Facciamo i conti con il presente

Risveglio – di Patrizia Fusi

La prima luce della mattina filtra dalla tapparella della camera, sono nel caldo del letto, piccoli rumori mi svegliano, il leggero ronzio del bruciatore, lo strisciare del cassone del letto nell’appartamento sopra, una tapparella alzata con vigore, il parlare sommesso della coppia che sta sotto di me, un passo pesante che scende le scale, tutti questi rumori mi fanno compagnia.

La gattina non ha dormito con me stanotte, forse è perché in questo periodo mi giro tanto, lei non si sente sicura.

Scendo dal letto, la cerco nella sua cesta sotto il letto non c’è, passo nel corridoio, nella penombra la vedo nella sua casina, due faretti lucidi, ho avuto paura che ieri sera mi fosse scappata per le scale, lei quando vede la porta aperta esce volentieri, le piace stare lì, annusare gli odori di tutti.

 Nei periodi caldi si distende tutta sul marmo per godersi il fresco che c’è per le scale, o scende fino nell’ingresso e si mette a guardare dalle vetrate della porta, scappando velocemente all’arrivo delle persone, posizionandosi nelle scale a seconda di dove queste vanno. Questa volta è in casa.

Ritorno a letto, mi stampo sul viso un sorriso perché sento arrivarmi addosso la pesantezza del momento che viviamo, un piccolo salto e la gattina mi si posiziona sulla pancia vicino al viso, inizia a fare i mostaccini, si ferma, mi guarda, i suoi occhi sono lucidi, il pallino nero dell’occhio è grande, mi fissa, ci guardiamo, chissà cosa passa nella sua testolina, sentirà anche lei questo cambiamento, percepirà la mia tensione.

Sono troppo presente?

Gli mancano i ragazzi?

Gli manca le persone che frequentavano la casa?

Anche io sento la mancanza del quotidiano.

 Abbassa lo sguardo e mi appoggia il musino sul mento.

Mi alzo, mi segue, alla parete della camera c’ è appeso un poster dove c è scritto (la volontà del popolo e indomabile e la sua forza è invincibile. Salvador Allende).

Penso quante eventi negativi presenti e passati sono secessi nel mondo, la vita continua.

Ce la faremo.

Dalla finestra vedo una fila di alberi pieni di fiorellini rosa, l’aria fresca della mattina entra nella stanza insieme al canto degli uccellini, il verde del prato mi rilassa, vedo passare il vicino di casa con la sua canina, prima quando mi incontrava mi abbaiava ora che mi ha conosciuta quando mi vede mi annusa la mano e scodinzola, se è in giardino e passo per strada fa un piccolo abbaio per farsi vedere.

Mi sposto in terrazza, per strada passano pochissime macchine, sull’autostrada solo autotreni, anche questi lavoratori insieme a tanti altri fanno dei sacrifici per tutti noi, perché il paese non caschi nel panico.

C’è un silenzio strano, l’aria è fresca c’è meno smog , inizio a curare le mie piante, la terrazza e il mio fuori, gli uccelli continuano il loro concerto con suoni diversi, le margherite tappezzano il prato lungo il borro con i loro fiorellini bianchi.

I bambini che siamo stati: piccola scintilla in superficie

Fioretti – di Gabriella Crisafulli

Era la primavera del 1954. 

Ho frequentato per qualche mese un istituto guidato da suore: giusto il tempo di essere pronta per gli esami di prima elementare. L’anno successivo sarei stata iscritta in seconda presso la scuola pubblica. 

Partecipavo anche alla dottrina per la preparazione alla Prima Comunione.

Un giorno ci venne consegnato un foglio con una lunga serie di quadratini. Andava compilato con una crocetta per ogni fioretto fatto, oltre alla relativa descrizione in che cosa consistesse. 

Così, da quel momento in poi, io che ero una bambina scrupolosa, mi impegnai moltissimo per essere più buona, più obbediente, più brava: solo Dio sa quanto mi costarono quelle crocette.

Dopo una settimana, quando ci ritrovammo per verificare le nostre buone azioni, ogni bambina riferì quante ne avesse fatte.

Le cifre che volarono in quella stanza mi fecero tremare e io, che non ne avevo più di dieci, mi sentii molto mortificata davanti a tutti.

Da quel momento in poi seppi come regolarmi: non feci più nemmeno un fioretto ma segnai un sacco di croci.

I bambini che siamo stati: e ora chi sono?

……e ora chi sono? – di Anna Meli

…..e ora chi sono?  Chiudo l’album di fotografie che ho sfogliato fino ad un momento fa e lo ripongo nel cassetto. Vado verso la porta, la apro, sono in giardino.

            Là in fondo il sole sta tramontando e fende con gli ultimi raggi una nube, esce dalla parte opposta e crea uno scenario surreale. Nella mente una domanda: come ero da piccola e…come sono ora? Le foto che ho appena messo a posto mi hanno fatto notare cambiamenti fisici dovuti alla crescita, anzi all’età, ma interiormente non sono poi cambiata granché.

            Sono ritenuta una persona forte, che sa dare coraggio, eppure mi sento tanto fragile! Mi piace il silenzio perché mi rende libera di pensare. Sono innamorata della natura in tutti i suoi aspetti, anche in quelli meno gradevoli perché so che dopo la tempesta il sole splenderà , il vento furioso  pian piano sarà gradevole brezza, la campagna tornerà a brillare nei suoi magnifici colori al ritorno della primavera e la vita continuerà anche dopo la morte!

            Ascolto volentieri la musica e leggo volentieri e con essi mi rilasso. Amo passeggiare soprattutto in aperta campagna col sole ma anche con la pioggia. Sono rimasta ferma nei miei principi di libertà e ascolto con educazione chi la pensa diversamente, mi confronto, ma poi  decido autonomamente. Difficilmente scatto e odio le persone litigiose.

            Il trascorrere del tempo forse avrà smussato gli angoli più rigidi del mio carattere, l’impulsività si sarà sottomessa alla ragione come il volto di una bimba a quella di una persona matura, ma nell’essenziale non credo di essere poi tanto diversa.

I bambini che siamo stati: l’Isola che c’era

L’Isola che c’era e che c’è ancora – di Stefania Bonanni

C’era l’Isola, e c’è ancora. Chi ci ha vissuto lì ha marchiati a fuoco, da qualche parte, quei giorni e quei discorsi che sono diventati bisbiglii confusi , piccoli rumori che arrivano da lontano, senza perdere senso, né sentimento. Credo, che si sappia o no, che quei giorni siano stati il barcone sul quale siamo stati traghettati, e non sono sicura che ci fosse terraferma,  allo sbarco, perlomeno non per tutti.

L’Isola era lì , molto più vicina della seconda stella a destra,  ma il viaggio era cominciato con noi,  non si improvvisano compagni di viaggio,  per la vita. Fossi un pittore, disegnerei una Chiesa in fondo ad un piazzale coperto di sassi, in cima ad una scalinata ricoperta d’erba , circondata da cipressi lunghi lunghi secchi secchi. Tutt’intorno  un muro su cui sedere, sospesi in alto sul paese.  Sotto il muro, disegnerei una nuvola spessa e cotonata, un po’ riparo, un po’ nascondiglio.

Fossi un poeta,  direi “un campanile che non sembra vero, segna il confine tra la terra e il cielo”, e sul telefono arriva la foto del campanile.  C’è scritto: veglia sempre su di noi. C’è chi sta pensando gli stessi miei pensieri, ancora.

Ci si passavano i pomeriggi d’estate. Erano estati caldissime e polverose, le ombre stitiche dei cipressi coprivano poco il sole prepotente, anche perché  nel pomeriggio si allungavano oblique verso il muro di cinta,  mentre noi ci si sedeva sui gradini della chiesa. Erano strani tempi: nessuno che si meravigliava del caldo d’estate, nessuno allergico ai cipressi, nessuno che passasse le ore in casa da solo. Erano i tempi delle gonne corte, valutando che in campagna arrivavano dopo, le novità.  Sempre più corte, le mie. Ricordo il tentennare di traverso della testa della nonna, e il caldo rovente degli scalini della chiesa, dove appoggiavo cosce alla fine, nude. Si arrivava a piedi, noi abitavamo sotto il campanile, o su scoppiettanti motorini, che erano al tempo, l’unico vero oggetto del desiderio. Dovevano essere assolutamente  rumorosissimi e per questo si sentivano strane cose tipo “truccare il motore, stappare la marmitta”, gerghi da maschi, incomprensibili. Dovevano farsi sentire, avevano timore non ci fosse altro mezzo, forse. Come con le gonne corte,  per farsi coraggio.

Ripensandoci,  quei motorini erano davvero buffi. Avevano cassoni stretti e lunghi, sedili allungati dove si entrava anche in due, anche se era proibito. Per acchiappare il manubrio, il guidatore si doveva schiacciare sul serbatoio dando origine ad una strana forma di essere, moderno centauro tutt’uno con il mezzo, dotato di camicia gonfia ai lati, che l’aria gonfiava come fosse una vela.

