Suoni del cuore

Mi piace… – di Chiara Bonechi

Mi piace ascoltare la musica degli Abba che mi risveglia emozioni di donna giovane e mi fa venire voglia di  ballare.

Mi piace il brusio delle voci in teatro, quando allenta per finire piano piano e lasciare spazio al silenzio, prima dell’inizio di uno spettacolo; è l’attimo in cui l’emozione fa battere il cuore.

Ricordo e rivivo per qualche istante il rumore ritmico del neonato che succhia al seno materno, il suo riprendere fiato dopo la fatica e poi ancora quel succhiare, mi piace.

E il rumore leggero della chiave nella porta che annuncia il rientro di mio marito.

Mi piace quando, insieme a lui, alla finestra, tendo l’orecchio al rombo del motore dell’auto dei nostri figli che arrivano per cena, lo riconosciamo, posso correre a buttare la pasta ed è sempre una festa!

Mi piace lo squillo del telefono e riconoscere una voce amica, le chiacchiere che corrono da un capo all’altro della cornetta e spaziano leggere, fanno volare il tempo.

Cieli di marzo

Mi piace – di Nadia Peruzzi

Mi piace il tepore di questi giorni che ancora non sa farsi primavera.

Mi piace quando si fa torpore nel pomeriggio e te lo senti dentro, te lo porti addosso e sa di risveglio dei sensi, della natura e vive di opposti.

E’ accenno di cambiamento, non ancora il brivido adrenalinico che traghetta verso l’estate. Siamo in una terra di mezzo, con la primavera che ha voglia di tornare.Sembra che tutto sia appeso ad un filo sbarazzino che si diverte ad andare avanti e indietro quasi ogni giorno.

Mi piacciono i cieli. Mossi, vivi, contrastati e mai uguali a se stessi. Nuvole che si rincorrono con colori dal grigio gonfio di pioggia al bianco meringato con arabeschi di zucchero filato, che spesso si accendono in tramonti infuocati.

Vivi momenti cupi e venati di tristezza nelle corde più intime per i tanti mi piace che vorresti dire a chi non puo’ più ascoltare.

Li combatti inseguendo il profumo del  tempo nuovo che si prepara.

Mi piace

MI PIACE… – di Rossella Gallori

disegno di Emma

Mi piace stare sola, con un silenzio di musica a tutto volume.

Mi piace il rumore del mio profumo quando lo uso e un po’ mi cancello, mi travesto.

Mi piace il buio di casa mia, quando è quasi  notte e forse ce l’ ho fatta.

Mi piace sapere dove sei, cosa indossi e perché, pensare a dove vivi

MI PIACE camminare senza orario, con i miei braccialetti che fanno rumore.

Mi piace se mi chiedi come sto senza dirmi come stai.

Mi piace un regalo improvviso : una tazza, una chicca,  un cuore di vetro e tu che dici spero che non si rompa.

….e poi e poi…gli orecchini sono per te…ti porto una cosina…ho fatto un disegno ti somiglia….e poi il gatto che sgranocchia i croccantini  e poi un po’ di  più “ROSY NON PIANGERE

….MI PIACE sentire i passi di quelli di sopra…ascoltare il Silenzio e l’Inno di Mameli.

MI PIACE immaginare  la tua buonanotte anche se sei solo un volto simile al mio, incorniciato d’argento….

Mi piace…mi piace…mi piace…se mi chiedi cosa ho scritto, per non dirtelo e poi leggertelo piano piano…

Ticchettio di pioggia

Il ticchettìo della pioggia sul tetto – di Sandra Conticini

Il  ticchettio della pioggia che si sente quando siamo fermi in macchina mi è sempre piaciuto. Il rumore cadenzato e lento di una goccia dopo l’altra che con il passare dei minuti aumenta di intensità, poi, di nuovo il diradarsi delle gocce fino a smettere, mi fa rilassare.

La stessa sensazione la provavo in tenda, ma avevo terrore dei temporali. Ricordo quella volta che ero al mare in Maremma, in una tenda a casetta io e mia figlia, ancora piccola. Le previsioni non erano buone, tirava un vento che non faceva sperare bene. Ad ogni folata la tenda si gonfiava e gli aghi di pino scivolavano sopra come volessero carezzarla. Io mi assopivo un po’,  ma poi mi risvegliavo per la paura che arrivasse il temporale.

Infatti le prime gocce arrivarono, poi  aumentarono, aumentarono, aumentarono, ed arrivarono anche i lampi che illuminavano il cielo a giorno, poi tuoni fortissimi. Io dalla paura mi tappavo le orecchie, ero come pietrificata. Mi rannicchiai vicino a lei, perchè mi dava forza e al tempo stesso pensavo di poterla proteggere.  Ogni tanto accendevo la pila e controllavo che non entrasse l’acqua. Mi sembrava che il tempo si fosse fermato e  speravo che arrivasse presto il giorno , perchè con la luce i problemi si affrontano meglio. Dopo, non saprei dire quanto, smise di grandinare e piano piano la pioggia si calmò  ed io riuscì ad addormentarmi.

La mattina quando uscimmo dalla tenda mia figlia disse: – Mamma, ma stanotte è piovuto!!!

Sì un pochino!!!

Musica di Mi piace

Mi piace….. – di Anna Meli

            Mi piace il tramonto delle fredde giornate invernali quando il vento soffia sibilando e pulisce l’aria, scompiglia e carezza i germogli del grano proseguendo nella sua folle corsa senza meta….a raffiche e scrive una musica tutta sua.

            Mi piace sentirlo nei capelli scomposti e sul viso come rude e frizzante carezza.

            Mi piace il gelido sole rossastro che si inabissa fra i monti tuffandosi in un mare grigio-azzurro.

            Mi piace il cra-cra delle gazze, il latrato lontano di un cane che chiede attenzione, le voci confuse, il fruscio delle fronde degli alberi e ancora il vento che canta parole sconosciute mischiando ogni suono, ogni rumore.

            E mi sento in pace mentre inconsapevolmente sussurro: mi piace, mi piace……

Mi piace

Proprio questo mi piace – di Roberta Morandi

Mi piace il risveglio della mattina e non avere fretta! 
Stare lì al calduccio, mentre la strada fuori si sveglia e si attiva: il lieve cinguettio degli uccelli, quasi a chiamarsi l’un l’altro per l’arrivo di un nuovo giorno, i passi di corsa dei bambini che si affrettano per andare a scuola, la moto del vicino che sbuffa e non si mette in moto, i muratori che arrivano e cominciano a parlottare a voce alta, il cigolio delle persiane che si aprono come uno sbadiglio per far uscire il sonno dalle stanze…

E il profumo del caffè che sale su per le scale e mi viene a trovare nella tazzina.
Lo bevo con Paolo.
Sì proprio questo mi piace.

Passi nella faggeta

CAMMINARE IN INVERNO NELLA FAGGETA – di Elisabetta Brunelleschi

Il vento mugghia mentre attraversa il crinale e muove i rami spogli dei faggi.

Cessa il vento e il silenzio è interrotto da tanti piedi che calpestano le foglie secche ammucchiate sul terreno e sotto il peso delle scarpe scricchiolano e si sbriciolano.

