La prima rosa al Bigallo

PADRE E FIGLIO – di Elisabetta Brunelleschi

foto di Elisabetta Brunelleschi

Stamani sono salita al Bigallo. Lassù c’è la casa dove sono nata. Da quando la mamma non c’è più io apro le finestre, sistemo, riordino, elimino, curo i fiori. Accanto c’è quella delle zie e anche lì gli stessi gesti tra antichi mobili e aiuole disordinate, fitte di fiori e di arbusti.

Sono entrata nel parcheggio semivuoto e in fondo, dove è più largo, vedo Franco con il figlio: stavano giocando a pallone. Il babbo era vestito come fosse nell’allenamento di un’importante squadra: maglietta tecnica a maniche lunghe, pantaloncini neri con sotto una calzamaglia grigia e ai piedi un paio di scarpette da vero calciatore. Dado aveva un toni blu, ma anche lui calzava le scarpette chiodate. Erano uno di fronte all’altro, dado il portiere e il babbo che lanciava il pallone mostrandogli come posizionare i piedi e le mani.

Chiusa l’auto mi sono avviata verso il cancello, mi ero ripromessa di sistemare i vasi, concimare, potare qua e là, togliere i rami secchi.

Ho lavorato per più di due ore accompagnata dai tonfi leggeri del pallone e dalle voci sommesse dei due giocatori.

Dopo un po’ non li ho più sentiti, scomparsi?

No, li ho visti riapparire in leggera corsetta intorno al parcheggio, parevano molleggiare sul prato verde di un campo regolamentare. C’era stato l’intervallo merenda. Poi il pallone ha iniziato di nuovo a balzare. A mezzogiorno sono saliti in casa.

Ci siamo salutati. Franco avrebbe preparato la pastasciutta. Gemma, la mamma, era al lavoro.

È stato un mattino di tranquillità, con il sole che lentamente si allungava a accarezzare i fiori già sbocciati, le gemme gonfie del diospero, le foglie tenere delle rose.

Dopo i divieti dell’ultimo DPCM che all’improvviso ci son caduti addosso, costringendo molti a rinunce e lasciando alcuni nel dubbio di cosa si poteva o non poteva fare, il Bigallo mi era parsa l’unica scelta possibile.

E lassù nel silenzio e nella pace, complici i divieti e le vacanze forzate, un padre e un figlio giocavano insieme.

Sarà alla fine questo il modo per sconfiggere i contagi?

In silenzio parlava d’amore

 Sara – di Vanna Bigazzi

“Come va Sara ?”

“Adesso un po’meglio ma sono stata male, anche dentro.”

“Come mai?”

“Mi sono sentita più sola e più triste del solito…neanche la mamma in questo periodo era presente, a causa di una cugina ricoverata. Ho pensato tanto, non potendo fare altro… ho pensato a quando ero piccola e trascorrevo le estati con i nonni, in campagna.”

“Stanno in campagna i tuoi nonni?”

“No, ma passavano le estati là, nel Mugello, in una casa vicina a quella di una famiglia contadina.”

“Ti divertivi in mezzo agli animali?”

“Si, mi sembrava di essere un’altra, più vera, più dentro la vita, più normale.”

“Cosa ti piaceva?”

“Il risveglio al mattino, prestissimo, al canto del gallo, gli odori buoni che entravano dalle persiane socchiuse: un’aria densa e fresca di erba,di stalla, di latte. Non so, un misto di profumi che mi faceva gioire. Ero contenta allora, di una contentezza che poi non ho più provato.”

“Ed i tuoi, venivano a trovarti?”

“Si, alcune volte ma sinceramente non mi importava molto di loro, ero contenta così, con i miei nonni, con la loro cagnetta Diana, molto brava nella caccia alla lepre, ma soprattutto perché potevo andare dalla Gina, la moglie di Pippo, il contadino che abitava poco distante da noi, nella colonica. La Gina mi piaceva tanto: aveva molte rughe nel volto ancora giovane, la pelle scura per il sole nei campi, occhi comprensivi ma soprattutto un sorriso molto dolce e sincero. Quando mi vedeva arrivare ed affacciarmi alla porta della sua casa, quasi sempre aperta, mi chiamava, mi invitava ad entrare e senza chiedermi niente, estraeva dalla madia un grosso filone di pane profumato, ne tagliava una fetta e mi preparava la merenda, quasi sempre pane, olio e sale oppure pane vino e zucchero. Mangiavo e la guardavo, lei silenziosa mi accarezzava i capelli.”

“Hai visuto bei momenti…”

“Si, non mi mancava nulla allora…”

“E poi?”

“Al rientro in città, tutto tornava ad essere vuoto, mi mancava il sorriso della Gina e a quei silenzi si sostituivano i chiacchiericci e gli schiamazzi delle amiche della mamma: donne che parlavano tanto senza dire niente, non come la Gina che nel suo silenzio mi parlava d’amore.”

La panchina

La panchina – di Nadia Peruzzi

La panchina sembra nata insieme a loro. Forse l’han messa lì proprio per loro. Hanno finito di invecchiarci sopra parlando del più e del meno.

A volte circondati da ragazzi che si divertivano a farli arrabbiare con i loro scherzi innocenti.

Più spesso da adulti che potevano essere i loro figli.

Son sempre stati due compagnoni Gino e Michele per questo il gruppo che si riuniva attorno a loro,  col passare del tempo, era diventato sempre più numeroso.

Sapevano raccontare storie tutti e due. Ognuna era un affresco su mondi di cui non sono rimaste che poche tracce.

Le baldorie sull’aia dopo la vendemmia e la mietitura.

Le case e i fienili,  che erano stati rifugio dei partigiani che avevano aiutato durante la Resistenza.

La rinascita dopo la lunga notte del fascismo e della guerra e il cambiamento cui avevano assistito almeno fino ai primi anni 70.

Con i lavori dell’Autostrada erano arrivati anche nuovi amici,  molti venivano dal Sud o dalle zone più depresse e povere della Toscana.

A ogni racconto brillavano gli occhi, ora all’uno,  ora all’altro. Erano lampi di luce di una storia collettiva della quale si erano sentiti parte attiva.

Era arrivata fino a loro e alle loro famiglie e aveva contribuito a cambiare le loro condizioni di vita.

Poi era arrivato il periodo cupo, quello della confusione. Le vecchie certezze tramontate senza essere state sostituite da passioni altrettanto forti e da qualcosa di nuovo che fosse in grado di scaldare il cuore veramente.

Quella panchina verde con lo smalto sbollato e la ruggine che faceva capolino le aveva seguite tutte le loro peripezie.

Sembrava le avesse assorbite come una spugna per ritrasmetterle appena qualcun altro fosse riuscito a sedercisi.

Eccoli qui anche stamani nel giorno 1 della zona arancione applicata su scala nazionale.  Mogi, sguardo basso,  parole che faticano a uscire. Cosa inconsueta per loro così ciarlieri !

Ognuno aspetta che sia l’altro a partire. Ma non c’e’ gran voglia di commentare quello che li costringe a un arrivederci a chissà quando.

Gino, per evitare di scoppiare,  decide di dare il via.

-“ Allora,  hai sentito a che punto siamo? L’hai sentito Conte ieri sera?”

-“Macché,  avevo gente a cena. M’ha detto qualcosa l’Argia stamattina,  ma era più in confusione del solito e in verità un c’ho capito nulla”.

-“Gente a cena?O che s’è matto! Ora per un bel pezzo nisba, mi raccomando. Ognuno a casa sua e tutti tranquilli!Questo virus Corona sembra sia proprio una brutta bestia e bisogna vedere se stando in casa si riesce a sconfiggerlo! Sembra d’esser tornati al tempo di guerra, vero Michele?Ci bombardavano con bombe vere allora. Quante se n’è viste cascare e che paura con quei figliolini piccini che piangevano a ogni scoppio.  Ora ci bombardano a suon di notizie e così tanto che i morti sembra di averli in casa”.

-“Davvero, sai?Io la televisione la tengo quasi sempre spenta se no l’Argia la si deprime e io la seguo a ruota”.