Immagini di vele,  viaggiatori, barche. Del resto, era un’Isola…

Su quel piazzale,  a fianco della chiesa,  tutti eravamo stati all’asilo dalle monache, poi alle elementari. Si era giocato sempre, da sempre, sotto quei cipressi, e si era bevuto dalle mani polverose l’acqua della fontanina. Poi si era fatta la cresima, la comunione, si era stati tutti in processione per le feste del paese. Sempre su quel piazzale c’erano anche funerali, ma all’epoca non ce li volevano, i ragazzi.  In quelle occasioni da una porticina a lato dell’ingresso della chiesa, altrimenti chiusa con lucchetto, spuntavano uomini vestiti di nero, con il cappuccio, che srotolavano striscioni e baldacchino dorati. Tutta la messinscena  rendeva morire una faccenda molto misteriosa,  paurosa, ma anche appartenente ad una dimensione altra, dove il dolore si mescolava alla scenografia, facendolo diventare sacro e condiviso,  da un paese che non lasciava da soli, mai. Nel bene, e nel male.

I bambini che siamo stati: il bambino caleidoscopio

Ho sognato di essere Achille – di Luca Di Volo

Ma queste scintille mi hanno invaso la casa. . una ne spengo, cento si ridestano…Bisogna soddisfarle, se no non mi lasceranno più in pace.

E allora avanti.

Una cosa stupefacente: i ricordi vengono fuori da ogni attesa cosciente. . un po’ come succede quando si tira un filo che spunta da un golf…ci avete provato? Tira tira. . se non si smette si resta nudi. Così è per i ricordi, sembrano piccoli e pochi, all’inizio, per poi diventare tanti , una catena lunghissima. . il nostro DNA dell’anima.

E alcuni, di primo acchito sono anche sbagliati. Già. . mi accorgo solo ora che a 10 anni forse non ero il bambino amorfo che mi sono descritto. Qualcosa c’era. . confuso e grezzo, da elaborare in futuro…ma qualcosa c’era.

In quel tempo avere l’influenza era una festa: non si andava a scuola, si veniva coccolati da mamme e nonne. . e poi non era un dramma: ”Il bambino ha l’influenza? A letto, digiuno e la sera un brodino. . ”. E il bambino ci stava sì sotto le coperte, non gli pareva vero. E c’era un’altra consuetudine piacevole: per farmi passare il tempo, ogni volta che avevo la febbre, mi veniva regalato un libro…

Fu così che mi persi. Il primo libro era “Storie delle Storie del mondo”, un compendio di leggende e mitologia Greca, dell’Iliade, dell’Odissea…cose del genere

Ma bastarono a precipitarmi in quell’universo di giganti e di eroi, di donne splendide e orribili megere. . , grandi re e mendicanti divini, dei e dee capricciose e incostanti, ma che incatenavano l’anima…quella degli adulti, figuriamoci un bambino.

Sognai di essere Achille…il “biondo Achille. . il pièveloce Achille…”Sogni infantili che strutturano e rimangono al fondo, ma presentissimi.

E poi Menelao che conquista Elena…Diomede, Odisseo. .

Ci rimasi immerso per tutta l’influenza e mi ricordo che guarire mi dispiacque parecchio.

Altra febbre, altra botta di innamoramento. Questa volta fu “Ventimila leghe sotto i mari”. Il Capitano Nemo, Ned Land, Consiglio. . il professor Aronnax…E giù per gli abissi…e per finire nel Maelstrom.

Seguì Salgari. . La giungla, i daiachi. . Monpracem. . Li bevevo tutti questi libri. . e non solo quand’ero malato.

Ecco perché è falsa l’affermazione di essere stato un bambino amorfo. In realtà dentro c’era un ciclone potente che si sarebbe fatto sentire dopo.

Altro pugno spirituale: a 10 anni il mio babbo mi portò a vedere la”Tosca” al Comunale…. Il grandioso finale del primo atto con il rutilante Te Deum…. mi colpì come una lama incandescente, poi sarebbero venuti Wagner, Sigfrido, Le Valchirie. . ma quel finale è sempre con me. . quando lo ascolto. . non mi vergogno. . mi viene da piangere.

Le mie aspirazioni , poi, erano confuse come i miei pensieri. Un giorno dicevo che volevo fare il fisico nucleare. . il giorno dopo il direttore d’orchestra. . e un altro l’archeologo. Non ero un bambino, ero un caleidoscopio.

I miei genitori ascoltavano guardandomi con un misto di tenerezza e compassione. ”Ma che sarà normale innostro figliolo? ” Risposta della mamma: ”Mah!”.

Curioso un’episodio: una di quelle megere spartane di cui ho parlato, sentendo la mamma che si lamentava delle mie “stranezze”, venne fuori con una battuta: ”Signora, per forza issufigliolo l’è un po’ diverso dagli altri, o un se n’è accorta che cià le stesse iniziali di Leonardo da Vinci”? Era solo una battuta spiritosa (e nemmeno tanto). . però da allora tutte le canzonature che mi son preso…Facevo bene qualcosa? Per forza , cià le stesse iniziali di Leonardo…. sbagliavo…che bischero , a Leonardo ugn’assomiglia proprio pennulla. . E così via…

Ad un tratto , quasi di sorpresa. . nella mia vita entrarono le donne. . Ma questa è un’altra storia. .

Marzo

Era un giorno di marzo – di Cecilia Trinci

Era una giornata di marzo, bella come questa, la prima volta che, per un progetto di lavoro, sono entrata in un carcere. Porto Azzurro col sole, la rocca, il cancello, la postazione di controllo dove lasciare la borsa, il cellulare, i documenti, qualsiasi altro collegamento con l’esterno. Non ero sola, avevo un accompagnatore che mi sosteneva nel percorso fino al di là del metal detector, del portone blindato che scattò con un potente clac dietro le nostre spalle. Chiusa. Ero chiusa anche io dentro quelle mura. Fumo di sigaretta, rumori metallici, mura strette. Gentilezza, curiosità, pudore. Sguardi. Distanza di sicurezza. In carcere è facile porgere umanità e riceverla. Se dai fiducia si spande intorno come caffè.    Il progetto fu pieno di risultati. Loro, i detenuti del progetto, passarono un giorno ad ascoltarmi, imparando con grande facilità tutto quanto insegnavo. A tratti un sorvegliante controllava buttando rimproveri a caso. Niente internet. Niente cellulare. Niente contatti esterni. Gli affetti al di là delle mura, al di là del mare. Avevano sguardi attenti e io, in cambio,  avevo solo parole  e fiducia piena.

 Ma quello che oggi mi ricordo è la disperazione che mi prese il giorno seguente, pensando esseri umani a vivere di continuo  quel senso claustrofobico che avevo vissuto. Durante l’intervallo del pranzo io potei uscire sulle mura della rocca a mangiare un piccolo panino. Loro no, rimasero dentro. “Non possono uscire in questo periodo” mi rispose il tutor accompagnatore. Come non possono uscire? Nemmeno un pochino dentro questo sole immenso sul mare blu? No. Erano le regole. Loro rimasero accalcati a fumare ad una piccola finestra che dava in una corte interna e da cui si vedeva a poca distanza da poterlo quasi toccare,  solo un muro bianco,  altissimo. Neppure il cielo si vedeva. Il fumo di sigaretta acre non riusciva a dissiparsi mai. Era caldo in quelle celle piccole e chiuse ed era solo marzo. Fuori, indifferente, Il sole  picchiava sulle pietre della rocca. Il mare blu si increspava appena sotto la brezza di marzo.

I bambini che siamo stati: scintille e ricordi

Ho sognato di volare – di Carmela De Pilla

Volare, quante volte ho sognato di volare.

Di giorno, di notte!

Quando ero bambina sognavo spesso di volare, era il modo più semplice  per liberarmi da quella prigione che ingabbiava il mio corpo e la mia anima.

Mi incantavo davanti al volo armonioso delle farfalle che disegnavano nell’aria graziose coreografie e le seguivo con lo sguardo finchè non sparivano del tutto.

Vedevo anche il luogo dove si incontravano, ali colorate che dipingevano tele impalpabili contro l’azzurro accecante del cielo e io con loro danzavo spensierata e felice.

E invece no, non ero affatto felice!

Volevo scavalcarlo quel muro, divorare la porta di quel collegio che mi separava dai miei genitori emigrati in Germania quando io ero troppo piccola per capire.

Tra le mura di quel giardino altri bambini giocavano ronzandomi intorno e io confusa mi sceglievo un angolo solitario per leggere il libro delle fiabe, lo portavo sempre con me.

Mi piacevano le fiabe, mi facevano entrare in quel mondo immaginario dove tutto è possibile, anche essere felice e io diventavo Cenerentola che balla con il principe.

Di notte mi tenevano compagnia le stelle, prima di andare a letto le guardavo, ce n’era sempre una più luminosa, era la mia mamma che mi lanciava un bacio.

Non mi piaceva la fiaba di Peter Pan, perchè voleva scappare dai genitori per andare nell’isola che non c’è?

Lui che poteva gioire per una carezza o per un bacio voleva allontanarsi dalla sua mamma e dal suo babbo!

Solo quando fui più grandicella ne capii veramente il senso e ancora oggi è una delle fiabe che amo di più, in fondo io ci andavo spesso nell’isola che non c’è.