Andiamo avanti coi nostri passi stringendo più forte sciarpe e cappelli.

Ecco che il vento riprende impetuoso e spazza le foglie accartocciate che leste rotolano sul sentiero con fremiti leggeri.

Incantesimo di silenzio

Mi piace il silenzio – di Stefania Bonanni

Mi piace il silenzio. Quando segna il tempo dei rumori. Che si affastellerebbero inutili scavalcandosi a forza di strilli,  strepiti, clacson, motori, voci che escono da televisori e si parlano addosso, e che nessuno ascolta davvero per tutto il tempo in cui gli apparecchi rimangono accesi. Sono ricoperti i pavimenti delle nostre stanze di parole dette e non ascoltate, rotolate negli angoli a formare mucchietti polverosi di rumori inutili.

Mi piace il momento in cui si sceglie il silenzio. Si stacca la spina. Allora scende e copre, apre la mente, fa spazio a preghiere e ringraziamenti, e ci rende capaci di accogliere di nuovo il rumore, di salire ancora sulla giostra.

Mi piace ricordare, la mattina, che è stato il silenzio a svegliarmi. Il silenzio di fuori. Non passavano auto, non cantava il merlo,  Non c’era vento a scompigliare cipressi e spazzare l’asfalto, non c’era pioggia ticchettante sui tetti, nessuna voce. Un momento sospeso. Tutto fermo. Magari è stato solo un attimo, ma in quell’attimo l’incantesimo è avvenuto. La magia ha posato trina  bianca sulle siepi, sugli alberi, sul ciglio della strada, sulle case. Come un ricamo raro e prezioso, come un rigo di trucco sotto gli occhi, come un’occasione. Di silenzio.

Il rumore del “Mi piace”

Le manine del risveglio – di Mimma Caravaggi

Ero capace di svegliarmi pur dormendo profondamente solo a sentire una piccola mano posarsi addosso senza creare nessun rumore.

La sensazione che qualcuno fosse nelle vicinanze mentre dormivo risvegliava in me qualcosa di atavico non descrivibile. Iniziavo a muovermi trascinando il lenzuolo, accartocciandolo sui piedi, tirandolo  da un’unica parte, lasciando il fianco  libero e al freddo.

Se questa piccola mano si ritraeva tornavo beatamente a dormire tranquilla per riagitarmi subito non appena si riavvicinava al mio corpo, che sembrava quasi percepire una musica leggera che lo faceva muovere tra strascichii di lenzuola mosse, rivoltate, ammucchiate, e mentre il corpo sembrava prendere vita la mente restava intorpidita dal sonno  e si rifiutava di svegliarsi completamente.

Quando infine le manine diventavano quattro e si appoggiavano direttamente su di me allora i movimenti si facevano più intensi seguiti da strilli acuti e rabbiosi seguiti da risate e corse intorno al mio letto delle mie piccole sorelle che avevano raggiunto il loro scopo: svegliarmi senza trillii di sveglie anonimi ma con strilli e risate.

Il rumore di “Mi piace”

Mi piace – di Gabriella Crisafulli

In questi giorni mi piace l’aria che suona in maniera diversa. Apro le finestre e dal giardino mi vengono incontro il verso degli uccelli e il frullare delle ali di due tortore, poggiate sul secchio pieno d’acqua dove si sono fermate a bere, che si allontanano veloci. Mi piace lo schiocchiare dei legni che giunge dai giardini vicini dove fervono i lavori dopo il silenzio dell’inverno. Mi piace mia nipote che quando mi vede arrivare lascia cadere gli stivaletti a terra con un tonfo e mi porge i suoi piedi di burro e miele perché glieli massaggi e solletichi e morda per finta. Mi piace la musica jazz che mi avvolge in un locale di Ballarò e il fruscio del sipario che si apre mentre il mio respiro tace nell’attesa. Mi piace lo schiumare del caffè che viene fuori nella moka e il filo continuo del silenzio della mia casa: dopo averlo patito, adesso è un basso continuo che mi accompagna in una nuova vita.

Quadro

Quadretto di Primavera – di Luca Di Volo

Petali carnosi d’Ibiscus appena sbocciati, garrire di rondini in volo radente, ovunque profumo che uno zefiro amoroso portato da terre lontane.

Ronzano api operose danzanti come gli agnellini appena nati. Un grande e verde prato, pascolatore di cavalli ..battito di zoccoli ritmato dal desiderio di vita.

Giovani e fanciulle inghirlandati che battono agile il piede vestiti di veli leggeri danzano senza musica d’uomo: solo stormire di fronde, ronzio di api in sottofondo e tamburo di zoccoli ..

Un boschetto di meli ombreggia un ruscello: e anche da qui si insinua un canto dall’acqua che scorre..Tutto è grande orchestra che produce potente sinfonia, cori angelici e tamburi infernali..

E i giovani al centro che danzano, danzano, danzano..finché sorgono gli astri con la bella Luna..

Un filo di vento

Vita – di Luca Di Volo

Stava per morire….e lo sapeva. Come tutti quelli che silenziosamente si aggiravano nella stanza. Medici silenziosi controllavano una flebo, aggiustavano un catetere, e poi si allontanavano senza parole.

All’esterno, nel vasto corridoio parenti ed amici scuotevano la testa, allargavano le braccia: si udivano i soliti mormorii “La scienza medica ha i suoi limiti…non si può fare di più…” E se ne andavano dondolando il capo.

Ora la stanza è vuota, il morente si è appena un po’ appisolato. Dalla finestra socchiusa s’insinua un refolo profumato di vento, si avvolge e circonda il malato, due volte, tre volte…tanto quanto basta per aspirare gli umori e le cose cattive…poi si allontana per depositarle dove non possano nuocere.

Passano tre ore. Perplessi dal silenzio prolungato due infermieri entrano nella camera e vedono il moribondo seduto sul letto che li apostrofa: ”Ho fame..portatemi una bistecca!”…

Un putiferio, arriva di corsa il primario, tutti gli assistenti ossequiosi con sgomento non possono far altro che constatare che quello che doveva spirare era in perfetta salute…gli esami obiettivi e strumentali non lasciavano dubbi.

E fu una corsa di dotte e lunghe disquisizioni, pomposi articoli pieni di dottrina..alla fine fu trovata una diagnosi, che tradotta in volgare suonava come un ”Boh!!” …..solo detto meglio.

Ma a nessuno venne in mente la verità: che a guarirlo era stata la Primavera..nient’altro che la Primavera..

Aria di primavera

Aria di primavera – di Carla Faggi

Mi piace il suono dell’aria in primavera.

La mia casa è molto ventosa,vuuuh…uuuh…etcì etcì, è arrivato il polline! Pirulì pirulà piripiropirulì,  i merli già sono alla ricerca di un amore e cantano in versi; oak oak, i caprioli si chiamano, è primavera.

I rumori lontani dell’autostrada che arrivano dalla valle in inverno sono molto più nitidi, ora si sente solo un frastuono indistinto.

