Chiudere

 Chiusura trasparente – di Luca Di Volo

Chiuso. Chiuso al mondo. Chiuso in un carcere duro insieme al peggior compagno immaginabile: il mio essere,  io. . e nessun altro.

In questa notte di Valpurga dell’anima,  i pensieri,  i ricordi,  le visioni,  mi appaiono come larve che salgono da un punto lontano.

Mi chiedono di vedere la luce,  di ritornare ad essere vive,  di risorgere per qualche istante dal buio in cui a suo tempo le ho relegate.

Ne favorisce la rinascita il silenzio. Quel silenzio per cui in tanti sospiravamo,  senza pensare che potesse essere più assordante di mille rumori,  e grande generatore di echi profondi.

Un film,  tanti film,  di cui seguire la trama,  appassionanti,  terrificanti,  anche dolci e teneri. . ma tutti,  tutti si affollano,  chiedono di essere proiettati sullo schermo bianco del passato.

E tutti bisogna rivederli,  ripassare tutte le moviole dell’anima…

E ognuno di essi porta con sé le emozioni,  come un’iridata cascata dirompente.

Già. . le emozioni. . bisogna scegliere,  lasciarsi andare. . quale appare per prima?

A me è successo così: solo un caso,  ne sono certo,  ma nella prima scena del film appaio io davanti ad un consesso di giudici femminili (almeno così mi parve allora). Mi rammentò i giudici dell’Areopago di Atene,  inflessibili e tremendi nelle sentenze inappellabili.

Su cosa stavano dibattendo? Una cosa da nulla: se io dovessi o no essere ammesso nel nobile consesso delle “Matite”,  visto che,  purtroppo ero un “uomo”  e le altre componenti tutte donne.

Solo una voce si alzò in mia difesa,  una sola,  ma fu sufficiente”. Io credo che la partecipazione di un uomo sia solo un arricchimento per noi”. E la votazione fu unanime. . Fui ammesso e se sono stato un arricchimento non lo so. Per me senz’altro.

Però ho solo cercato di evitare la domanda cruciale: ”Può un carcere farci sentire liberi?”

A prima vista è un terribile ossimoro. Se fosse un VERO carcere la risposta sarebbe un deciso NO.

Se invece lo si pensa in senso “astratto”…. chissà…

Intanto viene in mente che tutta l’umanità è rinchiusa in una specie di “carcere”: il nostro pianeta. Provatevi ad andarvene. . come stiamo tentando. Ma fuori non ci sono guardiani. No,  solo un universo ostile e gelido,  assolutamente sproporzionato a noi minuscoli abitanti di uno sperduto sistema ai margini della Galassia.

E oltretutto il nostro carcere lo teniamo malissimo. . anche se lo sappiamo che non ne abbiamo altri.

E anche tra noi prigionieri,  invece di sentirci solidali,  da quando c’è la storia non abbiamo fatto altro che sbudellarci a vicenda.

E ora c’è il cvd19…E ci costringe a guardarci dentro,  noi e i nostri compagni di prigionia. . cioè TUTTI.

E il pensare ci strappa l’anima in mille frammenti. . sta a noi ricomporli in un modo migliore di “prima” quando eravamo “felici” e non lo sapevamo.

Dalla clausura

Nostalgia – di Cecilia Trinci

E’ salito dallo stomaco. Come un sacchetto di farina che all’improvviso si fosse rotto. Un cedimento della carta come uno scoppio e la polvere finissima si è dispersa all’interno per depositarsi a soffocare ogni recettore sensoriale. Ha messo  in tilt tutto il sistema sentimentale e razionale . Dentro si è fatto buio. Una sensazione di centralina fusa, un black out di corrente a New York,  un precipitare senza paracadute dal bordo di un jet in avaria,  il vuoto sotto e sopra. Non è stato un dolore normale, noto, niente di simile a niente. Dentro si è disteso il panico diffondendosi nelle cellule. Il cervello si è spento. Solo il cuore forse non ha smesso di battere. Forse. Urlare un urlo senza parole come unica reazione animale. Io non c’ero più. Non ero lì, vagavo a mezz’aria guardando la finestra attraverso le tende inanimate, guardavo le macchine ferme, me lo ricordo e sapevo di essere nell’aria ma non più lì, sulla terra. Vedevo grigio, in lettere congelate, un gorgo arancio vorticava vicino alle orecchie per uscire scoppiando, premendo forte alle tempie. Il respiro si è fatto viola, senza ossigeno.

 L’anima è morta per qualche secondo.

Poi è tornata, non so come, è rientrata nel corpo senza trovarlo subito. Si è stropicciata e rannicchiata senza volerlo fare. Ha ripreso i contatti elettrici delle sinapsi. Ho percepito l’intensità del dolore, di come mi ha strangolato cercando di uccidermi. Ho percepito che dovevo vivere.

Prigionia

La bambina trasparente – di Nadia Peruzzi

Stava festeggiando il suo trentesimo compleanno, tavola imbandita, torta con le candeline,  il gruppo degli  amici e dei colleghi più cari. Tutto sapeva di festa.

Era lei che ci provava tutte le volte a sentirsi  al settimo cielo, ma non ce la faceva proprio. A ogni compleanno una parte di sé sembrava staccarsi da lei per guardarla e giudicarla. L’analisi era per lo più impietosa e la lasciava con l’amaro in bocca e più di un filo di disapprovazione di sé.

Una costante della sua vita. Il troppo pretendere da lei ne aveva fatto una ragazza insicura, esageratamente perfezionista al limite del maniacale.  Si era lasciata trasportare sempre dalla maggior parte di quelli che le erano stati accanto.

