Leggerezza

Leggerezza – di Nadia Peruzzi

Leggerezza, che sarà mai?

Scrivo di getto solitamente. Lascio che la scrittura fluisca e riempia a poco a poco la pagina bianca.

Faccio fatica con questa “leggerezza” che costringe a scavarti dentro ed è un tema che mette a nudo parti di te che tendi a proteggere. Esce per immagini senza un filo di continuità. Pezzi che si aggiungono a pezzi nel dipingere un percorso di vita, lineare per lo più, a volte contrastato, accidentato e con momenti venati da dolori profondi. Un percorso che si snoda per spazi conquistati nei quali decidiamo di volerci bene e accettiamo di non essere troppo severi nel giudicare noi stessi.

Siamo somme di storie e noi stessi siamo dei crocevia per altre e altre ancora. Ci portiamo addosso abiti cuciti bene o male, che contesti, epoche, educazione, sentimenti ed esperienze han confezionato per noi. Dalla trama iniziale ne cuciamo di nuove :siamo insieme tradizione, conservazione, ma anche evoluzione e cambiamento.

Se guardo a me e alla mia famiglia come in una istantanea, vedo bene che la leggerezza non è stata compagna abituale e ancella.

Una frase mi appartiene e ha appartenuto a tutti noi. Una frase di quelle che senti in un film e sono uno spaccato di vite. “Tutto quello che succede nel mondo, non succede a te personalmente”.

Io, noi avevamo il mondo dentro casa. Arrivava a folate con la radio che amplificava le notizie degli anni 60 i primi di cui abbia un ricordo nitido. Portavano echi di popoli che si liberavano da antiche schiavitù e servaggi coloniali e ti ritrovavi Algeri nel cuore, anche prima di aver visto il film di Gillo Pontecorvo mentre sentivi alzarsi il canto di rivolta delle donne algerine nella casbah.

Sono nata nel 1952, a scriverlo ora mi rendo conto che dalla fine della guerra erano passati appena 7 anni. Nata da genitori che quella tragedia avevano attraversato portandosi dentro cicatrici esorcizzate in vario modo anche con la scelta di vita che era stata di entrambi di dedicarsi  completamente all’attività politica. Uniti nella passione di cambiare lo stato di cose presente ,per evitare di ripiombare nel tempo buio che era stato il loro. La politica ancora era bella, era impegno collettivo e missione in chi vi si dedicava. Quel  tempo di vita dedicato agli altri ,era spesso sottratto agli affetti domestici ed era un po’ il prezzo da pagare. L’orario di lavoro non era quello di semplici impiegati. Iniziava la mattina presto ,finiva spesso a tarda notte .Capitava spesso che ci si vedeva tutti insieme solo per cena.

La dimensione dell’impegno, il lavoro anche su sé stessi, il mettersi in gioco superando limiti di non poco conto erano la cifra .Mio babbo ha vissuto una vita da timido per l’essenziale eppure riusciva a tenere i suoi comizi senza che la voce avesse un minimo cedimento di fronte a folle anche numerose .che stavano li appese alle sue parole e ai suoi argomenti, convincenti e trascinanti

Gli capitò a Livorno nel 1953 di sostituire Berlinguer e la folla era oceanica davvero a rivedere la foto dell’evento. Lui di quel momento amava raccontare, con occhi che ridevano e senza alcuna spocchia, la parte più buffa. I presenti si domandavano quando e quanto fosse ingrassato Enrico, scoprendo solo dopo che non era stato lui a parlare da quel palco.

Era bravo a staccare la spina il babbo. Anche nelle dispute domestiche lasciava che la mamma si sfogasse ,e intanto fischiettava o canticchiava. Per finirla lì la discussione se non ne valeva la pena, ,lasciando che sbollisse da sola. Era il suo modo di mettere la giusta distanza dalle cose della vita che potevano creare attriti e negatività. Era solidamente positivo.

La mamma no, lei la vita l’ha sempre presa maledettamente sul serio. Non si lasciava andare facilmente. Forse perché si portava dentro un dolore bambino di chi ha perso sua mamma a 9 anni.

L’espressione un po’ severa che la contraddistingueva era solo una maschera a copertura di una fragilità che in vecchiaia ha avuto modo di emergere .

Mi rendo conto che per arrivare a me ho dovuto fare affidamento ad un prologo anche troppo lungo.

Ma nel viaggio di cui siamo tappe, quello che collega una generazione all’altra, non si può evitare. Almeno credo.