Mi ricordo….. – di Anna Meli

            Se chiudo gli occhi risento le voci, i rumori, i profumi che hanno accompagnato quei momenti magici. Per quel che mi ricordo non ho masi pensato a quel che avrei fatto da grande. La vita scorreva in modo naturale; i problemi, anche se ci fossero stati, chi li vedeva? Avevo i miei genitori che mi volevano un gran bene, un nonno brontolone, ma buono e un fratello più grande otto anni di me che adoravo e a cui non perdevo occasione, come diceva lui, per appiccicarmi dietro.

            I miei giochi erano palla avvelenata, saltare alla corda, nascondino e altri inventati lì per lì. Tutto andava bene pur di stare all’aria aperta con altri ragazzi. Non disdegnavo nessuna compagnia  maschi o femmine che fossero e questo mi poneva in discussione con quest’ultime perché volevano fare gruppo a sé, cosa che non mi piaceva per niente.

            Non c’era a quel tempo, la scuola materna e la mia mamma mi aveva mandato all’asilo delle suore; non avevo accettato i loro metodi e dopo una settimana ero nuovamente a casa. Che ci potevo fare se non le sopportavo con le loro imposizioni?

            L’estate era per me la stagione più bella perché potevo star fuori quasi tutto il giorno. Nei campi il grano maturo biondeggiava e i contadini lo mietevano con le falci, ne facevano dei covoni e li lasciavano in mucchi in attesa del carro trainato dai buoi che passava a raccoglierli per portarli sull’aia del casolare dove abbarcato tutto insieme a forma di grossa cupola sarebbe rimasto in attesa del successiva battitura.

            Mi ricordo della sensazione di sofferenza che provavo quando volevo anch’io correre scalza come i figli del contadino sugli steli recisi del grano. Che colazioni alle 10 all’ombra della querce grande: fagioli all’uccelletto, bruschetta  e noci. Tornando a casa per il pranzo non avevo fame a la mamma si preoccupava. Io non potevo dirle il perché se no mi avrebbe rimproverata.

            Finita l’Estate arrivava il I° Ottobre e tutti a Scuola! Mi ci trovavo bene. Le insegnanti erano brave e buone: in particolare ricordo la Signorina Marta, molto carina e di una sensibilità non comune dalla quale ero particolarmente affascinata (mi vengono quasi le lacrime nel ricordarla).

            Anche Lei, un po’ come Cecilia, metteva l’aula al buio, poi faceva ascoltare della musica che avremmo dovuto trasformare in disegni. In quei momenti non tutti reagivano allo stesso modo, c’era anche chi ridacchiava, ma questo forse faceva parte del gioco e della voglia di vivere che non poteva esprimersi diversamente.

            Poi arrivavano le feste di Natale, con il presepe, l’albero addobbato con palline, oggettini di vetro e una specie di neve che se entrava addosso ti grattavi per una settimana. E poi la Befana, misteriosa, con pochi ma graditi doni e la calza appesa al camino. Si faceva finta di dormire, ma si vedeva tutto!

            C’è stata pace ed armonia nella mia infanzia, anche perché condivise con quasi tutte le famiglie del paese in cui ancora vivo.

            Purtroppo si cresce, si invecchia, le cose si trasformano, non sono più le stesse, ma i ricordi – e ne ho tanti – rimangono fedeli amici della mia vita. 

I bambini che siamo stati: scintille

Quel viaggio di ritorno da Pec – di Laura Galgani

Quei giornalini del “Piccolo Missionario” li ricordo ancora: piccoli, formato “Topolino”, carta lucida, disegni in bianco e nero. Mi portavano a casa le avventure – proprio di questo si trattava – dei Padri Comboniani in Africa, minacciati da guerriglieri e criminali di varia specie nei villaggi delle Missioni cristiane; le vicende erano drammatiche, ma il lieto fine, dopo scontri, anche violenti, trattative e parole di pace, era assicurato.

Uno dei Padri era venuto al catechismo, mesi prima, e ci aveva raccontato un po’ di quel che succedeva laggiù, in quelle terre lontane piene di pericoli, dove loro andavano a portare cure, istruzione, infrastrutture, e naturalmente il Vangelo. Allora, avrò avuto 7 anni, non ero in grado di comprendere tutte le implicazioni politiche né i risvolti sociali e demografici delle opere missionarie, ma restai affascinata dallo spirito di sacrificio di quei Padri, e ben volentieri chiesi alla mamma di potermi abbonare al giornalino per sostenere le missioni.  

Oggi quei giornalini mi sarebbero molto utili, perché vi avrei potuto studiare il movimento terroristico di Boko Haram “ante litteram”, come pure scoprirvi alcune delle cause dell’esplosione demografica nel continente africano, le dinamiche tribali che portano instabilità nelle zone agricole, lo sfruttamento delle risorse da parte dei Paesi ricchi, il difficile rapporto delle tribù con i governi centrali e così via. E invece di quei giornalini, ad un certo punto, ho perso completamente le tracce. Ma non dentro di me.   

Per ritrovarne il segno bisogna fare un salto nel tempo di 7 anni in avanti, e uno nello spazio per arrivare da Firenze alla città di Pec, in quello che oggi è il Kosovo ma che nel 1978 era ancora la Yugoslavia di Tito.  Mio padre, quell’anno, aveva deciso che la meta del nostro mese di vacanze estive in roulotte sarebbe stata la penisola balcanica, e ce la fece vedere tutta, da nord a sud. Il Ponte di Mostar, Sarajevo, Dubrovinik… ho visto quelli “veri”, non le ricostruzioni. Verso la metà del viaggio, non so perché – ma in realtà un bel perché c’era, eccome – ci volle portare persino laggiù, anzi prima lassù, scavalcando monti brulli e sassosi e poi coperti di boschi fitti e neri, per poi scendere giù, a Pec, in una conca polverosa che non prometteva niente di esaltante. Quando arrivammo il cielo era grigio, e come quello tutto intorno a noi: gli edifici alti e desolati, tutti uguali, di cemento e senza storia; le strade coperte di polvere e disseminate di spazzatura, da dove i sacchetti di plastica si sollevavano gonfiati dal vento nella speranza di ritrovare un po’ di vita. Di lato alle strade, sotto al marciapiede, scorrevano fogne a cielo aperto, scarichi di quella tristezza atavica e profonda che sembrava essersi impadronita delle persone e delle cose. Ricordo un vento insistente e fastidioso, che mi gettava polvere negli occhi e aumentava ancora di più l’irritazione e lo sconcerto che provavo. La grande piazza centrale era quasi deserta: due donne musulmane – forse le prime che vedevo col chador in vita mia – indossavano pantaloni alla turca ed erano avvolte dalla testa fino a metà gambe da dei grandi teli azzurrini; solo una piccola bottega era aperta e lì, da un artigiano apparentemente vecchio, dai capelli lunghi e scompigliati, magrissimo, comprammo due sgabellini piccoli piccoli, che abbiamo custodito come reliquie fino ad oggi, in ricordo di quel posto così desolato eppure così sacro. Ad interrompere quel silenzio polveroso arrivò un bambino che da solo tirava calci ad un pallone di cuoio semisgonfio, urlando “gooool” tutte le volte che la palla andava a rimbalzare contro un muro. Eravamo gli unici turisti, ovviamente. Vestiti in maniera assolutamente inopportuna per una città musulmana, con mia madre di sicuro in abitino striminzito corto abbondantemente sopra il ginocchio, braccia scoperte e capigliatura cotonata, mio padre e i miei due fratelli in pantaloncini corti, io non so ma avrò avuto i jeans e una maglietta… quelle poche persone ci guardavano con molto, molto sospetto, e la sensazione fu che prima avessimo tolto le tende e meglio sarebbe stato.

La brevità della nostra permanenza non riuscì però a rendere meno intense le mie sensazioni. Salii in macchina e una tristezza profonda mi assalì, mentre guardavo gli stessi casermoni tristi di cemento scorrermi accanto.

I bambini che siamo stati: altre scintille

La bambina che ero…di Rossella Gallori

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I bambini sono fiori, piccoli bocci da accudire, da annaffiare, per farli crescere, protetti, da serre chiamate case…ecco credo che in casa mia avessero perso l’ annaffiatoio…o si era rotto? O non c’era mai stato! O ancor peggio, non c’ era acqua?

Ma io, io, io, ero una bimba fortunata avevo un giardiniere, un giardiniere, solo per me.

Trotterellavo nel lungo corridoio, ad ogni piccolo ostacolo gridavo: babbooooo!!

Non avevo particolari doti, l’ aria sempre imbronciata, annoiata, interessata  più alle voci, che ai giochi, ecco si, non sapevo giocare, avevo una scimmia di lana nera che trascinavo da una stanza all’ altra ed un orso di brutta pelliccia che si chiamava Bernardo, aspettavo, aspettavo e basta, in quella casa troppo grande, per  un esseruccio  come me, tra rumori e suoni crescevo, con il frastuono molesto della voce della nonna, il  fruscio argentino ed invasivo della mamma….nell’  attesa del suono magico della sua voce, ed allora aprivo occhi, braccia e cuore…non volevo altro che lui, il mio giardiniere…ero il suo fiore più bello, credevo di avere petali stupendi, un colore unico,  un fiore  eterno…invece…invece..