La famiglia , almeno fino a che lei non aveva deciso di scegliersi un lavoro che la portasse a migliaia di chilometri di distanza, era sempre lì a giudicare ogni sua mossa con severità priva di qualsiasi cenno di tenerezza.

Erano troppo presi dai loro affari e dai loro successi e ne avevano fatto unica misura del vivere per tutti in quella casa prigione. Per ogni cosa era una lotta. Era come stare in una contesa perenne dentro sé stessi e con gli altri fra il farcela e il non farcela. Fra il vincere e il perdere.  Era la volontà degli altri e non la sua in campo.

Anche a scuola. Loro volevano che fosse la prima in tutto, lei amava studiare e imparare per sé, senza competizione ma solo per il piacere di arricchire le sue conoscenze e la sete infinita che aveva di sapere.  Era curiosa. Lo era sempre stata. La fase dei perché una faticaccia per chi doveva rispondere a domande che spesso erano più da adulti che da bambini.

Era  uno scricciolo informe e goffo da piccola ed era pure imbruttita durante l’adolescenza , con tutti quei brufoli che nessun trucco riusciva a coprire. O almeno era lei che si vedeva così.  Anche per questo si era mimetizzata e chiusa dentro un bozzolo tutto suo.

Guardava il mondo attorno attraverso fili sottili e avvolgenti come quelli di una immensa ragnatela da cui si lasciava circondare ogni mattina per spogliarsene solo la sera , al momento di andare a letto.

Una bambina e una ragazza trasparente ecco cosa era e come si era sentita per la maggior parte del tempo.  Lei vedeva gli altri, li osservava, ne comprendeva i limiti, i difetti , le qualità, ma nessuno guardava o vedeva lei. Gli sguardi , quando c’erano erano fuggevoli, esigenti, perfidamente giudicanti. Poco o nulla che lasciasse trasparire affetto o attenzione per quello che faceva, quello che voleva  e gli obiettivi che raggiungeva.

Trasparente anche per i ragazzi che regolarmente la frequentavano solo per arrivare alle sue compagne di classe. Quelle carine, piene di smorfiette e tutte fronzoli.

Si era avvicinata a quella festa di compleanno con il solito stato d’animo. Si era preparata con una certa ansia, quasi temendo il peggio.

Invece da un certo punto di quella giornata qualcosa si era sciolto. Le sarebbe stato difficile dire quando e perché. Era successo , punto.  Come se un’acqua cristallina avesse trascinato via con sé ogni incertezza. Si sentì tranquilla come non era mai stata prima.  Rivide la ragazza che osservava gli altri dal suo bozzolo di fili trasparenti e lattiginosi  e con essa ripercorse ogni attimo in cui man mano aveva sentito quel bozzolo farsi sempre meno schermo di sé fino a che non si era rotto del tutto. Quella sera sentì qualcosa in più: che non ci sarebbe ricaduta dentro per nessun motivo.

Ripensò alla donna che l’aveva aiutata giorno dopo giorno a spezzare uno ad uno i fili di quella prigione dell’anima , ad accettarsi così come era dando un nome ed un cognome a ogni suo difetto con tutta la benevolenza di cui era capace.

Il merito di tutto questo aveva un nome: Giulia.

Un donnone a cui i suoi genitori avevano deciso di affidarla quando aveva poco meno di una decina di anni. Era stato difficile capire perchè un’estranea doveva essere il centro del suo mondo, mentre chi avrebbe dovuto esserlo raramente era a casa e quando ci stava pensava al resto fuori , non a lei.

Pian piano aveva capito che non era solo lavoro per Giulia. Le si era affezionata  veramente. Aveva sentimenti quella donna. Un cuore grande che metteva in campo tutte le volte che sentiva che c’era bisogno di tenerezza e comprensione, stimolo a migliorarsi,  laddove albergavano severità, indifferenza, distacco.

Più di una volta era arrivata a chiedersi perché i suoi l’avessero fatta nascere, se poi non la consideravano nemmeno quei due egoisti troppo presi da carriere, affari, bel mondo.

In quella sera di agosto pensare che tutto questo era alle sue spalle la fece sentir bene. Con nostalgia ripensò alle braccia forti della Giulia che la accoglievano sempre nei momenti in cui era necessario. Spesso prima che lei lo chiedesse. Rivide il suo seno avvolgente che aveva  accolto e consolato i suoi pianti disperati.

In tutti i momenti importanti Giulia c’era stata.  L’esame di maturità, la laurea. Era stata la sua confidente per le sue cotte e i suoi amori.

Le mancava come può mancare una nonna.  Per lei era questo. Una nonna solida come una roccia, comprensiva, tenera che aveva saputo con leggerezza  e acume riconoscere e far emergere il meglio di lei.

A 30 anni si sentiva dentro la ricerca infinita che la vita porta con sé .  Ma senza pressioni e appagata per come la stava affrontando.  Aveva sconfitto man mano le asperità più negative del suo carattere, pur continuando a lasciare campo libero a quelle che la rendevano unica e non omologabile a schemi prefissati.  

Era diventata una archeologa di fama internazionale , con la sua tenacia e la sua voglia di ricostruire i nessi e i fili che legano passato e presente.

La ricerca delle radici che a lei erano mancate era diventata la sua professione. Viaggiava molto e in ogni parte del mondo.

L’aria si stava facendo finalmente tiepida sulla terrazza del suo appartamento nello Yucatan. Il rumore della festa si era un po’ attenuato. Il filo dei pensieri  la spinse a sollevare ancora una volta il telefono.  Era molto tardi e notte fonda per chi doveva rispondere. Si erano già sentite per gli auguri. Ma ne aveva bisogno in quel preciso momento di quella voce amorevole e calda , anche un po’ impastata nel risveglio forzato, che la faceva ogni volta tornare bambina .

