A proposito di guardare

Era una bella notte chiara – di Gigliola Franceschini

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Contrariamente al solito, mamma mi mise a letto vestita, mi tolse solo le scarpe ed io mi addormentai mentre lei e il babbo riempivano di roba due tascapani. Poi, nel cuore della notte, via da casa, quasi correndo, dalla periferia della città verso la campagna. Quando era venuto l’ordine di evacuare la costa, eravamo scappati dal nostro paese affacciato sul mare ed eravamo giunti con mezzi vari, in molti tra parenti e amici, nella splendida Volterra. Arrivammo dopo un bel tratto di strada  ai piedi di una collina vicino al podere di Pietrino che ci dava a strozzo  un po’ di latte ogni tanto. C’era un avvallamento nel terreno con erba molto alta  che ci poteva quasi ricoprire , stando distesi. C’ero già stata a giocare coi miei cugini e mio padre che era sempre in cerca di luoghi dove ripararci in caso di bisogno. Ci sdraiammo sull’erba e aspettammo un po’.  Per distrarre noi ragazzi il babbo cominciò a indicarci il cielo, le stelle, la via lattea. Era una bella notte chiara  e si vedevano brillare tanti puntini luminosi come lucciole lontane. “vediamo cosa mettiamo nel carro dell’Orsa Maggiore” disse mio padre e iniziammo un gioco che facevamo spesso “ E arrivato un carico di B, C, di O  e via a gara a cercare nomi di cose  da riporre  nel nostro fantastico carretto. C’era tanta pace intorno, qualche animaletto  faceva sentire il suo verso, sembrava tutto tranquillo. Per noi ragazzi ancora piccoli, era un’altra avventura, non sapevamo di essere in guerra ed anche se ce lo avessero detto, non avremmo capito.  Ad un tratto una luce forte e intermittente brillò nella notte e venne veloce verso la nostra collina. Non era una stella cadente come pensai io, ma l’ombra scura e minacciosa di un caccia che rasentò gli alberi con un crepitio di legna che brucia e continuò la sua corsa          lasciando nell’erba i segni di una mitragliata lampo.  Non c’era stato il tempo di avere paura, avvenne tutto ad una velocità incredibile. Mi ritrovai la mano calda di mio padre sulla fronte, non so se per proteggermi o tenermi ferma a terra. Ho saputo dopo  che aveva sentito in  lontananza il rombo dell’aereo e si era preparato al peggio.  Non so quanto tempo passò, rimanemmo immobili appiccicati gli uni agli altri, in attesa di qualcosa che non conoscevamo, un po’ infreddoliti e per unica coperta, quel cielo stellato che invitava alla quiete. Forse mi addormentai. Alle prime luci dell’alba riprendemmo il cammino verso casa. Sembrava che la città fosse stata risparmiata, nonostante ci fossero ancora alcune postazioni di tedeschi che gli aerei alleati cercavano di snidare. I nonni non erano voluti scappare. Mio nonno diceva sempre in quelle occasioni che voleva morire  nella sua casa e nel suo letto e che se era destino, così fosse! Ci accolse con un bricco di caffè caldo, fatto con la cicoria e ci disse “ Avete visto che non è successo niente, ve lo dicevo io, avete solo preso freddo e umidità cambiatevi almeno le calze” A quel punto mi accorsi che per fare presto mi ero messa i sandali nuovi di camoscio bianco , quelli con gli occhielloni  ai lati e che si erano sporcati di terra e macchiati con l’erba fresca. Andai a letto sperando che il giorno dopo mamma li avrebbe puliti col bianchetto.  Mi capita ancore di incantarmi alla vista del cielo di notte, quando mi allontano dalla città e l’aria è più pura e mi torna alla mente quel lontano episodio. Non mi porta tristezza perché non fui triste, avevo, come tutti i bambini piccoli, l’animo sereno e sgombro di pensieri dolorosi. La mano calda di mio padre è quello che ricordo di più  perché tremava e non si voleva staccare dalla mia fronte. Non ne sono sicura, ma sotto quel cielo che ci avvolgeva da ogni parte, qualcuno piangeva.

Gusto dieta

ANDANDO QUA E LÀ CON IL CIBO – di Elisabetta Brunelleschi

Mangio volentieri, sono una golosa.

Ma sto attenta a quello che metto in bocca.

