Bruco o farfalla?

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Il bello dei brutti – di Nadia Peruzzi

A farsi piacere le cose belle son tutti bravi”, disse il bruco all’amica formica.
Se ne stavano andando in mezzo all’erba di un prato pieno di margherite, stando attenti a non incappare in qualche pericolo.
Si fermarono ai piedi di un platano ombroso, così da proteggersi meglio. Nell’erba folta una scarpa assassina o la ruota di una bicicletta erano più difficili da vedere.
Non era contento della sua vita il bruco. Non gli piaceva nulla di sé. Troppo corto, poco liscio, pieno di bitorzoli, piccole zampe e quello strano movimento strisciante ma non troppo.
Il muso tirava, il centro si inarcava e la coda si ritrovava trascinata a seguire il resto del corpo. Mica facile. In più doveva sopportare il rifiuto e l’evidente disgusto che provocava in chi lo guardava, a meno che non si trattasse di un ghiottone di bruchi , che allora era tutta un’altra storia e sopratutto era la fine della sua storia.
Solo con la formica si trovava bene. Erano diventati amici. Con lei poteva sfogarsi a piacimento. Era comprensiva e sapeva capire la sua infelicità. Era in fondo un sodalizio fra brutti. Si sa i brutti non piacciono, fanno fatica a trovare il loro posto nel mondo. Se guardi l’involucro, più bello e colorato è, più attraente è. Gli ammiratori non mancano, anzi fanno la fila, anche se spesso corrono il rischio di sbagliare prospettiva.
Il bruco è un portatore sano ma infelice di bellezza. E il nostro bruco non era diverso dagli altri.
Era infelice perché si vedeva e pensava sé stesso solo come bruco e non come la meraviglia che stava per diventare.
Chissà se un bruco sa che diventerà farfalla, se la natura che ha scelto per lui la magia della metamorfosi gli ha regalato anche il sentimento di questa sua trasformazione. La strada è scritta ed è solo una questione di tempo.
Chissà se nel momento in cui smette di esser bruco e si veste di colori, assume la leggerezza e l’impalpabile delicatezza dell’essere farfalla, riesce a  cogliere la grandezza di ciò che gli sta succedendo.
Ha dei sentimenti un bruco? Mi piace pensare di si.
Così come mi piace pensare che anche la farfalla non abbia del tutto dimenticato  quanta strada ha dovuto percorrere per arrivare fino alla esplosione di colori e di bellezza del suo stadio finale. Che abbia un po’ il senso della sua storia e non sia solo persa nel suo sfavillante presente.

 

Il bruco …..prima della farfalla

Il bruco…tra bruchi e farfalle – di Rossella Gallori

 ….piccolo, scuro, pelosetto e cicciottello strisciavo….qualcuno, schifato cercò di evitarmi, altri di schiacciarmi….

Spaventato, mi rifugiai sotto un gelsomino….aspettando giorni migliori, gente migliore, da qualche parte ci doveva essere questa “ UMANITÀ” …

Li vedevo passare, spocchiosi, agghindati, futili ed inutili, marionette senza tempo, senza età…passò il gatto verde mela, il cane bluette, un leprotto giallo senape, un’oca turchese, perfino uno stupido gabbiano fucsia …lui poi,  voleva mangiarmi.

 Ho aspettato minuti, ore, giorni, all’ ombra di un profumo delicato e persistente, non  esposto, mai nascosto, un po’ d’acqua da bere, una foglia morbida da mangiare…..poi, passo il vecchio con il bastone, la signorina con il fidanzato, la vecchia con l’amante, il ragazzo con il militare, il parroco cattivo…senza acqua benedetta…..io strisciavo….strisciavo lentamente, stupido e stupito, silenzioso nel mio pensare…aspettando  il mio riscatto ………volai all’improvviso, Aladino mi aveva ascoltato!!!! Diventai un po’ lui un po’ lei, rosa, azzurra, viola, blu, arancione….poco parroco, molto amante…mai vecchia …

Volavo,  volavo, volavo sempre più  leggera, ampie vele, le mie ali, volavo e con i miei mille occhi non vedevo più nessuno…..ero FARFALLA ora….FARFALLA….

Siamo farfalle

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Farfalle – di Aldo Bombaci

Madre natura ci ha pensato, dipende solo da ciascuno prendere consapevolezza, di ciò che siamo e delle opportunità che possiamo sfruttare.

“Siamo tutti farfalle. La terra è la nostra crisalide”.

In questa frase ci sono tutte le potenzialità che la vita offre, che la terra mette a disposizione. Saper vedere  è per l’uomo la condizione che lo assimila alla farfalla: che vola, si posa sul fiore, lo impollina e torna a volare, per poi posarsi ancora su un altro fiore.

La differenza che c’è, tuttavia, è che l’uomo talvolta guarda ma non vede, e questo lo rende cieco.

“Una  farfalla si posa sul fiore,

poi torna a volare senza meta apparente,

ma c’è un altro fiore che vicino l’attende,

mentre il passo che l’uomo muove

lascia una traccia che tutto scompone.

 

Come nel bosco molto altro vive dentro e fuori di noi,

ma in realtà lo ignoriamo per la confusione che siamo,

ognun chiuso al centro del suo universo mondo sta,

cieco al confine di quelli che la vista mai vedrà”.

La farfalla è fortunata

butterfly-day-3196857_960_720La farfalla – di Stefania Bonanni

La farfalla è un animale fortunato.

Leggera, colorata, con ali come quelle della fate, e polveri incantate per le magie. Una farfalla si nota, si segue con gli occhi, rallegra e rende grati. Sembra un regalo, un ornamento, abbellisce. Ho guardato fiori pensando avessero cambuato colore, ed erano pieni di farfalle. Ho visto al tramonto scie gialline, di farfalline piccole, che si strisciavano sull’onda che arrivava in spiaggia.

Un giorno ai giardini, ho pensato che la mia bambina si fosse messa un fiocco tra i capelli, ed invece kecsi era posata in testa, per parte, una grossa farfalla viola. Ho visto farfalle con i numeri sulle ali, come mi hanno insegnato da piccina.

Come se le cose belle dovessero anche essere magiche, importanti, protagoniste di storie e fiabe, leggendo scritte per abbellire ciò che bello è già. Dovrebbe essere il contrario, per giustizia. Si dovrebbe parlare di bellissimi bachi, di bruchi luminosi, di lombrichi parlanti. Invece nulla. Più semplice riconoscere la bellezza dove è evidente.

