Sola….ma non proprio

Sola con Roberto Vecchioni – di Rossella Gallori

“Fa più rumore questo silenzio che le urla della gente”

Le era bastato aspettare…la fine di un film inguardabile, la gatta che finalmente aveva scelto il posto per dormire, l’ apparecchiatura per la colazione, le voci dei vicini finalmente spente…indossare il suo pigiamone, gettare le ciabatte, il russare rassicurante o quasi di suo marito, le gocce pronte, forse troppe, ma mai nemiche, più compagne di viaggio…si le era bastato tutto questo…la porta chiusa, un divano rosso fuoco, più cuccia che relax per essere finalmente sola…

Non era la  sua solita solitudine, quella che da bimba le era stata insegnata “ perché da soli si scappa meglio” quella che era diventata nel tempo una zaino pieno di pietre pesanti, che non la facevano mai raggiungere la meta, anzi la riportava sempre più a valle….era semplicemente la fine di un giorno stupido ed un po’ inutile pieno di discussioni aspre che mal celavano…altro…molto altro..

Lyuba nel silenzio di quella notte aveva, non solo metaforicamente, cambiato canale, sorseggiato la sua tazza di latte bollente, scosso la sua testa grigia, gettato lo zaino e a piedi nudi, aveva raggiunto lo Stelvio, quaranta tornanti, come le sue cicatrici, quaranta curve fatte senza fiatone, i ricordi erano medaglie sul campo leggere e luminose….

La neve era raso di seta pura, un tessuto volpone che nasconde i nodi della sua trama, liscia, lucida, abbagliante…..con un sole caldissimo che non brucia, né agli occhi né al cuore…

Ed era rimasta, li, su quel divano pieno di gente bella, di gente buona, che sapevano tutto di lei…ed avevano trasformato i suoi difetti,  le sue difficoltà in piccole perle preziose e ne avevano fatto un” vezzo prezioso” ed unico…..

Lyuba non ebbe il coraggio di indossarlo, ma lo avvicinò ai suoi occhi un po’ stanchi per meglio vedere la preziosa chiusura, perfetta se pur irregolare…

E in una notte che era già domani, ad oltre 2000 metri sui tetti di Rovezzano, guardando una televisione che le apparve come un cielo stellato, a finestre chiuse, sentì ancora quelle parole…quella canzone :  Ma stai parlando? Tu stai gridando! Cosi non vale è troppo facile così….ma non lo senti che è più forte la vita della morte…

Chiuse gli occhi e si addormentò, tra cuscini color fuoco, e morbidi plaid color cenere….Lyuba aveva imparato a difendersi molto dagli altri, poco da se stessa….ma quella notte…forse quella notte era cambiato qualcosa….non tutto….Vecchioni con la sua musica cullava i suoi sogni : oh oh cavallo oh oh….

Ps: un grazie speciale a Roberto Vecchioni e non solo..

Stare soli non è essere soli

Sapori di solitudine – di Chiara Bonechi

Non vedeva l’ora di stare un po’ da sola ed aspettava quel momento ogni giorno con la stessa intensità. Le bastava mezz’ora da passare al sole sul terrazzo o distesa sul divano, di solito dopo pranzo in compagnia di una tazza di caffè.

Dopo il primo sorso già si sentiva piena di energia e assaporava la libertà di scegliere cosa fare.

Capitava che guardasse nel vuoto, quel vuoto pieno di cielo, di voli di uccelli, di distese erbose, di sole e di ombre, capitava che aprisse il libro alla pagina segnata e continuasse la lettura, capitava che si perdesse nei pensieri.

Voci e rumori i grandi assenti, intorno solo pace.

Quella solitudine significava riposo.

Da mattina a sera un gran movimento, i bambini, il marito, la scuola, la spesa, il pranzo e la cena, sempre qualcosa di tutto questo o tutto questo in una sola giornata, difficile un momento per sé.

La solitudine le era essenziale, era un respiro profondo che le faceva percepire l’aria nei polmoni e in ogni ansa del suo corpo, le restituiva il tempo e la mente ma sapeva bene che senza  le gioie e gli affanni delle sue giornate, senza quegli affetti che le riempivano la vita, non avrebbe apprezzato i momenti di solitudine che riusciva a regalarsi.

Non avrebbe saputo come stare davvero da sola.

Da giovane donna diventò vecchia, non più affanni nella giornata, i silenzi avevano invaso la casa, poche erano diventate le uscite e tante le attese.

Da vecchi si attende il telefono che squilla, un campanello che suona, la voce di un figlio o di un nipote che fa palpitare, il racconto di una vita che vivono gli altri, quelli che ami e che speri ogni giorno ti tolgano un po’ di solitudine.

Solitudine misteriosa

Paesaggio e solitudine,

ovvero un viale misterioso – di Luca Di Volo

Nell’estrema periferia Est di Firenze scorre una strada che costeggia l’Arno per un discreto tratto. Una strada nuova, realizzata di recente, forse per venire incontro agli amanti del footing o cose del genere. Scorre avendo da un lato il fiume, separata da lui solo per un piccolo argine di erba e argilla. Dall’altro lato la fiancheggia un muro di pietra serena lucida e grigia.

Ma la caratteristica che la  rende insolita è il fatto che si prolunga diritta. . diritta come una spada tra gli olivi che traboccano con le loro chiome dal muro e i pochi alberi che sorgono dall’argine.

Il fondo della via è chiaro, quasi bianco, un bianco che sotto il sole estivo evoca paesaggi e sentimenti che portano a visioni di mondi anche molto distanti dai nostri consueti dintorni.

Ed era proprio in uno splendente mattino d’estate che la vidi la prima volta.

Lunga, diritta, bianca, splendente sotto il sole spietato. Non c’era in giro anima viva.

Ma l’occhio vide e l’anima rispose:   un nome come un lampo:  ”Il viale dei morti”…

Non mi rimane nulla di questa dirompente associazione se non il senso dell’immensità senza tempo che mi travolse.

Già…infatti “Il viale dei morti” esiste davvero. In Messico. E’ il viale che, anche lui diritto come una spada, costeggia le piramidi del Sole e della Luna nell’antichissima città di Tehotihuacan, culla dei Toltechi, antica civiltà mesoamericana. Una civiltà crudele. . iniziatrice e diffonditrice dei sacrifici umani, per esempio.

Ma anche, a suo modo, dotata di grande e creativa grandezza.

Ed ecco la domanda angosciosa che ogni tanto mi tormenta, come una ferita aperta.

Perché. . perché mai quell’associazione incongrua e allucinante?!

Ricordo che la strada mi si parò davanti, mentre sbucavo da una curva che me la nascondeva.

Il silenzio e la solitudine mi assordarono, come il cielo rovente. E il paesaggio. . quella striscia diritta, immensa e abbagliante crearono un trinomio irresistibile. . il muro, lungo e pietroso divenne le due immense piramidi e il cielo d’un azzurro incendiario poteva benissimo essere quello di un Messico tropicale, crudele e misterico.

Non me lo sono mai dimenticato.

Ma la domanda resta, insoluta. . :  PERCHE’?!

Solitudine da soli

Solitudinedi Patrizia Fusi

La vita nel suo scorrere ti mette davanti diverse solitudini.

Non mi piace la solitudine, alcune volte cerco di adattarla alla mio vivere.

Ricordo la solitudine che provavo da bambina, nel tardo pomeriggio quando il sole era per tramontare e gli alberi disegnavano la propria immagine in maniera allungata, nel mio cuoricino era il momento in cui mi mancavano i miei cari, la mia casa, gli odori aspri di cucina semplici ma a me tanto cari.

Questa solitudine che io chiamavo “delle ombre lunghe” l’ho provata per tonto tempo anche quando ero già mamma ma poi piano piano è sparita e rimasto solo il timbro.

