Il loro albero

Il loro albero – di Nadia Peruzzi

Era da sempre il loro albero.  Piaceva a tutti e due quell’intrico di rami e arbusti che cambiavano colori e profumi al mutare delle stagioni. 

Era il luogo dei giochi e dei segreti.  Quello nel quale potevano essere come erano nella realtà.  Senza doversi nascondere alle occhiatacce altrui, alle espressioni ammiccanti, a quelle cattive che spesso li accompagnavano quando se ne stavano insieme in una complicità e in una sintonia come ce n’erano poche. 

Gli stessi gusti, gli stessi libri, gli stessi film lo stesso sguardo disincantato sul mondo e sulla vita e la curiosità che li muoveva a sperimentare e a lanciarsi in avventure sempre nuove. 

Era arrivato per loro il tempo della pittura a portarli nuovamente su quel sentiero.  Era una giornata grigia e fredda come il loro umore. 

Tuttavia avevano osato lo stesso dirigersi verso l’albero immenso e spoglio e l’intrico di sterpi che sembrava aver perso tutta la vita delle stagioni migliori. 

Nemmeno una gemma ad impreziosire i rami.  Era il punto dell’anno in cui la morte sembra avere il sopravvento e la natura non sa darsi ancora modo di aprire la strada ad una nuova storia. 

Si piazzarono davanti ai rami sparuti tentando di trarne una immagine che avesse un che di rassicurante e confortante. 

L’intrico che li circondava faceva tutt’uno con quello delle loro coscienze e dei loro sentimenti. 

Non era un momento di gioia per nessuno dei due.   Francesco sarebbe partito di li a poco.  Aveva trovato lavoro all’altro capo del mondo.   

In quel luogo spoglio di vita avevano ritrovato il clima giusto per celebrare un addio. 

Dipinsero fino a che la luce resse. 

Poi se ne tornarono mestamente a casa , con il dipinto sottobraccio.  Nessuno dei due ebbe voglia di mostrarlo all’altro.   Nessuno dei due aveva mai compreso bene il perché di quella scelta. 

Solo a distanza di anni un amico andando a far visita a Francesco trovò la chiave per una possibile spiegazione.  Il quadro di Francesco, nonostante tutto, risplendeva di colori, di atmosfere positive.   Erano colpi di pennello forti, netti, quasi a volersi liberare dai lacci che lo legavano ad un presente che gli stava andando sempre più stretto. 

Quello che era appeso nella casa di Giulio era spento, vuoto, grigio.   Trasudava solitudine e incapacità di pensare e immaginare il futuro. 

Albero triste

ALBERO di prugne triste e solitario – di Mimma Caravaggi

Mi hanno dimenticato ! Sono qui solitario come non mai, attorniato da erbacce secche e invadenti senza neppure un piccolo fiore a rallegrarmi. Ho appena iniziato a muovermi e a mettere fuori le piccole cime di gemme, chissà cosa avverrà se riuscirò ancora a produrre frutta.   Il momento più bello è quello della fioritura e poi la crescita della frutta molto più saporita di quella di qualsiasi mercato che ormai non sa più di nulla, senza sapore. La mia frutta è zuccherina, polposa, invitante, fa venire l’acquolina in bocca al solo vederla. Ero circondato da tanti amici, tutti alberi da frutta : meli, peri, susini, ciliegie, albicocche e dalla primavera all’estate era una gioia per noi e tutte le persone che stavano sotto di noi cogliere la nostra frutta e mangiarla avidamente con canti animati e grida di gioia dei bambini che volevano arrampicarsi sopra di noi. Che bei ricordi! E si, solo ricordi perché il tempo e con l’inquinamento tutto si è pian piano deteriorato. La terra non da più il giusto nutrimento mancando i bachini che provvedevano a tenere areato il terreno, la pioggia si è fatta acida così tutti i miei compagni pian piano, sono stati abbattuti e sono rimasto solo io ma per poco perché inizio a sentire la mancanza di acqua buona, rospetti e bachini che sono migrati chissà dove e qui non è rimasta altro che erbaccia che non muore mai ma che ora mi sta soffocando. Peccato le mie prugne erano squisite e ora hanno anche loro perso il buon sapore. Cosa mai ci faccio più qui solo che neppure un cane viene a fare pipì ? Che brutto il mondo senza prugne buone e succose!

L’albero nel parco

L’albero – di Cecilia Trinci

L’inverno aveva saltato il turno quell’anno. Forse perché voleva aggiungere altra inquietudine a quella che già serpeggiava. L’albero aveva comunque perso le foglie. Lentamente, sottovoce, soprattutto durante le piogge che avevano massacrato la fine dell’autunno. Nessuna esplosione di colori quell’anno, nessun cielo terso in trasparenza, poche mattine di leggera brinata ed eccolo lì il noce maestoso, contorto da mille piegature di rami, eppure alto, glorioso, allungato verso un cielo bigio e soffuso da una  promessa di sole. Gli altri inverni invece c’erano stati. Difficili, pieni di vento e buriane, gelati e bui fino alle Pasque primaticce. Avevano coperto di legno i gomiti duri, addolcito gli spigoli delle ramificazioni. Erano le deviazioni, le crescite, i cambi di programma, le strategie e le perdite che gli avevano dato quella forma, tutto sommato, a vedersi così,  aggraziata e tondeggiante come fosse stato in un giardino.