Mi piacciono i buoni cibi, i piatti scelti, mi ritengo capace di riconoscere i sapori genuini.

Quando vado a fare la spesa controllo la provenienza, gli ingredienti, la data di scadenza e mi sforzo sempre di portare a casa prodotti naturali, tradizionali, legati alla terra.

Talvolta però mi tradisco, con che cosa? Con le patatine e le olive. Chissà cosa c’è dentro, ma io le mangio ugualmente, specialmente durante gli aperitivi!

Questo amore per il cibo, in gioventù mi ha creato non pochi problemi. Non sono mai stata magra Già in quegli anni vincevano le immagini di donne snelle e longilinee, ma io non ero magra e con difficoltà riuscivo a seguire le diete, i digiuni non facevano per me.

Ricordo amiche che sapevano rinunciare a pane, pasta e dolci, secondo i dettame delle diete allora in voga.

Io senza pane non riuscivo a vivere!

C’erano amiche che proprio avevano la mania della dieta, erano capaci di eliminare qualsiasi alimento e poi entrare nella taglia 44 o 42. Io al di sotto della 46 non sono mai scesa, anzi in alcuni periodi ho avuto la 48.

Ricordo un viaggio a Parigi dove il pranzo era una baguette divisa in quattro parti (eravamo in quattro). In certe giornate, dopo camminate di 10\12 ore, avevo proprio fame, ma tacevo e mi adeguavo alla compagnia. Devo però ammettere che una volta a casa abiti e gonne mi risultarono larghi intorno ai fianchi.

Rammento un viaggio a Roma con digiuni all’ora di pranzo (solo una tartina minuscola) e cene in ristoranti scelti dove una ragazza del gruppo rifiutò un risotto a i 4 formaggi perché, disse, c’era il parmigiano e, secondo lei, il parmigiano nei 4 formaggi non va messo; quindi digiunò, non mangiò altro.

E altri viaggi con amiche che mangiavano un gelato in tutto il giorno e mezza pizza per cena.

Ma anch’io una volta, avrò avuto 24\25 anni, decisi di seguire una dieta. Stimolata da una collega del tempo che era molto molto più pingue di me, andai alla Weight Watchers. Gli alimenti previsti erano ridottissimi: prosciutto senza grassi, un misurino di olio, tonno al naturale, carote crude, 7 spaghetti, formaggi quasi eliminati, zuccheri niente, il pane non mi ricordo se neppure si poteva nominare. In una settimana persi quasi 6 Kg, poi c’era da andare avanti e percorrere il periodo di mantenimento, che io naturalmente non riuscii a seguire.

Comunque di quella dieta conservo ancora alcune abitudini, per esempio non metto zucchero nel caffellatte, le insalate posso mangiarle anche scondite e cerco di cuocere evitando fritti e soffritti, mangio poca pasta.

Poi via via, che dalla giovinezza sono passata all’età matura, ho capito che in certi momenti della vita il cibo mi era servito come difesa, bisogno che compensava mancanze affettive. Mangiavo guidata dall’ansia. Mangiavo e non sentivo cosa c’era intorno a me. Poi magari, al termine di un pasto mi mi preoccupavo delle quantità che sempre mi parevano troppe. Oppure il mangiare mi serviva come riposo. Ricordo che nei primi anni di lavoro in sedi lontane e disagiate, il tornare a casa e sedermi a tavola mi rilassava, mi faceva stare tranquilla. Magari c’era anche l’appetito ma l’ingoiare mi riempiva anche di qualcosa che compensava le fatiche!

Ed ora che sono sulla strada della vecchiaia mi ritengo una golosa attenta. Posso decidere di non abbuffarmi, mi regolo nella scelte, vorrei mettere in pratica lo slogan di Slow Food: buono, pulito e giusto.

Potrei ancora raccontare tanto del cibo, di come sazia, coinvolge e lega le persone, i temi sono tanti:

cibo e amici,

pizzerie innominabili e desiderio di mangiare a casa propria,

conferenze e rinfreschino finale,

cene e convitati sconosciuti,

donne esperte in cucina e donne che con fretta cuociono uno spaghetto,

scampagnate e spuntino,

escursioni, pranzo a sacco e merenda finale,

erbe commestibili e gruppi di raccolta,

sapori che scompaiono e frutti antichi,

fuoco acceso e pane abbrustolito,

il piacere del gusto,

il piacere dei sensi,

il sentirsi appagati ….