Iniziò troppo presto il periodo della fuga, scappavo, da tutto e da tutti, cercando un nascondiglio, in quell’ attesa spasmodica che non portò a nulla, se non ad una solitudine, che divenne compagna…e non mi bastavano, fratelli, mamma….inghiottivo delusioni, abbandoni, veri e  presunti, mi sdraiavo sul tappeto ai piedi del “nostro letto” facendo finta di essere un cane, che non riusciva ad abbaiare, aspettando che lui mi venisse a cercare ad accarezzare, che mi togliesse il guinzaglio, bruciasse la cuccia, mi prendesse in braccio e mi portasse via…..

Ecco la bimba che ero, una che aspettava, volevo solo ritornare sul lettone, per imparare a scrivere a leggere, con lui e per lui, per inventare storie di case belle affacciate sul mare, di bimbe intelligenti, sorridenti, di stoffe colorate utili per foderare anime, per avvolgere sogni… babbooooo !! Non rispondeva più nessuno, ed avevo “già dieci anni”, non solo “10 anni” qualcuno  aveva deciso che ero grande…

E feci finta di esserlo, per quattro anni, vivevo allo stato brado, un cavallo ferito, che non sopportava sella, un oggetto non in vendita, che si poteva comprare con tre parole ed una voce che me ne ricordava un’altra.

Lasciai i sogni che non avevo ed andai a lavorare, mi accompagnò il babbo quel giorno…..anche se non c’era più da tempo….. fu la mia salvezza.

Ma che fine ha fatto quella bambina?

I bambini che siamo stati: scintille

Volevo essere un sasso, ma volevo anche volare – di Stefania Bonanni

“Addolorata,  indispettita, decisi che non avrei più studiato. Smisi di fare i compiti, non aprii il libro, e l’inverno passò  mentre provavo a diventare sempre più estranea a me stessa.Cancellai certe  abitudini che mi aveva imposto lui: leggere il giornale, guardare il telegiornale.  Passai dal colore bianco o rosa al nero, neri gli occhi, nere le labbra, nero ogni capo d’abbigliamento. Fui svagata, sorda ai rimproveri degli insegnanti, indifferente ai piagnistei di mia madre.  Invece di studiare, divorai romanzi, guardai film in tv, mi assordai con la musica. Soprattutto, restai in silenzio, poche parole e basta. Già normalmente non avevo amici, a parte antiche consuetudini. Ma anche loro furono ingoiare dalle  tragedie. Restai del tutto sola,  con la mia voce che  girava a vuoto nella testa. Ridevo tra me e me, mi facevo smorfie. Passavo molto tempo per i sentieri che una volta avevo percorso con mia madre. Mi piaceva precipitare intontita nel tempo felice  di una volta.  Del resto, ero vecchia.”

Ho letto e riletto questa pagina molte volte,  vorrei la conosceste. A qualunque età,  qualunque sia il dramma, questi sentimenti penso siano universali, o perlomeno, sono quelli che mi hanno attraversato. Obiettivo, cambiare. A momenti desiderando diventare un sasso, in altri cercando di imparare ad andare avanti senza pensare, in altri cercando nel tempo passato un segnale di forza, di coraggio, e magari non trovarlo. Altri sono inspiegabilmente giorni leggeri, con il riso pronto ad apparire,  anche senza senso, ed allora va tutto bene. Si può cambiare,  si può non riuscire a cambiare,  siamo disposti a tutto per continuare.

I bambini che siamo stati: altre scintille

IL MEDICO E LA BAMBINA – di Elisabetta Brunelleschi

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Una targhetta in marmo affissa accanto alla porta recitava: “ambulatorio eretto dal popolo per il popolo” .

Quando c’era bisogno del dottore, quello era l’ambulatorio più vicino, distava solo un chilometro da casa nostra. Gli altri, la Misericordia o la Croce Rossa, prevedevano percorsi di 4 e 5 Km.

L’avevano allestito in una stanza del Circolo de La Fonte. Ricordo poche persone silenziose sedute su sedie impagliate, tutte allineate in un corridoio lungo e buio, io che non potevo star ferma e la mamma che mi guardava male perché negli ambulatori si deve stare buoni, è maleducazione andare in qua e là! Il Signor Dottore non vuole la confusione, ci brontola!

Quando finalmente giungeva il nostro turno, compariva Emma che, con fare gentile, apriva la porta ed eccoci in una stanza ampia e luminosa.

L’Emma, un donnone di forse cinquantanni, con vesti chiare da infermiera, i capelli lisci e tirati all’indietro, faceva entrare i pazienti e poi se stava seduta da una parte a cucire, ricamava a punt’a smerlo un pezzetto di stoffa da me mai ben identificato. Poteva essere un colletto, il davanti di una camicetta o un banale fazzoletto.

Emma, l’ho scoperto da grande, non era un’infermiera, ma semplicemente una persona che da volontaria, faceva l’assistente al medico e poi apriva, chiudeva, puliva .

Dappertutto in quella stanza dominava il bianco, nel telo che copriva il lettino, nell’asciugamano che ciondolava accanto al lavandino e nel metallo dell’armadietto a vetri sui cui ripiani erano schierate bottigliette di disinfettanti, contenitori in smalto e scatole di sconosciute medicine.

Era proprio l’armadietto la prima cosa che guardavo, nel timore di scoprirci siringhe pronte per chissà quale iniezione!

Nel centro della parete di fronte alla porta c’era il tavolo del dottor S. il nostro medico. Un uomo sempre vestito con eleganza, alto, con un bel vocione simpatico.

Ci accoglieva sorridendo, chiedeva, spiegava con parole semplici, talvolta con battute anche salaci. Pur mantenendo l’autorevolezza di un dottore, si faceva capire da persone umili, che non avevano dimestichezza con i termini tecnici della scienza medica.

Da piccola rosicchiavo le bucce delle arance, la mamma gli domandò se mi potevano far male: – No, ma stai attenta, chissà laggiù chi le maneggia e cosa ci mettono sopra, le devi lavare bene bene!-

Una volta, io ero terrorizzata da alcuni nei che mi erano comparsi sulle mani, lui con fare paterno e un po’ scuotendo la testa disse: – Ma non sei morta ancora, e allora?-

Un’altra volta, ma ero già più grande, mi ammalai poco dopo essere stata dalla parrucchiera, venne a visitarmi e vedendo i miei capelli ben acconciati e constatando il mio stato (febbre alta, tosse e raffreddore) esclamò:- Anche con la peste bubbonica andate a farvi i capelli voi donne!-

E di fronte ai continui lamenti della mamma su intestino e stomaco che secondo lei non funzionavano, venne fuori con questa domanda: – Allora cos’è, non digerisci o non cachi?-

Lei fece tesoro di quella domanda e per un po’ il suo apparato digerente non dette problemi.

Era un medico di altri tempi, veniva a casa, visitava i malati, si fermava a salutare e chiacchierare. I pazienti lo rispettavano e seguivano le sue prescrizioni.

Non ne ho mai avuto paura. Le mani che palpavano la pancia dolorante erano morbide e calde, l’orecchio appoggiato sulla schiena per sentire i bronchi mi provocava solo un leggero solletico quando i capelli sfioravano la pelle. Mi disturbavano l’aprir bocca e l’abbassa-lingua ma durava un attimo!

Non drammatizzava le situazioni e questo era un bene per la mia mamma, che, non lo voleva dare a vedere, ma era ossessionata dalle malattie.

Invece per alcuni era lì il suo punto debole. Si raccontava di mali non riconosciuti, di diagnosi fatte con leggerezza, di pazienti che per queste ragioni si erano rivolti a altri dottori.

La mia famiglia non ha mai avuto da rimproverargli niente. È rimasto il nostro medico di famiglia, sino a quando, per raggiunti limiti d’età ha lasciato la professione.

Da moltissimi anni quell’ambulatorio luminoso e lindo non c’è più. Nel corso del tempo la stanza è stata utilizzata per le più svariate esigenze. Nei lontani anni Settanta del secolo scorso ha persino ospitato una sezione di scuola materna!  

Ma oltre al ricordo dell’Emma e del dottore, resta dentro di me quel senso di rispetto e reverenza per il Signor Dottore che mi è stato inculcato negli anni dell’infanzia, mi accompagna in ogni contatto col mondo della sanità e mi porta a considerare medici e infermieri persone di un gradino più alto perché capaci di conoscere e curare quei misteri che spesso sono le malattie.