E comunque le farfalle sono animali fortunati, perlomeno finora nessuno ha pensato di mangiarsele, che io sappia.

Farfalle

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Le farfalle nello stomaco – di Nadia Peruzzi

Quando le senti la prima volta non sai che fare anche perché spesso si accompagnano a imbarazzo, rossore diffuso, mani sudate e a un gran tremolio alle gambe. Sei sottosopra, le senti vive e sveglie dentro di te, non immagini che due sguardi che si incrociano e due mani che si sfiorano siano capaci di scatenare il gran putiferio.

Tutto si fa pieno di aspettative ,volge al bello, si traduce in ansia positiva malgrado le incognite e la paura di far passi falsi e di sbagliare.

Dura poco? Dura troppo? Chissà ?

Dura quanto dura ,quanto deve e quanto vale la pena che duri. Può non finire mai questo momento che ha il potere di portarti fuori e sopra la realtà del tuo vivere e pensare in solitudine, per cedere al tuo doppio, all’altro da te che compensa e ti fa sponda .

Spesso però si cede all’abitudine e la passione che annebbia la mente un po’ si placa e con essa il gran scombussolamento.

La farfalle? Loro ,che fanno?

Si placano? Muoiono dentro di noi o cedono alla tristezza del tran tran e della routine?

Non mi piace pensarle inerti e tendenti al morto o al moribondo. Dopo la faticaccia degli inizi mi piace immaginarle lì distese a prendersi delle pause. A volte corte a volte meno. Forse sono stanche, forse si addormentano anche un po’,ma ci sono e sono tutto meno che tristi. Stan li di guardia, in schiera, anzi meglio in formazione di volo, pronte a ripartire .Basta un attimo .

Se tutto scorre e tutto si trasforma ,come dice il saggio, perché non lo dovrebbero fare anche le farfalle nello stomaco, loro che sono le figlie e le regine della metamorfosi?

Si ripresentano quando meno ce lo aspettiamo, per merito di emozioni fortissime, basta lasciare aperta la via alle emozioni credo il segreto sia un po’ questo.

Se non è l’innamoramento da sedicenni, può essere un amore maturo, o la gioia di un incontro che nemmeno è destinato a tradursi in amore,  eppure riesce a toccare corde importanti .

Le farfalle ,anche quando sembrano dormire, son li a farci compagnia, nel fremito che ci blocca il respiro c’è il segno che son vive e noi di conseguenza viviamo fino a siamo capaci di provare emozioni e abbandonarci ad esse.

Diciamocelo, in fondo, noi siamo le nostre farfalle,  visto che in un gioco bellissimo ci danno il segnale e il guizzo che ci sprona ad andare avanti.

e comunque……..felice Pasqua!

Buona Pasqua! –  di Rossella Gallori

…erbe amare per ricordare la schiavitu, uova sode come simbolo di vita, poi arriva la “salsa charoset” ricordo della malta con cui gli ebrei costruivano edifici in Egitto, ecco sinceramente un po’ mattone è, ma non voglio toglier poesia a questa piccola cosa.

La mia di stasera, quella livornese, che faceva la mamma e nessuno o quasi mangiava, almeno non apertamente, un dito nel barattolo e via….ha questi ingredienti noci , uvetta, mandorle, pinoli, prugne secche, datteri, miele, mele cotte, scorza di arancio, cannella….comunque noi si chiamava ” aroshet” ma si può dire anche ” aroset” …chiamatela come vi pare sempre argilla (credo) voglia  dire. Deve esse mangiata su pane azzimo, insapore e croccante. La ricetta cambia in Israele ci metton le banane secche, non so dove le uova sode ….il limone il grasso d’oca, beh ognuno la fa come vuole secondo clima, mezzi e conoscenza di regole a me sconosciute, pensate la mia è cruda ma le altre portano cotture da 10 minuti a quattro ore.

Una ricetta, quindi MOLTO variabile….un po’ furbetta.

Le matzah di stasera, il pane, non erano male, sicuramente molto meglio di quelle della mia infanzia più simili al cartongesso.

Erano anni che non la mangiavo, e sinceramente avevo un po’ di timore nel proporvela, poi la vostra attenzione, il vostro affetto, l’esser li seduti intorno ad un tavolo mi ha dato coraggio e serenità…..

Quando mia madre parlava di libertà, spesso si riferiva alle tradizioni, forse più che alla fede….non nascondersi….era troppo importante….

Vi ringrazio ancora, per me e per lei.

La pasqua ebraica quest ‘anno 5778 dura dal 30 marzo al 7 aprile…..i miei cugini mi han detto che in Israele dura un giorno in meno …boh….

La Giulia avrebbe detto: che gente questi ” giudei” …io da parte mia vi saluto augurandovi qualcosa di buono Pasqua o non Pasqua. …..vi siete fidati delle mie informazioni, su internet ne avreste trovate di più veritiere, io, come ho già detto, come cattolica son squalificata…..come ebrea poi non classificata….ora vi lascio con una cosa che diceva spesso mia madre, che ha sempre giurato di non parlare ebraico, ma con la demenza senile iniziò  a parlar bagitto:   BECHOL DOR VADOR…… e speriamo che non siano parolacce ……notte gente e grazie ancora. ROSY

Sulle rive del lago

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LUNGO IL LAGO – di Elisabetta Brunelleschi

Non è sabato e nemmeno domenica. Solo una persona è seduta su una delle panchine allineate lungo la riva del lago.

Ninetta in quell’ultimo giorno di vacanza, cammina nell’erba umida vicino all’acqua.

L’uomo dalla sciarpa, sì, è lui, è seduto sulla panchina e sta leggendo il giornale.

Ninetta lo guarda come fosse la prima volta. Non pensa e si avvicina:

– Professore buongiorno, mi posso sedere? –

Lui si volta e come non sentisse il suo dire, la guarda sorpreso e la saluta:

– Buongiorno! Ha già preparato il bagaglio? –

Ninetta timidamente si siede sulla panchina:

– No, lo farò più tardi-

 

Ninetta, in quell’ultimo giorno di vacanza, voleva vedere il verde intorno a lei; perciò, da sola, era uscita dall’albergo e si era incamminata verso la campagna, sino al lago.

