L’uomo ideale, per la vita

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Come lui nessuno mai – di Rossella Gallori

Sapevo solo come non doveva essere.

Perché il mio LUI, il mio “Grande Amore” era già nato, morto e sepolto, unico insostituibile, praticamente Dio. Nessun altro avrebbe potuto essere come il mio babbo!

Quindi, stabilito! NON DOVEVA FARE IL RAPPRESENTANTE.

Non volevo un uomo senza orario.

NON DOVEVA FUMARE.

80 Turmac al giorno mi eran bastate.

NON DOVEVA ADORARE IL GIOCO

poker, bridge…..basta. basta tappeto verde.

E NON VOLEVO GIOCATORI DI BILIARDO

Al Gambrinus, mai più

LO VOLEVO SANO, QUESTO SI NIENTE MALFORMAZIONI CARDIACHE.

Ospedali bastaaaaa.

Quindi: magro, alto, barba, silenzioso, lavoro fisso, paziente, dentro e fuori, certificato di sana e robusta costituzione….

 Poi, poi, c’è l’ amore, quello vero, come lo vorresti: uno che parla ed ascolta, che ascolta e parla.

Uno che ti compra cose piccole e le nasconde tra le lenzuola.

Uno che si accorge se hai cambiato trucco.

Uno che si ricorda perfettamente come eri vestita il 18 ottobre 2016…..e che ora era quando ti smagliasti le calze.

Uno che ti manda messaggi, anche se è seduto accanto a te.

Uno che sorride a quel che dici, anche cose, tipo: ho preso la scossa al ferro da stiro spento, oppure ma se mangio 6 bignè resto magra? Cioè, divento magra?

Uno che non mi cambi per una sciacquerella  qualsiasi.

Uno a cui piaccia tutto di me, anche il mio sbattere la porta…..per poi restare ….

Sorprenderci

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Padre e babbo – di Nadia Peruzzi

Ti sentivo arrivare prima di vederti. Avevi un passo che avrei riconosciuto fra mille. In vecchiaia un po’ più pesante ma era rimasto il tuo, inconfondibile.

Eri un bell’uomo da giovane, e hai fatto girare la testa a tante.  Hai sempre raccontato delle tue fidanzate prima della mamma, in un periodo ne avevi addirittura due contemporaneamente. Hai giocato a calcio, come portiere, di quelli con parecchia voglia e maestria ma poco fisico , tanto è vero che, per apparire robusto,  ti dovevi mettere più di una maglia.  Nelle foto in effetti,  eri fra i  più mingherlini.

Poi è arrivata la guerra che ti ha costretto in un altro mondo e lassù in montagna , nessuna distrazione era possibile, ne andava della vita.  Anche se come Astro , il tuo nome di battaglia, non ti sei fatto mancare, tu operaio metalmeccanico,  belle  chiacchierate con il Prof Ramat a suon di versi dei Sepolcri del Foscolo, di filosofia e del mondo del futuro per cui combattevate fianco a fianco.

Quanto ti piaceva la poesia.  Leopardi sopratutto. Quando in casa c’era solo la radio, a fare compagnia erano le letture di versi di Leopardi e di Garcia Lorca. La tua bella voce suonava  bene, cadenzata, accompagnando i versi.  In seguito, con i primi dischi a 45 giri fu Arnoldo Foà a prendere il tuo posto. Declamava  “Alle cinque della sera” di Lorca in una maniera che non scorderò mai! Ma non ho mai scordato nemmeno le tue letture appassionate .

Belle mani, capelli scuri. Solido nell’aspetto, e anche in principi e valori. Eri capace di orientarti subito, senza esitazioni, nelle situazioni più complicate e in politica, la grande passione della tua vita.

E’ una qualità per cui ti ho sempre ammirato e di cui per fortuna qualcosa mi è arrivato. Lo considero un dono.

Eri modesto.  Hai fatto come tanti, per costrizione,  cose che la letteratura racconta come appannaggio degli  eroi.  Eppure non le hai mai raccontate. Solo quelle che sentivi di poter raccontare come quando hai minato, insieme a Orazio Cappelli,  la linea telegrafica principale della tratta fino a Roma, ma non eravate bravi abbastanza: all’inizio i candelotti uscivano fuori dai pali esplodendo, piuttosto che abbatterli come sarebbe stato necessario. Per le altre è stato pudore di racconti evitati e domande non fatte.  Non ti sei mai vantato di tedeschi uccisi , né io volutamente  ho mai chiesto.