Ricordo la solitudine emozionante che per diversi anni provai davanti all’immensità di quel solito tratto di mare. Ricordo la prima volta che passai la duna: era abbastanza in alto in paragone alla spiaggia, davanti a me la lunga conca di spiaggia con questa distesa d’acqua che in lontananza si congiungeva al cielo formando un unico. Il sole era già tramontato il colore prevalente nel mare e su tutto quello che mi circondava era un nocciola chiaro, piccole onde si alternavano dolcemente, un leggero rumore di risacca,  richiami striduli di gabbiani, l’odore della salsedine mi pungeva gradevolmente le narici, non c’era nessuno.

Tutto questo mi procurò una forte emozione che mi invase tutta, facendomi stringere lo stomaco che mi pervase tutto il corpo dandomi un senso solitudine e di pace.

 Credevo che fosse un’emozione costante che avrei continuato a provare per sempre, ma non fu cosi: dopo diversi anni non provai più quel turbamento nel vedere e assaporare il paesaggio marino.

Solitudine di una Pasqua e Pasquetta da sola, sensazione di vuoto, vecchie paure provate da bambina si riaffacciano alla mente irrazionalmente, un senso di abbandono, di non essere amata. In questo giorno sto male da sola, una telefonata rompe questo stato di malessere: l’invito di mio genero ad andare da loro, accetto per il caffè, passo il pomeriggio piacevolmente.

Il giorno dopo nel primo pomeriggio riprovo un forte disagio, neppure le video chiamate del mio compagno né dei miei nipoti mi bastano a farmi passare il dolore. Indosso un vecchio toni e scappo di casa. Attraverso la strada e vado dietro alle fabbriche, non c’è nessuno, inizio a camminare avanti e indietro in questo piccolo tratto di strada, come un topo in gabbia, le ossa delle ginocchia si fanno sentire, inizio a guardare con attenzione , mi abbandono a quello che mi circonda, un leggero vento fa muovere gli alberi che sono sul balzo , producono un fruscio costante e formano una sinfonia musicale, gli uccelli cantano tranquilli nel silenzio che circonda il tutto, i primi papaveri rossi e i fiori di tarassaco giallo rendono più allegro quel bel balzo ricoperto da una lunga sterpaglia incolta,  il vento mi arruffa i capelli incolti anche loro per mancanza delle mani esperte del parrucchiere. Mi fermo, mi sento meglio.

Io posso stare sola, questo non mi fa paura, ma non mi devo sentire sola.

Mi piace la solitudine e il buio della notte nella campagna, mi sembra che il buio mi abbracci e mi nasconda e mi protegga. Mi piace stare da sola nelle mie passeggiate, farmi rapire dai suoni, odori, colori che mi circondano che cambiano a seconda delle stagioni.   

Sogni di solitudine

BICOCCA – di Simone Bellini

Il fuoco, ormai spento, dimorava debole negli ultimi resti di brace di un ceppo che aveva scaldato la notte della piccola bicocca.

Il corpo, rintanato in un caldo piumone, lottava con il gelo che gli mordeva la fronte ed usciva fumante dalla bocca, mentre il bianco accecante della neve entrava di prepotenza riflettendosi sui vetri delle finestre.

Era ora di alzarsi, lavarsi e bere un caffè bollente davanti al  fuoco del caminetto ravvivato da nuove fascine e legname.

Una vita da eremita !

L’aveva scelta lui, fuggendo dal mondo, dove si sentiva inadeguato, incapace di proteggere gli altri e se stesso dalla sua stoltezza.

Solo, isolato, era nel suo mondo, nell’epicentro della sua essenza.

Il tempo aveva perso ogni riferimento, se non quello della luce naturale del giorno.

Tutto era regolato dalle esigenze del momento.

Cancellare il passato, che si riproponeva insistente, diventava in quel posto una lotta vincente per vivere il presente.

Una nuova vita, nuove esperienze, la mente libera, aperta per accogliere con curiosità ciò che il futuro gli offriva nel presente lasciandogli nuovi buoni ricordi.

E’ con questa esaltante energia che aprì quella porta alla ricerca della Vita, la sua vita !

Cicatrici d’oro

Ferite tatuate – di Stefania Bonanni

Non la riconobbe subito.

 Era contratta, nervosa, sembrava una zampa, la zampa di un animale feroce. Era la sua mano, e nello stesso tempo era tutto quello che non si poteva fermare. Quando acchiappo’ il manico del  coltello seppe che non poteva fare nulla per scansare il dolore. Che arrivò violento e veloce, come un lampo senza tuono. Uno strappo, e la certezza che da quel momento niente sarebbe più stato come prima.

Aveva sempre pensato che da quando finisce l’infanzia non ci sono più  pagine bianche. Tutti sentieri gia’ segnati. Tutti percorsi da affrontare con zaini sulle spalle.  Pesavano parole dette, parole non dette. Pesavano le tristezze , pesavano anche le gioie, perché conoscerle voleva anche dire capirne le assenze. Poi aveva sviluppato delle sensibilità dolorose,  dipendenti dalle atmosfere, non dai fatti. Per esempio, non dimentico’ mai più il monento nel quale conobbe con certezza il dolore che le si sarebbe rovesciato addosso.

Fu un pomeriggio qualunque. Era inizio inverno, un giorno di fine ottobre, nemmeno così grigio. C’erano ancora le finestre aperte. Leggeva in poltrona,  in soggiorno, la televisione accesa spandeva inutili parole . Fu come se entrasse dalla finestra una nuvola nera, spessa, soffocante. Restò senza respiro, e seppe che era tutto dolore.  Le nacquero in testa parole che non sono uscite mai più.  “Saranno morti, l’inverno prossimo”. Non fu una previsione, né  una magia, fu attenzione all’atmosfera.

E fu così,  né più,  ne meno. Dolore, paura,  tristezza, affondare, soffocare, tremare, chiudere gli occhi, scivolare,  ingrigire, essere ossessivi, provare a difendere, alzare  ripari, poi buttare giù  tutto, aprire, riempire di amore, compassione,  tenerezza, poi ripararsi. Troppo male fece capire che più nulla serviva.

Quella mattina era rimasta a letto.  Già.  Era rimasta a letto. Aveva detto di stare male, ma non era vero, stava male come sempre, da un pezzo.  Però era stanca, stanchissima. Voleva una giornata normale,  stare nella sua casa chiara,  piena di mobili chiari, di giochi di bambino, voleva rimanere in quel letto,  dove restavano tra le lenzuola baci e abbracci.

Fu lì che suonò il telefono.  Una coltellata violenta, tra il cuore e le costole. Rimase piantato lì  il coltello. Ogni volta ci si aggrappasse, ricominciava tutto daccapo, non uguale, no, sempre più doloroso, scendeva sempre più in profondità la lama. Non ci fu altro da fare che vivere con il coltello, e ripassare la coltellata, ripensare, rivedere, come una pellicola che ripropone lo stesso frammento di immagine, e si blocca quando dovrebbe andare avanti.

Certo, tutto andava avanti. Per lei, tutto continuava, camminando, lavorando,  giocando,  facendo l’amore, mangiando, bevendo, leggendo, parlando, sognando, guidando, andando al mare, tutto continuava con un coltello nel petto,  in mezzo al petto.

Poi le cose cambiarono. Arrivò il momento in cui cominciò a fare compagnia, quella lama.

A volte sembrava di essere asciugati, inariditi, insensibili? Bastava girare la lama,  ed il dolore violento rassicurava. Faceva molto male, ma faceva male ad un vivo.

Passava il tempo, o forse no. Come ci fosse una bolla,  uno spazio temporale immobile dove tutto restava uguale, non si sbiadiva nemmeno.

Aveva capito che la differenza tra una ferita e la cicatrice, è  l’estrazione del coltello. Che la ferita diventa piaga, che ci si infetta, se non comincia a rinchiudersi.

