Profumo di erba tagliata

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Profumo di erba tagliata – di M. Laura  Tripodi

Mi aveva investita all’improvviso, come uno schiaffo, o forse  mi aveva sfiorata come una carezza?

Era stato annunciato con un rumore, prima come di sottofondo, poi sempre più assordante . Interrompendo la quiete del tardo  pomeriggio sembrava quasi ci fosse qualcosa che non andava.

Seguii la curva della montagna e il rumore tacque, quasi che il silenzio volesse accogliermi. Fu in quel momento che il profumo acuto dell’erba appena tagliata invase non solo il mio naso, ma tutto il mio essere. Lo sguardo si posò pacatamente su una distesa di verde lucente, acquattato.  Una specie di trattorino stava ancora fumando cercando il riposo. Un uomo si tolse il cappellino di tela, si deterse la fronte con il dorso della mano e con un gran sorriso mi fece un cenno di saluto.

Stava calandola sera e il silenzio era interrotto dal punteggiare del canto dei primi grilli.  

 

 

Profumo di primo giorno di scuola

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Primo giorno di scuola – di M. Laura Tripodi

Mi è arrivato, non so da dove, un profumo di primo giorno di scuola.

Che novità uscire di casa e starmene fuori qualche ora, da sola.

C’era un misto di apprensione e di eccitazione.

La scuola, a quei tempi, cominciava il primo giorno di ottobre e l’autunno era davvero autunno. Il profumo che ho percepito sapeva di appuntatura di matite, di aria umida, di alberi spogli e di foglie rimaste a macerare sulla terra bagnata.

E poi l’immagine di un grembiulino bianco e di un fiocco rosa, quest’ultimo aggiustato sotto il colletto con impeccabile precisione.

Però,  sull’uscio della scuola, appena lasciata la mano della mamma fui presa da un improvviso senso di abbandono. Non conoscevo nessuna delle mie compagne, ma  per fortuna la maestra, nonostante il suo spolverino nero, aveva un’aria molto rassicurante.

Ci chiese di tirare fuori il quaderno a quadretti e le matite. Subito, dal silenzio assoluto dell’aula, nacque un gran baccano di cartelle spostate e serrature che scattavano e quaderni che si aprivano.

Deve essere stato quello il momento in cui si è sprigionato il profumo di primo giorno di scuola.

La maestra alla lavagna ha scritto Quercia – quercia – QUERCIA. Con l’iniziale maiuscola, con l’iniziale minuscola, con tutte le lettere in stampatello. Poi sotto ha disegnato una foglia e una ghianda.

C’era da copiare e colorare.

Non ricordo il risultato di quel mio primo esercizio scolastico. Ma ricordo perfettamente il mio sguardo bramoso ed entusiasta sulla fila di matite colorate che stavano sull’attenti dentro l’astuccio.

Tutto il verde che c’è

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Tonalità di verde – di Ivana Acciaioli

Nel pomeriggio domenicale silenzioso, l’esplosione della primavera mi fa tirare fuori dal suo nascondiglio invernale la mia sedia a sdraio verde con le sue comode tasche dove sistemo cellulare, libro e chiavi di casa; scendo con lei in giardino e assaporo questa prima uscita rilassante nel verde, che sembra aver deciso di esplodere sotto questi raggi di sole anche troppo impertinenti.
Allungo le gambe sul poggiapiedi pensando all’ottimo acquisto di questa sedia ,mi mimetizzo perfettamente  con la mia camicetta verde ultimo acquisto alla moda. Quest’anno il verde è apparso nelle vetrine anche in tonalità azzardate.
Tonalità del verde, ecco cosa mi viene in mente di digitare su Google, e scopro che ci sono ben trentasei  tonalità e forse qualcuna di più perché non trovo il verde militare, il verde marcio e  il verde muffa che per me esistono.
Nella tabella colori  ogni gradazione   compare con  il suo nome preceduto naturalmente dalla parola verde.
I miei occhi  rimangono incantati dalle tante sfumature di colore e dalle definizioni.
Alcuni verdi mi erano noti, altri completamente sconosciuti almeno nel nome; alcuni caratterizzati da parole normali che abitualmente associamo  al verde come trifoglio, felce, erba, primavera, oliva, muschio, smeraldo, giada, ma altri buffi come Arlecchino, ufficio, vagone, cacciatore, Legnano.
Quelli più intriganti sono  verde cinabro, persiano, celadon, verdigris, Veronese, chartreuse perché sconosciuti; mentre i migliori sono  quelli che posso associare ad un profumo come menta, pino, lime e polpa di lime, pera, tè verde, asparago, mirto e poi ci sono quelli che un po’  intimoriscono come mimetico, palude, islam, foresta.
Non manca  il verde politico, quello irlandese e della lega Nord.
Però il verde dei sentimenti, seppure astratto, si fa strada a gran forza nella mia mente: la  gelosia(mostro dagli occhi verdi), l’ invidia, la speranza; infine tangibile e tanto desiderato quello del bene materiale per eccellenza il denaro.
Un soffio di vento giunge a smuovere le pagine del libro, abbandono  il cellulare, mi immergo nella lettura e  mi confondo nei toni  del verde del giardino.