Nella settimana di vacanza, dall’autobus che li riportava ogni sera all’albergo, osservando le sue acque scure si sentiva avvolgere da un senso di pace e immaginava di passeggiare delle sue rive.

Quell’ultimo mattino libero da visite, le dava l’occasione di vedere da vicino tutta quell’acqua circondata dal verde.

Il professore intanto mette una mano in tasca e ne trae una scatola di Toscani. Poi con gesti lenti cerca l’accendino e porta un sigaro alle labbra.

Ninetta si volta verso di lui e chiede:

– Professore, mi fa accendere?-

-Ma lei fuma?-

-No, voglio provare!-

Non è facile accendere un sigaro, alla fine, seguita dallo sguardo divertito del professore, ci riesce. Un fumo acre e dolciastro le invade la gola. Vorrebbe tossire, ma si trattiene. Fa finta di saper fumare.

-Stia attenta, non soffochi!-

 

Erano stati dieci giorni di vacanza immersi nella bellezza di musei, chiese, antichi palazzi., sempre guidati dal professore.

Ogni mattino lui compariva con l’immancabile sciarpa e un giacchetto chiaro se in cielo splendeva il sole o un robusto loden se nuvoloni grigi minacciavano pioggia. Dopo colazione radunava il gruppo e illustrava la giornata, sempre preciso, attento, mai un’informazione incerta o tanto meno errata.

Ninetta lo ascoltava, corridoio dopo corridoio, torre dopo torre, facciate, dipinti e affreschi. Con il passare dei giorni ne era rimasta inconsapevolmente estasiata. E ora lui era lì, senza cortine, senza apparenze; un normale gitante dall’aspetto forse un po’ stanco, intento a leggere il giornale in completa solitudine. Il professore, l’uomo dalla sciarpa, come lo avevano soprannominato gli amici di Ninetta.

-Professore, buongiorno, mi posso sedere?- Le era venuto spontaneo, come ritornare bambini e giocare.

 

Ma ecco uno sciacquio e davanti a loro una coppia di cigni si avvicina alla riva.

Ninetta porta il dito indice alle labbra e resta immobile come una statua.

-Che c’è?- Chiede il professore.

Ninetta muove appena la testa per accennare al goffo procedere di due cigni sulla terraferma.

Ma un lontano rombo di motore li riporta veloci verso il largo. Come un incantesimo che improvviso si disciolga.

– Lei è un’amante della natura. L’ho notata durante questa settimana, persa sui paesaggi e le nature morte.-

Ninetta tace. Non sa più che dire. Lui l’ha notata … Certo un paesaggio dietro una Madonna del Quattrocento e dovevano tornare indietro, svegliarla dall’incanto.

 

C’è il silenzio, il volo di un airone attraversa il cielo e il sigaro a poco a poco si consuma.

 

(Ecco, ora cara Ninetta, non so più cosa farti fare, non so più dove metterti.

Ti ho portata fin qui e mi stai svanendo, senza un perché.

Forse è meglio se ,pian piano ti riconduco all’albergo, dove gli amici che viaggiano con te ti stanno aspettando. Avevi detto che saresti tornata dopo poco. Sono passate due ore.)

 

L’orologio: Ninetta guarda l’ora. Sono le undici e tre quarti.

-Oh! Devo andare …-

-Non aspetta i cigni? Guardi si avvicinano di nuovo!-

Ma perché quella mattina, si era svegliata con un cielo diverso, con la voglia di distendere i pesi dell’anima in quel largo panorama punteggiato di pioppi?

Lo sguardo le andava sul lago, un’antica casa circondata da un muro abitata da chissà chi si ergeva sulla riva opposta.

-Sono troppo lontani, no, guardi, se ne vanno verso quella grande casa-

– Laggiù ci sarà del cibo-

Ninetta si alza, saluta si incammina.

-Il bus per l’aeroporto parte alle sedici e trenta, non si faccia aspettare!-

– Sarò puntuale.- E tese la destra per salutarlo.

– Francesco Altini, l’uomo con la sciarpa, lo so, da ogni un gruppo un soprannome-

– Ninetta Di Canto, sa, qualcuno aveva proposto l’uomo della seta, visto il filato.-

– Pensi,  una volta mi hanno chiamato Loden!-

-Tutti fermi all’abbigliamento, però! Quanto è difficile andare al di là delle apparenze!-

-Lei è una ragazza intelligente Ha capito!-

E le strinse la mano calorosamente la mano.

Ninetta iniziò a camminare, piano, con gli occhi che andavano al cielo, alla casa, al lago, ai pioppi…

 

(Ecco, ora cara Ninetta, puoi veramente tornare in albergo. Ti ho fatto parlare con il professore.

Tu, diciamo la verità, te ne sei un po’ innamorata. Ma è normale. Un bel signore, colto, dall’aspetto nobile, era inevitabile che quel tuo animo da sognatrice ne rimanesse stregato.

Hai parlato, hai saputo il suo nome. Vuoi altri dati anagrafici? Se ti servono te li racconto.)

 

Per una settimana vi ha guidato alla scoperta di mille tesori, l’architetto Francesco Altini.

Con quattro colleghi, come lui desiderosi di far fruttare la comune passione per l’arte, alcuni anni fa, ha fondato l’agenzia Arte§Storia, che offre servizi nel campo del turismo culturale (guide, proiezioni, conferenze, consulenze).

E guarda non sono servizi da nulla, buona parte della quota viaggio va ad Arte§Storia. La qualità si paga, è risaputo!

Della vita privata sappiamo solo che non è libero. Altro non trapela. E poi che c’importa. Dovevamo solo lasciarci condurre per antichi borghi e affascinare dagli sfondi oro, dall’azzurro dei lapislazzuli e dalle dolci colline che talvolta emergono dai dipinti del Quattrocento.

 

(Tra poche ore tornerete a casa: volo Pisa – Palermo e pulmino a noleggio verso il tuo paese disteso tra quei monti verdi e brulli.

Sarà bello raccontare, rivedere le foto e mettere in ordine i ricordi.

Laggiù, in paese c’è Nino, lui ti sta aspettando, per poco te ne stavi per dimenticare.

Ma non disperare, sarà sufficiente scorgere Punta Raisi e il cuore saprà di nuovo da che parte stare.)