Il sole sui fiori crea vibrazioni canterine che assieme al suono del vento sulle foglie formano concerto.

Già arrivano le lucertole, sono abitudinarie, abitano sempre gli stessi luoghi. Posso cominciare a chiamarle per nome quando le sento frusciare tra i sassi. Gigi, il gatto, già è in agguato, si gonfia, attacca, struff sruff…io faccio il tifo per le lucertole…

Passi di primavera

Passi di primavera – di Gabriella Crisafulli

La Primavera scivola lungo la schiena come un brivido. 

Il risveglio dal letargo risuona con la luce che apre il giorno e si attarda sempre più nel pomeriggio.

Il sole avanza alla conquista del giardino e lo guadagna centimetro per centimetro: arriva fino al balcone rimasto in ombra per mesi.

Mi affaccio a questa gioia bambina, dimentico lo spazio, il tempo e godo dei raggi che mi catturano.

Cammino per le strade leggera mentre un calore di fiamma mi fa sentire donna.

Crollo nel camino

Legna che brucia – M. Laura Tripodi

Atmosfera fumosa in una vecchia stanza, di un vecchio casolare, di un vecchio paese.

Su una poltrona malmessa un vecchio sta fumando la pipa. Il camino è acceso e l’atmosfera è impregnata da un buon odore di legna bruciata. 

Il vecchio respira piano. Ha gli occhi chiusi e sembra godere immensamente di quel momento di silenzio e solitudine. C’è solo lo scoppiettio del fuoco a cullarlo nel suo ricordo di profumo antico di rose antiche.

Ogni tanto si avvicina al fuoco, come per accarezzarlo, quasi a cercare il contatto con un amico. Prende le molle, fruga nella fiamma, la ravviva. Poi si appoggia nuovamente allo schienale della poltrona.

Quando il sonno lo vince, in quella soglia che non è   più realtà e non è ancora sogno, un rumore precipitoso lo fa sobbalzare. Il ceppo si è rotto in due sprizzando mille scintille e giace moribondo ai lati degli alari.

Sorridendo il vecchio si alza e con indulgenza raduna le braci.

Scrivere è….

Vestire un pensiero, riconoscere ad uno ad uno i sentimenti, nell’attimo in cui sparirebbero, se nessuno ne scrivesse. (Stefania Bonanni)

Scrivere è fissare per l’eternità un pensiero, un’emozione perchè rimanga nel mondo e non se ne voli via nel vento. (M.Laura Tripodi)

Ricercare dentro, rielaborare, tirare fuori eventi e sentimenti mai detti. Lasciare testimonianze personali  per non  dimenticare, far rivivere i fatti.  (Sandra Conticini)

Tradurre con segni significanti idee, immagini, sentimenti. Portati fuori, lasciati lì: oggetti scolpiti sul foglio. E se qualcuno li leggesse? (Elisabetta Brunelleschi)

Scrivo …perché……per riuscire ad essere quel che volevo, rivivo ciò che ho perso, resuscito chi è morto, uccido chi è vivo. (Rossella Gallori)

(La scrittura) È amica, apre cassetti nascosti e fa volare. Sfuma dolori in brezze di aria fresca. Spinge verso nuove eccitanti sfide. (Nadia Peruzzi)

Ancora sulle erbe

Erba della Madonna – di Andrea Bettarini

Una piccola piantina, dall’aspetto insignificante, ci fu regalata diversi anni fa. Ricordo vagamente che il dono fu accompagnato da parole che ne esaltavano delle proprietà che allora ritenni generiche e degne di scarsa importanza. La piantina fu messa in un vaso con del terriccio, non richiedeva particolari cure, tra giugno e luglio faceva dei fiori di un rosa pallido non particolarmente attraenti, con i primi freddi perdeva tutte le foglie, scompariva del tutto in inverno per tornare viva e vegeta in primavera. Tutti gli anni così; è rimasta nel suo vaso quasi dimenticata. Quando frequentavo la banda musicale di Impruneta conobbi il dottor Sergio Balatri, che se non sbaglio suonava il trombone. La sera di un mercoledì, sera di prove, mentre aspettavamo gli altri suonatori il dottor Balatri, e qui il ricordo si fa nebuloso, prese a parlare dell’erba della Madonna. Dalla descrizione fatta riconobbi quella piantina che da anni faceva vita solitaria in mezzo a altri vasi di fiori. Il dottor Sergio Balatri, medico in pensione, per più di trent’anni era stato aiuto chirurgo al pronto soccorso di San Giovanni di Dio. Negli anni settanta del secolo scorso i pronto soccorso a Firenze erano due: Santa Maria Nuova e San Giovanni di Dio. Un calzolaio si era ferito al pollice della mano sinistra con la lesina. Una brutta ferita che lo vide costretto a rivolgersi all’ospedale di Santa Maria Nuova. I sanitari nel prescrivere antibiotici fecero presente al ciabattino che se la cura non si dimostrava efficace si vedevano costretti a amputare la falange. Il pover’uomo, dopo alcuni giorni di trattamento vedendo che la ferita non migliorava, prima di sottoporsi all’intervento volle sentire il parere di un altro ospedale. Si recò al pronto soccorso di San Giovanni di Dio. Quel giorno medico di guardia era il dottor Balatri. Ascoltato il paziente e ritenendo giusto ciò che avevano fatto i colleghi fu colpito dalla disperazione dell’artigiano; per lui l’amputazione della falange del pollice voleva dire compromettere il proseguimento della sua attività. A quel punto il dottore si ricordò che da piccolo era stato tormentato da un giradito e la mamma lo aveva curato con l’erba della Madonna. Suggerì al calzolaio di fare un estremo tentativo applicando sulla ferita tutti i giorni una foglia, liberata della pellicola della faccia inferiore, di questa piantina grassa. L’effetto fu prodigioso: dopo dieci giorni la ferita era completamente rimarginata. Come al dottor Balatri fosse venuto in mente di ricorrere a questa terapia alternativa credo che a tutt’oggi se lo stia ancora chiedendo. Di certo come medico volle andare a fondo della faccenda. Da quel giorno si aprì un nuovo campo di ricerca su l’erba della Madonna, nome scientifico Sedum Telephium, furono coinvolti esperti in farmacologia, l’erba della Madonna e le sue proprietà divennero argomento di tesi di laurea, nel nuovo ospedale di San Giovanni di Dio un’area verde fu destinata alla coltivazione di questo miracoloso vegetale. Da allora anche la piantina nel giardino gode di premurosa attenzione.

I mercoledì della Matita in Bibliocoop

Un mercoledì tra le erbe con Tina Conti e con Mirella Calvelli, Gabriella Crisafulli, Emma Rotini e …..molto pubblico.