“Ciao, nonna Giulia.  Avevo bisogno di perdermi ancora un po’ nella tua voce e di pensare ai tuoi abbracci. Fai buoni sogni !”      

Fermarsi

Fermati e ascolta – di Carmela De Pilla

Avresti voglia di scappare, di strapparti l’anima, di urlare e invece rimani prigioniera del tuo stesso essere che non ti lascia in pace.

Giorno dopo giorno ti divora, ti logora e tu ti senti persa, te ne stai chiusa, sempre più chiusa dentro te stessa per non vedere, per non capire.

 Meglio starsene in un angolo del proprio buio.

Gli altri ti distruggono, ti fanno sentire ancora di più intrappolato e allora scappi, scappi dalla tua mente, dalle tue emozioni, dai tuoi desideri….

…E se invece di scappare ti fermassi?

Fermati.

Fermati, respira e prenditi cura di te stessa, pian piano capirai che ne puoi uscire fuori, ti ci vorrà del tempo, mesi…anni…ma ce la farai.

Cerca dentro, rovista, fruga, vai oltre il buio, vai a cercare il tuo Io primitivo, quello che ti ha dato la vita e impara a conoscerlo.

Apri la porta e vai…con minuziosa pazienza ricostruisci ogni parte di te cercando di perdonarti e di amarti, vedrai… sarai finalmente libera di essere così come sei.

Riflessioni dalla clausura

Il paesaggio al tempo del coronavirus – di Elisabetta Brunelleschi

Dal 9 marzo non ho più varcato i confini del territorio comunale.

Sto tenendo lontano un nemico invisibile, che non so come e quando potrebbe attaccarmi e allora rispetto le regole che ci sono state date: esco di casa solo  per la spesa. E mi sento anche in colpa perché il mio uscire quotidiano per il pane, il giornale o gli ortolani pare sia troppo! C’è chi mi rimprovera.

Ma per tutto il resto della giornata me ne sto nelle mie quattro mura e fuggo la smania impiegando il tempo con le più inconsuete attività.

Ricordo il percorso per la spesa di mercoledì 11 marzo, mi guardavo attorno attonita e incredula: paese deserto, molti negozi già chiusi, persone ben distanziate in coda per il fornaio, la cartoleria, l’edicola, pareva di entrare in un sogno.

Ora che siamo al 24 marzo, so con certezza che non era un sogno, è tutto vero, tragicamente vero!

Da questo forzato isolamento non posso sfuggire e in tutti i modi devo ricercare il sentimento che mi permette di accettare questi momenti, perché le giornate sono lunghe e non facili da riempire.

Intorno c’è silenzio e tranquillità. L’aria è chiara e trasparente. Qualcosa di buono lo sto trovando.

Trascorro il mio tempo senza scadenze di orari, parcheggi, appuntamenti, documenti in scadenza…, La famiglia, per quanto minima, è presente e vicina. Controllo la casa, mi diletto con la cucina, scrivo per passatempo.

Ai pochi parenti rimasti mi legano telefonate quasi giornaliere, arricchite da messaggi e invii di foto. Lo stesso con gli amici, con cui ci subissiamo a vicenda dei più incredibili whatsapp, dal serio al faceto, ma è l’unico modo per sentirci uniti.

Dobbiamo ammettere che i moderni mezzi di comunicazione sono una gran cosa. Per questo dovremmo farne un uso corretto e misurato.

Certamente i social non sono la realtà. Mi chiedo a volte cosa sarà rivedersi e parlare da vicino con gli odori, i suoni, gli abiti, i movimenti. Viso a viso senza lo schermo di un telefono o di un computer. La realtà del reale contrapposta a quella virtuale.

Ricominceremo, non so quando, ma dovremo ricominciare. 

I pochi passi che faccio intorno a casa mi hanno permesso di vedere cose mai osservate: alberi, arbusti, uccelli svolazzanti, fiori appena sbocciati. È stato proprio da questo vedere che mi sono inventata un passatempo, elencare le specie arboree e erbacee presenti in un raggio di 100\150 metri dalla mia abitazione. È stupefacente la ricchezza della flora che ci circonda. In un paese che ormai è periferia della città, esiste una biodiversità vegetale pochissimo valorizzata e dai più sconosciuta! Collegata a questa vi è senz’altro la biodiversità animale. Penso soprattutto agli invertebrati (insetti, aracnidi, molluschi terrestri e vermi di ogni specie) che si aggirano sopra e sotto questo verde mondo. Potrà essere la prossima osservazione. 

Mi chiedo spesso chi potrà trarre vantaggi da questo mese di forzato isolamento. I soliti sciacalli della finanza e del commercio avranno già i loro frutti e di alcuni ne verranno a sapere solo i posteri.

Sicuramente stanno guadagnando le farmacie, i produttori e commercianti di generi alimentari e gestori di luce, gas e acqua. Almeno una volta in farmacia siamo passati tutti. I supermercati super richiesti. Non c’è amico o conoscente che non si sia cimentato in ricette aumentando il consumo di energia per far funzionare fornelli, forni, lavastoviglie ecc. Chi mai in tempi di “libertà” si era dedicato così tanto alla cucina? Attenzione mi aspetto lamentele anche su questo!

Ma alla fine, noi, comuni e normali mortali, come ne usciremo? Molti, genitori, nonni, fratelli …, non ne usciranno, sono morti, muoiono e moriranno. Di quelli che resteranno vivi, in tanti, lo spero, alcuni ne usciranno più poveri, altri rimarranno quelli sono. Ma non è facile fare previsioni, nemmeno gli scienziati possono dirci qualcosa di certo.