Siamo l’aria che abbiamo respirato, le cose ascoltate anche senza averne piena consapevolezza, la saldezza di principi, la modestia e la voglia di far bene e di migliorarsi che hai visto praticate come esempio. Spesso, negli ultimi anni vissuti senza mio padre, mia  mamma si lasciava trascinare nel vortice della tristezza per ciò che vedeva attorno a sé. Il senso di un fallimento non solo collettivo pure personale. Lo viveva con pesantezza.

Cercavo di consolarla con una battuta .Ammettevo il peso che da figlia avevo dovuto sostenere, almeno fino al momento in cui come loro mi ero ritrovata ad abbracciare lo stesso percorso e lo stesso tipo di  impegno. Confessavo poi, anche sorridendo, che in fondo quel peso non doveva esser stato così enorme se avevo deciso di non passare ad altre sponde, o di spiaggiarmi su altri e opposti  lidi.

Spesso riguardavamo le vecchie foto. C’era leggerezza nelle scampagnate domenicali o nelle vacanze in montagna nell’entroterra di Genova dove mia mamma aveva vissuto durante la guerra.

Vacanze semplici, come semplice era il paese .Le famiglie che si ritrovavano anno dopo anno erano spesso imparentate per fili lontani e la vita scorreva in combriccola. Il babbo che giocava a bocce e faceva sorridere con le sue battute sornione i giovani che gli stavano attorno, la mamma che giocava a carte al bar del paese. Poi a dominare era la pace che conquistavi nel cammino verso il crinale. Rimanevamo ogni volta sorpresi dal brilluccichio del mare dalla parte di Genova, e dalla mezzaluna delle cime innevate delle Alpi, quasi sospese nell’aria, che dopo un temporale risultava nettissima.

La fatica non esisteva quasi e si, in quei momenti, eravamo solo noi tre e nessun altro a parte la natura e quel verde che anche in piena estate non cedeva al solleone.

Dopo gli anni passati ad inseguire una perfezione che non esiste accompagnata dalla insoddisfazione che ne consegue, la leggerezza della mia età adulta è sentirsi tranquilla nei vestiti che indosso oggi accettando il pacchetto completo ,pregi e difetti compresi. Consapevolezza del proprio essere imperfetti accettandolo in tutta tranquillità. Leggerezza è sentirsi dentro un contesto di valori senza lasciarsi inchiodare da certezze trasformate in assiomi, ricerca continua e apertura ai cambiamenti. A tutti anche quelli brutti che destabilizzano e fanno veramente male, ma a cui non puoi dare il permesso di affondarti in nessun modo.

La morte di mia mamma ha fatto riemergere tutti gli altri lutti. Lame di dolore a ondate  con al centro il dolore più grande quello della perdita di un marito di 45 anni che mi ha vista costretta  ad indossare due vesti, anche quella di padre. Leggerezza a volte è decidere che si deve indossare una maschera che parli di  normalità e continuazione di vita ad una bimba di 11 anni per provare ad andare avanti nonostante tutto.

Leggerezza erano i viaggi che abbiamo fatto insieme in macchina. I paesaggi ci venivano incontro come una pellicola che srotola lentamente i suoi fotogrammi portando gioia ad ogni cambio di scenario. La tensione di lasciare il già conosciuto per l’ignoto si stemperava fino a svanire del tutto, e ad un certo punto non pensi ad altro che a quella dimensione di benessere che provi per il solo fatto di viaggiare, il bello era anche nelle soste improvvisate senza lasciarsi determinare dalla fretta o dall’incalzare del tempo.

Leggerezza oggi è saper riconoscere quando un vortice ti sta portando al limite. È saper decidere di staccare la spina. Il mondo oggi riesco a tenerlo fuori molto più di un tempo. Forse èproprio del mio tempo da anziana pensare in grande ma riuscire a piegarsi sul piccolo, su quello più vicino a noi.

Figli e nipoti ad esempio che cerchi di vivere qui e ora e il loro futuro sarà quel che sarà, anche se ci provi sempre a cambiare le cose perché possa essere diverso.

Ma non lasci che sia il tuo pessimismo analitico a prendere il sopravvento. Trovo salutare tralasciare giornali e notizie tv, lascio scorrere titoli e immagini lasciando che scivolino come l’acqua di marzo, quella che non entra nel profondo. Non è disimpegno, ma prender fiato, quando serve e quando si deve.