Era in un parco pubblico invece e non gli dispiaceva non appartenere a nessuno in particolare e sentirsi di tutti in generale. Le noci se le erano mangiate: i passanti con i sacchetti, gli scoiattoli con le code al vento. Non credeva ne fosse rimasta qualcuna per la discendenza. Invece sentiva che i rami dovevano nascondere diversi nidi, o almeno approdi comodi per tutti quegli uccelli che si fermavano a tratti. Erano tutti quei canti che nella foto non erano compresi ma che invece davano vita a quel quadro potente. Dal vivo, i rami vibravano non solo per la  brezza ma anche per i voli, per quel posarsi frettoloso in punta in punta, per quel dondolare squilibrato ora a destra ora a sinistra per guardare un obiettivo, per scoprire una preda.

Si sentiva una spalla. Le spalle servono per abbracciarsi, per appoggiarsi. Per trasportare.  Per pensare. Era così che si sentiva e quel salire su sempre più su ogni anno, sempre più vicino al cielo lo rendeva orgoglioso.

Tra poco ci sarebbero state gemme e poi fiori e foglie. E alla fine frutti grossi e verdi.

Forse l’estate sarebbe stata dura. Ormai lo era sempre da anni. Molto più cattiva di quegli inverni che non venivano più. Avrebbe avuto sete e caldo e avrebbe implorato la notte rossastra sempre troppo corta. Avrebbe dormito solo un po’ sul far della mattina con i primi chiarori. Avrebbe visto albe sempre più arancio e viola e fumi della terra in controluce. Silenzi di uccelli stremati.

Il silenzio soprattutto era cresciuto negli ultimi anni. Lo stupore della terra spaventata, la sonnolenza della gente nascosta. Solo cani abbaiavano in lontananza e non volevano aggiornarsi nelle aspettative.

Eppure l’albero aspettava, le canne gli facevano il solletico, i rovi alle spalle lo proteggevano dal grecale e  da lassù guardava in lontananza. Forse vedeva il mare…….

Albero d’inverno

Il vecchio olmo – di Carmela De Pilla

Fili che si intrecciano, si incontrano per dare vita a ricami preziosi, unici e sullo sfondo un cielo a volte limpido e trasparente a volte annuvolato e turbolento proprio come la mia anima.

È sempre stato lì il vecchio olmo, oltre la siepe, imponente e vigoroso, generoso nel donare la sua ombra in quelle giornate afose e soffocanti, ancora oggi osserva e protegge la vita di ognuno di noi come un vecchio padre.

Ne sa qualcosa Piero che si ripara dal caldo violento ai suoi piedi e lui accoglie le sue fatiche, lo rassicura e gli dà nuova forza.

L’ho sempre visto lì il vecchio Piero, curvo sulle spalle, il volto scavato dalle rughe, ma ancora forte e robusto, generoso nel regalare un sorriso a tutti.

Non apparteneva a nessuno il vecchio olmo, era nato e cresciuto in un campo ormai abbandonato, la sua corteccia rugosa scavata da profondi solchi era la testimonianza della sua lunga vita.

A mezzogiorno in punto, dopo ore di lavoro nei campi, come un rituale che si ripeteva da anni si ritrovavano uno accanto all’altro come due vecchi amici,  Piero tirava fuori dalla sacca il suo panino e la borraccia con del buon vino e si godeva quell’attimo di riposo all’ombra della grande chioma.

Flash in una foto

Flash – di Gabriella Crisafulli

Era l’ultimo anno dell’Istituto Magistrale.

All’improvviso si ritrova libera: sua sorella rimaneva a casa.

Lei camminava con Maura e Rosanna lungo il corso.

Portava al guinzaglio un cencio.

Gli parlavano.

Le loro voci si alternavano.

“Vieni Fufi, vieni con noi a passeggio”

“Dai, da bravo, non ti fermare ad ogni albero”

“Che bellino che sei con il tuo cappottino nuovo: ti piace vero?”

“Sii educato: non abbaiare ogni volta che vedi un altro collare!”

Tutte e tre ridevano come matte, piegate in due dal divertimento.

Non è cosa di tutti i giorni parlare ad uno straccio trascinato per terra.

Non è cosa da poco vedere gli sguardi e sentire i commenti delle persone che incrociavano per strada.

La gioia di fare una cosa assolutamente idiota è potente.

Per una volta era uscita dal vaso.

Non era una pianta messa lì in bella mostra nel salotto per essere ammirata come perfetta incarnazione dell’efficacia di un moderno modello educativo, applicato rigorosamente.

È vero, c’era una seconda figlia ma su di lei si glissava.

Era sulla prima che si accentravano i riflettori: niente trucco, niente gonne corte, parlantina sciolta, sorriso smagliante, nessun amico ed un fidanzato lontano che legittimava la proibizione di qualunque svago.

Ma non quel giorno.

Quel giorno aveva la sua età.

Per una volta non era una pianta.

Per una volta non si trovava tra le mummie del Club prestigioso al seguito dei genitori, dove subiva la corte di uomini molto più anziani di lei.

Per una volta non era la custode di sua sorella.

Per una volta non le toccava il ruolo della bella figlia del Comandante circondata dai sottoposti di suo padre.

Era una scema tra le sceme e con le sue compagne di classe si divertiva da matti.

La foto era lì nella stanza a certificare una storia iniziata e mai tessuta.

Aveva un gran mal di testa.

Sentiva solo il bisogno di un paio di bicchieri di vino.

Foto di donne

La comandante e sua sorella – di Laura Galgani

“Nina, stai attenta con qui’ filo, non vedi che s’è tutto bell’e attorcigliato!”