Una cosa è certa,  questo stare chiusi in casa che ci impedisce l’uso pluri-quotidiano dei mezzi a motore insieme al silenzio sta portando un deciso abbassamento dei livelli di inquinamento. Finalmente si respira …. Aria tersa, niente odori di gas di scarico, niente invisibili rilasci di pneumatici, parcheggi incredibilmente vuoti, … il prezzo della benzina forse calerà?

Mi immagino i boschi non più calpestati, nessuno, o pochissimi, all’assalto degli asparagi che in marzo iniziano a spuntare, chino a raccogliere il fiorellino, a rovistare nell’humus per l’ultimo fungo di stagione. I boschi e i campi si rigenerano.

E gli animali? Liberi di muoversi senza lo spavento del nemico a due zampe che in un attimo può incombere; cinghiali, caprioli, le vituperate volpi, le lepri, i tassi, gli istrici e ancora tanti altri come i relitti che con la primavera si stanno risvegliando.

Quelli che per noi sono giorni di timore per la natura si trasformano in intervallo di pace.

E allora?

Noi costretti in casa da oscuro morbo, recuperiamo ciò che vi può essere di semplice e genuino, abbiamo più  tempo per i passatempi preferiti e svolgiamo attività che in tempi di libera uscita avremmo messo da una parte. Senza dimenticare, però, che il fuori ci sta aspettando.

E allora, quando potrò andare dove voglio, mi vorrò sentire come nella poesia di Ungaretti:

 E subito

riprende il viaggio

 come dopo il naufragio

un superstite lupo di mare.

Per poi tornare a casa e star bene:

con le quattro

 capriole

di fumo

 del focolare.

Scintille dalla clausura

Nonna Bianca – di Mimma Caravaggi

Di quattro nonni ne ho conosciuta solo una: la nonna Bianca. La ricordo su una poltrona con il suo bastone accanto  ma non ricordo di averla vista mai camminare. Di solito ero seduta su una seggiolina accanto a lei in punizione perché avevo litigato con mia sorella Gianna per cui la zia Pina ci metteva sedute accanto alla nonna ma non potevamo parlare né muoverci, metà giornata l’una e metà l’altra. Uno strazio per me che non ero abituata alle punizioni. I miei genitori si erano separati quando io avevo poco più di un anno e per le vacanze raggiungevo mia sorella Gianna in Umbria che viveva con papà, mentre la sorella maggiore Tilla ed io vivevano con la mamma a Pescara. Da brave persone corrette si erano divise la prole!!!! Mi ritrovavo spesso in punizione perché io e Gianna non ci riconoscevamo come sorelle, ci si vedeva solo poche volte l’anno. Mentre Gianna temeva la zia Pina perché molto severa io non me ne curavo più di tanto e una volta sulla famigerata seggiolina restavo a chiacchierare con la nonna e quando mi stancavo mi alzavo, andavo in cucina a prendere un bicchiere d’acqua per la nonna o almeno questa era la scusa che adducevo se incontravo la zia che tornava a brontolarmi e riportarmi a posto. Gianna aveva il terrore della zia e se ne stava buona buona seduta senza fiatare, dalla sua bocca non usciva una parola. Io invece quando mi ero stufata la raggiungevo in giardino fregandomene delle regole della zia e con tanta rabbia da parte di mia sorella. Quella non era casa mia, ma della zia e per quanto le volessi bene non stavo mai alle sue regole. Ero piuttosto “selvaggia” rispetto a Gianna e non avevo paura. Mi divertivo in quella grande casa piena di scale e stanze e se il tempo lo permetteva stavamo in giardino a giocare con la vecchia e grossa tartaruga 🐢 montando sopra e abbracciandoci strette per non cadere mentre lei camminava tranquilla. Se il tempo era brutto salivamo in soffitta, la stanza delle meraviglie. Era piena di ricordi e di boccette di vetro  che attiravano sempre la nostra attenzione. Il nonno era stato un farmacista e metà soffitta era piena di scaffali e vasi di ceramica e vetri. E noi ovviamente si giocava ai farmacisti. Una vendeva e l’altra comprava sempre finché non si litigava. Quando succedeva gli strilli raggiungevano la zia che veniva di corsa a dividerci e punirci. Finite le vacanze ognuna tornava alla sua scuola, alla propria vita salutandoci con qualche lacrimuccia fino al prossimo incontro.

Selezione naturale

La vittoria delle zanzare – di Cecilia Trinci

Era un periodo in cui le zanzare non riuscivano più a respirare. Avevano un gran peso qui che non le faceva più volare e il sangue non aveva più lo stesso sapore. Piano piano non riuscivano più neppure a succhiarlo, una gran fatica le invadeva. All’inizio succedeva solo a poche di loro, si diceva perché erano le più vecchie  e malandate. Poi piano piano tutte avevano  gli stessi sintomi. Si dicevano di uscire poco, di evitare di andare a succhiare la pelle degli umani di giorno, di andare solo di notte, poi solo poche ore la mattina presto o al tramonto. Poche per volta, possibilmente. Poi decisero di rimanere rintanate negli anfratti umidi, di evitare le città dove, si diceva, si spargeva una sostanza strana in forma di nebbia che non perdonava, che le faceva morire a decine. Si rintanarono. Quelle rimaste in città non tornarono più. Presto tutte scomparvero.

Certo non sapevano che poco dopo, solo pochi anni dopo, ci sarebbe stata la rivincita della Zanzara Tigre, pressoché immortale, immune ai liquidi profumati, alle nebbie spruzzate, impavide tigri capaci di vivere notte e giorno, d’estate e d’inverno, negli anfratti umidi, ma anche nelle strade assolate, silenziose, piccole e invisibili, capaci di aggredire chiunque e comunque.