Gusto mistero

Sapori di casa e cantina – di Vanna Bigazzi

La cantina è quella parte di casa, fuori di casa. Il gusto antico della caramella mi porta in cantina: si respira quella freschezza odorosa di cibi nascosti, quel mistero che  ti spinge a indovinare.

Al contrario il profumo di frutta si assapora dentro la casa, specialmente dentro in cucina, dove l’odore di cibo permane, gustoso, allettante, stimolando la salivazione e la voglia di nutrirsi anche in orari desueti.

Gusto “La matita per scrivere il cielo”

Ieri…oggi… con le Matite – di Rossella Gallori

C’era una porta piccola, difficile da varcare.

C’erano molte scale, ripide e faticose.

C’era una sola finestra, dal vetro opaco.

C’erano disegni che non sapevo leggere.

C’erano scritti che sembravano solo suoni.

C’ era lei…lei…lei…c’era lui e lui…ed un arrivare di corsa cambiando profumo…per piacere a loro.

C’erano fantasmi che bussavano alla porta ed altri che sotto il tavolo mordevano i polpacci, c’era la rabbia che bolliva, la voglia di scappare, il sentirsi straniera ed estranea, il fare sogni in un’altra lingua, ignorando le Ave Maria, certa che il mio kaddish  , sarebbe stato ignorato, orfano anche lui come me.

C’era una nuvola rossa, due occhi color carbone, un naso a patata, golfini perbene, un sorriso silenzioso, capelli biondi.

Poi…….

C’era una stanza, con due finestre trasparenti e spifferose.

C’è una scala grande…ed un profumo che non cambio, perché è il mio.

Ci sono fantasmi amorosi che siedon con noi, qualcuno  ci fa il solletico, altri asciugan piccole perle d’acqua, lacrime dolci, come i ricordi, che non mordono più. Ci guardano seduti sulla cassapanca di legno color biondonoce, si alternano, senza spingere.

C’è una porta grande, chiusa ma aperta.

Ci sono sapori e saperi,  ed un gusto che è anche mio…ruzzola una caramella cattiva, dalla bocca al cestino, sventola una piccola asta di cioccolato,  senza dardo, né bandiera…una mela sa di ananas ed un ananas sa di mela, confondendo idee che han voglia di perdersi…

Alzo lo sguardo e non sono solo qui…ma per strada, in un bosco, le onde mi cullano, le barche mi accolgono….spesso son per terra, a volte sottoterra, ma non ho paura, non ho più paura….

Attraverso i microscopici  i fori dei Tuc vedo…vedo magia, sassi, spugne, conchiglie, parole….due occhi di fuoco, una nuvola rossa….ed una frangia di “saggina morbida” che dà valore ad aquiloni senza filo, a sugheri che affondano, a candele senza stoppino, in un lento valzer delicato e luminoso…

Poi si fa buio, ma non per sempre ….e tutti sanno il Kaddish ed io biascico  l’Ave Maria……

Gusto merenda

Antiche merende – di Patrizia Fusi

Penombra, il sapore dolce e profumato della mela mi invade, gli occhi chiusi mi aiutano.

Lo scricchiolare fra i denti della pallina mi disturba, il sapore di menta mi arriva alla gola e mi infastidisce.

Il gusto del biscotto e leggermente salato, friabile si scioglie in bocca e un insieme accattivante.

Torno bambina e ricordo le merende di allora.

Pane con olio con sale o con zucchero.

 Pane bagnato da vino o da acqua con sopra lo zucchero.

Pane con pomodoro strusciato sopra e condito.

Pane con un velo di burro che in estate si distribuiva bene sulla fetta perché era morbido, ma in inverno rimanevano piccole scaglie lontane l’una dall’altra, la quantità era sempre minima; sopra o sale o zucchero.

Pane e frutta di stagione.

Pane con formaggino, non troppo gradito da me.

Pane con un quadratino di cioccolata, incartato nella stagnola con la figurina del calciatore del momento, una fetta grande di pane che io mangiavo a grossi morsi mentre davo piccolo morsi al cioccolato per far sì che me ne rimanesse un bel pezzo da poter gustare senza pane.

C’era anche una mattonella grande, metà nocciola e metà cioccolata, che veniva venduta a fette, c’erano i dadi di cioccolata con le nocciole, e degli strani fruttini che a me non piacevano. Tutto sempre e comunque era “col pane”.

