La scatola di latta che tintinna

La scatola – di Rossella Gallori

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La scatola di latta, aveva visto giorni migliori, si chiudeva male, era sbiadita ed indubbiamente pesante…la appoggiai sul letto, dovevo e volevo farlo oggi…senza un perché avevo deciso di recuperare quel vecchio orecchino, il mio cuore aveva bisogno di lui, era un piccolo tassello di puzzle mai finito. Fu un impresa cercarlo, pezzetti di anni malconci, clips rotte, microscopiche chiusure, morsi di collane.

Questo si, questo no, forse…ah eccolo! Mi accorgo all’ improvviso di non ricordarne il colore : verde Verona, grigio temporale…oro…argento…

Stavo cercando, in quel vecchio contenitore Mellin, un pezzetto di vita non mia, una vita che mi era passata accanto senza mai toccarmi, una linea parallela e protettiva che raramente mi aveva accarezzata, che spesso, senza accorgersene mi aveva ferita, tagli ricuciti con maldestri aghi da tappezziere, lunette arrugginite, spago grosso…

Non cerano solo i suoi orecchini nel mio portagioie da strapazzo, ce ne erano di altre mamme, nonne, di altri giorni, di donne piccole gentili, di formose signore in sottabito di pizzo nero, di bimbe grandi vanitose  di nascita…cartoncini ingialliti con prezzi illeggibili.

Mi sorrise, improvvisamente, tra gli altri  il mio non prezioso gioiello, lo presi con cura, stentavo a riconoscerlo…era rotto sciupato…e non era nemmeno come lo ricordavo…

L’ora blu

La “Bic art” – di Ivana Acciaioli

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Milano mi accoglie elegante come sempre.
Nella raffinata galleria scopro “L’ora blu” e ritorno pure bambina.
Mi immergo nelle opere create con una semplice, comune, povera penna bic.
Scopro la bic art di fatto inesistente.
Rifletto che la penna biro ha fatto storia certamente nella vita della mia generazione.
Ha segnato il passaggio liberatorio dalle dita perennemente macchiate d’inchiostro e dalle gocce blu sulle pagine che dovevano essere di bella scrittura.
Ero in seconda elementare, e di quell’anno ricordo soprattutto l’addio alla stilografica, che comunque era stata amata dopo penna e calamaio, ma che era uggiosamente da riempire, succhiando dalla boccetta di inchiostro, che se ti andava male rovesciavi anche un po’.
Non mi ero mai soffermata a lungo sul ruolo di quell’inchiostro bic  blu e sui suoi riflessi porpora, rossi e neri. Una penna comune ed io con i miei piccoli pensieri e felicità di  scolara bambina rispetto a colui che della prima penna a sfera ha saputo fare il suo strumento d’arte creando nuova bellezza.

Anversa, 2 aprile 1988

“Voglio che i miei spettatori siano in grado di abbandonarsi all’esperienza fisica dell’annegamento nel mare apparentemente calmo dei miei disegni con la bic blu”. J. F.

Ansimare

… E ANSIMANDO …- di Laura Galgani

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C’è una siepe fitta fitta e ci infili il muso, per capire chi è che ansima come te. Il buio si fa ancora più fitto in mezzo ai pruni, alle foglie e alle piccole bacche rosse della siepe. L’odore che percepisci non mente: al di là di quella siepe c’è una femmina, c’è desiderio, c’è istinto dirompente.

Torni indietro di qualche passo, vuoi essere libero di muoverti. Devi trovare un varco, oppure aggirare la siepe e individuare un passaggio là dove questa finisce. Perché finirà, prima o poi!

Ti giri a sinistra e corri lungo la siepe. Al di là di questa anche la femmina ansima e si muove, in parallelo con te. I respiri prendono lo stesso ritmo, simmetrici come i passi che ormai si fanno corsa. Improvvisamente la siepe gira a destra, ad angolo retto, costringendoti ad una brusca virata. Anche lei, di là, gira quasi su se stessa e prosegue la corsa. La siepe finisce, si alza un cancello di metallo. Il desiderio di incontrarsi cresce, ansimate sempre più veloci, e la voce esce fuori in un lamento sofferto. Il cancello vi separa, ma non del tutto. Almeno il muso passa, fra una sbarra e l’altra, e vi potete scambiare un tenero bacio.

Ricordi sonori alla rinfusa

Ricordi sonori alla rinfusa – di Stefania Bonanni

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Ricordi alla rinfusa che si intrecciano e rincorrono, popolando ore lunghe e silenziose.

Tornano in mente persone e cose, dimensioni diverse.

Cose colorate, ricordi di vestiti allora alla moda. Fatti di stoffe lisce e scivolose, o di lane ricamate con fiori gonfi al tatto. A occhi chiusi si indovinavano i fiorellini su quelle che sarebbero diventate vestine di cotone abbottonate davanti, o i fiori damascati su tailleur da festa grossa. Ricordi tappezzati di colori, trama di stoffe, ma anche di rumori.

Di quello prodotto da quelle forbicione che la Maria impugnava infilando il pollice nell’occhiello di sinistra, e poi stringendo con il palmo intero della mano, quando affondavano nella stoffa inseguendo le tracce morbide ed un po’ sfumate del gesso bianco. Facevano un suono secco e poi scivolato, ogni tanto il metallo delle forbici inciampava sul tavolo, come a dare il tempo, per il resto era un rumore frusciante, scivolante, scivoloso, sciacquato. La sarta come lo scultore, a dar vita a quello che prima di lei non esisteva, tirando fuori abiti su misura da materia piana e senza dimensione.

Poi, lunghe gugliate approssimavano quello che sarebbe diventato vestito perfetto e le punte d’argento di migliaia di spilli stringevano, per dare l’idea, senza presunzione definitiva. La Maria teneva gli spilli dentro una scatolina grigia di metallo e quando cascavano si spargevano brillando sul pavimento di mattoni rossi, con un bisbiglio vivace, simile al ghiaccio che si spacca, un crepitio allegro e punteggiato, croccante. Quando li appuntava addosso, durante le prove, li teneva tra le labbra, gli spilli. Per questo non mi hanno mai molto stupito fachiri e mangiafuoco. La Maria si, era stupefacente. Mi sono chiesta spesso cosa sarebbe successo se le fosse venuto un colpo di tosse. Ma non è mai accaduto. Non durante le prove alle quali ho assistito io.

Prove segrete, super segrete. Solo la sarta conosceva le misure di signore che neanche dal dottore restavano in sottoveste.

Poi, il vestito arrivava a casa. Un pacco ricoperto di carta velina bianca, fermata anche quella da spilli, ma non stretto, tutto rimaneva gonfio, con la carta fine che lasciava entrare aria e che dava l’idea che dovesse essere delicato e leggero anche il gesto di chi apriva il pacco.

La carta parlava, scricchiolava, emetteva dei piccolissimi gemiti striduli ma gioiosi. Apriva la strada allo stupore della scoperta del vestito nuovo. Profumava anche, quella carta velina. Forse era il borotalco che stava nella scatolina degli spilli, perché non arruginissero.

Forse l’attesa, lo stupore, la gioia, profumavano. E suonavano a festa.

 

Voce

E sento anche...il suono di una voce nel cuore

Da: Sotto il sole giaguaro di Italo Calvino

 “Quella voce viene certamente da una persona, unica, irripetibile come ogni persona, però una voce non è una persona, è qualcosa di sospeso nell’aria, staccato dalla solidità delle cose. Anche la voce è unica e irripetibile, ma forse in un altro modo da quello della persona: potrebbero, voce e persona, non assomigliarsi. Oppure assomigliarsi in un modo segreto, che non si vede a prima vista: la voce potrebbe essere l’equivalente di quanto la persona ha di più nascosto e di più vero. E’ un te stesso senza corpo che ascolta quella voce senza corpo? Allora che tu la oda veramente o la ricordi o la immagini, non fa differenza.