Verde cipresso

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Scusate, ho perso la speranza – di Rossella Gallori

 Un giorno come tanti, un anniversario, difficile, più che una data, sembra un boomerang, che mi prende in pieno tutti, gli anni, so che succederà, ma inesorabilmente, non riesco a schivare il colpo. Anzi, me lo aspetto, so che starò male, voglio star male. Non preparo cerotti, ne disinfettanti, voglio grondare….e se non è sangue, sarà sudore, e se non fosse né sangue, né sudore….saranno lacrime.

Quest’ anno però, non è andata così…eppure le premesse c’erano tutte….il sacchetto con la spugna, le forbici, la pianta con i garofani rossi, due sassi ed una conchiglia, un pezzetto di collana rotta, che volevo nascondere dietro la croce, tra la tua, babbo e quella del bambino……avevo anche imbevuto un cotoncino con il mio profumo, volevo fartelo sentire;  di me, forse ricordi l’ odore di una bimba, il borotalco Roberts che amavamo tanto….o quella saponetta Palmolive, di un verde tenero, che usavamo solo noi.

Si c’era tutto quello che serviva…….ma dopo 57 anni non ce l’ ho fatta….per la prima ed forse non ultima volta, mi sono arresa….non sono riuscita a fare niente di quello che ho sempre fatto….alzarmi prestissimo, fare colazione, prendere la bustona per te, aspettare il 14, scendere in S Marco…..riprendere un caffè ….salire sul 25….e all’altezza del Cionfo,  iniziare a piangere…sempre il solito film….arrivare  a Trespiano, comprare altri fiori, percorrere il solito viale, con il soliti cipressi che mi sembran  sempre meno verdi e più bassi di allora…..percorrere quei metri, ed essere sicura di non trovarti  sperando che sia stata l’ennesima bugia di mia madre, la tua morte. Sedermi  ad aspettare per poi i vederti apparire….ti ho sempre aspettato, lo sai, vero?….poi delusa, ma non arresa ho sempre ripercorso il tragitto  a ritroso….sicura di ritrovarti….per tornare a casa insieme….

Quest’anno no, non ce l’ ho fatta, ho perso la speranza, quella speranza verde prato, che è più una follia grigio piombo…

Ci venivo a 11 anni da sola, a volte facendo un lungo pezzo a piedi, passando da Santa Marta….e ora a 67…. Mi arrendo…mi sono arresa, mi sono fatta accompagnare, ed erano già passati tre giorni da quel 16 aprile, e quest’ anno, pensa non mi sono arrabbiata, rileggendo la tua data errata incisa sulla lapide, frutto di un ennesimo errore della mamma.

Sono stanca, ho perso la speranza di trovarti seduto ad aspettarmi, di sentire la tua voce, che mi chiama tra i salici piangenti….

Non sono venuta sola, perché ho avuto paura…sapevo che le mie gambe questa volta non mi avrebbero portato da te…volevo un braccio, una spalla, una mano….un appiglio umano, che non ho usato, ma avevo bisogno ci fosse, di un compagno silenzioso ….che al momento giusto mi portasse via.

Scusa ancora, se perdendo la speranza, non mi sono voltata per salutarti, non ti ho detto “a dopo”, come sempre, questa volta l’ho capito….non mi senti….non sei lì.

Qualcuno mi ha detto che è un piccolo traguardo, io credo di aver perso la guerra, non la solita battagliuccia quotidiana.

Ti chiedo scusa…..ma cos’è questa speranza di cui tanto si parla, cos’è? Una pazzia? Una necessità? Un sogno? Un incubo…..io comunque l’ho persa…..

 

 

Verde speranza

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Non credo alla speranza  – di Ivana Acciaioli