La leggerezza è quella che ho sempre trovato e provato con i libri fra le mani. Quelli che portavano fra i pirati della Malesia, e nella foresta di Sherwood, fra i borghi abitati dalle streghe delle Novelle di Calvino, molto più vicini a noi e al nostro mondo e pure non meno fantastici e fantasticati. Adesso ci sono quelli che fanno pensare e ci devi tornar su per capirli meglio, quelli che aprono a nuove prospettive, quelli in cui trovi spazi di ilarità e ti ritrovi da sola a ridere come una scema.

Adesso ho trovato un mio spazio di leggerezza nella scrittura .Man mano dai cassetti di fondo un po’ coperti di polvere e di incrostazioni di vario genere a ondate e per guizzi riescono ad emergere spunti e idee buffe ,in  un misto di realtà e finzione che a rileggerlo fa star bene.

Più difficile mettere a nudo sé stessi. La propria sfera privata resta li dove sta. Ne escono sprazzi di ricordi che sono consolatori. Uno in particolare si fa strada in questa ricerca per dare un senso ad una parola complessa come leggerezza.

Ci muoviamo tenendoci per mano. Un gesto che veniva dal profondo e che ci piaceva tantissimo. Irene era inizialmente per mano ad uno dei due. Bastava poco e in una sapiente mossa di aggiramento si piazzava esattamente in mezzo guardando divertita prima l’uno poi l’altro. Quando eravamo un trio.                        

Il rumore della passione

Accarezzai mia madre con un pettine – di Vanna Bigazzi

In un lavoro di qualche anno fa faccio un parallelo fra mia madre, all’epoca vedova da anni, e l’interprete principale del film: ”Tutte le mattine del mondo.” Il tema che li accomuna è “la passione.” Come per il signor De Saint Colombe, la morte del coniuge l’aveva irrigidita e resa incapace di esprimersi affettivamente. Dal colore freddo dei suoi occhi traspariva la passione: la passione che aveva per me, suo unico oggetto d’amore. Rarissimo il sorriso sulle sue labbra, rigido il suo corpo che si sosteneva ad un bastone, ma come mi appariva morbida la sua immagine quando toccai le sue membra pietrificate dalla morte… La sua passione per me era qualcosa di molto nascosto, una passione che se dichiarata avrebbe sorpreso tutti come quella confessata dal signor De Saint Colombe: ”è la vita appassionata che conduco…” “Conducete una vita appassionata?” chiedono stupiti l’allievo e le figlie. Il suo amore, quello di mia madre, si poteva solo intuire: ”pettinami i capelli con la spazzola” mi chiese alcuni giorni prima di morire. Equivaleva a dire:”accarezzami in qualche modo, usa uno strumento, non importa che mi tocchi.” La pettinai, le dipinsi le unghie di rosa e le massaggiai le gambe, tutte cose consentite. Lei era contenta ma per abbracciarla e stringerla ho dovuto attendere la sua morte. Con la sua morte uscì fuori tutta la mia passione per lei. La vita castigata e isolata del signor De Saint Colombe gli permetevano di non far languire l’immagine di sua moglie. Ella permaneva nel suo ricordo, il sussurro della sua voce viveva con lui. Per questo sognò di penetrare l’acqua oscura e dimorarvi: la tentazione di permanere nel ricordo; cercare così quella comunicazione mancata rinunciando per questa a tutte le cose, così in tale follia, anche per me qualcosa si sarebbe compiuto. Il signor De Saint Colombe comunicava con le figlie attraverso il linguaggio della musica dei loro concerti. Là tutti e tre esprimevano il grande sentimento che li legava, l’intesa e non c’era bisogno di parole, le parole poi non possono sempre riuscire a parlare: ”la musica esiste solo per parlare di cui la parola non può parlare, in tal senso essa non è del tutto umana.” La musica può esprimere l’inesprimibile, l’intoccabile: ”Si dovrebbe lasciare un bicchiere ai morti, un piccolo abbeveratoio per coloro che il linguaggio ha disertato, per l’ombra dei fanciulli, per addolcire le martellate dei calzolai, per gli stati che precedono l’infanzia quando si era senza respro e senza luce.” E ancora: ”Vi tengo per il vostro dolore, non per la vostra arte.” Dalla durezza può uscire la grandezza dei sentimenti, quelli veri: ”Ho affidato la mia vita alla natura, alla musica e alle mie figlie” risponde il signor De Saint Colombe al messo del re e ancora alle figlie: ”Io non trovo piacere nella compagnia della gente, né in quella dei libri ma vi amo entrambe e questo vi basti.”

