Occhi grandi

Occhi grandi – di Carla Faggi

Gli occhi dolci di mia madre, grandi, da bambina. Occhi che mi accoglievano sempre con affetto ed io magari distratta dalle mille scintille della vita me ne accorgevo appena.

Gli occhi intelligenti di mia madre. Scuri con quelle luci penetranti ed intermittenti che ti trasmettevano le mille idee che prima di arrivare alla mente passano dagli occhi.

Di quella arguzia, anche se a volte distratta me ne accorgevo sempre. Forse perchè ne ero un po’ invidiosa.

Mio padre, poco espansivo mi abbracciava poco, a quei tempi non usava, anche a parole poco manifestava il suo affetto. Anche quello non usava.

Mi accorgevo di quanto mi amasse dal suo sguardo e da quel mezzo sorriso che nascondeva ma trapelava.

I suoi occhi dicevano tutto, affetto, stima, protezione.

Peccato che allora non me ne accorgessi, poi con il passare degli anni, da adulta ho capito.

Ora che non c’è più ci ripenso e capisco ancora di più.

Occhi gialli

Vivere e sopravvivere – di Carla Faggi

La lucertola del mio giardino si gode il sole, chissà che pensa, immagino stia pensando che la vita è bella, che sta vivendo in un mondo giusto, fatto di odori, silenzi, fruscii della natura, calore del sole.

Ah! Questo si che è VIVERE! Vivo bene…come…un POLPO nel mare!

Poi di colpo si scuote, alza la testa e ascolta.

Eccolo è lui, Gigi il gatto!

Inizia a correre, inizia la sua corsa per SOPRAVVIVERE.

Cerca di nascondersi sotto una mattonella, non ci riesce.

Gigi corre più forte di lei. Quasi la prende, ma ce la fa a sguizzare via dai suoi artigli.

Ha il fiatone, mi verrà un infarto, pensa spaventata ma corre ancora più forte, vuole sopravvivere a tutti i costi.

Non per ritornare alla vecchia vita fatta di quiete. Ma perche si!e basta!

Trova un anfratto nel muro, ci si ficca.

Gigi arraspa, cerca di scalzarla.

Lei ansimando vede solo due grandi OCCHI gialli. Gialli e neri e ci vede l’abisso.

Ma si rallegra e si prende un po’ di PAUSA.

Pensa, perchè si pensa sempre nelle pause, che a volte basta poco per sopravvivere, anche solo una piccola crepa nel muro!

Occhi marroni

Occhi marroni – di Carla Faggi

Ora è il momento dell’immaginazione.

Il neo sulla fronte sarà sempre sicuramente esotico e mistico.

I capelli più lunghi, ma la lunghezza caotica fa più sexy.

Le collane saranno più timide, immagino.

Il sorriso sarà sempre buono, forse un po’ più triste.

Gli occhi, ecco, me li immagino fragili, un po’ impauriti, occhi che vogliono darsi un senso e che vogliono darci un senso, ma che chiedono anche aiuto  cercano anche da noi matite un senso per tutto quello che sta succedendo.

Occhi grandi, occhi buoni, occhi marroni, almeno io li ricordo così. Marrone, il colore che raccoglie il rosso, il giallo ed il blu. Che ricorda il calore caldo della terra, del corpo. Il profumo del caffè e la libidine del cioccolato. Occhi marroni!

Vivere e sopravvivere

Cinque calle bianche – di Laura Galgani

Vivere, sopravvivere. Poi vivere di nuovo.

Scegliere di prendersi una pausa, rinunciare a vivere perché si ha bisogno di sopravvivere.

Tutto è possibile, la scelta è soggettiva, interiore, profonda.     

Ho dovuto chiedermi cos’è per me vivere. E se ammetto di sopravvivere, a volte.

Vivere è con amore, sopravvivere è in apnea.

Sopravvivo quando sospendo le emozioni e le congelo.

Quando sono così stanca che nel fare le cose non ci sono, mi muovo in maniera automatica ed eseguo dei compiti senza lasciare le impronte.

Quando succede mi viene da piangere, perché sono così lontana da me che ho paura di crollare e sparire.

Sopravvivo quando mi faccio il caffè la mattina e non mi fermo a respirare il profumo della polvere prima di richiudere il barattolo.

Sopravvivo quando esco sul mio piccolo terrazzo ad annaffiare i fiori e non mi chino ad annusare una rosa o a cercare un germoglio del gelsomino.

Sopravvivo quando pedalo per andare al lavoro e mi dimentico di alzare la testa per guardare il cielo e chiedermi se le rondini sono già arrivate.

Sopravvivo quando in ufficio l’ennesima persona della giornata mi fa una domanda alla quale ho già risposto mille volte e non ascolto il suono della sua voce né quello della mia mentre dico quel che è giusto che dica.