A quindici anni mi vedo, come fosse adesso, spalle contro il muro in quella camera dove la mia migliore amica di sedici anni sta morendo; mi chiama e  chiede il dottore e l’ambulanza, lei non sa che  nella stanza accanto ci sono  le sue due ultime speranze, ma che  scuotono la testa e per lei non hanno rimedi. Vorrei abbracciarla per l’ultima volta, salutarla con tutte le parole di bene che ho per lei, invece  resto impietrita, non riesco a mentire ma neppure a darle speranza.
Nel tempo ho capito che non riesco e non voglio dare speranza.
Alla mia seconda amica che mi lascia alle soglie dei nostri cinquant’anni, mentre preparo la valigia per condurla a casa a morire, a lei che mi chiede la pappa reale per il desiderio di rimettersi presto, non ho il coraggio di dire di abbracciare la figlia e salutarla con le parole di amore  che potrà ricordare, farle tutte le  raccomandazioni come ogni mamma farebbe ad ogni partenza.
Il suo commiato è la sua ultima occasione .
Questo vorrei    poterle  suggerire, invece la guardo, sorrido appena, non mento spudoratamente, ma non ho il coraggio di togliere speranza.
Ci vuole coraggio a toglierla e a darla, la speranza!
……
Se penso a mia madre morta a novantanove anni ho la certezza che la speranza non è infinita, si esaurisce in noi e si spegne insieme a tutto il resto del nostro corpo. Così mi  appare chiara la frase di Sciascia: “Ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza”.

 

Verde assoluto

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Verde assoluto – di M.Laura Tripodi

Non conosco il verde assoluto, forse non l’ho mai visto. Penso a un campo di grano non ancora maturo che cambia il suo verde in mille sfumature a seconda di come la brezza primaverile lo accarezza .

Forse il verde della giovinezza è più compatto, ma mai assoluto .

Guardo il verde delle colline in lontananza e sento che ispirano pacatezza più che pace, ma ancora non penso al verde assoluto.

Poi osservo una formicuzza laboriosa. Forse guardandosi intorno  si sente circondata da un’immensa prigione senza sbarre , di un verde accecante. Forse è quello lì il verde assoluto: la dimensione fra terra e cielo prima di approdare  alla cima di un filo d’erba.

Verde cucciolo

 

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Verde – di Cecilia Trinci

Salta su da una panchina bassa, stretto stretto in mezzo a una manciata di piccoli bimbi, appena fuori dalla classe. Mi vede sempre prima lui e corre velocissimo tra le mie braccia. “Nonna, nonna!”  e mi bacia, mi accarezza il viso, mi guarda con i suoi occhi indescrivibili, tra il verde e il blu.

Una scheggia di vita, una miniatura di bimbo che mi corre addosso e mi resta abbracciato per un attimo infinito, proprio lì nel mezzo del corridoio della Scuola Materna. La marea delle mamme, delle nonne, degli altri bimbi ci raggiunge presto  sommergendoci  mentre stiamo isolati, abbracciati stretti, e ci costringe a lasciarci, a cercare il cappottino, lo zainetto verde con le posate e il bicchiere e mentre lui racconta “ho mangiato la pasta al podomoro…l’ho mangiata tutta!” , (notizia per altro confermata dai disegni  di pomarola  appiccicati sul grembiulino verde),  la nonna cerca gli occhielli del golfino, la cerniera del cappottino per poi uscire trionfante, tenendo per mano un cucciolo che zampilla.

Andiamo allo scivolo? Andiamo. Ci sono altri bambini, i suoi amici. Rotolano a turno sulla lastra lucida, rimbalzano nell’ebra urlando “ A tutto gas!!!”  Scendono dalle scalette al contrario, si abbracciano, fanno merende finte di erba e fiori, fanno esplorazioni dentro la chioma dell’olivo basso. “Attenti alle foglie! Pungono!” azzarda qualche nonna (che non sono io). Perché mi affollano mille “attento!” ma non li dico tutti, uno si e uno no, di tutti quelli che mi vengono alla mente. Perché dire sempre su tutto “attento no!” pare da nonna ansiosa. Allora si scelgono i divieti, se ne dice uno su due, poi forse, nei momenti tranquilli anche uno su tre. E così fanno le altre nonne in modo da creare una barriera alternata di protezione virtuale. Perché se davvero cadessero malamente non potrebbe  impedirlo nessuna di quelle nonne schierate ai bordi del giardino. Finché, dopo un tempo ininterrotto di salti, urla, rimbalzi e rotolamenti una lancia l’annuncio “Su, ora andiamo a casa!” e tutte le altre si attaccano a quel segnale aggregandosi. “Sì andiamo anche noi!” Il giardino si svuota. Si riempiono di bimbi le macchine parcheggiate.

Lui sale dietro, nel suo seggiolino. Aprendo la manina mi regala un tesoro prezioso: una piccola pina un po’ storta. “Andiamo a casa dei nonni!” dice contento e dopo due curve gli occhi tra il verde e il blu si sgranano, cominciano a guardare senza vedere, restano ipnotizzati, incantati, bloccati in uno sguardo lucente e assente. Verde. Verde chiaro. Verde acqua. Verde sonno. Verde niente. Verde sogno. Un bel sogno con un drago verde, con una macchinina da corsa su una pista verde.

Verde verdoso

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Verde – di Lorenzo Salsi

Tutto il giorno nel verde, sempre. Anni nel verde.

