Battito d’ali

L’inganno della trasparenza – di Chiara Bonechi

Come un appuntamento, la mattina verso le dieci lo vedo.

Salta sulla griglia dell’inferriata davanti alla finestra della camera che era di mio figlio e svolazzando batte nel vetro e cerca di entrare.

Non si accorge che la finestra è chiusa e quella trasparenza del vetro lo spinge a riprovare.

E’ un uccello piccolissimo, forse un fringuello, deliziosa creatura che non si arrende.

E io interrompo le mie faccende e mi incanto a guardarlo in questa impresa, la stessa di molte mattine, sempre alle dieci.

Lui piccolo e indifeso, non farebbe alcun male se lo facessi entrare ma io che amo gli animali ma ho sempre avuto difficoltà ad averli troppo vicino, non ho il coraggio di aprire la finestra, so che con un battito d’ali entrerebbe nella stanza e non saprei come fare a farlo uscire.

Ero giovane e da poco sposata, stavo facendo pulizie nella nostra bella camera, ricordo la finestra aperta, i profumi e i colori della primavera, quando improvvisamente una rondine si fiondò nella stanza.

Quell’uccello bellissimo che incanta mentre sfreccia nel cielo azzurro e garrisce e crea straordinari percorsi, nella camera, così vicino, mi sembrò enorme e ne ebbi paura.

Batteva svolazzando da una parete all’altra e l’unica via che sembrava non trovare era quella della finestra aperta.

Attimi che mi sono sembrati lunghissimi, la rondine chiaramente soffriva ma non riusciva a ritrovare la strada di casa.

Chiamai il vicino, fu lui a indirizzarla verso il suo cielo, lo fece con tranquillità, un atto veloce e facilissimo.

Ancora, che tanti anni sono passati da quella volta che la rondine invase la mia camera, rimango bloccata di fronte ad un delizioso fringuello che bussa e vuole entrare ingannato dalla trasparenza del vetro.

Aspetto che si arrenda, che capisca che non può entrare e voli via.

Mi accingo a pulire la griglia e il davanzale dopo che è volato, ci sono le sue tracce.

Ma un senso di amarezza mi invade, sono colpevole di perpetuare l’inganno.

Pesciolini

PESCIOLINI FRITTI – di Elisabetta Brunelleschi

Nerina e Turi trascorrevano le vacanze in un ridente paese disteso sulle pendici di quei monti siciliani affacciati sul mar Jonio.

Ogni estate Don Paolo e Donna Elvira, i genitori di Turi, li accoglievano con gioia e per loro preparavano tutte le possibili specialità locali: pasta con le melanzane, ricotta fresca, formaggio fritto, pane appena sfornato, pesce alla griglia, stoccafisso alla messinese, agnello al forno, …

Turi e Nerina scendevano al mattino verso il mare. Distendevano gli asciugamani sulla spiaggia ciottolosa e dopo essersi inebriati di sole, si tuffavano tra le onde appena increspate.

Talvolta Nerina rinunciava al bagno e se ne restava ferma, coi piedi a mollo vicino alla riva a guardare i numerosi pesciolini che quasi le sfioravano le gambe. Guizzi luminosi che si divertiva a immaginare negli abissi più profondi, sfuggiti alle reti dei pescatori!

Nei dopocena salivano in piazza con Don Paolo, lì c’era l’unico modesto bar del paese e intorno ai pochi tavolini s’intrattenevano con i compaesani.

Nelle loro conversazioni Turi riviveva l’infanzia e la giovinezza trascorse su quei monti. Nerina porgeva l’orecchio curiosa di tutto, ma rimaneva in silenzio. Parlavano in dialetto e anche se anno dopo anno quella lingua sconosciuta le era a poco a poco divenuta familiare, non riusciva a proferire verbo, capiva, ma non parlava.

Una sera Jachino, detto “il professore”, era il maestro del paese e lo si onorava con quel titolo, si rivolse a Don Paolo chiedendo:

-Ma una frittura di pesce fresco, da quanto non ve la mangiate?-

-Eh, magari! Quello sale una volta la settimana e chissà da quanto li tiene nella cesta!-

Il quello evocato da Don Paolo altri non era che Tano, il pesciaiolo che il giovedì mattina parcheggiava in piazza la ‘Lambretta’ e richiamava le donne al grido di “pesce dello Stretto, stamani costardelle fresche“.

Molti dubitavano della freschezza, ma il pesce veniva ugualmente acquistato, non c’era altro e alla fine era commestibile!

– Ce ne andiamo giù a Lumera – continuò Jachino – faremo assaggiare a vostra nuora del vero pesce. Lassù al Nord , che ne trovano!-

– Pescati freschi e buttati in padella-

Poi si rivolse a Nerina:

– Il vero pesce fresco, lo riconoscete mentre frigge!-

Continuarono a parlottare sino a notte fonda, pensando alla frittura e alla notte giusta per andare a pescare, perché era col buio che si potevano catturare i pesciolini migliori!

Un sabato pomeriggio della settimana seguente, scesero tutti a Lumera: Turi e Nerina, Don Paolo e Donna Elvira, Jachino con la moglie Donna Carmelina e i quattro figli: Mimmo, Santino, Sara e Francesca.

A Lumera Jachino aveva una casetta a due piani. Sul retro c’era un giardino recintato da un alto muro con sul fondo una porticina che si apriva direttamente sulla spiaggia 

Dopo il tramonto l’intera comitiva varcò la porticina e si portò sulla riva del mare, qui li attendeva Nino, il pescatore amico di famiglia, che aveva già gettato la rete.

I sassi della spiaggia bruciavano ancora del sole del giorno. Un raggio di luna luccicante si allungava sull’acqua.

Santino mostrò la rete. Poi a un cenno di Nino tutti, anche Nerina, iniziarono a tirare e a tirare, finché la fitta maglia emerse gonfia del guizzare di pesci mescolati a lunghe strisce di alghe nerastre.

Pian piano distesero la rete e Nino da esperto pescatore, scelse a uno a uno i pesci e nominandoli con incomprensibili termini dialettali, alcuni li buttava in un secchio e altri li rilanciava nel mare.

Don Paolo si complimentava. Nerina e Turi seduti sulla chiglia di una barca osservavano la scena. E lei intanto pensava: ‘Ecco qua i pesciolini guizzanti al mattino che finiscono in padella la sera’

Alla fine della cernita il secchio si riempì di argentee creature. Gli uomini ripulirono bene le reti  che riavvolte con cura, furono sistemate in un angolo del giardino.

Dopo poco la compagnia era seduta attorno al tavolo di cucina apparecchiato con melanzane e peperoni arrosti e poi abbondanza di pomidori, cipolla, olive e pane di semola.