I bambini che siamo stati: scintille

Volare non è facile eppure non impossibile – di Vanna Bigazzi

Bellissime queste “scintille” del secondo incontro con Cecilia, mi hanno veramente ispirato tanto, eccone il prodotto:

-Chi avremmo voluto diventare da grandi? Siamo riusciti a rispettare i nostri desideri, il nostro primo impulso?- Posso raccontare la mia esperienza che ancor oggi mi sorprende. Soffrendo da piccola delle discussioni familiari legate a divergenze fra i miei, in particolare riguardanti mia sorella, mi ponevo il problema di cosa potessi fare io, da grande, per alleggerire, se non proprio risolvere, certe tensioni. Quando le persone mi chiedevano cosa avrei voluto fare, ricordo che davo delle risposte che lasciavano un po’ perplessi gli interroganti o comunque non producevano in loro espressioni gioiose, di approvazione come in genere accade ed è giusto che accada. La mia risposta era questa: – vorrei aiutare le persone a capirsi fra loro, quando non ci riescono…- Gli interlocutori, dopo qualche secondo di riflessione, comunque accennavano un sorriso compiacente e con gli occhi che vagavano leggermente, senza focalizzare, non immediatamente abbozzavano un sorriso e, piegando leggermente la testa da un lato dicevano:- Ah, bene, hai visto… brava… ma si capiva che non avevano ben chiaro il concetto. Avrebbero preferito sentirsi rispondere:- il Dottore- oppure – l’infermiera o la mamma…- ma la risposta era diversa. Specifico che sono nata nel 1946 e all’epoca, per lo meno nei ceti medio-bassi, la Psicologia non era conosciuta, le faccende riguardanti i rapporti ed i problemi interpersonali, si discutevano con amici, confidenti, a volte parenti stretti ma non si andavano a raccontare i propri fatti in giro… Ripensando oggi a questi aneddoti, dico a me stessa-Forse io ho realizzato le mie aspirazioni, forse, come dice Cecilia, sarò riuscita, almeno in parte, ad “aprire le finestre agli altri, per dare un po’ di conforto…” Si vede quindi che nonostante i dissensi familiari, i miei interessi infantili non sono stati “bloccati” ma in qualche modo, non ricordo come e quando, saranno stati invece “innaffiati”. Certo è che sono stata sempre molto incoraggiata dai miei. Forse non mi sono state “tagliate le ali” ed è stata instillata in me, quella fede che mi ha permesso di “volare,” sia pur, devo dire, con sforzo personale elevato. Anche a me è piaciuta tanto la favola di Peter Pan, una delle mie fiabe preferite, specialmente quando ero un po’ più grandicella. Mi catturava e credo non potesse essere diversamente, il motivo dei bambini sperduti, rifugiati nell’Isola che non c’è. “ Peter Pan si era perso da piccolo, allontanandosi dai genitori e non voleva crescere, sicuro di stare bene come stava.” I bambini che non vogliono crescere sono coloro che non sono certi delle loro capacità di “volare.” “Avere fede vuol dire avere le ali, ogni bambino ha un’ isola che non c’è e ognuna è differente.” Solo i “non amati” hanno una grande difficoltà ad arrivarci, se mai ci arrivano. Questo tema mi ha molto colpita fin da piccola, che pur essendo stata una bambina amata, rimanevo impressionata dai racconti di mia madre sofferente per l’allontanamento dalla famiglia, in età infantile-adolescenziale, poiché mandata in collegio dopo la nascita del fratellino. Esercitando la mia professione, ho avuto casi di bambini e ragazzi con la “sindrome d’abbandono” e sinceramente questi sono i casi che più mi hanno pervaso. I motivi del loro grave disagio sono elencati in questa poesia che ho scritto non solo con la mente, come potrebbe sembrare in quanto abbastanza concettuosa, ma anche, direi molto, con il cuore:

MALAMATI,

COME CANCELLATI,

INVISIBILI

NON CI RICONOSCIAMO,

SENTIAMO

NELLA MUTA MORTE

IL GRIDO DELLA VITA,

L’UMANITA’ NEGATA,

LA VOCE:

“ANCH’IO SONO UNA CREATURA.”

Questi motivi ci sono tutti nel bambino abbandonato. Potrei enumerarli uno per uno ed analizzare questi sintomi, ci sarebbe tanto da dire… ma questo non è il momento giusto. Mi basta comunque enunciarli in modo tale che possano dar adito a riflessione, perché veramente lo meritano.

Ancora scintille

Dubbi che continuano: seconda parte – di Luca Di Volo

Vai. . ora che ho preso l’aìre. . chi mi ferma più…

Avevo lasciato un bambino di 10 anni, riempito solo di sentimenti e sensazioni. Completamente privo di idee, aspirazioni e progetti. Questi sarebbero venuti tardi. . molto più tardi.

Ma ora vorrei allargare lo zoom per descrivere l’ambiente formativo in cui è cresciuta tutta una generazione. Qui però devo fare una premessa: quelli che sono nati dieci anni dopo di me (cioè dal’51 in poi), stenteranno forse a credere a quello che dirò…dieci anni di progresso nell’educazione infantile sono un abisso. . per fortuna.

La guerra era finita da poco, anzi , da pochissimo tempo. In un paese ancora in macerie però rimanevano alcune vecchie idee , chissà, forse legate al mito della “romana ruvidezza” di stampo fascista, o al mito della razza, ancora vivo in certi ambienti. . Non lo so. Invece mi ricordo vividamente di qualche veneranda educatrice (o sedicente tale), che tutta immerlettata, sollevando il sopracciglio con l’occhialetto, dava “consigli” alle giovani mamme, come la mia. ”Il bambino non vuol mangiare qualcosa? Glielo rimetta davanti a pranzo e a cena. Vedrà che, spinto dalla fame, lo mangerà per forza…”

E mia madre, povera donna, visto che io non mangiavo nulla , provò anche questa…ma durò poco, appena nel pomeriggio buttò via la pasta al burro che non potevo soffrire e mi dette quello che mi piaceva . Meno male.

Altra sentenza di queste spartane educatrici: ”Il bambino fa i capricci? Per punizione non gli dia la frutta a fine pranzo. . ”Vi rendete conto? Però questo consiglio la mia mamma non ci pensò nemmeno a seguirlo, per mia fortuna.

Insomma , questo era l’ambiente educativo, ora farebbe inorridire qualunque pedagogo. . ve l’avevo detto che non mi avreste creduto.

E poi c’era il famoso “Carrozzone” che con il “Collegio”, faceva parte delle più tremende minacce concepibili. Questo “Carrozzone”, mutuato da Pinocchio (il “Carrozzone di Mangiafuoco), era quello che si portava via i bambini cattivi…Se avessero saputo il male che facevano quelle minacce, poveri genitori, non l’avrebbero certo fatte. Eppure anch’io fui minacciato così: detestavo i carciofi, ma quando mi dissero ”Mangiali o si chiama il Carrozzone”, li richiesi a gran voce. Ora so che questo “Carrozzone” era la minaccia del rifiuto della famiglia, della protezione . . una cosa terrificante. Stesso discorso per il”Collegio” (vedi Gian Burrasca).

Poi si cominciò ad andare a “dottrina” (così allora si chiamava il catechismo). E venne la parte peggiore. Già perché la minaccia non era più il Carrozzone o il Collegio, ora erano le fiamme dell’Inferno, nientemeno. Il Diavolo poteva nascondersi dappertutto, nell’unghia con un po’ di smalto, nella piccola traccia di rossetto. . per noi maschietti, se ci “toccavamo”. . e non si sapeva nemmeno cosa volesse dire.

Ed era il periodo in cui andavano di moda le “Novelle della Nonna”, una serie di racconti dove il Diavolo era l’interprete principale, scritti da una certa Parodi, che Dio l’abbia in gloria…

E noi si leggevano con un piacere sadomaso, felici di esserne terrorizzati. . o forse per esorcizzarli? Non lo so.

Ma tutto non era così ostile. In mezzo a tanti ricordi sgradevoli, so che sono rimaste alcune pietre preziose, scintille nel buio che forse sono state quelle che ci hanno fornito l’appoggio per andare incontro alla vita.

Per me: la Primavera che esplodeva quando si scioglievano le campane il Sabato Santo, la trepida attesa del Natale (per i regali, certo, ma non solo). Oppure quando mi capitò di avere il più raro esempio delle figurine degli animali. . Per chi può capirmi: il rarissimo “Syndetociste”,  che ancora non so cosa diavolo fosse, ma era il numero 600 e con lui si completava la collezione.

Momenti di gioia incredibilmente potenti, e che da allora non ci sono più stati. Anzi. . , l’unica cosa che può ricordarli è la prima trepida scoperta del sesso che però è di molti gradini inferiore (e questo è per i benpensanti. . )

Ma ora è tempo di coronavirus. E mi chiedo se questo momento, così difficile, non possa fare in qualche modo rivivere i bambini che siamo stati, con le angosce ma anche le grandi gioie.

Mi propongo di ascoltare le campane il Sabato Santo, non si sa mai. .

E forse sarà possibile un’altra Resurrezione.

I bambini che siamo stati: nuove scintille condivise

Il filo di Arianna – di Nadia Peruzzi

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Ci vorrebbe un filo di Arianna per andare indietro nei ricordi. Come sarebbe bello avere per le mani un grande rocchetto di filo multicolore da poter srotolare e ricavarne una pellicola in linea continua fra passato e presente.

Invece le immagini,  pur vive,   riemergono come tessere di mosaico spesso sconnesse e scoordinate fra loro.

Difficile trovare l’isola che non c’è di quando ero bambina. Ero un vortice di energia cinetica,  rincorrevo più mondi e era complicato davvero stringerne uno come prevalente.