Sopravvivo se cucino qualcosa e non mangio con gli occhi e con il naso prima che con la bocca.

Sopravvivere, vivere sopra. Vivere sopra ciò che è senza esserci dentro.

Ho davanti a me la foto di cinque calle bianche. E’ solo un’immagine ma posso entrarci dentro e vedere che quella di sinistra si protende verso la luce, che rende il candore del bianco quasi abbagliante. Posso indovinare la profondità del suo calice e sentire sotto i polpastrelli la morbidezza della sua carne vellutata. Sfioro lo spàdice – la colonnetta centrale che sembra un piccolo obelisco – e sento fra le dita la polverina gialla che vi rimane attaccata. E’ granulosa, spessa, morbida. Non profuma. Accarezzo il bordo del calice; è sottile, si ripiega su sé stesso con eleganza per formare, verso il basso, un delicatissimo intreccio con l’estremità opposta del calice stesso. Lo stelo verde, rigido, dritto, sostiene quella coppa bianca con sicurezza e determinazione.

Abbraccio con lo sguardo i cinque fiori e li ringrazio. Li porto con me, li lascio scendere e in silenzio li respiro. Me ne nutro, li faccio cibo. Ora sono miei, fanno parte di me. Li ho vissuti.

Decimo incontro virtuale: il sorriso negli occhi

Le mascherine di questi giorni rendono protagonisti i nostri occhi:

da Un teatro per Clara

La scintilla di oggi è sull’aver perduto, almeno in pubblico, un tipo di comunicazione completa, fatta di parole, ma anche e forse soprattutto di atteggiamenti, di sguardi, di pause, di intonazioni, di gesti.

Potevamo comunicare con tutto il corpo, con tutti i sensi, potevamo parlare, ma anche gesticolare, accarezzare, toccare, abbracciare.

Adesso le nostre facce mortificate contano solo sugli occhi.

Restano escluse, e nessuno ne parla, le categorie più deboli: i ciechi, i sordi, per esempio. Qualche buontempone ha inventato le mascherine trasparenti sulla bocca “per i sordi”, rivelando quanto le soluzioni più importanti siano generalmente affidate all’improvvisazione di chi i settori proprio non li conosce. Chi offre rimedi dimostra di non conoscere il problema, eppure si vanta di essere stato geniale! Un sordo senza gestualità, senza espressione è fuori dalla comunicazione in questa emergenza!

Un cieco che non può toccare il viso delle persone per conoscerle o gli oggetti che gli stanno intorno è escluso. Anni di lavoro per l’inclusione e l’accoglienza dissipati nel nulla senza commenti!

Questa scintilla di oggi è dedicata allo sguardo: quanto possiamo dire con gli occhi, con queste due finestre che ci portiamo sul viso? quanto possono nascondere e quanto possono rivelare?

Cosa dicono gli occhi chi abbiamo vicino?

Cosa vorremmo che ci dicessero?

Perle

Perle di Rossella Gallori

Mi sentivo pazza

non meno pazza del solito.

La testa rincorreva vecchie idee

scintille  luminose  giocavano con sogni stropicciati.

Ero in bilico, facile cadere

difficile rialzarsi, senza solidi appoggi.

Una pioggia di perle, cadute da un cielo avorio

investì il mio corpo, piume rotonde e lucide mi accarezzarono.

Tu eri lì seduto in disparte, il sorriso appena accennato, la totale assenza di profumo.

Ti avvolgeva un domino di velluto pesante e funesto

canuttiglia dorata ondeggiava ad ogni tuo respiro.

Io immersa nel mio sogno perlaceo scrivevo poesie

su immense conchiglie, che parlavano di vita.

Ci vorrebbe una pausa

PAUSA – di Sandra Conticini

Questo 2020 bisestile se ne sta davvero approfittando, il detto “anno bisesto anno funesto” casca proprio a pennello. E’ arrivato questo virus  che fino a tre mesi  fa era  sconosciuto e ha messo il mondo in ginocchio. Quante volte abbiamo detto: -Ci vorrebbe una pausa -, ora la pausa è arrivata, ma così nessuno se l’aspettava. E’ una pausa troppo lunga e forzata, la volevamo scegliere noi, come e quando  ci piaceva. Questo è l’imprevisto che non dovrebbe mai arrivare.

Spesso  avrei voluto prendere una pausa, ma non ce l’ho fatta perché la mente  cammina, mi ha ricordato che non me lo potevo permettere, facendomi venire i sensi di colpa e,  con grande dispiacere, ho rinunciato. Ricordo quando al lavoro raggiunsi un traguardo che mi ero prefissato, mi ero ripromessa di fare una pausa ma, in questa vita frenetica,  non ho trovato il tempo per premiarmi perché pensavo già al dopo.