  Eppure tu vuoi che sia proprio il tuo orecchio a percepire quella voce, dunque quel che t’attira non è più solo un ricordo o una fantasticheria ma la vibrazione d’una gola di carne. Una voce significa questo: c’è una persona viva, gola, torace, sentimenti, che spinge nell’aria questa voce diversa da tutte le altre voci.

Una voce mette in gioco l’ugola, la saliva, l’infanzia, la patina della vita vissuta, le intenzioni della mente, il piacere di dare una propria forma alle onde sonore. Ciò che ti attira è il piacere che questa voce mette nell’esistere: nell’esistere come voce, ma questo piacere ti porta a immaginare il modo in cui la persona potrebbe essere diversa da ogni altra quanto è diversa la voce.”

 

La pasticca

La pasticca – di Laura Galgani

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La vedeva lì, piccola, insignificante, lattiginosa, quasi si confondeva col colore del tavolo di cucina. Ce l’aveva messa senza nemmeno toccarla, perché non l’amava, no, per niente. Dopo averla lasciata cadere dal blister di plastica aveva subito fatto due passi indietro, senza voltarsi, alzando lo sguardo verso la finestra. Il sole stava sorgendo, e i suoi primi brillanti raggi scavalcavano già il profilo blu delle colline, là in fondo. Il disco dorato del sole però ancora non si vedeva. Stava ferma, senza respirare. Ad un tratto, un raggio di sole colpì la piccola sfera di cristallo appesa con un filo viola in cima alla finestra, e la luce si scompose nei colori caldi dell’arcobaleno, che iniziarono a riflettersi in piccoli segni che fluttuavano ovunque sulle pareti, sul pavimento, sul tavolo, sulla specchiera, ed anche sul suo corpo febbricitante. Allora lei si sentì come sollevata verso il cielo, verso una dimensione di pace e di luce, e si lasciò andare. La pasticca rimase lì, sul tavolo, inutile, fredda. Lei era già volata via.

Il rumore di una matita che scrive

Secondo incontro: 6 novembre 2018: Al buio sento……..

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……Il rumore di una matita che scrive….

…può sembrare il levigare di un legno

Sandra Conticini: Era il tuo amico fedele..lo portavi sempre con te, perchè poteva essere sempre utile, questo è quello che dicevi. Quando ti veniva l’ispirazione lo prendevi  ed iniziavi ad incidere e levigare. La trovasti in Sardegna  quella corteccia di pino dove pensasti di incidere i nostri nomi e, a distanza di anni, è sempre sulla mensola in cucina.Quella volta che eravamo a camminare facesti i bastoni per tutti e tre con le iniziali di lei, ed ogni volta che andavamo nel bosco se lo portava dietro e raccontava a tutti che lo avevi fatto te…e si vedeva che eri contento. Quando trovavi un pezzo di legno che ti ispirava la fantasia, ti mettevi lì, grattavi e ripulivi e poi ricominciavi, grattavi e ripulivi e avanti così finchè non decidevi che il lavoro potevi considerarlo soddisfacente  e lo donavi con il tuo sorriso  soddisfatto.

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…può sembrare lo scartavetrare di una finestra

Patrizia Fusi: Ho visto come l’imbianchino aveva fatto a sistemare le finestre lo scorso settembre. Quest’anno ho deciso di sistemarle io e stamani sono scesa in cantina, ho preso cartavetro un taglierino e la vernice. Ho iniziato il lavoro, ho scartavetrato il bordo basso delle finestre, dopo ho soffiato sul legno per far scivolare via la vecchia vernice.

L’aria tiepida e i raggi del sole entravano nelle stanze rendendole luminose.

Mi guardo intorno: mi sembra che il lavoro sia venuto bene, mi è piaciuto farlo e ho risparmiato dei bei soldi.

 

Rumore di passi

Primo incontro: 30 ottobre 2018. Al buio sento…

passi bosco

…Rumore di passi….

Carla Faggi : Non è da me ! Io sono una slow. Faccio tutto lentamente, con comodità ed al caldo! Invece eccomi qua, tutta fradicia e con i piedi bagnati!

Eppure sono contenta. Sto cercando di andarci, lo voglio fortissimamente e sono sicura che ce la farò!

C’è il vento ed il terreno è scivoloso, però mi sento piena di energia e voglio arrivarci prima possibile. Cammino speditamente, quasi corro, mi meraviglio della mia audacia.

Finalmente sono arrivata, apro e sorridendo dico: “ Eccomi!”

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Rossella Gallori: Era un silenzio colorato, un modo per vedersi meglio nel buio assoluto…per toccarsi da lontano…passi lenti,  selciati scivolosi, piccoli cavalli, due foglie color bronzo, piccoli sassi, un bimbo, che ride, forse un fiume che scorre veloce. Era un pomeriggio piovoso… l’ultimo pomeriggio di ottobre.

 ed ecco…il mio rumore:

Sembrava un piccolo colpo di tosse, forse un microscopico rospo gentile. Il  vecchio Ronson stentava a funzionare…poi, per magia una scintilla salutava l’alba accendendo la prima sigaretta, mentre noi ci toglievamo il sonno dagli occhi. Gracidava il transistor, mentre le sue mani scure cercavano la stazione giusta…il bicchiere verde sul  lucido comodino di legno con il piano di cristallo, cullava una pastiglia  effervescente che friggendo  esalava un odore di limone vecchio, malsano.

Il piumino rosa antico, di nome di fatto, era scivolato per terra lasciandoci infreddoliti…nella stanza accanto, lei, sola, cuciva…una Singer a pedale scandiva minuti che parevano ore, vecchie forbici tagliavano pesanti feltri bigi…

Forse avrebbe fatto giorno, prima o poi, io speravo di no…respiravo piano, inalando fumo…

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Chiara Bonechi: Rumori al buio: ascolto, immagino, penso.

Ho avvertito quel rumore, quello “sciaguattio” di passi che affondano nell’erba bagnata, è una sensazione disarmante, ormai ci sei dentro, puoi solo andare avanti.

Il più delle volte parcheggio la mia Panda sotto la tettoia in fondo al piazzale dove la terra ha inghiottito tutta la ghiaia di cui anni fa era ricoperto, adesso malva e gramigna danno un po’ di colore allo sterrato. E’ piovuto ma io devo andare, guardo il tratto da attraversare, non sembra bagnato né troppo melmoso. Mi muovo con passi attenti e qualche saltello cercando di mettere i piedi sui ciuffi d’erba che spero mi sostengano e invece affondo, ormai ci sono in quel “ciaf, ciaf”che bagna le scarpe e mi sento morire. Con passi veloci arrivo alla Panda, sono salva.

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Patrizia Casati: Ciaf! Ciaf! La ragazza cammina svelta sul viottolo, le sue ciabatte  sono bagnate; ritorna dalla fonte dove si è lavata i piedi per rinfrescarsi. Sente in lontananza le cicale con il loro ritmo sembrano farle compagnia in questa calda e afosa giornata.

L’aspetta una casa isolata in una radura,intorno campi delimitati da muri a secco, da una parte campi di grano dall’altra vigneti. 

Fa caldo! ci voleva proprio una bella rinfrescata ai piedi!