Ero quella,  almeno così mi hanno raccontato,  che a Roma dove abitavamo fino ai miei due anni e mezzo,  aveva buttato dal 6° piano una scopa,  per fortuna senza beccare nessuno in testa,   e quella che di ritorno da un pomeriggio al caldo sole di Ostia si mise ostinatamente in mezzo alla cucina chiedendo ago e filo perché voleva cucire.

Eppure il mondo delle bambole e dei vestiti,  si è scoperto dopo,   non faceva proprio per me. Noioso lo stare seduta a vestirle e spogliarle. Noiose le bambine con cui avrei dovuto fare quel gioco. Ero da meccano,  io. Ero un maschiaccio. La mia isola di allora era popolata di amici maschi con cui si giocava a biglie e tappini,  o si faceva a gara a chi vinceva le figurine dei calciatori famosi tirandole il più possibile vicine alla facciata della chiesa.  Il massimo dei massimi veniva fuori quando qualcuno bravo assemblava le assi delle cassette di frutta per tirarne fuori l’abbozzo di un go kart montato su cuscinetti ruotanti che facevano un baccano infernale.

Che corse e che botte prendevo e che gran sbucciature sui ginocchi mi ritrovavo,  un giorno si e l’altro pure.

Esuberanza e fin troppa energia fecero si che arrivata in prima elementare,  la maestra si vide costretta a darmi il compito di annaffiare i fiori del giardino. Non c’era verso di farmi star seduta per tutto il tempo delle lezioni. Fu una fase di passaggio e di compromesso che durò poco  visto che man mano stavo imparando a gustare il tempo della quiete. In classe e fuori.

In molte di quelle tessere di mosaico ho in mano dei libri. I regali più ambiti quelli del giorno della Befana,  era lei che li portava allora,  erano loro. Ricordo come fosse ora la copia del Pinocchio della Giunti con la sua copertina blu e la gioia che provai appena lo vidi in bella mostra sulla cucina economica,  sotto la cappa. Il burattino era a tutta pagina col suo vestitino verde.

 Il gusto di sfogliare le pagine delle Novelle italiane di Calvino lo provai subito dopo.  Fu un modo di entrare in contatto con questo strano e complesso paese attraverso le storie fantastiche che lo punteggiavano da Nord a Sud.  Gobba,  zoppa e collotorto non me la sono dimenticata più.

Era un accavallarsi di personaggi e storie in cui era facile perdersi.  Un mondo in cui tutto era possibile,  nulla scontato e sempre una scoperta di seguito all’altra.

Su tutti un eroe senza macchia e senza paura Robin Hood,  che non aveva nulla dei super eroi di oggi,  super accessoriati ma senza nemmeno una pallida idea della lotta di classe che cambia il mondo.

Invece li nel cuore della storia medioevale si prendeva ai ricchi per dare ai poveri e si imparava cosa voleva dire il giusto e l’ingiusto.  Come si poteva fare a stare dalla parte dello Sceriffo di Nottingham? Non c’era verso. Era lui,  il magico Robin alfiere di giustizia sociale e di redistribuzione di reddito ante litteram,  a scaldare il cuore e a farlo battere come nessuno.

Il tempo della quiete di allora era senza la televisione e il suo intrattenimento.  Bastava poco per inventarsi modi per intrattenerci . Spesso erano cose semplici,  ma appaganti.

Andare a fare insalata nei campi con mia nonna si trasformava in una avventura che dava grandi soddisfazioni.  Vuoi mettere imparare a riconoscere lattugaccio,  cicerbite,  rosolacci e tutto quello che poi finiva in saporite e variopinte insalate o in frittate spesse e profumate. Ad ogni piantina raccolta e messa nel cestino,  si pregustava il dopo.

La raccolta degli anemoni era per i giorni festivi.

Con mamma e babbo. Era bello camminare per i campi in mezzo a quelle distese colorate di viola,  rosso e bianco. C’era solo l’imbarazzo della scelta . Spesso era una gara a chi ne raccoglieva  di più. Erano momenti felici in cui si assaporava con la dovuta lentezza ciò che la primavera incipiente recava con sé. Le prime rondini che rientravano nei nidi,  le nuvole che col vento teso si perdevano in giochi di forme incredibili,  le gemme che si aprivano con esplosioni di rosa e di bianco. Ci si accorgeva di tutto allora: eravamo meno distratti e sottoposti alla dittatura degli orologi e dei cellulari che,  del resto erano di là da venire.

I sogni venivano fuori facili facili. Una volta correvi in un campo pieno di tulipani,  un’altra rischiavi di cadere in un ruscello per arrivare a cogliere delle viole a mammola.

Peccato non ricordarseli a distanza i sogni.

Quasi come fossero bolle di sapone si accendono,  prendono vita,  decidono la loro direzione,  poi. . di punto in bianco,  di solito sul più bello,  pof,  scoppio,  soprassalto e da sveglio dimentichi quasi tutto subito.

Ci sono sogni che non ho cancellato però. E so che erano a colori.

Erano popolati di guerrieri romani che se le davano di santa ragione in scene di massa che avevano dell’incredibile a ripensarle oggi. Erano i tempi dei Kolossal quelli. Spartacus,  Ben Hur e tanti altri di cui in sogno riadattavo le pellicole prendendo pezzi ora dall’uno,  ora dall’altro.

Ci sono i ricordi  dei lunghi mesi al mare a Genova dai parenti. Il momento delle ferie del babbo e della mamma che passavamo in montagna sull’appennino ligure.  Le gran camminate,  alcune controvoglia in verità,  sono ancora in un cassettino dei ricordi che fanno star bene,  come la visione della catena delle Alpi oltre la foschia della pianura padana dopo un temporale estivo che ripuliva l’aria. Le vedevi  risplendere con i loro abiti bianchi e lucentissimi quasi come ballerine della Scala allineate,  compostamente maestose,  prima di un loro esercizio.

Altri ricordi sono  vestiti dell’ allegria e dei colori della vendemmia nei campi dietro casa che pullulavano allora di case di contadini .

Mi rivedo sul carro carico di ceste ricolme di uva,  con le mani tutte appiccicose e la bocca segnata da baffi violacei per il troppo spiluccare di chicchi zuccherosi durante la raccolta.

Mi rivedo,  tutta accaldata,   nell’aia e poi al fresco della grande cucina col suo immenso camino. Sul tavolo,   il bicchiere per i più piccoli riempito di acquerello.  Come mi affrettavo a prendere il mio per paura che qualcun altro arrivasse a prenderlo per primo.

 L’isola che non c’è ,  non c’è più da tanto tempo ormai o ha cambiato pelle irrimediabilmente non aveva bisogno di ali per volare. Aveva piedi ben piantati in terra,  lavorava la terra,  la madre terra punto di riferimento di tutte le cose.

Respirava semplicità ma era tutto meno che sempliciotta. Aveva il cervello fino dei contadini che hanno popolato le campagne della Toscana e quelle che ho potuto sperimentare da vicino qui  ad Antella almeno fino alla prima metà degli anni 70.

Persone magnifiche spesso parche di parole ma con occhi che erano in grado di dire già tutto da soli.

Era bello quando il babbo e la mamma si fermavano a chiacchierare con loro durante qualche nostra passeggiata. Non capivo proprio tutto allora,  ma percepivo che l’orizzonte di quei discorsi era ampio,  si posava sul mondo,  non stava chiuso dentro il limitare di quelle aie.

Certo al babbo e alla mamma che sapevano impegnati in politica parlavano dei loro problemi più spiccioli ma era solo il modo per avviare il discorso.  Poi c’era il comune,  il paese o quello che succedeva anche in paesi molto lontani dalla calma rasserenante di quella campagna.

Spesso non avevano fatto tanta scuola ma li ritrovavi a leggere L’Unità da cima a fondo al circolo,  e erano disponibilissimi aprire le loro case in tempi di elezioni per riunire quante più famiglie vicine. Accompagnando mia mamma qualche volta in quelle immense cucine ho potuto incontrare anche una trentina di persone. E venivano tutti. Donne,  uomini,  giovani e vecchi!

Penso con commozione a quei momenti che considero importanti per la mia formazione.

Adesso capita che incontri alcuni di quei giovani che sono invecchiati e hanno fatto e fanno altro da tanti anni ormai .  Le case quelle belle e solide case ,  quei poderi son passati ad altri,  professionisti fiorentini per lo più,  scarsamente interessati alla terra,  molto più al quieto vivere di una villeggiatura goldoniana a due passi dalla loro professione cittadina.

Nulla è stato più lo stesso.  Perso quel tessuto si è smarrito un bel pezzo di quella civiltà. Son rimaste le coltivazioni. Olivi e vigne sono sempre lì sembrano uguali a sé stessi di un tempo,  ma non è così. Manca la vita che brulicava intorno a loro e quelle passioni anche civili che erano il bello delle nostre campagne .

Se penso che i prodotti che acquistavamo venivano quasi sempre da quei terreni e da quei poderi la nostalgia si fa rabbia.  Il chilometro zero era una realtà allora e sapeva di buono. Adesso come in un gioco dell’oca dopo aver corso in lungo e in largo ci accorgiamo che il bello stava già li vicino casa. Ma dobbiamo ricostruirne le reti con nuove energie mentre la sapienza di un tempo si è liquefatta e dispersa insieme alle figure in carne ed ossa che sono state protagoniste di quella stagione.

