Profumo di amicizia

Il sacchetto trasparente – di Patrizia Fusi

Un sacchettino trasparente, legato con cura con un nastro rosso, è il pensiero natalizio che mi dona una carissima amica. E’ pieno di biscotti di tante forme: stelle, lune, cavallini, fiori. Sanno di spezie, cannella, pepe, chiodi di garofano. Si sciolgono in bocca davanti a un buon caffè e una chiacchierata con gli amici della piscina.

Sanno di buono, di feste, di sorrisi. Di risate e amicizia

Spezie e ricordi

ODORI, PROFUMI – di Mimma Caravaggi

L’odore che sale all’improvviso vola nel vento, mischiandosi nell’aria e ai ricordi: ritornano quelle strade piene di profumi e spezie, di tutte le volte che sono stata in Turchia, dove privilegiava l’odore del thè di mela. Veniva offerto non solo ai turisti ma a chiunque, in ogni negozio dove trovavi un caldo sorriso ed una bella accoglienza, dove venivi rispettato e accudito perché eri un possibile compratore. Le strade erano piene di personaggi di qualsiasi età che trasportavano enormi vassoi  con tanti bicchierini di vetro dalla forma sinuosa ed elegante, che facevano dondolare come una lenta altalena,  affrettandosi verso i negozi  affinché la buona bevanda ristoratrice, arrivasse calda e profumata. Il suo profumo di mela  ti raggiungeva ovunque e le narici si riempivano del sapore come lo avessi già gustato. Era bello fare shopping ad Ankara o Istambul, ti sentivi protagonista. Tutti i negozianti ti invitavano ad entrare ma senza insistenza solo con un gran sorriso e con grazia. A volte mi sentivo quasi in colpa per essermi lasciata dietro uno di loro. Inoltre c’era l’esposizione della merce in grande quantità. Gli occhi venivano attratti  dalle luci, dai colori o dai profumi intensi e si perdevano, a volte spaesati dal gran luccichio di oggetti preziosi d’oro e d’argento, ma non si stancavano mai, pur fermandosi passo dopo passo a guardare le tante vetrine di ogni genere, dai bar per gustare qualcosa di ben caldo ai negozi di generi alimentari, pieni di odori speziati, alle gioiellerie con l’Occhio di Allah che vigilava su tutto e tutti, all’abbigliamento. Un tripudio di cose, colori, luci e profumi che inebriavano. Le strade erano piene di vita, di grida e di gioia pur nella povertà. Se i negozi molto accattivanti ti incuriosivano e ti attiravano, i negozianti erano bravi nella contrattazione  accompagnando  sempre l’acquisto con  una storia vera o inventata ma che ti teneva incatenato lì nel negozio fino alla fine. La mia visita ad Ankara ed Istambul e in Cappadocia sono le vacanze che ricordo ancora e sempre molto volentieri. Ho visto cose bellissime e provato il gusto orientale dei ristoranti che mi hanno colpita molto perché non mi aspettavo, venendo dall’Italia, di poter mangiare così tanto buon cibo, un’esplosione di sapori semplici ma ottimi. La loro frutta e le loro verdure non avevano, all’epoca, mai sentito un pesticida erano piccoli, bitorzoluti, bruttini esteticamente ma il loro sapore mi ha riportato indietro nel tempo quando anche noi mangiavamo verdure e frutta di stagione non ancora contaminate dai pesticidi. Così ricordo la Turchia dove anche se con gran rammarico e tristezza ho lasciato Vera, mia madre che lì ha vissuto i suoi ultimi anni. E’ lì, seppellita in un gran cimitero pieno di verde con accanto una maestra di musica. e sopra alla sua tomba possono sostare gli uccellini a bere. Quando è morta è stata trattata con abluzioni d’acqua e lavande profumate, come è tipico dei loro morti.

Così risento la Turchia, i suoi sapori, i suoi odori… i miei ricordi.

Odore di popolo

Odore di popolo – di Carla Faggi

Sono in una piazza piena di gente.

Tanti odori diversi tutti insieme. Li sento tutti, alcuni li riconosco, sono vicino a me.

Altri si mescolano, arrivano da lontano, creano solo confusione.

Tutti questi odori mi stancano, decido di tornare a casa.