-“Sie, la mia Giovanna l’è dura come un macigno. Dalla mattina alla sera davanti alla tv. Quando si parla in casa la mi pare diventata un’epidemiologa anche lei”.

-Comunque, Gino anche per noi qui la si fa dura. S’ha una certa età e bisogna stare parecchio attenti. Il giardino oggi è vuoto o quasi e a me di stare a distanza di un metro e mezzo un mi va mica.  Sento arrivare la solitudine a partire da un metro, figurati a di più.  Le persone, tu lo sai, mi piace sfiorarle, sentire i profumi che si portano dietro. Anche se sono solo del lavoro che fanno sanno di buono, sanno di vita”.

-“Lo dici a me che io ho pure il vizio di toccarle al braccio mentre parlo. Ora non si può fare, vietatissimo!”

-“ La sala carte chiusa, non si può nemmeno andare a vedere da fuori le finestre tanto un c’e’ nessuno. Cinema chiuso. Al bar del Circolo, per prendere un caffé misurano la distanza di sicurezza e c’e’ il caso che ti facciano fare la coda anche fuori dal bar! Che vita è questa?”

-“E lo so. Per un po’ ci toccherà stare di più alla tv lo sai che barba. Poi con la Giovanna penserai mica che il telecomando mi tocchi a me. Quindi parecchie ficsion d’amore e poco sport sicuro!”

-“Speriamo passi presto sto can can. Mi sta già venendo l’ansia a pensare di non uscir di casa. A far la spesa ci manderò i mi figliolo, l’Argia altrimenti le son più le cose che la si dimentica che quelle che la porta a casa!Via,  s’è fatta ora di pranzo. Bisogna ti lasci Gino. Ti abbraccerei volentieri,  ma un si pole”.

-“Michele ho visto in tv come si fa. Ci si tocca gomito con gomito. E’permesso. Oppure stando bene attenti a non perdere l’equilibrio si può anche toccarsi piede con piede”.

-“Noi che se n’è passate tante una così ancora mai vista. Nemmeno durante l’Asiatica del ‘69. Via, peniamo poco a salutarci che se no mi vengono i lucciconi.

-“Guarda te un virus icché ci fa fare! L’è un cambio di abitudini di nulla! Panchina,  mi raccomando aspettaci,  tanto si dovrebbe tornare presto. Non tradirci nel frattempo. Due come noi non si trovano mica spesso”.

-“Ciao,  Gino. Mi raccomando il telefonino tienilo a portata di mano che io senza sentirti almeno una volta al giorno mica ci so stare. ” 

Cambiamento: la discussione e lo scambio

Come se fossimo fisicamente insieme ecco le nostre sensazioni relative alla scintilla “Cambiamento”. Grazie a tutti voi che avete l’obiettivo di un cambiamento partecipato e condiviso. A voi che date il senso dell’UNITA’ un grazie dal più profondo del cuore.

Cecilia

La parola di oggi: cambiamento – di Chiara Bonechi

Cambiamento è una parola grande, talmente grande che mi perdo a pensarla.

Mi guardo allo specchio, ogni giorno uguale all’altro, stessi occhi, stesso naso, stesse labbra ma i giorni si susseguono e il cambiamento si insinua silenziosamente, impercettibilmente sul volto.

E ti ritrovi cambiata.

Si insinua nella mente e nel cuore vivendo, quando gioie e dolori, serenità e preoccupazioni ti fanno diventare quello che sei.

“Non voglio cambiare, voglio continuare a fare come prima, stavo bene prima!”

E invece eccomi qua, da giorni in casa, con mio marito e mia figlia tornata dalla zona rossa, in  isolamento fiduciario per fare la nostra parte nel frenare l’epidemia.

E’ bello ritrovarsi insieme, condividere ogni attimo, non siamo da soli ad affrontare l’emergenza, ci teniamo compagnia, abbiamo chi ci lascia pane, latte e acqua,  il congelatore è pieno, le provviste non mancano.

Ma i giorni passano ed ecco che il cambiamento si fa sentire.

In tre sempre presenti, sempre insieme, nessuno che si muove per lavoro, per sport o per la spesa, non eravamo più abituati. Ognuno cerca i suoi spazi ma non ce ne sono abbastanza per tutti contemporaneamente, ognuno deve rinunciare a qualcosa, tocca a tutti.

E allora si prova a cambiare, anche in casa, certe nostre abitudini e provando mi accorgo che si può.

Non so da quanto tempo non andavo allo scaffale dei giochi da tavolo dei miei figli e ritrovo le scacchiere, le carte, le tombole. Non ho mai giocato a scacchi, nel pomeriggio mio marito mi insegnerà, è un’occasione per imparare, da non perdere.

Intanto attendiamo impegnati a vincere una partita importante, è in gioco la salute pubblica in questo momento, poi di nuovo un cambiamento. 

Cambiamento – di Rossella Gallori

…MA LO HAI SENTITO CHE TOSSE C’HA PIERO?!?!

ME LO SUSSURRA BERCIANDO, PINA DAL TERRAZZO.

AVRÀ RIPRESO LA BRONCHITE, FARÀ LA FINE DELLA SIGNORA BERTI CHE SON 15 GIORNI CHE NON APRE LE FINESTRE.

Rifletto e mi pongo la domanda: ma come fa una che non ha sentito la sirena dell’ autoambulanza, al nostro portone, né ha visto le fiamme alte del colorificio a pochi metri da noi, ad aver sentito tossire Piero…ad aver visto finestre chiuse, così lontane da lei così miope ed anche qualcosa di più ?!?!

Sono i misteri semplici ed innocenti del posto dove abito, il vecchio parroco lo diceva sempre, tra il serio ed il faceto: Rovezzano ha tutti i difetti del paese  ed i non pregi della città. Concordo, concordavo…poi arriva un inizio di marzo anomalo, con uno tsunami, che non mi fa cadere, ma traballare, traballare si, ed ho bisogno di appoggiarmi…a qualcosa a qualcuno, ecco arrivare lento il mio cambiamento, il mio modo diverso di guardar cose e persone…

E tutto cambia nel mio breve camminare, vivere, respirare, guardare la gente…le cose…

Suona la campana di San Michele e quello che prima mi sembrava fastidioso, diventa atteso ed indispensabile, e mi giro verso la chiesetta che poco frequento e sembra dirmi : oh se hai bisogno ci sono, sono ancora aperta, non so per quanto ma ci sono…male male preghi sul sagrato.

Esco, sperando di incontrare anche per un ciao,  tutto bene, i bimbi? Si grazie tutto ok! E …son contenta, di questi incontri, che una volta definivo banali, non avevo voglia di guardar negli occhi la gente, ora inforco occhiali da lontano per coglier meglio le espressioni, le cose.

E per miracolo dopo più di quaranta anni, mi sento cittadina di un posto dove non sono nata, ma che mi appartiene, con un parco bello, verde ed accogliente, una piazzetta  con un monumento ai caduti, dove un bersagliere sembra correre più verso il barretto di Roberto, più che verso la vittoria l’ ho sempre definito “spennacchiato” ora mi sembra fiero, utile ai miei occhi.

E quell’Arno minaccioso, che ora diventa rifugio, libertà…

..no non sono cambiata io, magari, sarebbe un miracolo, abbandonare paure, brutti ricordi, lutti e questo difendermi sempre, faticoso ed inutile, perseguitata da fantasmi dei quali a volte non ricordo neppure il nome,no non sono cambiata purtroppo,

 ma guardo in modo diverso ciò che ho sempre visto e non ho mai guardato…e camminando scopro affetti veri, cuori semplici, e scorgo i loro sorrisi il loro porgersi a me.

La posta, la farmacia, la bottega che profuma di mortadella, il tabaccaio, l’edicola…

Una realtà che mi andava stretta ed ora mi va giusta quasi mi avanza…come casa mia, con il telefono che squilla spesso, ed è molto meglio del silenzio forzato, perché io senza parole mi sento più sola.