Quelle morte anni prima non lo sapevano e non lo seppero mai veramente.

Anzi, quando qualcuno diceva “vedrete, andrà tutto bene, rinascerete presto, invincibili e immortali e farete paura al mondo” avevano dei conati di vomito, degli istinti irrefrenabili di rabbia, delle allucinazioni da invasate.

 E vedevano solo la loro fine.

Leggere il futuro

Trasparenze – di Gabriella Crisafulli

Indovina indovino

tu che leggi nel destino

come sarà 

il tempo che verrà?

Bello, brutto

o metà e metà?

Scruta – di grazia –

la sfera appannata

dimmi 

– ti prego – 

cosa ci condurrà 

nella terra incantata?

Guardò il gran saggio

il profondo raggio

che penetrava

la palla oscura

e scoprì la ricetta

per combattere la paura

” Viaggiare nel tempo

nel sole, nel vento

poi tessere 

e annodare

solo parole

sane”

Morire per rinascere

Una nuova Genesi – di Laura Galgani

Essere Umano del XXI secolo, stai per vivere una nuova Genesi. La Terra, ora così silenziosa e affranta, fra qualche tempo – poco, tanto, chissà – verrà riconsegnata nelle tue mani come fosse l’alba del primo giorno. Ti rendi conto della bellezza di questo momento? Mentre combatti per sconfiggere un virus letale e misterioso, la Natura si sta riprendendo dalle sanguinose e infinite ferite che le hai inferto. L’inquinamento diminuisce, l’aria si fa leggera, si producono meno rifiuti, gli animali fanno capolino e dimenticano la paura dell’Uomo. Ora è lui, ad aver paura! Si rifugia nella sua tana, e trema.

Questo è il momento di chiederti che cosa vuoi fare, quando potrai di nuovo uscire, tornare al lavoro, ricominciare a produrre, viaggiare, festeggiare, consumare… fermati a pensare: vuoi che sia tutto come “prima”? Ascolta, in questo momento di sospensione, la voce della Terra: chiede rispetto, equilibrio, pazienza, pace, ma anche creatività, nuove idee, tecnologia al servizio dell’ambiente, invenzioni e soprattutto un nuovo sguardo che la accarezzi con Amore, invece che un pugnale con cui ferirla come prima.

Non fare che tutta la sofferenza di questa stagione sia passata invano. Fermati ad ascoltare, a guardare, a pensare. E’ tutto nuovo. Per l’ultima volta. Non lo sarà mai più.

La notte dei bambini

Che mi racconti nonna, stasera? – di Chiara Bonechi

Il letto di mia nonna Eleonora era altissimo o a me bambina sembrava così.

Mi piaceva dormire con lei.

Con un balzo saltavo sopra e mi mettevo sotto le coperte, guardavo mia nonna che si sistemava per la notte: si scioglieva la crocchia che portava annodata sulla nuca e i capelli fini, dal colore un po’ spento, le cadevano sulle spalle, poi si toglieva gli abiti e indossava la camicia lunga fino alla caviglia.

Il letto era alto per lei piccoletta e poco agile, mi divertivo a guardarla nello sforzo di salire e spesso non ci riusciva.

“Dammi una mano!” diceva.

Io mi rivedo inginocchiata sul materasso e piegata su di lei, le nostre mani che si afferrano, si stringono e io tiro con forza finché anche lei è con me nel letto.

“Che mi racconti nonna stasera?”

E lei cominciava.

Le parole uscivano dalla sua bocca fluide e intense, i suoi racconti mi portavano attimo per attimo in un immaginario che scorreva nella mia mente come un film, era bravissima mia nonna a raccontare.   E se qualche volta prendeva il libro delle fiabe e cominciava a leggere non era per me la stessa emozione.

“Nonna, raccontamelo a bocca!” le chiedevo e capitava che lei chiudendo il libro proseguisse e lentamente si addormentasse biascicando parole senza più senso.

Quanti scossoni alle sue braccia grassottelle per risvegliarla e farla proseguire!

Qualche tempo fa, riordinando un mobile libreria in casa di mia mamma, ho ritrovato un libro che mi ha fatto sobbalzare: “CUORE”.

Credevo di averlo smarrito come quello di Pinocchio e invece era lì, sotto a spartiti di musica e ad altri libri impolverati.

La copertina di cartone rigido, la costola di tela, edizione Garzanti.

Sullo sfondo azzurro in evidenza il volto di un bambino con un grande cappello bianco, stringe sotto braccio uno zaino e sorride. Tengo il libro per qualche secondo appoggiato al petto come in un abbraccio, poi scosto la copertina e leggo la prima pagina: anno 1958, edizione per il cinquantesimo della morte di Edmondo De Amicis.

Rivedo quel volume sul comodino accanto al lettone di mia nonna e ripenso a quella data.

Avevo quattro anni quando le storie uscivano da questo libro attraverso la sua voce e io palpitavo di commozione per la “Piccola vedetta lombarda”, “Il piccolo scrivano fiorentino”,”Il tamburino sardo”, “Dagli Appennini alle Ande”. Mi capitava di piangere per quei bambini, protagonisti buoni, onesti, generosi che si sacrificavano per gli altri.

Anche piangere era bello allora.                                                                                                                                                                    

Quarto incontro virtuale: chiusura

Chiudere.

Usiamo in molti contesti questa parola, che può sembrare dura:

Hai chiuso la porta?

Sto chiuso in casa da giorni!

Con te…… chiuso!

No, guarda, non credevo ma è proprio chiuso a tutto, a qualsiasi novità!

Chiuso per ferie

Non pensavo fosse tanto chiuso di mente!

Oppure può essere parola meno dura:

Chiudi il barattolo altrimenti evapora tutto!