Verde che fa gioire, verde che fa bestemmiare. Sono diventato verde anch’io,  verde mentalmente, solidale alla natura. Non mi annoio, anzi il verde mi pacifica, mi fortifica. Vivo nel verde costantemente. A volte mi sdraio nell’erba e guardo gli alberi che in prospettiva  mi vengono incontro, addosso, non fanno paura per niente  perché sono verdi. Verdi, campi verdi, di un verde verdoso, quasi accecante, onde di verde sulle colline che portano il grano verde sulla loro cute, mosse e fatte di vento.

Verde, che, con il colore della terra e dell’acqua, è il colore più presente, più invadente, più giusto….Quanti verdi! Tanti verdi!

 

 

Un pizzico di horror…… verde

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“Mantieni un albero verde nel cuore e verrà un uccello a cantare (proverbio un po’ cinese)” – Scherzo horror di Rossella Gallori

Picchiettava martellante sul vetro, mi guardava impertinente, con due occhietti giallo lampione, un pennuto nero e viscidino, su zampine anonime,  grigiastre e cortine, una coda ritta e zitta, puntata verso un  cielo minaccioso e plumbeo……tic….tic….tic….tac…tac…pic…pic…poc…poc…

Ne ero affascinata e terrorizzata, se solo avesse avuto l’ ardire di entrare in camera mia ….giammai, si sarei morta di paura, lo so.

Cercava, povero vecchio uccello, di attirare la mia attenzione …gnic….gnic ….bric ….bric…forse voleva dirmi o darmi qualcosa, forse era semplicemente qualcuno travestito da volatile.

Cercai di non guardarlo negli occhi, sapevo che sarebbe bastato un suo sguardo, per provocare la mia dipartita…..dopo averlo accolto.

Chiusi l’ avvolgibile con forza, sentii il “ crac” della cinghia sfilacciata che cedeva per usura e violenza….

Noooooooo non potevo e non volevo vedere!!!!

Una testina nera ed esangue, rotolò sul davanzale….con gli occhini sbarrati e privi di vita, emise un piccolo canto….gnunnnn…gn…poi il suo beccuccio tacque  per sempre.

Non so se fosse morto per il colpo o perché si era dimenticato di respirare…..decapitato, tra le sbarre di ferro battuto verde salvia terminò il suo vivere…

Niente fiori al suo funerale, piccole foglie verdi sulla “barettina” di latta, una scatola vuota di Pastiglie Valda, gialla e blu….riuscii ad incidere il suo nome, io, pietosa assassina : GRR BRR.

Lo descrissi, più tardi, il defunto,  ad un’amica ornitologa volontaria Lipu, molto più esperta di me in materia mi confermò il nome di uso comune …trattasi di uccello scrivaiolo…..poi mi illuminò sul nome latino dell’augello scomparso….un nome  difficile  da scrivere ed impossibile da pronunciare: ILKHGFRTOINMORED…….

Due ricette verdi di speranza

di Rossela Gallori e Sandra Conticini

 

Rossella Gallori: Dolce Speranza

Un po’ di salute

Un po’ d’amore

Un po’ di carezze

Un sorriso piccolo

Un regalo fatto a cuore

Un cuore in regalo (ingrediente difficile da reperire)

Infornare a fuocooooo, diciamo “ basta che non bruci”

Aspettare quel tanto che basta, per indossare qualcosa di vero….per scrivere parole giuste , per sorridere senza sghignazzare, una figlia, due figlie, tre gatte….un’amica che ti chiede un consiglio …..un consiglio dato con affetto….qualcuno che ha bisogno di te….

Il dolce non si deteriora…..dura in eterno….profuma di vita…..un fetta per tutti.

 

Sandra Conticini: RICETTA DELLA SPERANZA 

Pazienza, lungimiranza,tempo, amore, serenità

La speranza sta sempre lì nel cuore e viene fuori ogni volta che ne hai bisogno.

Ci vuole pazienza, tempo, amore, lungimiranza, serenità e va consumata poca alla volta perché per ricostruirla ci vuole molto tempo…..

 

 

Cinque ricette verdi di speranza

di Stefania Bonanni, Lorenzo Salsi, Simone Bellini, Nadia Peruzzi, Mimma Caravaggi

Stefania Bonanni  – Senza speranza. 

Si può anche non avere speranza e dovere e volere andare avanti sereni, senza ostacolare il volo di nessuno, senza negare comprensione e abbracci, cercando di assecondare la corrente e lasciando che la vita vada dove può.

Lorenzo Salsi – Speranza in torta

2 etti di credenza

1 etto di sapienza

3 uova di panna montata

1 pedalata di Speranza (nonna di Marco)

2 fette di abitudine

1/2 litro di sangue di rape rosse

1/2 kg di farina di immaginazione

Burro di semi di affetto (parecchio burro)

2 pizzichi di illusione

Un po’ d’abitudine.

Mescolare bene tutto, ma bene bene, se l’impasto impazza lasciate stare.