Cambio posto sul divano, guardo quei soprammobili inadatti al poco spazio che ho : un giorno” fo “un pulito e butto via tutto….l’ ho sempre pensato….ma oggi, oggi no! Riguardo il cerbiatto di ceramica, che tutti trovano orribile e lo trovo quasi bello, lo scopro polveroso ed un po’ me ne vergogno, lo spolvero con quasi affetto ed egoisticamente penso a me ed al mio modo diverso di guardar le cose…tutte le cose.

Cambiamento – di Carmela De Pilla

Certe immagini, certe parole vissute rimangono con te per sempre, ti accompagnano e ti cullano soprattutto nei momenti difficili, sostenendone tutto il peso.

Mi piace ricordare mia madre e mio padre vissuti in un tempo e in un luogo in cui tutto era difficile, perfino il respiro rimaneva contagiato dal peso della vita.

Ma riuscivano a resistere a tutte le intemperie, il vento li travolgeva, li buttava per terra e loro…loro si rialzavano e ricominciavano a camminare.

Non erano i soli, tutti portavano sulle spalle il proprio fardello, ma riuscivano a riprendere il cammino a volte con sofferenza e rabbia, ma spesso con un sorriso .

  • Che dobbiamo fare, è la vita.

E continuavano.

Lo chiamavano destino, fato, rassegnazione, cambiamento, adattamento.

E continuavano.

Oggi la chiamano “ resilienza “, che parola importante,mette quasi soggezione! Ma che vorrà dire?

“ Capacità della materia che riesce ad adattarsi ai cambiamenti…in psicologia, capacità dell’individuo di adattarsi in maniera positiva ad una condizione negativa e traumatica.” Così cita il vocabolario.

Ma pensa un po’, i nostri genitori erano resilienti senza nemmeno saperlo!

Certo, lo facevano per necessità, ma si adattavano ai cambiamenti con naturalezza, con quella flessibilità che permette di resistere, di continuare a camminare.

Ecco, mi viene in mente questo pensando a ciò che sta succedendo oggi.

#iorestoacasa si estende a tutta Italia.

Così dice l’ultimo decreto.

Sembrava un’influenza un po’ più grave e invece la velocità con cui il virus contagia migliaia di persone ora è davvero preoccupante, i numeri ci raccontano una situazione che fa paura e allora è necessario cambiare, modificare le nostre abitudini.

Cambiare completamente rotta.

Non soltanto per il coronavirus, ma per la vita, non si può più aspettare, bisogna cambiare ora.

Cambiare per rimettere a posto i sentimenti, le relazioni, gli affetti.

Cambiare per ridare alla terra ciò che le spetta di diritto.

Cambiare per ridare valore alla vita, non al denaro.

CAMBIAMENTO – di Sandra Conticini

I cambiamenti positivi mi destabilizzano, figuriamoci quelli negativi!

E’ difficile che vada a cercare i cambiamenti positivi, mentre quelli negativi arrivano da sé in un momento e, con loro, il cambiamento al quale ti devi adeguare. 

La routine mi da sicurezza, forse a causa dell’educazione e del modo di vivere della mia famiglia. Non sono una persona che sogna, mi accontenterei di pace, serenità e leggerezza, ma sembrano tre cose troppo ambiziose e difficili da avere. Comunque, con il passare del tempo, riesco a sentirmi un po più tranquilla e far finta di non vedere certi problemi che sono meno importanti. Prima, invece, tutto aveva la stessa importanza, credo perchè mi dovevo riabituare ad una vita molto diversa da come l’avevo impostata.

Anche nel mondo esterno ci sono cambiamenti di tutti i tipi che mettono molta ansia. Quello che prima sembrava positivo ora si ritorce contro. Negli anni 60 nacque la plastica. Che bella invenzione, si diceva. Ora i mari, sono sommersi da buste, bottiglie, i pesci muoiono, ma anche le montagne non scherzano, si trova plastica dappertutto, grazie alla maleducazione del genere umano.

Il clima sta cambiando grazie al buco nell’ozono e la natura sbaglia le stagioni perchè  le temperature aumentano, le piogge sono troppe o troppo poche. Il freddo non viene e quando viene è tardi e brucia i raccolti. Ora anche i virus mutano, i nostri fisici non hanno anticorpi e quindi ci mettono in ginocchio, fisicamente, psicologicamente ed economicamente.

Per tutti questi cambiamenti, ed anche altri,  ci mettono a dura prova e dobbiamo tirare fuori il nostro coraggio, e la voglia di vivere non deve mancare per continuare ad andare avanti.

Cambiamento – di Patrizia Fusi

Lavorare da casa per me e un ritorno al passato, a vent’anni già lo facevo, non mi piaceva perché la casa mi distraeva e avevo meno contatti con le persone.

Oggi pomeriggio sono virtualmente con tutti voi e cerco di scrivere.

Mi sono lasciata prendere però da alcune distrazioni casalinghe: ho teso i panni.

La lavatrice è in funzione: il rumore di sottofondo ha sostituito il rumore di fogli girati, il leggero fruscio delle penne che scorrono sui fogli bianchi riempendoli di storie interessanti. Immagino i vostri volti.

Come si cambia per necessità e per ricominciare, giocare con le parole scrivendo le mie emozioni col sottofondo della canzone di Fiorella Mannoia, mi si riempiono gli occhi di lacrime per l’incertezza del domani per tutti noi a livello di nazione e individuale delle famiglie. Sono e saranno momenti duri. E’ come tornare bambini e dovere rimparare a camminare, credo e spero che dopo nulla sarà come prima, spero che tutti insieme ce la faremo.

La matita della vita – di Anna Meli

            Anche oggi, come ogni mattina mi sono alzata e ho spalancato la finestra. Il solito bel  panorama che si stende sulla campagna, si è  presentato ai miei occhi. Ho respirato profondamente l’aria frizzante. Giornata meravigliosa! Il sole abbracciava tutto, mentre le prime api selvatiche succhiavano nettare dai fiori rosa del susino-ciliegio e la tartaruga, uscita dal letargo invernale, muoveva la sua testa da serpente alla ricerca di qualche erbetta.

            Tutto veramente bello! Tutto uguale!…No! Tutto cambia come le stagioni, come il tempo, come la vita; a volte con un progredire lento ma continuo, a volte improvvisamente. Fin dal primo vagito e come se una matita tracciasse una linea progressiva, inframmezzata da eventi lieti, difficoltà, paure, esperienze varie che finiscono per essere la storia di ognuno di noi, fatta di continui cambiamenti fisici e psicologici.

            Fin da piccola ho sempre mal sopportato le imposizioni anche se erano giuste. Ci voleva solo la santa pazienza di mio padre per farmele capire ed accettare. E poi… poi mio padre venuto a mancare improvvisamente in giovane età e, se fino ad allora, avevo vissuto serena ed appagata, questo cambiamento fu per me traumatico. Andai avanti, male per un periodo, poi la vita riprese i suoi spazi e il suo camminare. La matita continuò a tracciare la sua linea incontrando nel percorso eventi diversi, belli e meno belli a volte tragici, sempre però condivisi in famiglia e anche da amici e conoscenti.

            Sono arrivata ad oggi ormai anziana e anche un po’ stanca, ma non ho perso la voglia di reagire. La notizia di questo virus infernale sta cambiando le mie abitudini più belle. Dovrei stare chiusa in casa, non prendermi cura dei miei amati nipoti, non fare la vita di sempre! Capisco tutto, ma non ce la faccio proprio a stare in clausura!

            Ieri, imponendomi le regole che continuamente i media ci trasmettono, sono uscita per una passeggiata e ho incontrato alcuni amici e siamo stati bene insieme. Abbiamo incontrato tante altre persone. Le stradine che portano in aperta campagna erano invase da gruppi colorati e chiacchierini, osservanti delle regole sulla distanza. Mi sono sentita sollevata.

            Tornata a casa al tramonto, non ho acceso la TV e mi sono riposata pensando che tutto passa, tutto cambia e si evolve. Passerà anche il virus che non riuscirà ad annullare la voglia di stare insieme e vivere in armonia.