 

La coperta per Casa Artemisia – La potenza delle parole che camminano……

Le parole di Rossella Gallori stampate sul manifesto contro la violenza verso le donne. Dal nostro blog le parole di Rossella sono volate fino a Villafranca di Verona e oggi tornano indietro, da noi, per salutare l’iniziativa bellissima che aveva acceso quelle parole:

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La casa sul lago (dal Domino)

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La casa sul lago – di Gabriella Crisafulli

Finalmente si vede: in lontananza appare dapprima il paese e poi, più isolata dalle altre, una grande casa vacanze. All’ingresso, nell’atrio, fa bella mostra di sé e dà il benvenuto un collage formato dalle cartoline d’epoca di una vecchia collezione.

Purtroppo un tuono annuncia ai visitatori un temporale e una piccola pioggia sottile comincia a scendere picchiettando il tetto, le pareti, le finestre. Crea un basso continuo nel quale gli ospiti si trovano immersi: sperano solo che quella musica duri poco e che, a breve, quella burrasca finisca.

Cala un buio fitto fitto, ma per fortuna la casa si accende di piccole luci mettendo in mostra il cesto pieno di frutta e le tante cose buone che erano state preparate per l’accoglienza. I camminatori, viandanti con il vezzo di nascondere qua e là dei piccoli doni con la speranza di ricavarne nel tempo ben più ricchi e numerosi, guardandosi l’un l’altro, in silenzio, si domandano all’improvviso se sarebbe tornata e se, ancora una volta, si sarebbe parlato solo di lei.

Lontano, era meglio così, che stesse lontano, perché ci fosse un attimo di tregua nelle loro paure.

Era arrivata nel gruppo non prevista, non richiesta: si conoscevano tutti da anni e avevano creato consuetudini di affetto e di amicizia. Lei era l’estranea. Sapeva di entrare in un mondo chiuso, ma non aveva potuto farne a meno perché era in gioco la sua sopravvivenza. Doveva quindi pagare questo scotto!

Nel frattempo la porta si apre sulla strada buia interrompendo i pensieri ed entra un uomo con una sciarpa che gli copre il viso gonfio e tumefatto. Si muove incerto sulle gambe.

Nel gruppo comincia a farsi strada un mormorio: piccoli sentieri d’interrogativi. Chi è costui? Ha a che fare per caso con lei? Non ce la fanno a sopportare la tensione un attimo di più e si domandano a mezza voce se era stato il caso di aprire la porta. Uno fra gli ospiti si offre di porgere il braccio allo sconosciuto sorreggendolo nel passo malfermo.

Nel frattempo fra loro si fa strada una ragazza leggera con capelli legati in alto sulla testa: una ventata d’ormoni in attività alleggerisce l’atmosfera, gli sguardi si fanno più vivi e la tensione si stempera. È la governante che chiede a tutti le ordinazioni per la cena.

L’uomo claudicante lì, davanti a tutti, comincia a parlare e la verità taciuta così per tanto tempo, fardello di una vita dissipata, avrebbe potuto essere una medicina benefica per ognuno. Sciorina l’amara realtà: le bugie sono più potenti della sincerità. Eccitano la fantasia, generano fantasmi, tessono trame inesistenti. Ma nel tempo le menzogne tornano indietro come un boomerang e perseguitano chi le ha lanciate a briglia sciolta. Generano fobie e sortilegi.

Poi si ferma, la trama dell’ieri s’inceppa: era stato inchiodato in un quadro in cui altri facevano da cornice e non sa come venirne fuori. Prende la valigia e sale lentamente in camera con un peso nel cuore: un sogno, era stato solo un sogno quello di proseguire il viaggio con qualcuno di loro? Per un attimo pensa di concedersi la possibilità di fare il primo passo, di proporre a   …    di proseguire insieme.

Arrivato in camera, lascia cadere sul letto il pesante cappotto pieno di passato che rivela il suo gusto per le stoffe semplici ma piene di qualità, abbandona il bagaglio in un angolo, si lava le mani e torna al pianterreno a fatica. Pensa che non ci sono più scuse: deve prendere l’iniziativa.

Quando arriva al piano terreno, i tavoli sono apparecchiati, il cibo è pronto per la fame di tutti ed è un attimo di pace.

Nel momento in cui finiscono di mangiare, passano in salotto. Massimiliano si trova a sedere in una poltrona intrisa di passato dove soldi, soldi, solo quelli contavano. Adesso, così ridotto, pensa che forse può considerare altro. Gli torna in mente la seggiolina di paglia dove sedeva la nonna davanti al trullo a “cazzare” le fave. E ingoia un nodo che si è formato in gola.

Nel frattempo la governante serve a tutti una torta con mirtilli e panna chantilly. Poi si mette dietro la porta per ascoltare come gli ospiti si sarebbero accordati per i giorni a venire, mentre sorseggiano il the per placare la sete.

La casa sul lago (dal Dòmino delle parole)

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La grande casa – di Patrizia Fusi

Un piccolo paese arroccato su una collina  si affaccia sul lago, le case sono basse, le strade strette, nel centro ci sono ancora dei ruderi di antiche mura che un tempo chiudevano il paese.

La sede del comune è nel palazzo di una famiglia nobiliare che aveva il suo feudo lì nel medioevo, come si deduce dallo stemma  sulla facciata.

Nella piazza centrale che si affaccia sul lago c’è una bella chiesa con un rosone di vetri colorati, che a vederlo  quando il sole con i suoi raggi lo illumina, sembra un gioiello che orna la facciata della chiesa.

La vita in paese trascorre tranquilla specialmente nel periodo invernale, si anima un po’ di più all’arrivo dei turisti, alcuni di loro sono affezionati a questo piccolo paese.

C’è la pensione Primavera, non ha tante camere e è tenuta con cura, la cucina casalinga con  gustosi piatti di pesce di lago e altre specialità del posto è a conduzione familiare.

In basso prima di salire verso al paese ci sono alcune case, fra queste una grade casa con la facciata in stile liberty, con dei tralci di glicine che per maestria del giardiniere  incorniciano le finestre al centro di un bel giardino  curato, sulla sinistra del vialetto fa mostra di sé un pergolato ricoperto di roselline a grappolo gialle non ancora fiorite, sotto si intravede un tavolo in ferro battuto con delle sedie intorno, ci sono dei vasi di camelie profumate che sono state messe lì per proteggerle dal sole, alla desta altre piante a fusto alto con delle panchine posizionate sotto e aiuole di cespugli di rose. Al limite del giardino una striscia di terra lavorato ad orto, un pollaio con delle galline.

