Ti racconto una storia – Aromi in giardino

Aromi in giardino – di Mimma Caravaggi

Esco di casa e mi addentro in giardino umido per la pioggia. Chiamo il mio cane per farlo rientrare, ma non mi ascolta. Ho fretta perché ho messo il mangiare sul fuoco e spiedini sulla griglia nel vecchio focolare annerito dalle fiamme. L’odore si sparge per la casa prorompente, buono, appetitoso. Il cane mi scodinzola intorno in attesa di un bocconcino. Sono indaffarata e accaldata tra cucina e focolare perché ho messo molta roba sul fuoco perché cuocia lentamente, il sugo con i suoi aromi deve sobbollire lentamente affinché il polpettone e soprattutto le patate che lo accompagnano incamerino tutto il profumo e il sapore delle spezie. Sul focolare gli spiedini vanno controllati per non sbruciacchiarli e unti con rametti di rosmarino e salvia perché anche loro si insaporiscano. Ho i miei vicini a pranzo e non vorrei sfigurare. Lui è un omino allampanato e ingobbito e lei è una bella Signora ma sempre stanca, annuvolata e arrabbiata con il marito, ma eccellente in cucina, bravissima. Povera me che figuraccia farò? Eppure l’odore che aleggia nelle stanze  sembra catturare le narici . Certo se avessi preparato il fagiano sarebbe stato meglio che un umile polpettone, ma avrei dovuto pensarci ieri, metterlo in fusione con tutti gli odori possibili compreso il mirto e la cedrina, aceto, olio, sale, pepe e un pò d’acqua e poi girato più volte per accalappiare bene e più intensamente i sapori delle varie spezie e poi messo a cuocere in tegame piano piano lentamente. Sarebbe stato una squisitezza. Ormai è tardi cosa ci penso a fare? Vuol dire che preparerò in quattro e quattr’otto  il riso con la salsa al limone, il mio cavallo di battaglia soprattutto quando ho fretta e voglio fare una buona figura. E’ veramente un buon piatto. Arrivano gli ospiti e li accolgo in salotto dove dal focolare si sprigionano effluvi profumati e appetitosi ed anche la coda di Napo esulta e scodinzola in attesa dei nostri resti.

Ti racconto una storia – Tre amici al bar

Tre amici al bar – di Carla Faggi

Erano amici da sempre, nati e cresciuti in quel dell’Antella, paesino alla periferia di Firenze conosciuto per un famoso cimitero monumentale.

Li chiamavano tutti “i tre grazietti “ Graziano, Grazietto e Grazie al…circolo del prete. Quest’ultimo perché bazzicava sempre nei dintorni del circolino ricreativo MCL.

Da adulti e pensionati passavano quasi tutti i pomeriggi alla casa del popolo a farsi un cicchetto o una partitina a briscola.

Graziano ormai rinsecchito e ingobbito ricorda e racconta sempre di quando da giovanotto, bello come il sole com’era, conquistava tutte le ragazzotte dell’Antella ed inevitabilmente si inimicava tutte le potenziali suocere. La prima fidanzatina la mollò subito dopo il primo invito a cena, la suocera gli aveva fatto una frittata di cipolla che “l’era più nera e puzzolente del nero focolare in do l’era stata cucinata”. Le polpettine piccanti poi gli avevano quasi ustionato la bocca.

Pensò: “tale madre tale figlia! E gli è meglio di no!”

E così fu costretto ad assaggiare tutte le pietanze di tutte le potenziali suocere dell’Antella.

Finacché esaurito il tempo disponibile gli toccò sposare quella matrona della Gemma, pessima cuoca, pessima amante, sempre accigliata e annuvolata, testarda come un mulo e sempre a lamentarsi di lui con le altre matrone del paese.

Grazietto invece, mite e di poche parole, d’altronde era Graziano che riempiva tutti i vuoti chiacchierando sempre, parlava solo di un amore lontano, aveva conosciuto tanti anni fa alla fiera dell’Antella una ragazza di Scandicci. Lo avevano colpito la grazia con cui indossava quella mantella a righe ocra e rosa, il sorriso contagioso ed il portamento regale.