Cambiamento – di Nadia Peruzzi

LA FORMICA E LA CICALA AI TEMPI DEL CORONA VIRUS. (UN CAMBIAMENTO E’ POSSIBILE, ANZI SALUTARE!)

Ce la ricordiamo tutti la storia della formica operosa e della cicala svogliata e gaudente fino a oltre il limite della irresponsabilità.

Ci hanno imbastito sopra nei secoli dei secoli  codici di comportamento, moniti,  indicazioni da seguire. 

Fino da bambini siamo stati istruiti a vedere tutto e solo il bello nella formica irreggimentata,  infaticabile, stakanovista, esatta metafora di una catena di montaggio assoluta e impareggiabile.

In fondo non è così che man mano e in varia forma hanno agito per condizionare anche gli esseri umani, sempre più ridotti a ingranaggio di un sistema che corre corre corre e mette da parte gli interrogativi complicati come: “per fare che” , ”a vantaggio di chi”,  ”con quali costi individuali e collettivi”?

La cicala da sempre additata come esempio negativo. Una che se ne strabatte della fila indiana fitta fitta orientata verso quell’unico obbiettivo accumulare accumulare accumulare . Lavoro , lavoro , lavoro in nome di un programma genetico privo di una reale volontà al di là del dinamismo finalizzato alla fatica materiale.

Te la immagini da sola , la cicala, in panciolle mentre laggiù in basso le formichine si muovono all’unisono e a testa bassa e con un passo marziale da sturmtruppen schematiche, senza guizzi di volontà individuale.

L’avessero, come potrebbero pensarsi solo e unicamente in funzione del lavoro? Vero che c’e’ l’inverno, vero che si deve stivare il più possibile per la sopravvivenza in vista dei tempi morti o bui.

Ma vivere un po’ nel frattempo , non sarebbe cosa buona?

E le formiche , pur se intruppate a centinaia siamo sicuri che nel loro intimo non provino anche loro la loro dose di solitudine, talora peggiore di quella della cicala che canta da sola? Sentirsi soli in mezzo a centinaia sa di esclusione da un gruppo , quasi confina con l’eresia il fatto di provare sentimenti che rischiano di ostacolare il ritmo a cui ciascun pezzo della catena accumula le scorte per l’inverno che arriverà!

In questo eccesso operoso e senza limiti i tempi non rischiano di tingersi di buio anche prima che l’inverno faccia capolino?

Il tempo di dare una sbirciatina al cielo per vedere che colore abbia e che forma prendano le nuvole mentre si rincorrono spinte dal vento vogliamo considerarlo un disvalore?

Un libro? Come lo collochiamo un libro in tutto questo?

Se faccio andare l’immaginazione e tornando alla nostra storia , nel mondo delle formiche lo spazio per un libro non c’è. Nemmeno quello di osservare la bellezza dei fiori che nascono nei prati che ribollono già di primavera.

La cicala ce la vedo invece con un libro in mano! In fondo è un’artista del bel canto estivo. E’ vero che è un po’ strafottente , ma un’artista prima o poi con un libro i conti ce li fa .

Non può eccedere nei suoi atteggiamenti tuttavia, altrimenti la stagione cattiva rischia di trovarla impreparata.

Nemmeno la formica dovrebbe farlo però.

Rischia di non vivere o vivere male, persa in quell’esercito in fila indiana che lavora lavora lavora solo in vista di accumulare per l’inverno.

A differenza di quando ero bambina , penso che la cicala in fondo abbia le sue ottime ragioni .

Se ci fosse una linea di comunicazione fra formiche e cicale potrebbero giocarsela con una trattativa pacifica in cui le une imparano un po’ dalle altre e contaminandosi potrebbero decidere di smussare schemi e rigidità inveterate e ataviche per scegliere la via del giusto mezzo .

Cambiare per migliorarsi può risultare benefico per le une e per le altre e nel cambiamento la formica potrebbe pure decidersi ad aiutare la cicala in una solidarietà che nella storia originale non si trova.

Non hai lavorato e hai cantato : muori e che me ne frega !!

Cosa c’entra il coronavirus in tutto questo?

C’entra eccome.

Si continua a girare  come trottole senza sapere di portarselo dentro , secondo i codici informativi del mondo in cui viviamo e le ore del giorno rischiano di mancare.

Il dinamismo in eccesso come unica spinta per progredire diventato agente di contagio , di quale portata reale ancora non è dato sapere.

Ci sentiamo tutti un po’ costretti nelle regole di comportamento che dicono siano utili a isolare e circoscrivere l’effetto moltiplicatore del virus.

Costretti al cambiamento anche se non l’avevamo preventivato, messo nel conto, figurarsi poi per un evento simile.

Cambiare per proteggersi e proteggere gli altri. 

Ne potrebbe venir fuori anche qualcosa di buono una volta che ciascuno ripensa sé stesso in funzione degli altri . Che poi sono tutti quelli con cui entra  o può entrare in contatto.

Lo smarrimento e il timore che ciascuno di noi prova, anche se cerchiamo di tenerli nei cassetti di fondo della nostra coscienza, potrebbero lentamente tornare a farsi meno pesanti.

Possiamo uscire da tutto questo uguali a prima o diversi.

Se passata la nuttata e la tempesta ci ritrovassimo di nuovo dentro alla corsa e alla competizione sfrenata che non lascia tempo se non per un ego ipertrofico che ragiona solo in termini di vittoria e sconfitta, e come unica misura di sé nel mondo la corsa per la corsa , ne usciremmo male e con la testa girata all’indietro .

I segnali del precipizio collettivo ci sono anche oltre il virus attuale che ci mette in ansia e ci fa penare.

Cambiare riscoprendo la lentezza , la gioia di non dipendere del correre delle lancette dell’orologio, la libertà ritrovata dalla dittatura dello smartphone che canalizza tutta l’attenzione che in altri tempi avremmo dedicato ad altro e ad altri, è qualcosa che sarebbe salutare riuscire a mettere in pratica .

Il cambiare per non morire questa volta rischia di essere non più solo una frase che si adopera come metafora della necessità di non sclerotizzarsi dentro un bozzolo , per quanto rassicurante e protettivo lo si possa considerare.

Cambiare per non morire è più che altro una necessità per tutti. Sarà opportuno coglierla questa volta , prima che finisca il tempo per poterlo fare! 

Primo incontro virtuale: Cambiamento

Incontro virtuale con “Le Matite per scrivere il cielo”.

Cambiamento è anche ripercorrere certi ricordi alla luce di nuove sensazioni.

E’ anche guardarsi tra di noi con un cuore più limpido.

E’ anche riascoltare canzoni note con il cuore diverso.

Ecco la musica e le parole di Fiorella Mannoia: “come si cambia per non morire”……

Cambiamento è anche spostare l’obiettivo da noi stessi a chi ci sta intorno. dai nostri progetti a quello che il destino ci mette di fronte.

Cambiamento può essere anche imparare ad usare le parole con maggiore attenzione.

Queste dunque le scintille di oggi, di questo martedì 10 marzo 2020. Un giorno dei tanti del nostro delirio epocale.

Inviate i vostri video o messaggi vocali sul gruppo w.a. oppure inviate scritti per mail

lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

A presto!

Io non ho paura

Io non ho paura – di Gabriella Crisafulli

Era una di quelle albe brumose che fanno rimpiangere di essersi alzati. Ma  era una ragazza tutta di un pezzo. Aveva deciso di andare a messa e doveva farlo a quell’ora perché dopo la zia andava al lavoro e toccava a lei prendersi cura dei bambini.

Fuori dal palazzo le strade erano deserte. I grattacieli di quella periferia svettavano uno accanto all’altro nel silenzio assoluto. Sentì un brivido di freddo. Guardò per bene l’edificio da cui era uscita e se lo impresse nella memoria. Che fortuna! La parrocchia era vicina e aveva in calendario la prima funzione di prima mattina. Così lei poteva garantirsi, malgrado il suo impegno a Milano, la sequenza continua dell’eucarestia nei primi venerdì del mese, cosa che le avrebbe garantito la salvezza eterna.