Le donne avevano messo sul fornello un’enorme padella di ferro. E i pesci, lavati e asciugati furono delicatamente adagiati nell’olio che già sfrigolava.

– Ecco vedete- declamava Jachino – questi non se stanno immobili come bastoncini. Guardate come fanno!-

-Sono freschi, solo i pesci appena pescati si avvitano così mentre friggono- Gli fece eco Nino.

Era vero i pesci si torcevano come serpentelli striscianti nell’erba.

Con un largo mestolo donna Carmelina li tirava su e li deponeva nei vassoi dove era stato steso un foglio di carta gialla.

La frittura fu servita bella calda e in silenzio ognuno si servì.

Nerina mangiava lentamente, stando attenta a togliere e scartare lische, code, teste, …

Turi invece li acchiappava con due dita per la coda e se li infilava in bocca tutt’interi. Nerina lo osservava quasi spaventata, temeva gli restasse in gola qualche spina!

Mimmo, accorgendosi dei suoi scrupoli, ridendo le disse:

-Questi sono buoni così!-

E guardandola si ficcò in bocca due pesci interi dei più grossi. 

-Lassù al Nord non ne trovate!- Esclamò Jachino gustando gli ultimi rimasti nei vassoi.

Dopo cena si spostarono nel giardino. Donna Carmelina, la moglie di Jachino, aveva preparato una meravigliosa granita al caffè. Se la gustarono, intervallando le cucchiaiate con i complimenti alla cuoca perché una granita come quella pochi la sapevano fare!

Si arrivò così al termine della cena. Si salutarono con calore, ripetendo reciproci ringraziamenti e augurandosi all’infinito la buonanotte.

Jachino e famiglia rimasero a Lumera; Nerina, Turi, Don Paolo e Donna Elvira ripresero la via del paese.

Giunsero lassù a mezzanotte passata, l’aria era tiepida e il cielo brillava di stelle.

Camminarono dal parcheggio alla casa, ascoltando, nel silenzio della notte,  il risuonare dei passi sul selciato.

Qualche finestra era ancora illuminata, una sagoma scura si affacciò cauta da un balcone.

– Buonasera Angiolina!- salutò Don Paolo

– Ah! compare, siete voi!-

– E chi volevi che fosse! Andatevene a letto.-

– Buonanotte Angiola!- dissero poi tutti in coro.

-Siamo controllati- continuò a bassa voce Turi e ridendo varcarono la porta di casa.

Un pensiero sul fondo

Mi manca – di Patrizia Fusi

Il CVID-19 mi ha fatto scoprire un confine fuori e dentro di me.

Guardare dalle finestre la vita che scorre fuori, gli alberi che vanno avanti con il loro germogliare.

 Il prato con le margherite che quando c’è il sole hanno le corolle aperte.

 L’airone cenerino che sfreccia veloce su gli alberi del borro.

 Un germano reale con il suo piumaggio colorato, sparisce veloce alla mi vista.

Anche dentro di me ho sentito un limite, pesantezza, l’ho guadata, mi sono resa conto di cosa mi manca, cosa era questa pesantezza.

Mi manca prendermi cura dei mie cari.

Mi manca la loro presenza fisica, il parlarci, sentire le loro voci.

Mi mancano i miei amici, conoscenti, vicini, lo scambiarsi poche frasi.

Mi manca la biblioteca, con tutta quella gioventù silenziosa, ma piena di vita.

Mi mancano i nostri martedì.

Mi manca il piacere di galleggiare nell’acqua il sentimi accarezzare, il muovermi in quel mondo liquido e trasparente.

Mi mancano le passeggiate nella campagna, il rumore che fa l’acqua che scorre nel borro, il brusio che l’autostrada mandava a valle, passeggiate fatte da sola, ma non sola.

Sono undici anni che abito da sola, quasi mai mi era pesato.

Ora sento il peso di questo, il non sentire il suono di una voce che parla con te.

Mi manca il sentirmi dire, lo vuoi il caffè?

Faccio un complimento alla gattina e lei mi risponde con un miagolìo.

Il mio orecchio a volte nel silenzio che mi circonda, ruba i rumori dagli altri appartamenti ed è come vivere un po’ con loro.

Questo limite imposto dalla quarantena finirà, apprezzerò ancora di più tutti gli affetti che ho e tutto quello che mi circonda.

Pescare una storia

Pescare una lei e un lui – di Carla Faggi

Ho pescato una lei ed un lui di tanto tempo fa.

Lei si era innamorata solo perchè era il ragazzo di un’altra.

Lui non capì perchè, ma si innamorò subito dei suoi grandi occhi scuri.

Lei lo guardava come fosse l’unico al mondo, nessuna prima d’ora lo aveva mai fatto. Eppure aveva avuto molte ragazze, alle medie e anche ora che era al liceo ne aveva una.

Ma lei era speciale e lo faceva sentire speciale.

Mollò tutto e si buttò a capofitto nella loro storia.

Dire, fare, baciare, lettera e testamento erano solo per loro.

Ma lei amava la conquista non l’amore, e presto si stancò.

Lo lasciò con una banale scusa per perdersi in altre interminabili conquiste.

Lui rimase lì ad aspettare, ed aspettò tanto, tanto tempo.

Passarono gli anni ed arriva il marzo 2020.

Spippolando, cercando su facebook amici lontani, lui la trova, lei lo trova.

Ricordi, rimpianti, chissà come sarebbe stato se…

Pescare dentro l’anima

Liberazione della follia – di Vanna Bigazzi

Questa è la mia idea sotterranea: l’animo leggero e flessibile raccoglie idee sane. La scintilla, questa volta, è stata il tuffo della follia in morbide acque, dove non le è consentito albergarvi e il pesce, in questo caso, è la libertà che guarisce.

Dove abiti follia?

Ti cerco e tu mi evadi,

ti temo, ma sei molto lontana.

Certo, attenueresti i miei dolori,

ma tu non mi sei amica,

mi porti dei rancori.

Troppo flessibile è il mio centro,

più non sa raggiungere i confini,

solo grossi muri puoi incontrare.

In me calpesti terreno sconosciuto,

in me tu approdi in regioni straniere,

troppo tenero e spugnoso è il mio tessuto,

frutto ne sono gli anni di lavoro.

Potrei solo cullarti ed abbracciarti

e impedirti quell’urto sugli scogli,

dove salda potresti radicare.

Placati dunque follia, in un morbido letto

e poi apri l’ali in vasti cieli aperti,

cercando, pallida, propizie libertà.