Lui  “a Scandicci all’indirizzo che lei gli aveva dato e gl’andò per fare entratura. Ma un c’era nessuno!”

Suonò il campanello ma nisba, nessuna risposta. Si fece coraggio e dal cancello aperto entrò nel giardino e proseguì fino nel retro della casa. “Un c’era anima viva!” Dalla finestra spalancata  si vedeva una stanza tutta sottosopra e si udiva lo squillo inascoltato di un telefono.

O mamma mia, ci saranno i ladri, pensò e se la dette a gambe!

E un ci ritornò più a Scandicci, forse si vergognava un po’, e della sua bella un seppe più nulla.

Grazieal invece un raccontava mai nulla, una bevutina, una fumatina e la partitina a briscola che vinceva sempre perchè un si perdeva mai nei discorsi. Gli stava cò sua amici al circolo, loro chiacchieravano, lui vinceva a carte, icchè voleva di più dalla vita!

Risuonare

Risuonare  – di Laura Galgani

Parola che mi piace, 

perché implica 

entrare in contatto 

con una cavità interna, 

intima, 

in penombra 

solo in parte conosciuta, 

dove risuona

qualcosa che 

da lontano 

prende forma

ed ali 

e vita

e ti viene incontro 

danzando, 

a volte, 

o in punta di piedi, 

quasi sempre, 

o come una tempesta, 

in rari momenti, 

e allora ti segna, 

per sempre. 

È un contatto

di stelle remote, 

di vibrazioni

mie e non mie, 

che percepisco

in un fremito

sottile, 

che risuona

con un’eco smisurata, 

voce

dell’infinito 

che non posso 

contenere, 

ma che cerco

con disperato

amore. 