Accelerò il passo per la preoccupazione di trovarsi in un posto sconosciuto. Riuscì a scaldarsi un pochino e resistette al ghiaccio della chiesa.

Tornando a casa era felice: operazione riuscita in perfetto orario.

Dentro all’androne cominciò a scongelare e all’uscita dall’ascensore, all’undicesimo piano, era pronta per badare ai suoi cugini.

Quando suonò il campanello le venne ad aprire una donna sconosciuta che la guardò con sospetto: che ci faceva quella ragazzina davanti al suo uscio a quell’ora del mattino? E chiuse la porta.

Etta guardò la targa affissa accanto all’ingresso dell’appartamento, ma effettivamente non c’era scritto il nome dei suoi zii.

Pensò di aver sbagliato piano. Salì a quello di sopra, scese a quello di sotto. Se li fece tutti. Niente: spariti. Dissolti nel nulla. E lei con loro.

Uscì per strada, esaminò con attenzione la pulsantiera alla ricerca del cognome: ma Cosenza non era scritto da nessuna parte.

Ripercorse il tragitto fatto e di nuovo le sue gambe la portarono in quel luogo. Si stava facendo tardi: la paura le cresceva dentro. Si vedeva in un film di terrore.

Percorse le scale del grattacielo a destra e poi di quello a sinistra.

Nulla.

Si disse “io sono qui, sto pensando, non sono matta, non credo ai fantasmi, devo solo trovare dove andare.”

“Io non ho paura. Lo sanno in tutta Italia. Lo ripetono sempre i miei genitori. Mai avuta, fin da piccola. Non ho mai pianto di paura: non era possibile”

– Etta è una bambina coraggiosa – dicevano.

Erano sette i palazzoni identici uno accanto all’altro.

Se li fece tutti.

E all’undicesimo piano di uno di questi, alla porta giusta, la zia l’accolse col suo sorriso bonario.

Mentre si toglieva la giacca, le venne accanto la piccola Daniela. Senza una parola le si strofinò vicino per farle festa, piano piano, timida e riservata come sempre.

Il diavolo

Il diavolo – di Gabriella Crisafulli

Le piaceva molto quella casa. Dopo che la sua famiglia di quattro persone aveva vissuto  nell’alloggio militare (due stanze senza bagno), finalmente avevano trovato posto in un appartamento vero: cucina, tinello, soggiorno, due camere e un corridoio a elle che dalla porta d’ingresso portava al bagno.

Erano stanze luminose, assolate, accoglienti.

Dal balcone più grande ci si affacciava sulla collina del Baradello tagliata a mezza costa dalla Napoleona.

Dalla parte opposta si apriva la visuale del cortile di accesso alla palazzina.

C’era persino una grande vasca da bagno che serviva anche per il bucato. Etta aveva il compito di passare il sapone in pezzi sui fazzoletti a mollo e di strofinarli fino a togliere il muco: era molto orgogliosa che la mamma avesse bisogno di lei e si impegnava con tutte le sue forze quando teneva le lenzuola da un capo perché lei potesse strizzarle torcendole dalla parte opposta.

Non c’era riscaldamento centrale ma due stufe, quella economica in cucina e una di ferro, adiacente alle camere, nel punto in cui il corridoio si piegava a gomito.

All’inizio della bella stagione quella nel corridoio veniva dipinta con una vernice d’argento che la faceva risplendere.

All’arrivo del freddo, quando era accesa di nuovo, sprigionava un fumo denso ed acre che impediva di respirare e faceva piangere.

Alimentata a carbone, si arroventava e diventava completamente rossa. Quel cilindro incandescente si stagliava nel buio della notte emanando bagliori di fuoco.

Etta aveva paura.

Ogni volta che andava in bagno si muoveva intorno a lei con circospezione scivolando lungo la parete opposta a quella dove si trovava.

Le sembrava il diavolo.

Come quello che aveva incontrato sul treno Milano – Palermo.

Nel silenzio della carrozza, mentre padre e madre dormivano, la guardava con due occhi che sembravano fanali.

Lui le faceva cenno di stare zitta.

Lei sentiva il suo corpo.

Rimase zitta.

Era paralizzata dalla paura.

In fondo la situazione in cui si trovava non le dispiaceva.

Aveva paura e un grande senso di colpa.   

Voltare pagina

La finestra sul cortile – di Gabriella Crisafulli

E all’improvviso il mondo si ferma di nuovo come allora.

La finestra è aperta su un agosto implacabile, l’aria è immobile, la temperatura cresce di ora in ora.

Siamo sole, io e te, bambina mia, mentre un martello pneumatico batte accanito sulle pietre.

Proseguirà fino a sera, così come ieri, così come domani, così come sempre, esclusa la domenica.

Ci sono da realizzare le nuove cucine e si approfitta dell’agosto per ultimare le opere prima che l’attività ricominci a pieno ritmo.

Devo scegliere: o si chiude la finestra e si muore dal caldo o la si lascia aperta e si impazzisce dal rumore.

Siamo sole, io e te, bambina mia.

Anzi, no.

Ogni giorno alle quattro del mattino arriva l’infermiera: mi mette in gola un sondino lungo un metro che terrò per alcune ore.

Poi c’è chi consegna il mangiare tre volte al giorno.

Alle 9 passa un medico.

Nient’altro.

Cinquant’anni fa non esisteva il telefono in camera né il televisore o la radio. Non era ancora tempo di cellulari.

Potevo leggere, scrivere, sognare: era meglio non farsi troppe domande. Ero spaventata. Però potevo lavorare a maglia.

Mi hanno anche proposto di abortire, ma quando me l’hanno detto tu ormai eri la mia piccina.

Siamo sole, io e te, bambina mia, sul basso continuo del martello pneumatico che si fermerà a mezzogiorno: a mezzogiorno gli operai mangiano.

Li vedo bagnare il pane con l’acqua e strofinare sopra il pomodoro. Qualcuno ha anche la cipolla di Acquaviva.

E si fermerà alle 18: alle 18 smettono di lavorare.

Proprio sole forse non siamo: vengono a trovarci quattro persone. Si tengono a debita distanza: siamo in isolamento.

La domenica arriva il tuo papà.

Non ci domandiamo se questa malattia danneggerà la tua salute, ma il pensiero è sempre lì.

Ti parliamo.

Ma gli altri giorni mentre altre mamme e altri bambini sono immersi in un universo sonoro di voci e musica, per te e per me c’è solo il martello pneumatico.

Dopo mesi di malattia, all’ennesimo rialzo termico, vacillo e penso seriamente che non ce la faremo: il medico ride della mia paura.

Non riesco a difendere la mia bambina a cui arrivano tutte le medicine che mi intossicano.

Me ne sto lì, immersa nel vuoto.

Ormai la fede scivola via dall’anulare e la sposto al medio.

In quei giorni gli astronauti sono scesi sulla luna, ma te ed io non possiamo andar via di lì.

Poi sei nata.

Ti ho esaminata centimetro per centimetro: eri bella, eri dolce, eri soffice, eri sana.

Ho tirato un sospiro di sollievo.

Ho aperto le porte ad una incontenibile felicità.

Avevo tanto latte e tu ne prendevi a volontà.

Ho voltato pagina.

Ho pensato che tutto quello che avevamo passato sarebbe stato cancellato per sempre dalle nostre vite.

Un giorno ricorderemo

Un giorno ricorderemo questo periodo e magari faremo fatica a credere che sia davvero esistito.

Un giorno.

Per il momento lo stiamo vivendo. Ci stiamo organizzando come meglio si può.

La “Matita per scrivere il cielo” ha deciso di essere prudente, rispettosa delle indicazioni che coinvolgono tutti noi, ma vuole anche continuare a esserci. Continueremo a mandare “scintille” come dice Chiara, a mandare segni di unità e speranza.

Per questo i nostri incontri cambieranno modalità. Useremo video e messaggi online.

Noi Matite ci siamo, ma in modo assennato, prudente e responsabile.

Buon cammino in salita a tutti!

Instantanea di un giorno di paura

PAURA – di Sandra Conticini

Le giornate passano lente e solo brutte notizie, meglio non ascoltare tutti i telegiornali, servono solo a mettere ansia.