Sono stremata ma appena sento i miei odori familiari mi rilasso. Li riconosco tutti, uno per volta, tranquillamente.

Rifletto, ricordo, attorno a me stimoli e pensieri.

Penso ai posti che ho visitato, ai loro odori. Ogni popolo, ogni luogo, ogni cultura ha il proprio odore, di cibo, di clima, di religioni. Odore di popolo.

Profumo di Sicilia

Profumo morbido – di Roberta Morandi

Quei biscotti racchiusi nel barattolo appena aperto, lasciano una scia profumata di cannella e mandorle che mi portano a Palermo, in una delle tante pasticcerie dove si produce la martorana, una pasta di mandorle che a mangiarne troppa risulta stucchevole, ma se la assapori a piccoli morsi ti porta al settimo cielo del gusto. La sua morbidezza al tatto è pari alla sua scioglievolezza  un po’ granulosa al palato. Un peccato di gola colorato di impossibili sfumature e forme. Un godimento unico e se chiudi gli occhi mentre odori e poi assapori ti porta fin nel grembo materno… salvo poi svegliarti con mille sensi di colpa.

Profumo lontano

Pot-pourri – di M.Laura Tripodi

Non è una cosa sola. Sono tante, mescolate, imbrigliate e confuse. Eppure ciascuna di esse è particolare e nasconde una sua essenza. Come coriandoli in un sacchetto, come frammenti di vita che si incontrano e si scontrano, ma rimangono sempre inconfondibili nella loro unicità.

In quel suk, ad Aleppo io mi ero persa. Pare che sia il più grande mercato del mondo. Centinaia di straduzze coloratissime che si intersecano tutte uguali, piene zeppe di mercanzia e di persone.

Io non trovavo più gli amici.

Calma, ci voleva calma. Ma io ero nel più completo panico.

Mentre cercavo di controllare il battito impazzito del mio cuore, non so come, in quel baluginio di colori, fra odori forti e sconosciuti, un aroma mi ha colpita con dolcezza, completamente estraneo a quel luogo così lontano da casa.

Ivoire di Balmain.

Era il profumo che usavo quando Enrico era piccolo, ma poi non è più stato importato in Italia.

Dopo moltissimi anni  un’amica lo ha trovato a Parigi e me lo ha regalato.

Enrico, ormai uomo fatto, dandomi un bacio ha esclamato: “Che buon profumo di mamma!”

Profumo di the

Bianca – di Carmela De Pilla

Era diventata un’abitudine per Bianca affacciarsi alla porta a vetri che dava sul giardino per assistere ogni volta a uno spettacolo nuovo.

Quella mattina mentre  preparava il the vide distrattamente quei colori e ne fu rapita, l’alba si era appena affacciata lungo i profili sensuali del Pratomagno, il rosa intenso si intrecciava con il rosso rubino e il giallo faceva capolino per confondersi con il bagliore del cielo.

Bianca ne rimase talmente affascinata che, ancora in pigiama, si diresse verso il centro del giardino per lasciarsi avvolgere da quella bellezza.

Guardava con meraviglia, ma dove guardava? Nel vuoto di quell’immensità.

I suoi pensieri volavano liberi verso quella luce profonda, appassionata e i sogni si accavallavano senza nessuna logica.

Quanti sogni!  Aveva bisogno di sognare Bianca, soprattutto ora.

Poi la brina fredda e pungente la scosse e stretta nelle spalle dal freddo si avviò verso l’uscio, non era nemmeno entrata che si sentì pervadere dall’odore del the ancora fumante lasciato sul tavolo, persino la cucina era stata penetrata da quel profumo di menta e alloro che lei stessa faceva essiccare nella stagione giusta.

Al caldo ritrovato e accogliente si abbandonò a quel piacere e si lasciò coccolare per avviarsi verso una nuova giornata.