Un pensiero di Lorenzo, per non perdersi di…. penna

Un amore ritrovato – di Lorenzo Salsi

E’ andata così. Compriamo una casetta a Vetulonia, una delle dodecapoli etrusche della Tuscia o Etruria, la compriamo anche per queste vestigia che van dall’ VIII° sec. a C. fino al primo. Casa ideale, 350 m sl del paese 20 km da Castiglione, posto piccolo, gente maremmana.
Per caso dopo alcuni mesi dall’acquisto parlando con un avventore dell’unico bar, dico che da ragazzo, al liceo, ero in una combriccola di 4 o 5 ragazzi che scavavano nella zona di Impruneta sotto l’egida della Soprintendenza e con alcuni signori volontari appassionati, questo signore con cui parlavo mi dice:
“Allora a settembre devi veni’, devi porta’ scarpe antinfortunistiche, guanti in pelle e voglia di dura’ fatica “. Rispondo sì immediatamente, ma era maggio e da lì a settembre, “nasce un ciuco e va ritto” come si dice a Firenze.
Ad agosto Mauro, il mio interlocutore non che presidente dell’Associazione Archeologica Isidoro Falchi, mi incontra e mi ridice:
” Vieni a scava’? “
” Non è che ci vuole il permesso del sovrintendente?” rispondo.
” Il permesso te lo do io !”
“O che sei, il padrone del baccellaio?” dico.
” Te un ti devi preoccupa’, se un ci son io un cominciano nemmeno”.
Attendo qualche giorno poi lo ricontatto e gli dico:
” Mauro, per venire qua a scavare devo prendere ferie, che non sia mai che io venga e non se ne faccia di niente, se no presidente o no io ti piglio a scapaccioni !”.
“Se ti dico che poi veni’, poi veni’ mica so un parlin vanvera”.
Questo l’antefatto.
E’ così che ho riscoperto un mondo fatto di entusiasmo, di pochi soldi, gocciolante di passione, di curiosità forsennata ; un mondo che nel secolo scorso avevo solo sfiorato, l’adolescenza rende intermittenti nei gusti, nelle decisioni, nella fantasia.
Questo “nuovo mondo” riportato alla luce mi ha stregato, peccato che si possa scavare solo un mese l’anno, pochi fondi e maltempo la fanno da padrone sugli scavi.
Ho usato scope senza manico, piccole cazzuole ( i muratori le definiscono della salute), picconi, pale, rastrelli, specilli da dentista ed ho scavato, scavato con gli occhi puntati, facendo attenzione ad ogni colpo di picco, ad ogni spolverata di spazzola.
A conti fatti poi sul tavolo puliti e lavati c’erano solo frammenti di vasi, di kylix , una moneta, chiodi e pezzetti di legno carbonizzati, nessun tesoro ma tutti insieme un vero tesoro cronologico, un tesoro di almeno 2500 anni or sono.
Emozione, emozione pura, il raccogliere un pezzetto di vaso che qualcuno ha toccato e fatto nel V° sec. a C. e che tu in quel preciso momento stai toccando, pulendo, e osservando è così forte la sensazione che è come se tu vivessi a ritroso nel tempo.
Racconto ad una archeologa di Napoli che è lì vicino a me.
Mi guarda sorpresa e dubbiosa, quasi pare non capisca, sta pulendo un “basolo”, che non la entusiasma, pietra grande usata come lastricato per una strada che sta riscoprendo con i colleghi, detta la Via dei Ciclopi.
Mi guarda di nuovo e le dico:
“Tu stai pulendo una pietra dove si son poggiati migliaia di piedi, qualcuno per metterla lì si sarà schiacciato un dito, magari ha inveito contro qualche divinità, sarà stato canzonato dai colleghi, magari qualche tempo dopo o secolo dopo ci può avere inciampato una signora etrusca che ha solo pensato a qualche maledizione verso un dio dell’Ade “
Mi osserva mentre parlo e poi con la sua gradevolissima inflessione partenopea :
“Fai bene a dire questo, noi siamo presi dalla necessità della storia “superiore”, della storia da raccontare, da studiare scientificamente ed alle volte perdiamo di vista il loro quotidiano, le loro risate, le battute di spirito, le arrabbiature. La vita “.
Rispondo:
” Noi siamo loro, anche se non abbiamo lo stesso DNA, anche se viviamo 2500 anni dopo; noi veniamo da loro, dalle loro scoperte, le loro ansie, le loro speranze, le loro preghiere e le loro bestemmie.
Noi siamo loro, loro sono storia, noi lo diventeremo”.

….e scusatemi la lungagnata.

Biblioteca

La Biblioteca – di Patrizia Fusi

Il sole mi scalda le ginocchia mentre sono seduta in panchina sulla terrazza della biblioteca, sorseggiando il caffè preso dalla macchinetta. Appoggio il capo al muro e chiudo gli occhi, ascolto quello che mi circonda: davanti a me la scuola Francesco Redi che è in rifacimento, colpi secchi metallici rumore di trapano, alla mia destra il brusio dell’autostrada. Un’ambulanza a sirena spiegata mi fa riaprire gli occhi, sfreccia verso l’ospedale.  Nella panchina vicina a me dei giovani fanno pausa, brusio, discorsi d’incontri, spettacoli visti. Il verde spicca nel giardino e sulle colline che vedo davanti a me appaiono momenti piacevoli.

Vulcano

Vulcano – di Stefania Bonanni

È  Dio, il vulcano. Anche quando sull’Isola non si vede, sottopelle si sente. Diventa un po’ tua la Potenza, la passione, le vene gonfie di sangue urgente. È  l’anello mancante, la congiunzione tra cielo e terra, dove si vede la montagna, il gigante, Iddu. È  il campanile della Terra. Stelle di sopra,  fuoco di dentro. Pietra che diventa mare di fuoco. Spiraglio che mostra il cuore, rosso e pulsante, capace  di ammorbidire la pietra. Il vulcano è il gigante,  l’uomo è il nano che si sente onnipotente e potrebbe essere annientato da un suo starnuto. Bisogna rispettare e ringraziare per la quiete, avere consapevolezza della precarietà. Ci sono tanti vulcani silenti, spade penzolanti sulla testa faticose da sopportare. Diventano diamanti i momenti di pace, di bellezza,  di divertimento,  d’amore.