Chiudi la mente all’ansia!

Chiudi tutto e scappa!!

Oppure può essere un concetto riferito a un luogo, a una situazione.

Come nel libro Almarina, di Valeria Parrella

In cui si parla di una storia che si svolge in un carcere, luogo chiuso per definizione e in cui scoppia una bellissima relazione tra due donne e la ricerca di se stessi.

La domanda di oggi è:

“PUO’ UNA PRIGIONE RENDERE LIBERO CHI VI ENTRA?”

I nostri giorni belli

In questo periodo, ogni anno, vi rileggevo e riguardavo le nostre foto.

I fiori di Carla
di Carla Faggi

Leggerezza, diceva sempre Carla. La bellezza della diversità, dicevano sempre Carmela e Laura. Mi fa bene ascoltarvi, diceva Gabriella e (con il noto francesismo “che gran botta di culo”) è stato incontrarvi, diceva Rossella…ecc ecc…

Molto più bello e facile era guardarsi negli occhi, ridere, parlare (abbastanza) a turno, scambiarci pasticcini e biscotti, magari piangere qualche volta, ma sempre solo così, per una commozione di passaggio.

con Alessandra Biagianti
Simone Rovida
da Panchine

I nostri incontri virtuali comunque continueranno oltre il 7 aprile. Tanto….cosa abbiamo da fare? La vita fuori riprenderà con molta lentezza quindi possiamo continuare a incontrarci su questo blog.

Pensando al “dopo” mi piacerebbe intanto raccogliere quello che abbiamo fatto in questo periodo di chiusura. Mandatemi le foto di quello che a voi è piaciuto di più fare. Foto pensate, però, che siano sintetiche ma intense…che vi raccontino in questo periodo in cui fisicamente non ci vediamo.

A domani per il quarto incontro.

Cecilia

L’ultimo giorno…….

In attesa del quarto incontro

Un contributo di ognuno in questi giorni difficili:

Tina: la torta di Nora
Sandra: i biscotti
Carmela: i gioielli
Stefania: gli animali da cortile
Simone: arte del vetro
Carmela: il paesaggio in acquarello
Rossella: improvvisare con poco
Anna: le frittelle
Nadia: la sanità

Carla: le parole:

Quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge o al partner. Di mettere al mondo un figlio o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui». David Grossmann

Patrizia: i fiori
Mimma: il giardino
Elisabetta: il risveglio della tartaruga
M.Laura: le piante grasse
Laura: la tesi
Chiara: i libri di quando era piccola

Vanna: una poesia:

In questo clima surreale

di silenzio e vuoto,

anche i pensieri si sciolgono diversi,

flessibili, si fanno collettivi,

si slegano  dall’individuale.

Non son più “io”, siam “noi,”siam  “tanti,”

accomunati da una sorte impervia,

cerchiamo imperscrutabili perché:

diversi, pochi, molti…

Una fatica sola ed essenziale: sacrificar l’ego al bene universale

Luca: il disegno
Gabriella: la luna

Trasparente

La cartella trasparente – di Luca di Volo

Lo scenario: seconda media. Interprete: un bambino, normale, normalissimo.

Ma un bel giorno…anzi un brutto giorno, o non gli venne in mente al professore di darci un tema da fare a casa…E io i temi li detestavo.  Certo, sono un po’ cambiato da allora.  Comunque, in quel tempo li odiavo con tutta l’anima.

Insomma . ”Allora ragazzi,  in Italiano ho visto che siete un po’ scarsini…via, per domani portatemi un tema, a piacere.  Ma portatemelo domattina. ”

Che potevamo fare? Subimmo.

Solo che io…siee.  non c’avevo mica tempo:  prima giocare un po’ a calcio, poi a palline,  poi ai Salesiani il campionato di ping pong…Alla sera , naturalmente, quando tornai a casa, del famoso tema non c’era traccia.

Ma io, per far tacere la cattiva coscienza mi consolavo , sapendo di mentirmi: ”Ma un se ricorda mica , sai…tante altre volte c’ha detto: ”Ora un ciò i ttempo peccorreggelli, si fa un ‘altra volta.  ”

Come un condannato che aspetta dalla Corte Suprema  una sospensione, altre ventiquattrore di vita…

Ma all’indomani.  scalogna delle scalogne o non fu questa la prima cosa che il Prof.  disse: ”Allora ragazzi, l’avete fatto il tema?”

Risposta corale: ”Sii”, anch’io…vigliacco. 

“Bene.  allora te , Di Volo, l’hai fatto , vero?”. Forse ero proprio trasparente. 

Eh, dissi.  sì sì…ma mi sentivo morire. 

“Ah.  allora vieni alla cattedra e leggilo a tutti, vai.  ”

Strascicando i piedi, andai alla cattedra, portandomi dietro la cartella.

Il prof.  si aggiustò gli occhiali sul naso chiedendomi: ”Ma come mai con la cartella? Ci sarà dentro il tema…allora tiralo fuori e leggi. ”

E io, deciso a reggere ostinatamente la parte, la cartella l’aprii davvero.  Sapevo benissimo che dentro non c’era un tubo…ma scrutando il fondo finsi anche stupore.  ”Ma come mai.  mah, era qui…” E sentivo gli occhi del prof.  che mi trapassavano.