La casa è a due piani, sopra ci sono le camere, al piano terra un gran salone, lo spazio è suddiviso da  mobili bassi e divani, la zona salotto è concentrata intorno al camino e circondato da divani colorati, ampi e morbidi.

Nella zona pranzo una credenza con accanto una tavola a fratina tutta in legno di noce e tre grandi porte finestra da dove si può osservare il lago.

Separata è la cucina, e anche la stanza adibita a studio, con la libreria che occupa tutta la parete, piena di volumi e tanti ninnoli, ma il posto d’onore nello studio lo ha una vecchia poltrona ricoperta da una stoffa damascata a gradi fiori dai colori tenui, era della nonna,  una persona importante nella  vita di lei. Seduta su quella vecchia poltrona un po’ stropicciata e consunta le sembra sempre di sentire il profumo dell’acqua di rose che adoperava la nonna, e Sandra, quando si abbandona a questo abbraccio, le sembra di riuscire a prendere le decisioni giuste nei momenti più difficili, come quella di incontrare Fabrizio.

Sta preparando il tavolo con del buon cibo fra cui un cesto con  frutta di stagione.

La giornata è grigia e un po’ fredda pur essendo primavera.

Ad un tratto il cielo si fa scuro inizia a soffiare il vento che sposta con velocità le nuvole scure piene di pioggia. Il temporale esplode con fragore.

Arriva una macchina, si ferma all’inizio del vialetto, in lontananza si intravede, il lago

Sar lui?

Non riesce a scorgere la faccia, un po’ per la distanza e per l’acqua che cade copiosa su tutto, ma   anche  perché una sciarpa  gli copre il viso.

La governante alla finestra dello studio è pronta a origliare, Sandra la intravede, le dice di andare in cucina a preparare del tè per l’ospite.

Finalmente arriva, coperto da quel cappotto pesante dal taglio antiquato, la grande sciarpa di cachemire un po’ consunta. L’emozione nel rivederlo le fa battere il cuore, rivive il dolore di quel abbandono, quanto tempo è passato, dal giorno in cui furtivamente se ne andò da quella porta senza salutare e senza dare nessuna spiegazione.

Nell’avvicinarsi alla grande casa Fabrizio vede accendersi delle luci in alcune stanze al piano superiore.

Non saranno soli, questo lo infastidisce e lo preoccupa.

Mentre cammina sotto la pioggia battente sente nel pollaio le galline che fanno rumore impaurite dal temporale.

Ha sentito il bisogno di parlare con Sandra vuole liberarsi di quel peso che sente dentro di sé come un grosso legno nodoso che gli comprime lo stomaco, pensando come si era comportato con lei, vuole spiegargli il perché di quella fuga.

Aveva sempre rimosso dentro di sé quell’inquietudine che provava verso le persone del proprio sesso, aveva scelto di avere una vita negli schemi, per sé e per i suoi genitori

Quando alla fine però si innamorò di un suo collega di lavoro riuscì ad accettare la propria omosessualità, e trovò il coraggio di viversi.

Ora era tornato per spiegare il suo gesto e chiederle scusa per averla ingannata, voleva dirle che per lui anche lei nella sua vita era stata una persona importante.

 

 

“Zod” e profumo di Pasqua

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Azzzzzzimelle – di Rossella Gallori

Arrivava a casa nostra un po’ di nascosto, nella scatola blu, con la scritta ”in cinese”. Prima veniva nascosta in salotto, poi appoggiata sulla cassapanca nell’ingresso….poi nei giorni della ”sua  pasqua” approdava in cucina……e lì iniziava la sfida tra suocera e nuora…..la nonna cattolica passava di lì con l’ acqua benedetta e, facendosi compulsivamente il segno della croce, benediceva l’ignara scatola…… mia madre ebrea, sorridendo, ma non troppo, sottraeva il prezioso involucro all’acquazzone malevolo della “sora Assunta”.

Ricordo tutto o quasi, voglio ricordare, per la mamma, per la sua memoria, per la”sugente”, come diceva lo zio con la solita telefonata da Torino, che del nord aveva solo la residenza, mentre il suo parlare era anche dopo tanti anni sempre e solo ”lihornese” …

“Deh bimba, mi apostrofava, ce l’avete l’azzimelle sur comò?”

Ecco…il mistero si infittiva, nel mio cervello già un po’ confuso…..la scatola aveva una scritta “in cinese”, lo zio le chiamava azzzzzzzimelle…..la mamma ciliegia sulla torta mazzà (che poi sarebbe matzah).

Di tutto questo ricordo  il sapore, l’amore, la gioia, poco importa con quante z si scrivesse azzimo; fu una rivelazione successiva lo scoprire che la scritta da me definita cinese fosse ebraico, che la nonna, che era convinta di pregare, secondo me bestemmiava fingendo  di benedire. Ricordo lui, mio padre, che da cattolico andava al tempio a prenderle, per lei, mia madre, che lo baciava ancora sulla bocca, in quelle ultime pasque insieme. Ricordo la felicità di trovarle intere, griglie di farina senza lievito, dopo un viaggio così lungo. “Mamma ma dov’è Israele???”

Lei rispondeva: “laggiù …..” e io ho sempre pensato che fosse oltre il viale Cadorna, forse al Romito…..dopo la ferrovia.

Iniziavano così, in un giorno di nisan (che forse è un mese) quello che i miei fratelli chiamavano la sagra del pollaio…..perchè si, diciamo la verità quel pane azzzzzimo, un po’ era pansecco, ora si è ingentilito, direi io, imbastardito diceva la mamma…..adesso è più “gentile” leggero…..più krakers anche se spero, rigorosamente kasher.

Le cene delle pasque erano stupende, povere nei contenuti ricche nella tradizione. Mia madre smise di nascondere la scatola, perché  dopo il “’60” si definiva libera di essere come era, ebrea dentro, in un mondo di cattolici fuori, io……beh …..io ricordo tutto quell’insieme: le uova sode benedette, l’olivo sul tavolo e….matzah a volontà…Si iniziava la mattina: pane burro e azzzzzima,  matzah tostato, spesso bruciato, con l’olio ed il sale, a  merenda con la cotognata, a cena nel brodo, dove lievitava  come una nuvola….poi c’ erano le follie, le trasgressioni, matzah e salame,  o salsicce e uova sode, quelle che mia madre portava a benedire il sabato santo, scambiando  i ruoli con il babbo, inveendo con la pezzola sul capo, che le schiacciava i capelli, e benedicendo la sua religione, che imponeva agli uomini il capo coperto,  e non a lei ed ai suoi stupendi riccioli color carbone.