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Franco Bellio: I PASSI DELLA DELUSIONE

Quel mattino il risveglio al rifugio Contrin era stato per me carico di tensione emotiva. Cercavo una sfida con me stesso : affrontare per la prima volta in una arrampicata solitaria la parete sud della Marmolada, quella via tutta rocciosa di 4° grado di difficoltà (con passaggi di complessità anche superiore) che altre volte avevo superato, ma in compagnia di esperte e fidate guide alpine. Il sentiero di avvicinamento alla parete l’avevo percorso con animo leggero e baldanzoso senza accorgermi che i bagliori dell’alba rivelavano purtroppo condizioni metereologiche non ottimali per l’impresa che mi prefiggevo. Nuvoloni carichi di pioggia si stavano addensando sulle cime accompagnati da lampi fulminei e da tuoni minacciosi e di li a poco uno scroscio improvviso investiva la parete rocciosa rendendola una lastra scivolosa, di un luccichio quasi spettrale. L’arrampicata sarebbe stata non solo imprudente e pericolosa, ma addirittura irresponsabile e scellerata. La caparbietà e l’entusiasmo dovevano tristemente cedere al raziocinio. Non mi restava che ripercorrere il sentiero del ritorno che si stava trasformando in una lunga pozzanghera motosa sulla quale sprofondavo velocemente gli scarponi, grevi e pesanti come il mio morale. Il mio procedere cadenzato in mezzo al fango fotografava esattamente il mio stato d’animo, un incedere impetuoso di rabbia e frustrazione, un sapore di immeritata sconfitta. Quei passi ritmavano esattamente tutta la mia delusione…

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Mirella Calvelli: Il passo di James era un passo deciso, il rumore delle sue scarpe nuove, nere, lucide, allacciate; di una manifattura curata, fatta a mano, quello che all’estero viene definita “italiana”. In fondo lui rappresenta anche questo, come del resto tutta la sua famiglia. Il vialetto che portava alla grende case era compostamente assemblato, con sassolini bianchi, resi ancora più candidi, dalla fitta pioggia mattutina.Aveva ricevuto quella telefonata da sua sorella, una telefonata breve, scandita da un periodo breve:

“E’ morto!”.

Non c’era disperazione nelle sue parole, in fondo se lo aspettavano.E così si prese tutto il suo tempo per vestirsi, sistemarsi, per andare a quell’incontro. Non camminava svelto, la situazione non lo richiedeva. Gli avevano insegnato fin da piccolo a non “essere scalmanato” a dosare i suoi passi e le sue movenze. Si tirava i polsini della camicia bianca, sotto la giacca, muovendone nervosamente il bottone di mezzo, non distogliendo mai lo sguardo dalle sue scarpe, come se le dovesse pilotare verso la meta. E le rimirava, permettendogli di carezzare il suolo, che non essendo liscio, gli faceva muovere i piedi come in una leggera danza. O come, da piccolo, quando quel selciato ghiacciava, si divertiva a scivolarci sopra, come in una pista di pattinaggio.

Ma adesso ci siamo, gli ultimi quattro grandi scalini in pietra serena, da salire. Adesso il contrasto è meno acceso che sui sassolini bianchi. Ma il nero delle sue scarpe è invariato….un’ultima sistemata alla giacca, ai polsini, una raddrizzata alla schiena e varca lo stipite della porta e ora si entra in scena!!

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Sandra Conticini: Passi Come tutte le sere d’estate lei sta tornando a casa e cammina nella pineta, dopo una lunga giornata di lavoro in quella cucina del ristorante, che un giorno era di suo padre. Quella camminata che ormai fa da anni,  la scarica dalle tensioni accumulate. Le sembra che il sentiero sia  silenzioso, ma non è vero, perchè il frinire delle cicale, il canto dei grilli e i suoi passi sulla ghiaia, nella pace della sera, le fanno compagnia,  dandole tranquillità e riuscendo a scacciare i pensieri negativi. Quella sera c’è un rumore in più..la scatolina delle caramelle che ha finito e, per ingannare il tempo, si diverte ad aprirla e chiuderla.

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Luca Di Volo: Una sera di fine estate. Le piogge insistenti degli ultimi giorni hanno intriso di umidità il sentiero, anche se gli ormai timidi raggi del Sole hanno incoraggiato le ultime cicale che si ostinano a non riconoscere l’estate morente.

In mezzo ai filari di vite un uomo cammina, i suoi passi risuonano nitidamente nel sottofondo dei rumori della campagna: ritmici, decisi.

Possiamo immaginare di vederlo dall’alto, di tre quarti, per la precisione; se ne intravede l’abito: pantaloni scuri, scarpe contadine…un maglione a collo alto…..Non se ne vede il volto, ma quel suono così ostinatamente cadenzato suggerisce un disperato bisogno di allontanarsi…non sappiamo da chi o da che cosa: una fuga cosciente, razionale, composta, ma non per questo meno legata a quel sentimento di forzata razionalità… quasi un ripetersi ossessivo della stessa frase: ”no, non è successo nulla..tutto è come prima…” Quest’uomo sa perfettamente che non è così, anzi..niente è più lontano dalla realtà che ha lasciato, ma comunque procede.. Tra poco il suo passo sarà meno ritmico, meno scandito..Si fermerà? Ritornerà indietro ad affrontare i suoi più terrificanti fantasmi?

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Stefania Bonanni: Cammina con attenzione, attraversando la piazza lastricata di pietre bianche, lucide di pioggia. Ha paura di scivolare, di cadere di nuovo. Oggi, poi,l’impiccio è più del solito, tra impermeabile, ombrello, borsa a tracolla, scarpe chiuse ma non proprio tanto adatte, con la suola liscia. E piove, sempre più forte. A catinelle, a scroscio, all’improvviso arrivano anche ventate che scuotono e arrovesciano l’ombrello, proprio nell’attimo nel quale entra in una pozza che non sembrava davvero così profonda….allora si arrende, non serve resistere. Chiude l’inutile ombrello, non si affretta più, cammina piano piano ascoltando il ciaf ciaf dei suoi piedi nelle scarpe piene d’acqua… serenamente.

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Elisabetta Brunelleschi:  È estate, le cicale cantano da mattina a sera. Nella casa del Pozzetto le donne lavorano a finestre spalancate.

Ci sono due telai nel grande salone al primo piano e loro, le donne, con abile sapienza muovono avanti e indietro le braccia … e la tela lentamente si allunga. È di lino, sarà un lenzuolo per il corredo di Ninetta. Tac – tac,  tac – tac, partenza e ritorno, avanti e indietro, il ritmo si espande nel silenzio afoso di quel giorno di luglio.

Tac – tac, toc – toc, suoni lontani e vicini si raggiungono, si sovrappongono. Dalla strada un cadenzare deciso di passi colpisce l’udito di Violina che subito alza gli occhi verso la finestra. Violina ferma le mani e Ninetta la segue. Un giovane uomo cammina, i suoi zoccoli avanzano sul selciato.È Tonino, Violina lo segue con lo sguardo, come un’onda leggera e avvolgente che accompagna. Tonino sente il silenzio del telaio e volge appena la testa. Suoni che tornano e suoni che vanno. Desideri che accarezzano e pensano. Intanto gli zoccoli rallentano, poi riprendono, continuano, si allontanano.

Ninetta per prima ritorna al lavoro. Dopo pochi secondi anche Violina si ritrae dal davanzale e le mani di entrambe ricominciano. Dai telai riparte il tac -tac.

Dice Ninetta: – Dai, potrebbe anche essere, anzi! Hai visto tutti i giorni passa da qui sotto!-

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Simone Bellini:  Ah !….niente di meglio, in questa giornata autunnale, che sedersi sul greto ghiaioso del fiume con una canna in mano, rilassato e concentrato sul l’amo in attesa che affondi.
Solo le cicale accompagnano il quieto fruscio dell’acqua.
Ma un rumore mi distoglie, come di passi sulle foglie secche sulla ghiaia. Mi volto ma non c’è nessuno. Sembra piuttosto che sia un masticare, un rodere ritmico di un animaletto dai lunghi denti. Lo schianto di un ramo conferma la mia tesi: era un castoro.