La guerra per chi la pensava come te e come me oggi, era ed è la bestia che costringe a fare cose immonde e anche se sai di stare dalla parte giusta, nessun vanto è possibile.

Eri anche  timido, quello tanto, visto che arrossivi anche in tarda età.

Eppure quando facevi quei comizi appassionati, senza cedimenti di voce  per l’emozione,  seguito sempre dal massimo di attenzione in chi ti ascoltava, non sembrava che tu fossi tanto timido.

Eri il mio babbo, il babbo degli affetti, ma da un certo punto in avanti, qualcosa in più. La mia guida e il mio punto di riferimento anche in politica. Compagno di impegno e di passioni, così come lo è stata la mamma.

Occhi talvolta severi ed esigenti, mannaggia la storia della diversità e del dare sempre il massimo di impegno in quello che si faceva!  Ma anche occhi giusti, che sapevano trasmettere forza e solidità.  E sapevano anche ridere .

E come ti piaceva canticchiare per prendere le distanze dalle arrabbiature spigolose della mamma. Era il tuo modo di schivare, fischiettando, e la facevi arrabbiare anche di più.

Ti piaceva vestirti bene. Elegante senza fronzoli, tendente allo sportivo, con una gran passione per i cappelli a tesa larga.  Avevi gusto per le cose fini e belle. Un gusto quasi femminile per le porcellane. Eri cresciuto in una famiglia certo non ricca, ma il gusto del bello non si sposa necessariamente  col denaro dei ricchi.  Tornasti dal tuo primo viaggio a Londra con un servizio da dessert. Porcellana fine,  che non ci aspettavamo, perché era quasi più da mamme che da babbi. Anche se le tue soste al negozio di Bartolini in via de’ Servi  avrebbero dovuto lasciarci immaginare, alla mamma e a me, che eri capace anche di sorprese di questo genere. Eri unico!.

 

Il mulino di Roccafiorita

Il Mulino di Roccafiorita – di Elisabetta Brunelleschi

Il paese si trovava a 750 metri d’altitudine, lassù il cielo era limpido, l’aria tersa e ogni cosa risplendeva di quella luce che sempre illumina i paesi del Mediterraneo.

Dal terrazzo della piazza si vedeva il mare, affacciata alla balaustra mi sentivo  avvolta da qualcosa di grande e guardavo lontano, all’orizzonte, dove dal blu sorgevano le coste della Calabria.

Nei primi giorni di luglio mietevano il grano, le bionde spighe crescevano in campetti angusti ricavati da terrazzamenti irregolari tagliati sui fianchi della montagna. Si lavorava per giorni e giorni, dal mattino molto presto senza sosta fin quando il sole infuocato obbligava al ritorno verso casa

Il frumento mietuto lo portavano nelle “arie”, spazi rotondi, senza un filo d’erba, posti in luoghi aperti ed esposti al vento. Ogni famiglia ne aveva una, molte si trovavano vicino al paese, neri crateri coperti di terra ben spianata e pulita.

Poi iniziava la battitura, non c’erano le macchine si lavorava a mano. Battevano, battevano e battevano con bastoni oppure aiutandosi con il mulo che girava e girava strascinando sulle secche piante un grosso peso. Gli steli, le foglie e le spighe si spezzettavano finché il prezioso chicco si separava dal suo involucro.

Quando ogni pianta era ben stritolata si passava alla spagliatura. Con una pala raccoglievano il frumento, lo alzavano verso l’alto per poi lasciarlo: l’aria, che lassù era sempre mossa dal vento, faceva volare qua e là le parti più leggere mentre il chicco (più pesante) ricadeva subito verso il basso. Nel paesaggio si stagliavano figure nere che con gesti ritmati spagliavano il grano. Spagliavano, spagliavano, i chicchi si ammucchiavano e la paglia si allontanava.

Alla fine i chicchi andavano a riempire enormi sacchi che venivano portati in paese per poi essere vuotati sui tetti a terrazza delle case.

Ora intorno al mucchio si sedevano le donne e cominciava la fase della pulitura. Ogni minima impurità: piccole pietre, terra, semi estranei, gusci, resti di chissà cosa, doveva essere tolta. Le donne con movimenti lenti e veloci delle dita che potevano continuare per giorni, vagliavano manciata per manciata tutto il raccolto. E intanto parlavano, ridevano, raccontavano storie, ed echi vicini e lontani risuonavano talvolta dai tetti e si spandevano per le strade.