Erano anni senza confini, anni di gioia e d’amore, di tristezza e di rabbia, anni di vita vera, si piangeva ancora per chi non era tornato,  il venerdì il kiddush (????non so se si scrive così) la domenica alla messa ….con quel pane azzzzzimo, che diventava pangrattato,  polpetta con gli spinaci o calisson, come chiamava mia madre quelle pallette di zucchero, datteri e azzzzzimelle, così dolci e profumate…..

Ora le azzzzzime si trovano al supermercato, che scoperta!!!!! io, scusate , io non lo compro, non si vendono i ricordi, i sapori, l’ infanzia è una……

Sento ancora la mia voce……mamma, con quante ” z “ si scrive azzimo? con tre quattro rispondeva …..come “zod”…..che poi ho scoperto voleva dire semplicemente “donna”.

 

 

La casa sul lago (dal Domino delle parole)

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La casa sul lago e non è ancora notte – di Rossella Gallori

 Trovarsi in un sogno già vissuto forse non era stata una buona idea,  non ne aveva più da tempo….arrivare poi con il buio era stato ancor peggio, il lago era immobile e lontano, uno specchio scheggiato nel verde cupo del prato, anche le galline erano andate a dormire prima del previsto.

Lei lo vide arrivare, aveva d’altronde  riconosciuta  la sua macchina, seminascosta tra gli alberi, i finestrini abbassati, le chiavi nel cruscotto, la vecchia borsa di pelle sdrucita e gonfia….troppa roba per un giorno, poca per tre, quattro.

Anna rimase nell’ombra protetta dalle tende di sanderson, poco era rimasto di lui, del suo viso, che  quasi non riconosceva, così nascosto dalla lunga sciarpa color polvere, le sembrava quasi più basso ora che si avvicinava, i rayban sul naso, il solito golf di cachemire, il cappotto bello ma datato, sì lo aveva amato anche troppo, non poteva mentire a se stessa.

Nel frattempo qualcuno preparava la cena, c’ erano altri ospiti al “Castello Visconti”, non si aspettava di trovar  tanta gente. Una volta riuscivano appena a riempir due, tre camere….ora dopo la ristrutturazione….non era più  un piccolo rifugio per innamorati clandestini. Lo ricordava bene…lo avevano scoperto insieme, lei e Franco.

Perché questa gente non era andata al ”Gallo d’oro”? pensò. Più economico, ma centrale, in paese non mancava niente, la chiesa, il museo, i negozietti, un buon bar.

Lei non era lì per caso, voleva rivederlo, sapeva che lui sarebbe prima o poi tornato.

Un brusio insistente la risvegliò dai suoi pensieri…..aprì la porta  e se lo trovò davanti, grigio in volto, maleodorante, il fantasma dell’uomo che aveva amato, sembrava avesse dormito in macchina per giorni. Lui la guardava ancora con gli occhi dell’amore, sembrava  un bimbo davanti alla vetrina di una pasticceria ….lei era la sua torta con la panna.

Lo sorresse mentre salivano le scale, nel lungo corridoio, si  sentivano voci sommesse, acqua che scorreva, piccole risate….incrociarono la solita governante impicciona che manco li degnò di uno sguardo, sorpresa ad origliare……

Un giovane esemplare di maschio urtò Anna, distratto e profumato  non nascondeva la sua fretta. Non era un incontro il loro, ma un pellegrinaggio, una processione di sentimenti  usurati. Si fermarono, Franco  tentò di accarezzarla….Anna  si allontanò …..da lui e non solo….Volse lo sguardo verso la piccola finestra incorniciata da tende di voile, in lontananza piccole luci annunciavano la notte, una spicchio di luna sembrava sorriderle, era il momento di sciogliere i capelli, di allontanare le cose del passato….di togliere dallo stomaco quel legno nodoso che le toglieva il respiro.

La camera  211 li accolse, era grande, ben arredata, per una volta soldi  e buon  gusto  erano  andati a braccetto. Franco quasi si buttò sulla poltrona antica di velluto azzurro, nel gelo del silenzio Anna, tacque, per farlo riposare.

Uno stupido orologio a cucù annunciò con un po’ di anticipo l’ora di cena.

Anna con una scusa banale si allontanò …….per non tornare.

 

 

La casa sul lago (dal Dòmino delle storie)

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La casa sul lago – di Tina Conti

Sarebbe andata all’asta quella bella casa un po’ cadente sul lago.
Tutti vi avevano trascorso le vacanze.
I nonni aiutati da Carolina la governante fino a poco tempo fa si erano sempre
offerti di ospitarli.
Da bambini prima, poi, da adulti, quando erano in crisi di coppia, o dopo periodi faticosi di lavoro si rifugiavano là.
Pian piano, la casa si era inselvatichita, la vegetazione la stava sommergendo.
Non aveva perso però fascino e mistero.
Marco, da ragazzo prendeva la bicicletta e andava in paese per le sigarette e un po’ di provviste. A volte portava  in canna anche Carolina che brontolava per le buche.
Carolina era diventata sorda ma non aveva dimenticato le sue ricette: in cucina era un portento.
Si erano dati appuntamento alla casa, erano passati tanti anni, qualcuno non si vedeva da tanto, i nonni non c’erano più.
La casa era  rimasta tranquilla per tutto il giorno  poi a buio  qualcosa si  era animato
Nella camera sul sambuco, Gloria si era appena alzata, aveva fatto un viaggio faticoso per ritardi di treni e autobus e su quello che era il letto di ragazzina aveva dormito.
Ora, con la scialle della nonna sulle spalle, si scaldava, guardava le bambole polverose sull’armadio, le foto sul cassettone, si era fatto buio.
Era arrivato qualcuno?
Si vedeva filtrare la luce nell’ingresso.
Una valigia era posata nell’angolo.
Qualcuno saliva le scale.
La casa si animò, si accesero tante  piccole luci
Fremeva aria di mistero, chi doveva ancora arrivare?
La piccola Francesca con la sua  coda di cavallo sulla testa sali’ dalla cantina, leggera, eterea, silenziosa.
Dalla cucina provenivano rumori conosciuti, profumi antichi.
Suonò il campanello della biblioteca del nonno.
Era il segno della chiamata per il pranzo.
Scesero e salirono tutti.
Quanti sguardi, sospiri, abbracci.
Si trovò un accordo, la casa sarebbe andata alla governante, se la meritava.
Si era offerta di continuare ad ospitarli  finché le forze glielo avessero consentito.
Sì festeggiò’ con cibi semplici ma familiari, e poi la torta.
Una musica sorprese tutti, fuori videro gli strumenti scintillanti della banda del paese.
Erano venuti a onorare la famiglia del nonno ritornata alla villa.