Anche i messaggi che arrivano sono negativi. Tutte le attività sono sospese e quelle non sospese eviti di farle perchè per la testa hai sempre quel virus dal nome regale, ma meglio evitarlo!!! Vado per i campi, aria pura, cielo azzurro, prati pieni di fiori dal giallo al bianco al viola, ne colgo qualcuno così porto a casa un po’ di colore  in queste giornate grigie e tristi.

Ora mi sono un po’ scaricata  ma, ritornando per le strade del quartiere, mi  si riaccende la tristezza, non vedo più le coppie di persone anziane a prendere il sole sulle panchine. Persone che prima stavano per ore sul marciapiede a conversare ora dicono un semplice “Buongiorno” e sembrano  scappare per paura che l’altro sia l’untore.  Gli unici sono i nonni che, visto le scuole chiuse all’improvviso, portano i nipotini ai giardini, qualcuno con molta difficoltà e non si capisce se sia il nonno che porta fuori il bambino o il bambino che porta fuori il nonno. Si lamentano dei loro dolori e dei vari acciacchi, ma gli occhi brillano perchè si sentono utili e nei loro cuori entra una ventata di allegria.

Torno a casa mi inventerò anche il pomeriggio, cucinare qualcosa, leggere,

scrivere in questo momento mi riesce poco, ma ci proverò, fare qualche lavoretto, insomma tenere il cervello occupato perchè per ora più che la paura mi è preso l’avvilimento per l’impotenza che il mondo ha  davanti a quests mlattia sconosciuta.

Passerà, certo che passerà e spero molto presto! 

Isolamento

Quella volta che fui io l'”untore” – di Stefania Bonanni

Mi è  venuto in mente solo oggi, e questo è  davvero strano. Fu un momento  difficile della mia adolescenza,  strano sia scivolato giù in fondo, tra i ricordi poco importanti.

 Fu quando fui io l’untore.

Mi ammalai, ed il paese tremo’. Un paese di mezzo secolo fa, popolato da persone ingenue, niente a che  vedere con gli specialisti di oggi. Dopo che andai in ospedale, mi raccontarono di chi si avvicinava a casa mia per chiedere notizie,  e avvolgeva nel fazzoletto o nel grembiule, il dito con il quale  intendeva suonare il campanello.  E chiacchiere, chiacchiere. ..Ero grave, chissà. .

Io non avevo mai dormito fuori casa. Avevo quindici anni. Era la fine della prima superiore. Estate, all’inizio.  Mi porto’ il mio babbo tra le braccia, a  Villa Monnatessa, reparto malattie  infettive, isolamento strettissimo.  Vedevo i miei genitori dietro alla porta a vetri che non serviva per passare,  non si apriva mai. Mi raccontavano quello che succedeva in paese,  la paura che circolava,  la gente che andava a farsi analisi. All’inizio stavo male, ricordo flebo e punture. Appena mi sentii meglio tentai di ribellarmi.  Avevo sempre fatto grandi sceneggiate,  ogni volta che la mamma o anche il dottore di famiglia intendevano bucarmi il sedere, scappavo, strillavo, a volte esasperati avevano lasciato perdere. In ospedale, e questo lo ricordo come se fosse ieri,  un infermiere grosso come un armadio mi acchiappo ‘ al volo e disse tra i denti, e quello fu davvero spaventoso,  che non avevo scampo, potevo anche scappare,  mi avrebbe sempre ripreso. E lasciai mi bucassero. Poi, dopo giorni di sole flebo,  intendevano darmi i pasti dell’ospedale,  non poteva entrare cibo da fuori. Allora si, che feci storie…non mangiavo a casa mia,  figuriamoci. ..digiunai, feci la dura per qualche giorno. Poi una virago più larga che lunga mi spiegò che non sarei guarita, mi dimostrò che non mi reggevo in piedi. Da lì in poi decisi di essere diventata grande. Ero sola, dentro uno stanzone con soffitti a volta altissimi,  dove rimbombavano le parole e rimbalzavano gli sfrigolii dei carrelli degli infermieri. Poi, nulla. Ore e ore, e giorni, settimane, nulla. Facevo parole crociate e leggevo. Quaranta giorni. Avevo l’epatite virale. Non ricordo di aver avuto paura, né  dell’ospedale, né  della malattia. Non era coraggio, semplicemente c’era chi si preoccupava per me, mi guardava dal vetro con occhi teneri, e mi fidavo.

Un pensiero però mi turbava moltissimo. Era stato spiegato ai compaesani che solo chi avesse avuto con me contatti stretti con scambi di secrezioni, era a rischio. “Nessuno”, dissero i miei genitori “figuriamoci, ha quindici anni!” E invece c’era chi era in pericolo.  E allora? L’avesse saputo il babbo, l’epatite virale sarebbe sembrata una passeggiata di salute, al confronto.  Non potevo chiedere,  Non sapevo cosa succedeva fuori. Un giorno dietro la porta a vetri c’era anche mia sorella. Le passai sotto la porta un bigliettino che avevo scritto in forma molto criptica, dove chiedevo mi rispondessero per scritto tutti i nostri amici, tutti…con i saluti, ed un pensiero per me. Giorni dopo il biglietto arrivò,  con le frasi di tutti, scherzose come sempre.  Accanto ad un certo nome c’era scritto: tutto bene, fosse necessario piglierei anche il colera. .Mi rasserenai, e da lì in poi feci solo pensieri romantici.

Parole per un girotondo

Un bel girotondo – di Laura Galgani

(…) Le parole che vorrei mettere in circolazione, per farle risuonare prima intorno a me, e poi, come in un gioco del domino a pedine invisibili, fino in Nuova Zelanda, per vederle tornare indietro, ancora più cariche di significato sono: rispetto, per ogni creatura esistente, fino ai fiori, alle piante, alle pietre. Pazienza, da esercitare ogni giorno, con sé stessi, con gli altri, con la Natura. Prendersi cura, di qualsiasi espressione della vita. Contemplare, perché la bellezza, se vogliamo, è a portata di mano, di sguardo, di tocco. Silenzio, ché la parola può essere tagliente, o di fuoco, e distruttiva. Umiltà, perché siamo fragili, e piccoli, e soli, e impauriti, e abbiamo davvero tanto, tanto bisogno, l’uno dell’altro.

Un anno fa

Il miraggio della normalità – di Cecilia Trinci

Chi l’avrebbe detto un anno fa!

Un anno fa andavamo a piedi per le vie secondarie dell’Antella, si cercavano fiori, si chiacchierava, si ascoltavano racconti e storie. Erano giornate calde, con tanto sole e non eravamo mai sazi di piacevolezze.

Un anno fa eravamo stati alla Chiesa di S.Quirico a Ruballa, si scoprivano tesori artistici, artigianato di qualità, il museo del legno. Tutto a pochi passi dalla piazza di Antella. Camminando facevamo progetti per le passeggiate seguenti.

Ci sentivamo normali. Eravamo normali.

Quanto mi pare lontana e preziosa oggi quella normalità. Quel sedersi sul muretto della chiesa, guardare l’infinito dietro le nuvole di Antella e sentirsi in pace, appagati. Le voci indisciplinate nella chiesa, le foto e le telefonate al cellulare, i pettegolezzi fuori campo, la fila per toccare gli armesi per il legno. E poi quel salutarsi, promettendosi una merenda in allegria su quel sagrato potente, ai primi caldi della primavera.

Quanto vorrei, oggi, tornare lì e guardare l’infinito dietro le nuvole di Antella e sentirvi parlare e ridere e scherzare, quanto vorrei scendere da lassù con la notte invernale che incombe e i piedi leggermente stanchi affrettati dentro le scarpe e il cuore pieno di vento e di parole.

Le “Parole del Piccolo Mondo” – M.L.

Gli autori di questa sezione hanno collaborato al progetto di scrittura creativa “La Matita per scrivere il cielo” come ospiti esterni, regalandoci immagini e ricordi di quello che loro stessi hanno definito “Il Piccolo Mondo”, cioè il mondo antico della vita quotidiana, che risalta vivida e appassionata.