Il canto del cuculo

Il canto del cuculo – di Luca Di Volo

Il canto del cuculo, che  continuo si ripete,

riporta antichi amori

e leggiadre fanciulle che compagne

dolci mi fur nella dorata giovinezza

quando un sangue impetuoso

turbinava nelle agili membra,

rendeva accesi i volti e rosseggianti.

Il pensiero s’accende e un po’ riscalda,

con occhi stanchi guardo l’universo,

e lui guarda me: chi di noi due

è l’immortale? Nessuno è la risposta.

Verrà un giorno (o una notte?)

In cui il turbinio di stelle,

che ora crudelmente mi ferisce,

sarà spento e il freddo e il nulla

solamente rimarrà, proprio come

gli smaglianti colori

e le graziose compagne e i doni dorati

non sono più, e in questo io mi consolo.

Una poesia

di Gabriela Mistral – Premio Nobel 1945

Amo le cose che mai non ebbi,

con le altre che non ho più:

tocco un’acqua silenziosa,

distesa su freddi prati,

che senza vento rabbrividiva

in un orto che era il mio orto.

La guardo come la guardavo;

mi viene uno strano pensiero

e lenta gioco con quest’acqua

come con pesce o mistero.

Penso alla soglia dove lasciai

passi allegri che non ho più;

e sulla soglia vedo una piaga

piena di muschio e silenzio.

Cerco un verso che ho perduto

e che mi dissero a sette anni.

Era una donna che faceva il pane

e io ne vedo la santa bocca.

Viene un aroma spezzato in raffiche;

mi fa felice quando lo sento;

così tenue che non è aroma

ma è l’odore di mandorli.

Ai miei sensi ridona l’infanzia materna,

gli cerco un nome e non ne trovo.

E fiuto l’aria ed i villaggi

cercando mandorli che non trovo.

Un fiume presso sempre risuona.

Da quarant’anni lo sento.

È il mormorio del mio sangue,

oppure un ritmo a me donato.

O il fiume Elqui della mia infanzia

che io risalgo e passo e guado,

Mai lo smarrisco: cuore con cuore,

come due bambini noi due ci teniamo.

Quando sogno la Cordigliera

lungo le gole cammino,

e andando sento, continuamente,

un fischio simile a una bestemmia.

Vado a fiore del Pacifico,

il mio violetto arcipelago,

con un’isola che mi ha lasciato

un acre odore di alcione morto.

Un dorso, un dorso grave e dolce,

dà fine al sogno che sogno.

È la fine del mio cammino,

e mi riposo quando giungo.

È tronco morto oppure mio padre

quel vago dorso di cenere.

Non lo interrogo, non lo turbo,

Mi stendo accanto, taccio e dormo.

Amo una pietra di Oaxaca

o Guatemala, a cui mi accosto;

rossa e fissa come il mio volto

e la cui crepa lascia un respiro.

Quando dormo la vedo nuda;

non so perché, io la rigiro.

E forse mai non l’ho posseduta,

e ciò che in lei vedo è il mio sepolcro.

Gabriela Mistral, premio Nobel per la letteratura, 1945

Clik clok

Alienazione – di Carla Faggi

1974. Assemblea aperta, Ospedale Psichiatrico di Arezzo.

Clik clok, a destra e a sinistra, clik clok, sembrava un pendolo la testa di un degente dell’ospedale psichiatrico seduto davanti a me.

Guardai tesa i miei compagni di facoltà.

-Siamo nel giusto, i diversi sono loro o siamo noi? Bisogna chiedersi da che parte è chiuso il cancello.

Ero convinta ma comunque anche molto tesa.

Clik clok, a destra e a sinistra si piegava quel collo, mi catturava lo sguardo.

-Dobbiamo aprire i manicomi, abbattere le istituzioni, rivoluzionare il sistema!

Clik clok, a destra e a sinistra.

-Rispetto dei diritti umani, prevenzione, cure alternative!

Click clok, a destra e a sinistra.

Ero ormai catturata da quella testa che oscillava, tesa come non mai prima, con un forte senso di vomito.

Clik clok, a destra e a sinistra.

-Carla ma che fai, perchè muovi il capo così? Sembri un pendolo. Smettila ho detto, smettila! Preparati che tocca a te fare un intervento.

A tutta birra

La casa intelligente – di Nadia Peruzzi

“Abitare la casa intelligente! La casa del futuro!”, così diceva la pubblicità e decisi di non  lasciarmela scappare.

Così eccomi qui, nella prima mattina dopo il trasloco a godere le gioie del caffè bollente e delle brioches appena sfornate senza aver alzato un dito.