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Ivana Acciaioli: I passi di un’ora. Ormai da mesi mi alzo e vado a camminare lungo il fiume. Ho deciso: cammino un’ora.
Questo vuol dire che il tempo che passa è lo stesso ma io non arrivo sempre alla solita meta. Ho scoperto che le gambe hanno il loro umore, non si alzano sempre medesime
A volte in un’ora arrivo al ponte Bailey, a volte all’ansa grande del fiume,  a volte alla piccola cascata o all’esteso canneto o al luogo dove cinque gatti aspettano il loro generoso  gattaro. Quell’ora assume ogni volta un diverso significato e si accompagna a sensazioni diverse se è il turno del sole o del vento, se mi sorprende la pioggia, se mi concentro sul rumore dei miei passi o della natura circostante o se primeggia il suono lieve o pesante dei miei pensieri.
Un’ ora comunque mia, il senso del possesso del mio tempo.
Chi posso incontrare a parte me stessa?
Un casuale buongiorno.

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Nadia Peruzzi: Una sera di fine estate, che si è fatta più fresca dopo il temporale. Nella stradina piccole pozzanghere, che il terreno fatica ad assorbire. Il cielo, verso occidente balugina di sereno. Squarci di bel tempo iniziano a rompere il nero che aveva dominato fino a poco tempo prima. In sottofondo tornano a sentirsi le cicale, ammutolite prima, nel rumore dei tuoni . La signora Dina fa capolino dietro ai vetri, scostando la tenda. Ha sentito dei passi in lontananza. Scarpe zuppe d’acqua si fanno avanti a fatica, scansando buche e pozzanghere  e fanno scricchiolare la ghiaia sul viottolo che corre vicino alle case. Non si vede ancora chi è che sta arrivando, ma la Dina lo riconosce anche senza vederlo.

E’ Franco, il suo vicino, che rientra dal lavoro sempre a quell’ora. Preciso come un orologio svizzero. Cick, ciock sempre più vicino. Cick ciock, arrivato !

 Una breve occhiata alla finestra illuminata, un cenno di saluto. Si sente il rumore della chiave che cerca la toppa, il click dell’interruttore che fa luce nel salotto. Non lo vede, la Dina, ma lo immagina, stanco, mentre entra in casa, si toglie l’impermeabile e si siede sulla poltrona.

Finalmente all’asciutto, finalmente a casa ! 

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Anna Meli: Tappi nelle orecchie per non sentire il russare di mio marito. Così sento il battere del mio cuore insieme al defluire del sangue…è una cosa angosciante. Sfilo i tappi quasi subito e mi viene da riflettere sul tempo che passa inesorabile, silenzioso, non veloce ma costante, proprio come il sangue che scorre nelle vene. Vorrei che questo tempo non passasse senza poterlo vivere momento per momento, senza poterlo assaporare. Così anche  il russare di mio marito diventa cosa sopportabile perché fa parte di una realtà di vita.

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Laura Casati: In estate la nostra famiglia si trasferiva in campagna nella casa degli zii. Spesso  per passare il tempo  stavo alla finestra del salotto del primo piano da dove potevo controllare  il viale alberato. Era un via vai continuo di persone che arrivavano alla fattoria. Quel giorno improvvisamente un rumore mi fece sobbalzare. Stavano arrivando i cugini su un calesse trainato da due pony, i cavallini  sfioravano il selciato con passi veloci e leggeri.  Ai lati del viale tigli rigogliosi spargevano nell’aria tiepida il loro aroma, mentre le cicale frinivano allegramente.

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Roberta Morandi: Sto camminando senza meta, o forse il mio è fuggire? Sono per strada, una strada sterrata, quasi un viottolo, pieno di sassi, un acciottolato ai margini di un campo, il grano è  stato tagliato da poco, le cicale ancora friniscono mescolandosi al ciottolio dei piedi sul selciato, è  quasi buio e tra poco smetteranno. Non ci sono persone intorno, né suoni o rumori oltre le cicale e i passi, strano, come se il mondo si fosse allontanato e mi avesse lasciato solo col rumore dei miei piedi, con le cicale e i miei pensieri. Questo suono che fanno i miei passi si accompagna bene ai pensieri  che albergano la mia mente: non li penso, arrivano da soli, uno dopo l’altro come nel cammino, e non sono silenziosi, non so fermarli e neppure incasellarli o dar loro un senso. Pensieri e passi in libertà. 

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Patrizia Fusi: Camminare lungo una strada di campagna in solitudine, in pace con tutto quello che mi circonda, un fruscio, dalla macchia di rovi accanto a me, vola via rumorosamente un maestoso merlo nero dal becco giallo in un battito di ali.

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Laura Galgani: Estate, tutto scorre uniforme e monotono, persino le cicale si annoiano al loro pigro frinire. Qualcosa ritmicamente commenta biascicando lo scorrere del tempo, senza un costrutto, senza un perché. Siamo spettatori di una scena senza racconto, di suoni sgradevoli e meccanici. Ripetitività e noia dominano incontrastate. Uscendo di scena in punta di piedi torno verso la spiaggia e il sole abbagliante.

Passeggiate lente aperte a tutti

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Le passeggiate a passo lento per le vie dell’Antella a cura  di Archetipo-La Matita per scrivere il cielo- Con Roberta Tucci e Cecilia Trinci

 Sabato 10 novembre 2018 A piedi per via di Montisoni …. ritrovo ore 9,30 presso Teatro Comunale di Antella 

Una passeggiata tranquilla di circa un’ora verso il Frantoio “L’uccellare” della famiglia François con visita alla villa e al  Museo delle Carrozze, piccolo gioiello privato.

A proposito di Lucrezio al Teatro Comunale di Antella

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Marco Toloni interpreta la prima serata del “De Rerum Natura” di Lucrezio al Teatro Comunale di Antella – idea e regia di Riccardo Massai

A proposito del De Rerum Natura  – di Cecilia Trinci

Se avete pensato che si trattasse di una lettura didascalica per pochi intellettuali filosofi e latinisti avete commesso un errore dei più clamorosi. Quando Riccardo Massai cala sulla scena la sua visione delle cose, la “natura” che si riflette nei meccanismi delle parole, quando apre all’infinito gli orizzonti delle quinte, quando maneggia effetti impensabili come fosse poesia e aggiunge incontri con personaggi trasparenti che si trasformano in figure che passano attraversando lo spazio del nostro sentimento, allora, qualunque sia l’argomento o il soggetto o il titolo, scoppia un messaggio potente nel pubblico.

Questi i prossimi incontri:

Prima diade: il microcosmo

– venerdì 26 e sabato 27 ottobre
Libro I: gli atomi con Marco Toloni

È nel 1418 che in un monastero dell’Alsazia, Poggio Bracciolini ritrova un manoscritto contenente il De rerum natura. L’entusiasmo di umanisti e letterati fu grande al punto che si deve a tale scoperta l’ispirazione botticelliana della Nascita di Venere. Sono, infatti, nel primo libro la celebre invocazione a Venere e l’elogio a Epicuro. Nascita e Morte sono solo aggregamento e disgregamento di atomi da cui è formata la materia eterna: atomi e vuoto costituiscono il tutto infinito.

– venerdì 23 e sabato 24 novembre
Libro II: fisica e chimica con Silvia Guidi

Al centro del secondo libro c’è il tema del libero arbitrio simboleggiato dalla scelta di incontro/scontro che gli atomi producono durante il loro moto irregolare. Ogni atomo è artefice del proprio destino, decidendo durante la propria caduta di entrare in contatto con altri suoi simili e generare aggregazioni. Questa deviazione del moto è un chiaro atto di volontà che può palesarsi nella vita di ognuno, nelle scelte che vengono affrontate quotidianamente.

Seconda diade: l’uomo

– venerdì 21 e sabato 22 dicembre
Libro III: la psiche con Riccardo Massai

Dopo aver evidenziato la differenza fra animo razionale (la mente) e anima irrazionale (principio vitale), Lucrezio afferma che l’intreccio dell’anima con il corpo origina la vita.
La disgregazione del corpo implica la decomposizione dell’anima, rendendo inutile la paura della morte e dell’oltretomba. Concetti fortemente attuali che potrebbero essere stati pronunciati da importanti fisici come Margherita Hack o come lo steso Maxwell dichiarò in una lettera del 1866: «Le parole di Lucrezio sono una così buona illustrazione della teoria moderna, che sarebbe un peccato che significassero qualcosa di diverso».