Chi visse sperando morì usando la pietra fossile delle gagate, …..al gerundio.

 

Simone Bellini – La ricetta della speranza 

Mescolare con Forza di Volontà un Kilo di sogni con manciate di determinazione, aggiungendo un po’ di pazzia e tanta voglia di vivere, insistere nel mescolare più e più volte fino ad ottenere un impasto che lieviterà, ma attenzione a crederci fino in fondo, se non volete che si afflosci.

 

Nadia Peruzzi – Torta speranza. Come si puo’ fare un “dolce speranza” nel tempo presente? Non lo so di primo acchito e ho dovuto dormirci sopra per arrivare a rispondere. Non vedo la speranza? La vedo, la porto sempre con me, visto che è nel mio nome, che in russo vuol dire per l’appunto speranza.

Cercando bene gli ingredienti da usare ho deciso per questi:

100 gr di costanza

100 gr di intelligenza

200 gr di fantasia con aggiunta di capacità di cambiare percorsi facili e rettilinei ,quelli che vanno bene a tutti..ma non è mica detto

200 gr di sentimenti di fratellanza, di amore e di senso di giustizia, o anche solo di sentimenti senza aggettivazioni particolari visto che  spesso o quasi sempre, posso anche bastare da soli

200 gr di cura del mondo attorno a te e di rispetto per cose e persone e anche di cura di sé

200 gr di salute e di ben essere, scritto proprio cosi’.

Girare il tutto, con pazienza e con tutto il tempo che ci vuole, con pessimismo della ragione condito di tanto ottimismo della volontà e nessuna voglia di darsi per vinti prima della battaglia finale, che è persa per tutti noi perché segnata dalla finitezza del nostro essere umani.

Arricchire di pepe sparso a più mani intrecciate con semplici conoscenti, con compagni di strada o di studio o di gruppi di interessi culturali e non, con amici, figli, nipoti. Sopratutto i nipoti il cui sguardo ci consegna ogni giorno il senso di un cammino con più futuro che passato. Sguardo vivo e attento a tutto quello che li circonda, pronto a cogliere ogni minuzia da incasellare nel grande e misterioso libro della vita che stanno scrivendo attimo dopo attimo, anche senza averne consapevolezza!.

Mimma Caravaggi – Dolce di speranza. Lo preparerei con molta cura:

una margherita, un lillà e un tulipano per dare colore; il calicanthus ed i giacinti per dare profumo; peonie colorate per decorarlo; un po’ di erbette aromatiche per insaporirlo. Infine tanta serenità per gustarlo

Cinque ricette verdi per la speranza

di Roberta Morandi, Carla Faggi, Tina Conti, Lorenza N., Chiara Bonechi

Roberta Morandi – La speranza  comunemente è verde, ma se fosse bianca, come un foglio bianco su cui scrivere il colore più idoneo a quel momento? Potrebbe essere un bel rosso vivo se sono innamorata. La speranza ha colori e aggettivi i più disparati, uno fondamentale: disponibilità, apertura. Se sono disponibile e aperta posso declinare la speranza in mille colori e mille parole altrimenti no.

Carla Faggi – Speranza

2 etti di fortuna -1 etto di ottimismo – 3 cucchiai di buon senso – Amalgamare il tutto

Aggiungere la competenza in abbondanza montare a neve il coraggio e aggiungerlo. Cuocere in forno il meno possibile e chiedere a Mattarella di sbrigarsi a dare l’incarico.

Spolverare il tutto con tanta speranza. Incrociare le dita prima di servirlo.

Tina Conti Speranza:

Visione allargata – Progetto – Amore e vicinanza – Energia – Tempo e serenità – Lucidità e sogno.

 Lorenza N. – Torta speranza

Dosi a piacere

In una bella ciotola, grande e decorata si mescola un po’ di fiducia con qualche pezzo di credulità. Poi si aggiunge un po’ di allegria, per far addensare il tutto. Se si vuole si può mettere un pizzico di illusione e per ammorbidire non può mancare l’amore. Si cerca un luogo caldo  e si gusta per tutto il tempo che serve per vivere felici.

 

Chiara Bonechi – Speranza

Come non sperare che accada! La speranza è il sole della vita, non a caso si dice che la speranza sia l’ultima a morire.

Spero sia il tempo

Spero di riuscire

Spero tu guarisca

Spero che tu ce la faccia

Spero che tu vada

Spero che tu ci pensi

Spero che tu torni

Spero di rimanere con te per sempre

Spero di continuare ad amare

Spero che il mio sogno si avveri.

 

 

 

Verde in parole

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Un attimo verso il verde – di Stefania Bonanni

“L’unità di tempo più breve è il periodo che passa tra l’attimo in cui il semaforo diventa verde e quello in cui il tassista dietro di te suona il clacson.” T. Pratchett

Un attimo, tutte le volte un attimo da dimenticare, quello del semaforo rosso.