Più volte mi sono pentita di essermi persa dei momenti importanti, perché  prendersi la pausa per guardare il cielo, un fiore, bere qualcosa insieme ad amici, ti fa riflettere, pensare e sicuramente ti lascia qualcosa di bello e stimolante.                 

Eternità

Eternità – di Luca Di Volo

Amore, disse lei

Amore, dissi io

E ci zittimmo attoniti, in attesa

Di non so quale fulmine dal cielo

Ma non venne, invece ci travolse

E ci inondò la gioia,

Quasi troppa per miseri mortali.

E come quando in primavera,

Irresistibile per l’ape

Diventa il fiore variopinto,

Così le mani inconsapevoli,

Si sfiorarono. E d’improvviso,

davanti al mistero svelato

l’eternità ci colse.

Uscita da un quadro per rientrare in un altro

Ispirazione da Hopper – di M.Laura Tripodi

quadro di Maria Laura Tripodi ispirato a Hopper, il pittore delle solitudini

Era appartenuta a un altro racconto, ma poi aveva deciso che il suo telaio avrebbe prodotto un tessuto diverso.

Scelse con cura un abito elegante,  ben attenta che si intonasse al cappello.

Non aveva niente con sé tranne il libro, compagno inseparabile da anni e custode dei suoi segreti.

Era un libro strano: la prima metà conteneva una storia che iniziava e finiva. La seconda metà erano pagine  bianche dove lei di tanto in tanto faceva svolazzare qualche pensiero.

Con passo deciso si era recata alla stazione.

Il treno sbuffava impaziente. Si diede un attimo, ma solo un attimo di tempo. Poi si avviò decisa.

La carrozza, lussuosa al limite dello sfarzo,  era completamente vuota. Lei non era mai salita su un treno e pensò che quella fosse l’unica realtà esistente.

 Che ne sapeva lei di panche di legno, scompartimenti affollati, odore di fumo e di sudore. Che ne sapeva lei di tradotte ferroviarie, delle storie di quelli della terza classe.

Con un grande sbuffare, in una nuvola di vapore e fumo  il treno partì.

Per un po’ si fece cullare. Il verde del velluto del divano si sposava perfettamente con la sfumatura verde chiaro  della carta da parati. Una bellissima intelaiatura di mogano faceva da cornice a un finestrone da cui passavano immagini a volte lente, a volte veloci.

Era sera e lei allungò una mano verso l’applique al lato del divano. Si diffuse una luce calda e riposante, un po’ stridente con il tramonto infuocato che fuori non si voleva arrendere all’oscurità.

Solo allora si accorse di aver fatto un biglietto per un posto che si trovava molto lontano, ma che non sapeva dove fosse.

Aprì il suo libro.

Rilesse per la centesima volta la storia che iniziava a pagina uno e terminava a pagina 150.

La conosceva quasi a memoria, ma tutte le volte le sembrava un po’ diversa.

Le sembrava anche di essere in viaggio da ore, ma forse non era così. A volte il tempo reale, ammesso che esista,  non corrisponde affatto a quello del pensiero.

Comunque si era fatta quasi notte e il treno si era fermato.

Chiuse il suo libro e fu curiosa di porgere l’orecchio al vocio di vita che le giungeva ovattato da quella stazione di sosta.

Pensò che il treno aveva viaggiato fino a pagina 15O.

Riaprì il suo libro e le sembrò che  i pensieri scritti con la sua elegante stilografica si fossero sbiaditi.

Non si sforzò di decifrarli. Erano pensieri di un altro giorno, di un altro tempo.

Mentre il treno riprendeva lentamente il viaggio chiuse gli occhi e si addormentò.

L’arte speciale di sopravvivere

Il telaio – di Rossella Gallori

(a mia madre)

Ynes Servi Cassuto

 …Era venuta via un po’ di corsa, da quella casa al secondo piano in via De’ Pecori, a pochi passi dal Duomo…diciotto anni erano pochi, ma lei donna lo era da sempre, un novembre ancora tiepido, la valigia di pelle piena di vestiti giusti, un paio di piccoli cappelli, i guanti di pizzo color champagne,  trasparenti quel tanto da far vedere la fede lucida, nuova e “vera”…

Risalì le scale in fretta, aveva dimenticato qualcosa: il regalo della nonna…sinceramente non aveva  provato nemmeno ad indovinare cosa contenesse l’ingombrante fagotto, ben incartato…quando poi lo vide, non ne capì nemmeno l’ utilità, rimase però affascinata dal suo odore, il legno d’olivo ti entra nel cuore ancor prima che nelle narici…quella piccola stella sul lato destro, incisa alla perfezione separava  le sue iniziali, una G ed una C (Giulia Cassuto) così perfette in un corsivo inglese così nitido, da sembrar dipinto…

Ti servirà, ti servirà, aveva sentenziato la nonna.