Ne avevano viste di cotte e di crude e non avevano perso né fierezza,  né tenacia. Solidi come i terreni che lavoravano,  pochi fronzoli,  consapevoli di aver fatto camminare la storia anche con le loro gambe e il loro ingegno. Ed era stata storia di cambiamento reale e positivo nella loro condizione di vita e in quella del paese intero.

Mi rendo conto che nel pensare all’isola che non c’è lo sguardo volge al passato.  

Potrei scrivere chissà quanto se decidessi di mettere in fila anche altri pezzi di quelle tessere ballerine che il mosaico restituisce frammentate .

Sento che fa bene questo cercare rifugio nel passato.

È rilassante lasciarsi cullare dalla nostalgia affondandoci fino al collo come se fosse una vasca piena di schiuma profumata  o il caldo ventre materno,  o una placida distesa di acqua senza increspature.

Il virus sembra lontano e l’acqua con le sue trasparenze e il suo potere purificatore,  si fa cura dei mille pensieri negativi che ci accompagnano in questi giorni grigi.

Per farmi forza cerco di dirmi che passerà e che forse in poco tempo avremo messo tutto nel cassetto di fondo dei pensieri e dei momenti cattivi,  quelli che cerchi di spingere con tutta la forza che hai perché smettano di creare ansia.

Mentre provo a fermare sulla carta le diapositive a colori del tempo che ho attraversato,   il Peter Pan che è dentro ognuno di noi prende vita,  in un fruscio le ali si spiegano e si può volare.  Fa bene guardare anche per poco tempo il mondo dall’alto. Sembra un’oasi di pace visto da lassù !

I bambini che siamo stati: ancora scintille condivise

E’ stato allora che ho cominciato a sognare – di Stefania Bonanni

Ricordo tutto, e non importa se ricordo bene. Ho sempre pensato che quello che si sogna, quello che si pensa,  quello che si legge, quello che si sente, conti come quello che succede. Sono stata bambina curiosa di parole, di storie improbabili, impossibili ancora meglio. Ho letto grandi libri quando forse non era il momento, ho mescolato paesi, epoche, avvenimenti, vite di donne eroiche, cristiani delle catacombe e partigiani della resistenza. Ho ripensato, shekerato come quando si mescolano colori, e non siamo sicuri del risultato. Ho sempre trovato, quando ho avuto bisogno, le parole che mi servivano. Come in un armadio pieno di vestiti, dove non è facile vedere alla prima occhiata quello che c’è dentro, ma si sa bene che troveremo un vestito giusto, magari inadatto alla situazione, con il quale ci sentiremo fuori luogo,  ma che è quello, solo quello, che ci serviva oggi.  E l’armadio può essere pienissimo,  noi siamo sempre sicure che quel cappotto nuovo si farà un posto, un posto suo nei pensieri tuoi. Le parole belle. Ho armadi, cassettiere, comodini,  pieni di parole belle. Che fanno capolino solo mentre scrivo, assolutamente sempre incapace di trovarne mentre parlo. Sempre stata così.  Solo tra me e me, calo il secchio nel pozzo e pesco quello che mi serve. Quando parlo mi perdo negli occhi di chi mi parla, e mi sciolgo di tenerezza,  o ci leggo quello che non mi piace, e allora mi ritiro, non voglio più usare belle riserve, o sono sopraffatta da lampi di astuzia,  che mi è sconosciuta,  o di sapienza pedante, che mi incute rispetto, ma mi annoia. E non uso le stesse parole,  Non le cerco laggiù , rimango sempre a galla, ondeggio a morto, con gli occhi al cielo.Ma se scrivo,  riesco a dire quello che volevo, quasi sempre.

Ricordo tutto. Mi ricordo gli odori, i colori, le sensazioni. Mi ricordo benissimo un periodo  nel quale ero assolutamente certa fosse tutto immobile, all’in fuori di me. Non succedeva nulla. Mai nulla. Era estate. Era finita la scuola. Si, sarebbe poi cominciata di nuovo,  ma di certo sarebbe stato un anno uguale a quello già trascorso. Non succedeva mai nulla. Le vacanze d’estate erano una pagina bianca. Tutto il giorno steso davanti, da riempire e da rispettare, cadenzato da segni della Croce, e orari.  Orari per alzarsi al mattino. Scuoteva il letto,  la nonna, biascicando Ave Marie fin dall’inizio del giorno.  E ci faceva alzare,  lavare,  fare colazione. Poi, fuori. Nel campo, all’Arno, a chiamare Sandro, Fabio, Laura. Si rientrava a mezzogiorno,  io e mia sorella.  Ci si lavava, pettinava,, e si andava a tavola. Il babbo, a capo tavola, la mamma accanto a lui, la nonna a quell’altro capo tavola, quello vicino alla stufa, io e la Sonia accanto, su l’altro lato lungo della tavola rettangolare, con le gambe dipinte di bianco ed il marmo sul piano. Si mangiava in silenzio,  la voce in sottofondo era il giornale radio, e proprio era vietato parlare,  Si potevano perdere notizie importanti, succedevano cose nel mondo che da quaggiù non si aveva idea. Non erano pranzi sereni. Io non mangiavo mai, ma facevo finta, e loro facevano finta di credere mangiassi. Poi, e quello aspettavo, arrivava il riposo dopo pranzo. In camera, il caldo era denso, appiccicoso, ma la sensazione era di riposo fresco. La finestra che dava sull’orto era accostata,  gli scuri di legno chiusi sui vetri per fare ombra, lo stoino di canne abbassato. Il copriletto rosa di tessuto damascato regalava un benvenuto fresco e scricchiolante, appena ci si appoggiava. E non importa ricordare che dopo cinque minuti era un lago di sudore, che quella stoffa non assorbiva. Il riverbero della luce di fuori filtrava a strisce dallo stoino di canne, amplificandosi sul muro. Le strisce in basso diventavano larghissime e nere, quelle più  su erano sempre più  fini e dorate, fino a scomparire proprio sotto il soffitto.  Dal letto,  la parete davanti agli occhi, si muoveva un mondo miracoloso. L’aria diventava visibile. La penombra e il sole mostravano gioielli dorati che svolazzavano luminosi riempiendo di brillanti spazi che sembravano deserti. Erano insetti, o farfalle, o polvere, o brillanti, o stelle, o microbi, o fantasie. Erano bellissimi. Non so quanto tempo sono rimasta a guardare, sommando tutti i giorni di tutte le  estati da bambina, penso molte ore. Credo che questo mi abbia influenzato. Voglio pensare di aver sognato, da allora.

I racconti del contagio – Sorridere per sopravvivere

Sorridere e sopravvivere: l’angolo di Simone Bellini

LA VITA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

                                      RACCONTI DEL CONTAGIO

                                                GIGLERdi Simone Bellini

Guarda che sole ! Che giornata splendida, di quelle che t’invogliano ad uscire in questi giorni di isolamento forzato.

In tempi normali non ci avremmo fatto caso, presi com’eravamo dal lavoro. Adesso che avremmo tutto il tempo, obbligati all’oblio lavorativo, non possiamo uscire, reclusi in casa !

Ma io No ! Ho la mia carta vincente , IL CANE !

Basta agitare il guinzaglio ed eccolo arrivare,  scodinzolante, di corsa a quel richiamo familiare e liberatorio dalla monotomia casalinga.

Uscire, portare fuori il cane per i suoi bisogni è una delle pochissime libertà concesse. Allora viaaa!

Il portone, chiuso sbattendolo normalmente, sembra infrangere la barriera del suono in quel silenzio assordante.

Gigler ( il mio cane ) abbaia ad un gatto accovacciato sotto una macchina parcheggiata, ma si blocca quasi impaurito dal suo frgore amplificato da quell’aria rarefatta,insonorizzata, inquietante.

Attraversando il deserto cittadino arriviamo al prato, solito ritrovo dei cani che si portano dietro i loro padroni. Un’ oretta di chiacchere a debita distanza e poi il mesto rientro verso casa.

Mentre infilo la chiave nella toppa mi raggiunge la voce del coinquilino alla finestra:

– Hai fatto la giratina Gigler? Bello là fuori vero ? – poi rivolto a me – Me lo presti ? –

– Cosa ? –

– Il cane –

– Coome ? –

– Sii, ti prego, non ne posso più di stare quì dentro, sto diventando claustrofobico, voglio uscire, ti prego ! –

– Ma……!!! –

– Ti prego, ti prego, solo un’oretta !………..CINQUANTA EURO ! Ti dò cinquanta euro !!! Ti pregooo ! –

 Da un’ altra finestra : – Ehi Simone, dopo tocca a me ! –

E’ passata una settimana,……ho preso altri sei cani al canile !

Gli affari vanno a gonfie vele !