La casa sul lago (ancora dal gioco del Dòmino)

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La casa sul lago – di Mimma Caravaggi

Arrivò, posteggiò la macchina, lasciando il borsone sul retro. Non voleva prenderlo ora, lo avrebbe fatto più tardi, per ora era abbastanza agitato di presentarsi alla porta. Si accostò meglio la sciarpa al collo e finalmente bussò. La governante, che lo aveva già visto dal finestra scostando solo leggermente la tendina, era già in attesa di sentir suonare il campanello. Lo fece entrare e lui si ritrovò in questa casa rivedendola come sempre era stata, nessun cambiamento negli anni l’aveva sconvolta. Era identica a come l’aveva lasciata, persino la poltrona, di stampo vissuto, era sempre lì al suo posto. Mentre guardava con ansia e avidità girando testa ed occhi in ogni dove, ecco scendere Eva, leggera con la sua lunga coda di cavallo che, ad ogni scalino, sembrava danzare. I loro occhi s’incontrarono finalmente e si fissarono impari, ansiosi e una massa di ricordi affollò le loro menti. La governante intervenne per aiutarlo a levarsi il pesante cappotto e se ne andò in cucina  a preparare un the caldo per tutti; avrebbe sicuramente fatto bene. Lui si tenne la sciarpa  come coperta di Linus per avere qualcosa tra le mani che lo facesse sentire meno in imbarazzo. Eva è la prima a parlare: “Alfredo come mai sei tornato? Andasti via dicendo che non avresti più messo piede in questa casa. Cosa ti ha fatto tornare?” Alfredo abbassò gli occhi e con un filo di voce disse: ”I soldi”. Fuori intanto si sentiva cigolare la porta del pollaio e il suono di  passi attutiti sembravano venire dal piano di sopra. Le due donne non erano sole anche se tutto lo faceva pensare. “Come un lupo affamato ti affacci nuovamente a questa casa dopo anni di silenzio e senza alcuna vergogna chiedi dei soldi. Chi ti ha detto che il babbo è morto? E sei sicuro ti abbia lasciato qualcosa? O addirittura pensi che ti spetti qualcosa dell’eredità?” “ Eva credimi, non sono qui per me ma per la mia famiglia. Ho due figli e la piccola è malata e deve essere curata al più presto e questa è la sola ragione per cui sono qui a pregare per ottenere qualcosa”. L’istinto femminile di Eva iniziò subito ad ammorbidirsi e cercò di farlo parlare e spiegarsi. Non poteva e non voleva cacciarlo nuovamente di casa, non in questo momento. Ci sarebbero stati altri giorni per  chiarirsi e magari perdonarsi. La governante portò il tè che tutti e due in piedi sorseggiarono lentamente, guardando fuori dalla finestra. Eva per non perdere le bellezze del giardino e del paesaggio per lei sempre uguale ma pur sempre emozionante e Alfredo, con i suoi tanti ricordi che  affollavano la mente, si beava di queste meraviglie che pensava non avrebbe mai più avuto occasione di vedere.

La casa sul lago (dal Domino delle parole)

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La casa sul lago – di Stefania Bonanni

Avevano bussato alla porta della villa sul lago qualche sera prima. La governante, unica rimasta ad abitare le stanze antiche, aveva aperto con timore sporgendosi con il lume nella nebbia. Non li vedeva bene, non riconosceva i volti degli uomini davanti alla porta, ma capì bene il senso del tono perentorio con il quale le si rivolsero: non era possibile dire di no. La sera seguente avrebbe dovuto essere pronta ad ospitare una persona importante e scomoda. E che nessuno lo avrebbe dovuto sapere, nessuno. E basta. Se ne andarono strascicando gli scarponi fangosi, e portandosi dietro echi di metalli sbatacchiati.

Cominciò subito a pensare a chi potesse essere l’ospite da ricevere, ma qualunque congettura la inquietava. Lei era là, distante dal paese, da sola, a custodire una casa antica e misteriosa di per sé, non aveva possibilità né di andarsene, per non abbandonare tutto, né di chiedere che qualcuno le facesse compagnia. Fu un istinto, forse. Per prima cosa puli’. Puli’ per terra, spolvero’ la vecchia poltrona davanti al camino, sistemò la frutta in un bel cesto, tirò fuori le tazzine di ceramica inglese, perché fosse tutto pronto nel caso qualcuno volesse un the. La notte dormi’ poco. In compenso non poté farà meno di sorridere, al pensiero che si era messa a pulire. Da non credere: non si smette mai davvero di fare la serva.

Arrivò pian piano il giorno, lei resto’ sempre alla finestra, spiando ansiosa nella nebbia. Venne il tramonto, servì il lume acceso per guardare fuori. La tensione la faceva stare con tutti i sensi all’erta e fu per rinfrancarsi che si fece un the bollente e profumato. Proprio mentre lo sorseggiava, si accorse della figura massiccia di un uomo non tanto alto, avvolto da un cappottone  scuro, con la testa bassa ed una sciarpa scura a coprire quello che della faccia poteva emergere dal bavero del cappotto rialzato.

La governante strizzò gli occhi. Nulla, non lo riconosceva.

Dietro di lui, un’altra figura usciva dalla nebbia e veniva avanti nel vialetto. Sicuramente era una donna. Forse giovane, probabilmente magra, con i capelli rialzati sulla nuca. Nulla, neanche questo servì a farle venire in mente chi potessero essere. Ma non era tutto. Dietro di loro, distanti ma capaci di tenerli d’occhio, gli uomini del giorno prima. Si accorse allora, dell’auto scura nascosta dietro la siepe. Sicuramente l’avevano spinta a mano, perché non c’erano stati rumori.