Pensa a tutto Hal nella nuova casa. Hal, il sistema centralizzato e computerizzato che da ordini a tutto. Appena ho voglia di fare la doccia lei zampilla alla temperatura perfetta, quando devo prendere i vestiti le porte degli armadi si aprono, le luci mi accompagnano di stanza in stanza. Musica diffusa ovunque, la tv 50 pollici si attiva e si collega solo per le trasmissioni che corrispondono al mio stato d’animo del momento.

Nessun patema, né ansie, o eccesso di fretta. Tutto scorre placidamente.


Quando sono ancora fra il sonno e al calduccio sotto le coperte sento già l’aroma del caffè e del pane appena tostato che invade casa e sinceramente la cosa non ha prezzo.
Quando torno dal lavoro la porta di casa si apre da sola senza che debba perder tempo a cercar la chiave dentro la borsa, una piacevole sorpresa fornita pure senza sovrapprezzo.

Preparare da mangiare è diventato un gioco della mente più che una fatica. Il frigo si apre a comando vocale e mette fuori quello che serve per i vari manicaretti. Entrano in funzione i vari assistenti elettronici a fare il resto: lavano, triturano, tagliuzzano, impastano, cuociono, infornano…..La sola fatica prima di cena si è ridotta al cambiarsi d’abito per uno più comodo. Per nulla spiacevole. A dirla bene, coccolata e viziata.
Tutto meritatissimo, mi dico sempre più spesso. Ho lavorato sodo per potermelo permettere.

Gli amici sono sbalorditi. Mi fa bene, dicono.  Mi han vista rifiorire. Anche i lati più duri del mio carattere si sono smussati in pochissimo tempo. Effettivamente posso dire di essere arrivata al punto magico in cui senti che non hai più nulla da desiderare e stai bene anche nella tua stessa pelle. Dentro casa mi sento coccolata come se fossi tornata all’origine, nel ventre materno caldo e accogliente.

Quando ci sono stati i primi segnali non sono riuscita a coglierli.

All’inizio sono state le luci in giardino. Non si accendevano tutte in contemporanea. Una notte è capitato di esser svegliata dalla polizia che suonava alla porta. Avevano ricevuto una segnalazione di effrazione in corso. Sembrava partita dal telefono di casa, ma forse c’era stato un errore o il loro centralinista doveva essersi sbagliato, dissero.

Comincio a sentire qualche accenno di ansia. Le preoccupazioni che per lungo tempo sono riuscita a tener fuori stanno tornando a farsi spazio. Il tecnico che si occupa di Hal , il computer domestico, quasi settimanalmente viene a fare una verifica all’impianto senza riscontrare anomalie.

Eppure stamattina è successo il patatrack.

Casa gelata e riscaldamento spento, nonostante fuori la temperatura sia sottozero. In cucina la tavola è imbandita per la colazione come fossimo in piena estate e ci fosse un battaglione di persone da accontentare. Nessun caffé bollente, solo latte freddo, bibite ghiacciate e frutta appena tolta dal frigo.

Afferro il telecomando a infrarossi per accedere al menù di Hal ma senza esito. Ci provo con quello a raggi ultravioletti e con quello riesco almeno a veder comparire  il pannello di controllo senza che sia possibile entrare nel sistema per riprogrammarlo di nuovo.

Nel frattempo le luci di casa si spengono e si accendono senza sosta, mentre le porte degli armadi si aprono e si chiudono senza motivo. Vasca idromassaggio, lavatrice e lavastoviglie entrano in funzione tutte nello stesso momento senza che ce ne sia bisogno. Prendo il telefono per chiamare nuovamente il tecnico, ma il telefono non funziona, così come non funziona il cellulare. Mi rendo conto di essere del tutto isolata e senza la possibilità di mettermi in contatto con l’esterno. Comincio ad aver paura.

Mi siedo disperata sul divano proprio mentre la tv sta trasmettendo il film di me stessa che corro trafelata per casa a tentare di mettere ordine nel caos.

Mi vedo scarmigliata, pallida, tesa, terrorizzata e pure invecchiata di colpo. Un brutto vedersi. Una anziana piccola piccola e in balia degli eventi .

Vedo attraverso lo schermo arrivare l’aspirapolvere con un braccio a forma di battipanni che mena fendenti a destra e a manca. Riesco a schivarlo appena in tempo. Non rimane che la fuga.