La magia non è solo delle streghe

gli acquarelli di Tina

gli acquarelli di Tina

le erbe di Tina

L’acqua di San Giovanni – di Tina Conti


Mi sono preparata in tempo, ho invitato amici e familiari ad una cena per la festa del patrono di Firenze, San Giovanni, con il  “rito dell’acquetta”, dando indicazioni vaghe  e accattivanti sui poteri di questa pozione magica tradizionale che avrei loro offerto.
Ho scelto il catino di terracotta, cercato nei campi le varie erbe e fiori, letto storie e ricette per compiere un rito così delizioso.
Tutto era pronto ero consapevole e decisa ,avevo coinvolto le bambine di casa nella ricerca  dei fiori e progettato in grande  .
Tutto era sistemato su un tavolo in giardino pronto per essere disposto.
La sera fatidica, però, sono uscita con mio marito a passeggio per la città in giro con glli amici, poi il gelato e  le chiacchiere, insomma abbiamo tirato tardi.
A casa stanca morta, mi sono infilata velocemente nel letto.
Ho fatto un balzo quando ad un tratto mi è venuto in mente il rituale che mi ero proposta  di fare. Che figura  avrei fatto con gli invitati il giorno dopo per sperimentare l’acqua miracolosa?
Sono uscita in giardino precipitosamente. Era buio pesto, mi ha risvegliata la brezza e il fresco della notte.
Ho osservato un cielo incantato, luminoso, magico.
il vento di  tramontana aveva spazzato impurità e nuvole, non vi posso descrivere la luna, mi è sembrata gioiosa, grande e di una luminosità sconosciuta.
Ho aggiunto ai fiori già pronti le ultime corolle di rosa, strappate dalle piante più vicine  prese a tentoni, le   foglie di menta e melissa profumatissime, ho.aggiunto acqua di pozzo fresca e dissetante e infine è fondamentale l’erba delle streghe: l’iperico.
Sentivo  alzarsi gli aromi e  ,inondare la notte  di un profumo inaspettato, ho immerso le mani e accomodato  le erbe, la magia aveva inizio i miei sensi si stavano risvegliando, mi sentivo avvolta in una cosa misteriosa, nonostante il sonno avrei voluto non finisse mai.
La luna, la rugiada della notte avrebbero compiuto la loro parte.
Al mattino ci saremmo potuti lavare con questa acqua magica, capace di scacciare il malocchio, la malasorte, preservare dalle malattie, rendere la pelle morbida  e purificata.
Tutti sono venuti, da otto invitati siamo diventati  sedici, tutti avevano un cruccio o un malanno da sanare, chi un esame da superare, chi un desiderio nascosto da raccomandare.
La cena è stata leggera e animata, sono stati aggiunti posti a tavola e sedie per tutti.
Per gli assenti sono stati riempiti barattoli  del preparato che si poteva con riservatezza usare in un angolo tranquillo e appositamente attrezzato.
La magia si è avverata, quella della vita, dell’amore di stare insieme, ascoltarsi, condividere, vivere insieme.
Grazie San Giovanni! Al prossimo!

La mamma della “Maga delle erbe” – di Mirella Calvelli

Fedora era il suo nome, un nome dolce, come quello del dolce che rappresenta.

Un morbido pan di spagna, leggermente bagnato, un ripieno pannoso ammantato da una fragilissima sfoglia al cioccolato.

Stesse caratteristiche, che le calzavano a pennello: era morbida, dolce, tenerissima e fragile.

Ma aveva un dono, conosceva il nome di tante erbe e sapeva trattarle per il suo diletto o per la cucina.

Il padre, il nonno Beppe, lavorava la terra e anche lui conosceva migliaia di fili d’erba e piccole piantine, che raccoglieva e coltivava, là!!… sopra al cimitero, lungo il Borro (l’Isone), dove aveva il suo piccolo orto e dove si rifugiava per gran parte della giornata.

Aveva una gobba prominente, cresciuta negli anni di lavoro, gobba che gli causava scherni e risa.

Ma lui, imperterrito, silenzioso, costretto al suo sguardo sempre rivolto a terra.

Alla stessa terra che amabilmente curava.

Chissà che sforzo per guardare il cielo!!

Fedora, sua figlia gli assomigliava, non per quell’infelice protuberanza sulla schiena, ma per la sua riservatezza e capacità manuali particolari.

Era la terza di tre figli, nata settimina, avuta in età grande per l’epoca.

Così quando il nonno Beppe se n’è andato lei era ancora molto giovane.

Il nonno si curava con le erbe che gli hanno permesso, nonostante la vita dura, di vivere fino a 84 anni senza mai incontrare ospedali o medici, questo era per lui un gran vanto.

Con la sua andatura stanca e curva erudiva Fedora sulle sue conoscenze, o almeno così abbiamo sempre pensato.

Essendo settimina, poteva praticare “ l’incantesimo dei bachi”.

Credo che anche io e mio fratello inconsapevoli ne abbiamo beneficiato e con noi altri bambini del villaggio.

Quando venivano a bussare per tale esercizio, Fedora si lavava le mani con dell’olio e sorridendo accoglieva sulle ginocchia il “malato”.

Gli scopriva il pancino e praticando dei segni incrociati su l’ombellico, iniziava il suo mantra.

Confesso che non ricordo le parole precise, non me lo ha mai detto e quando ero in condizione di capirle ho ricordi sporadici e frammenti che invocano “Gesù, Giuseppe e Maria”.

In seguito ho appreso l’importanza di tale problema, molto diffuso all’epoca. Ma non è mai stato importante conoscere la parte medica reale e le probabilità di riuscita o meno dell “esercizio”.

So solo che dava sollievo e a tale pratica non era mai richiesto un compenso, ma solo l’apposizione di una candela alla Madonna.

Molti anni dopo, quando se n’é andata ho trovato un piccolo libercolo nero, con le pagine riempite da piccoli segni, probabili candele offerte. Senza nessun nome o richiamo, solo palucci incerti, segnati con matite e penne di colori diversi. Ingiallite dal tempo.

Per un attimo ho avuto un flash e dato un’identità a quei poveri segni e ho visto centinaia di piccoli volti.

Ripeto, non era molto entrante, ma accogliente di sicuro. Le sue mani grandissime che per anni hanno sfiorato stoffe pregiate ed elaborato modelli esclusivi con la stessa leggerezza hanno accarezzato i pancini di molti piccoli concittadini.

Le stesse mani le ha ereditate mio figlio Riccardo, e spero che anche le sue possano accarezzare il mondo e il bello, come per sua nonna.

Lavare e levare la paura – di Ivana Acciaioli

Sono cresciuta in tempi in cui  con l’olio e con parole e gesti sacri e profani si curavano i vermi o si toglieva il malocchio, responsabile di danni e malanni, o si lavava la paura con l’acqua  fatta con un’erba che cresce spontaneamente, chiamata volgarmente “erba della paura“, con la quale si credeva di eliminare  tutte quelle sensazioni di agitazione ed ansia, caratteristiche dopo piccoli o grandi shock.