Quinto incontro virtuale: scrivere storie è come pescare

Una pagina tratta da:

A pesca nelle pozze più profonde” di Paolo Cognetti

Dunque andiamo a pesca questa settimana, andiamo in giro con l’anima in spalla e cerchiamo un’idea sotterranea, un sentimento che ci attraversa, un sogno che al mattino non ci lascia….Andiamo a pesca con l’animo leggero e con un cestino per raccogliere le prede.

A casa, come siamo ora, mettiamo sul tavolo il nostro “pesce-idea”, la parola trovata, il sogno sognato e sfilettiamolo, togliamo le spine, raccogliamo le polpe più gustose e …..raccontiamo.

Raccontiamo una storia come se pescassimo a mosca, roteando la canna, usando parole come lanci nell’aria…..concentrati, in un nostro mondo sereno…..

La parola scintilla di oggi potrebbe essere:

O R I Z Z O N T I

Oggi la parola ha significato di sconfinata libertà, ma in realtà deriva dal greco “orizon”, a sua volta derivato dal verbo “orizo” che significa LIMITARE, stabilire un confine.

Dalla chiusura di un cerchio delimitato, i nostri orizzonti infiniti sul mondo.

Dove sono?

Ci sono – di Carla Faggi

Il cuore si stringe fino a diventare piccino piccino.

Allora non voglio più accendere la TV. Non voglio più sapere le notizie.

Mi illudo di stare in una bolla che non sa niente.

Ma il cuore continua a stringersi e a diventare piccino piccino.

Penso a quegli infermieri e medici volontari che sono rientrati al servizio dopo essere andati in pensione.

Io al posto loro che avrei fatto?

Ci sarei andata volontaria rischiando la vita?

Sinceramente non so rispondere.

Forse non ci sarei andata.

Forse si.

Forse non sono una bella persona.

Forse si lo sono.

Forse sono egoista.

Forse si diventa eroi per caso, alla necessità.

Forse c’è chi è più eroe di un altro.

Forse c’è chi non è eroe e non ci può far niente.

E in questa cantilena di “forse” mi chiedo cosa e come sarei io?

Non so darmi risposta.

So solo che non voglio più sentire le notizie, non voglio sapere perchè il cuore si stringe fino a diventare piccino piccino.

Nuove prigioni

INSONNIA – di Anna Meli

            E’ notte. Fuori imperversa la tramontana fredda e urlante. Io sola, chiusa in questa casa diventata troppo grande per me, tendo le orecchie allarmata da ogni piccola variazione di rumore. Anche il rodere di un tarlo mi turba.

            Mi alzo senza accendere la luce, c’è già del chiarore che passa attraverso gli spazi dell’avvolgibile. Mi avvicino ed osservo: non c’è nessuno, solo il vento impetuoso che coinvolge in una danza pazza fiocchi di neve di un inverno che non vuol cedere il passo alla primavera. Ciò mi sorprende piacevolmente. Penso che domani ai miei nipotini sarà permesso di uscire un po’ in giardino per toccare la prima e l’ultima neve di quest’anno. E’ da due settimane che sono chiusi in casa come tutti.

            Il mio sguardo vaga spostandosi da destra a sinistra alla ricerca di qualcosa di vivo, ma niente, niente, solo il vento impetuoso che se la prende con tutto quello che trova e lo fa ruzzolare via in una corsa disordinata e violenta.

            Trascorrerà la notte, sarà domani ma non sarà molto diverso; non grida gioiose di bambini ai giardini di fronte, non ronzio di motori sulla  strada principale: negozi serrati e silenzio innaturale. Qualcuno, come me, osserverà tutto questo con la fronte appoggiata ai vetri della finestra, per poco, poi se ne andrà con aria delusa. Il corona virus ha fatto in modo che ci chiudessimo tutti in casa, prigione dorata, impauriti e impotenti ad aspettare che tutto passi.             Ed è lì che ho riscoperto di avere tempo, per fare cose che avevo sempre rimandate ad un poi che non arrivava mai. Ho riscoperto il piacere della lettura, della musica, della cucina e altro. Nessun tipo di chiusura è negativo al completo. Riapriremo le nostre case e i nostri cuori per un domani diverso e migliore? Ne saremo capaci? Io lo spero ardentemente

Il bilancio e la sponda

Sponda – di Gabriella Crisafulli

Tre anni fa, in un torrido agosto, mi sono trovata stesa a letto in una condizione di semi immobilità.

Ero sola.

Non potevo camminare, non riuscivo a badare a me stessa.

Molte cose che mi piacevano come passeggiare e andare in bicicletta, mi erano precluse.

È stato allora che, sentendomi in trappola, in un isolamento parossistico, l’ennesimo della mia vita, pensai alla scrittura come ad un salvagente, per galleggiare nel mare torbido nel quale mi trovavo.

Così, un paio di mesi dopo, fornita di stampelle, sono approdata ad Antella.

Alcune persone le conoscevo, ma i gruppi sono stati sempre il mio problema. Mi manca l’esperienza dell’infanzia.

Mi manca l’autoregolazione.

Mi sento sempre sulle spine.

Mi domando: “Quali sono le norme che valgono qui?”

Esaspero l’attenzione verso gli altri fin quasi ad essere percepita come affettata.

Sono passata attraverso ambienti, lingue, regole sociali, dogmi, … così differenti tra loro da avere alla base una grande confusione che mi rende insicura.

È molto diverso fare la fila nel negozio di alimentari a Palermo, a Milano, a Firenze …: nel Nord non si chiacchiera e le persone dietro di te sollecitano a sbrigarsi.

Una volta una collega mi disse che un suo alunno sudamericano quando era in silenzio, cantava.

Io mi sento quel bambino.

Quando si verifica un disguido patisco molto perché penso di essere responsabile.

Come si fa ad essere schietti?

E se dicendo la mia idea offendo?

Ma il gruppo nel quale mi ritrovavo era protetto.

Sul tavolo intorno al quale ci sedevamo venivano buttate le carte di una partita a poker senza perdite.

Si poteva “vedere”, “rilanciare”, “passare”, “fare buio”, “barare”, …

Il silenzio si alternava alle parole che viaggiavano da sedia a sedia, in un ping pong di sensazioni, emozioni, brividi, …

La stanza si riempiva di vissuti, pensieri, riflessioni, sentimenti, pene, emozioni, … che si insinuavano nella mia mente vuota e la ripopolavano.

Come semi in un giardino deserto.

A poco a poco nascevano piantine.

Mi appigliavo a questi fili tracciati da persona a persona, rammendavo tessuti lacerati, ne tessevo di nuovi.

Aprivo porte, finestre, cieli, ponti, …

Lentamente la mia paralisi affettiva si scioglieva al calore umano.

Mi piaceva scoprire la bellezza delle persone, la loro competenza manuale, cognitiva ed esistenziale.