Siamo obbligati a fermarci, a volte a guardarci nello specchietto, nonostante si siano evitati accuratamente gli specchi di casa, lo specchietto è una tassa che non si scansa. A volte si finisce per fissare uno sconosciuto a fianco, senza vederlo davvero, per un attimo che sarà per tutti senza senso.

C’è qualcuno che ricorda cosa ha fatto di quegli attimi inutili? Ha guardato l’orologio, di sicuro, perché ad essere in ritardo quei momenti al semaforo sembrano ore. Ha preso in mano il telefono. A volte sperando ci fosse quel messaggio tanto atteso, a volte temendo di fosse la brutta notizia che il presentimento annunciava. Oppure qualcuna si è messa il rossetto. Oppure qualcuno le dita nel naso, come quello del finestrino accanto. Oppure ha mangiato la brioche che non aveva tempo di finire a casa, dove ha ingoiato in piedi un caffè bollente ma riscaldato.

Oppure ha scritto una parola sul vetro appannato, e l’ha cancellata subito. Se n’è andata distaccandosi in piccole gocce lacrimose, senza lasciare traccia, forse, quella parola. O forse era un nome? Comunque se n’è andato, qualunque richiesta fosse.

Eppure se si somnassero, tutti i minuti trascorsi davanti ai semafori rossi, in tutta la vita, forse sarebbero ore, giorni, farebbe impressione non aver fatto nulla per tanto tempo, avere sprecato momenti che non torneranno. A meno che…non esista quel posto dove vanno a finire tutte quelle piccole cose che rimangono a mezzo, dove si trovano quelle parole che potevano diventare un saluto, o un sorriso. E quei silenzi che non sono diventati parole. Dove si troveranno “quel nome che hai sulla lingua e non viene, le poesie che non sei mai riuscita ad imparare a memoria, le chiavi e gli orecchini mai più trovati, le voglie che non sono diventate peccato”. Ci sarà, un dio delle piccole cose, per uomini che si lasciano consumare ai semafori.

Ed allora, si perdona il tassista che suona: chissà quanta vita ha passato al semaforo!!

Frase verde

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Colorati di speranza – di Nadia Peruzzi

“Era verde. Verde e gravido. Giaceva supino in un mare di giaietto sibilante, come uno smeraldo suppurante nell’oceano dell’universo. Non ospitava la vita. Sulla sua superficie la vita esplodeva, prorompeva, si moltiplicava e prosperava, al di là di ogni possibilità dell’immaginazione. Da un suolo così ricco che quasi viveva anch’esso, un magma verdeggiante sgorgava per inondare la terra. Ed era verde. Oh, era di un verde così vivo da avere una nicchia tutta sua nella gamma dell’impossibile: un verde invadente, onnipresente, onnipotente. Il mondo di un dio clorofillaceo”.
(Alan Dean Foster)

 

Non ho mai visto la giungla da vicino, ma se devo pensarla,  la penso così, come lo scrittore descrive questa apoteosi di verde che entra in tutte le cose, le avviluppa, le invade, le sopraffà, le imprigiona.

Mi fa pensare a templi di antiche civiltà che col passare dei secoli sono state conquistate da alberi e da una vegetazione lussureggiante, che ha avuto la meglio su tutto il resto lasciando scoperte, nel migliore dei casi, solo le sommità.

Sollecita un sogno che vorrei si traducesse in realtà. Vorrei un giorno, vagare in un bosco di orchidee, circondata dalle loro foglie carnose e da fiori di ogni colore, anche scontando l’umidità che si fa goccia e cascata, e si insinua pervasiva in quella foresta pluviale, scivolando dolcemente e instancabilmente sulle foglie, lungo i tronchi degli alberi fino ad entrare in ogni anfratto, con un piglio quasi inesorabile. La immagino mentre si fa nebbiolina per effetto del calore, mentre i raggi del sole vi si insinuano quasi come lame, per ingentilirsi e mutarsi poi in fili dorati che lungo il percorso fanno sfavillare le mille tonalità di tutti quei verdi, talora cupi e austeri, per regalare  gocce di smeraldi anche più rilucenti delle gemme vere.

Un mondo verde in cui perdersi, senza scomparire, per ritrovare sé stessi e per rinascere nuovi di zecca, colorati solo di speranza.

Mani

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Mani – di Carla Faggi

Una mano grande, calda e soffice; ci sono dentro, mi sta accogliendo.

Diventa sempre più grande ed io ci sto dentro tutta. Mi accomodo perbene, la mano mi tiene e mi da sicurezza. Posso stirarmi, muovermi e rilassarmi perchè so che non mi lascerà cadere. Mi sento protetta.