Colgo il momento in cui si apre un piccolo varco nelle finestre che danno sul giardino e raggiungo la piccola stanza attrezzata vicino al cancello, quella che avevo sistemato per gli ospiti senza tuttavia le automazioni meravigliose….. Sprango in tutta velocità la porta di legno che meno male sembra reggere i colpi di battipanni che l’aspirapolvere continua a tirare.

Mi sdraio sul letto a occhi chiusi respirando lentamente. Respiro, respiro e piano piano torno in me….Verifico alzando la cornetta che il vecchio telefono funzioni e chiamo prima il tecnico per il computer, poi la polizia.

 I pensieri lentamente si fanno più netti. Sto recuperando in lucidità e razionalità. Mi viene fame. La paura, mi dico, o anche il fatto che stamattina non ho ancora fatto colazione.

Apro i mobiletti del piccolo cucinotto accanto e vedo la vecchia moka, quella che ero stata sul punto di buttar via durante il trasloco. C’è un pacchetto di caffè sotto vuoto e una bustina di zucchero rimasta nella tasca di un cappotto l’ultima volta che sono andata al bar con Sara. In un cassetto trovo pure dei biscotti e delle brioches confezionate.

Avvito la caffettiera…. ehi mi ricordo come si fa!,  bruciacchio le brioches nel vecchio forno con le manopole consumate. In un momento salgono dal fondo profumi antichi, la crosta bruciata, il burro riscaldato, la frolla dei biscotti e più intenso, sopra tutti, quel magico, intenso, trascinante borbottante profumo di caffè…..! Mi godo il momento ……

Fuori l’aspirapolvere ha finito la batteria e si ammoscia sull’aiola, distesa su un battipanni rotto…

Ottava nota

Ottava nota – di M. Laura Tripodi

Il corridoio era lungo e stretto. Non c’erano finestre, solo porte tutte uguali, tutte chiuse. Il percorso era luminoso, nonostante non vi fosse luce artificiale.

Come in sottofondo si poteva udire  un’armonia  ritmica; solo se si faceva tacere il rumore dei passi. E se non fosse stato per la serenità che infondeva quel suono la mente si sarebbe senz’altro diretta al rumore di una catena di montaggio.

Occorreva tendere l’orecchio al massimo per capire quale fosse la porta da aprire.

Era la penultima, sulla sinistra. Adesso sì, era più chiaro: quattro note sublimi, come battute con dolcezza su uno xilofono. Riecheggiavano leggere e invitavano alla meditazione. Piano piano Marta azzardò la sua mano sulla maniglia. Senza il minimo rumore si aprì uno spiraglio su una stanza completamente spoglia. C’era solo un telaio sul quale Pinocchio, di spalle, stava lavorando. Tesseva una bella tela colore ecru e ad ogni movimento una nota volteggiava nell’aria. Dlin dlon dlan dlun.  E poi daccapo. Ogni tanto Pinocchio inseriva un filo rosso ed era quello il momento in cui,  stando molto attenti, si poteva percepire un suono diverso, come di leggero sibilo.

Il burattino ebbe una leggera esitazione, a Marta sembrò che volesse girare il capo verso di lei, ma non accadde. Richiuse la porta certa che Pinocchio stesse sorridendo.

Gocce taglienti

Gocce taglienti – di Rossella Gallori

Era finito tutto,  un piatto di pasta fredda, servito male, lei era stata cestinata, sostituita…

Aveva bestemmiato in silenzio, pianto sogni, ingoiato parole e ricordi, senza digerirli mai…non sarebbe stata però, così vigliacca da negare che era innamorata e che non lo avrebbe mai odiato, nemmeno quando le appariva in sogno,  deridendola bonariamente, si qualche volta  lo avrebbe voluto morto, ma non lo avrebbe mai ucciso, non con le sue mani …no.

Poi quella sera, quel rumore freddo, gocce taglienti, come lame di Toledo, la riportarono indietro di mesi, di notti….stille d’acciaio le avevano aperto il cranio,  un ritmo cattivo ed incessante.

Qualcuno propose addirittura di riascoltarlo, una crudeltà involontaria, che le fece ancor più male…rimase ancor più  colpita quando venne identificato come: un suono d’ oriente, un sitar vibrante, un carillon…ed altre cose ancora….solo lei , allora , odiava quel meccanico rumore? E la riportava a quel commiato crudele?