– venerdì 25 e sabato 26 gennaio
Libro IV: fisiologia e psicologia con Monica Demuru

È il libro che indaga i sensi, di come questi aiutino l’uomo a comprendere la veridicità delle cose. I Simulacra (membrane sottilissime) si staccano dalle cose e colpiscono l’occhio umano dando avvio alla conoscenza. Il libro termina con una spietata critica sull’amore, ancora una volta analizzato con “scientifica poesia”.

Terza diade: il macrocosmo

– venerdì 22 e sabato 23 febbraio
Libro V: la terra con Gianluigi Tosto

Lucrezio si trova alle prese con la creazione, generando il sole, la luna, la terra e infine tutte le forme di vita vegetale e animale, sino alla nascita dell’essere umano con la conseguente organizzazione della società. L’uomo muove i primi passi dando origine al linguaggio, alla religione, sino alla scoperta dell’arte.

– venerdì 22 e sabato 23 marzo
Libro VI: meteorologia e geologia con Valentina Banci

Tuoni, lampi, fulmini, terremoti ed eruzioni vulcaniche: i fenomeni atmosferici sono agglomerati nocivi da cui derivano le pestilenze. Il sesto libro pone l’accento sulle malattie e i morbi che diffondono morte e distruzione sulla terra, e termina con la descrizione della peste ad Atene del 430 a.C, descritta da Tucidide nella Guerra del Peloponneso a cui Lucrezio si ispira per una personale e immortale rappresentazione.

 

 

Torta di mele

LA TORTA DELLA MAGICA SIGNORA – di Dana Carmignani

mele

Mi faceva la torta di mele la mia mamma.
Non è che facesse solo questo. Comandava anche un esercito di cuochi e sottocuochi e camerieri nel ristorante di mio padre. “ Nel mio ristorante!” diceva lei, e aveva ragione perché se non ci fosse stata, mio padre non avrebbe potuto far niente.
Nella versione lavorativa avevo avuto modo di vederla quelle rare volte che ero andata a Milano, ma era in quella versione casalinga che non l’avevo vista mai.
Per fortuna o per sfortuna mia, capitò in quel tempo, che nonna si facesse male e fosse impossibilitata a muoversi, e da Milano arrivò lei per accudirla nel periodo di ripresa.
Era difficile con quel lavoro che potesse mancare all’appello, di solito a turno venivano altri membri della famiglia, ma in quel momento no, quella volta arrivò in tutta la sua dolcezza e io per la prima volta nella mia vita capii cosa si provava ad avere una madre.
Non che fosse meglio di quello che provavo con nonna, era però diverso quell’amore, e pur se lei rimanesse, fedele a se stessa e alla persona schiva e distante che era, io finalmente percepii ciò che tutti al mondo dovrebbero percepire: la sicurezza. Era quella sensazione che mi meravigliava , che riempiva un vuoto che finalmente capivo che c’era stato, solo perché poi lei, solo con la sua presenza l’aveva riempito.
Mi bastava, non volevo altro. Quel benessere, quella sensazione di compiuto mi faceva star bene. Non c’erano carezze o baci o grandi abbracci fra me e lei. Non ci potevano essere, la frattura del distacco era stata dolorosa per entrambe e le ferite non si sarebbero rimarginate mai, ma c’era la sua presenza silenziosa, c’erano accortezze per me nuove.. trovare i panni puliti e stirati..un bicchiere di latte portatomi quando stavo studiando..l’essere svegliata ancor prima che suonasse la sveglia.. e poi il suo fare gentile, tenue tranquilla , mi sentivo tanto in colpa io ad essere così diversa, così irruente e animosa, lei nemmeno la sentivi arrivare, ma sentivi il suo profumo ovunque.
Sentivi anche entrando in casa, l’odore delle torte che faceva. Una abituata come lei a mettere a tavola cento persone al giorno non aveva problemi a cucinare quel poco a me e nonna, sicchè era un continuo sfornare prelibatezze che sapevano di buono solo a pensarle.
Eran certe sberle di torte che nemmeno una pasticceria, in quel fornino della stufina di nonna,tanto che non mi capacitavo come riuscisse a tirar fuori la delizia che poi veniva posizionata sulla madia e che io affettavo a tocchi prendendomene in mano un pezzo e scappando come al solito, a mangiarmelo verso il rio. Era magia pensavo!
Arrivavo alle tre del pomeriggio, facevo già le superiori, e spesso la trovavo proprio intenta a quel lavoro…sul tavolo di marmo in cucina fra burri, farine e mucchi di mele.. dovessi dire la ricetta… non la so, ma se volete fare quella torta, dovete seguire i dettami dell’amore più che dell’arte culinaria.
Farina a fontana quanto non si sa, quanto basta.. uova diverse.. latte…zucchero.. burro..un pizzico di sale..lievito… lei ce lo metteva perché non erano delle crostate secche, ma morbide e saporite… poi mele tante, fatte macerare in precedenza con lo zucchero e il liquore… lavorava l’impasto come l’impasto della crostata, e lo posizionava con quelle mani così simili alle mie, nella teglia, che ancora adesso uso, esattamente come si mette appunto in quel classico dolce.. sopra le mele scolate, e poi ancora sopra le famose striscioline a griglia… dopo sfornata, rifiniva con marmellata pure quella fatta da lei.
Dosi… non so nemmeno quelle, perché l’amore non ha dosi.. e ciò che lei impastava in quelle torte era tutto ciò che non mi aveva dato e avrebbe voluto darmi… sicchè se fate la torta della magica signora, mettetecene tanto di amore… mettete il vostro, mettete anche quello che non avete mai avuto… impastate con farina e burro e zucchero le dolcezze che vi son mancate, e donatele a chi gli tocca, ma anche a chi non se lo merita, a voi stessi soprattutto, come un abbraccio che vi dovete, anche solo per riuscire a vivere.
Inutile dire che mai più ho mangiato squisitezze simili, nemmeno son mai riuscita a farne di uguali.. la magia mia madre se l’è portata con se, perché anche quella volta tornò via come sempre, lasciandomi con un gran dolore, ma al contrario di quando ero piccola, lasciandomi consapevole di una realtà di me stessa spessa e forte, che mi avrebbe permesso di superare le mie mancanze, ma soprattutto consapevole che l’amore esiste e si esprime in tutti i modi, persino in una modesta, ma magica…torta di mele.

Il Marinaio

Marinai – di Cecilia Trinci

 (Il Marinaio di Giampaolo Talani)

Hanno sempre i piedi nell’acqua. Può andar bene anche la pozza di un catino, giusto per sopravvivere. Perché hanno acqua di mare nelle vene, stelle tra i capelli di corda, e lo sguardo lontano, oltre i contorni.  Stanno anche in porto. Sì, anche per molto tempo, quando fuori non si può uscire o non trovano compari adeguati per tirare le vele e l’ancora è sul fondo senza una barca che tenga il vento. Oppure la tempesta  infuria. Ma il marinaio non è mai del tutto sulla terra, anche quando cammina, un po’ dondolando, inventandosi  l’equilibrio su una base immobile che non trema, anche quando pensa e trova storie che prima non c’erano. E’ con te ma non c’è, ti ascolta ma sta attento alla voce del vento e appena il sussurro cambia, sparisce improvviso, come non fosse mai esistito. “Ma come fanno i marinai con questa noia che li uccide addormentati sopra a un ponte in fondo a un malincuore…..” Ma come fanno a resistere? Anche perché “ma come fanno i marinai a riconoscere le stelle sempre uguali sempre quelle all’Equatore e al Polo Nord…”? Sarà per questo che stanno a fronte in su e guardano dove tu non riesci e tu arranchi sempre sotto, ai loro piedi, lontano? Possono andarsene in qualsiasi momento, appena il profumo annuncia la bonaccia e la sera si veste di rosa pallido.