Andamento liquido

Via vai liquido – di Gabriella Crisafulli

Nel suo andamento sincopato si intravedevano i ricordi e le nostalgie in un via vai liquido di presenze che andavano e tornavano.

Bastava guardarla camminare: veniva in mente una barca in alto mare o George Best all’alba dopo una notte di eccessi.

Niente di tutto questo.

Se le chiedevi cosa fosse successo diceva: “L’innamorato non c’è più ” 

Pollara di Lara

Lara a metà – di Roberta Morandi

Bionda, giovane, ma con una espressione matura, occhi castani che al sole si tingono di smeraldo, sorride a quell’isola che le viene incontro mentre si avvicina con l’aliscafo. Ha solo 24 ore per scoprirla, poi il volo per Kiev. Salina fra tutte è la più verde, ha scelto questa per un gioco di parole, per istinto, per quel desiderio di qualcosa che non sa che cosa è: non è un ricordo né una memoria di qualcosa di definito.Gli amici di Palermo che dopo anni è venuta a trovare, le hanno parlato di questa isola vulcanica, come le sue 6 sorelle, verde e profumata, e di un piccolo paese appollaiato nella caldera del vulcano spento, sprofondata in mare, le rocce nere aspre e scoscese  gli fanno da cornice: Pollara. In ucraino Pollara (polovyna) significa metà. Pollara – metà Lara. E Lara stava cercando la sua metà e forse in quel posto avrebbe potuto trovare il suo innamorato. Appena scesa dal traghetto in quel settembre inoltrato, quando i turisti ormai hanno sciamato via dall’isola, l’avvolge un intenso profumo di mare misto a ginestra e capperi. Il chiacchiericcio del porto le riporta alla mente la Dneper, in parte navigabile, della sua Kiev, e già s’innamora. Ma come fare a trovare la sua metà in 24 ore? Prende un autobus  per raggiungere Pollara, la strada si inerpica su per la montagna in un susseguirsi di tornanti, giunge al punto panoramico prima di scendere lungo una vena varicosa, dall’altro lato dove si apre come un anfiteatro che per un attimo ti lascia senza respiro , quel che resta del vulcano. Pareti nere e aspre fino al Pianoro su cui si adagia la morbida Pollara prima dell’ultimo salto in mare. Una visione mozzafiato. Lara lo sente. È  il fascino del vulcano. È spento, ma c’è. La sua presenza è la nera roccia, le pareti ripide e sassose che si tuffano imponenti nel mare verde smeraldo. L’autobus si ferma nella piazzetta della Chiesa di sant’Onofrio, l’unica piazza in fondo all’unica strada, lì, sul muretto che guarda il mare e le isole di Filicudi e Alicudi, c’è  Alessandro immerso nei suoi pensieri con la sua fedele macchina fotografica al collo. Lara scende, incerta, come potrà mai trovare la sua “polovnya” che quel paese le ha promesso col suo nome? Si avvicina al parapetto. Alessandro percepisce la sua presenza. Si guardano negli occhi e…tutto diventa liquido.

Giochi di luce

Fantasma o Formaggio? – di Sandra Conticini

All’orizzonte si vedeva ogni tanto un bagliore…era una luce così forte che, quando le persone  passavano di là e si voltavano,  rimanevano stupiti. Di giorno, era una bella casetta di campagna con  le bounganville , ed un giardino  pieno di fiori profumati e colorati, con bambini che giocavano e ridevano felici, ma nessuno si avvicinava per paura.  Quando  arrivava la sera, si percepiva che  non c’era movimento… nessuna presenza umana. Sulle finestre viaggiavano ragni giganteschi che, con le loro ragnatele di dimensioni enormi, riuscivano a chiudere porte e finestre, mentre un liquido nero, viscido e nauseabondo scorreva da sotto la porta.  Gli abitanti della zona si chiedevano se quella fosse la casa del Fantasma Formaggino, che doveva abitare per lì, ma nessuno la aveva mai visto e per paura non si avvicinavano né di giorno né di notte.