Giulia aveva sentito un brivido leggero lungo la schiena quando, salutando aveva messo il piccolo telaio a tracolla…come una borsa di legno o una piccola arpa..

“Ma cosa ne faccio”  pensò Giulia, stringendo tra le mani curate e delicate da pianista mancata, il marchingegno sconosciuto ….

Fuori intanto il tempo cominciò a cambiare, un vento subdolo soffiava da più parti…e alla fine strinse la mano del suo amore, abbandonò la ricca valigia, abbracciò il telaio d’olivo…e  corse  come meglio poteva su zeppe di camoscio bluette…tra sé pensò che sarebbe stata l’ ultima volta che le avrebbe indossate…da lì a poco se ne sarebbe andata tanta gente…potevano andarsene i suoi sandali…

Cominciò  a pensare  al suo telaio come ad un’ancora di salvezza..una bibbia metaforica.

Iniziò presto la sua attivitá di tessitrice, camicini ruvidosi ed azzurrini, il primo sghimbescio e prezioso, gli altri più perfetti nella forma, meno nel tessuto, la trama e l’ ordito si scontravano spesso agli incroci, fili riciclati, un po’ come la sua vita inventata giorno per giorno, filamenti rubati a scialli eleganti che sotto le bombe non avevan più ragione di vivere, se non in qualcosa di più utile…

Non sempre Giulia usava  il telaio per tessere, lo usava per difendersi, come un’armatura, per raccogliere un’idea…due patate per tre bocche…se trovo un uovo…….e per magia nasceva un lembo di tessuto da mangiare…e più che un incantesimo divenne un miracolo…fatto di gnocchi e lacrime, di pensare, pensare,e ripensare ancora, come tessere, tessere…..

Diventò bravissima  Giulia…fiera di esser viva fuori e sopravvissuta dentro….

Gli anni passarono, aveva disfatto i camicini azzurri, tre gomitoli appoggiati sul suo eroe d’olivo, non si trovò in difficoltà nemmeno quando dopo anni ritirò fuori il telaio per fare un vestitino rosa…

Abile tessitrice, ma distratta “tintora” confezionò qualcosa di uno strano colore che col pesco aveva poco a che fare…se ne pentì per sempre..

Ma andò avanti con quel telaio sempre a portata di mano e di cervello, sorriso sempre, rossetto pure, a volte strappava il filo con rabbia, macchie color sangue su cenci rimediati e utili, utili sempre…anche se spesso si dimostravano fragili. Sapeva rammendare, però,  “La Giulia” lo faceva così bene, che non si sentì mai da meno, anzi spesso qualcosa di più, e credetemi fu sempre la sua salvezza…

Perché vivere e sopravvivere sono la “ trama”  di un libro da scrivere anche se nessuno avrà voglia di leggerlo, di un tessuto da “armare” perchè regga alle intemperie, di un film da vedere anche in un cinemino di periferia…di un incubo, che solo mani esperte riescono a trasformare in bellissimo film d’ amore: LA VITA..

Giulia Cassuto

Pausa opaca

Sogno di maggio – di Cecilia Trinci

Lei correva su un prato verde, quei prati incredibili di maggio quando la luce sembra irrealtà e sbatte violenta contro le cose abbracciandole, possedendole. Lei correva e non sembrava avesse un’età definita e definibile: i capelli stavano  indietro, guardavano dietro le spalle e seguivano i movimenti del corpo teso nella velocità; osservavano le colline, dietro, e i fiori che esplodevano, dietro, e la strada percorsa con sopra le orme di quella corsa irrazionale. Dietro. Davanti c’era il pianoro con l’enorme ciliegio fiorito, e la staccionata di legni intrecciati, per trattenere un cavallo castano, giovane, con i capelli biondi, che si muoveva sinuoso, come una fronda di fiori nel vento. Il cavallo tratteneva a stento le quattro zampe nervose, trottava solo, qua e là, spostandosi appena. Aspettava. Non so se aspettava un segnale o un odore nascosto, o un refolo di vento che gli desse il via verso le praterie al di là del bosco.