Un giorno, aggrappata ad occhi profondi , seppe di poter provare. Le disse: “lascia andare” Forse, poco più.  Capì,  tutto quel dolore era parte di lei, come i suoi occhi, o i capelli, o i piedi, come la mano rattrappita di quella mattina, come i suoi amori, come ridere, fantasticare,  nuotare, scrivere,  disegnare. Come vestirsi, truccarsi, parlare di politica, coltivare fiori. Era diventata grande, da allora in poi. Quella grossa cicatrice era cambiata di colore, era diventata d’oro, piena di ricordi d’amore, perché la vita che ricorda era prima di tutto amore, dolcezza, generosita’. Poi dolore, ma forse, conoscere il dolore fa splendere la gioia. Fa sembrare gioia la quiete, la serenità,  l’accordo. Le cicatrici possono essere ricami, vita tatuata, storie sulla pelle.

Montagne

Montagna amica – di M.Laura Tripodi

Chissà perché si pensa sempre alla solitudine come a una sensazione di malinconia.

Forse perché le riflessioni più profonde nascono dal silenzio e non dalla confusione. Forse perché l’allegria è anche spensieratezza e soprattutto leggerezza. Forse perché nella confusione ci si nasconde meglio.

Appunto.

Molte volte in passato mi è capitato di sentire suggerimenti del tipo: Non ci pensare, esci, vai a fare un viaggio……

Sì, ma il pensiero puoi frenarlo per qualche momento e poi…..

Si esce, ma poi si deve anche rientrare….

Per i viaggi si parte, ma poi si ritorna…..

Io sentivo che la strada non poteva essere quella. La soluzione non è mai nella fuga e c’è sempre un momento in cui scoppia la scintilla. Poi  il divampare dell’incendio  fa perdere nel nulla  il momento iniziale, ma rimane quello l’attimo importante.

Ho scelto. Ho scelto  il sentiero di montagna. In tutti i sensi.

Salgo e il panorama muta  ad ogni passo.  Mi lascio  alle spalle visioni che diventano man mano più piccole e la vegetazioni muta gradatamente adattandosi al clima differente perché la natura sa sempre quello che le serve. Il compagno di viaggio è il  silenzio che  avvolge tutto, ma  parla  un suo linguaggio e se presto attenzione riesco ad ascoltare le sue storie.

Accade a volte che la magia sia interrotta dall’urlo di un rapace,  ma anche questo è fascino, quasi un richiamo al presente. Allora alzo gli  occhi al cielo e mi accorgo di quanto sia bello il suo  volo elegante e leggero anche se foriero di morte.

E’ successo senza che avessi alcun ricordo o  esperienza di boschi e spazi infiniti.

E’ successo perché a un certo punto quei boschi e quegli spazi infiniti li ho sentiti dentro e poi ho avuto bisogno di trovarli fuori. O forse, quando li ho visti fuori ho avuto bisogno di cercarli dentro.

A volte è difficile distinguere un principio dalla fine. O forse c’è un movimento circolare senza fine che si autogenera.

La montagna è una  metafora di vita.

Settimo incontro virtuale: imparare a stare bene da soli

Oggi la “scintilla” parte da una pagina di un libro: Le otto montagne, di Paolo Cognetti, Premio Strega 2017.

Le possibilità di leggere le scintille di oggi possono dirigersi:

  1. Verso la montagna, vista come una allegoria della vita. Ma anche verso i paesaggi del cuore, come si possono raccontare i paesaggi che ci attraversano
  2. Verso l’arte di stare da soli, verso il come sia difficile imparare questa armonia con se stessi oppure questa occasione di affrontare il nostro presente.

Per quanto mi riguarda, in questi giorni solitari, ho avuto esperienza di una sensazione del tutto nuova. Prima mi percepivo “a pezzi”, una donna con capitoli separati, come se fossi un puzzle di molte donne diverse, legata a periodi e a mondi diversi. In questi giorni morbidi, in cui il tempo ha preso sensi e ritmi nuovi, ho avuto la percezione “fisica” di essere invece un insieme, una crema in cui gli ingredienti si sono fusi senza grumi.

Il mio tempo è diventato unico, partito da un punto preciso, la nascita, e che scorre come un fiume, dalla sorgente verso una fine, o forse verso una cascata che mi porterà ancora oltre…..

Ma la cosa bella, che mi dà il senso di una magia, è il fatto che nei miei percorsi, nei miei cambiamenti, che sempre ho percepito bruschi e angolosi, non ci trovo più strappi o ferite, ma solo lo scorrere inevitabile e naturale del mio destino. Tutto acquista così una dolcezza nuova, che non si chiama rassegnazione, ma comprensione.

E forse, per volersi bene, per capire il nostro destino, ci vuole un tempo lento, come questo che stiamo vivendo.

Buona raccolta di scintille, amiche e amici!

Ferite e rinascite

LA FERITA – di Elisabetta Brunelleschi

Nessuna ferita è per sempre

Il chiarore del mattino la colse turbata e stanca. La sirena di un allarme che per più volte aveva urlato nella notte, l’aveva costretta a un faticoso dormiveglia, con gli occhi che si aprivano, mentre dal buio, un rimbombo ostinato e lugubre cessava e riprendeva a ritmi regolari.

In tarda mattinata squillò il telefono, e la notizia arrivò con due parole: – È morto. –

Senza spiegare il perché, solo è morto.

Lei era a casa sua nel paese del nord disteso sulla collina, lui era rimasto al sud nel paese affacciato sul mare. E in quei primi di agosto giunse improvvisa la notizia.

A quelle parole un tremito l’avvolse, non voleva crederci, ma nello stesso tempo ci credeva, non era un sogno e la paura le chiuse la gola.

Intorno a lei si mossero in tanti, increduli, e poi ancora telefonate, squilli, domande e risposte, in un crescendo di dolore.

Nel pomeriggio partirono in cinque tra familiari e amici. Il viaggio fu lungo e silenzioso. Giunsero il giorno dopo, sul far del mattino.

Poco prima del paese videro un annuncio funebre attaccato a un muro, un foglio bianco, con stampati un tralcio di fiori di neri e un nome, il suo nome. La notizia si era diffusa, quel manifesto rettangolare la diceva a tutti.

Curva dopo curva giunsero al paese, parcheggiarono e si avviarono verso la casa, dappertutto regnava il silenzio. 

Davanti alla porta c’era gente con la faccia scura e le bocche chiuse, appena la videro le fecero spazio. Lei si fermò all’ingresso e disse non voglio entrare.

Ma qualcuno le si avvicinò e la portò dentro. Salirono le scale, lui era disteso nel suo letto di ragazzo, l’avevano vestito con abiti nuovi, come dovesse andare a un matrimonio.

I genitori erano muti. La mamma non mangiava da tre giorni, da quando con il male improvviso  che aveva colpito il figlio, era finita ogni speranza. 

Le cugine l’abbracciarono.

– È stata come una fucilata. – Disse Maria e poi standole più accanto la consolava ripetendo:

– Passato, è passato … –

Catina la portò sul terrazzo.

L’avevano portato all’ospedale, aveva tanto mal di stomaco e vomitava di continuo. Fu ricoverato al policlinico, dopo che in un altro ospedale l’avevano addirittura rimandato indietro! Ma ormai era tardi, non c’era più nulla da fare. E la madre anche lei, lì in ospedale stava morendo, dal dolore, … Lo hanno riportato a casa, con le flebo attaccate alle braccia. Lo hanno disteso sul letto e dopo poco con un gesto fulmineo e quasi di rabbia lui ha staccato le flebo e le ha gettate lontane. Era malato dentro, nelle viscere, nello stomaco, nulla lo avrebbe salvato!

Così raccontava Catina mentre da una sedia, raccoglieva i suoi indumenti, piegava una camicia, scuoteva una maglietta e dalle tasche dei pantaloni traeva piccole cose: una penna, un bigliettino con un appunto, una  moneta da cinquanta lire…

La strada si era riempita di amici, di conoscenti, di gente venuta dai paesi vicini.

Lei era lì, non sapeva dove stare, dove guardare e per la testa le volavano strani pensieri. Guarda che funerale, poi glielo racconto! Come un lampo le passò dalla mente che gli avrebbe raccontato di tutta quella gente, di quel gran funerale. Un lampo, solo un lampo, cancellato immediatamente dal tuono del presente, che la riportava in quella camera davanti a una salma con la quale non era più possibile parlare.