“Oh, guarda – mi dicevo – si può fare così” e imparavo.

Passo dopo passo sono uscita di prigione, … quasi.

Ho iniziato un viaggio insieme ad altri.

Sono ancora in mezzo al guado, ma vedo l’altra sponda.

Bilancio

La scatola magica – di M.Laura Tripodi

Nei giorni passati, con il sole e le finestre aperte, ogni tanto  qualche ragazzo  intonava una canzone e subito dopo qualcun altro si univa. Oppure dalle case uscivano  musiche a tutto volume per condividere, per sentirsi  insieme, anche a distanza.

Eccolo  il momento. Credevo non sarebbe più arrivato.

E’ una  mattina di fine marzo, venerdì 27 per la precisione. Il vento  soffia come se fosse inverno e le finestre sono chiuse per non far passare l’aria fredda. Non ci sono rumori e  nemmeno  suoni.

Devo allacciare bene la cintura di sicurezza perché conosco la pericolosità del viaggio che sto per fare. Tutto a marcia indietro.

Cerco sensazioni, emozioni, ricordi, qualcosa che insomma mi faccia sentire viva in un momento di storia in cui ognuno è solo, ma tutti siamo accomunati. Come sempre, del resto, ma adesso è proprio evidente.

Con  un senso di tenerezza ripenso ai momenti in cui ho dovuto affrontare situazioni nuove.

Sempre pronta a sperimentare e nello stesso tempo sempre diffidente, insicura, paurosa. Come se il fatto di partecipare contenesse l’aspettativa di un  risultato vincente che mi riscattasse, che mi facesse emergere.

Affondare il coltello nel cuore.

Certo che la storia è costellata da grandi geni e mitici eroi. Ma si parla di migliaia di anni durante i quali milioni di persone comuni erano niente e hanno continuato a essere niente.

Se per niente si intende il non emergere alle glorie del ricordo e della storia.

In quella stanza del teatro io mi sono sentita a volte un’estranea.

Quella sera le luci erano spente. Baluginava un lieve alone attraverso un’imposta e sul tavolo tremolava una candelina.

Sembrava una seduta spiritica e dentro di me ironizzavo su quella che mi sembrava un’assurda messa in scena.

Poi è passata una scatola che conteneva alcuni oggetti. Toccandoli sarebbe successa una magia.

Sempre più perplessa, quando è stato il mio turno,  ho tastato ad occhi chiusi.

Ora non sorridevo più. La mia sufficienza si era sciolta in una sensazione tenera di bambina che guardava affascinata un albero di natale risplendente di luci.

Ricordo ancora l’accelerazione dei battiti del mio cuore e il profumo del muschio del presepio, come se il tempo fosse stato catapultato in una dimensione diversa eppure profondamente conosciuta. Anche allora avevo ingranato la retromarcia.

Il tutto era stato scatenato da una collana di perle. Toccandola era riaffiorato il ricordo di un filo di palline rosse che il babbo avvolgeva meticolosamente intorno all’abete che odorava  ancora di bosco. E accanto c’era il presepe, magico, con i fiocchi di neve fatti con pezzettini di cotone e il muschio sparso qua e là, odoroso anche lui di freddo e semplicità, come solo le cose povere sanno ricordare.

Quando si sono riaccese le luci ognuno ha scritto sulle sensazioni che quella esperienza aveva evocato.

Nessun vincente, solo piccole persone accomunate dalla  diversità. Senza il pudore di volerla nascondere.

Ritrovare la propria dimensione. Coccolarla, capirla. Sopportarla, a volte.

E’ un esercizio difficile che non finisce mai. Forse il segreto sta proprio in questa consapevolezza.

Libera di avere paura

La chiave giù nel pozzo – di Gabriella Crisafulli

In questi giorni di quarantena sfoglio l’album della mia vita.

Dalla nascita ai diciassette anni, fra un trasloco ed un altro, su e giù per l’Italia, sono rimasta chiusa dentro pensieri, idee e relazioni, confinata nell’abitazione, all’interno del ristretto nucleo familiare.

Avevo una sorella, è vero, ma i suoi comportamenti erano molto diversi dai miei e non me li spiegavo.

Pur essendo quasi coetanee, non comunicavamo.

La narrazione di lei, fatta da mia madre, non corrispondeva a ciò che vedevo giorno dopo giorno.

In questo disallineamento tra visto, detto e percepito, la mia mente si paralizzava.

Lasciavo risuonare nelle orecchie quel che mi veniva ripetuto: è normale, è normale, è normale.

Non mi ponevo interrogativi.

Non ho usato la logica.

Solo oggi mi domando: ”Come mai veniva sostenuta quella versione dei fatti? Se fosse stata vera, non ci sarebbe stato bisogno di ribadirla.”

Ho fatto dell’amore e della fedeltà alle idee dei miei genitori un dogma.

All’interno di quel ristrettissimo spazio di movimento, di pensiero e di relazioni ero perfettamente sola.

Mi sono costruita un mondo di sogni, fantasie, speranze, illusioni, utopie, progetti.

Quando è arrivato Giovanni, ha aperto la porta, ha buttato la chiave nel pozzo e siamo scappati via.

Insieme abbiamo costruito un mondo nuovo.

Come Charlie Chaplin e Paulette Goddard in Tempi moderni.

La scena in cui Charlot sistema le assi della capanna mentre la ragazza apparecchia la tavola, ed il finale nel quale i due camminano orgogliosi e fieri, a braccetto, verso il loro futuro, sono sequenze della mia realtà.

Ma Giovanni è andato via.

È ricomparso il passato che mi ha travolto.

Mi sono rialzata.

La segregazione del Corona virus assomiglia molto a quella dei miei primi anni di vita e a quei cinque mesi vissuti in isolamento nel corso della mia prima gravidanza.

Ma c’è una differenza sostanziale: oggi sono libera.

Libera di avere paura.

È vero, non capisco cosa succede, non so cosa succederà.

Sono sospesa nel vuoto ma penso, ascolto, leggo, ragiono, respiro, canto, scrivo, … e ho paura.

Faccio i conti con me stessa.

Faccio ordine dentro e fuori di me.

Esamino uno ad uno fantasmi, incubi, ombre, spettri, apparenze, falsità e calunnie …

Li esamino, li ripiego, li conservo: un cassetto per ognuno.

Sono la riserva per le storie future.

Sono la riserva per i legami.

Adesso ho tutto il tempo.

Così posso filare e tessere sogni, fantasie, speranze … che mi seguono come uno sciame.

Penso a me, a chi conosco, alla gente, al mondo che verrà.

Provo ad imparare ad amarmi e a non avere più timore degli altri.