Ancora una mano, sento che vuole trasmettermi qualcosa, vuole darmi amicizia comunicarmi che è pronta a conoscermi. È intellettualmente pronta, sta cercando di comunicare con me.

Come nella vita ci sono momenti in cui ci si lascia andare, si gode dello star bene e di tutto quello che ci viene dato. E ci sono momenti in cui vuoi essere di più, avere conoscenza: “fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtude e conoscenza”.

Verde amicizia

Il mio zig-zag  e un’amica importante – di Mimma Caravaggi

Ho davanti a me l’album di fotografie dei miei lavori.  Alberto li ha pazientemente fotografati uno per uno ed ora ho solo foto che testimoniano tutto ciò da me fatto in tanti anni. Se mi guardo indietro, onestamente, mi chiedo come potevo svolgere tutto quel lavoro dopo le 7, a volte 8 ore di Banca,  a contare i soldi degli altri? Maneggiavo, ogni giorno, milioni e milioni di lire. Lavoro di attenzione ma a lungo andare monotono come tanti altri, anzi direi molto arido. Quando tornavo a casa la sera dopo cena pensavo che mettendomi in poltrona davanti alla TV mi sarei rilassata e invece era proprio il momento di maggior noia e tensione. Iniziai così a riprendere il lavoro a maglia preparando dei bei golf con cerniera per Alberto e qualche amica. Poi pian piano iniziai a soffermarmi con più attenzione davanti a certe vetrine che mostravano lavori manuali e da lì presi spunto per dei piccoli lavoretti. Feci un un cappellino puntaspilli ritagliando un cartone tondo e mettendo nel mezzo un bel batuffolo di ovatta per poi ricoprire il tutto con un tessuto allegro a quadretti, abbellito con nastro e merletto.  Poi pian piano la mia produzione andò non solo a migliorare ma anche ad espandersi. Un giorno di 30 anni fa circa, conobbi una ragazza di un negozio di tessuti e passamanerie che mi incantavano. Molto spesso uscendo dal lavoro mi avviavo con la mia bicicletta a velocità sostenuta verso il suo negozio e se c’era mi fermavo a chiacchierare con lei. Mi aveva colpito quel suo carattere molto diverso dalle persone che conoscevo e che frequentavo abitualmente. Lei mi colpì per la  peculiarità, la sincerità e nello stesso tempo apertura del suo carattere, assolutamente senza fronzoli: quel che pensava diceva, cosa che a me piacque immediatamente. Diversa da molti fiorentini cortesi ma non eccessivamente sinceri con cui avevo avuto a che fare. Così è nata una grande amicizia che dura ancora ora. Litighiamo molto, parliamo molto, ci ascoltiamo molto e tutto questo ci ha permesso di andare avanti nel tempo, sinceramente con qualche lacrima asciugata repentinamente senza offendere né ferire. Posso affermare ora che è una delle amicizie più vere e sincere fra le varie amiche e conoscenze che ho. Sto divagando troppo, ritorno al negozio dove, tutte le volte che mi fermavo compravo qualche stoffa, qualche merletto o passamaneria che lei RO cercava di farmi pagare il meno possibile dandomi saldi e pezzetti di avanzi. Tornavo a casa felice e non vedevo l’ora di aprire il pacco e dopo cena mi mettevo a ritagliare figure di animali o oggetti dalle stoffe appena comprate poi le imbastivo su altre di colore unico a formare una sorta di tappetino o una tendina per il bagno o anche un paralume. Qualsiasi cosa che permettesse alla mia mente di creare, fantasticare togliere l’arido conteggio del denaro a cui ero sottoposta per la maggior parte  del giorno. Un giorno comprai della stoffa plastificata spendendo abbastanza perché piuttosto cara e Ro mi aggiunse dei tagli rimasti dello stesso tipo e di colori diversi. Nel fine settimana successivo provai a fare una borsa per la spesa. Mi venne in mente un modello visto sotto i portici in centro, piuttosto bruttino ma pensai che io avrei potuto migliorarlo perché  avevo  delle bellissime stoffe e poi potevo rifinirle meglio con della bella passamaneria. Ebbi ragione e fui felice perché venne veramente una bella borsa che molte amiche e colleghe mi chiesero di rifare per loro. Iniziai anche un mercatino cercando di guadagnarci qual cosa ma non credo di esserci riuscita, tanto il mio scopo non era quello di guadagnare quanto di divertirmi a creare e questo è stato un grosso aiuto per me per tanti anni. Passavo tutte le domeniche a cucire ciò che avevo imbastito le sere durante tutta la settimana e veder finito l’oggetto mi rendeva fiera e contenta. In seguito mi cimentai in borse da passeggio, piccole tracolle addobbate con passamaneria e stoffe molto particolari e costose alle quali non mancavo di aggiungere internamente o addirittura esternamente una taschina per il cellulare spuntato di recente e che non si sapeva ancora dove mettere. In borsa si perdeva con tutto il resto che può esserci in una borsa da donna così io pensai ad un sacchetto delle giuste dimensioni per un cellulare attaccato con un cordoncino al manico della borsa così da poter tenere il cellulare normalmente dentro la stessa ma volendo anche al di fuori. Borse semplici, ben cucite, per tutti i giorni o da sera, di maglia, di pelo, di strass che ho venduto tutte, meno due che ho tenuto per me. Insieme ai consigli della RO ho preparato dei sacchetti di stoffa per mettere le scarpe in valigia, piuttosto allegri e non ingombranti, delle cuffie per la doccia, spiritose e diverse. Ho rivestito scatole di legno per porta oggetti o per mettere cinture, calze, guanti e altro per tenere l’armadio un po’ più in ordine. Ho rivestito delle vecchie cornici di legno con stoffe, fiocchietti e merletti per rinnovarle. Insomma non avevo alla fine neppure il tempo per respirare, ma mi sentivo viva e di sicuro non mi annoiavo. In ultimo non sapevo più che regalare o vendere: con queste  creazioni avevo riempito il mercato delle mie conoscenze. Il negozio di passamaneria chiuse i battenti ed io andai in pensione. Così mi domandai cosa potevo mai fare ora con tutto quel tempo a disposizione.  L’idea mi venne quando riuscii ad accomodare una collana comprata al mercato. La mia impresa da “imprenditrice” così non chiuse, si alleggerì del lavoro e ne iniziò un altro, quello della bigiotteria.