Lei intanto non smetteva di correre. Voleva raggiungere il cavallo leggero sull’erba. Ma improvvisamente mentre alzava la testa, non ci fu più niente e nessuno lungo la staccionata di legni intrecciati. Il bosco aveva inghiottito il cavallo con i suoi capelli biondi e le caviglie nervose. Rallentò, lei, mentre cercava con gli occhi lontano. Cercava il cavallo, ma anche i fiori del ciliegio pieni di insetti. Anche il ciliegio era sparito, dentro un’improvvisa nuvola di nebbia che, bianca, opaca, inghiottì improvvisa l’intero pianoro. Si voltò, allora, cercando il sentiero di andata e la casa in fondo, là dietro il gazebo, da dove era partita. Ma dietro, la nuvola bianca aveva mangiato il punto di partenza, silenziosamente, senza avvisare. Si trovò immersa anche lei in quella nebbia bagnata che inumidiva il vestito leggero e le ossa stanche subito sotto. Ebbe solo il tempo di rabbrividire. Le lacrime sbattevano secche sotto le palpebre stupefatte e rimasero ferme, in attesa. Tutto era bianco e silenzioso, ma non come la neve che spesso cadeva lì, piuttosto come una mano di calce polverosa, quella che si stende per cancellare, pulendo il passato dalle macchie di vita.

Pensò, lei, brevemente,  a chi era scomparso nella nuvola di calce. Pensò se fosse possibile respirare, lì sotto, se anche lei avrebbe continuato o no a respirare, se tutto stava per finire, se fosse morta senza essersene accorta e fosse già in una specie di Purgatorio senza nome. Si mosse, lei, lentamente, cercando una via nel bianco opaco, verso casa, verso il dietro, verso il giorno prima. Trovò un viottolo stretto, in salita e si inerpicò. Non sapeva se l’affanno era per la salita che piano piano cresceva o per l’ansia che piano piano anche lei cresceva. Salì lentamente e il bianco compatto si fece piano piano più lieve, più diradato, come quando la nebbia saliva dalla valle e piano piano si scioglieva in gocce umide. Piano piano, allora, accadde di nuovo e si ritrovò sulla cima di un poggio…..il sole sorgeva da dietro una piccola piega di terra sconosciuta. Non era mai stata lì e si sentì sola. Un rumore leggero dietro le fronde di un ciliegio sfiorito la fece sussultare. E vide, dietro l’albero che cominciava a metter piccole foglie verdi, un cavallo giovane con i capelli biondi che scalpitava, che voleva saltare la staccionata di legni intrecciati forse per raggiungerla……..e che da lontano la riconobbe.

Pausa sospesa

PAUSA – di Anna Meli

         Bellissima dolce, invitante parola che suggerisce meritato riposo, interruzione, sosta in previsione  di una ripresa positiva.

         Da giovane, quando impegni di lavoro, che dovevo conciliare con figli  e famiglia in genere, mi rendevano particolarmente stanca, usavo questa tecnica: un grande e lungo respiro, vuoto dentro me, nessuna presenza di pensiero, nessuna sensazione, occhi chiusi. E poi ripartivo con energia rinnovata magari in attesa delle meritate ferie che costituivano una pausa più lunga e diversa, senza orari da rispettare né impegni, insomma tutta da inventare e da godere al mare o meglio in montagna.

         Non avrei mai pensato di vivere altri tipi di pause e invece da due mesi ne sto vivendo una nuova e forzata insieme a tutto il mondo. Un virus maligno, infido, a volte mortale ci ha costretto ad una lunga quarantena. Ha diviso le persone, nonni e nipotini, ci ha privato di strette di mano, di   abbracci, di ogni contatto umano. Tutti in casa. Ogni attività, salvo qualche eccezione, si è fermata rendendo spettrali e silenziose le città e i paesi.

         Solo sirene di ambulanze e ricerca affannosa attraverso comunicati TV di infermieri e medici, combattenti disarmati, ma fortemente motivati.

         Una pausa di due mesi è molto, troppo lunga e anche se cerchi di affrontare la solitudine in vari modi magari anche piacevoli, l’amarezza riesce sempre a far capolino e ti ritrovi a pensare come sarà il futuro, come saremo cambiati, se avremo il coraggio di camminare su strade nuove, dove respirare venti di solidarietà e di aiuto reciproco. E’ trascorsa la fase uno: tanti contagi, tanti fortunati guariti, ma anche tanti troppi morti!

         Una generazione intera di nonni se ne è andata in punta dei piedi, la morte non fa rumore: arriva, ghermisce  e se ne va lasciando vuoti incolmabili e tristi rimpianti.

         C’è però in tutto questo anche qualcosa di positivo ed è giusto metterlo in evidenza come se fosse il rovescio di una medaglia. La natura è risorta restituendoci cieli blu intenso, aria piacevolmente respirabile; ha ridipinto tutto con nuovi colori che l’inquinamento aveva reso opachi e spenti, le acque dei fiumi sono divenute limpide.               

         Ci stiamo avviando alla fase due che sarà di ripresa…forse. E’ da qui che dobbiamo ripartire, dalle cose semplici e vere, il nostro patrimonio umano.