La musica  della speranza –  di M.L.

C’è sempre stato il mare nella mia vita e la musica.

Sono di La Spezia, lì andavo a scuola……ma  non c’era l’Università; per frequentarla dovevo andare a Genova tutti i giorni e prendevo il treno. Vedevo il mare per tutto il viaggio.

Studiavo, leggevo, in treno. Dopo i primi viaggi di curiosità sul paesaggio poi prendevo quel tempo come solo mio per leggere tanto…..vedevo quel tempo in treno come spazio di conoscenza. Ma per tutto quel periodo  vedevo sempre il mare.

Il mare lo associo al  porto di La Spezia. E’ un rumore di lavoro. Bellissimo da visitare quando fanno andare (perché non sempre è possibile accedere  al porto) e si può vedere come lavorano. Bello per chi ama l’avventura. Il lavoro è importante per una città modesta come La Spezia. Il porto è un rumore di speranza. E’ la vita di quella città. La vita di quella città è basata sul porto e su quel rumore. Il lavoro sul mare. La vita economica è quella. Consola quel  rumore di lavoro.  

Il silenzio lo associo al buio alla guerra,  a qualcosa che non si esprime, non vuole apparire, un vuoto che non vuole essere vicino agli altri, partecipare. E’ qualcosa che si chiude, si nasconde, è terribile. Il buio è impossibilità di comunicare. E’ Il tempo di guerra quando   voleva dire morte.

Avevo dieci anni durante la guerra, poi la guerra è durata e quindi avevo anche  più di dieci anni. Era invisibile la guerra ma la sentivo vicina anche per quello che non c’era, che era latente.

Posso associare questo ricordo di bambina al timore di non riuscire a capire cosa c’era in quel buio. La paura di non essere capace di decifrare cosa mi stava intorno.

Poi la vita è passata, sono successe tante cose, ma sono rimasta sempre così, innamorata del mare e della musica, sono una persona che ascolta con piacere, anche le vite degli altri.

Paura e basta

Paura – di Gabriella Crisafulli

Scivola, scivola, scivola

giù giù

fino al fondo

più fondo

dell’abisso

il timore che si fa paura

Avrà il dominio

sullo sciame sismico

di gorghi notturni

mentre risuonano

i terrori

nascosti

Avrà il dominio

sul mare

sul vento

nel freddo delle onde

tra mille maledizioni

di guizzi improvvisi

Paura paura quasi terrore

Paura – di Roberta Morandi


Camminavo con la mezzina  in mano che quasi toccava terra, tanto era sproporzionata rispetto alla mia altezza. Avrò avuto sette anni o poco più, sì perché mia sorella era già nata ed ero io che dovevo occuparmi di andare a prendere l’acqua buona al pozzo dei Tortoli.
Dovevo fare la salita, oltre l’ultima casa stonacata, poi solo campi e un viottolo, il piccolo cancello di ferro arrugginito che cigolava sui cardini secchi, ed ero arrivata al giardino col pozzo dove avevo il permesso di attingere l’acqua.
Era una serata fresca di fine estate, indossavo un vestitino a fiori, infilato in vita e con le maniche corte, fatto dalle sapienti mani della Luciana, non era ancora buio, ma neppure era giorno, era quell’ora in cui le ombre si allungano e sembrano prolungare il cammino, quell’ora in cui aspetti il momento del buio che arriva in un attimo.
Avevo cincischiato a lungo prima di andare, la mia mamma aveva dovuto ripetermelo più volte “vai  che poi non ci vedi”, ma io quel giorno non avevo voglia di andare a prendere l’acqua al pozzo, poi avevo dovuto  e mi ero incamminata.
Quella sera c’era una luna piena bellissima e grandissima davanti a me, illuminava tutto è mi ripetevo che anche se fra poco avrebbe fatto buio, ci avrei visto benissimo. Camminavo e fantasticavo su quella luna così grande rispetto alla collina di Montisoni che si intravedeva ancora, quando si affaccia alla finestra della casa stonacata una ragazzina poco piu grande di me con cui a volte giocavo, ma spesso mi prendeva in giro chiamandomi maschiaccio per la mia abitudine di stare in pantaloncini corti e giocare coi maschi a fionda o cerbottana. 
Mi sento chiamare e poi ridere – dove vai con quella mezzina? Non vedi che fa buio tra poco?-  Io che ero una bambina educata anche se giocavo coi maschi, le rispondo che stavo andando al pozzo dei Tortoli a prendere l’acqua.
– Ma lo sai che lassù, la vedi quella lucina?, ci sta una vecchietta  che scende in paese quando c’è la luna piena e viene a prendere i ragazzini soli?
Quelle parole con quella luna  in quella penombra, mi si stamparono nella mente e  in un attimo quelle ombre allungate e quella finestrella illuminata sulla collina di Montisoni presero la forma delle mie paure più profonde e nere. Rimasi lì impietrita, incapace di avanzare o arretrare, con la mia mezzina vuota stretta nella mano. Una lacrima cominciò a scendere lenta fino all’angolo della bocca, mentre la ragazzina dalla finestra rideva – fifona, fifona, sei solo una fifona –
Aveva ragione. La paura si era impossessata di me e non mi permetteva alcun movimento, solo le lacrime potevano uscire liberamente, bagnando il viso e il vestitino a fiori. Non singhiozzavo, ero immobile, pietrificata.
La paura, quella paura era diventata terrore.
Oggi, da grande, ho imparato a ironizzare sulle parole della paura per non farle diventare terrore.

Due parole: paura e fiducia

Paura e fiducia – di Chiara Bonechi

Quando arriva il primo freddo ho paura che il gelo della notte rovini le mie piante, in particolare temo per il mantofilo e per l’ azalea, mi precipito a coprire i due grossi vasi con i cappucci di carta stoffa sperando di proteggerli.

A primavera, scoprendoli, trovo le piante un po’ abbattute ma pronte a tornare vigorose.

In questo momento difficile dominato dal virus che si sta diffondendo, ho paura per l’impotenza che noi umani abbiamo verso l’imponderabile.

La paura che sento non degenera in panico, è lieve, il giusto sentire che mi impone di fare attenzione perché i contagi si riducano.

Attenzione dovuta a me e agli altri, una necessaria copertura come i cappucci per le mie piante.

Non sono sicura che le cautele igieniche e qualche restrizione alla nostra libertà di agire ci protegga  da questa brutta malattia ma so anche che di più non possiamo.

Limitare le scelte, gli incontri, i movimenti è faticoso, ci accorgiamo della nostra fragilità quando la quotidianità si interrompe ma lo sforzo è importante per contenere i danni e per il rispetto che dobbiamo alla vita.

E quando potremo spogliarci dalle restrizioni torneremo ad essere forti e pronti a ricominciare, io ho fiducia.

Le “Parole del Piccolo Mondo” – di Jolanda V.

Gli autori di questa sezione hanno collaborato al progetto di scrittura creativa “La Matita per scrivere il cielo” come ospiti esterni, regalandoci immagini e ricordi di quello che loro stessi hanno definito “Il Piccolo Mondo”, cioè il mondo antico della vita quotidiana, che risalta vivida e appassionata.

Il rosa del pepolino – di Jolanda Vignoli

Sono nata nel Casentino. Il mio paese era di montagna, c’era sempre la neve alta, il lume a petrolio, il foco per riscaldarsi, le mezzine per prendere l’acqua alle fontane. Si chiamava Cozzo, vicino a Montemignaio. Nevicava sempre tanto. Quando s’andava a scuola d’inverno ci dovevano spalare la strada.

Era un paese povero, qualcuno  lavorava nei campi o  alla macchia. Ma il lavoro non c’era: molti andavano in Sardegna.  Andavano a Grosseto, in Romagna, verso Roma, ….per tagliare la legna, ma anche per qualsiasi altro lavoro.

Stavano via 5 o sei mesi. Partivano con una cassettina di legno con un po’ di roba…mica si lavavano, mica si cambiavano tanto, quindi avevano bisogno di poche cose.