Si alzò lentamente, tastoni trovò la finestra, il buio quando dura a lungo è solo una luce diversa, la spalancò….per respirare meglio….un attimo e….Il tonfo fu violento…eppure nel silenzio del tramonto nessuno si accorse di nulla….no, nessuno si accorse che se ne era andata

Suono ritmato

Quel suono ritmato quella sera – di Nadia Peruzzi

Quel suono ritmato dovrebbe indurre pensieri allegri. Io lo trovo angosciante. Ti entra dentro solo per attivare l’ansia. Senti il respiro farsi corto come quando ti aspetti qualcosa, con i sensi accesi e vigili,e tutto può accadere.

Nulla che sappia di positivo, tuttavia. E’ la goccia d’acqua che cade incessante e nella notte risuona come fosse nell’antro della Sibilla, amplificata come i cerchi che vedi nell’acqua allargarsi sempre più dopo aver gettato un sasso.

E’ un pensiero fisso che punge come una spina e lacera come un coltello.

La mente ritrova una sera lontana, a teatro, con mia mamma. Decidemmo per un concerto di sitar e per un bel tuffo in un Oriente non solo geografico e letto ma da ascoltare e percepire attraverso suoni e ritmi non nostri. Echi di mondi che più lontani non potevano essere.

La sera andò avanti con gran noia e un gran nervoso alle gambe che avevano sempre più voglia di mettersi a correre.

Non piacque a nessuna delle due quella serata. Eppure ci giocavamo il massimo di apertura mentale, disponibilità d’animo e curiosità. Tutto di testa e poco di cuore, però. Così ci trovammo inchiodate da suoni spezzati ,discontinui e incapaci per le nostre orecchie di tradursi in armonia.

In piccolo vivemmo un conflitto di civiltà e ci trovammo spiazzate.

Non osai dirti fino in fondo quanto mi fossi rotta le scatole quella sera che era nata come regalo per il mio compleanno. Eri così contenta nonostante tutto,che non me la sentii di ferirti con un giudizio troppo negativo.

Nemmeno dopo è mai capitato di tornarci sopra. Quella sera se ne andò così. Un suonatore, un bello strumento, arpeggi e suoni spezzati, invasivi come una goccia che cade e scava, cade e scava, cade e scava.

Poche note

Buonanotte – di Gabriella Crisafulli

Poche note

piovono

in un mantra sospeso

Ogni suono

ripete il suo verso,

scivola dentro

Piani a specchio

riflettono

schegge di vita

Vortica un gorgo

di colpe 

ancestrali

Una lama affonda:

dalla ferita

gocciola sangue

Innaffia la pianta

assetata

non solo d’acqua

Ritmo lento

Pettine e pietà – di Gabriella Crisafulli

Seduta lungo il fiume

la vecchia aspetta

che il fato si compia

Il pettine passa 

e ripassa

fra i suoi capelli

Non perle e brillanti

non pulci e pidocchi

non benedizioni e malefici

ma un ponte di pietà 

tra madre e figlia

tra passato e futuro

Crollo in galleria

Crollo in galleria – di Ivana Acciaioli

Guglielmo aveva vent’anni quando  partì per la guerra e affrontare la vita di soldato in Africa fu davvero dura. Aveva lasciato la famiglia e Bruna la giovane fidanzata  di diciassette anni, portando negli occhi il suo bel faccino dai lineamenti delicati e armoniosi.
Tutti gli uomini del paese lavoravano alla costruzione della direttissima Firenze-Bologna.
Tra Vaiano e Vernio  si sentivano rimbombare   colpi dal buco nero della galleria, erano  stangate metalliche, ritmate, talvolta  stridenti, date con forza da braccia robuste allenate fino ad allora al lavoro nei campi, che seppure duro, in quel buio umido e polveroso, appariva come un ricordo di libertà. Niente era paragonabile allo sferrare colpi sulle fredde rotaie, il ruggire del martello contro il ferro provocava scintille che non erano  certo sprazzi di gioia.
Bruna ogni giorno si recava in galleria per portare il pasto al babbo e allo zio. Si inoltrava malvolentieri nell’oscurità, il rumore di ferraglia la stordiva e impauriva. Quel giorno con in tasca la foto del suo Guglielmo ritratto nel deserto, non poteva sapere che sarebbe rimasta sotto il crollo e il suo bel visino sfigurato per sempre.
Fu uno degli incidenti peggiori, una vera tragedia, il potente fragore della montagna che si ribellava alla mano dell’uomo  superò tutte le percosse inferte.
Il padre di Bruna morì, lei restò sfigurata. Non osava più aspettare il ritorno del suo amato.
Guglielmo tornò completamente calvo penalizzato dal sole del deserto.
Due giovani vite colpite, trasformate.
Si sposarono forse più per impegno che per amore.
Non mi sembrarono mai veramente felici quei miei zii.