L’aceto vero

Perfume de vinaigrette – di Rossella Gallori

Chi l’aveva conosciuta giovane parlava di una ragazza dalla femminilità prorompente, di una “bimba deh!” molto elegante, di una signorina di famiglia benestante, che suonava il piano ed  aveva pure la governante, una che adorava il bluette in tutte le sue sfumature, preferiva le scarpe décolleté, meglio se di camoscio, che indossava anche per andare a scuola, con le calze con la cucitura, la vita stretta da alte cinture rivestite della stessa stoffa dello chemisieur , sempre un po’ troppo scollati….una ragazza che profumava di Crepe de Chine….di una casa immensa piena di donne: nonne, tate, zie, bisnonne, sorelle, insegnanti, si narrava pure di uno chauffeur ….

Poi….poi  arrivò quella “magica primavera del 38” che la vide innamorata persa, e sposa dopo pochi mesi, ignorando un futuro funesto ed annunciato…

Si trovò così, la Giulia, da via Strozzi a piazza Muratori…abbandonò il rullar delle carrozze, per il rumor del treno…. con quei suoi 18 anni ..marito, figlio, suoceri, silenzio ed un po’ di miseria, tanto per gradire, e quell’odore di aceto vero, di un rosso ormai sconosciuto, in una casa lunga ed un po’ razzista, aceto, per sgorgare, per dare il cencio, per cucinare….come fece per la povera lepre uccisa dalla 1100 grigia del babbo, che scuoiò piangendo, e preparò in “ dolce e forte” come piaceva ai Gallori, e la servì sul tavolo di marmo che era un po’ rosa e sapeva anche lui d’aceto….e non mise la tovaglia, che per mia madre era bestemmiare….e lo raccontava a me, che non ero testimone dell’epoca, lo raccontava sorridendo… perché poi, sai, tutto andò peggio….

Si tutto fu  fiele…e quell’aceto forse fuggì con lei…altro che Crepe de Chine…nella cantina della vigna a San Casciano, dove si rifugiò durante la guerra, con la pancia che cresceva e due bimbi da accudire…

Po, poi finì tutto, la casa, le persone, un po’ anche i sentimenti…ma riapparve l’aceto…che era Cirio ed aveva un altro colore…e la bottiglia si buttava via…e nessuno investiva più lepri…e la 1100 grigia  era svanita,….i ricordi avevano odori che nessuno aveva voglia di ricordare…e che ritrovo ora io, ma non son più schiaffi, ma carezze….

Aceto…..più o meno

Piacevolmente aceto – di Chiara Bonechi

Non è il vento ma un pentolino sul fuoco che emana profumo, un misto di forte e di dolce che solo quando è ben bilanciato è perfetto.

Si tratta del pentolino dove si sciolgono una parte di aceto, una parte di acqua, cioccolato fondente, zucchero, pinoli, uvetta, cedro candito, miscela che darà quel gusto eccelso alle carni in dolce e forte.

Avvicino il naso fino ad agguantare il vapore che sale mentre il tutto bolle.

Se l’odore è troppo pungente bilancio con altro zucchero la quantità di aceto in eccesso; al contrario, se quel profumo pungente che penetra nelle narici e poi per la gola fino a farti tossire non si fa sentire, è il caso di aggiungere aceto.

Odore invadente

Disperazione ossessionante – di Sandra Conticini

Già era un periodo abbastanza disperato di suo. Quell’estate, poi, eravamo state anche assalite! Tutte e due! nonostante si fosse state attente e si guardasse sempre bene dove mettevamo i piedi. Ma quel campeggio era pericoloso, non lo avevo calcolato, anche se me lo avevano detto in diversi di non abbassare mai la guardia. E così tutte e due fummo prese! Nello stesso giorno, nello stesso modo e da allora il problema diventò il nostro segreto, la nostra ossessione, la nostra disperazione costante. Lavavo tutto tutti i giorni eppure nulla, non si riusciva a dimenticarci di loro.

Poi mi ricordai del rimedio della nonna: aceto bollito e passato, con il cotone, ciocca ciocca e su tutti quei ricciolini fitti fitti. Nonostante la paura che l’odore di aceto si sentisse, continuai per parecchi giorni, ma loro, i pidocchi, non se ne andarono.

Era diventata un’ossessione che, per fortuna, se la portò via Babbo Natale!!!!

Odore di sapone

Il Lavatoio – di Nadia Peruzzi

IL profumo lo si sentiva a distanza e spesso in inverno arrivava avvolto dentro una densa nuvola di vapore. Ero piccola quando accompagnavo la nonna ai lavatoi di Antella.