La mamma faceva bollire in acqua l’erba  con un rametto di foglie di ulivo, un pizzicotto di sale e un pezzetto di pane;  il liquido ottenuto, previo intiepidimento, serviva a farsi “lavare” la paura. Il lavaggio doveva sempre essere fatto da una persona e con la stessa mano.
Si procedeva con l’immersione della mano nell’acqua e si detergeva il viso, il collo davanti e gli orecchi, le braccia comprese le mani sia dorsi  che palmi, le gambe dalla coscia ai piedi compreso il sottopiede, il tutto ripetuto complessivamente per tre volte. Mentre  faceva questa operazione la mamma pronunciava queste parole biascicandole in modo per me incomprensibile

Col nome di Gesù di Maria

e di tutti i santi

la paura la vada via

e non venga avanti
Col nome di Gesù e di San Pietro
la paura non  ritorni indietro

Col nome della Santissima Trinità

vada via senza mai più ritornà

Le abluzioni si ripetevano per tre giorni successivi che non fossero il martedì ed il venerdì, quindi i giorni giusti erano il sabato, la domenica ed il lunedì , cioè  i giorni senza la” erre”.
Se il liquido assumeva di norma un aspetto “borraccinoso”, come l’acqua di un fiume inquinato allora la “paura c’era”.
Diminuiva al secondo lavaggio fino a scomparire con il terzo.
Se non era la paura a creare lo stato d ‘alterazione nella persona, allora l’acqua rimaneva limpida fin dal primo lavaggio e allora si doveva trovare altra origine del malessere.

UVA E….BERNOCCOLI – di Ivana Acciaioli

Di fronte a un bel cesto d’uva appena raccolta affiorano i ricordi di quando, da bambina, durante i giochi nell’aia, sentivo raggiungermi l’odore della torta d’uva all’anice di mia nonna. Lei custodiva gelosamente la ricetta ma non disdegnava offrirne delle belle fette a chiunque, un po’ per vanità ma anche per la sua innata generosità.
Negli ultimi pomeriggi di sole autunnale i giochi si facevano più inquieti, forse per la consapevolezza che da lì a poco il freddo sarebbe giunto, costringendoci molte ore in casa, così i piccoli incidenti erano più frequenti e le testate, con improvvisa comparsa del bernoccolo, ricorrenti. Il gruppo accompagnava il malcapitato in casa, dove il consueto rimedio spartano e buffo era atteso da tutti , la procedura consisteva nell’adagiare su un pezzo di carta gialla , tolta da un incarto del macellaio o del droghiere, un po’ di lardo e appoggiare il medicamento sul bernoccolo dove, come per magia, si appiccicava. Il piccolo infortunato tornava ai giochi con quel vistoso francobollo sulla fronte, ma nessuno osava prenderlo in giro perché ognuno poteva ricevere, in simile circostanza, lo stesso trattamento. La piccola banda di soccorritori riceveva magari una bella fetta di torta e se era quella di mia nonna tutti si leccavano i baffi.
Quando la carta gialla cadeva potevi considerarti fuori pericolo

Le vele di San Pietro – di Mirella Calvelli

Me lo ha raccontato di recente un’amica che ha un grosso vivaio di piante per la coltivazione dell’orto.

Avendo visto appoggiato al vecchio olivo un bel vaso che aveva perduto gran parte della sua impagliatura, chiesi a Consuelo se potevo prenderlo.

Lei voltandosi gridò: No, no…quello no è per le vele di San Pietro!!!

Ovviamente la mia attenzione si catalizzò più su il significato di quella espressione  che per il vaso.

Consuelo, mentre legava con grande maestria i mazzetti del basilico, iniziò a raccontare.

I suoi nonni erano del Nord, credo Lombardi e questa tradizione era molto in uso, sopratutto nella zona del Lago di Garda.

La notte fra il 28 e il 29 giugno, giorno della festa di San Pietro e Paolo (fra l’altro patrono anche del nostro comune), viene riempito un vaso con acqua, preferibilmente di fonte, nella quale viene fatto scivolare l’albume di un uovo.

Tale vaso, va deposto sotto un albero (l’olivo appunto) e lasciato lì tutta la notte.

Al mattino, il miracolo!! l’albume ha creato dei filamenti, simili all’albero di una barca. Infatti San Pietro era un pescatore, e tali filamenti possono anche estendersi in vere e proprie vele.

L’incantesimo, poi si interrompe verso mezzogiorno, quando il caldo incombe e scioglie il prodigio.

Il significato di tale alchimia, mi spiegava Consuelo, era la richiesta al Santo di prevedere eventuali piogge utilissime per il raccolto.

Quindi più alti erano gli alberi e grandi le vele, tali anche da formare un particolarissimo veliero fantasma, più probabile era l’acqua che avrebbe irrorato i campi.

In seguito mi sono informata e tale rituale è bene iscritto in manoscritti benedettini del medio evo , che spiegano con cura tale prodigio, aggiungendo alla semplice pratica diretta, interventi del diavolo in persona, che in quella notte appare scatenando spesso anche bufere.

Quindi in luoghi di mare e sopratutto di laghi, si sconsiglia l’uscita con le barche per evitare le eventuali tempeste e sciagure che avrebbero colpito le vittime di pescatori.

Consuelo, dice di non crederci, ma continua a preparare quel vaso, come i suoi nonni e dice che dalla lettura delle vele prevede comunque l’andamento meteorologico dei giorni successivi all’evento.


Per la serie: Alchimia di storie a più mani

ETEROCLITO – di Ivana Acciaioli, Gabriella Crisafulli, Carla Faggi

ALESSIO


Affacciato alla finestra della sua camera,  di quella casa non propriamente sua,  in quella famiglia che spesso sentiva estranea, Alessio si trovava nella strana  pelle di adolescente  non ancora  pronto per la muta.
La tranquilla operosa città di provincia poteva essere un luogo perfetto dove crescere, sarebbe bastato avere le idee chiare su come voler essere e diventare.
Era cresciuto in una famiglia dalle idee aperte, atea e di sinistra.
Lui però esprimeva  idee diverse, non sopportava il buonismo dei suoi genitori, l’accettazione incondizionata  di tutte le diversità, e  considerava la loro ideologia un po’ retrò. Si poteva pensare che fosse nato in una famiglia sbagliata, vincolato ad un ruolo che forse  non rispecchiava la sua essenza.
Dietro  lo sguardo riflessivo appariva talvolta una certa insolenza.
Non era il colore dei suoi occhi  normalmente castani, né il taglio a renderli particolari, ma il modo con cui guardava, da sotto in su, con una profondità come a voler giudicare che spesso creava imbarazzo.
Il soffio di aria tiepida del pomeriggio conduceva le voci e  i lazzi rumorosi di alcuni suoi inoperosi amici ; quanto gli piaceva il loro bighellonare mentre lui era costretto a quella scrivania, dalla quale, nell’aria muta, osavano sfidarlo i libri di scuola.
Avrebbe dovuto amarli, considerarli una ricchezza, o almeno provare un certo rispetto, invece non riusciva a capire se veramente gli appartenessero o fossero arrivati lì, condotti da mani decise alla sua condanna: studiare, diventare colto, raggiungere una professione.
Il soprannome bulldozer guadagnato alla scuola media dava l’idea della sua forza e determinatezza eppure ogni cosa della sua vita gli appariva come un negativo, senza capire se la realtà fosse il bianco o il nero.
Avrebbe voluto uscire dagli schemi, scandalizzare, andare a scuola senza aver fatto i compiti, arrivare in ritardo, andare al bagno sbattendo la porta senza aspettare il permesso, rientrare a casa fuori dell’orario stabilito…  e allora…se voleva contestare le regole come spiegarsi perché  in quella partita di calcio dal risultato chiaramente combinato, aveva attaccato a testa bassa facendo goal non ammessi, spronando i compagni a non accettare la finzione messa in campo, e quei sordi colpi inferti al pallone con rabbia erano stati una lezione di onestà  per i dirigenti e per l’allenatore che nello spogliatoio avevano abbassato lo sguardo.
Nel  profondo avrebbe desiderato essere più trasgressivo, ma l’educazione ricevuta lo vincolava e chissà se mai se ne sarebbe liberato.
Sognava senza essere sognatore, in attesa di qualcosa che accadesse in lui o fuori di lui, e intanto si vestiva talvolta da provocatore talvolta da solido ormeggio.
Non aveva combinato niente quel pomeriggio, ormai era tardi anche per uscire, ma in quell’ultimo sguardo rivolto alla strada era apparsa Sara, una ragazzina della terza B, che  nascondeva la sua figura dentro abiti troppo abbondanti. Non si erano mai parlati eppure sentiva simpatia per lei, sempre silenziosa  in mezzo alle compagne ciarliere. Quella biondina apparentemente fragile faceva emergere il suo istinto protettivo.
Poteva correre fuori con lo skate per raggiungerla. Ma cosa dirle?
 Il linguaggio verbale non era la sua preferenza comunicativa, quello  del corpo sì, avrebbe potuto farla sorridere con qualche numero dei suoi sullo skate o forse sarebbe apparso solo infantile, meglio rinunciare.