“Oh Gina, e un lo saprò fare l’uncinetto, secondo te! L’è la terza coperta che si fa pe’ i’ prete!”

“Via via voi due… state calme, e s’arriverà in fondo anche a questa, ormai e manca poco!”

La Tina, nel dire così, agguantò il filo di cotone rosa che la Nina stava maneggiando con un po’ d’imbarazzo, dopo il rimbrotto della Gina. Le era salito anche un po’ di rossore sulle gote, in genere colorite, sì, ma non così tanto.

“Don Roberto – insisté la Tina – domenica dopo la Messa m’ha chiesto a che punto s’era. E vuol portare la coperta personalmente alla missione di Madre Teresa di Calcutta, prima che laggiù cominci la stagione delle piogge, insieme a tutto quello che s’è raccolto all’ultima giornata per le missioni. E non manca mica tanto!”

“Te, tu vuoi sempre fare la comandante!” – sbottò la Nina – “o che credi che noi si stia qui a fare l’uncinetto solo per passare i’tempo? O un tu lo vedi come ci s’impegna, tutte quante! La Gina l’ha bell’e finito tutti i su’ riquadri verde smeraldo, la Licia quelli rossi co’ fiori in rilievo, io quelli bianchi co’ trafori, ora si tratta di rimetterli insieme e di ricucirli. E un’importa che tu ci stia addosso in questa maniera. Ma tanto, con te, e l’è inutile, tu hai sempre voluto comandare… “

e detta questa frase lapidaria, dura come sassi, che avrebbero potuto andare a sbattere sul cuore della Tina, facendolo andare in pezzi, si rimise a testa bassa sul suo lavoro, che le cresceva fra le dita quasi per magia, tanto si muovevano veloci e leggere intrecciando quei fili rosa pallido.

Tina, sua sorella, “la comandante”, non replicò. Era così da sempre, con lei. Fin da quando erano piccole. Lei, la maggiore, la prediletta del babbo, esercitava il ruolo di vice mamma con la sorella e coi fratelli più piccoli. Anche quando, in tempo di guerra, suonava imperioso l’allarme prima dei bombardamenti, era lei, la Tina, che in un attimo saltava giù dal letto e radunava i più piccoli. Li aiutava a mettersi le povere scarpe e a scendere le scale, prendendo in braccio Giuseppe, il più piccolo, che proprio non voleva saperne di aprire gli occhi e di correre al rifugio.

Quando arrivavano in quel cubo sotterraneo, grigio, di cemento freddo, il babbo li contava rapidamente con gli occhi: uno due tre quattro. C’erano tutti. La mamma no, non c’era, se n’era andata, portata via dalla polmonite all’inizio della guerra, e il babbo era riuscito a non partire perché malato anche lui, di tisi.

Questi ricordi affollavano ancora la mente delle due sorelle, e trapelavano fra un punto e l’altro del lavoro all’uncinetto. “Tina – ricominciò la Nina, calma – ma ti ricordi di quello che ci raccontavi mentre eravamo laggiù sotto, fra quell’odore d’umido e di paura, mentre le sirene suonavano forte e si sentiva gli stonfi delle bombe che scoppiavano in città? Tu c’incantavi con le tu’ storie di boschi streghe e orchi.”

Ma la Tina annuiva e basta, con lo sguardo basso e il mento verso il petto, e si cullava un po’ avanti e indietro, come a farsi coccolare dal silenzio dei ricordi. 

Una foto ricordo

Nonna sulla panchina – di Chiara Bonechi                                                                                

                                                                                                                     

Affacciata alla finestra aspettava e sapeva che non avrebbe mancato il suo appuntamento pomeridiano.

Infatti eccola la sua nonnina, quasi trainata dal volpino bianco al guinzaglio che abbaiando annunciava che erano lì, appena dietro l’angolo.

“Nonna!”esclamò la bambina.

“Scendi, non farmi salire”diceva spesso la nonna,”vado sulla panchina dalla Maria!”

E si avviava là dove Maria l’aspettava, come avveniva ogni pomeriggio di sole, da primavera fino all’estate.

L’aspettava per chiacchierare e non era sola, anche Giuliana spesso usciva di casa e si sedeva vicino a loro con i guanti da ricamare, fili colorati di moulinè, aghi e forbicine.

A capo basso, creando con abilità particolari roselline rococò, pur essendo più giovane ascoltava volentieri e più volentieri lavorava ascoltando le due anziane amiche disquisire sui cibi cucinati, sulle nuore e sui figli, talvolta anche su Gesù, le preghiere e la Messa.

E intanto le ore del pomeriggio scorrevano, le donne così passavano il tempo, serenamente.

Ogni tanto la nonna si voltava per vedere se arrivava la sua nipotina, avrebbe interrotto per un po’ le chiacchiere e se la sarebbe coccolata dondolandola sulle ginocchia e canticchiando la filastrocca di staccia buratta o cavallino arrò arrò.

La bambina accorreva con il pane della merenda in mano.

“Nonna, ora finisco di mangiare e poi giochi con me!”

Mentre gustava la fetta di pane guardava con curiosità le abili mani che ricamavano roselline rococò e rimaneva attenta alle parole che passavano da una bocca all’altra a formare frasi per lei spesso senza significato.