Saluto

(Presenze, movimento, luce)

La sua mano, come sempre – di Anna Meli

            Se ne era andato, così, all’improvviso senza lasciarmi il tempo di salutarlo, di abbracciarlo un’ultima volta ed io avevo pianto tutte le mie lacrime, la mia gola era arida, mi sentivo spenta. Così sono entrata in casa, ho acceso la luce che mi è sembrata più forte quasi accecante. – Ci sei? – La tenda si è mossa con movimento leggero, ma non c’era la finestra aperta. Ho percepito la sua presenza, un brivido ha percorso il mio corpo. Ho detto a me stessa: i fantasmi non esistono, è solo la mia mente, lui non c’è più.

            Poi mi sono seduta accanto al tavolo e ho sentito le sue mani che si posavano dolcemente sulle mie spalle come era solito fare….Era il suo saluto, per dirmi che esisteva ancora, presenza invisibile ma costante nella mia vita.

Il “mio miglior fantasma”

Ti penso viva, in un giorno preciso – di Nadia Peruzzi

È  un fascio di luce che si fa tagliente e affonda come nel burro, ma incide carne viva senza trovare nulla che opponga resistenza.

Vieni a galla in mille modi ma mai come un fantasma, pur se benevolo.

Troppa energia, troppa forza, troppa volontà sono state la tua realtà, nonna, e non ti si può consegnare al regno dell’incorporeo, smaterializzato e opalescente.

Ti penso viva e in un giorno preciso.

Noi stiamo rientrando da un viaggio e arriviamo in macchina fino sulla piazza.

Sei come al solito sulla panchina circondata dalle amiche . Tieni banco, parli sicura e ridi anche con gli occhi.

Hai il tuo vestitino nero con quei motivi bianchi piccoli piccoli che mi piace tantissimo.

Ti fa giovane nonostante l’argento dei tuoi capelli. Ti alzi di scatto appena ci vedi. Hai i movimenti di una ragazzina, rapidi e fluidi.

Occhi belli, vivaci, liquidi mentre ci guardi e ci saluti.

Mi perdo nel tuo abbraccio. Lo riassaporo ancora un po’ mentre scrivo. Non c’è da tempo a darmi conforto, eppure l’idea di te come fantasma la sentirei stridente e del tutto inopportuna.

Sarebbe come accettare un simulacro di vitalità al posto dell’averti viva qui e ora, nella pellicola dei ricordi, fasciata in quel vestitino in un pomeriggio d’estate.

Giocare con le parole

(gioco di parole con: Presenza…luce… movimento…non c’è …fantasma …liquido)

Sgambetto – di Rossella Gallori

Sono scesa ammaccata da quel taxi color piombo, senza ruote, senza autista, senza tassametro, mi son ritrovata in pigiama sul bordo del letto…stravolta …

Un’altra notte difficile , le gocce non bastano più, questo lo sapevo da tempo ed avevo cercato di spiegarlo anche a quelli che mi avevano fatto compagnia da buio a  giorno….fantasmi con il mio stesso dna…dispettosi ed indisponenti mi avevano spinto per terra, il viso schiacciato al suolo, il naso ammaccato, le guance graffiate, uno di loro mi aveva tenuto le mani per evitare di metterle avanti ed attutire il colpo, mai trovato marciapiede più duro e sporco di quello….d’ altronde erano morti senza di me, no per non darmi dolore, ma per farmi uno sgambetto dal quale non mi sarei mai ripresa, per lasciarmi  senza luce, in un liquido amniotico amaro come il fiele, nel quale nuotavo alla ricerca di un morso di luce…..