Dopo un po’ di questa pantomima, finalmente mi chiese: ”Prova a darmela a me codesta cartella.  può darsi che io sia più fortunato. ”

Aveva capito tutto…io e la cartella eravamo trasparenti come l’acqua di fonte…

Gliela porsi e lui (tanto per tenermi ancora un po’ sulla graticola), finse di guardarla bene dentro e poi me la restituì.  E, con aria comprensiva mi parlò ”Eh sì.  , io dentro c’ho trovato delle lettere, forse ti son cascate dal foglio in autobus.  Ma parecchie si son perse, purtroppo. Sai che si fa? Domani, invece che UN tema.  me ne porti DUE.  così si recuperano anche le lettere finite nell’autobus…”

Che dire…tornai mogio al mio posto. Le orecchie mi ronzavano, ma più di tutti sentivo il ridacchiare maligno dei compagni.

Mi feriva , non tanto l’evidente menzogna, quanto la grandissima figura a bischero che avevo fatto nel fingere di guardare dentro una cartella sapendo perfettamente che dentro non c’era proprio nulla…ma cosa speravo? che ci fosse qualche miracolo?  qualche angelo che mi facesse trovare un tema che non c’era?  (bell’argomento: il tema che non c’è.  da approfondire. ) Non lo so.

Ma l’interrogativo che da allora mi strazia è quando mi chiedo:  ”Ma cosa avrei fatto se davvero dentro la cartella c’avessi trovato davvero il maledetto tema?!”

Angoscioso. 

E poi da quel momento non usai più la cartella.  Tanto era “trasparente”.

Trasparenze e assenze

GIORDANA – di Rossella Gallori

…tra trasparenze, assenze, maschere ed una infanzia che non c’ è più…

 …era abituata a piangere, lo sapeva fare in molti modi, era un valore “acquisito sul campo” nessuna medaglia, nemmeno un misero bronzo, per quel suo sapere.

C’ era stata la nascita, poco desiderata, che forse aveva capito, ancor prima di imparare a camminare… se tu non ci fossi stata…era l’ unico rosario che sua madre sapeva recitare, al quale seguiva quello della nonna più cocente: oh Signore, questa è una punizione…

Ed era cresciuta così Giordana, tra urli, strilli, ceffoni dei fratelli, ed un unico amore….

Gli anni erano passati, tra un lavoro scelto al volo, per quella sua voglia di aiutare la famiglia, quasi un modo per farsi  del male ed  accudire chi non ti vede, rinunciare allo studio, alla poesia che amava e che le dava gioia, cercare in maschi più grandi e quel calore mai ritrovato, faceva tutto per far capire che esisteva, come accettare a 14 anni di posare per una ditta, di calze, che per puro miracolo non la portò sul marciapiede…per fortuna oltre al saper piangere aveva imparato anche a scappare, fiutava il pericolo

Giordana, dote che perse nel tempo….e fu in quel lasso di tempo che si costruì una maschera, fu un lungo lavoro di cazzate e doveri, un ricamo complicato dove spesso i fili si intrecciavano , nodi da strappare, da tagliare e togliere, per aggiungere un colore cambiando sfumature, nacque così una nuova lei, piena di controsensi, una Giordana strafottente : una che non aveva “ voluto” studiare, una che  aveva “ dovuto “lavorare” una che “vado alle feste e torno quando mi pare”una timida e dolce che  si inventò “ dura” come il granito.

Opaca ed invisibile, ecco come si sentiva, anche quando arrivò un marito, una figlia, amori che eran “ porti sicuri” e spesso lei fece diventare “ bassi fondali” …..no non sapeva muoversi, nel certo, non capì amicizie vere, abbracci Sinceri….

Era nata cristallo  prezioso, ed era diventata culo di bicchiere peso ed economico.

Quindi “era abituata a piangere” Giordana, e lo stava facendo, in silenzio, anche ora, con il naso schiacciato su un vetro opaco di pioggia vecchia, con le lacrime che facevano tuttuno con un moccio infantile e copioso, gli occhi gonfi che cercavano una primavera nuova e libera, al di la della piccola finestra, occhi miopi che guardavano verso il parco chiuso, dove gli scoiattoli correvano, padroni ignari e l’erba cresceva ad un ritmo più veloce del solito, aspettava voci, conferme, un saluto non distratto, un bacio da lontano, una carezza a distanza, nessuno avrebbe notato le sue rughe, quei solchi dell’ anima che erano affiorati, un po’ vigliacchi e forse prematuri….rimase li a lungo…in un’ attesa che non fu vana, una pioggia improvvisa raccolse i suoi desideri…pioveva a vento i vetri si appannarono, finalmente strisce d’ acqua segnarono un tempo che sembrava essere eterno…era il 21 marzo 2020 …le 6 del mattino

Non me l'aspettavo

Una risposta che non mi aspettavo – di Patrizia Fusi

Nel periodo delle vacanze di solito i miei genitori mi mandavano a trascorre da i miei zii che erano casieri presso alcune le ville di persone benestanti.

Quella lontana estate ero alla villa Limonaia.

Trascorrevo le giornate fra il grande giardino divertendomi a aiutare lo zio nella cura delle piante, o lo seguivo nell’orto dove coltivava di tutto, c’era un grande susino della qualità goccia d’oro erano buonissime, le facevamo maturare sull’albero, quando mangiavo quelle molto mature  facevo due piccoli fori nella buccia e succhiavo tutto il frutto.

 La verdura dell’orto era per tutti, lo zio il venerdì preparava le cassette con tutta la verdura e la frutta che c’era a disposizione, il sabato il padrone di casa la portava alla casa al mare ai vacanzieri.

Lo zio era bravo nel coltivare l’orto e a seguire il giardino, aveva imparato a coltivare la terra fin da bambino essendo la sua una famiglia di mezzadri in una fattoria del Chianti

Delle volte seguivo la zia che doveva fare le pulizia in villa, essendoci rimasto il capo famiglia a lavoro a Firenze, mentre gli altri si erano trasferiti al mare compresa la servitù.