All’improvviso possono partire e sparire perché “che cosa gliene frega di trovarsi in mezzo al mare, a un mare che più passa il tempo e più non sa di niente ……(De Gregori, “Ma come fanno i marinai”)

 

Genova per noi

Genova per noi – di Nadia Peruzzi

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Genova per noi, uno spicchio di luna adagiato sul mare.

Genova per noi, la fine di un viaggio che, quando ero bambina, durava un’intera giornata. L’autostrada finiva alle Bocche di Magra  e allora su, curva dopo curva, costretti ad inerpicarci fino al Passo del Bracco. Curve a esse, strette e insidiose che non ci abbandonavano nemmeno nella discesa verso Sestri Levante. Con un camion davanti, il viaggio diventava una vera Odissea!

Genova la assaporavi prima di arrivarci, passando lungo il mare. Finalmente, lassù, te la ritrovavi davanti, attorno, sopra, sotto, dietro. Ovunque, stretta fra monti dai pendii scoscesi e il mare azzurro. Una visione.

Genova per me, le vacanze lunghe passate a casa dei parenti, cibi e profumi diversi da quelli che abitualmente la nonna cucinava a casa, a Firenze a segnare quella linea fra unità e diversità che attraversa questo paese bello, ricco e un po’ dannato!

Genova del porto, dei vicoli ,delle puttane cantate da De André, che potevi vedere lungo via Pré. Genova dei cantautori, in una stagione dalle parole bellissime che tendevano alla poesia.

Genova dalle belle colline e dai bei palazzi abitati dai benestanti di allora. I nomi, noti, li leggevo sui campanelli quando andavamo a far visita alla zia Rosetta. Faceva la portinaia nel palazzo dove abitava la famiglia Dufour, quelli delle caramelle Rossana. Appena leggevi la targhetta dorata al portone, ti sembrava di sentire lo sfrigolio di quella bella carta lucida e rossa, mista al profumo di caramella e pensavi a quel suo cuore molle un po’ liquoroso. L’acquolina in bocca era assicurata.

Genova e la sua Lanterna, i suoi abitanti e i suoi lavoratori. Gente tosta, di poche parole ma di grande animo e di capacità di lotta. Genova della Resistenza, quella in cui ebbe inizio l’insurrezione del 25 aprile e la battaglia finale contro l’oppressione nazifascista.

Genova dei ragazzi con le magliette a righe del luglio del 1960 che tennero sotto scacco per giorni le forze di polizia. Non solo contro la possibilità di far tenere il congresso del Movimento sociale, ma per rompere il clima che si era creato e il tentativo di far rientrare in gioco, a sostegno del governo, il partito neofascista.

Genova della difesa della democrazia nel buio degli anni di piombo, quando con l’assassinio di Guido Rossa fu chiaro a tutti che chi sparava non erano “compagni che sbagliavano”, ma erano assassini che andavano fermati e messi in condizione di non nuocere. Genova composta, in un giorno cupo di pioggia e di lacrime, con la forza della ragione fu un punto di svolta .Non passeranno, gridò muta allora . E non sono passati.

Genova del boom economico tradotto in edilizia sconsiderata. Case lavatrici, colline sventrate, occupazione esagerata del pochissimo suolo disponibile, gli alvei di fiumi, inesistenti per lo più, coperti per farci strade e giardini. Strisce di asfalto sotto e sopra le case e la città, l’intreccio delle autostrade a contorno che la segnano, la oltraggiano osando violare in molti punti l’intimità stessa delle abitazioni. Quasi ci si può vedere dentro: scorci di salotti, di camere da letto, di soffitti mentre corri verso Milano o Torino, o più in là verso la Francia.

E quel ponte a segnare una intera epoca e un modello!

Nato di corsa e per correre. Il mito della velocità ,dell’auto che la fa da padrona aveva bisogno dei suoi totem.

Fantastico, ardito, avveniristico. Quelle alte zampe di fenicottero a restituirci visivamente l’idea dell’assalto al cielo e a lanciare una scommessa anche rispetto alla forza di gravità. Di per sé, immagine di un salto spiccato verso il futuro. La Domenica del Corriere la celebrò con una foto a tutta pagina nel giorno della inaugurazione.

Levante e Ponente finalmente più vicine, la via verso la Francia più agevole e rapida.

Oppure no. Una storia che aveva già in sé elementi di estrema fragilità rimasti nascosti ai più.

In una mattina agostana di anticipo di festa, il sogno si è sbriciolato, accartocciandosi su sé stesso, portandosi  via  le vite di 43 persone.

Di colpo un giorno anticipatore di festa e di ferie, si è tradotto in ansia e tragedia, in orrore e incredulità.

Restano quelle zampe di fenicottero, messe a nudo dal crollo, a restituirci adesso una immagine diversa da quella del mito. Non di forza, ma di fragilità estrema: troppo alte e troppo sottili e forse troppo distanti in quel punto maledetto, come sostegno di un traffico smisurato, rispetto a quello che lo inaugurò alla fine degli anni sessanta!

Genova colpita, atterrita, dolente e affranta, arrabbiata, ma non doma.

Non a caso Superba. Consapevole della forza che riesce a tirar fuori nei momenti che contano.

Genova che non si arrende, che si riorganizza per non perdere in lavoro e struttura produttiva e in comunità sociale sia nelle zone vicine al disastro sia nel corpo grande di una città che spazia fra est e ovest come nessuna .

Genova per noi, adesso, anche un grido: “mai più” perché si faccia rapidamente luce e si imponga verità mentre si ricostruisce velocemente, ma con attenzione e bene.

Genova, come il paese! Belli e dannati allo stesso tempo. Bisognosi di cura e protezione, come un malato che fatica a riprendersi, dopo un’operazione chirurgica.

Genova ferita, Genova paradigma di un modello di sviluppo, a guardarlo con gli occhi dell’oggi, affaticato che restituisce insicurezza e timore a causa delle sue concentrazioni e dei suoi eccessi.

Genova per noi può e deve essere, nel suo dramma, anche l’occasione e il segno di una svolta! E che sia, finalmente.

Oppure la polvere si depositerà ancora e ancora e dopo la polvere, tutto ricomincerà esattamente come prima.

Il passo della Futa

Trentamilaseicentottantatre – di Rossella Gallori

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…un caldo vento estivo, un cielo così azzurro da intimorire, il calore degli amici di sempre, un cibo divorato, un bicchiere di vino in più, sorseggiato con serenità…la voglia di camminare “per far buio”.

La Futa, la Traversa, la Selva, la meta di ogni anno, per ricordare, noi quattro, che siamo stati “ragazzi insieme”…Le mie domande sceme…le loro risposte inutili…risate cercate, volute…e non son mai troppe.

Ma lì non siamo mai andati?

No, mi sembra di no!

Ci si va?

Ci incamminiamo verso il Cimitero Germanico, il passo si fa lento, ringrazio il caso che mi ha fatto indossare scarpe silenziose e colori poco vistosi, non avrei avuto il coraggio di sventolare vessilli modaioli in questo contesto.