Gusto maschio e femmina

Arrivare tardi – di Carla Faggi

Cric crac, già il suono mi piace e mi indica il sapore caldo che avvolge e rimane. Si appiccica tra i denti e ci vuole del tempo per liberarli ma è un tempo piacevole e prolungato. Se vogliamo dargli un sesso è un sapore che sa di maschio.

Poi il frutto, ecco un sapore femmina, è frizzante, quasi acido, contrasta col precedente, mi pizzica il naso! Bisogna masticarlo, si attacca ai denti ma in senso orizzontale. Lo schiacci, lo frantumi, dimentichi il sapore precedente, ora mi piace!

Poi c’è la pallina, non so se mi dà piacere, arriva dopo gli altri. Arrivare tardi a volte non è bene, non gli do importanza. Però c’è e continua ad esserci, si fa più importante, arriva fino alla gola. Ora la sento anche nel naso! Non l’ho finita ancora.

Riflessione finale: a volte arrivare tardi non vuol dire starci meno!

Gusto poesia improvvisa

Nebbie – di Anna Meli

Nebbie di soffice ovatta scorrono

spinte da un vento leggero nel freddo silenzio         

Il sole senza colore, con leggera carezza

combatte e non molla.

Un raggio più ardito penetra

spandendo biancore di latte

che illumina e disegna rami di alberi spogli.

I verdi cipressi, fremono

pervasi da un brivido sottile

di pigolio di uccelli nascosti nel folto

in attesa.

Ricordi si perdono nelle nebbie del tempo

immagini scorrono veloci

in delicate tinte d’acquerello.

Il gusto di un pensiero felice

Come dovrebbe essere – di Roberta Morandi

Immagino un sapore di cioccolato. Quello vero, quello che si scioglie in bocca come nell’anima un pensiero felice, ma è ancora solo un sapore e io frettolosamente l’ho portato sulle mie papille. Posso riconoscerlo, ma poi si confonde con altri. Potenza mediatica. Ormai tutte le pubblicità ci fanno vivere le voglie a cui aneliamo, neppure più ci sforziamo di sognare, ce le danno già sognate.

  Ecco ora sento un certo sapore che mi evoca un sapore vero, quello come dovrebbe essere.

Già ogni cosa ha un suo “come dovrebbe essere”, sgombro da tutti gli orpelli che gli abbiamo addossato,  quasi a scrollare da noi la sua vera essenza.

Però è  sufficiente a volte, non sempre, chiudere un attimo gli occhi e assaporare veramente con tutte le papille, rigirare e spalmare in ogni anfratto  prima di deglutire. Operazione talmente consueta a cui non facciamo più attenzione. Gusto. Voce. Pensiero

Il gusto di leggere

Il gusto di leggere – di Mimma Caravaggi

La libreria per me è come una  fiaba che non finisce mai e che ha sempre un finale dolce che mi piace perché poi torno a casa sempre con uno o due libri. Leggere ora che sono in pensione, mi aiuta a distrarmi e isolarmi in un mio mondo tutto particolare dal quale gli altri restano fuori. Leggo a colazione, pranzo e cena mentre Alberto guarda le notizie in TV che a me ormai non interessano più. Mi piacerebbe molto saper leggere e questo purtroppo non so farlo. Il mio approccio ai libri è stato piuttosto tardivo e non il seguito di un percorso durante gli anni per cui, le mie letture sono semplici avventure che mi aiutano ad evadere dalla routine quotidiana e non occupano troppo spazio nella mia mente non più in grado di incamerare nuovi input. Però quando sento una persona competente in grado di leggere e spiegare brani di autori della letteratura italiana, di cui purtroppo non ho mai letto nulla, rimango affascinata e bevo, come una assetata ad una fontana, tutto ciò che mi viene letto e spiegato come ad una bambina a cui vengono lette delle favole. Nonostante mia madre e mia sorella, le studiose di casa, abbiano più volte provato a spingermi verso la lettura di libri adatti a seconda dell’età, all’epoca non mi interessava conoscere il sapere. Quando l’ho capito era molto tardi però non dispero perché dopo aver ascoltato declamare il Manzoni e diversi altri autori, ho deciso di provare, ora alla mia età, a vedere se riesco ad incamerare qualcosa di valido e bello della nostra letteratura.