Il tunnel in foto

Tunnel luminosodi Vanna Bigazzi

Dicono che appena morti, entriamo in un tunnel che sfocia in un cielo luminoso. Mi chiedo cosa accadrebbe, cosa si vedrebbe se guardassimo all’inverso, ovvero se fossimo nella parte luminosa e lanciassimo  un fascio forte di questa luce in questa fantastica galleria: per vedere cosa c’è sulla terra…

Il raggio tanto potente e carico di un vento poderoso, staglierebbe ai margini del tunnel, alcuni umani colti di sprovvista, poiché giunti a quell’imboccatura da una tiepida spiaggia di un mare calmo ed azzurrino. Le loro figure, scure contro il sole, si muovono in una danza improvvisata e sconnessa: la danza di chi si sente catapultato, oltre la propria volontà, dentro il mondo, in una vita mozzafiato.

Suggestioni di una bottiglia verde

L’universo in bottiglia – di Vanna Bigazzi

Una bottiglia magica

scorre fra le nostre mani.

Onde oscillanti ad ogni movimento,

creano un cosmico fluido serpeggiante.

Astri antichi danzano in ellittiche galassie,

gas e polveri si fondono in occulte foschie.

Nel cielo notturno compaiono aurore.

La luce del sole è calata:

colori mutano mistiche atmosfere.

Miriadi di piccole stelle

nuotano lente e confuse

in sinistre maree di alghe violacee.

Cielo e mare si uniscono

Nel sinuoso magma universale.

Foto tre

Sei personaggi – di Mimma Caravaggi

Sono sei grandi amici e si conoscono da anni. Amano la danza, ballare è il loro scopo più importante, è il loro sogno. Vorrebbero fare, sempre uniti tutti insieme, un grande spettacolo pertanto sperimentano forme coreografiche diverse e divertenti, inusuali. Dedicano tutto il loro tempo libero per riunirsi e danzare un pò dovunque sempre alla ricerca dell’originalità. Il bisogno di libertà e credere in qualcosa di diverso li accomuna. Nella danza trovano i loro sogni la loro libertà di espressione e li fa evadere da un mondo in cui sono costretti a stare. Tutti questi loro ideali si ritrovano al momento della danza. Nelle case, che ormai calzano troppo strette, restano il tempo giusto perché non vedono l’ora di evadere e ritrovarsi. Non vogliono perdere questo senso di unione e libertà che hanno faticosamente acquisito nel tempo e nell’amicizia che permetterà un giorno di realizzare i loro giovani sogni.

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Foto due

Sulle panchine d’estate – di Cecilia Trinci

  • Senti come si sta!
  • Che ventarellino!
  • Anche oggi erano 33 gradi al termometro sopra la farmacia!!!
  • Boia dhe!
  • (arriva un signore con il cane)Scusate…….si può bere quest’acqua della fontana?
  • si si….beva beva!
  • Ah grazie!…….Ma….. ma quest’acqua è calda!
  • Eh sì i’ ghiaccio oggi un l’hanno portato
  • Ma se scorre un po’ si raffredda?
  • No no questa resta sempre calda un si preoccupi
  • Allora il mio canino come fa a bere quest’acqua calda?????
  • Eh s’adatterà….così un gni fa male allo stomaco!
  • …….
  • (arriva un altro signore)Scusate ma un posto per mangiare????
  • Secondo cosa vuole mangiare: carne o pesce?
  • Carne
  • Allora vada alla Bottega XXX
  • ????
  • Giù…in fondo….sull’angolo……
  • No passi di là
  • Macché tutto diritto
  • Sie!!!! in fondo deve girà……
  • Che gli dici?? E gira,…. ma gira dopo…..lei vada vada…..
  • (il signore smarrito) ???????  dove di qua?
  •  si di là
  • Si di qua
  • Si di giu
  • ……….
  • (arriva ancora un altro signore) Scusate……? c’è un posteggio in questo paese?
  • Vada in fondo e giri là…poi si trova le scale e le sale e va in paese……
  • Come? Le scale!? Ma scendo di qua?
  • Certo! Scende e gira e poi trova le scale….vada vada……..
  • !!!????
  • ……………