SARA

Capelli lunghi, lisci, con meches chiare illuminano il viso di Sara,  marcato da due grandi sopracciglia scure, disegnate ad ali di gabbiano sotto la fronte alta.

Di media statura, con il corpo marcatamente mediterraneo a vita sottile, fianchi tondi e seno prosperoso, spesso è in  difficoltà a trovare l’abbigliamento adatto perché da una parte risulta stretto e dall’altra largo, come nel caso delle camicette che si sbottonano sul seno mentre i pantaloni abbondano in vita.
Da adolescente si era infagottata in grandi maglioni o camicioni extralarge  per nascondere un fisico che finalmente cominciava a esibire con orgoglio.

Timida e riservata spesso si sente frenata nell’esprimersi e le parole che le vengono in bocca le restano dentro. Questo essere così riflessiva e prudente, talvolta le impedisce di comunicare come vorrebbe.

Figlia di genitori anziani, quando lei era nata i fratelli non l’avevano accolta con entusiasmo. La tacita ostilità dei gemelli e la severità dei genitori, l’avevano fatta sentire sola e incompresa in un nucleo familiare apparentemente molto affettivo, questo le dava insicurezza.
I fratelli erano due fave in un sol guscio tutti presi da loro e fra loro; la madre viveva proiettata alla realizzazione di un disegno  in cui la sua immagine risultasse vincente; il padre era un donnaiolo, a sua insaputa. Lei lo aveva visto con la sua bella quando aveva diciassette anni.
L’intrusione provocata dalla sua nascita non era mai stata perdonata, lei ne era colpevole.

Sara si sentiva tradita da loro quattro così la sua vitalità la portava ad investire su amici e  conoscenti.
Fin da giovanissima trascorreva molto tempo fuori casa, in  circoli, biblioteche,  e  parrocchie, dove aveva modo di incontrare persone.
Talvolta si era scontrata col mondo circostante da cui pretendeva adesione ai suoi ideali.
Il mancato supporto della famiglia non l’aveva accompagnata in una crescita graduale; così alla grande solarità accompagnava un disincanto che le dava una sfumatura di tristezza e le faceva corrugare la fronte.

PIERANTONIO

Il Dottor “Tuttamore” lo chiamano così, si guarda allo specchio ed è soddisfatto.

Alto uno e ottanta, fisico asciutto,  capelli castani chiari tagliati all’ultima moda.

Sì! Si piace proprio!
I grandi occhi color nocciola incantano le femmine nel giusto modo, la bocca carnosa un po’ imbronciata le conquista del tutto.

Si veste casual ma con accuratezza.
I suoi trentadue  anni sono proprio ben spesi.

Pensare che era stato un bambino difficile,  nato ad Avellino da una famiglia benestante, che si era trasferita, negli Stati Uniti  nei dintorni di Los Angeles,  quando Pierantonio aveva solo tre anni .

Era rientrato in Italia, esattamente a Firenze, a diciassette anni, appena in tempo per studiare e laurearsi in Medicina.

Non si sentiva né americano né italiano. La sua identità non definita gli creava disagio, parlava bene la lingua   italiana   ma  con  forte accento  americano;   questo   lo rendeva  affascinante   agli   occhi  femminili, ma creava in lui un forte senso di non appartenenza.

Sfuggiva ai rapporti seri con l’altro sesso e si limitava alla soddisfazione della conquista.

Essere   medico   ospedaliero   con   specializzazione   in   ginecologia   lo   gratificava   abbastanza.  La scoperta continua del femminile gli creava soddisfazione e irrequietezza allo stesso tempo.

Nell’universo tenebroso  ma accogliente della natura della donna aveva incentrato tutte le sue paure ed aspettative.

LE MADONNE NON SONO BIONDE

La biblioteca scura e polverosa di Ponte a Niccheri,  libri vecchi, vecchissimi, uno accanto all’altro.

L’odore di polvere è la prima sensazione, la seconda è l’oscurità eccessiva.

Non si vede l’ombra di un libro!  Anzi, solo ombre! Di ogni tipo, lunghe, corte, grassocce e deformi. C’è un silenzio indefinito, scandito solo da un fruscio di  mani che le  toccano,  le sfogliano, una cantilena quasi assordante.

Ogni libro ha un suono che ogni mano che  lo sfiora trasforma. 

Entrare in una biblioteca è come vivere dentro una bolla di sapone con in sottofondo una melodia lieve.  

Pierantonio non ama questa atmosfera ovattata, non la trova piacevole.

– Ehii, Dottor Antonio, che ci fai qui?-  gorgheggia una voce femminile.

Lui sgrana i grandi occhi color nocciola. Si sveglia dal torpore del suo stato d’animo polveroso ed ombroso e sorride alla ragazza che lo ha chiamato.

Il sorriso però gli rimane rapito sul volto, l’amica della ragazza seduta accanto a lei è splendida!

È bellissima, pensa. I suoi capelli biondi risplendono nella luminosità della sala.

 I coloratissimi libri ben disposti sugli scaffali attorno le fanno da cornice.

Sembra una Madonna!  Anzi, no! Le Madonne non sono bionde, sembraaa…una cortigiana del Re Sole!

–  Stavo cercando un libro.- balbetta ancora rapito.

–  Vuoi che ti aiuti?-  chiede la voce gorgheggiante.

–  Beh, sai… qualcosa di particolare, che mi possa aiutare a capire il mondo,  il mio posto nel  mondo…perché sono qui ora…perché appena due ore fa ho aiutato una vita a nascere, e quella vita  avrà  uno   scopo   più   alto   della   mia,   sicuramente   perché   non   siamo   niente   nei   confronti dell’Universo…e…-  parla e guarda la splendida bionda.