Giunse il momento del sigillo. Salì Carmelo con due aiutanti. Muti afferrarono il lenzuolo su cui era disteso il corpo e l’adagiarono nella bara bianca.

Mentre lo distendevano, lei volle riconoscere nel volto una sorta di smorfia: era il suo sorriso ironico, la sua rassegnazione, il suo saluto.

Poi un lento infinito corteo si mosse verso la chiesa: la bara era portata a spalla dagli amici e subito dietro la mamma sostenuta da una fratello e il babbo spinto nella sedia a rotelle dalle nipoti.

Lei, come annullata, camminava a occhi bassi, senza vedere chi le stava accanto.

Giunti davanti alla chiesa il corteo rallentò un poco e il perimetro della piazza si mostrò cinto da  decine e decine di ghirlande di fiori bianchi, solo fiori bianchi, rose, garofani, margherite.

Durante il rito funebre se ne stette ritta, immobile, non una lacrima rigò le sue guance.

Il cimitero non distava molto dal paese, vi salirono a piedi, con la bara sempre portata a spalle. Lassù lo murarono in un loculo vicino al nonno. Il vecchio nonno a cui era tanto tanto affezionato.

Si levò allora il lamento funebre, antiche parole che come in un singhiozzo raccontavano della sua breve vita, di quella grande folla, che poteva essere per  un matrimonio e invece no, era per il suo funerale.

Poi mestamente ognuno ritornò verso il paese.

A casa iniziarono le condoglianze. Uno alla volta amici, conoscenti, parenti venuti anche da molto lontano sfilarono davanti ai genitori stringendo loro le mani e baciando le guance. Una fila che pareva non finire mai.

Anche lei si mise in fila, andò dai genitori, li baciò e poi si sedette accanto a loro. Ed ecco che dopo il saluto al babbo e alla mamma, le persone si fermavano e le stringevano le mani, baciavano le guance, dicevano qualcosa.

Fu lungo quel consolo, calava la sera e ancora il silenzio del dolore sfilava con strette di mano in quella semplice casa.

E venne il giorno dopo.

I familiari, che l’avevano accompagnata, dissero che era meglio ripartire subito. Non c’era più nulla da fare, si lasciò portare via, a casa.

Il lunedì l’aspettava il lavoro.

Era un lavoro cercato sin dalla primavera. E di quell’inizio, così, a metà agosto ne era stata felice perché le vacanze si sarebbero accorciate.

Una cosa dentro le era chiara, quel rapporto durato sette anni era logoro, consunto, non aveva un futuro. Stare con lui la faceva sentire imprigionata. Ma dopo sette anni, non era semplice dire basta. E allora aveva cercato tutti i modi possibili e alla fine la ricerca di un lavoro le era parso un modo per cominciare a separare le loro strade.

Quando a luglio erano partiti tutti e due sapevano che quella vacanza sarebbe durata poco più di quindici giorni. Quel nuovo lavoro era anche una scusa per iniziare a dire basta. Ma lei non seppe parlare. Lui non capì o forse non volle capire niente,.

C’era una verità che nessuno dei due voleva affrontare. Non ebbero il coraggio di dirsi cosa sarebbe stato di loro in quel prossimo settembre. Ridomandarono il problema.

Lei partì la sera del 6 agosto e lui, dopo una settimana, la notte del 12 agosto, lasciò per sempre questa vita.

Il 7 agosto la prima telefonata: – Sono a casa, tutto bene. –

Due giorni un’altra telefonata. Lui aveva una voce lamentosa.

– Che cos’hai? –

– Ho mal di stomaco! –

– Ma cos’hai mangiato?

– Peperoni arrostiti. –

– Ma se non ti passa vai dal dottore!-

Sì, lei disse proprio così, vai dal dottore!

Le era parsa l’unica soluzione possibile, di una ferrea consequenzialità: ti senti male, consulta il tuo medico, semplice!

E la conversazione finì lì.

Lui era lontano e lei tranquilla, senza nessun presentimento, andava dritta nella sua scelta, convinta che per la prima volta nella vita aveva avuto il coraggio di cambiare, di cercare altre strade.

Ci furono poi due giorni di silenzio.

Poi la notte tra l’undici e il dodici agosto l’allarme della villa dei vicini che per un improvviso guasto  suonava a intermittenza, l’aveva tenuta sveglia nel buio.

Si era alzata stanca  incapace di fugare il senso di angoscia che quella sirena le aveva provocato. 

In tarda mattinata era squillato il telefono e la voce del padre aveva detto è morto.

In un attimo, un colpo di fucile, un precipizio, uno stupore, un non voler credere: il dolore si appropriava del suo cuore.

Ma non poteva finire così. Che cosa aveva provocato quella repentina e tragica morte?

Lei voleva conoscere la verità.

Telefonò al sindaco del paese. Cercò di parlare con i cugini che l’avevano accompagnato in ospedale. Cercò di mettersi in contatto con il reparto che l’aveva accolto nel suo ultimo giorno di vita.

Alla fine qualcuno le disse che solo dalla cartella clinica si sarebbe saputa la verità.

Non fu poi così difficile trovare la persona giusta e la cartella gliela spedirono direttamente a casa, per posta.

La fece leggere a un amico medico. C’è sempre in queste storie un amico medico che dice come sono andate le cose, toglie ogni velo e fa cadere in nuove e insperate disperazioni.

Semplice, molto semplice quella causa di morte: occlusione intestinale.

L’occlusione intestinale è come un nodo, una porta chiusa, una barriera. Un budello si chiude. Il cibo non passa e si comincia a vomitare, vomitare tutto, si vomitano anche le feci. Quello che non può scendere, torna su e se ne esce dalla bocca.

Sì, e la conclusione di tutto fu che un’occlusione intestinale può essere risolta con un intervento, dipende da quando e come viene diagnosticata. Quindi non si muore, ci si può salvare, se i medici riconoscono il problema e vai in tempo in ospedale.

Da quel momento le lacrime che durante il funerale non erano scese, iniziarono a rigare il volto di lei.

Lo strazio di quella fine così repentina l’accompagnò per molto tempo, anche quando intorno tutto cambiava e strade diverse la portavano verso nuovi colori, nuovi suoni, nuovi volti, voci, sguardi.

Ma alla fine, lei non saprebbe nemmeno dir quando, tutto quello strazio si rifugiò in un sotterraneo e lì si addormentò.

Poteva tuffarsi senza paura in nuove strade e le immagini di quelle estati lontane rimasero come scene dipinte in quadri d’autore.