Se non ci fosse stata  la presenza morbida di quel muro pervinca sarei stata decisamente sola,  in un mondo che non c’è, in una notte da incubo ….un muro di fiori esagerati e sfacciati…

Ma chi mi aveva fatto lo sgambetto?…..e chi mi aveva aiutata ad alzarmi? Chi aveva usato il mio gruppo sanguigno….per chiamare quell’ inutile taxi, traghettatore di incubi…

CHIIIIII?

Coda di Sirene

LiquidaMente – di Laura Galgani

Era immersa in qualcosa di tiepido, estremamente piacevole al contatto con la pelle. Vi si lasciava cullare, quasi fosse un liquido amniotico primordiale, innocente.

Teneva gli occhi chiusi, ma riusciva comunque a percepire il calore forte, insistente, di una fonte di luce alta allo Zenit che prepotente le bruciava le palpebre.

Avrebbe voluto rimanere così per sempre: immobile, impersonale, apparentemente inutile, in realtà mai così viva nell’essenza del suo essere.

All’improvviso si sentì scuotere! Si ritrovò brutalmente rovesciata a faccia in giù, a stento non perse il controllo del suo corpo. Qualcosa, con un movimento sinuoso, le era passato accanto, urtandola. Si immaginò che fosse la coda di una sirena, o di un mostro marino sconosciuto, o il lembo di una creatura fantastica, ancora da scoprire.

D’impulso si tirò su, sollevò la testa e si guardò intorno. Vide soltanto la distesa liquida intorno a sé, immobile.  Poi si volse a sinistra e allora notò una scia non troppo profonda, una lieve increspatura bianca: fuggevole traccia fantasma di qualcosa che non c’è, forse di una presenza solo temuta.

Fece un bel respiro e si distese di nuovo, allargando le braccia sul dorato liquido e lasciandosi abbagliare dalla luce.

Salta fuori un ricordo

LE UNGHIE DIPINTE – di Mimma Caravaggi

Quando mai Vera si era truccata, vestita per bene, elegante? Mai vista in quei pochi anni della mia vita. Eppure quel fatidico giorno mi chiese di farle le unghie e di prestarle qualcosa da mettersi, doveva andare ad una sfilata con una scrittrice piuttosto famosa che l’aveva invitata. Era nel panico e ci aveva messo anche me! Comunque mi diedi da fare le misi abbondante crema alle mani e le dipinsi le unghie poi presi l’unico golf di vero cashmire che ho avuto in tutta la mia vita, azzurro con un collo anello insieme ad una gonna tartan a pieghe. Ai miei occhi era splendida. Chi l’aveva mai vista così ben curata, profumata e vestita senza nessuna macchia addosso? E lei, intrepida andò, ingenua ed incurante così vestita, all’appuntamento. Quando arrivò si affacciò timidamente alla sala e come un fulmine si ritrasse. C’era il fior fiore della crema di Roma, tutti  agghindati con gioielli, abiti e accessori firmati e lei aveva una gonna scozzese ed un maglione col collo a ciclista!!! Povera mamma! Si sentì fuori luogo per la prima volta in vita sua. Ma a onor del vero fu avvistata dalla scrittrice che la chiamò a gran voce e la fece accomodare accanto a lei presentandola ai suoi amici che chiaramente la squadrarono come fosse un piccolo mostriciattolo. Ma Vera ormai era entrata e cercò disinvoltamente anche di sedersi accavallando le gambe, cosa che non le riuscì dato che le sedie erano troppo alte per lei, piccina, e le sue gambette torte. Ma si riscattò più tardi quando cominciò a colloquiare con i presenti. Fu molto apprezzata e lei esultò dentro di sé. Ricordo con affetto questo episodio perché quando tornò a casa e iniziò a raccontarmi la sua serata ridemmo tutte e due come matte per come io l’avevo conciata e come lei si era trovata ma riuscendo poi  a districarsi dalla difficile situazione, con il suo splendido linguaggio. 