Non c’è più nessuno che mi picchia.

E cammino, come nella scena finale di Tempi moderni, sul sentiero della vita.

Charlot è andato via.

Rimane la ragazza.

Cinque anni

Cari bambini

Vi incontro in video, sì, quasi ogni giorno. Riconosco i vostri visini tondi, allegri, ridenti. Mi si apre il cuore solo se dite ciao nonna e mi guardate dentro lo schermo piegandovi, per vedermi meglio nel collegamento strappato, a volte in pausa, come i nostri incontri. Prima della chiamata mi sento con un cappotto di piombo grigio senza futuro, ma basta lo squillo, l’avviso della video chiamata e già sorrido, già mi rassicuro che ci siete, che era tutto vero quello che abbiamo vissuto insieme. Cinque anni. Cinque solo stupendi incredibili anni, cinque anni di scoperte graduali di noi, del nostro bene in crescita, che gonfia e lievita, come uno di questi nostri timidi pani riscoperti in questi giorni,  da cuocere ogni tanto come un sollievo nel forno di casa. Cinque anni che parevano pochi e io che dicevo chissà se li vedrò alle medie, se arriverò a vederli grandi, se arriverò a vedere anche da adolescenti i loro capelli al vento così liberi e smaglianti quando corrono verso qualche obiettivo invisibile. Cinque anni diventati tanti giorni, uno di seguito all’altro, i giorni al mare sulle onde a ridere, i giorni dei compleanni e dei “Tanti guri a te”, i vostri, i nostri, i cin cin a tavola e le colazioni che ho condiviso  con voi partendo presto la mattina per raggiungervi al risveglio lassù su quei vostri monti che ora vi proteggono. E i giochi sotto la coperta che era la casa al riparo dal lupo e i baci e gli abbracci stretti e la “pampa” fuori, da prendere a pedate nel prato. Cinque incredibili anni, cinque perle smaglianti che brillano con tutta la loro forza imperiosa. Cinque splendidi scoppi di un amore che ha saputo accendere tutto il sapore più buono della vita.

nonna Cecilia

Questa prigione stretta

Prigionia – di Sandra Conticini

Non volevo entrare  in questa prigione… Mi sono ribellata fino all’ultimo… Per una  che non riesciva a stare in casa, trovava  tutti gli impegni  per uscire e stare insieme alle persone, è stata dura adeguarsi a questa realtà. Fino all’ultimo sono andata a passeggiare da sola, ma poi ho dovuto cedere, non ero in pace con me stessa. Mi sentivo osservata, provavo un senso di vergogna e di responsabilità verso gli altri.

Ho iniziato, anche se la voglia non era molta, con la pulizia della casa. Quando ho finito mi sono inventata un po’ di giardinaggio, ma non ho il pollice verde, chissà che non migliori! Con il passare dei giorni mi sono venute altre idee,  qualche telefonata, un po’ di lettura, qualche ricetta che volevo provare da tempo, un p’ di movimento, qualche lavoretto manuale. Le giornate sono passate svelte e spesso alla sera non ero riuscita a fare tutto quello che avevo in testa.

In queste settimane di clausura ho riscoperto che, quando si sta bene con noi stessi, possiamo essere in qualunque posto e, anche se la vita continuamente si diverte a metterci davanti a prove e difficoltà ci accorgiamo che, una volta superate siamo più forti e migliori.

Finestra aperta

La fuga del sacchetto – di Patrizia Fusi

Dalla finestra vedo la strada dove tre fratellini portano a passeggio il cane: il grande tiene a guinzaglio il grosso cane nero, il piccolo è seduto dentro il carrettino a forma di macchina, la bambina lo spinge, si fermano, il piccolo scende, si spostano un po’ avanti, il cane li costringe a cambiare rotta, torna indietro, si ferma, annusa l’erba del balzo, i bambini parlano fra loro e ridono (è una gioia vederli). Il cane riparte, dopo pochi passi altra fermata, odora con più intensità: ha trovato il posto giusto.

Il ragazzo grande mima il cane nei suoi movimenti, il piccolo da lontano si china un po’, per veder quello che esce, tutti ridono divertiti, la bambina apre un sacchettino verde e insegna al piccolo come metterlo avvolto alla mano.

Il vento dispettoso lo fa volare via, lo rincorrono, ma una folata di vento lo sposta nel giardino di sotto.

La bambina sparisce, eccola con un altro sacchetto, lo mette intorno alla mano, guarda lungo il balzo, non vede più dove il cane si è fermato, cerca il punto con il piccolo, lo vedono, lei si china con manina esperta e raccoglie il tutto e corrono via verso casa ridendo.

Il vento continua a far volare il piccolo sacchetto verde, lui sembra essere felice di esser scampato all’uso a cui era destinato. Folate di vento lo fanno danzare sul prato mentre il sole lo illumina.

Bilancio di vita

Talenti o passioni? – di Tina Conti

Di recente stavo leggendo un libro su come riconoscere i talenti nei bambini. Mentre leggevo, ho pensato a Cecilia che dice siamo titolari di talenti,  ma non ci crediamo, forse, ce lo dice per incoraggiarci visto che, alla nostra età,  ci siamo messi a fare cose a cui non pensavamo. Potrebbe essere  che lei abbia capito subito il senso di quel libro cosa che a me non  è capitato  ancora. Rileggendolo forse, troverò il bandolo della matassa. Ritornando ai talenti dei bambini, e guardando nella platea che mi circonda, mi sono accorta che quella che sembrava una gattamorta ciucciadito e strusciona,è una vera artigiana, cocciuta  e difficile da convincere: le passano per la testa idee che deve realizzare a tutti I costi, senza limiti di tempo, materiale o stanchezza. Come la capisco pero’, spesso succede anche a me. Sarà quello il suo talento?  voler costruire borse, scatole, un lampadario per il compleanno dello zio,o una borsa per la nonna? Si,  alla luce di queste riflessioni ho provato a rivedermi bambina, per capire se avevo dei talenti e dove sono andati a finire. Avendo fratelli maschi, ero sempre con le ginocchia sbucciate spettinata,a fare giochi con la mota ,i sassi e,legni. Nella carrozzina portavo la mia gallina preferita, accuratamente vestita con un fazzoletto che le teneva ferme le ali. Mi raccontano che non avevo voluto aprire la bocca al nuovo medico e ero stata spedita in ospedale per sospetta difterite. Si, mi  chiamavano Zoe ,facevo coppia con Arturo  mio fratello,  i personaggi di  un fumetto di allora. Quello che poteva fare Arturo ero capace di farlo anch’io!   In un litigio con una bambina le strappai una ciocca di capelli, non vi dico che fama mi feci. Un giorno a scuola, vidi il teatro delle marionette fatto da un ragazzo che si chiamava  Ettore,  era albino, rimasi cosi affascinata che poi nella mia professione ho amato costruire burattini e realizzare  piccoli spettacoli. Un giorno a carnevale, salii sul palco in parrocchia e intrepretai  la Marchesa delle Carabattole che avevo imparato al doposcuola. Fu un successo insperato, per anni  si ricordarono di me. Ero  anche abile nei lavori manuali, imitando mio fratello usavo il seghetto per  creare giochi e personaggi col traforo, avrei potuto fare il falegname.? Mi ricordo che la mia maestra, bella donna vestita alla francese, con una piccola crocchia sulla testa e il rossetto deciso, non  particolarmente disponibile nei miei confronti ,forse   perché poco  vezzosa, si inteneriva tutta quando scrivevo storie fantasiose e divertenti che, regolarmente,  faceva leggere al  medico  scolastico con grande orgoglio. Un giorno mi regalo’ una scatola di matite colorate  (Stabilo) per premiarmi del mio impegno per il disegno. Allora, posso dire che i germi di quello che mi sarebbe piaciuto fare c’erano già? Oppure che sono stata fortunata a nascere in questo mondo che mi ha capita e lasciata libera di diventare quello che ero?