Il gusto dell’incanto

Il battito – di Stefania Bonanni

Non avrebbe saputo dire quando era successo. Non si era accorta di un fatto particolare che potesse essere stato la causa. Non era accaduto niente di nuovo. Nessuno scossone alla routine. Non era morto nessuno, nessuno aveva partorito. Non aveva saputo di nuovi ammalati, perlomeno non era capitato a nessuno le fosse vicino.

Però  era successo, questo era fuori di dubbio.

Per la prima volta ci pensò davanti ad uno stupendo tramonto rosso brillante.  Un’illuminazione esagerata, che costringeva a fare un passo indietro al buio che premeva. Raggi sghimbesci, frecce di luce, trafiggevano un cielo che era stato grigio, anonimo, tutto il giorno. Fino al momento del riscatto, fino alla riabilitazione offerta da quel tramonto struggente e sanguinoso,  nello stesso tempo. Così perfetto da rendere evidente quanto tutto fosse stato da dimenticare,  fino all’attimo precedente alla sua apparizione. Appunto…e lei: nulla.Si guardò intorno, disse: “bello”, e basta. “Bello” aveva giurato non avrebbe mai detto né  bello, né brutto,  né solare …avrebbe cercato parole giuste, adatte. Ma le venne solo : “bello”. Se ne accorse, ci restò un po’ male, ma accantono’ il pensiero in un angolino, si dette altre possibilità.

Allora guardò dove cercava sempre, quando voleva cose stupefacenti. Alzò gli occhi al cielo, e tra le nuvole e la chioma di una gigantesca quercia dalle foglie croccanti, apparve una palla cangiante di storni, bruttini da soli o per terra, ma meravigliosi in tanti nel cielo, a contendersi il colore delle nuvole,  ad inventare forme inesistenti, a regalare argento. Chissà chi prepara le loro coreografie,  che musica sentono, se seguono il vento, se pensano che anche gli uomini, visti da lassù,  camminano in branchi colorati dal metallo di buffe scatolette.  E lo spettacolo anche questa volta le sembro’: …bello. Già: solo bello. Così  cominciò a preoccuparsi, La situazione poteva essere grave. Poteva non essere in grado di controllarla.

Era sempre stata convinta che finiva tutto, se finiva lo stupore.

Solo, non credeva possibile potesse succedere a lei. Lei si incantava tra i colori delle foglie, a seguire il volo dei mosconi,  a percorrere le scie delle lumache,  Non toglieva le ragnatele perché non credeva si potessero trovare ricami più preziosi. Si accorgeva di piccoli esseri. Era convinta che le cose piccole ed ignorate fossero in grado di cambiare la vita.

Era il battito. Era cambiato il battito. Le emozioni arrivavano lente ed attutite.

Il gusto di scrivere

La vita in riva al lago – di Laura Galgani

La sensazione di vero e proprio rapimento che mi ha colta all’improvviso quando Cecilia ha letto un brano da “Ti sento Giuditta”, di Piero Chiara, è stata tanto bellissima quanto inaspettata.

Bellissima, sì, perché proprio quella capacità mi piacerebbe tanto avere. Quando cioè non succede niente ma chi scrive riesce a dilatare la realtà, a farla diventare 10, 100, 1000 realtà diverse, che il lettore beve, beve come fossero tutte vere. Ecco, questo per me vuol dire “saper scrivere”. Saper inventare mondi, che poi non sono altro che il riflesso di sé.

Il senso di dilatazione che ne scaturisce è per me inebriante. Sarà che l’anima, non solo la mia, ovviamente, bensì tutte le anime, ha bisogno di estendersi, di dilatarsi fino a toccare i limiti dell’universo – che poi non esistono –per essere felice. E un certo tipo di scrittura facilita questo viaggio.

Non succede niente, in quel racconto: vengono descritti due personaggi che stanno lì, immobili, sulla riva di un meraviglioso lago – non ricordo se si trattasse del Lago Maggiore o del lago di Como, ma poco importa – e la loro unica occupazione / preoccupazione è quella di captare, annusando il vento, gli odori che arrivano da lontano.