Scivolare sui vetri

Scivolare sui vetri – di Patrizia Casati

Quando ero piccola, vicino a casa mia, alla Repubblica, c’era una fabbrica di lenti per occhiali. Ricordo che insieme alle mie amiche e amici,  si scivolava sulle lenti che venivano scartate giù nel Mugnone perché rotte e non utilizzabili per gli occhiali. Erano tantissime e noi sopra  ai cartoni ci si lasciava andare su quelle montagne di vetri come fossimo sulla neve!

Per noi era un piacevolissimo scivolone nel Mugnone e il rumore strano, vetroso che  ho sentito me lo ha ricordato.

Rumori in galleria

Rumori in galleria – di Tina Conti


Una galleria con una luminosità lontana,

acqua per terra, qualcuno che cammina con difficoltà

non si capisce bene chi sia, porta abiti laceri e  scuri,

ha i piedi incatenati, sbatte, picchia, si trascina.

tenta di liberarsi delle catene .

Picchia con pietre che si sbriciolano come vetro.

insiste, insiste, poi sparisce,

chi era  quell’uomo misterioso?

si sarà liberato? sarà fuggito?

Ora appare il nulla, il buio alle pareti, una piccola luminosità laggiù in fondo.

Prima domenica di primavera

Prima domenica di primavera – di Gabriella Crisafulli

Un cielo sfumato di indaco e tortora è steso a coprire il parco di periferia. Gli aerei che passano, lo graffiano qua e là di strisce rosa mentre ombre sempre più scure colorano l’acqua del fiume.

Vicino al campo di calcio i tifosi vociano e battono ritmicamente i tamburi. Sui piloni del ponte che riconduce a casa i migranti del fine settimana, un gruppo di ragazzi suona la chitarra e canta mentre chi corre ansima e suda, i cani abbaiano incontandosi, le autombulanze a sirene spiegate colorano di blu i lungarni.

Le fiamme all’orizzonte ritagliano le sagome di case ed alberi.

Lentamente il tramonto lascia il posto ai lampioni che si accendono.

Crollo vetroso

Buttare via e ricominciare – di Gabriella Crisafulli

I passanti lanciavano sguardi perplessi dentro al fondo con la saracinesca spalancata sulla strada.

Il postino si fermò: “Sgombera signora?” disse.

“No” rispose ” Sto liberando” .

In realtà stava andando via, altrove, verso un’altra vita, ma se lo tenne per sé.

Alle sue spalle Richard e Ifemelu continuavano a accumulare i materiali alluvionati in cassoni pronti per il viaggio alla discarica.

Si sentiva il rumore del vetro rovesciato nei contenitori.

“Quanto se ne può raccogliere in una vita?” si disse.

C’erano meravigliosi fiaschi impagliati, damigiane,  bordolesi, bottiglie infrangibili di Coca Cola degli anni cinquanta, quelle da litro per la passata di pomodoro con l’acido salicilico, i bottiglioni da due litri,  … Alcune erano sane, tante in frantumi.

Richard e Ifemelu non si fermavano e passavano da uno scaffale all’altro: quanto tempo ci sarebbe voluto per svuotare tutto?

Adesso toccava alle lampade, quelle con la resistenza e quelle al neon. Più  in là  i piatti di Laveno,  gli specchi di bagni, buffet e toelette,  i lampadari liberty, … venivano da Como, Varese, Gallarate, Pistoia, … tutto religiosamente avvolto nella carta di giornale e serbato in scatole marcate con la scritta del contenuto al loro interno. 

“Buttare via, pensò, era arrivata l’ora di buttare via tutto per lasciare posto ad altro”.

Stropiccio metallico

Stropiccio metallico – di Roberta Morandi


Sensazione angosciante, udire questo rumore che potrei definire uno stropiccio metallico.
È come un metallo mi lascia fredda, asettica, per niente in buona compagnia, non provo neppure ad associarlo a qualcosa di piacevole e ancora meno a questi momenti che insieme viviamo il martedì. È un rumore, non è un suono, che faccio rimanere fuori da questa stanza, fuori dai nostri dialoghi, fuori dalle cose belle che insieme riusciamo a scambiarci.
È un rumore  che infonde tristezza, è  lui stesso tristezza, di quella subita, non voluta, quella che piano piano scava nello stomaco un buco nero da cui non puoi scappare.  Ti ingloba lentamente e ti annienta, come un pozzo quasi impossibile da risalire. Buio, umido, solitario.