Chiusura

Gabbie di Rossella Gallori

Con piccole pagliuzze dorate, io fragile pettirosso,

Costruii il mio nido…

Lo distrusse una gelida tramontana.

Divenni allora capinera,  mi rimisi all’opera…

Nacque così un gabbia “allarmata” ed inquietante, piena di fili colorati, che sapientemente difendevo…

Nascosto nell’ intricata matassa, un piccolo cuore di velluto rosso cupo.

Un libeccio caldo, spazzò via tutto disperdendo, gomitolo, amore…e la piccola dimora da uccello triste.

Fui aquila per poco, di  ferro nero le solide sbarre, chiodi arrugginiti per difendermi…acqua, pane, per sopravvivere e…silenzio dentro…sempre.

Il tutto durò molti inverni, qualche primavera, una o due estati… forse.

Mi ritrovo, vecchia merla, inforco gli occhiali…e solo ora mi rendo conto, si solo ora, che le mie gabbie non avevano chiusura alcuna…

Ero libera di uscire, fuggire…

Lo faccio, esco,    tardiva e vigliacca, pochi saltelli per raggiungere il verde del prato…

mi addormento……o muoio…..?

Bilancio delle Matite

Bilancio di Cecilia – di Cecilia Trinci

Mi è capitato di leggere questa frase di Oscar Wilde: “Il guardare una cosa è ben diverso dal vederla. Non si vede una cosa finché non se ne vede la bellezza”.

Mi è piaciuta e l’ho copiata. A mano, con la mia calligrafia stronca e indecifrabile, piccola e grande secondo l’umore, su un foglio che tengo a portata di mano a fianco del computer, dove annoto un po’ di tutto quello che mi capita, dagli indirizzi della spesa a domicilio, alle poesie che qualcuno segnala, ai siti che potrebbero tornare comodi e ai numeri di telefono di cui dimentico di scrivere i proprietari. La potreste trovare lì, scritta in un inchiostro marrone, con frasi spezzate e abbreviate, subito sotto la trascrizione di un vocale w.a. che mi interessa. Accanto c’è il mio registratore digitale. Ora fermo in questi giorni di clausura, ma di solito mio compagno di avventura perché mi aiuta a fermare quello che accade, gli incontri e le parole che ci siamo detti. Parole che volano, restano in sospensione appena un po’ e poi spariscono leggere, dimenticate, pronte per ripartire per una prossima volta perché loro, le parole, sono sempre le stesse in fondo ma si moltiplicano in infinite combinazioni e intonazioni multicolori, per costruire immagini sempre diverse. Conservo. Questa è la mia prima parola. Conservo per non perdere, per non disperdere. Quanti sogni sono andati persi perché non li abbiamo scritti la mattina, quante indicazioni preziose abbiamo dissipato nell’oblio del quotidiano. Quanti incontri importanti, quante risate sulle panchine o al tavolo di un bar, quante parole d’amore sono rimaste un poco sospese nell’aria intorno a noi e poi si sono smaterializzate? Fanno così anche i virus. Partono da una bocca all’altra, restano un po’ sospese e poi spariscono……ci abbiamo mai pensato? I virus fanno come le parole, lo dice anche Burioni!

Conservo e raramente riascolto. Ma qualche volta l’ho fatto. Non sapete come la voce conserva i sentimenti. Quante volte, in casi di piccoli conflitti ho riascoltato le parole per capire. Rivelazioni. La durezza su una frase, la troppa velocità delle risposte, il parlarsi sopra senza ascoltare un punto di vista diverso, un portare avanti un’idea che dal vivo non avevo capito, un’esperienza passata che fa sentire la sua ferita apparentemente a sproposito …..quante rivelazioni inedite in quelle parole digitali. E c’è  un ritmo in quella sequenza di parole, un ritmo personale. Non è solo dalla voce che vi riconosco, ma anche dal ritmo, da come a volte vi controllate e a volte no, dalle vibrazioni. Ci sono vibrazioni fisiche, percepite dal vivo e percezioni sublimi, percepite dalla voce. Ci sono colori, nella voce e sono quelli che vogliamo dare all’anima nel momento esatto in cui dona se stessa. Non ho più bisogno, ormai, di riascoltarvi, ho un buon allenamento anche in diretta.

Ma torniamo alla frase iniziale che mi ha colpito. “Non si vede davvero finché non si vede la bellezza che c’è in ogni cosa”. Oscar Wilde parla di cose, ma per me il concetto vale per tutto. Soprattutto per le persone. Non esiste nessuno che non abbia bellezza. Vi ricordate? Così avevamo iniziato quest’anno: “In tutto c’è stata bellezza”. Era questo che volevo raccontare, come in tutte le cose c’è una nota di bellezza così anche in tutte le persone. E nelle scritture. Il “non diario” anche. Voleva far  osservare il bello che c’è nelle piccole cose.

Poi questo VIRUS ha dato la botta finale: ce lo ha fatto davvero capire quanta bellezza c’è nelle piccole cose. Come dice Rossella noi anticipiamo sempre le mode. Anche questa dell’apprezzare le piccole bellissime cose di ogni giorno l’avevamo azzeccata! Il caffè al bar, le strette di mano, gli abbracci, le giratine inutili senza meta, il sole quando ci pare, l’erba sotto i piedi……Qualcuno si lamentava perché non poteva andare alle Canarie e ora chissà che darebbe per una giratina al mercato di Sesto! Come tutto si è rimesso al suo posto!