Il grano pulito veniva in parte venduto e in parte conservato in appositi spazi che fungevano da granai al riparo dall’umido e dagli attacchi dei topi…..

In una stanza a pian terreno della grandissima casa di Don Antonino c’era il mulino, l’unico rimasto tra i tre paesi del circondario. In quegli anni le macine erano ormai azionate da un motore elettrico ma molti si ricordavano di quando la grande pietra veniva girata da un mulo. Dal primo mattino giungevano gli   anziani con il mulo o l’asino appesantito da uno o due sacchi gonfi di grano,  ma  ormai i giovani avevano l’Ape.

Con la farina, tutta di grano duro, si faceva il pane ma in particolari occasioni si preparavano i maccheroni e i biscotti col miele, per Pasqua s’infornavano grandi ciambelle con le uova.

Prima che l’odore del forno acceso si diffondesse per le vie potevi scorgere la Santina che rientrava in casa con una ciotola avvolta in un panno bianco, era il lievito … che lei teneva con le due mani come fosse un trofeo…

Sono passati quaranta anni ed ora non so più quali odori si spargono per le strade di Roccafiorita e nemmeno potrei riconoscere le voci che oggi vi risuonano.

Ma sono sicura che la stessa aria limpida e tersa avvolge con impalpabile freschezza ogni parete e ogni tetto e la luce mentre riscalda di vita i volti nuovi, non potrà che risplendere muta sugli occhi ormai chiusi degli abitanti antichi.

 

La farinata

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FARINATA CON LE LEGHE detta anche FARINATA CON GLI ZOCCOLI (piatto tipico del Mugello) – di Laura Casati

La povertà dell’orto in inverno obbligava i poveri contadini del Mugello ad utilizzare i prodotti che conservavano dall’estate: ad esempio le farine, i fagioli ecc.. Questa farinata è un piatto poverissimo. Ma assai gustoso.

Se vuoi una farina di granturco macinata finemente a pietra puoi trovarla alla Madonna dei tre Fiumi, un piccolo Borgo vicino a Ronta, sulla strada del Passo della Colla, presso l’antico MULINO MARCHERI ad acqua, ancora in funzione e risalente probabilmente all’anno 845. E’ probabile che di lì sia passato anche Michelangelo Buonarroti, presso il mulino il proprietario ti farà vedere le sue tracce sul muro.

Presso questo Borgo si trova anche un piccolo santuario  dedicato alla Madonna dove si fermavano i viandanti che dalla Romagna venivano in Toscana o viceversa.

Questa farinata di mais è un piatto unico in esso si trovano, pozzi, che vanno fatti stufare, poi aggiunto il cavolo nero già sbollentato, fagioli borlotti già cotti e brodo vegetale, aggiustata di sapore. La farina di mais va aggiunta nella grande pentola con tutte le pietanze e fatta cuocere fino a quando non sarà ritira e va servita calda con un filo d’olio. Buon appetito.

Pane

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Il pane…una volta – di Ivana Acciaioli

Una volta a tutti i pasti era presente il pane che spesso diventava l’ingrediente principale dando origine a vere e proprie ricette che sono rimaste nella tradizione.
Le colazioni e le merende non conoscevano dolcini, la fetta di pane era una solida superficie per accompagnare un condimento dolce o salato; dopo la Pasqua era la volta del pezzetto d’uovo di cioccolata, a luglio i pomodori appena raccolti dalla pianta, strusciati sulla fetta ancora caldi di sole, a settembre i fichi dell’orto, poi l’olio nuovo, le noci e i fichi secchi, la salsiccia fresca spalmata, la panna del latte ricoperta di zucchero, e il tradizionalissimo pane vino e zucchero.
Appena sfornato o invecchiato, arrostito o ammollato il pane rappresenta una grande risorsa in cucina.

In Toscana è generalmente buono, anche se sciocco e senza condimenti, in particolare a Prato abbiamo un pane per il quale dobbiamo ritenerci orgogliosi e fortunati, si trova discreto in quasi tutti i panifici, naturalmente con alcune eccellenze in negozi storici.
Una delle ricette tipiche estive per utilizzare il pane raffermo è il “panmolle”, detto anche panzanella.
Ogni famiglia lo prepara secondo la propria tradizione, i tipi di verdura e la grandezza del loro taglio ne determinano le differenze , per il condimento non c’è possibilità di varianti l’olio toscano extravergine e l’aceto sono d’obbligo.
L’aggiunta di tonno sott’olio è una variante dei tempi moderni che rende il panmolle un piatto unico.