Ogni fruscio diventa volo d’angelo.
Quella cantilena che prima gli sembrava così assordante diventa musica soave.
Quel sottofondo ovattato si trasforma in melodia.

Lei, Sara, è affascinata da quello splendido uomo.
–  Che animo gentile- pensa- che uomo sensibile e che profondità di pensiero!


UN VOLO SULLE LABBRA

Si era trovata lì dentro senza rendersene conto.

Quando aprì gli occhi vide che tutto intorno a lei era verde, luci, oggetti, figure e si domandò  dove fosse capitata. Pensò di essere caduta dentro ad una storia.
Le orecchie le fischiavano in un silenzio che sembrava sovrano se non fosse stato per quei suoni,  che si succedevano a cadenza regolare.
La bocca era impastata e non riusciva ad emettere nemmeno il fiato.
I pensieri ondeggiavano in un flusso lattiginoso  proiettando immagini in forma stenografica. Correva dietro a loro inseguendoli, ma non riusciva ad acchiapparne nemmeno uno.

L’odore che le penetrava dentro era di Chupa Chups e per un attimo pensò di averne uno che  si scioglieva in bocca, mentre le pareti ondeggiavano, cedevano su se stesse convergendo in alto fra loro in una cupola di smeraldo.
Finalmente mise a fuoco figure nebulose che si muovevano intorno a lei a passi felpati. Non riconosceva nessuno. Un ciuffo di capelli castani e due grandi occhi nocciola.  Un paio di spalle muscolose. Il berretto di una divisa. Una ciocca di capelli bianchi. Cuffie verdi e mascherine.
– Allora, com’è andata?  
– La lasci stare, non è  ancora in grado di rispondere.
Ogni tanto, poi, spuntavano dal nulla due mani:  la sfioravano, la maneggiavano mentre una fitta penetrante le partiva dalla gola e le arrivava in mezzo alle gambe.
Perché quel dolore?
Provò a fermare lo sguardo sulle luci che  si accendevano e spegnevano accanto,  a ritmo regolare, emettendo un sibilo prolungato. Le vedeva riflesse nella finestra davanti a lei. Era uno strano semaforo a due colori che strideva tra una pausa e l’altra.
–  Allora ci può dire com’è andata?-  insisteva quello con il berretto nero.
E all’improvviso, sul vetro di fronte,  il rosso della luce divenne il rivolo di sangue che le scendeva caldo fra le gambe mentre la sirena dell’autoambulanza le entrava nella testa, e il verde della collina ricoperta di lecci e cipressi divenne il luogo dove era volata, in alto, sempre più in alto, sbalzata dalla forcella della moto su cui era piombata a gambe larghe. E ancora una volta perse conoscenza.

MISTERI IN GINECOLOGIA

Alessio ormai era un giovane uomo: larghe spalle, pochi timori.
Dava importanza alle cose essenziali. Forse era per il nome che gli avevano dato che amava proteggere, e ci riusciva infondendo negli altri un senso di fiducia.
Era freddo e calcolatore? Forse, ma l’immensa generosità nei confronti degli altri esplodeva sempre in modo totale, facendo intuire la sua tenerezza.
 Alessio e Sara  si era incontrati in  mezzo a un’assordante musica in discoteca ed in un primo tempo non si erano riconosciuti; poi casualmente  avevano frequentato lo stesso seminario all’università e capitati vicini si erano scambiati sguardi , sorrisi ed infine parole, scoprendo l’adolescente conoscenza.
Sara aveva notato che i suoi colori di ragazzo raccontavano qualcosa del bambino biondissimo che era stato e dei capelli gialli che a lui  in realtà non  piacevano, forse per questo suo rifiuto piano piano  si erano fatti castani, poi  era comparsa la barba rossiccia con riflessi dorati come a ricordargli che non si può completamente dimenticare chi siamo e da dove veniamo.
 Il naso era il suo cruccio, leggermente storto, con il setto deviato a causa di un incidente sul motorino dei suoi quindici anni, mentre la cicatrice all’estremità del sopracciglio sinistro era rimasta a memoria del  piercing tanto voluto e contestato in famiglia.
Alessio pensò che Sara  aveva invece conservato i suoi colori , ma si era fatta donna e il corpo di adolescente aveva dato vita a  nuove morbide armonie.
Quando si incontravano nell’ateneo  non mancavano di intrattenersi da buoni amici.
L’amore  era  chiuso in lui  come in uno scrigno  ma la giovane intuiva che trovata la chiave, avrebbe potuto con stupore liberarlo sperando di  lasciarsi avvolgere.
Lui però sembrava non volersi  lasciar andare a troppo sentimento, mentre le sue mani calde e coinvolgenti parlavano un altro linguaggio e la ragazza lo aveva percepito.

L’incidente dell’amica con  la sua conseguente degenza in ospedale aveva  reso giornalieri i loro appuntamenti.
Alessio si recava in ginecologia, senza  fare domande per non turbare Sara , anche se non capiva cosa le avesse provocato l’incidente  da  giustificare la sua permanenza in quel reparto.
L’aveva vista soffrire, poi riprendersi e così avevano potuto godere delle rilassanti passeggiate nel parco dell’ospedale. Immersi nella natura, tra  gli scalpiccii dei loro passi e  i fruscii delle fronde sopra le loro teste erano aleggiate confidenze profonde.
Sentiva crescere nei suoi confronti un sentimento che aveva pensato scaturire come sempre dal suo istinto protettivo; si sentiva confuso, forse si stava innamorando o forse la situazione di sofferenza fisica, l’ospedale con le lettighe cigolanti, i passi ovattati delle infermiere, i gemiti , i sospiri  delle donne, i loro racconti sommessi lo avevano reso vulnerabile.
In camera della ragazza aveva spesso incrociato un ginecologo, Pierantonio, questo il nome che aveva sfoderato insieme al suo sorriso, con il quale si era intrattenuto a parlare gradevolmente. Non che lo temesse come rivale perché, nonostante si pavoneggiasse, mostrava un leggero inizio di stempiatura ed un addome non propriamente ad  effetto tartaruga come il suo; insomma era più giovane e si considerava più adatto all’attraente convalescente.
Certo il fascino del dottore non era da sottovalutare.

CURARE O CURARSI

Pierantonio si incammina veloce nel corridoio del reparto, naturalmente guardando il suo riflesso nello specchio di ogni vetro e non dimenticando le sue ormai mitiche occhiate mielose alle giovani infermiere che apprezzano con orgoglio.

Il pomeriggio ama trattenersi in reparto e dedicarsi allo studio dei casi più impegnativi.  Si concentra meglio perché i suoni sono meno caotici del mattino.

Il chiacchierio delle infermiere è relegato nelle loro stanze dove c’è la macchinetta del caffè.  Il carrello dei medicinali arriva sempre quando c’è il riposo pomeridiano e sembra voler farsi sentire appena; quello del tè comporta voci e suoni in più ma sempre lievi, come se il pomeriggio volesse compensare e assolvere il mattino.