*****

  • Senti come si sta!
  • Che ventarellino!!!!
  • Ah bene!
  • Boia!
  • Mi ci vole il golfino sulla gola…
  • Per la voce per la gola di golia ce n’è una sola…..
  • Anche stanotte un s’è dormito…ma la mi’ mamma dorme sa’?….. E si va a letto ….bonanotte mamma…e lei ….pah! e dorme. La mattina si sveglia “bongiorno!, mi fa, ha’ dormito?” e io “non tanto” e lei “io sì ho dormito”….e dorme vai!
  • Io quando lavoravo m’alzavo alle quattro di notte e prima delle cinque c’avevo i’ pulmann. Un n’ho perso uno. M’alzavo sempre prima della sveglia.
  • Prima de’ grilli ero già ‘n casa e lui mi diceva “o che sé belle sveglia?”. Mai perso un pulman
  • E quando andavo a lavora’ c’era il mi’ capo che mi volle portare a Torre del Lago perché aveva fissato i tordi. Dice vieni con me senza cenà……ma io dissi mah! Sarà bene che qual cosina mangi, un si sa mai! Poi si parte e s’arriva a i ristorante e portano i tordi…..ma io gli fo: ma che son tordi questi? Questi so’ storni!.
  • Eh gli storni son più duri….so’ filosi…e vanno bolliti prima di cocerli…..però so’ boni. Si fanno gli spiedini con la pancetta, la patata, i’ pane condito, la cipolla……tutti trattati so’ boni.
  • Come la ghiandaia! Bah vengan de’ crostini spietati!!!!!
  • Bah quando un ci s’aveva da mangià si mangiava anche i passerotti. Ognuno mangiava quelli del su’ tetto e guai se qualcuno andava sul tetto d’un altro a piglia’ i passerotti!!!
  • Eh lo so io che vole di’ la fame! La mi’ mamma ci diceva sempre con quello che c’è mancato a noi si manteneva bene quattro famiglie….ma bene ci si mantenevano.
  • Eh si faceva la zuppa di chiocciole scappate, la minestra di lesso scappato….
  • E infatti i mi’ fratello diceva o mamma ma a noi ci scappa sempre tutto????
  • O quando si sparava dalla 500? S’andava di notte nel bosco,  in quattro co’ i ttetto aperto: uno guidava e tre sparavano. A i’ buio con la torcia puntata. Una notte si fece 22 lepri. I’ problema era dividere 22 per 4!!!!
  • Si ma a caprioli un c’ho mai tirato…mi fanno un che…..piangono quando si feriscono e paiono bambini…no no a caprioli un ci tiro!
  • Ma lui è poco bono anche co’ cinghiali perché li guarda …invece un si deve guardare si va su d’imbracciatura e …pum. Si tira e via. Senza guarda’……
  • Io chiappo bene la lepre…..qui’ giorno che gli facevano la posta alla lepre e erano in cinque appostati in macchina…co’ la luna piena…..e io chiò…un colpo e la lepre giù…proprio davanti a quelli…manca poco gli piglio lo sportello…O te? Mi fanno. Eh o io? L’ho chiappata. E s’è mangiata noi!
  • Si scuoia e via e che ci vole? Poi si tratta con gli aromi adatti …….e vien di nulla! La lepre si tratta in un modo…il cinghiale in un altro……Meglio di tutti so’ i conigli selvatici. Si scuoiano e si mangiano Bah! So’ spietati!
  • Arrosto so boni vai!
  • Co’ tutte le spezie….e l’aglio…
  • L’aglio…pe alzà ‘l batacchio!
  • Ovvia giù!
  • O di paglia o di fieno basta che ‘l corpo sia pieno

Comunque i contadini di fame un moian mai…..per esempio lo sai che c’è di meglio degli asparagi? I pungitopo! Si si …si piglia i butti novi, si bollano finché un vengan dolci e poi si fa la frittata…..dopo che uno l’ha assaggiata gli asparagi li lascia lì.

  • Mah….. ora una bella fetta di prosciutto me la mangerei
  • Ah bene una frega co’ l basilico fresco! A me de’ fiori o de pensierini un me ne ‘mporta nulla ma di un bel mazzetto di basilico sì.
  • Bah! O bimba! I’ basilico fresco è una goduria!
  • Ma co questo caldo un si mangia miha nulla!
  • Nulla!
  • Macché Oggi avevo fatto la paella, il riso a freddo e poi i’ ppollo co’ peperoni……gli ho detto cosa voi? Voi anche l’arista? No no m’ha detto. E s’è mangiato il riso a freddo e basta. Era bono c’avevo messo i pomodori, il cetriolo, gli zucchini lessi,  l’olive, l’origano il basilico il formaggio il salamino, l’ova sode……poi dopo…. un pochino di pollo co’ peperoni e rizzati. Con questo caldo un s’ha fame via! Alla mi’ mamma gli piace la carne. Per cambià domani fo la trippa.

Foto due e tre

NONNE E NIPOTI – di Simone Bellini

– Ciao nonna, io vado con gli amici sulla spiaggia, lo dici te alla mamma quando torna ? –

-Va bene stai attenta però, non fare tardi o mi tocca sentire le lamentele della tua mamma!-

-Va beenee!!! Ciao Adelina, ciao Luisa, Giovanna, Elsa prima o poi farete un golf anche a me, ci conto !-

– Com’è cara tua nipote, sempre allegra ed educata ! Guarda, se mi vien bene, gli do questa maglia che sto facendo.-

Via di corsa al vecchio distributore dismesso, è lì che Eleonora ha fissato con le amiche del cuore, per poi incontrarsi con i ragazzi sul lungomare.

Quindici anni, il vento fresco sulla faccia, l’allegria, la spensietatezza di quella benedetta età accompagnano le ore felici di quella combriccola, mentre ridono, corrono, saltano dentro un tubo  edilizio di cemento, fra gli sguardi intontiti dei  coetanei con il cellulare in mano che si stancano anche solo a guardarli.

– Si , tua nipote non sembra di questi tempi, ricorda noi, la nostra gioventù, libera di correre, sfogare tutte le energie sporcandosi per poi tornare a casa stanche ma felici !-

– O ragazze, s’è fatto tardi ! Ho tutto da preparare ! C’è “Sanremo” stasera !!!

Foto di gruppo

Le allegre comari – di Tina Conti

Come fate, non le so, a me  non riesce lavorare  a maglia tutti i giorni, mi manca il tempo. Oggi Giovanni mi ha portato dall’orto tutto preparato ma  in cucina ci metto tanto tempo, il  desinare era lungo, il papero quest’anno era grosso  e ho dovuto faticare per metterlo in pentola.

Poi sono venute le ragazze a cercare le cose  per la commedia. Hanno rovesciato tutto il baule, risate, da morire, si sono provate tutto, le camiciole, le calze di cotone e i cappelli. Ma ve lo  ricordate voi il mio cappello per il matrimonio dell’Agatina? Come stavo bene, a me i cappelli hanno sempre donato.