È un teatro di morte a 900 mt di altezza, un piccolo paese muto. L’appennino, protegge  il paesaggio ma non incornicia il dolore…

Un dolore che non credevo di provare, io, con quei sei milioni di “gente mia”, io che non ho più voglia di stragi, io ascolto il rumore del sangue che scorre ed il silenzio delle mitragliatrici…

Ed il cibo scende in fretta ed il Chianti bevuto è solo un ricordo…avanzo da sola, gli altri mi han lasciato a riflettere tra la pietra serena il granito ed il marmo. Si  odono pianti,  o forse è solo il vento ed io mi sto calando in un’altra realtà; leggo nomi che non so pronunciare, faccio conti che non vorrei saper fare…ragazzi nati nel 28 e morti nel 44,  i più hanno 16, 18 al massimo 20 anni …per finire qui tra Firenze e Bologna, cadaveri tragicamente ordinati, due a due, forse per farli sentire meno soli, un architetto abile e pietoso li ha uniti per sempre, Franz con Peter, George con Adolf…..qualche tomba non ha nome……prendo un sasso lo bacio e lo appoggio sulla prima lapide ignota ….falciati dalla guerra in terra straniera….e non esistono più “i miei”,  “loro”,   “ gli altri”, riesco a cancellare le svastiche, vedo solo riccioli biondi, mescolati a lisci capelli color ebano, occhi azzurri mescolati a nasi non perfetti…e capisco in un banale giorno di vacanza…che la morte è una tragedia senza bandiera…

Mamme che hanno pianto figli partiti e mai tornati…salgo nella cripta, sono stanca dentro e la stupenda giornata di sole sta diventando un pomeriggio rossoarancio …pieno di contraddizioni.

Sono 30683, queste tombe senza fiori, in una pulizia germanica, perfetta e tragicamente inutile. Con un cenno del capo saluto ”il silenzio“ ci siamo fatti compagnia per quasi un’ora, questi ragazzi ed io.

Forse non abbiam fatto la pace,  resteremo nemici per sempre, io un po’ giudea e loro un po’ nazisti… ma la morte merita rispetto…ed uscendo non volto le spalle, cammino all’indietro, sperando di non cadere…ritrovo i miei amici, silenziosi ed affettuosi, come sempre…qualcuno mi porge un fazzoletto….trentamilseicentottantatre ….

Torna settembre

 

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Arriva settembre puntuale, con le sue notti scure, i colori intensi, i frutti pastosi, violacei e zuccherosi, il sole caldo e le mattinate in cui ritorna bello camminare, pensare, trovare nuovi sentieri.

Stiamo per ricominciare anche noi.

Chi volesse proseguire il cammino, che inizierà alla fine di ottobre, mi contatti prima possibile  su: lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

I posti sono limitati……

L’ispirazione guida di questo anno sarà IL SUONO, in tutte le sue sfumature più varie.

A presto amiche e amici

 

 

 

Vacanze fortunate

Vacanze e vicinanze – di Ivana Acciaioli

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Quest’anno per me le vacanze sono state fortunate .
Ho passato due settimane con mia figlia in periodi differenti. Io e lei viviamo in città diverse e i nostri incontri hanno scadenze per me  sempre troppo lunghe.
Ho  perfino affrontato un viaggio in aereo da sola per raggiungerla, eppure  io preferisco i piedi al suolo.
Abbiamo visitato insieme luoghi ameni e rilassanti.
Assaporato del buon cibo.
Scandito le ore in modo libero senza obblighi o costrizioni, come piace ad entrambe perché in questo siamo simili.
È stato bello condividere tutto il tempo, prendersi reciprocamente cura di noi.
Le acque termali, le spiagge, il mare,  le vie cittadine percorse di giorno o di notte, i monumenti, tutto questo poteva anche non esserci per me,  perché le vere vacanze sono le sue parole con le quali mi sveglio e mi addormento, i luoghi più belli nell’azzurro dei suoi occhi,  il profumo del suo corpo la sensazione più appagante.
Non importa se accanto a lei mi sento vecchia e a volte impacciata, se scopro i miei difetti in modo crudo, se sento che lei può darmi solo briciole della sua vita eppure così preziose, così sazianti per la mia fame materna. Neppure quando percepisco la sua impazienza nei miei confronti vorrei essere in altro luogo, ed il mio silenzio serve per inghiottire, per pensare a mia madre, a quanto mi manca e a quanto forse mancherò anche io a  lei, dopo.
Penso a mio figlio, e alle vacanze che con lui probabilmente non farò più, alla sua preziosa vicinanza, al rapporto ugualmente intenso ma diverso che ci lega e mi manca che lui non sia stato con noi come negli anni ormai lontani della loro infanzia, dei loro giochi insieme.
Quante cose perdiamo, per conquistarne altre diverse che negli anni ci accompagnano e ci rendono talvolta partecipi, talvolta spettatori.

Acqua magica

L’acqua di San Giovanni – di Tina Conti

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Quest’anno mi sono preparata in tempo, ho invitato amici e familiari ad una cena per la festa del patrono di Firenze, San Giovanni, con il  “rito dell’acquetta”, dando indicazioni vaghe  e accattivanti sui poteri di questa pozione magica tradizionale che avrei loro offerto.
Nei giorni precedenti ho scelto il catino di terracotta, cercato nei campi le varie erbe e fiori, letto storie e ricette per compiere un rito così delizioso.
Tutto era pronto e sistemato sul tavolo in giardino, ero consapevole e decisa, avevo coinvolto le bambine di casa nella ricerca  dei fiori e progettato in grande.
La sera fatidica, però, sono uscita con mio marito a passeggio per la città, in giro con glli amici, poi il gelato e  le chiacchiere, insomma abbiamo tirato tardi.
A casa stanca morta, mi sono infilata velocemente nel letto.
Ho fatto un balzo quando ad un tratto mi è venuto in mente il rituale che mi ero proposta  di fare. Che figura  avrei fatto con gli invitati il giorno dopo per sperimentare l’acqua miracolosa?
Sono uscita in giardino precipitosamente. Era buio pesto, mi ha risvegliata la brezza e il fresco della notte.
Ho osservato un cielo incantato, luminoso, magico.
Il vento di  tramontana aveva spazzato impurità e nuvole, non vi posso descrivere la luna, mi è sembrata gioiosa, grande e di una luminosità sconosciuta.
Ho aggiunto ai fiori già pronti le ultime corolle di rosa, strappate dalle piante più vicine  prese a tentoni, le   foglie di menta e melissa profumatissime, ho aggiunto acqua di pozzo fresca e dissetante e infine è fondamentale l’erba delle streghe: l’iperico.
Sentivo  alzarsi gli aromi e  inondare la notte  di un profumo inaspettato, ho immerso le mani e accomodato  le erbe, la magia aveva inizio, i miei sensi si stavano risvegliando, mi sentivo avvolta in un qualcosa di misterioso, nonostante il sonno avrei voluto non finisse mai.
La luna, la rugiada della notte avrebbero compiuto la loro parte.
Al mattino ci saremmo potuti lavare con questa acqua magica, capace di scacciare il malocchio, la malasorte, preservare dalle malattie, rendere la pelle morbida  e purificata.
Tutti sono venuti, da otto invitati siamo diventati  sedici, tutti avevano un cruccio o un malanno da sanare, chi un esame da superare, chi un desiderio nascosto da raccomandare.
La cena è state leggera e animata, sono stati aggiunti posti a tavola e sedie per tutti.
Per gli assenti sono stati riempiti barattoli  del preparato che si poteva con riservatezza usare in un angolo tranquillo e appositamente attrezzato.
La magia si è avverata, quella della vita, dell’amore di stare insieme, ascoltarsi, condividere, vivere vicini.
Grazie San Giovanni! Al prossimo!

A domani

A DOMANI… – di Rossella Gallori

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Intraprendo anche oggi, il mio piccolo viaggio, senza soldi, senza bagaglio, le chiavi di casa in una tasca, il cellulare nell’ altra…chissà magari squilla, magari qualcuno mi da il buongiorno, mi chiede dove sono…mi domanda “perché così presto?” …magari hanno bisogno di me…ne sarei felice!

Esco di casa poco dopo l’ alba, sola ma non triste, mi son costruita un mondo mio, in questi 2 km e mezzo…ho ripreso a camminare , dopo mesi, so che è un traguardo, anche se non lo voglio ammettere, io non cambio, galleggio non nuoto.