Cambia il vento

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Cambia il vento – di Vanna Bigazzi

Se vogliamo capire una persona, magari una persona difficile da capire e facciamo questo sforzo per amore, dobbiamo cambiare noi stessi, smussare le nostre rigidità: se cambia il vento e soffia in senso contrario, anche se rimaniamo gli stessi, dovremo comunque piegarci un po’ per accogliere l’altro: sapremo fare questo quanto più riusciremo a volergli bene.

Tempo

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Il mio tempo – di Nadia Peruzzi

Se mi guardo indietro il “ mio tempo “, non è quello dei diciotto anni, quello in cui si ha la vita davanti, tutto è un po’ complicato per i travagli di una adolescenza che a volte fatica a farsi adulta, ma a cui non tornerei. Non mi piacevo affatto nei miei diciotto anni !

Il mio tempo, quello del cuore e del desiderio, quello che avrei voluto immobilizzare è quello fra i miei 35 e i miei 45 anni!

I due eventi che mi hanno segnato stanno lì. Una nascita e una morte. Nel mezzo un periodo bello, intenso, pieno di mille cose.

Il tempo di oggi è quello del fiato corto.

Non solo quando si prova a correre e senti l’affanno, o quando si sale le scale e devi rallentare.

È il tempo di chi comincia ad avere più passato che futuro, anche se il futuro lo vedi appena pensi al tuo nipotino di poco più di due anni e le rughe e l’invecchiare non li vivi come tragedia.

Il tempo della consapevolezze maggiori, e anche delle insicurezze e delle ansie.

È il tempo che ha un pregio, tutto sommato.

Quello della lentezza, in cui un attimo, se non hai la quinta ingranata, ma stai andando in prima e con marcia lenta, può durare un po’ più di un attimo e ti lascia uno spazio maggiore per apprezzare quello che stai incontrando in questo tratto di percorso di vita.

 

Portateci tante rose

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Tante rose – di Nadia Peruzzi

(Ma potrai trovarci ancora qui, Nelle sere tempestose portaci delle rose, nuove cose, e ti diremo ancora un altro si!”)

Siamo impeto,  passione, talora irrazionalità, ma vere. Oh, se siamo vere!

Solide e forti. Quando nemmeno sappiamo di avere in noi solidità e forza, riusciamo a trovarle.

Organizzate e pure troppo troppo cerebrali, a volte, ma la routine ci fa velo, ci imprigiona, ci limita.

Abbiamo bisogno di novità di guizzi di scarti e di percorsi a zig zag più che rettilinei. Che noia i rettilinei.

Metereopatiche: anche la tensione prima di un temporale ci fa andare su di giri. In ansia come se dovesse accadere di tutto, anche quando non c’è nulla che debba accadere, oppure chissà !

Umorali, nonostante tutto. Eppure che bello stare sulle montagne russe. Che barba la calma piatta.

E basta poco per cambiare registro.

Stupore, più che materialità, fiori più che gioielli, un viaggio verso chissà dove, un film in cui si pianga insieme, un libro su cui discutere.

Una foto da scattare ad un panorama verso cui guardare insieme per trarne due foto anche completamente diverse.

In fondo uguali non siamo. Il bello è trovarsi e ritrovarsi ogni giorno, tanto più per questo!