Ferite che ci dicono chi siamo

PRIGIONIERA – di Mimma Caravaggi

Non ricordo quando sono  cominciati ma solo che si susseguivano uno dietro l’altro giorno dopo giorno aumentando la mia paura. Con chi avrei potuto confidarmi? Ero giovane circa 30/32 anni  e, a parte mio marito, sola, sempre molto sola. Eppure un giorno presi il coraggio e iniziai a parlare dei miei attacchi di panico con lui e gli confidai che non riuscivo più a fare la doccia ma mi lavavo pezzo per pezzo. L’acqua che scorreva all’improvviso dalla doccia su di me mi lasciava senza fiato e non riuscivo più a respirare regolarmente ma sempre con più affanno e un pensiero unico attraversava la mia mente: “Mi sento male!” E come mi affannavo a chiudere immediatamente l’acqua, a sedermi e a cercare di respirare regolarmente ma ci impiegavo diversi minuti prima di calmarmi poi dovevo uscire da lì, aprire la porta e scappare, ma dove andare ? La mia mente elaborava i pensieri che si aggrovigliavano in un turbinio veloce per trovare una soluzione che riuscisse a calmarmi. Non era facile, soprattutto le prime volte. Se prendevo il bus per andare a lavorare la mattina, appena iniziava ad affollarsi sentivo il respiro aumentare salire su fino in gola quasi a soffocarmi così alla prima fermata scendevo e cercavo un taxi e mi facevo portare a destinazione e così anche al rientro a casa. Se poi trovavo la casa vuota come solito uscivo di corsa e andavo dalla mia amica Licia che fortunatamente abitava molto vicina e passavo i pomeriggi con lei e i suoi due figli fino all’ora di cena. Poi mi facevo coraggio e tornavo a casa a breve sarebbe tornata la mia padrona di casa e non sarei più stata sola. Mio marito? Se aveva voglia tornava a casa per la cena altrimenti potevano essere le sette o le tre di notte. Passava le sue ore a giocare a bridge o altro. A volte lo cercavo telefonando al bar  dove andava a giocare per passare il tempo, ma a volte faceva dire che non c’era e i miei attacchi riprendevano sempre più vicini e senza soluzione. Un periodo durato più di 4 anni e pensavo che non ne sarei mai venuta fuori. Per affrontare la paura, mangiavo e mi sembrava di sentirmi un po’ meglio ma durava poco. Un giorno stanca di tutta questa situazione che dovevo affrontare completamente da sola senza l’aiuto di nessuno, decisi che avrei cercato uno psicologo per farmi aiutare. dopo varie ricerche lo trovai e fui anche molto fortunata perché è stato veramente bravo a guidarmi pian piano fino alla guarigione. Ricordo però che quando arrivai da lui vergognosa del mio stato e non sapendo dove cominciare, mi aiutò a far venire fuori tutte le mie paure e molto altro. Mentre parlavo senza fermarmi un attimo lui mi studiava e alla fine del mio lungo sfogo mi guardò e mi chiese “Perché è venuta da me ? Ha tutto chiaro che bisogno ha di discuterne con me?” Lo guardai stupita, anzi esterrefatta senza capire il significato della domanda. E lui capì che nonostante avessi espresso chiaramente tutti i miei problemi e le mie paure io non avevo afferrato il significato dei fatti poiché lì c’erano anche le soluzioni ma io non le vedevo, non le capivo. Mi ci sono voluti 4 lunghi anni per capire e venirne fuori. Quando comunicai a mio marito che avevo preso la decisione di seguire uno psicologo per farmi aiutare mi rispose che non ne avevo bisogno che mi avrebbe aiutato lui visto che sapeva cosa e come fare! Il mio matrimonio si stava già sgretolando da un po’ di tempo e forse questa era una delle cause dei miei attacchi di panico. Dopo 18 anni insieme capii che era finito veramente e che non valeva, nonostante il dolore l’affetto e l’amore, continuare una vita con così poche aspettative senza valori, per cui risposi che mettersi, come aveva fatto lui, al disopra di uno psicologo anche il peggiore della specie, avrebbe sempre saputo qualcosa più di lui. E iniziai a frequentare le sedute, inizialmente una volta a settimana poi piano piano sempre a diminuire: ogni 15 giorni, ogni mese fino a chiedergli che mi sembrava di stare meglio e che volevo chiudere i nostri colloqui. Mi disse che secondo lui avrei dovuto ancora continuare per un altro po’ ma che se mi sentivo così sicura andava bene la mia decisione di lasciarlo. Ma stavo decisamente meglio. Gli attacchi di panico erano quasi spariti avevo solo qualche piccola ricaduta ogni tanto ma avevo trovato piccole strategie per andare avanti  anche se la paura non mi aveva lasciata del tutto riuscivo a stare da sola a casa, a riprendere l’autobus e a fare la doccia. Che bella sensazione essere tornata a vivere come una qualsiasi normale persona. Nel frattempo avevo mandato fuori di casa mio marito che, sempre per aiutarmi, si era messo con una mia amica e anche questa volta, a causa della mia ingenuità e mancanza di cattiveria direi, ci ho impiegato molti mesi prima che me ne accorgessi. Tutti gli amici sapevano ed io non vedevo probabilmente ciò che non volevo vedere e capire. Quel periodo fu veramente letale : il mio matrimonio in frantumi, io in cura dallo psicologo per riprendere in mano la mia vita le mie sicurezze la mia indipendenza e il posto di lavoro a rischio per un grande scandalo. Eppure ne sono venuta fuori piano piano con i miei tempi per poi finire di nuovo nella  ragnatela di mancanza di affetti, forse peggiore della prima ma sempre pensata, ragionata, accettata. Ora se cerco di tirare le somme mi ritrovo a mani vuote sempre con problemi da risolvere e non sempre in grado di venirne fuori ma nonostante tutto non mi sono mai arresa.

Un giorno di festa

La paura di Pasqua – di Cecilia Trinci

Era la festa che preferiva.  Le piaceva l’uovo di cioccolata, colorato, con la carta che scrocchiava a lungo quando lo scartava, con tutti quei colori luccicanti. Cercava la sorpresa come una bambina e non le importava il valore di quello che trovava. Poteva essere uno stupido portachiavi senza bellezza o un giochino da dondolare tra le dita due secondi o un ciondolo di latta. Mia mamma aspettava la Pasqua come una liberazione. La fine dell’inverno, la fuga al mare sulla spiaggia col vento e le prime nuvole a rincorrersi. “Lo vedi, diceva, è la nascita della natura, guarda come tutto si riempie di verde e  di fiori”. Lo guardavo, quel mondo, ma di certo non lo vedevo come lo guardava lei. Vedevo fiori acerbi e aria ancora troppo fredda, in quegli anni lontani in cui la primavera cominciava con l’equinozio. “E poi l’uovo, è un simbolo grandioso, è la vita, è l’inizio, è la maternità”. A me in quegli anni, e poi anche dopo, piaceva il Natale, il buio e le lucine tenui, i pacchetti misteriosi, le piccole sorprese, i gingilli e gli alberi addobbati. Le cene insieme quando ancora c’eravamo tutti. A lei invece piaceva il panino sulla coperta, la solitudine della felicità, non sentirsi obbligata, legata, imbrigliata dai riti. Libera. La sentivo come vibrava di impazienza, come si metteva in sintonia con la natura e come sapeva diventare l’albero che si riempiva di linfa esplosiva. Mi faceva paura. Pensavo di non riuscire a contenerla, di non saperla trattenere e avevo paura di poterla perdere, che cominciasse a correre verso un punto invisibile senza più tornare indietro. Mi faceva paura e mi faceva paura la Pasqua. Ho avuto poi, anche senza di lei,  sempre timore di questa festa, impegnativa, così legata al clima e agli spostamenti obbligati. Abbiamo continuato ad andare al mare. La prima vera uscita allo scoperto:   il panino sulla coperta, l’ansia   che fosse tempo bello altrimenti…..il piano “b” al camino con l’arrosto, mia sorella a proteggere salda  le nostre Pasque.

Ogni Pasqua me la sono sempre goduta il giorno dopo, quando le cose erano andate bene, quando c’era stato il sole improvviso dopo i venerdì santi di pioggia, o l’avevamo passata al camino con la quasi neve fuori ed  eravamo stati sereni ugualmente, tutti insieme, con l’uovo colorato e scrocchiante e il pensiero mai detto dell’assenza  di lei, che continuava a dirci, dentro, silenziosamente, in un punto indistinto dell’anima “vedete come è bella questa festa, con la rinascita della vita che promette”?

Poi sono arrivati i bambini e le Pasque si sono trasformate in feste. Allora davvero la gioia è diventata la potenza dei bambini felici al primo sole sul mare.  Ho smesso piano piano di avere paura e all’improvviso, quella Pasqua senza paura dell’anno scorso, così bella e così piena di sole,  è stata l’ultima. Oggi si volta pagina e non sappiamo più che capitoli leggeremo.

Ferite ma non per sempre

Nessuna ferita è per sempre – di Nadia Peruzzi

Nessuna ferita è per sempre e direi che lo sto sperimentando in questi giorni di forzata prigionia.