Dilemma: vivere o sopravvivere?

Sulle due virtù,

ovvero se sia meglio vivere o sopravvivere – di Luca Di Volo

Insomma, questa storia sul vivere o sopravvivere non mi vuole uscire dalla testa.

Lascio ad altri più profondi e sapienti il compito di analizzare le suggestive implicazioni di questo dilemma cornuto.

Invece a me basterebbe capire un po’ meglio le ragioni per cui a furia di pensarci mi è venuto solo un gran mal di testa…senza ricavar nulla che abbia un valore universale.

Che probabilmente non c’è, intendo come regola generale. Già, perché nella vita di ognuno di noi, secondo me, capitano ambedue questi modi di essere e siamo l’uno o l’altro in base a svariate cause, comprese le circostanze che favoriscono o l’una o l’altra scelta.

Cominciamo però dal primo corno del dilemma: ”sopravvivere”.

In generale, nell’uso comune questo termine ha una sia pur lieve connotazione negativa: chi si limita a sopravvivere, in un regime dispotico, oppure sotto un capufficio insopportabile, o in situazioni simili, si piglia un po’ l’etichetta di “vile” perché non ha il coraggio di ribellarsi.

Ma anche per sopravvivere ci vuole coraggio.

Già, perché innanzitutto si può sopravvivere senza alcun merito(siamo sopravvissuti all’incidente, siamo sopravvissuti al cataclisma..).Ma anche qui siamo nella massima ambiguità: chi lo dice che non ci sia merito e coraggio in queste vicende? Si può sopravvivere ad un incidente o perché si è  stati previdenti, o perché in quel momento abbiamo avuto i riflessi pronti ed abbiamo avuto il coraggio(appunto) di fare la mossa giusta..

Si sopravvive anche col cinismo, con freddezza, ma sempre col coraggio di una scelta, anche se negativa. Come chi si vende al potente di turno.

Si potrebbe continuare, ma questi modesti esempi secondo me bastano a mettere in evidenza l’ambiguità del termine.

Il secondo corno è più difficile: ”vivere”.

Questo invece ha un’accezione positiva, vitale(appunto), un esortazione famosa: ”Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamo”,.un inno all’amore come forza della natura.

Ma anche qui c’è l’ambiguità: vivere non significa sempre vivere “bene”e godere dei doni che abbiamo davanti.

“poveretto, ha vissuto una brutta vita, con quella moglie (o quel marito)”, ”ha vissuto una vita segnata dai dispiaceri..”

Allora il poveretto, ha vissuto o è solo “sopravvissuto?

L’unica cosa che a parer mio accomuna i due termini è il “coraggio”, di chi vive o sopravvive, ambedue segnati dalla sorte dei mortali,

E io lascerei da parte gli eroi, i grandi uomini che hanno segnato i nostri grandi passi avanti. Che hanno vissuto, sì, nel senso pieno del termine, ma che hanno dovuto anche piegarsi per sopravvivere, come gli scienziati tedeschi sotto Hitler, per fare un esempio.

Insomma, ho dissertato su questi termini ma il mal di testa mi è rimasto.

Secondo me sono domande messe in giro dai produttori di aspirine e antidolorifici vari.

Vivere o sopravvivere? O sopravvivere per vivere?

Ispirazione da un film – di Vanna Bigazzi

“Cari fottutissimi amici”

È un delizioso film, quello di Monicelli, non lo avevo visto ed è stato una sorpresa. Certo la simpatica “banda” arriva a dedurre che è meglio sopravvivere, anche miseramente, piuttosto che vivere con “esperienze,” a detta di Villaggio, ma a che prezzo…Almeno questo io ho inteso. C’è il motto contrario che recita: ”Meglio un giorno da leoni che cento da pecore” chissà, ognuna delle due ha una sua motivazione e probabilmente sono valide entrambe a seconda del vissuto di chi le esprime. La prima deduzione è un po’frutto di una stanchezza di vita, porta con sé delusione, accettazione, accomodamento, comunque attaccamento alla vita. L’altra invece, sprezzo  della vita ed esaltazione dell’avventura. Diciamo che elemento di base, per entrambe è il coraggio. Coraggio per continuare a vivere in determinate condizioni, apprezzando quello che la vita ci offre, giorno per giorno, nel bene e nel male, ma anche accettando la vita, e coraggio per difendere le nostre emozioni, snobbando la vita. Io non so a quale delle due categorie appartenga, forse a tutte e due a fasi alterne. Forse un po’tutti facciamo così. Ad ogni modo tutto questo mi ha portato a riflettere su un’altra frase, finale di un film di cui non ricordo il titolo, che suggeriva: ”C’è chi eternamente insegue l’amore e chi non può fare di meglio che seguire la corrente”. Questa frase mi colpì molto e nel momento di vita in cui vidi questo film, mi sentii cucita addosso la seconda ipotesi: non poter fare di meglio che seguire la corrente. Ma non la interpretai assolutamente come rassegnazione, anzi come la quintessenza della “scelta”: scegliere con coraggio e magari anche con sacrificio, una certa direzione, contenta di fare la scelta giusta, per il mio bene e per quello degli altri. In fondo c’è eroismo in questa scelta, non troppa abnegazione, perché si sceglie per un bene comune, se non addirittura universale, che in primis premia te stesso. L’idea allucinante di essere costretti a seguire la corrente, idea che spaventava e deprimeva i nostri padri dell’Esistenzialismo, in questa accezione, viene nobilitata, viene meravigliosamente vissuta come “riparazione” che gratifica, solleva, ti fa sentire indispensabile e importante, ti fa capire come non sia il destino a determinare gli eventi, ma sia tu con le tue elezioni, con il tuo valore, pronto ad essere distribuito, a marcare i sentieri del bene.