O meglio, ad affascinarmi ancora di più è la capacità di uno dei due, il primo che si dedica a questa insolita attività, di isolarsi completamente da ciò che gli accade intorno – un molo gremito di gente, barchette che vanno e vengono, voci e schiamazzi – , e chiudendo gli occhi concentrarsi sulla percezione olfattiva di tante realtà simultanee che coesistono tutte insieme, nello stesso istante, e che grazie a lui, al suo volerle ardentemente percepire, riescono a comunicar il loro esser vive anche da molto lontano. Questa invenzione narrativa permette alle cose che accadono di avere un’eco che supera i confini delle cose stesse, e dona loro una sorta di seconda giovinezza.

Ma non solo; chi percepisce queste sensazioni e ci trasporta in un’infinità di accadimenti che “vediamo” anche con l’immaginazione, possiede il talento strabiliante di farli percepire anche agli altri. E’ infatti grazie agli stimoli che riceve che anche l’altro personaggio inizia ad imparare a percepire quella realtà sottile, che altrimenti avrebbe totalmente ignorato.

E che cosa presenta di diverso dal sempiterno principio creatore quella capacità – il suo riflesso, beninteso – di uno scrittore, di riuscire ad infondere vita alla realtà, a moltiplicarne il riverbero e la consistenza, la durata del soffio vitale? Niente, vi si fonde completamente. Questo è il gioco che mi affascina nell’atto dello scrivere. Questo è il gusto che vorrei provare scrivendo e far provare agli altri. In questo gusto mi piacerebbe perdermi, e vivere.    

Gusto menta

Zucchero con cuore di menta – di Chiara Bonechi

Sul gusto: preferisco il dolce

Un vassoietto invitante sul tavolo ospita dolcezze.

La voglia di assaggiare, non per fame ma per gola si fa sentire.

La mano si muove dove lo sguardo si dirige, una pallina coperta da granella di zucchero stuzzica il mio palato.

L’afferro e la porto alla bocca: dolcissima, lo zucchero si scioglie lentamente, assaporo.

Ma il cambio di gusto, quasi repentino, delude le mie papille.

Sotto lo zucchero è menta, la sensazione di fresco aumenta, l’aria prepotentemente penetra nelle narici, scende nella gola, riempie i polmoni e non puoi fare a meno di seguire il suo percorso che trascina nel corpo quel sapore forte e inconfondibile che dalla menta esplode.

E mentre la pallina continua a sciogliersi e i polmoni sembrano ingigantirsi sento di aver toccato il massimo di questa essenza.

Preferisco il dolce.

Gusto nonna

La nonna nella scatolina – di Tina Conti

Deve essere mela, mela secca, la mastico con i denti davanti, sento meglio il sapore fresco, rassicurante, conosciuto come quelle  delle meline che in estate vedevo infilate in una collana e appese a seccare alla finestre della casa della nonna.

Servivano in inverno per curare la tosse, bollite in poca acqua e come contentino per i bambini noiosi.

Questo, è  un sapore godurioso, mescolato a sensazioni farinose, dolci, di biscotti non biscotti, gustato a occhi chiusi sprigiona benessere e appagamento, ma colpevole anche di attacchi di golosità incontrollata ,quando ti accorgi che la scatola è subito finita ma non ti sembrava.

Dalle prime sensazioni, dalla forma, e dallo zucchero sopra  si rimane sospettosi. Poi, la scossa della menta forte, come le valda della scatolina rotonda che trovavo nel grembiule  di Cesarina in inverno.

Le volevo sempre, forse per quel poco  zucchero che ricopriva quelle caramelline verdi  che sputavo disgustata dall’odore  forte e pungente.

 Ma che fascino quella scatolina di latta. Mi capita di comprarla anche adesso, non so perché, forse per ritrovare il mondo e i profumi  della fanciullezza, momenti belli e caldi, come il sapore delle frittelle di riso, del pane nel forno a legna, dell’odore dei rami di olivo bruciati nei campi a fine inverno.

Gusto frittella

Le frittelle – di Anna Meli

Succede a volte che sentendo un odore particolarmente gradevole, questo ci riporti indietro nel tempo e ci faccia rivivere momenti più o meno felici. E’ tempo di carnevale e non è raro passando per le strade di paese sentire un odore che ci stuzzica il naso e ci fa venire l’acquolina in bocca: odore di frittelle.       Ricordo che la mia mamma usava farle per San Giuseppe. La mattina si alzava molto presto per friggerle perché, diceva, non ci voleva fra i piedi, ma quell’odore di vaniglia ci svegliava prima delle sue previsioni e l’assaggio era d’obbligo.