Avrei preferito coccolarmele, però, le mie ferite andandole a cercare nei cassetti dei ricordi dove sono custodite sotto strati , man mano più spessi,  di panni soffici e profumati.  Avrei voluto tornare a sfiorarle per ritrovarmele nel cuore sapendo che ogni volta fanno sempre un po’ meno male, che non sono mai solo i segni dei dolori sordi e strazianti che si è provato, ma anche i guizzi delle vite che abbiamo attraversato e i momenti di gioia che quelle vite hanno segnato.

Gli interessi comuni, le scoperte fatte insieme, i viaggi, ogni ora spensierata , ogni risata tornano a galla senza provocare scossoni, destabilizzazione, panico e nemmeno più quel senso di solitudine e di fragilità ipocondriaca propria di una età che pone ormai nel segmento di popolazione a rischio.

Quando è morta mia mamma, l’ho sentita scendere fino nelle mie gambe e tradursi quasi in difficoltà a muoverle in avanti senza provare affanno. Come se mancando anche quest’ultima mano, procedere fosse diventato meno semplice e lineare, quasi impossibile.

Eppure, anche se la commozione sale mentre scrivo, sono costretta ad ammettere con me stessa che di fronte all’immane ferita della situazione presente, le altre è come se avessero fatto un passo indietro.

In qualche caso le ho spinte io. ”Cara mamma, mi sono detta, meglio che tu questa prova te la sia risparmiata”

Ci eravamo organizzate un badantato domestico a tre, con convivenza non semplice ma il punto ero riuscita a tenerlo. Fin dai tempi in cui c’era ancora la nonna e io ero una ragazza che doveva farsi donna.

Mi tornano in mente le nostre baruffe sui “ricoveri”, si chiamavano così allora.

Lei spesso mi diceva:”Visto che fai politica , diglielo al sindaco che faccia un bel ricovero proprio qui ad Antella”

La risposta arrivava in un fiat.  “ Nonna  io glielo dico di sicuro, ma te li dentro mai e poi mai!”

Chissa’ cosa potrebbe mai dire oggi di fronte alla vera e propria ecatombe di anziani in quelle strutture che dovrebbero essere di cura e di protezione .

E’ il senso di tragedia che pesa sull’oggi a fare il resto. Un meccanismo quasi normale direi.

E’ accaduto che una guerra guerreggiata di forte impatto sulle coscienze e sulle vite delle persone, la prima veramente mondiale, con le sue distruzioni e i suoi 16 milioni di morti, abbia messo in sordina e fatto sparire dai libri della grande storia la famigerata epidemia di “Spagnola” che fra il 1918 e il 1920 di morti ne ha fatti 50 milioni su 500 milioni di infettati.

Così’ nella propria vita può accadere di trovarsi in una strana situazione nella quale è come se  enorme mano fosse intervenuta a spingere il mio vissuto precedente nella quinta più lontana, quella dello sfondo.

La tragedia collettiva che stiamo vivendo sembra rimpicciolire e relativizzare tutte le nostre ferite più o meno lontane nel tempo.  Non ci posso far nulla. Sento che è così.

Nel canovaccio intriso e infettato dal virus è una rincorsa di ferite che bruciano ora e ora fanno un gran male in una rincorsa e in un rilancio perverso che non lascia spazio ad altro.  Come se il mondo si fosse trasformato in una immensa bisca fumosa, tetra e fetida e tutto dipendesse da una partita a poker con il baro, il virus,  che al momento sembra avere pressoché tutti gli assi in mano!

Non è un gioco, ce lo stiamo dicendo e lo stiamo sentendo ogni giorno di questa quarantena che ci vede spettatori e attori spaesati e straniti di fronte ad un fenomeno inatteso , da albori della vita dell’uomo sulla terra quando anche un fulmine era vissuto come evento terrificante.

Noi siamo tornati li. E’ come se stessimo affacciati all’imbocco di una caverna, con la bocca spalancata e gli occhi pieni di terrore e lo stesso esatto stupore.

Abitiamo case e non caverne, possiamo chiuderci ma ci sentiamo braccati.

Usciamo di rado e sempre guardinghi e insicuri. Ridotti a misurare le distanze dagli altri. Anche nelle cose essenziali della normalità come il fare la spesa che era solo poco tempo fa un momento di incontro, di scambi, di chiacchiere, di battute e di qualche risata.

Cento metri di distanza dai tuoi cari sono diventati quasi spazi siderali da colmare in una spedizione che avrà il sapore di una avventura una volta che potremo di nuovo percorrerli tutti. Tornare a salire quelle scale avrà il valore del primo passo di un essere umano sulla luna.

La passeggiata in solitaria è molto meno attrattiva di quanto non lo siano quegli occhietti buffi , quei nuovi gesti e parole che hai perso tutti mentre nascevano e prendevano forma, quelle panciotte con cellulite bambina che vorresti sbaciucchiare a più non posso. Per l’anima non c’e’ carburante migliore di questo.

Il futuro sembra addirittura parola faticosa da declinare. Se lo fai, lo fai sottovoce, come per non disturbare. Hai visto mai che si incavoli, giri male e si allontani ancora un po’!

Ce la faremo e andrà tutto bene. Forse torneremo al mare. Il futuro si è pure ristretto geograficamente. Roba da giocarsi, se va di lusso,  a 100 chilometri da casa considerandola pure più di una vincita milionaria al superenalotto.

Dietro l’angolo come le vacanze dei vacanzieri degli anni 60, quelli del Sorpasso, della Versilia senza se e senza ma, del lido di Ostia se eri romano.

Le Maldive, Reunion , Mauritius se volevi te le andavi a cercare seguendo alcuni dei tanti puntini su un atlante geografico di quelli buoni.

Le strategie per dare concretezza a quel ce la faremo,  sperimentate più o meno tutte.

“Va pensiero” a volume sostenuto,  per quel più di un pizzico di orgoglio nazionale che serve attivare quando questa nave a forma di stivale è in netta difficoltà e si trova a traballare dentro una tempesta imperfetta e pure con gli alleati che si divertono a spararti addosso.

“Nessun dorma”, con il suo “all’alba vincerò”cantato a squarciagola con Pavarotti a dar man forte.

Puntare lo sguardo come prima cosa ogni mattina arrivando in cucina sulle orchidee, dato che  col loro rigoglio sono una vera sferzata di vitalità .

Quando poi la vedi un po’ più buia del solito ci vuole il rock.

I 6000 passi avanti e indietro nel corridoio quando proprio sei al limite fra canna del gas e 44 Magnum, ma senza l’Ispettore Callaghan.

Cosa non ci si inventa per sopravvivere e cercare di non farsi piegare dalle ferite e dalle difficoltà del presente.

Poi però, ecco lì il momento in cui la gola si chiude, vorresti piangere ma non esce nulla di nulla, il respiro si fa corto e devi prender fiato per allentare quella fastidiosa sensazione che può se non bloccata subito diventare una morsa capace di travolgere qualsiasi strategia difensiva, anche la migliore.

Quando riemergeremo ci rimarrà un po’ di amaro in bocca per questo tempo sospeso nel limbo di una protezione necessitata.

Proveremo anche rabbia, molta rabbia, perché sarà il tempo di pensare a tutto quello che non ha fuzionato, ai troppi mandati allo sbaraglio a mani nude  contro un nemico subdolo e potente.

La compassione per i morti , i morti in solitudine, le povere persone andate via senza nemmeno una carezza e un saluto amorevole su quei camion militari, non sarà mai abbastanza.  Ci sarà molto da elaborare e rielaborare anche collettivamente.

Immagino, anzi lo sento, che per molto tempo vivremo la fragile condizione umana e psicologica dei sopravvissuti.

Se avremo attraversato indenni questa immane catastrofe, ci sentiremo per una volta  un po’ più Gastone che Paperino lo sfigatissimo, anche se il cugino fortunato ci è sempre rimasto sulle scatole mentre lo leggevamo da bambini.

Dovremo ricostruirci  e ricostruire. Una sommatoria di piccoli passi, incerti all’inizio poi via via più sicuri, decisi e meno traballanti.

La strada forse da impervia tornerà a farsi più agevole da percorrere.