L’uomo col cappotto, il primo della fila, bussò. Un solo colpo, secco, ma imperioso. La governante aprì, ed entrarono lui e un gran gelo. Non sembrava neanche più primavera. Non era il freddo: era paura, o, se fosse possibile, qualcosa di peggio della paura.

Non parlo’ nessuno, entrarono tutti ma non fecero caso alla pulizia, né alla frutta nel cesto, né alla poltrona davanti al fuoco.

L’uomo col cappotto rimase  in piedi, al centro della stanza, e si capì che aspettava una risposta che poteva essere la vita, nonostante sembrasse già morto.

La governante ora li vedeva bene, alla luce delle fiamme del camino. Vedeva che era sporco e fangoso, che non si cambiava, e lavava, e radeva, sicuramente da tempo. Era intirizzito e legnoso come un pezzo di quercia marcio, dava l’impressione di potersi sbriciolare da un momento all’altro.

L’aveva riconosciuto, adesso. Con terrore, l’aveva riconosciuto.

E anche la donna con lui, che si era sciolta i capelli e seduta nella poltrona davanti al fuoco.

“Posso pagare. Vedrai, con i soldi si compra tutto, quelli nella borsa in macchina basteranno. “Bisbigliò l’uomo col cappotto vicino alla poltrona. Lei disse, ancora più piano: “ho gioielli e diamanti, addosso” “Non voglio ti tocchino, nascondili” Con un gesto minimo e velocissimo, come se si rassettasse la gonna, tirò fuori un sacchettino che sparì rapido sotto al cuscino della vecchia poltrona.

Fu in quel momento che si fece vicino a loro uno dei ragazzi con gli stivali fangosi ed il fazzoletto rosso con le cocche annodato intorno al collo. “Non c’è più tempo…dovete uscire”

“Ho molti soldi, vi cambieranno la vita. Lasciateci andare. Spariremo, nessuno saprà più nulla di noi”

“Non è questo che abbiamo deciso. Uscite”

La governante aveva visto e sentito, dal pianerottolo del primo piano da cui poteva vedere senza essere vista. Aveva capito che la storia si faceva in quella casa, ma che la storia ha bisogno di sangue, e non avrebbe voluto essere lì.

Portarono l’uomo col cappotto e la sua donna in giardino.

La governante non li vide più.

Quando si decise ad uscire, molto tempo dopo che fu sparito l’eco delle fucilate, tutto le sembrò a posto. Come non fosse successo.

Poi, con uno strano pensiero di faccende quotidiane, pensò di rimettere in casa la torta che aveva messo a raffreddare sul davanzale. La lasciò cadere con un urlo, quando si rese conto che quegli schizzi rossi, non venivano dai suoi mirtilli.

La casa sul lago

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La casa sul lago – di Sandra Conticini

Aveva deciso di andare a trascorrere quei pochi giorni di vacanza in quella casa ai confini del lago di Bracciano, lontano dalla città e dalla confusione. Tutto quel verde e quell’acqua, praticamente ferma,  più volte l’avevano rilassata…aveva solo bisogno di stare sola con se stessa e con i bei ricordi di quel luogo. La pace durò poco perché, a poche ore dal suo arrivo, sentì un  rumore lungo il vialetto di ghiaia e, spostando le mezze tende, vide fermarsi una macchina tutta battuta, graffiata e fangosa…non si immaginava chi potesse essere entrato dal cancello a quell’ora….

Quando aprì la porta si trovò davanti, sulle scale, un signore con il volto coperto da una sciarpa nera, malvestito e dall’odore sembrava che non si lavasse da molto tempo. Con quel buio ebbe paura e non lo riconobbe…forse era meglio se non avesse aperto….

Intanto in cucina la governante iniziò a preparare il thè con dei pasticcini, chiunque fosse potevano sempre servire.

Poi con la luce di casa vide che era lui…suo marito che iniziò a inveire verso di lei dicendo che se si era ridotto sul lastrico era colpa sua, comprava sempre scarpe vestiti borse di grandi firme, gioielli, brillanti, viaggi, alberghi a cinque stelle  e non ultimo il vizio del gioco che lo aveva rovinato definitivamente.

Cercò di rabbonirlo un po’  offrendogli il thè con i pasticcini e  una bella fetta di  torta di mirtilli con panna….la sua preferita, ma lui continuò a urlare, così lei dovette riconoscere che aveva ragione…  L’aveva sposato solo per i soldi e se ora li aveva finiti meglio trovarne un altro per farsi mantenere, non era il tipo di poter vivere in povertà…..

Lui, rosso di rabbia, andò via sbattendo la porta e urlando: – Possibile che tutto il mondo giri intorno ai soldi?

La casa sul lago

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La casa sul lago – di M.Laura Tripodi

La notte era fredda e buia. Pioveva fitto fitto e la casa era illuminata da tante piccole luci che nell’oscurità del bosco la facevano sembrare un albero di natale. L’uomo fermò la macchina, guardò verso la casa, sospirò, poi si fece coraggio e scese. Prese il borsone appoggiato sul sedile posteriore e una smorfia di dolore gli deformò le sembianze .

Si coprì il viso con la sciarpa in un gesto protettivo senza senso. Là dentro sapevano chi era e lo stavano aspettando e fuori sembrava esserci solo il nulla. Ma ecco, la governante aveva aperto la porta e i suoi occhietti curiosi scrutavano l’uomo  pregustando un evolversi goloso e succulento, come le pietanze che stavano sulla tavola imbandita.

L’uomo entrò senza salutare. Si tolse con fatica il pesante cappotto. Sul maglione  una  macchia di sangue sembrava allargarsi a vista d’occhio.  Provò a salire le scale, ma cadde pesantemente sulle ginocchia. La ragazza gli si precipitò incontro. Un odore sgradevole di poco pulito la investì, ma il sangue che intanto era colato sul pavimento la fece inorridire.

Lui la guardò con occhi innamorati e nostalgici. Stava morendo, ma aveva portato a termine il proprio compito: l’ostaggio era stato liberato e dopo lo scontro a fuoco era riuscito a recuperare anche il denaro.

Il padre di lei sarebbe arrivato di lì a poco al posto di polizia del vicino paese, accompagnato dalle forze dell’ordine.

Mentre seguiva il proprio rantolo, sempre più debole lo sguardo gli si posò e si spense per sempre su un cesto pieno di buona  frutta.