Ma io avevo pensato tutto questo. Già in estate mi metto a pensare cosa farò alle Matite, raccolgo, leggo, cerco. E quest’anno volevo non essere solo io il polo centrale, volevo spiazzare, cambiare…ho pensato a chi poteva aiutarmi, a chi avrebbe capito, a chi era abbastanza capace per stupire, meravigliare, affascinare, ho chiesto, convinto, proposto…..Ho amici speciali, mi rendo conto. Ho trovato altro entusiasmo e insieme abbiamo creato le “Contaminazioni” che hanno spiazzato qualcuno, lasciato perplesso qualcun altro.

Però vi siete fidati e avete fatto bene. Perché pensavo che partendo dalle P A R O L E che sono il nostro tesoro e il nostro bagaglio nella borsa da Mary Poppins che mi porto dietro, potevamo volare più alto.

Lasciare il nostro salotto comodo e conosciuto e andarcene in giro per parole altre. Parole che volano come farfalle, parole solide come quelle della letteratura intelligentemente mediata. …PAROLE.

Ho costruito un programma quest’anno. Un programma vuol dire avere in mente un cammino senza sapere cosa accadrà veramente. Un programma è una scommessa di fiducia, basata sul noto e sull’ignoto, e avere fiducia che l’imprevisto sarà affrontato, sarà piegato con le nostre capacità e la nostra inventiva.

Così è stato. Nonostante tutto abbiamo fatto tutto il cammino.

Compreso questo imprevisto doloroso che ci ha dato l’opportunità di mostrare di che pasta siamo fatti tutti noi. Ci disperiamo, piangiamo, ci manchiamo, ma siamo ancora qua, scriviamo e ci pensiamo.

E progettiamo un futuro che non tarderà ad arrivare.

Bilanci e chiusure

Bilanci, chiusure – di Vanna Bigazzi

Cosa mi hanno lasciato, questi anni, con il gruppo e con Cecilia?  Mi hanno lasciato molto, poichè per me questi ultimi anni sono stati difficili a livello familiare e quindi affettivo, sentimentale. Talmente difficili da causarmi disorientamento, perdita di certezze, delusioni… La sicurezza di incontrarci, ogni martedi, a depositare sul nostro tavolo le emozioni, i pensieri e, come accade scrivendo, più o meno consapevolmente, parti nostre, mi è stato veramente di grande aiuto: un binario che al di là di tutto, mi dava una direzione ma anche un motivo di evasione da ciò che mi tormentava. Non solo questo, gli incontri sono stati un modo per sublimare situazioni all’impatto inaccettabili: non per “stendere un velo pietoso” su ciò che non avrei voluto vedere ma per ridimensionare, divenire consapevole che esistono vie di fuga che la nostra mente può nobilitare, per raffinare gli eventi e quindi renderli affrontabili. Per questo grazie a tutte/i voi. La domanda di Cecilia è anche: “Può una prigione rendere libero chi vi entra ?” A mio avviso si, se viene vissuta nella certezza di un cambiamento positivo. Dobbiamo, pertanto, attivare l’immaginazione, stimolare tutte le nostre facoltà più creative. Perché non farlo?. Pensiamo alla germinazione del seme nella terra. Come scrive Gibram: “La civiltà ebbe inizio quando per la prima volta l’uomo scavò la terra e vi gettò un seme.” Il seme, grazie alla protezione del terreno, alla “chiusura benefica” e non alla “sepoltura” sviluppa tutte le capacità per diventare pianta. L’ambiente naturale, celato, riservato, unito alla creatività e alla speranza, daranno senz’altro ottimi frutti. L’umanità ha spento le proprie lanterne e ci è parso di rimanere al buio, ma stando al buio, pian piano si intravedono le cose ad una luce più fioca, forse più fascinosa. Ogni essere umano raccoglie in sé, inimmaginabili potenzialità. La libertà è dentro di noi, dobbiamo trovarla e tirarla fuori. Stando in casa, non cerchiamo rifugio nella mera consultazione del computer o nella televisione, non “chiudiamoci” negativamente nella passività… Vediamo se nell’intimità e nel silenzio, nel non contatto, mantenendo viva la comunicazione vera, riusciamo a ritrovare il nostro “io” più profondo, accarezzarlo, farlo germogliare e crescere come merita. Nel momento in cui abbandoneremo i nostri costrutti, le nostre difese, ci sentiremo meno impotenti. Ritroveremo la “libertà mentale” che può sussistere in tutti gli ambienti, aperti o chiusi, la “libertà interiore.” Quando avvenne il diluvio Dio promise a Noè la salvezza, per questo Noè si industriò a raccogliere le persone, gli animali e le cose più care e indispensabili nell’Arca. Quella chiusura fu salvifica perché sostenuta dall’idea di un cambiamento promesso. Nell’immaginario collettivo il diluvio ha una spiegazione catartica, purificatrice dai mali del mondo, è un ”controllo” del male, non è solo una punizione. Io spero che, quando tutto ciò che stiamo vivendo finirà, saremo più genuini, ci abbracceremo con più sincerità, saremo meno avidi perché avremo capito che difronte alla “possibilità di morte” siamo tutti uguali

Chiusura e libertà

Porte chiuse – di Nadia Peruzzi

Alla notizia che avrebbero chiuso tutto e che per  il virus  non sarebbe più potuta uscire di casa per un bel po’, il suo cuore si fece di ghiaccio!

Le pareti dell’appartamento le sembrarono  di colpo ancora più strette di come le vedeva ogni santo giorno. 

Se le sentiva addosso,  con i loro artigli e la stringevano, la pressavano fino a soffocarla,  fino a farle male !

In quella mattina di marzo si svegliò presto.   Cadeva la neve incurante della primavera segnata sul calendario e non provò nel vederla nemmeno un briciolo di allegria.    

Pensò che il cielo cupo e quel bianco uniforme del cielo al posto dell’azzurro dei giorni precedenti,  non le erano di nessun aiuto. 

Soffocavano l’anima e non lasciavano nemmeno un piccolo spiraglio cui potersi aggrappare per trarne un sorso di tranquillità. 

Non pretendeva troppo.  Solo un piccolo sorso in quel mare in tempesta che ogni giorno era costretta ad affrontare e senza scialuppa di salvataggio. 

Aveva provato a vedere nei mesi precedenti se fosse possibile individuarne qualcuna.   Purtroppo aveva dovuto concludere che attorno a lei non ce n’erano. 

Il palazzo in cui viveva era un casermone chiassoso della periferia.  Sulle scale e nell’ascensore era tutto un gran via vai, ma se ne stavano in disparte gli uni dagli altri.   Solo qualche buongiorno e buona sera a sorrisi tirati ma poca confidenza e familiarità. 