Giochi con le parole

Presenza, liquidi, non c’è,  luce, fantasma, movimenti, 

Una luce da qualche parte – di Stefania Bonanni

Non c’è  luce, non c’è sole,  ne’ luna, né lampioni, intorno. Eppure la pozza che allaga la strada, nera di notte, luccica lucida e brillante.  Sembra oro, sembra olio. È materia viva. È  sinuosa, si assottiglia, striscia e invade, si appropria di spazi bui, che illumina. Diventa mille forme, incorpora sassi, legni , cartacce. Si inzuppano. Diventa tutto giallo. Ci deve essere una luce,  da qualche parte, ma non la vedo. Prima era tutto buio, ora risplende una macchia d’oro.

Piano piano, smette di allargarsi. Ha ricoperto  gran parte della piazza deserta, non è  più materia liquida. È  parte del paesaggio,  Presenza solida. Se la potessi guardare dall’alto, potrebbe sembrare un lenzuolo steso sul selciato, un fantasma stanco, che si è  appoggiato per riposare. Ora è  tutto immobile, Non di muove un…fantasma.

Movimenti liquidi

(ispirato alla lettura di Marcel Vilas “In tutto c’è stata bellezza)

Movimenti liquidi e rapidi del sole – di Stefania Bonanni

Quando cammini ed il sole alle spalle  disegna nera la tua ombra netta, e non ti riconosci.  Capelli troppo lunghi, passi troppo ampi.

Quando dalla strada guardi la finestra di cucina, buia, e per un attimo vedi spostarsi la tenda. È solo un secondo, difficile  da fermare.

Quando apr la finestra, la mattina,  ed entra contento quel grosso moscone, e sai che stava aspettando te.

Quando sai, lo senti, che non sei mai sola, quando chiedi di non sentirti sola. Quando sai che i tuoi fantasmi non ti abbandoneranno. Sono i tuoi migliori fantasmi.

Giocare con le parole scontate

parole in gioco: movimenti, liquidi, luce, non c’è, fantasma, presenza

Usciamo dal significato scontato e dalla potenza della parola “fantasma”

Presenze – di Simone Bellini

“Simone, devi andare subito in banca per accertarti di tua presenza su come mai sul computer risulta che non abbiamo più liquidi sul nostro conto. Fai luce su tutti i movimenti, chiarisci come mai questo è diventato un conto fantasma !!”

Non c’è – di Patrizia Fusi

Non c’è luce nella cucina, sul fornello la pentola sta bollendo il liquido che contiene fa strani movimenti, emana un profumo di carne bollita.

Birillo il cane di casa si muove come un fantasma nella stanza fra le sedie e le gambe del tavolo, sperando che Maria gli dia i suoi amati ossi.

Paesaggio liquido

(Ispirato a giochi di parole)

Non c’è nessuno? – di Maria Laura Tripodi

La lampada sul tavolino era rimasta accesa tutta la notte e adesso languiva perché la luce  del sole aveva dipanato  le ombre. Stava là, inutile e inquieta, quasi indispettita. Se avesse potuto  avrebbe gridato “non c’è più nessuno che ha bisogno di me?”

Un movimento rapido della tendina scoprì il paesaggio liquido del primo mattino.

Lei era rimasta sveglia tutta la notte, o così aveva creduto, tenendo in mano una vecchia foto in bianco e nero che ritraeva un  vecchio in mezzo a un orto.  Quello era suo nonno, l’unico  che avrebbe potuto conoscere perché gli altri se ne erano andati molto tempo prima che lei nascesse.

Ma non era accaduto, non si erano mai incontrati.

Aveva bisogno di rievocare con la forza del pensiero una presenza che non c’era mai stata e di cui sentiva una nostalgia dolorosa.

Il cuore a un certo punto aveva accelerato i battiti e in  quella soglia affascinante che sta fra la veglia e il sonno lo aveva visto (o sentito?): non era un fantasma, piuttosto una specie di energia che lei percepì come un messaggio di speranza.

La foto era caduta per terra con la stampa rivolta verso il pavimento.

Buongiorno nonno Antonio.