-Sii Rosa. , ricordati di girare il papero senno ti  si brucia. Rosa, ci sono andate anche le tue nipoti in paese, la macchina era piena

:- se la prendono comoda,vanno al bar, dalla profumiera, non sono mica come noi che si doveva fare sempre tutto di corsa, e poi non si avevano soldi da buttare. Quante cose si facevano da noi!

Foto di un tubo

Il tubonido – di Rossella Gallori

Si erano infilati lì, non per non esser trovati….e nemmeno per gioco, era una necessità fisica, la loro, volevano semplicemente provare a volare…volare in un piccolo spazio, cercando di non farsi male, con le ali spiegate a mo’ di farfalla. Uccelli giocosi in una gabbia aperta,  aerei senza passeggeri….privi di anni, di zavorre.

Guya, la più agile, era stata la prima a scovare l’ immenso tubo, che venne definito “il nido”.

I gemelli rubarono le tute, dal capanno sulla spiaggia, la porta aveva ceduto al loro peso senza difficoltà.

Qualcuno portò la musica, una immensa radio che quasi si accese da sola, annunciandosi con una nenia lenta ed intrigante, che li avvolse e coinvolse.

Iniziò la danza,  che i pescatori di passaggio identificarono come macabra, il nero incorniciato dal grigio/acciaio, un rito antico…li salutarono senza voce, allontanandosi dalla riva.

Per loro, invece, fu libertà, un movimento, tra sogno ed incubo, non più  piccoli uccelli….non risero, non si sfiorarono, ed ognuno divenne quello che in fondo voleva essere: un falco dagli occhi di gelo, un’ aquila aggressiva e sorda, un cardellino timido…..un pavone impietoso e tronfio, qualcuno diventò airone…e non fece mai sapere del suo volo pesante…….

Io, io mi ritrovai nel sogno, rannicchiata nel letto e divenni gufo….ed aspettai la notte per poter vivere…..

Fotografie del tempo

La freccia del tempo – di Luca Di Volo

Tre, anzi, quattro libellule, giovani donne danzanti che sembrano aggredire l’obiettivo,volti ed occhi abbagliati dallo splendore di un panorama inondato di luce. Avanzano trionfanti, quasi fossero sul palco di un teatro dove il pubblico è sospeso nell’attimo che precede il primo applauso scrosciante. Comincia a formarsi una musica che,trapassando l’immagine ci giunge come sottofondo sottile e struggente..

Bello..troppo bello….Bisogna congelarli nel tempo questi attimi,e così avviene nella foto.

L’immagine è fissata nel tempo, immutabile. Ma il tempo non si può ignorare, continua a fuggire e non si ferma.

E allora spostiamo la clessidra in avanti. Un’altra istantanea..ed eccole qui le nostre ninfe danzanti,sono ancora belle..sedute insieme, intente a sferruzzare con l’uncinetto. Non c’è più l’antico smalto, ma nell’ora della quiete della viuzza, esso gli si sostituisce con un colore antico, più morbido e avvolgente. Inventano storie  fantastiche, forse quando le racconteranno i nipotini ne saranno spaventati…Sicuramente faranno qualche commento al vetriolo sulle  ultime imprese della bellona del paese..Oppure nella pace dell’angolo serale ricameranno ogni tipo di dipinto, con francescana pazienza.

Ma capovolgiamo ancora la nostra clessidra.. Ora si forma un’immagine …insolita..Ombre di luce e materia ,sembrano agitarsi trasportate da un vento potente.Un vento che sembra provenire da un improbabile oggetto geometrico..una sorta di condotto,forse un passaggio ignoto. Un segno …una promessa di rinascita? L’azzurro del cielo che si intravede, così splendente, ci induce a crederlo. Ma non lo sapremo mai. Almeno finché anche noi non saremo lì.

Intermezzo: fiaba autobiografica

“Il cielo più bello non esiste” – di Carla Faggi

Il castello che si vedeva in lontananza era immenso, aveva tante e tante torri, ponte levatoio e si stagliava contro un cielo stellato stupendo, il più bel cielo che Carla avesse visto.

Le sue amiche le dicevano che per possederlo doveva aspettare un principe azzurro che ce la portasse.

Carla un po’ aspettò, ma era di carattere impaziente e poi gli piaceva fare le cose da sé!

Quindi, dopo aver ascoltato i consigli di sua madre, detta la Fata Morina, per i lunghi capelli scuri, decise: parto da sola e vado a conquistare il castello!

Prese tutto il necessario, scarpe comode, un maglione caldissimo perchè era un po’ freddolosa,e un sacco a pelo.

Chiamò la Fatina Morina e gli disse: non torno per pranzo e forse neppure a dormire. E si incamminò.

Il castello ed il cielo stellato sembravano vicini ed invece erano lontani lontani.

Cammina cammina Carla incontrò tante persone e paesi, anche un principe azzurro sul cavallo bianco da cui accettò un passaggio per arrivare prima al castello, ma poi scoprì che di principe aveva solo il mantello ed il cavallo. Quindi un po’ delusa scese e continuò il cammino da sola.

Avrei dovuto dar retta alla fatina Morina, pensò, mi aveva detto che ero in grado di arrivarci da sola e solo dopo averlo conquistato avrei potuto ospitare il cavaliere che più mi piaceva.

I paesi che incontrò furono tanti, alcuni ballavano e cantavano vestiti con abiti alla moda, altri erano tristi e soli, si sentivano inadeguati e cercavano se stessi.