Andavano col treno merci a carbone e s’era tutti sporchi quando si scendeva per colpa di quel vapore….mettevano la paglia in terra sul vagone merci, ci si stava sopra come le bestie…

S’andava alla macchia anche noi bambini e non s’andava nemmeno a scuola se si stava lontano.

Andavano con la Sita o coi somari o coi ciuchi e andavano a prendere il treno a Porrena per prendere poi un altro treno per Arezzo. Anche per andare a Firenze si doveva fare un pezzo nel bosco con l’asino per andare alla Consuma. Allora i bambini si operavano tutti di tonsille. Si partiva per l’ospedale di Firenze con un ciuco carico. Per arrivare alla Consuma dove si prendeva la Sita per Firenze, bisognava alzarsi presto, passare  per i boschi anche se pioveva. Ci lasciavano un giorno ricoverati e poi il giorno dopo i familiari venivano a riprenderci alla Consuma coi ciuchi e poi ci portavano a casa.

Non c’erano strade.

La Sita ci faceva male perché c’era quel puzzo di benzina e ci faceva dare di stomaco.

Ho fatto tante volte questi viaggi: si pativa freddo, i vestiti addosso erano tutti di lana e pizzicavano, non ci si poteva stare nemmeno dentro, sembrava d’averci gli spini dentro la schiena

Io ho giocato poco, c’era da fare le cose in casa…..i giochi non c’erano….Al mio fratello gli  compravano il cavallino di cartapesta con le rotine …un genitore lasciava tutto al maschio, ma le donne non erano considerate….s’era anche gelose. Io ero gelosa del mi’ fratello. Un s’aveva nulla tutto ci pareva bello, le bambole si facevano con le spannocchie di granturco, si pettinavano…..si facevano con un mattone o un pezzo di legno, si vestivano… erano quelle le bambole. Ci mettevano un cencio o una sciarpa attorno a un pezzo di legno e ci bastava, si teneva abbracciata come una bambola vera. A Firenze c’era qualcosa, ma lassù un s’aveva nulla.

D’inverno andavo poco a scuola perché avevo sempre la sinusite mi sono operata a 18 anni , sono del 39….. quanto avrò patito…..sempre mal di testa….

Alla fiera ci compravano il croccante, l’anellino con la madonnina,….s’era felici di queste piccolissime cose . D’estate ci davano il pane con il cocomero, l’arancia col pane d’inverno…o bagnavano il pane e ci mettevano un po’ di zucchero se c’era. Nei campi si aveva tutti qualcosa….di fame non si moriva…si mangiava tante castagne …o c’era le mele, le more, le fragole….le patate…

Le balle di canapa, una volta usate, si ricamavano e si facevano le tovaglie. Le persone più anziane le ricamavano a punto a croce, filo erba, punto quadro….giornino.

Sfilavano la stoffa, facevano il giornino e poi  le frange e le mettevano sulle tavole come tovaglie. Io non lo facevo ma la mia mamma sì….Magari quando pioveva quando non potevano andare ne’ campi, non potevano fare il bucato facevano queste cose qui…rassettavano, facevano  ricami, lenzoli federe…..camiciole….calzettoni, golfi…. la calza….e con queste facevano le tovaglie non per mangiare ma per bellezza….Le balle le vendevano , ci mettevano le castagne, la zanza delle castagne, le patate, il grano…le utilizzavano per queste cose qui….vengo da Montemignaio….le castagne le seccavano nei seccatoi…..mettevano le assicine, con uno spazio sufficiente perché non cascassero  e a forza di foco le facevano seccare. Le mettevano poi nelle balle e le portavano a macinare. Poi tenevano anche i minuzzolini, per fare il foco durante l’inverno e anche questa zanza la mettevano nelle balle e via via d’inverno la bruciavano….

Ora ci sono tutti questi sacchettini che non son boni. Le balle invece le lavavano e le riponevano per l’anno dopo. Prima non si buttava via nulla.

Con la canapa facevano anche i lenzoli duri che non si bucavano nemmeno con l’ago. Facevano tutto da sé. La lana la filavano con il rocchetto e poi facevano i golfi, le camiciole, le calze…

La lana la filavano, la lavavano, la stendevano, l’aggomitolavano e poi ci facevano i golfi.

Prima era tanto freddo in Casentino ma i cappotti non si portavano. Ci si vestiva a strati e si avevano i geloni alle mani e gli zoccoli di legno con i calzettoni fatti a mano. Freddo non si aveva, ma si pativa una vita dura. Io avevo solo una sottanina e una volta che dovevo andare a Firenze la mamma la lavò la sera e la fece asciugare al foco durante la notte. Ci pativo perché ero ambiziosa. Dopo però, da adulta, non mi sono mai più fatta mancare i vestiti e le scarpe. Ho sempre speso per comprarmi quello che mi piaceva. Poco tempo fa, quando sono  tornata in Casentino e ho ritrovato una mia amica di allora gliel’ho detto: “Ti piace ora come mi vesto? Guardami bene!”

 La primavera veniva tardi e allora tutto si riempiva di fiori. I campi erano pieni.

Il pepolino si metteva nel minestrone: fa dei fiorellini piccolini ma con tanto profumo, delicato. E’ festoso  con  i suoi fiorellini rosa sulle prode dei campi! In primavera tutti i prati si coloravano del rosa del pepolino. Si raccoglieva da bambine, si facevano mazzolini che poi si mettevano sulla tavola, o nelle cappelline. Ce n’era tanti di fiori prima, viole, fiordalisi, papaveri. Quando si tornava da scuola o si usciva ai primi giorni di festa si raccoglievano questi mazzolini e si mettevano nei vasi alla madonnina. Si faceva la gara a chi li faceva più belli. A volte vincevo io a volte le mie amiche, si faceva da noi a dire chi vinceva. “Oggi tu hai vinto te, c’hai più colori, più fiori.” Noi si faceva sempre, ora non ci sono più tutti questi fiori. Si sono persi. C’erano tante belle campanine che sono sparite. Hanno bruciato ogni cosa..

Un sorriso nella paura

LA PAURA DI RINO – di Simone Bellini

Era una notte buia e tempestosa.

I lampi, muti, in lontananza, facevano presagire l’arrivo di una bufera.

La solitudine della casa in mezzo al bosco era il motivo per cui la famiglia Vampi l’aveva scelta. La quiete che vi regnava li allontanava dallo stress imperante della vita moderna.

Ma in quella notte irrequieta, gli ululati dei lupi incupivano i raggi di luna, oscurati da nubi minacciose portate dal vento che si rafforzava sempre piu’,facendo sbattere i contorti rami sui vetri della finestra, insieme ad una miriade di pipistrelli disorientati.

– ORA BASTA !!! – Gridò il giovane Rino, per niente spaventato – ANDATE VIA, stanotte voglio dormire !!! –

Tutto sembrò obbedirgli ; i pipistrelli si dileguarono, i lupi tacquero, il vento cessò, i rami smisero di battere sui vetri. Tornò il silenzio, mentre Rino chiuse le ante della finestra per maggior tranquillità.

– SVEGLIA SIGNORINO ! –

 La voce squillante della nuova governante, appena assunta, scosse il torpore dall’ agognato sonno, mentre ella si apprestava ad aprire le imposte della finestra.

– NOooo ! – Urlò il giovane terrorizzato, mentre il primo raggio di sole bruciò la sua mano protesa a difesa del corpo che in un attimo si decompose, riducendo in cenere la vita del giovane Vampi Rino

Paura dei limiti

Oggi – di Tina Conti

Si, l’orto, i fiori, i bambini, il piccolo mondo intorno

Tutto gira, si deve essere contenti

Ma cosa senti che vorresti?

Non solo la mente per spaziare,

Le gambe per correre,

L’infinito solo per la mente

Vorrei il coraggio di andare,

Oltre, senza limiti

Non è cosi, non lo sapevamo

Non volevamo riconoscere il limite

 Si c’è un limite. E nell’uomo e nella sua bellezza

La natura dell’uomo

Così grande, geniale, sorprendente 

Ha un limite.