempi moderni che rende il panmolle un piatto unico.