Anche se non si riapriranno tutte insieme le porte delle case ci lasceranno uscire senza essere la barriera che separa dal mondo esterno che sono diventate in questi lunghi giorni.

Riconquistare lo spazio sociale e tutto quello che ci è mancato in questo periodo varrà come aver raggiunto la vetta dell’Everest.  Chissà che una volta arrivati lassù, in quell’aria tersa come non mai , non ci torni anche la voglia matta di spiccare il volo.           

Le ferite e il tempo

Le stagioni del cuore – di Carmela De Pilla

Quante stagioni ha visto il vecchio ciliegio?

Tante.

 La sua ampia e folta chioma ancora oggi accoglie e abbraccia  gli uccelli di quel paradisiaco pianoro e rende felici i passanti con i suoi delicati fiori e i suoi frutti che tante volte hanno incorniciato i volti delle bambine con buffi e panciuti  orecchini rossi.

Eppure sul tronco infinite ferite fanno leggere le tante sofferenze subite negli anni, inverni troppo rigidi, estati troppo torride o primavere poco piovose.

 Ce  n’è una in particolare ancora più evidente, in quel punto la corteccia si è spaccata in profondità, si è aperta lacerandosi per un lungo tratto, si vede perfino la parte più interna, cosa sarà stato? Chissà.

Ma il vecchio ciliegio lascia scorrere il tempo, continua a sentire l’abbraccio del sole, la frescura del vento, la musica della pioggia e il solletico delle api che succhiano la sua parte più dolce e continua a regalarci ancora la sua bellezza.

Mi ricorda la Gina questo vecchio ciliegio, la sarta del paese, tuttora bella nonostante i suoi ottantaquattro anni, con i capelli bianchi raccolti in una crocchia e profonde rughe sul viso che la rendono ancora più dolce e saggia.

  • Sono le tante strade che ho percorso nella mia vita,diceva alla nipote quando le accarezzava il volto, alcune sono superficiali, altre più profonde, ma tutte  importanti.

Ne aveva passate tante la Gina, ancora bambina la guerra e la miseria poi un matrimonio voluto dai genitori, tante ferite  avevano graffiato il suo fragile cuore, ma quella più profonda è stata la perdita del figlio ancora cinquantenne.

Quest’ultimo dolore l’aveva devastata, aveva distrutto la sua parte migliore, come poteva accettare di sopravvivere al  figlio?

Ogni giorno era diventato per lei un macigno sulle sue deboli spalle e sempre di più ne rimaneva schiacciata fino a perdere il respiro.

  • Tesoro mio, purtroppo non si muore di dolore sai? Se così fosse io non ci sarei più, diceva alla nipote che andava a trovarla per portarle un sorriso.

Rimase nel suo dolore per un tempo indefinito, non riusciva nemmeno più a percepirlo il tempo, si lasciava vivere in una dimensione che non le apparteneva senza provare più piacere per nessuna cosa.

E invece fu proprio il tempo a sostenerla in questo lungo cammino fatto di sofferenza, di silenzi e solitudine perchè il dolore non si racconta, si prova e basta, scava dentro e disegna ferite profonde che il tempo amico trasforma poi in cicatrici.

Il suo macigno diventava di giorno in giorno meno pesante e la Gina ricominciò a vivere nel presente, ricominciò a sentire i profumi, i sapori , quel giorno fu contenta di preparare la ribollita per la nipote e si stupì quando vide i narcisi appena sbocciati nel suo piccolo giardino, finì anche di leggere quel libro che aveva tenuto sul comodino per molto tempo.

Quella ferita si stava pian piano rimarginando, diventò una cicatrice, visibile è vero, lei lo sapeva che c’era, la teneva nascosta agli occhi degli altri, la curava, ma era sempre lì a ricordarle il vuoto, la mancanza, l’antica sofferenza tanto che in alcuni momenti si ritrovava ancora le lacrime sul viso.

Non era morta di dolore la Gina perchè le ferite non sono per sempre, se così non fosse come faremmo a portare sulle spalle le ferite di una vita?

Ferite pasquali

Ferite – di Rossella Gallori

Un delicato macramè rosso sangue sbiadito troneggiava, tra piccoli pulcini gialli, immobili spettatori di una Pasqua muta e calda, come un pesce agonizzante su una spiaggia dorata e deserta, gli ovetti colorati traballavano ad ogni spalancar di finestra, le foglie di olivo si stavano accartocciando prima ancora dello scioglimento delle campane…la Menorah era polverosa come l’ ex voto d’argento, per la par condicio, che mi era stata insegnata da sempre… ed aveva arrecato più danni della grandine….scoppiò all’improvviso il piccolo flacone d’acqua di Lourdes, stretto tra il piccolo uovo di fine cioccolato al latte ed un’immensa gallina di cencio….

Si è la Pasqua della paura, dell’ansia della voglia di fare tre passi in più per essere fermati, ammoniti…ma identificati come esseri umani e non da maiali in cassetta, dal futuro incerto di prosciutto economico…

Mi devo svegliare…alzarmi…farmi di caffè e biscotti buoni…guardare il telefono…accendere la televisione, anche se non  son nemmeno le cinque  del mattino, un mattino già tiepido e cinguettante di uccelletti rompipalle……

Tra repliche e filmacci, scopro un canale sconosciuto e famigliare che si allontana e si avvicina in un caleidoscopico frullare di immagini…un libro di poesie mai pubblicato per mancanza  di soldi e d’amore verso me stessa, un viale di cipressi spettinati ed incombenti, una divisa verde bottiglia, prematura ed indispensabile, un vestito da sposa dai colori di una serra disastrata, i racconti strappati, le amicizie perse, quelle sbagliate, case senza luce, luci senza ombre, libri mai letti, occhi che non sanno guardare davanti, silenzi cattivi inconsapevoli del male che fanno…poi…poi…

Mi devo svegliare!!!!!

Spengere il “canale delle ferite” fare altro caffè,  imburrare il pane appena tostato, spalancare le finestre, accarezzare il gatto, dargli cibo buono e goloso, accertarmi che i miei gioielli finti siano al loro posto, anche se un po’ ammaccati ci siano, mettere il mio profumo anche se forse non esco, metterlo per me, per farmi capire che lo merito anche oggi che, una televisione stronza trasmetteva le mie ferite, per renderle pubbliche…

Cambio colore di ombretto, indosso qualcosa di carino anche se mi va un po’ stretto, recito la solita preghieruccia striminzita, cerco i braccialetti più vistosi, gli anelli più grandi, cerco la voce di mia figlia su un telefonino che è piu acari, che numeri…. spengo la radio, ascolto le sue ultime parole ritmate da pause che… Stanislavskkiy insegna…NESSUNA FERITA È PER SEMPRE….

Scopro che lo sapevo già, rispondo a chi non c’è: ma fanno male, sa dottore, ad ogni cambio di stagione, ad ogni spintone, ad ogni …troppo freddo …troppo caldo…ad ogni abbandono, ad ogni ansia, ma ce l’ho quasi fatta, sa, a diventar vecchia, ad esser quella che sono, ad aiutare gli altri, a dare a prendere….ad avere figli, a restar dove sono, a non scappare….a scrivere senza vergogna, a non pagare per esser letta…a vivere con i miei fantasmi…che non mi fanno più paura, anzi mi hanno insegnato a dire grazie a chiedere scusa…. a cantare da stonata, a leggere da strabica….

Stacco la spina, per paura che si riaccenda da sola, la radio impiastricciata di marmellata d’ arancio, saluto in modo poco elegante il dottor…..cavolo ma come si chiama….Mo, More….poco importa, francamente me ne frego, indosso la mascherina ed esco…a portar fuori un cane che non ho…..

Natura ferita

Inondazione – di Luca Di Volo

Veramente questa volta avrei poca voglia di parlare di ferite e imperfezioni,  tutti argomenti degni di miglior disquisizione di quella che oggi mi sento di fare.