Per questo Pierantonio in quel momento ama ancora di più il suo lavoro.
Sa che per curare occorre prima conoscere la paziente, comprenderne i disagi, le preoccupazioni, curarne la mente oltre che il corpo. Per fare questo occorre tempo e il pomeriggio  questo tempo lo trova.

Si reca spesso a visitare Sara, la biondina prosperosa della camera 22, che aveva già conosciuto precedentemente in biblioteca,  sia perché sa che la sua presenza la rassicura, ma anche perché spesso trova in visita Alessio, un tranquillo ragazzone con cui si trova stranamente a suo agio.

Non ha legato molto con i suoi coetanei maschi, i suoi amici d’infanzia e adolescenza li ha lasciati tutti al di là dell’oceano.

A diciassette anni in un Paese nuovo anche se natio, è più facile conoscere compagni di divertimenti che veri amici. Si era sempre sentito come in bilico sul filo spinato, senza capire all’inizio l’ironia dei fiorentini e con la difficoltà a sentirsi accolto; difficoltà  che naturalmente non aveva con l’universo femminile. Era   ben accettato, anche troppo. Per questo si era dedicato totalmente alle donne, anche in campo professionale.

Con Alessio aveva la sensazione di essere ben  accolto. Questo lo turbava, perché era abituato a essere rivale degli uomini  e  a  stare  sempre  in  guardia.
Desiderava  abbracciarlo, ma non lo faceva per paura di essere frainteso.

Erano   sentimenti   nuovi   a   cui   non   era   abituato   e   che   lo distoglievano,   almeno   momentaneamente,   dal   suo   femminile   chiodo   fisso.       

Sapeva   che   era   un  innocuo  bisogno di amicizia,  nulla di più.

Certo!  Cosa poteva essere se non quello?  Lui, Pierantonio, le tombeur de femmes di Ponte a Niccheri!     

Solo un bisogno di amicizia. Niente  di più.

Ma intanto la notte si girava e rigirava nel letto.

VOLERE E NON VOLERE

Sara è in piedi davanti alla grande finestra della sua stanza d’ospedale. Guarda il paesaggio: il boschetto di lecci sulla collina di fronte, inframmezzato da cipressi, tra i quali fanno capolino ora un capriolo, ora un cinghiale. Ascolta il richiamo di una faraona nascosta chissà dove e quello di un fagiano che mostra il suo splendore lungo il prato di confine.

Dopo tanto tempo sente risorgere la vita che dà  segnali della sua presenza: il corpo le risponde quando si stiracchia al mattino, quando cammina, quando si piega a raccogliere un libro caduto a terra, quando abbraccia gli amici che la vengono a trovare. Le è tornata la voglia di esserci,  senza sentirsi preda di interventi e riabilitazioni che si erano impossessati di lei.
 Alessio, che la viene a trovare regolarmente, e Pierantonio, con la sua presenza continua in reparto, la stanno aiutando a tornare quella di prima. Con loro  riesce a scherzare su quel che le è capitato e sulla nuova” origine del mondo” che si ritrova fra le gambe. Stando con loro fa di nuovo capolino in lei quel ruzzo rimasto sepolto troppo a lungo sotto flebo, pasticche e dolori vari.

Le hanno detto che la dimettono, non sta più nella pelle e fantastica sul suo ritorno. Non sente nostalgia per il personale del reparto, per le compagne di degenza che si sono alternate nella stanza.

A casa sua c’è chi è  andato ad aprire le finestre, a dare una spazzata, a rifornire il frigo. Chiude gli occhi e vede i suoi amici indaffarati dietro al ronzio dell’aspirapolvere, allo sciabordio della lavatrice, allo sbattere delle persiane finalmente inondate dalla luce del sole. Ha voglia di un Martini corroborato da un rinforzino di Gin e di starsene seduta sul divano del suo soggiorno ad ascoltare musica.
Sogna di immergersi in tutti i rumori della casa, dalle fusa del frigorifero, al ticchettio dell’orologio in cucina, dal tarlo che cigola dentro al quinto scalino delle scale, al vento che si intrufola nella canna del camino frusciando arie di volta in volta diverse.

IL DUBBIO

La  parte razionale  aveva sempre impedito ad Alessio di farsi coinvolgere troppo o troppo a lungo nelle storie amorose.
Preferiva lasciare spazio ai progetti sulla vita futura e al desiderio di non chiudersi nel mondo ristretto che temeva potesse imprigionarlo.
Nel frattempo aveva ricevuto un invito  ad uscire dal giovane ginecologo; la proposta lo aveva sorpreso e allo stesso tempo incuriosito.
Il giorno seguente anche Sara lo aveva invitato a casa sua per festeggiare il ritorno  dall’ospedale; fatalità stesso giorno e stessa ora.
Che fare?
Seguire la sua curiosità o dare la precedenza a Sara?

INSOLITA MUSICA

E voilà! Il camice mi dona , è vero! Ma questo spezzato antracite e giallo, con accessori azzurri non mi sta per niente male.

Un po’ azzardati i colori, è vero, ma in fondo io sono così “azzardato”, “fuori dal comune” ma di “buon gusto”!

Ancora un’occhiata di controllo all’ultimissimo specchio disponibile e poi via…a casa di Sara!

L’invito che aveva ricevuto ad andare a prendere un aperitivo da lei lo aveva colto di sorpresa. Non che non se l’aspettasse viste le occhiate molto allusive che lei gli distribuiva.

Ma proprio quel giorno non ci voleva, aveva infatti trovato il coraggio, dopo averci pensato per giorni, di invitare Alessio ad un’uscita tra uomini. Sarebbero andati un po’ in giro, magari in qualche localino, forse sarebbe nata tra loro una bella storia di amicizia.

Pierantonio   ci  aveva   pensato  un  po’,  ci   teneva   proprio  a   vedere   Alessio,   ma   poi…quel   seno rigoglioso…quelle gambe…

– Mi spiace Alessio, un impegno improvviso, faremo per un’altra volta!

Ed ora da Sara!

Il trillo del campanello quasi stona nella tranquilla calma delle case vicine. Nella strada solo il rumore di una bici.

Dalla casa di Sara un sottofondo musicale, la voce di Renato Zero.

“Il triangolo no, non l’avevo considerato..!”

La porta si apre, Sara è bellissima. Sexy da far paura.

“lui chi è..lui chi èèè..

Ma…c’è anche Alessio! Che ci fa qui?

io volevo incontrarti da sola…mentre lui…lui chi èèè?”

Sono un po’ imbarazzato, ed ora? Alessio pure è imbarazzato. Sara assolutamente no!

mi aspettavo lo sai…un rapporto un po’ più normale…”

Sempre un po’ imbarazzato mi metto comodo, anche Alessio si rilassa. Sara si trova perfettamente a suo agio.

“ ti offrirò una serata strana…il pretesto lo sai: quattro dischi, un po’ di whisky”

Il whisky, i dischi, Alessio, Sara, c’è proprio tutto.
Sì, sarà proprio una serata strana!