” AFFITTO CANI DA PASSEGGIO : 1 ORA 50 EURO, 2 ORE 90 EURO “

I bambini che siamo stati: scintille condivise

Dubbi e scintille – di Luca Di Volo

Questa ulteriore “provocazione“ di Cecilia, (parlo dei “bambini che eravamo”), mi ha davvero sollevato un nugolo di scintille, tante che probabilmente non basta uno scritto singolo per vederle tutte..pazienza, vuol dire che ci saranno più puntate e se i nostri simpatici lettori e lettrici avranno voglia di guardarle …intanto io comincio.

Prima di tutto..prima di tutto..come direbbe Crozza, io temo di essere un caso patologico..già, perché della mia primissima infanzia non ricordo praticamente nulla. Solo qualche flash, qualche lampo nel buio..tranne qualche rarissima eccezione, un materiale da psicanalisti, mi sa.

Per esempio ho il ricordo , lucidissimo, di quando con una mia vicina coetanea giocavamo “ai dottori”..c’è poco da ridere, chissà quanti l’avranno fatto. Forse volevamo da grandi fare i medici? Non credo proprio, per quel che ne so, eravamo entrambi spinti da curiosità più terrene .. e ora mi rendo conto che questa mia amica è stata la prima donna nuda che ho visto nella mia vita.. e io per lei . Ah,se lo sapesse…ma forse lo sa..in seguito divenne una donna affascinante e corteggiatissima..e di me non ne ha più voluto sapere..beata innocenza..

Ma oltre a questo c’è poco materiale..io che tiro in testa ad un bambino un vagone di un treno di legno …dopo ho saputo che ero stato rimandato a casa come incorreggibile. Poi un premio a scuola..Poca roba.

E allora mi faccio anch’io una domanda: che bambino ero? Quello che giocava ai dottori, quello che tirava i trenini in testa..? Probabilmente tutti e due..

Io sono più vecchio di tutte le mie compagne (e di molto), ma ho l’impressione che a quel tempo, sotto le bombe, portati via in fretta e furia nella notte, non avessimo nemmeno avuto il tempo di elaborare qualcosa..Era pura e sempice sopravvivenza.

Quindi , devo andare piuttosto avanti nel tempo per percepire desideri, motivazioni, aspirazioni, come sarebbe interessante.

Cosa sognavo di diventare a 10 anni? Non lo so..non mi ponevo nessuna domanda..mi lasciavo vivere..La cosa più importante per me in quel periodo era l’album delle figurine degli animali…

Fu parecchio tempo dopo che cominciai ad essere più concreto…molto più tardi..

Ma qui si va per le lunghe..Dovrò scrivere un’altra puntata..Cecilia..è colpa tua. Troppe scintille hai sollevato..

La scatola magica – di Tina Conti

Ecco che mi ritrovo a preparare. Una nuova scatola. Questa volta è più   piccola della prima e della seconda, il destinatario farà quattro anni a breve. La destinataria per esattezza, quella dolce cucciola a che non ha ancora imparato a difendersi e che sto allenando a mettere le mani a protezione e a fare la faccia arrabbiata quando si sente in pericolo. Per fortuna ho iniziato molto presto a pensarci cosi adesso che tutti i negozi sono chiusi  è quasi  completata e ben nascosta. Stamattina con sorpresa ho trovato  nell’armadio delle tazze un sacchetto di caramelle al latte, cosi, le metterò  nella scatolina di latta dentro la scatola. Credo che ormai siano le uniche  rimaste in casa dopo i ripetuti furti si , avete capito bene, furti che non sono riuscita a evitare. Ma, torniamo alle scatole magiche come le chiamano i miei nipoti. Queste scatole magiche  preparate con largo anticipo, contengono le cose più diverse, recuperate e cercate a seconda delle capacita e degli interessi del bambino, ma secondo me sarebbero gradite anche agli adulti ,specialmente in questa nuova situazione. Pezzetti di carta colorata, cartoncini delle varie confezioni di alimenti e oggetti, pezzi di stoffe ,nastri e spaghi, sonagli, colle, forbici, album colorati e carte diverse, colori, nonché un piccolo telefono brillantoso con i trucchi e un pennellino. Naturalmente per le bambine che miracolosamente ho potuto prendere ieri. Bene, riguardo ai furti , devo dire che a me le caramelle non piacciono, ma sono circondata da golosi incalliti. Ho sempre tenuto in bella vista le varie scatole di chicche  per offrirle a ospiti e amici, adesso pero’, non sarà più cosi. Trovavo i vari contenitori sempre più vuoti ma non ci facevo caso. Fino a quando spostati a altezze sempre più alte, ho scoperto mucchietti di cartine argentate dentro i paralumi ,sotto le tovagliette dei tavoli abbiglie’, sotto le poltrone. Non ci sono posti sicuri mi sono detta, anche sopra l’armadietto dell’ingresso sono stati scovati e fatti fuori cioccolatini, fondenti e al latte alla menta, caramelle, gelatine. Eppure  mi sembrava  di essere molto attenta quando  dopo il caffè, mi prendevo un cioccolatino  e me lo gustavo in santa meditazione per addolcire le ore del pomeriggio, non tanto  però da non essere scoperta e derubata. Bene, troverò nascondigli ancora più segreti, ma la lotta è dura. Non posso neppure fidarmi a tenere il piccolo contenitore dello zucchero sul tavolo perché , piccole manine  depredano a tutto spiano. Sono il numero quattro e il numero cinque della brigata, loro sembravano i più innocenti ma, quando ho trovato il contenitore leccato fino in fondo ho capito. Niente più ingenuità, tenere la guardia alta, non è tempo di imprudenze.

Secondo incontro virtuale: i bambini che siamo stati

Da piccola avevo una vera passione per Peter Pan. Mi affascinava la sua figurina volante, il vestitino assurdo tutto verde con cappellino a punta, l’ombra che gli si era staccata e che voleva farsi ricucire, i suoi viaggi notturni in volo verso la “seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino”… E poi le lotte contro i cattivi e la protezione verso il gruppo dei “bambini sperduti” rifugiati nell’Isola che non c’è.

Peter si era perso da piccolo, allontanandosi dai genitori e non voleva crescere, sicurissimo di stare bene come stava.

Peter Pan era…. il mio babbo che raccontava favole, che mi portava al cinema, che costruiva giochi e giocattoli. Era mio babbo che mi insegnava a sognare.

Peter Pan è un personaggio letterario creato dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie (Kirriemuir, 9 maggio 1860 – Londra, 19 giugno 1937). Il personaggio appare per la prima volta nel 1902 e poi nei romanzi Peter Pan nei Giardini di Kensington (1906) e in Peter e Wendy (1911).

Queste le frasi più belle:

Il motivo per cui gli uccelli, a differenza degli esseri umani, sono in grado di volare, risiede nella loro fede incrollabile, perché avere fede vuol dire avere le ali.

Forse tutti noi saremmo in grado di volare se fossimo assolutamente certi della nostra capacità di farlo come l’ebbe, quella sera, il coraggioso Peter.

C’è un’Isola-che-non-c’è per ogni bambino, e sono tutte differenti.

Fra tutte le isole amene l’Isola-che-non-c’è è la più accogliente e varia; non immensa ed estesa, con spazi noiosi tra un’avventura e l’altra, ma tutta ben stipata. Quando ci giocate di giorno con sedie e tovaglia, non è un posto per niente pauroso, ma nei due minuti prima di andare a dormire, quasi quasi diventa vero. Ecco perché esistono le lucine da notte.

E l’ultima per salutarci:

Dovete fare pensieri dolci e meravigliosi. Saranno loro a sollevarvi in aria.

Marzo pazzo, più pazzo di sempre

Questi giorni di marzo – di Tina Conti

Ci saranno giardini curati e fioriti, alberi rigogliosi e potati a dovere, in campagna  la natura è in piena gioia. Al mattino quando guardo fuori, gli uccelli sono in grande movimento.Si infilano nelle siepi  a portare fili d’erba e scappano di nuovo volando rasoterra. Le capinere arrivano veloci a  becchettare i semi davanti alla porta. Sono mattiniere , per sorprenderle  mi devo appostare dietro il vetro.  Io fuori mi sento come loro, spensierata, allegra, ignara. Ho piantato un nuovo albero, lavorato nell’orto, riordinato le  parcelle che quest’anno son ben disegnate. Nel lavoro di rinnovo della recinzione sono riuscita a far partecipe  mio marito e un suo amico, la struttura di nocciolo che ho comprato si  armonizza con il cancellino in castagno che avevamo  sistemato  tempo addietro. Sono proprio orgogliosa del lavoro, posso raccogliere insalate, cicoria e cavoli piantati in autunno. Visto quanto tempo ho a disposizione ho interrato la patate germogliate aiutata dalla mia nipotina , non lo facevo da tempo ma visto che avevano messo gli occhi come ho detto a Tea  e lo spazio è aumentato  ci ho riprovato. Sembra tutto normale (fuori) ma nella mia mente passano le nuvole, quando ripenso alla situazione attuale.sento  le notizie alla televisione vedo il lavoro dei medici e degli operatori sanitari. Quanto siamo vulnerabili noi che ci sentiamo immortali, oggi piove, le notizie da fuori portano tristezza e silenzio, ripensiamo alla nostra vita, cuciniamo, leggiamo, ascoltiamo una musica, ci aiutiamo ad avere coraggio.