Sì perché ora mi sento sopraffatto da una vera e propria “inondazione”. . Ma se non piove. . dirà qualcuno. .

No. . l’inondazione non è fatta di acqua sconvolgente. . quella che sento io è sempre sconvolgente,  ma è fatta di luce,  splendore,  colori che assordano,  canti che ci trapassano melodiosi,  e su tutto c’è la firma di Lei…di questa incredibile Natura che ora si manifesta in questo modo straripante,  quasi provocatorio,  sembrerebbe.

E una sera,  nel mezzo crepuscolo con Venere che brilla quasi insolente ad Ovest,  (“lo bel pianeta che d’amar conforta”…e qui la citazione ci sta). . una sera,  dicevo,  io questa Natura l’ho proprio VISTA.

Su un terrazzo abbandonato accanto al mio (proprietari Milanesi. . )era distesa su cuscini morbidi. . uno svolazzio di uccellini multicolori e iridescenti la circondava portandole doni,  chi un chicco di grano,  chi il nettare di un fiore,  ognuno per la sua,  appunto Natura.

E l’aspetto…già. . cosa mi sembrò di vedere nelle ombre che avanzavano. .

Una bella donna…non mi ricordo se nuda o splendidamente abbigliata,  ma non importa.

Invece m’importa ricordare che la sua irresistibile bellezza era offuscata da qualche piccola   contusione. . non sembravano gravi ma stonavano maledettamente su quel volto superbamente bello.

E infine il vento fischiando maliziosamente tra le siepi,  alla fine portò melodiosa una voce.

Era la sua,  ,  ne ero certo. E io ascoltai,  allievo indegno ma rapito. Seppi della sua gloria e di come noi superbi e miserabili omuncoli l’avessero offesa e maltrattata,  delle cicatrici che le avevamo inferto per la nostra ingordigia. . e di come lo splendore che era intorno fosse la sua risposta. . come a dire :”Io resto,  piccoli nani presuntuosi,  e guardate cosa posso ancora fare. . per voi…No,  il covid non ve l’ho mandato io. . sono cose che si decidono molto molto più in alto. . e io non ne so nulla. . però so che è un avvertimento. . un invito a riflettere. Siete spaventati,  eh? E sapete delle cinque  estinzioni di massa del passato. . e vi chiedete con terrore se questa non possa essere la sesta. . Non posso rispondervi. Tenetevi la vostra angoscia. Io intanto generosamente vi do la Primavera,  i fiori e la struggente dolcezza dello zefiro. . e ve la do gratis. . solo perché possiate riflettere sulla vostra insolenza. . e se vi riesce,  cambiare il vostro mondo. ”

Questo mi parve di sentire nel crepuscolo di quella sera. . e forse il vento portava a me le mie stesse parole.

Ferite e metamorfosi

Metamorfosi delle ferite – di Vanna Bigazzi

Vorrei lasciarvi, ferite del passato,

ma anche vi cullo sia pure non gradite:

mi tormento, mi faccio del male.

Poteste voi sparire per magia…

Ma un chiodo fisso scalfisce la mia mente,

purtroppo, dentro, vi devo macerare.

Appartenermi, accogliervi ed amarvi,

aprire un varco per poi farvi volare.

Dritto sentiero vi porterà lontano,

scortando il mio dolore diluito.

Solo allora uno spazio s’intravede,

a separare la marea dal cielo:

una lingua di terra di nessuno,

attende il tuo germoglio per fiorire.

Qui non vi è il bene e non vi è il male,

qui l’istinto di vita può creare,

la tua stabilità ricostruire.

Cogli quell’attimo e risorgi,

animo mio frustato e delirante;

questo è il momento buono per sbocciare

e ancora nuovi lidi calpestare,

con arte in seno vestita di diamante

Ferite e ricordi

La testimonianza delle ferite – di Maria Laura Tripodi

Oggi si parla di ferite. Mi guardo allo specchio e le vedo nelle mie rughe. Mi sposto per casa e capisco che non sono agile, che le giunture scricchiolano e se provo a cantare la voce mi esce non limpida e un po’ stonata. Forse semplicemente è una voce stanca.

Eppure fuori c’è il sole. Provo a mettere su un CD di quelli vecchi con Cocciante che mi ricorda la disperazione e Battisti che mi istiga al rimpianto.

Mamma mia. Ho proprio bisogno di star male e mentre me lo confesso sorrido. Allora cerco il silenzio. Non quello intorno perché negli ultimi tempi di quello ce n’è in abbondanza. Ma no. Ho sbagliato. Quello non è silenzio, quello è pace, pacatezza, armonia. Quello che serve per l’ascolto.

No, parlavo di un altro silenzio, quello difficilissimo da trovare perché sta proprio in fondo in fondo, dove spesso è troppo scomodo  frugare.

Chiudo le finestre, faccio tacere la musica. Mi sistemo nel mio angolino preferito e chiudo gli occhi.

Cerco lo spazio dei ricordi, proprio quelli più cattivi che continuano a graffiare nonostante la pelle sia diventata come di plastica.

E lì che devo cercare. All’origine dei dolori ci sono ferite forse insanabili, ma io ci sono affezionata. Sono il mio trascorso, sono tagli che hanno sanguinato e proprio per questo mi hanno costretta a guardare. E poi a cercare di fermare il sangue, disinfettare la ferita, curare giorno per giorno con amorevoli medicazioni.

 Oddio, non sempre amorevoli.

A volte con stizza ho strappato le bende perché sentivo che sotto sotto la ferita produceva ancora e che le fasciature servivano solo a nascondere.

Quando si cade le ginocchia sono le prime a toccare terra.
Prima sono state ginocchia di bambina poi di adolescente, poi di giovane donna.

Sempre sbucciature dolorose sullo stesso punto, prima che la ferita precedente si fosse risarcita.

Ma tutte le volte mi sono rialzata adattando la cura a seconda degli strumenti che avevo a disposizione.

Nel mio oggi, in questo silenzio che però contiene i piccoli, semplici rumori della quotidianità, io so che le mie ferite non sanguinano più, ma restano le cicatrici, testimoni sornione di quello che sono stata e di quello che mi hanno insegnato ad essere.

Ora e qui.

Ferite di primavera

Emozioni – di Sandra Conticini

Sono anni che non veniva una primavera così , con un sole splendido e caldo, nel cielo non si vede una nuvola nel raggio di chilometri. Diverse volte nei giorni di Pasqua o nei ponti di fine aprile sono andata a fare girate al mare o in montagna e pioveva, era freddo, a volte ho trovato anche la neve!

Quest’anno, che dobbiamo stare chiusi nelle nostre case,  di acqua, nuvole e freddo non vi è traccia.

Da un mese sono chiusa in casa, non pensavo di farcela. I primi giorni volevo uscire, poi quando era il momento di aprire la porta rinunciavo, perchè mi accorgevo che avrei sbagliato e una volta fuori  mi sarei sentita  fuori posto.  I giorni passano, alcuni meglio altri non troppo bene, e siamo  a sperare che questa situazione passi in fretta, pensando che tutto torni come prima, ma non credo sia tanto facile.

Eravamo sempre in giro, cinema, teatri, concerti, ristoranti, cene, viaggi, aerei, treni, ora nessuno si fida dell’altro,  ci evitiamo. Quando siamo fuori con le mascherine non si respira,le mani dentro i guanti sudano, e chissà ancora per quanto tempo dobbiamo continuare ad uscire in questa maniera.

Nessuno  poteva immaginare una cosa così devastante da mettere in ginocchio  il mondo.

Tutto dorme in questo periodo, è tutto ovattato, ogni tanto si sente passare qualche macchina, l’abbaiare di un cane o il cinguettio di qualche uccellino, ma quando piano piano tutto si risveglierà riusciremo  a vedere la vita in un’altra maniera, meno affannata e di corsa, o ritorneremo come eravamo? Io penso che, dopo un primo periodo, tutto sarà come prima perché l’uomo, purtroppo, si scorda quello che non vuole ricordare e ritornerà a fare gli stessi errori.