Incontrò anche paesi che volevano fare la rivoluzione, e rimase un po’ lì con loro. Ci credeva nella rivoluzione, pensava che tutti avrebbero potuto avere un loro castello e tanto, tanto cielo stellato.

I rivoluzionari gli piacevano ma la rivoluzione non le riuscì, allora andò avanti.

Cammina cammina si accorse che camminare era bello, la soddisfaceva, arrivava quasi sempre dove aveva deciso, e quando non ce la faceva continuava l’indomani.

Ogni tanto alzava gli occhi al cielo e cercava quella stella laggiù laggiù che gli sembrava tanto bella. Era sempre lontano lontano, però erano così belline anche quelle stelle sopra di lei che sembravano tanto più vicine.

Infine arrivò vicino ad una quercia e ci si sedette sotto. Che albero stupendo, pensò, si sentiva tranquilla e allo stesso tempo eccitata!

Forte e protettivo, sapeva di casa sua. Rivoluzionario però, le foglie le perde non in autunno ma a fine inverno, per dare generosamente spazio alle gemme.

Gli sembrava che quella quercia fosse un castello e poi sopra, quel cielo era bellissimo anche se non c’era quella stella laggiù laggiù.

Si sentiva proprio bene, cosa era successo? Non sapeva spiegarlo, forse erano stati i paesi in festa che aveva incontrato, o quelli tristi e riflessivi, forse le rivoluzioni, quelle riuscite e quelle fallite. Oppure l’essersi messa in gioco o la fortuna di aver trovato quella quercia, oppure semplicemente perchè sopra di lei c’era un cielo bellissimo.

Fu così che decise di ritornare a casa, tra l’altro aveva anche un po’ di fame.

Arrivò appena in tempo, la fata Morina aveva appena buttato la pasta.

La seconda foto

DONNE SULLA PORTA – di Sandra Conticini

Anche quest’estate sono lì, la Giuseppina, l’Ida, la Maria e l’Elsa, ma manca la quinta la sora Giulia che quest’inverno se n’è andata.

Io l’ho detto a mi’ figlioli, dice la Giuseppina, quando muoio buttate via tutto e vendetela quella casa, ma fate le cose a modino, altrimenti vengo a tirarvi pe’ i piedi!!!!

Tutti gli anni si mettono li con i loro lavoretti e passano l’estate  tra una chiacchiera e l’altra a fare le solite cose da ormai cinquant’anni.

La Giuseppina, la leader del gruppo ed anche la più giovane, ha le samnie perchè vorrebbe andare in giro per i paesi a ballare o alle feste ma, come dice lei, le altre non ce la fanno sono troppo vecchie e, fra patate, calli ai piedi e dolori alle ginocchia è un miracolo se arrivano alla porta.

Ci furono degli anni che aveva trovato delle persone più giovani che andavano in ferie nella casa accanto alla sua e la sera la scarrozzavano a cene e balli e lei era contenta. Le altre passavano la serata a parlare alle sue spalle ed il giorno dopo tutto era come prima.

Anche quel tempo è passato e si è dovuta rassegnare a stare lì fuori con queste amiche a farsi prendere dalla noia.

Eh sì perchè quello è uno dei tanti paesi fantasma, sempre vuoto in inverno e in estate ci sono solo persone anziane che non sanno come fare la spesa perchè negozi non ce ne sono e si devono raccomandare a questo o a quello per farsi portare qualcosa.

In inverno si lamenta e spera di poter andare presto alla casa in campagna per stare fuori in compagnia. Quando poi è li non vede l’ora di tornare in città e chiama i figli perchè la riportino a casa, ma poi non vuole tornare. 

La terza foto

Giocando da Cecilia – di Carla Faggi

Forza, prova, ce la farai!

Guarda come faccio io, uno due e…salto!

Ecco, guarda anche Luca, tre quattro…doppio salto!

Via, prova anche te, non è difficile. Vedi si fa così…cinque sei…sono su una gamba sola!

Anche Gabriella salta, sette otto…si tiene con una mano e gira…è bravissima, lo puoi fare pure te!

Non essere paurosa!

Nove dieci…vedi Tina come è brava, doppio salto mortale e Carmela, undici dodici…a testa in giù, incredibile!

Forza, prova, non è difficile!

Vedi come fa Chiara…tredici quattordici, triplo salto mortale, e poi Vanna…stupenda, quindici sedici, è bravissima!

Che dici? Vuoi provare anche te? Peccato…è troppo tardi! Ormai…!

Sta arrivando Cecilia e si fa un altro gioco!

Le tre foto

Il tubo – di Stefania Bonanni

Non succedeva mai niente, in questo paese dimenticato, a metà  strada tra il mare profondo, ed il deserto di una smisurata campagna arida.

Fino al giorno in cui arrivò la notizia dell’oleodotto.  Avrebbe attraversato il mare, sarebbe sbucato proprio qui, e avrebbe proseguito distruggendo il paese, gli ulivi, quella misera nostra campagna. Tutto sarebbe stato più  povero, più deserto, più inutile, più  brutto, e soprattutto, non più nostro.

Ci si ritrovava in piazza, seduti sulle panchine di pietra, tutti i giorni, tutto il giorno, fin da quando eravamo piccoli. Mai molto allegri, più spesso annoiati, sempre sognando e parlando di andare via. Solo che non si sapeva dove,  né a far che. E consapevoli che si sarebbe stati soli.