Le finestre della caserma di Rovezzano sono semiaperte, forse lo sono state tutta la notte, non han paura dei ladri, i carabinieri o forse si, ma sanno fingere bene.

Giro a destra via Della Nave, Elio mi saluta, sta annaffiando, un piccolo paradiso, Adriana sta facendo il caffè,  la stradella profuma di “ buongiorno”

Salgo in casa delle mie ragazze, loro sono in America, io…io fingo di esserci, camicia di jeans pantaloni corti sfilacciati, inadeguati per età, fisico e luogo… ma a pochi metri da casa, io sono già un’ altra. Le gatte, mie nipoti di pelliccia, chiedono acqua, cibo ed attenzione…posso farlo, posso fare quasi tutto quando sono serena, quando…

Poi scappo,  ho troppi appuntamenti, non posso mancare.

Attraverso il lungarno, che in quel punto sembra una autostrada, fuori dalle strisce, mi vedranno, spero!!!

Ho con me il sacchettino del pane secco, bocconcini piccoli per le mie amiche golose,  passo la staccionata che ogni giorno mi sembra meno ostile….e loro sono li, sembrano riconoscere la mia voce, COCCHE CI SONO! LA PAPPA, LA PAPPA….ed inizio a gettare i morsi di cibo, loro volano nell’ acqua ed in un attimo sono li, piccole ma non fragili, ordinate, non litigiose, così diverse da me, ma così famigliari ad i miei occhi, qualche lancio è troppo corto e finisce sul greto…ho sbagliato ma nessuno è deluso nessuno mi accusa, mi fanno credere di aver bisogno di me ed invece, sono io che ho necessità del loro volermi bene  BUONGIORNO PAPERELLE …

Ed inizio il mio percorso, facile, dritto, vivo, pieno di saluti, sorrisi, cosce  da urlo, celluliti da sballo, Ed io faccio parte di quel teatrino che daRovezzano  mi porta al Girone…

Mi affianca un tizio, felice di superarmi, in viso non l’ ho mai visto, non ne ho il tempo, leggo sempre la scritta sulla schiena Zeussssss  noto solo che ha un bel culo( per usare un francesismo) …

Arriva lenta e rimbalzante la badante rumena, viene dal Girone ho scoperto che si chiama Aurora, e che è libera dalle 7 alle nove, mi dice ciao Rosela …ho perso la speranza  di essere chiamata ROSSELLA, ma non mi arrabbio, sorrido e saluto…ho fretta…

C è il signore con il levriero color aubergine , con tanto di “ RACCATTALANCIAPALLA dal lungo manico, per non piegarsi, per non sgualcirsi, come sono uguali cane e padrone …agili, veloci, freddi..

Da lontano vedo lui, capelli lunghi biondi  decolorati….dal sole dell’ Anchetta…mi dice “ ciaooooo” e vola via quanti sforzi per dimostrare qualche mese in meno…..penso….

Mi  fermo guardo i moscerini, piccole nuvole di polvere viva, aspetto che passi  il treno…non mi piace stare sotto di lui…

Ascolto l’ inno di Mameli, stranamente mi piace, anche se devo riconoscere che si poteva trovar di meglio, la caserma è alle mie spalle, ma non così lontana, Da non sentire il suo saluto, che faccio solo mio!

Qualcuno sui sassi manovra un telecomando, un piccolo motoscafo, galleggia rumoroso sull’ acqua, il pilota è un ragazzo grande, gioca e non si vergogna in questa fetta di paese tra Firenze e Fiesole…

Eccolo si e lui ….arriva il cane con due zampe, ha ruote stupende e colorate al posto degli arti è un capo branco gli altri quattro  due passi indietro, se lui si ferma, tutti fermi , se abbaia , tutti lo imitano…chiedo al padrone cosa ne è stato delle sue zampe, un incidente, domando ancora, come fa ad essere così vitale….SA DI ESSERE UNICO, SPECIALE!  Semplice no, penso io e mi ripropongo di far due chiacchere con lui, sicuramente potrà aiutare il mio vivere….

Due atlete vere han gia fatto 2 volte la mi strada son donne di Carrara sembran di marmo, sode, ben abbigliate, nemmeno  sudate…piene di ausili moderni, dico io, per controllare battiti, velocità, meteo, e chissà cos altro,  gioventù….io l’ ho sprecata lavorando…..

Mi scappa pipì, ignoro il segnale, mi siedo nel giardino segreto quello dopo il giardino ufficiale del Girone….ecco arriva il solito signore trampellante, mi spiega che dopo  LA BIRINTITE non ha più equilibrio dondola ma non cade, anzi ogni tanto sbircia nello scollo del costume…cavolo non mi son rimessa la camicia!!!

Riparto salutandolo, con un arrivederci frettoloso, inizia a far caldo, e poi non ho ancora incontrato tutti….

C è la Ginger con la sua padrona, lo spasimante della padrona della Ginger….

Incontro LEI  che mi parla dei suoi LUI…sembrano sempre lo stesso, ma son diversi, confonde colori con amori, dipingendo sentimenti in bianco e nero con un Arno che l’ affianca, e non la bagna, spesso prendiamo un caffè  insieme….poi lei a S.Andrea io per la mia strada, fatta di podisti, campeggiatori abusivi, pescatori di pesci grossissimi ed orribili, che mi auguro, nessuno mangi….farfalle  bianche che mi sembrano piccoli fiori, fiori rosa delicati che mi sembrano grandi farfalle….

Son quasi 30 giorni che faccio lo stesso percorso alla stessa ora o quasi, penso alle mie amiche al mare, in montagna, in città stupende…io no, io sono qua nel mio stretto mondo…..Ripassa la badante rumena “ VAI KASA TU ANZIANA FA MULTO CALDU”  questa volta rido non sorrido, rimetto la camicia, solo per decenza, lascio l ‘Arno,  non son più a casa mia, due ragazzi mi salutano, non li riconosco, forse amici di mia figlia, abitanti di quel mondo Virgin, affollato e banale…ma così giovane e lontano da me.

A DOMANI …PAPERELLE, saluto e trovo nella tasca dei pantaloni due morsini di pane, che un pesciaccio siluro acchiappa al volo, spaventando me e  le mie assistite….a domani giuro …e riprendo la strada di casa….sono più tranquilla , stanchina, come tutti i VIAGGIATORI… a domani..

La migrazione delle farfalle

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La migrazione di farfalle cavolaie – di Cecilia Trinci

Sciami di piccole farfalle bianche volano sul mare blu, a piccoli gruppi o solitarie, a pelo d’acqua, risalendo le piccole onde di brezza o rimanendo subito sopra la calma piatta di tutta quell’acqua. Sembra che abbiano una meta precisa in mente e vanno avanti strimpellando le alucce con una vitalità inimmaginabile, guardando un punto invisibile davanti a sé, contro il blu del cielo di agosto.

Ogni tanto accade. In stagioni particolarmente favorevoli, quando le farfalle sono troppo numerose. Guardo quei soffi bianchi sul blu e, girandomi, vedo farfalle ovunque…un mare di cavolaie sulla spiaggia tra i bambini e più su, tra i cespugli verdi delle dune come una piccola neve estiva, magica e inattesa. Volano a migliaia, senza fermarsi mai, tutte nella stessa direzione, a sud. Tutto è pieno di farfalle, di questo volo leggero, bianco, silenzioso, saltellante che chiama a seguirlo senza fare domande….dove si va? Via, lontano….nei sogni….seguite le farfalle! Le bianche cavolaie che mio babbo ci faceva vedere tra i fiori, insegnandoci a distinguerle tra le altre tutte colorate. Piccole e indifese, modeste e tranquille le cavolaie attraversano il mare….seguendo un istinto. O un sogno leggero?