 

Il campo di grano

La guerra di Piero (F. De Andre’)

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa, non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

“Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati,
non piu’ i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente”

Cosi’ dicevi ed era d’inverno
e come gli altri, verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve,
il vento ti sputa in faccia la neve.

Fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso,
dei morti in battaglia ti porti la voce,
chi diede la vita ebbe in cambio una croce.

Ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di “java”
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

E mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore.

Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue,
cadere in terra, a coprire il suo sangue.

“E se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avra’ per morire,
ma il tempo a me restera’ per vedere,
vedere gli occhi di un uomo che muore”.

E mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede, ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia.

Cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chieder perdono di ogni peccato.

Cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato ritorno.

“Ninetta mia crepare di Maggio
ci vuole tanto, troppo coraggio.
Ninetta bella, dritto all’inferno,
avrei preferito andarci in inverno”.

E mentre il grano ti stava a sentire
dentro le mani stringevi il fucile,
dentro la bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole.

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa, non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

Tuffi nel grano

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Tuffi nel grano – di Mimma Caravaggi

Sono nata in un piccolo paese dell’Umbria, che ho lasciato ad un anno e mezzo di età ma dove sono tornata ogni anno per passarci le vacanze. Come mi piaceva tornarci sia per rivedere mia sorella e papà ma soprattutto perché mi divertivo. Ci portavano sempre nella campagna e ci arrampicavamo sugli alberi come scimmiette per mangiare tutti quei frutti ancora non perfettamente maturi che ci facevano venire l’acquolina in bocca. La cosa più bella per noi era però la festa del grano. Quel grano che d’inverno sbucava pian piano dal terreno fino a diventare una stupenda distesa dorata intramezzata da fiori di papavero e fiordalisi che portavamo a mazzi a casa la sera, stanche e felici della giornata. Per la mietitura si faceva gran festa e quando portavano il grano nel granaio di casa allora sì che ci divertivamo a buttarci sopra la gran massa a piedi nudi facendo capriole e buttandocelo addosso. Finché rimaneva nel granaio noi piccole non si saltava giorno senza esserci tuffate almeno una volta in questa montagnola dorata anche se poi ci riempivamo le gambe di bolle e ci grattavamo tutta la sera. Era troppo il divertimento e la gioia, una volta tornate in città, di raccontare alle nostre compagne come avevamo passato le  vacanze. L’invidia era tanta perché loro, povere piccole cittadine, non potevano neppure uscire di casa per giocare. Il nostro divertimento non si fermava lì ma continuava anche con l’apprendimento di tante cose belle e buone come farci mettere le mani nella farina ed impastare, sporcandoci tutte seppur protette da grembiulini. Preparavamo dolcetti e pane che portavamo al forno Grande perché cuocesse tutto e darci modo di poter apprezzare il loro profumo appena sfornati. Ovviamente finivano direttamente nelle nostre fauci, piccole ma quasi mai a riposo ! Il profumo dei pani e dei dolci si spandeva per tutto il paese. Non c’era famiglia che non facesse il pane. Ricordo che a volte per la grande quantità ce lo portavano a casa e noi si correva in cucina di nascosto a rubarne un pezzetto. Ancora ora sento il suo fantastico profumo nel momento in cui lo spezzavamo per assaporarlo. Pensavamo sempre di riuscire a farla franca ma la nonna o la zia ci beccavano sempre a causa del profumo che arrivava alle loro sensibili narici. La sera ci riunivamo tutti, grandi e piccoli, nella sala dove dolci e pani venivano disposti sopra una tavola ,con una bellissima tovaglia candida e ricamata e questa esposizione la ricordo sempre come un quadro ad olio appeso in salotto. Ricordi di gioventù allegri e profumati mai dimenticati.

A proposito di farina: l’omino di pasta

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L’omino di pasta – di Tina Conti