La notizia dell’arrivo del tubo ci aveva devastato. Solo sul momento, però. Perché poi ci era nata dentro una rabbia che cresceva via via che passavano i giorni. La rabbia ci aveva scosso, ci dava energia e parole, e voglia di gridare, ma anche di ballare,  cantare, e di ridere. Di saltare e di abbracciarci.

Finché  il tubo arrivò davvero. Nessuno ci aveva ascoltati, né  visti, né  sentiti.

Un tubo gigantesco,  piazzato tra il mare e la spiaggia, subito dietro la barriera di scogli.

Ci si avvicinò con sospetto. Era enorme: un lombrico transgenico, un’arteria di ferro. Ma la dimensione che più ci colpì fu quella del foro, dentro al tubo. Lucido, rifletteva le onde e moltiplicata il riverbero dei raggi di sole.  Sembrava un’armatura. Poteva essere un’armatura. Faceva sognare. Sembrava il carapace di un animale sconosciuto. A noi sembrò una tana. Era rovente di giorno e freddissimo di notte, ma ci nascondeva e riparava. Non ci pioveva, come in piazza. Non si vedeva nulla,  guardando da fuori il riflesso del sole sul metallo faceva sembrare tutto buio. Ci si poteva cantare, ed il rimbombo faceva compagnia, ci si poteva rintanare bagnati appena usciti dall’acqua, si ballava, si scivolava sulle pareti tonde.

Non ci si divertiva così  da quando avevano smesso di alzare il palo della cuccagna, in piazza.

Guardare insieme tre foto

Gruppo di signore in un esterno – di Nadia Peruzzi

Più di uno al paese andava raccontando che ci erano nate su quell’angolo di strada,in quello scorcio di case un po’ sgarrupate ma vive. Si erano ritrovate a giocare lì con i loro vestitini a fiori, ai tempi della scuola,nelle ore del pomeriggio a compiti fatti.Crescendo, quel canto del paese era diventato il luogo dei segreti della loro adolescenza, dei primi amori che si dovevano tener segreti ai genitori e dovevano rimaner celati nel patto ferreo fra loro,pena la rottura della loro amicizia. Poi il racconto dei matrimoni e dei fidanzamenti,dei figli in arrivo o già arrivati e le complicazioni ,le ansie ,la felicità che ognuna trasmetteva alle altre.Adesso chi passa vicino a loro e le saluta mentre rincasa le guarda come sopravvissute di un mondo non più al passo con i tempi. Troppo sanguigno e fatto di rapporti diretti, sull’uscio di casa,dopo aver fatto le faccende di corsa per trovare il tempo per parlarsi e stare insieme facendo pure qualche lavoretto per diletto. Più di una volta era il prendersi in giro con bonomia ad avere il sopravvento, spessissimo il divertimento era fare il liscio e busso a chi si ritrovava a passare davanti a loro.La signora Argia era quella che se la passava peggio.Appena sentivano il ticchettio dei tacchi da 12 in fondo alla via,erano già pronte a farle la radiografia.Quanti bracciali,quante collane,quanto trucco! Era un po’ sopra le righe la signora Argia ,le piaceva mettersi in mostra e loro non gliene perdonavano una. Avevano scoperto anche il primo dei tanti ritocchini che si era fatta nel corso degli anni. “ Ma non si guarda allo specchio prima di uscire con quelle gonne così corte?E quelle labbra ormai a canotto?”“ E qui poeromo di Alvise come farà con tutte le corna che si porta appresso da anni?Possibile che un si sia mai accorto di nulla? Ohimmena,che mondo arrovesciato!” E giù a sferruzzare l’ennesimo maglioncino che poi nessuno dei nipoti si mette mai. “ Vanno dai Benetton, loro, mai avuto il piacere di vedergliene indossare uno alla Luisa ”, dice la Pina.“Ma lo sapete, fa la Giuseppa, che l’Alice l’è incinta? Ma mica di su’ marito. Sembra di uno che l’ha incontrato in discoteca una sera che la c’è andata con le amiche!” “Che tempi” dicono in coro le altre! La trina di uncinetto sembra non finire mai. Forse è come quella di Penelope . La sera a casa l’Armida la disfa per rifarla uguale uguale il giorno dopo . Ne ha fatte così tante di trine all’uncinetto che ormai non sa più dove attaccarle. Anche la stanza da bagno ne è piena e sa che suo marito non le sopporta più. “Sono stufo di vivere dentro una bomboniera !Prima o poi te le stacco tutte!” le ha detto più di una volta. Nell’epoca del tutti frettolosi e tutti chiusi in casa , quel quartetto è diventato man mano la memoria storica e insieme l’autobiografia del paese. Il paese è così si sa tutto di tutti, ma qualcuno ne sa sempre più di qualcun altro e le arzille vecchiette non erano seconde a nessuno. Non è difficile pensare che dopo aver vissuto per tanto tempo insieme, per non far dispiacere all’una o all’altra, possano anche passare a miglior vita tutte nello stesso momento.E perché no anche su quell’angolo che ha visto srotolarsi le loro vite, le loro gioie , i loro dolori , le loro ciarle venate di ironia e molta saggezza contadina. Il sindaco, noto anticipatore e organizzatore indefesso, da qualche tempo rimuginava  su come tradurle in fonte sempiterna di ispirazione. Un monumento per consegnarle all’immortalità sarà sufficiente e di che tipo? “ Quasi quasi ne parlo con il geometra Compasso, è un tipo un po’ strano,  ma di idee ne ha da vendere e penso che  faremo proprio un bel lavoro”.