Il ritmo della pausa

Pausa – di Laura Galgani

Una parola fatta apposta per me

Pausa. Già la parola di per sé mi piace.

Sono quelle vocali contigue, le stesse del mio nome, a farmi provare qualcosa di gradevole nel pronunciarla.

Le vocali danno apertura: prima la A, poi la U, se la pronuncio a voce alta ho la sensazione di provocare prima un piccolo scoppio, subito fuori dalle labbra, poi l’evasione di un suono che si allunga e si estende via via allontanandosi da me, finché scompare nel nulla.

Pausa è ciò che sta dentro due parentesi tonde. Uno spazio vuoto, indefinito, una sospensione elegante e consentita. Ognuno lo può riempire come preferisce. Ma può anche decidere di non riempirlo affatto.

Pausa è il silenzio fra una nota e l’altra. E’ l’orecchio che si tende nell’attesa del prossimo suono. Come sarà?

Pausa è l’istante in cui il direttore d’orchestra è sul podio, davanti a sé gli orchestrali tesi, vibranti di energia pronta ad esplodere in musica, ma ancora no. Il direttore non ha sollevato la bacchetta.

Pausa è tutto ciò che era, ma non è ancora ciò che sarà. E’ un’eterna attesa, la perfezione del nulla, del possibile e di ciò che non sarà mai.

Pausa è l’intervallo fra una goccia di pioggia e l’altra sul tetto mentre scrivo.

La pausa dà il ritmo, crea il movimento, spezza l’uniforme e grigio divenire delle cose.

Pausa è assenza, anche assenza di respiro fra un “in” e un “es”. E’ il momento in cui mi è consentito scendere dentro di me, nei miei cantucci più nascosti e farmi un saluto. Ma è solo un istante. Poi devo riprendere aria e vengo risucchiata su, in superficie. Fino alla prossima pausa.

Anche il cuore ha bisogno della giusta pausa fra un battito e l’altro. Né troppo lunga, né troppo breve. A volte la pausa si sacrifica, se c’è da fare una corsa o se un’emozione intensa richiede più sangue. Ma poi si riprende i suoi spazi, torna a segnare quel ritmo perfetto che mi fa stare bene.

Dicevo del suono “AU” che mi piace. Sì, lo so, anche in paura il suono è lo stesso, in fondo fra pausa e paura cosa cambia, solo una consonante! Sì, ma cambia anche l’accento, che in paura è sulla “U” e questo rende la parola molto, molto più minacciosa. Le due parole però sono collegate: che cos’è la paura se non una pausa fra due certezze? E come farei a riconoscere una certezza se non ci fosse una pausa, un vuoto fra l’una e l’altra a metterle in dubbio?

Pausa caffè, pausa pranzo, mi prendo una pausa… mi fa tutto pensare al riposo, al buon cibo, ad un momento per me dopo e prima momenti non miei. Pausa e silenzio, pausa e quiete, pausa e un foglio bianco, il suono AU come in aureo o in aurora. Un vuoto apparente in cui si manifesta l’oro, la luce.

E a grandi pennellate ci dipingo il mondo.

Una pausa

 Il valore della pausa – di Vanna Bigazzi

Non è facile il compito di chi segue, indirizza, fa crescere un gruppo. Potrebbe apparire semplice trovare “scintille,” seminarle e poi raccoglierne i frutti.