            Avevano un sapore-odore a dir poco divino e se fosse stato per noi, non sarebbe finita lì, ma lei con fare autoritario ci rispediva  a letto dicendoci che si sarebbero potute mangiare solo nel tardo pomeriggio. Ed era così che venivano servite in capienti vassoi di porcellana a parenti ed amici arrivati apposta per l’occasione.

            Ho avuto altre volte l’occasione di mangiare le frittelle, ma non buone come quelle, sarà forse perché quel sapore, quell’odore era un tutt’uno con l’allegria, l’amicizia, il gioco e la gioia di stare insieme.

Gusto d’amore

Sul gusto e sull’amore. – di Luca Di Volo

Amore: cinque lettere impossibili .Interi volumi per concludere , se si vuol essere onesti, che non si sa dire cosa sia. O, meglio, se qualcuno non me lo chiede lo so..se qualcuno me lo chiede..non lo so più.

Ma su una cosa tutti sono d’accordo: sul fatto che riempie tutti i sensi, nessuno escluso. Una convinzione che forse è la miglior definizione per questo misterioso agitatore…non molto soddisfacente, per il vero…Dante c’è andato più vicino, secondo me: ”la bufera infernal che mai non resta”, se ci togliamo “infernal”..mi sembra che l’amore come “bufera che mai non resta” si avvicini di più all’indefinibile personaggio, soprattutto perché anch’egli , come un vento violento penetra, ottunde, agita e occupa tutti i nostri sensi..nessuno escluso.

Cominciamo dalla vista..qui la cosa è  ovvia: l’oggetto amato riempe tutto l’orizzonte per chi ama, alcune frasi descrivono bene la sensazione:  ”sei tutto il mio mondo…non vedo altri che te…” antiche più del mondo o forse “prima “ del mondo.

Che anche l’udito sia coinvolto è altrettanto banale: le poesie sono piene di canti cristallini evocati dalla persona amata e che l’amore suggerisce.

L’olfatto: anche lui ingannevolmente facile..profumo di rose, selvaggio aspro odore di alba sul mare..e così via..

Il tatto..questo meglio lasciarlo stare..sembra quello più coinvolto anche se non è detto sia sempre così..

Rimane il gusto ..a prima vista lo si direbbe poco o nulla interessato. Ma riflettiamoci..già: quante volte abbiamo sentito dire (o abbiamo detto)”ti mangerei di baci”, ”ti prenderei a morsi..”, ”i bambini grassottelli “sono da morsi..” e via così…

Forse un’evocazione di un atto di primitivo cannibalismo? Non si sa..di recente la psicanalisi ci ha rivelato che “mangiare qualcuno” è un modo per possederlo “totalmente”..e l’amore non desidera altro: di due persone farne una sola.

Però noi non siamo (o non siamo più ) cannibali..E poi ci sono infiniti tipi di amore, da quello più comune e che va per la maggiore, ovvero l’amore erotico, per il quale desta il gusto di cioccolata (ah la Nutella di Salviniana memoria..).

Ma a pensarci bene, si ama sempre, in continuazione e ogni tipo ha il suo sapore: le nipotine? Inebriante sapore di menta fresca…..gli animali? Sapore di mirtillo dei boschi..

Oddio, c’è anche il contrario…una multa? Sapore acido..una delusione? Sapore amaro…ce n’è per tutti: gusto di caramelle, di mele, di sole…sempre amore, amore per tutto ciò che esiste..e noi ne siamo parte..compresi i nostri nervi gustativi.

Gusto libro

Il sapore di un libro – di Sandra Conticini

Il babbo aveva “Cronache di poveri amanti” tutto sciupacchiato nel comodino, che comunque conservava gelosamente.  Ogni tanto lo prendevo e lo odoravo. Come mi piaceva quell’odore!!! L’ ho ritrovato di recente e non ho avuto cuore di buttarlo, c’è ancora, dentro, nelle pagine sfogliate, tutto il gusto delle nostre lontane giornate, passate insieme.

Gusto delusione

LA NOCCIOLA TRADITRICE – di Simone Bellini

La delusione ti prende di sorpresa, inaspettata, ti atterra, abbatte le tue aspettative, come una nocciola che nella penombra si rivela mentina dal retrogusto di canfora.

Devi distogliere la tua attenzione da questa esperienza, rimediare addolcendo velocemente questa amarezza aggrappandoti al primo bastoncino al cioccolato che trovi.