Le donne della mia famiglia hanno compiuto il gesto di impastare il pane ogni settimana e mentre per me è un vero piacere, per loro era un dovere.
Ho pensato che la mia nonna avrà provato sollievo quando è andata ad abitare in paese e non aveva più questa incombenza  ma sicuramente sarà stato anche rimpianto.
La preparazione era attenta è fatta per tempo.
La madia, che esisteva in ogni casa di campagna, conteneva un po’ di impasto acido della panificazione precedente.
Il forno a legna era spazzolato e con tutte le fascine pronte già sistemate.
La mattina presto  si accendeva, si preparavano le assi con i panni puliti per  poggiare i pani lievitati e pronti per il forno. E poi via l’infornata.
Rimaneva sempre un po’ di pasta per la schiacciata salata o per i contentini dei bambini.
Sulla tavola della cucina i bambini ormai svegli avevano il loro pezzetto di pasta; facevano panini, palline e provavano a imitare la nonna a modellare bambolotti .
Il risultato non era mai pari a quello della nonna.
Storti, goffi, e di sesso indefinito.
La nonna ormai esperta, con pochi gesti tirava fuori la donnina  che semina il grano, il soldatino, il principe, Pinocchio. E tutti volevano il bambino fatto da lei.
A volte riusciva anche a soddisfare richiesta bizzarre e fantasiose. Ma solo se era in vena e aveva tempo.
Dopo la cottura c’era la lotta per il riconoscimento non sempre leale,  per aggiudicarsi quello che era venuto meglio.
Era un rito molto amato e un premio atteso dai bambini.

Il periodo VERDE

E nonostante il gelo……..

Comincia il nostro verde:

il grano nei campi, gli alberi che si svegliano, le speranze, la vita, i propositi, i progetti, le costruzioni, il camminare, il correggere la rotta, la notte che finisce, i paesaggi lontani, gli orizzonti, gli obiettivi, i sogni nel cassetto, la nascita, curarsi, pensarsi, riposarsi, ritrovare, non avere rimpianti, provare, imparare, cantare, cucinare, coltivare una piantina, zappare l’orto, raccogliere fiori, profumi, il fieno, le foglie fresche………..

 

 

Solitudine vestita di nero, vestita di bianco

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SOLITUDINE – di Sandra Conticini

Quanta paura mi fai quando avanzi verso di me vestita di nero perché in quel momento ho qualche problema da risolvere e non ti ho cercato…anzi vorrei evitarti…ma tu invece mi corri incontro e non c’è modo di poter scappare….

Invece quando sei vestita di bianco e sono io che ti corro incontro ti vedo bella, tranquilla perchè in quel momento ho deciso che voglio stare con te per vivere  dei momenti della mia vita tutti per me.

Ispirandosi alle parole di altri: “Spietate come gli occhi della memoria” (da “Anime salve”)

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Spietata memoria – di Chiara Bonechi

La memoria, eccezionale capacità del cervello: gli occhi e la mente guardano indietro, si fanno spazio fra fatti, immagini, sensazioni vissute…ricordi. Li osservi, ti sembrano vivi ma a volte sembrano non esserti mai appartenuti. E nel ricordare gioie o dolori gli occhi della memoria sono spietati…

Il momento in cui ho accarezzato i miei figli la prima volta! avverto quell’emozione struggente ma non è più reale.

SPIETATA memoria, sarebbe meglio non ricordare?

Vorrei sentire, anche solo per pochi istanti quei piedini morbidi e carezzare la pelle tenera del loro viso, vorrei godere dei loro primi sorrisi ma non si può più. I ricordi spesso generano nostalgia, la nostalgia spesso genera malinconia, ma è così che si costruisce la nostra vita.

 

Vento nuovo

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Ieri, un vento nuovo – di Nadia Peruzzi

Mi piace la speranza. Sono affezionata a questa parola, come lo sono al mio nome, che in russo proprio questo vuol dire. Oggi lo sono ancora di piu’. Ieri a Roma, in un grigio che ogni tanto volgeva in pioggia battente, ho visto la speranza in marcia sulle gambe di tante persone. Di tutte le eta’, di tutte le professioni, di tanti, tantissimi colori vestite per avere la meglio sul buio che attraversa il nostro mondo e rischia nuovamente di invaderlo. Ognuno a suo modo gridava il suo MAI PIU’. Siamo ancora dove pensavamo di non dover tornare mai. Mai piu’.  Ode alla speranza, ora come non mai! Nel buio di questi tempi ci fa intravedere la via verso un mondo diverso e migliore in cui poter vivere in pace, tutti quanti assieme!

Non erano parole al vento

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Fiato al vento – di Roberta Morandi

Di spalle, sono andata,
un respiro e ho lasciato andare,
fronte su fronte,
i tuoi occhi nei miei:
hai accettato,
non hai compreso.
Non è  vero, non ci credi,
è un sogno,
aprirai gli occhi
e sarò ancora lì…
Non è così
Dicevo parole vere,
non “fiato al vento”
Allora era vero!
Troppo tardi per tornare indietro.
Troppe notti io a parlare e tu
…a dormire.
Parole futili
“fiato al vento”

Vento gelido

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Vento gelido – di Rossella Gallori

 Un cavallo bianco, imbizzarrito e cieco

Batte, sbatte, sconvolge, travolge

Cadono le foglie, come perle schiccate, di un vezzo rotto .