Lei portava il catino con i panni, io invece il resto. L’essenziale per fare il bucato: il sapone di  marsiglia, il turchinetto, la lisciva. Ognuno col suo profumo che diventava nelle mie mani uno strano miscuglio che faceva pensare a quello che lenzuola, federe, tovaglie avrebbero restituito dopo,una volta  tornate a casa, dalla pila dei panni asciugati e stirati. Profumo di fresco, di pulito. Di buono.

Ci accoglieva uno stanzone lungo con tante vasche grige e un rumore chioccolante di acqua che con le varie cascatelle si apriva la strada fra una vasca e l’altra. Spesso era il rumore dell’acqua che si prendeva tutta la scena, ma a volte, quando c’erano troppe persone si intrecciava alle risate e alle voci cristalline che arrivavano a sovrastarlo.

In quei casi si doveva pure mettersi da una parte ad aspettare il nostro turno, data la folla! Lo si faceva volentieri, non certo con l’impazienza che avremmo avuto oggi.

C’era calore umano in quello stanzone a contrastare l’acqua gelida,le mani screpolate e arrossate, e i geloni che sarebbero arrivati . Fra una insaponata e l’altra e, mentre si cercava di far venire bianco il grigio col magico turchinetto ,le chiacchiere prendevano il sopravvento . Erano donne giovani e vecchie che parlavano in tutta libertà e in gran confidenza.

Scoprivi i fidanzamenti, anche quelli che ancora non erano dichiarati, i matrimoni che stavano per arrivare, i tradimenti, le nascite e le morti.

L’atto del lavare stava dentro un rito collettivo e ad avere la meglio era il senso di comunità solidale che si respirava in quello stanzone. Se ne usciva con i panni puliti ma non solo con questo. Spesso i momenti passati li si trasformavano in scuole di vita e di trasmissione di esperienze con le giovani che talvolta chiedevano consigli alle più anziane per muoversi nella vita !

Quello che è venuto dopo, la lavatrice in casa e pure la tv pur segnando la linea del progresso necessario, non ha saputo tener in piedi come si sarebbe dovuto la comunanza con cui ci si ritrovava nei luoghi collettivi anche se si trattava di fare insieme i lavori  più umili e pesanti. Rinchiusi nel privato più che guardare girare il cestello della lavatrice, in attesa che finisca il lavaggio, non si può fare! Forse una o più occhiate al cellulare per ingannare il tempo che sembra essere sempre troppo poco.

Mancano le voci, l’allegria che talora diventata tristezza o pianto visto che non tutte le giornate erano uguali .

Anche il vecchio lavatoio non c’e’più , ormai langue rinsecchito da anni dentro le mura di una casetta costruita proprio lì sopra!

Odore pungente

Come il mare – di Luca di Volo

Scorre su, s’insinua potente

  Sveglia e turba la noia

  Anche lui induce il respiro

   Come il mare profondo

   E pungente: respira

   E ci culla, il nostro alito

   Col suo si accorda

   Purezza: mare pulito, fresco, profondo

   Si abbuia negli abissi

  Quest’odore come lui

  Antico pare, porta la vita

Come soleva fare alle damine

 Dell’800 (ma loro sol fingevano)

 E anche lui si fa nel profondo

Misterioso, non più urticante

Ma purificatore, lasciando

nell’anima l’eco del candore

 Perduto. 

Lui, l’odore di aceto.

Odore di fiume

Di cosa è fatto l’odore del fiume – di Stefania Bonanni

Siamo solo una delle curve di un fiume che viene da lontano, e proseguirà. Con l’acqua che scorre, e quell’odore che solo questo pezzo di fiume trasmette, così, e lo moltiplica. Odore d’erba bagnata, di muschio, di un marcio inevitabile. Odore scuro, di spuma marrone, sbatacchiata tra i sassi. Odore di piena, d’inverno, di alberi spogli e rive ricoperte di strappi. Odore che cambia, con il sole d’estate, ma si riconosce nell’ombra, e nelle pietre bagnate. Odore che rimane attaccato ai pescatori.  Odore che si portava a casa il mio babbo, negli stivali, nella canna da pesca, nel retino, nella canottiera. Odore che riconosco sempre, che mi fa sentire casa questo fiume, che è  sempre stato la cornice delle nostre giornate. Andare all’Arno è ripercorrere sentieri già camminati, tirare su con l’aria odori di ore di acqua, di sole, di amici, d’amore, di scorrere e ribollire. Sapere che può  tutto cambiare, finché ci riconosceremo, in questo odore.