Dalla cucina dell’appartamento degli zii entravamo diretti nel guardaroba e nelle stanze della servitù.

Nel guardaroba c’era un odore particolare che mi pungeva gradevolmente le narici, al piano superiore c’erano le camere, per arrivare a queste si passava da un corridoio a balconata che si affacciava sopra un grande salone, il pavimento delle stanze aveva il parquet, la zia doveva pulirlo con molta attenzione e fatica.

 C’erano tante altre stanze, fra saloni con morbidi divani damascati, tende candide alle grandi vetrate, studio, ingresso, sala da pranzo, cucina ripostigli vari, era tutto molto sfarzoso.

 C’era un cane lupo di nome Whisky lui era il mio compagno di giochi, rare volte veniva la nipotina del contadino, che aveva la casa attaccata al dietro della vila a giocare con me, io ero molto timida e legammo poco.

Ricordo con amarezza la poco sensibilità che mia zia ebbe verso di me, una sera mentre ero affidata a lei, pur essendo un donna buona.

Per cena aveva preparato il pollo a sugo, quando tutti e tre eravamo a tavola, la zia mi chiese quale pezzo del pollo volessi , io da bambina ingenua, avendo visto come mia madre pensava prima a noi bambini che per sé , chiesi candidamente che avrei voluto il pezzo migliore, lei mi diede una risposta che non mi sarei mai aspettava, rispondendomi che il pezzo migliore piaceva a tutti, questa risposta di lei mi feri profondamente, mi sentii tanto sola e in quel momento desiderai tanto di essere a casa mia con la mia famiglia .

La mattina, dopo un sonno ristoratore ricominciai il tran tran della vita in villa, la zia non si era nemmeno resa conto di quanto mi aveva ferito e io rimasi con loro fino a quando non iniziò l’anno scolastico.

Trasparenza

Attraverso i vetri della finestra – di Sandra Conticini

Sono giorni che siamo chiusi in casa, e chissà quanto dovremo stare. Il morale è sotto i piedi, giro per la casa senza un senso,senza voglia di far niente, apro un armadio, lo richiudo, prendo un cencio lo passo su un mobile e lo lascio accanto, guardo fuori della finestra, mahhhh dovrò pulire questo vetro non vedo niente….Così mi armo con tutto l’occorrente ed inizio il lavoro. Oh finalmente riesco a vedere il giardino davanti a casa con l’olivo, la mimosa fiorita in anticipo, e tutti i fiori della primavera, tromboncini, tazzette, mughetti e qualche cespuglio in qua e in là con delle rose rosse e gialle fiorite. Guardo un po sulla destra e  vedo uno spicchio della collina di Fiesole, quanto verde che bello…. Non avevo mai notato tutto questo micropaesaggio anche altre volte che i vetri erano puliti , forse perchè sempre molto distratta. Com’è bella la trasparenza  fa vedere le cose lontane belle, nitide e vere. L’acqua cristallina del ruscello che scende fa vedere i sassi del loro colore, o l’acqua del mare ti fa vedere i piedi e i pesciolini quando ti attccano alle caviglie, oppure i granchi. La trasparenza è verità di quello che vedi e che esiste!!!

Quarantena

I BAMBINI CHE SIAMO STATI – di Sandra Conticini

Non sono stata una bambina tranquilla, ero un pò bizzosa e rompiscatole, come diceva il babbo ero una “riffaiola”, fin da piccola volevo fare quello che volevo.

Una volta sparii per un pomeriggio intero, ero andata nei campi  a cogliere la camomilla pensando di fare una cosa utile, invece, quando tornai a casa trovai la mamma disperata perchè non sapeva dove andare a cercarmi così mi presi anche qualche schiaffo.

Ricordo un’estate particolarmente dura. Normalmente con altre tre o quattro amiche andavamo a casa di un’altra perchè lei, avendo dei fratelli più piccoli e i genitori che lavoravano, non poteva uscire. Così si stava in giardino a chiaccherare e ridere, ma un pomeriggio arrivammo lì e la sua mamma iniziò a brontolare e a mandarci via perchè avevano preso la tigna  ed il medico li voleva mandare in ospedale e mettere tutti in quarantena. Noi avevamo notato che da qualche giorno delle bolle strane, ma  dicevano che erano zanzare. Anche io avevo una bolla in un braccio che la sera specialmente mi pizzicava e la mamma più di una volta mi aveva detto che mi voleva portare dal medico, ma per me i dottori potevano morire… non ne volevo sapere. Come facevamo a dirlo ai nostri genitori? Ci potevano andare via tutti i capelli e poi la quarantena e la tigna…che vergogna, eppure eravamo pulite…. Quando  dissi alla mamma cosa  poteva essere la mia bolla iniziò la sua filastrocca..è te l’avevo detto che dovevi venire dal dottore…. la tigna?in quarantena noooo!!! Ohh non lo diciamo per carità..è una vergogna… La mattina successiva mi portò da un dermatologo che mi prescrisse un unguento da mettere mattina e sera e  fasciato con una stoffa di cotone. Così passai tutto il resto dell’estate con questa fascia  al braccio, ma potevo uscire tranquillamente, invece una mia amica, che aveva le braccia piene di bolle dovette stare in casa e, se usciva, aveva le maniche lunghe e la sua mamma a forza di pezzetti di cotone diceva che aveva finito due o tre lenzuola del corredo buono.

Certo i tempi cambiano ma, alla parola  quarantena, isolamento, ancora oggi prende il panico,  la paura di perdere la nostra libertà a cui siamo abituati, muoversi come, dove vogliamo e con i mezzi che cosa ci sono più congeniale   e,  non riuscendo a mantenere la calma, rendiamo tutto più complicato e difficile per noi e per gli altri.