Ti aspetto, infreddolita al solito posto..

Le labbra livide, gli occhi gonfi…

il cappello di lana rosso che toglierò al tuo arrivo..

Vento freddo, gelido e cattivo,

resisto  spaventata….non ci sei…

 

Una pagina di tenerezza

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Il babbo – di Ivana Acciaioli

La cosa che credo di non aver mai perdonato a mio padre è stata quella di invecchiare, con tutto ciò che comporta questa parola, mentre gli ho perdonato di aver perso interesse per la propria vita e di aver deciso di poter morire, che poi sono in realtà due facce della solita medaglia.
Quando penso a lui lo vedo giovane, gli corro incontro, lo stringo forte alle gambe; era un uomo di piccola statura ma a me bimba sembrava un gigante , rappresentava la forza, con lui niente mi spaventava , questo deve essere il padre per ogni bambino.
Bastava il suo sguardo serio ad intimorirmi, ma un suo stesso sguardo all’occorrenza mi infondeva sicurezza e nel lettone il calore del suo corpo era la panacea di tutte le paure.
Quando cominciava ad imbrunire mi avviavo giù per la viottola fra i campi verso la strada principale e quando la sua bicicletta imboccava la strada bianca cominciavo a correre, lui agitava la mano, il nostro era un tacito appuntamento, tornava dal lavoro ed io lo attendevo per salire sulla canna della grande bicicletta nera, orgogliosa di arrivare con lui nell’aia dove tutti potevano vederci.
Mi prendeva fra le braccia e mi issava davanti a lui, io alzavo il braccio e con  la mano  agguantavo il suo cappello, me lo ficcavo in testa, il borsalino di pelle nera odorava di brillantina, il babbo la metteva sui capelli per tenerli lisciati all’indietro come usava allora; la tesa mi calava sugli occhi, non vedevo quasi niente ma il mondo intero era lì con me.
Questa è l’immagine più ricorrente della mia infanzia con lui, forse per la tenerezza e l’intimità di quel momento, forse perché mio padre in quelle occasioni mi pareva particolarmente bello, pedalava con sicurezza, la bici non oscillava, mi sembrava di volare ed ero certa che con lui non sarei mai caduta, appoggiavo le mie piccole mani sulle sue forti braccia; io ero la sua bambina e lui era il mio babbo.

Ispirandosi alle parole di altri: “Rivedo da capo il cielo colorato di sole”

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“Rivedo da capo il cielo colorato di sole” (da Amata solitudine di F. Battiato) – di Ivana Acciaioli

Diciott’anni, un bichini alla moda e la voglia di costruirmi un nuovo personaggio addosso.
Stesso mare ma nuova vita, quella dei diciotto anni.
Un asciugamano ed un barattolo di Leocrema ultima moda per l’abbronzatura.
Mi alzo presto per catturare i primi raggi di sole quelli per un’abbronzatura duratura, il sole splende ed io non apro gli occhi, non condivido queste vacanze con nessuno, misteriosa e raccolta in un nuovo mio mondo fatto di luce e pelle calda, super ambrata e unta.
I miei vecchi amici non hanno il coraggio di violare la mia nuova identità.
Dopo dieci giorni sono nera come il carbone, annoiata a morte, ma non intendo rompere il patto che ho fatto con il cielo azzurro ed il sole.
Poi eccolo, il nuovo ragazzo della compagnia, bello, alto, curioso della mia riservatezza.
L’amore rompe le mie barriere, via il vasetto della crema e solo baci e carezze.
Squilla il telefono, è lui, che mi ha lasciato alla fine di  quell’estate di quattro anni fa per una bionda formosa, proprio stamani mi cerca, dice che rimpiange  la genuinità ed il calore del nostro amore.
Io rispondo:-Mi dispiace oggi mi sposo.

Donne

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Sorelle noi – di Roberta Morandi

Io giovane, io moglie,
io madre,
ogni tanto amante,
mai persona.
Io come tante,
in gonna,
in cerchio,
per mano,
insieme a gioire,
divise a scegliere,
uguali a sentire
diverse a comprendere.
Declinate in a
come appartenenza ad un genere,
fisse o mobili
ma sempre definite.
Aperte, non chiuse,
anche dopo…
anime in volo,
finalmente libere
finalmente sorelle