Ansiogeno

Attesa da far paura – di Laura Galgani

Era in quella stanza ormai in penombra da un tempo breve, ma le sembrava già infinito. La bottiglietta d’acqua che aveva portato con sé, e che aveva appoggiato sulla tovaglia azzurro cielo a pois bianchi, di quelle fatte di una plastica che vuole assomigliare alla stoffa, rilanciava piccole scintille di luce, appena percepibili al suo sguardo ansioso.

Dalla bottiglietta trasparente, inconsistente solo in apparenza, i suoi occhi si spostavano in continuazione, nervosi, al vaso di terracotta poggiato lì accanto, color terra di Siena con un ramage di foglie d’ulivo dipinte a mano da un artigiano che lei frettolosamente giudicò poco esperto, avendo inciso senza troppa grazia dei solchi grossolani nella creta ancora fresca.

Nervosamente percorreva quei tratti, e ogni foglia le sembrava un presagio di malasorte: i bordi neri si legavano inevitabilmente ai pensieri ansiosi che le prendevano la mente e il cuore. I fiori secchi dentro al vaso, privi di vita ormai da tempo, non facevano che acuire quella sensazione di secchezza che provava nella bocca, quasi dovesse masticarli uno ad uno mentre attendeva il temuto responso…

Insignificante

Un vaso insignificante – di Carmela De Pilla

Eccolo, è lì, con i suoi fianchi sinuosi e morbidi, mi ricordano un po’ quelli di Tecla, la mia Tecla pronta a travolgermi con il suo amore che straboccava dalla sua figura abbondante .

È  un vaso semplice anzi quasi insignificante, realizzato forse da un apprendista inesperto che ha dipinto tralci di rami nel tentativo mal riuscito di renderlo più bello, ma a lui tutto ciò non interessa, gode solo del piacere di accogliere mazzi di fiori  e ogni volta si sente più importante e per un attimo è felice.

Polvere su vaso – di Gabriella Crisafulli

Il vaso trionfava su una marea di pois. Si stagliava all’azzurro della tovaglia a ricordare come tutti quei fiori, ormai secchi, erano lo spunto di mille starnuti che si sarebbe portata dietro tutta la notte.

Il vaso – di Simone Bellini

Non so perchè fosse stato scelto quell’insipido vaso di coccio, dalla misera forma di una povertà assoluta, riempito con dei rami e fiori secchi di una tristezza infinita e per di più appoggiato su un tavolo con una tovaglia celeste a pois bianchi che dava vita ad un orrido contrasto.

Ensemble bruttino e disordinato – di Mimma Caravaggi

La tavola rettangolare, con la sua tovaglietta celeste a pois bianchi stesa malamente oltre ad essere piena di oggetti vari, mi dà un’ansia particolare che non so descrivere. La moltitudine di bottigliette che si ergono a segnalare il posto di ognuno di noi e gli occhiali appoggiati in attesa di essere inforcati per leggere e scrivere, le penne di ognuno così diverse nei colori e nelle scritture mi infastidiscono. Vorrei rimettere tutto in ordine nelle postazioni di ognuno: le penne accanto ai blocchi, le bottiglie sparire nelle borse appoggiate allo schienale della sedia, ben piazzata e squadrata ad accogliere il didietro dal più grande al più piccolo e Il vaso messo al centro con fiori ormai stecchiti, è quello che disturba maggiormente la mia vista e voglia d’ordine, ma è quello che seppur bruttino va a completare quella strana tavola imbandita.