A mala pena sapeva il nome dei vicini e solo perché si era presa la briga di leggere la targhetta accanto alla porta. 

Nulla più.   Le porte rimanevano chiuse.   Ognuno pensava solo ai casi propri.   

Si sentì sola come non mai in quella mattina di un marzo più pazzo del solito.   L’inverno che tornava a far capolino era l’inverno che da tempo albergava nel suo cuore. 

Lo vide che dormiva ancora sul divano con quella orribile canottiera sempre più grigia e quei pantaloni sformati e pieni di patacche dei tanti pasti consumati davanti alla tv  senza attenzione per il cibo,  né per quello che vedeva. 

Occhi fissi da leone in gabbia.   Un leone da tempo sempre più cattivo che la semiprigionia di quei giorni aveva contribuito a rendere più pericoloso e aggressivo. 

Si girò appena nel sonno e lei sentì scattare la morsa ferrea della paura sua compagna fissa ormai. 

Quello che era stato l’amore della sua vita era cambiato giorno dopo giorno precipitando in un abisso di brutalità. 

Vedeva la rabbia montare per giorni, in ogni suo gesto,  in ogni suo sguardo, fino all’esplosione. 

Spesso erano solo parole cattive che tagliavano l’anima.   Parole che ferivano, sminuivano, offendevano in un fiume di rancore e di rabbia. 

Poteva essere per il caffé non troppo caldo, per la pasta troppo al dente o qualsiasi altra sciocchezza del genere. 

Non li contava nemmeno più i motivi futili che generavano uragani di insulti. 

Nel suo cuore trovava ancora modo di giustificarlo.   

“A differenza di me lui  è abituato a muoversi, andando al lavoro, a incontrarsi con i colleghi in ufficio.  Trovarsi costretto qui col terrore di questo virus maledetto e infido,  si capisce che non è facile e fa scattare molle che non gli sono proprie.   Oddio, è vero che dopo poco che ci siamo sposati ha mostrato subito scarsa considerazione per me.  Il lavoro l’ho dovuto abbandonare perché tanto non guadagnavo abbastanza “.   

Non succedeva, diceva lui,  perché anche gli altri sapevano che non valevo nulla. 

“Che avrai studiato a fare  quelle inutili materie che nel mondo di oggi non servono a nessuno?”

 Quando invitava qualcuno dei suoi colleghi con le mogli non si peritava a dire “ Ha fatto filosofia, lei”, con tutto il disprezzo che aveva in corpo e con una risata intrisa di velenoso sarcasmo. 

In silenzio lei faceva la spola fra cucina e salotto per servire quella compagnia di estranei che nemmeno cercavano di entrare in sintonia con lei.   

Ridurla al rango di domestica non bastava.   Quelle serate dovevano finire pure con urla e scenate perché lei non era stata socievole con i suoi colleghi,  aveva tenuto il muso ed era stata per lo più in silenzio. 

“ Cosa penseranno di me, con una moglie così “urlava ogni volta!

Temeva il suo risveglio più di sempre quella mattina.  La sera prima aveva provato a dirgli che non ce la faceva più a reggere quella situazione.  Aveva bisogno di stare un po’ da sola per pensare a come poter andare avanti. 

Erano giovani.  In due non arrivavano a 60 anni,  avevano tutta la vita davanti.  Non era giusto rimanere chiusi in un rapporto che evidentemente non andava bene,  era malato. 

Appena quell’aggettivo era scivolato nella conversazione il tono si era fatto acceso.  Gli occhi che si era vista di fronte si erano fatti cupi e cattivi come non mai. 

Era riuscita a schivare quasi tutte le stoviglie che lui le aveva scaricato addosso ad eccezione di una che la centrò sopra l’occhio sinistro. 

Il sangue che iniziò a uscire copioso lo aveva fermato, per fortuna. 

L’espressione era cambiata.  Non dolce, perché dolce non lo era mai,  colpevole si. 

Si era affrettato a prendere l’occorrente per medicarla e dopo fu tutto un “Giuro,  non lo faccio più.   Non so cosa mi prende.  Lo sai non sono così.  Perdonami!”

Dopo poco lui già ronfava sul divano,  lei piangeva nel grande letto col suo occhio tumefatto. 

Nel ricordare tutto questo in quella mattina di neve e di freddo si fece strada la certezza che non voleva che continuasse ancora in quel modo. 

La casa di sua madre non era lontana.   Avrebbe potuto raggiungerla anche con quel coprifuoco. 

Si vestì in fretta e cominciò a riempire una borsa con poche ed essenziali cose.  Non aveva nulla in quella casa prigione da portare con sé. 

Era quasi arrivata alla porta quando si sentì afferrare per i capelli. 

Il marito si era svegliato ed era furioso.  Sentiva arrivare i colpi da tutte le parti.  Teneva le mani sul capo per protezione.  Sentiva le urla arrivare come frustate insieme alla gragnuola di colpi. 

“Puttana dove pensi di andare?Sei mia,  solo mia e non puoi lasciarmi se non lo dico io! Hai un altro, vero? L’ho sempre sospettato,  ora lo so.  Vuoi andare da lui, vero? Ma non uscirai da quella porta.   Da viva,  almeno!”

Le botte erano sistematiche, arrivavano ovunque. 

Urlava lui e urlava lei. 

Divennero laceranti quando lui cominciò a usare il martello e rimbombarono nel palazzo silenzioso in quei giorni di prigionia collettiva. 

Per fortuna quella volta cominciarono a sentirsi colpi alla porta chiusa.  Persone che chiamavano aiuto, dandosi la voce l’un l’altro. 

In lontananza nel torpore dolorante che la stava invadendo le sentiva tutte.   Le sembrarono compassionevoli e piene di preoccupazione, finalmente solidali. 

Perse i sensi nel momento in cui la porta fu sradicata dai poliziotti che entrarono in massa placcando quella furia d’uomo prima che potesse sferrare l’ultimo colpo mortale. 

Quando si svegliò in ospedale fasciata quasi ovunque le tornò in mente il suo ultimo pensiero prima di perdere i sensi. 

Era un pensiero di liberazione.  Quella porta era rimasta chiusa per troppo tempo con lui dentro.   

Malgrado le fitte di dolore che la trapassavano il pensiero di quella porta che   veniva abbattuta le dette forza.

Al momento non era molto più che un flebile appiglio.  

In un angolo del suo cervello e in tutto il suo corpo oltraggiato e ferito ebbe la consapevolezza per la prima volta dopo troppo tempo che in breve sarebbe diventato la molla per ricostruire la sua vita dopo l’orrore di quegli anni.