Ma superare la delusione non è facile! Ti ha lasciato un sapore forte che cerchi di lenire con il salato del bastoncino per poi abbandonarti alla scioglievolezza del cioccolato annientando la canfora della mentina . Dopodiché……TUC……..il colpo finale con il dolce salatino!

Sono battaglie che danno più sapore alla vita; vincere le delusioni!

Gusto miele

Un cucchiaio di miele – di Cecilia Trinci

La mattina è ancora fioca mentre apro il barattolo, uno degli ultimi in questo anno avaro di miele. Faccio una leggera forza sul tappo liscio e …clac, lui si apre su un piccolo mare giallo chiaro, compatto e lucido, in cui il cucchiaino fa fatica a scendere mentre sale leggero un delicato profumo. Il cucchiaino scava e stacca una scheggia d’ambra che poi  stendo sulla fetta biscottata, piano. Lui, il miele di millefiori, si stende sciogliendosi subito in un filo trasparente che poi finisce in bocca in piccoli morsi. La lingua deve arrotolarsi più volte per srotolare la gruma, subito dolcissima, pastosa, mielosa appunto, e piano piano si sprigiona, esplodendo in bocca, un infinito profumo di fiori. Tutto il prato di giugno (trascorso) trafitto di piccoli fiori calpesta i denti e la lingua, lascia scie fiorite esplosive in ogni angolo della bocca, sale su, fino al cervello, facendomi affogare nell’infinito di mille pistilli odorosi, di mille colori, dal giallo dei ranuncoli, al blu dei miosotis, al rosso dei rosolacci, al rosa del pesco e al rosa del melo. E poi sento il bianco dei ciliegi e il viola dei glicini e l’arancio delle calendule e il tocco del gelsomino e le sfumature dei limoni e dei cedri e il celeste della malva e del rosmarino…..e tutta la giostra dei “fiori di giugno” fa festa in un solo attimo di miele sulla lingua.

Gusto di nebbia

Gusto di nebbia – di Nadia Peruzzi

Il treno corre veloce nella pianura. I vetri dei finestrini gocciano rivoli d’acqua che fan velo al paesaggio. Niente ti distrae da te stesso. Frammenti di realtà si incuneano nel tuo sguardo ma sono solo lampi fuggevoli di case, di vite,  di calore familiare che intuisci attraverso le tendine degli appartamenti che quasi arrivi a toccare, tanto sono stati costruiti a ridosso della ferrovia.

Dalla pioggerellina alla nebbia il passo è breve. Sembra che tutte le gocce sia siano strette in un muro di cotone soffice . Alla nebbia ti abbandoni. Ti piace per il suo abbraccio avvolgente e delicato che apre una porta su un mondo quasi irreale. Sparisce tutto, tutto si ottunde. Di lato solo un muro bianco che sembra non avere fine.

La pianura padana è così. Umida, piatta, piena di vapori e in inverno e in autunno gioca a nascondersi sotto un immenso piumino bianco.

Nel caldo del treno ti rilassi. Il bianco fuori ha un che di ipnotico. Induce sonnolenza.

Scopri di aver dormito perché quando riapri gli occhi ti trovi nel regno della luce. Tutto brilla e risalta colpito dai raggi di un sole birichino che gioca con le gocce d’acqua depositate sull’erba e sulle foglie degli alberi.

Di fronte a te un ragazzo trae da un pacchettino minuscoli pezzi di un frutto esotico essiccato, che profuma d’oriente.

Riappare un ricordo. Il mercato delle spezie ad Istanbul col suo via vai, i suoi profumi, i suoi sapori, la sua confusione. Un ricordo che fa bene.

Il ragazzo chiude gli occhi appagato da ciò che sta mangiando. Sereno, rilassato, con un accenno di sorriso.

Quel sapore e quel profumo devono aver risvegliato più di una luce anche nel suo mondo. Forse un viaggio, forse una ragazza incontrata chissà dove, chissà quando.

Distolgo lo sguardo. Cerco attraverso il finestrino il paesaggio assolato che ci ha accompagnato per un po’, ma è tornata la nebbia a far muro lungo i finestrini e con lei nuovamente il torpore che induce il sonno.

L’aroma speziato di quel frutto esotico perde forza fino a sparire del tutto.

Il sonno adesso è senza sogni, ed è un vero peccato!