Il tavolo – di Anna Meli

            Sono seduta ad un tavolo coperto con una tovaglia azzurrina a pois bianchi, piuttosto anonima.    Sopra vi sono vari oggetti: una borsa morbida bicolore rosso scuro e marrone, sembrerebbe di pelle, ripiegata su se stessa quasi inchinata, in attesa di una mano che la prenda rendendola utile  a qualcosa.   Accanto un vaso giallognolo con disegnati ramages forse di olivo. Al suo interno fiori secchi di aglio o cipolla di una tonalità di colore un po’ più chiara. La bottiglietta d’acqua lì vicino, in tempi ormai lontani avrebbe potuto servire ad evitarne la fine…forse. Ma ormai è troppo tardi.  Due paia di occhiali seduti sulle lenti sono pronti all’uso. Due bustine porta-oggetti, una a colori vivaci l’altra grigiastra, completano la vista.

            Sembra che tutto sia in attesa di qualcuno o di qualcosa che rompa l’assoluta immobilità della scena.

Occhi color frittata

Il vaso rubato – di Rossella Gallori

Continuavo a ripetere a me stessa, che ero capitata li per caso, o quasi…

Il grande portone cigolò, lo spinsi con tutta me stessa, traballai, sui tacchi “fuori ordinanza”

L’ingresso era poco illuminato, ma caldo ed accogliente, le piccole appliques di cristallo riflettevano un’immagine di me più snella, più giovane, una “ me” più gradevole, che aveva solo fame di sogni …. Avevo ancora in tasca il suo biglietto  diceva: ti aspetto…con l’ora e l’ indirizzo, un cartoncino microscopico di color miele d’acacia…una scrittura così piccola  da esser quasi illeggibile, ai miei occhi astigmatici , quasi…

Salii in fretta le scale, la guida di velluto cremisi, copriva del tutto i vecchi gradini di pietra serena , vantava aste di ottone ben rifinite da piccoli  pomelli a forma di testa di cigno, la lucida piastra  determinava la fine di quel mio lento ed ansioso percorso , inciampai malamente nell’ unica vite sporgente, non bussai, atterrai letteralmente sulla sua porta,  che si spalancò sotto il mio peso….lui era li con i boxer di lino azzurro a pallini bianchi, le giarrettiere sfilacciate sorreggevano calzini semilunghi in filo di scozia grigio polvere…in testa una patetica retina fermacapelli….Sorrise, socchiudendo occhi color frittata di carciofi, ma fu per poco…tolsi le mari jane con il tacco 12….e fugii, soffermandomi un attimo di fronte alla piccola consolle per afferrare e nascondere in borsa una brocca di coccio, con annessi fiori polverosi che a mo’ di pollicino, segnarono il mio percorso sulla guida vetusta ed elegante …. Scansai, per fortuna la vite sporgente, non caddi…..non vacillai

Scintille

Anima nelle cose – di Vanna Bigazzi

Piccole scintille di fuochi gioiosi,

monocolori,

si aprono allo spazio

esplodendo in fili fuggitivi.

Sotto una foresta di sterpi intricati,

impenetrabile e impervia.

Momenti diversi di vita

Raccolti e accolti da un’anfora rosa.

Steli secchi s’innalzano e attendono il cielo.

Io e gli oggetti

Paura – di Carla Faggi

Fiori beige in un vaso beige.

Non è cilindrico, non è bombato, è solo un vaso beige.

Allungo la mano per prenderlo. Mi fermo. Non posso! Ho paura di romperlo.

Mi paralizzo. Sento di odiarlo. Voglio spostarlo ma non posso.

Mi faccio coraggio, allungo di nuovo la mano, lo sfioro appena.

È freddo, scivoloso. Lo odio ancora di più!

Mi guardo attorno, non c’è nessuno! Allora la mia mano lo prende.

Ne godo il possesso, lo guardo dritto nelle palline beige dei fiori beige.

Sospiro e poi lo scaglio nel muro!

Silenzio. Liberazione. Non ho più paura.

Gli oggetti e il conforto

Gli oggetti e il conforto – di Sandra Conticini

Quell’astuccio brillantinoso sulla tovaglia celeste a pallini bianchi con sopra  un paio di occhiali appoggiati al telefono, vicino ad una bottiglia azzurra con un sorso d’acqua, confinante con la penna fucsia che termina  in alto con un fiore verde, mi infondono sicurezza. Se avessi bisogno di vedere ho gli occhiali, come se avessi sete, bisogno di aiuto o di scrivere qualcosa ho tutto ciò che mi puo servire.