“Ma guarda che belle idee sono venute fuori” oppure: “Ma come abbiamo spaziato!” Ancora: “Non credevamo avremmo potuto arrivare a questi livelli…” Non è solo così. Un lavoro di crescita, va pensato, organizzato, vanno create le condizioni per avere partecipazione, non è tanto semplice. Chi guida un gruppo deve essere lungimirante. Favorire la comunicazione di più persone, è senz’altro cosa complessa. I gruppi sono soggetti spesso a contrasti, incompatibilità e l’emotività fa sentire il suo peso. I concetti vanno intervallati, a volte è necessario dare pause di riflessione. E’ giusto, corretto e umano, provare questa esigenza. Ci si può trovare nella condizione di essere “registi” affidando  però l’iniziativa anche agli “attori”. Questo non è facile, perché spesso il punto di vista dell’”altro” può essere ignorato e si può pensare che il “nostro” sia l’unico che possa aprire un varco. Questa situazione, non può essere imputata alla “Guida” che per quanto competente, organizzata e capace di guardare lontano, non può del tutto ovviare alla poca autodisciplina del gruppo. Io credo, quindi, che in questi contesti, in cui si può essere creato smarrimento, come quello che stiamo vivendo relativo al coronavirus, “la Pausa” divenga elemento essenziale e che si autoproponga, giungendo in modo del tutto spontaneo. Dopo una pausa “sentita” è naturale ricominciare, con migliori energie e forze nuove, in vista di cambiamenti, con una maggiore predisposizione a collaborare. Le riflessioni aiutano il cambiamento e fanno chiarezza sulle nostre scelte: su cosa sacrificare e cosa portare avanti con uno sguardo concreto su ciò che abbiamo realizzato. Ciò può essere, più o meno, conforme ai nostri progetti, comunque è una verità, tangibile, un dato di fatto che rappresenta le fondamenta sulle quali poter continuare a costruire.

Terzo aprilante

Riflessioni d’aprile – di Elisabetta Brunelleschi

Siamo in casa da cinquanta circa giorni, usciamo solo per la spesa.

L’ultimo giorno di vita che definisco normale, è stato per me sabato 7 marzo e ora l’aprile sta volgendo al termine.

Come tutti sto aspettando quella che hanno chiamato fase due: andremo fuori, i negozi apriranno, potremo ricominciare a fare escursioni in gruppo, vedremo qualche amico, parente … ? Lo spero!

Io mi sento già al traguardo, qualcosa dovrà cambiare, c’è il sole, la luce del giorno continua fino a sera, è questa la stagione giusta per uscire e gustare il profumo dei glicini.  

Ma tutto questo tempo che ci ha visti in casa cosa mi ha portato?

Inizio da alcune fondamentali considerazioni:

– noi ( io e la mia famiglia ) non ci siamo ammalati, il virus non ci ha contaminato,

– non siamo stati colpiti neppure da altre malattie, che in questa emergenza non so come saremmo stati accolti da un medico di base, un pronto soccorso, un’ambulanza, …

– nessuno tra i parenti è stato contagiato,

– gli amici e conoscenti colpiti dal virus, ad oggi tutti guariti o in via di guarigione, li conto sulla dita di una sola mano;

– gli spazi delle mia casa sono stati sufficienti per il nostro agire quotidiano, abbiamo anche un piccolo giardino e due cantine, una per me e una per mio marito,

– la figlia ha il suo appartamento, ma in questa emergenza spesso ha pranzato e cenato con noi, alla fine siamo stati insieme più ora che nei tempi che io definisco ‘normali’,

– tra condomini ci siamo ritrovati in reciproca sintonia, abbiamo dialogato dalle finestre, appeso tra i balconi dell’ultimo piano un grande striscione con l’arcobaleno, e poi ci sono stati il brindisi di auguri pasquali e il coro del 25 aprile, con la promessa di un incontro dai balconi anche il primo maggio,

Quindi non mi devo non mi devo lamentare, i miei affetti sono qui e tutto quello che mi circonda è importante e ha valore.

Mi sono accorta che sono stata capace di vivere con poco e anche in queste quattro mura mi sono arricchita.

Evidentemente dovevo riscoprirlo con l’obbligo di clausura a cui ci ha costretti una malattia sconosciuta e invisibile che all’improvviso e inaspettatamente ha assalito un popolo intero.

Il silenzio che in questi 57 giorni ci ha coinvolto è stato per me come un sogno. Una pace improvvisa e insperata. Non so immaginare il caos che prima o poi tornerà. Ma veramente è indispensabile, alle nostre vite, correre da una parte all’altra, pigiare sull’acceleratore per raggiungere qualsiasi meta e in poco tempo?

Quasi quasi vorrei che questa lentezza, questo silenzio continuassero ancora per un po’ per starmene qui ad ascoltare solo i fievoli mormorii che per pochi attimi vengono a interrompere la quiete.

Agogno anch’io la fine della clausura, ma in maniera morbida, leggera, con uno sguardo agli affetti vicini e lontani. Solo l’idea di poter rivedere  nel reale i tanti amici e conoscenti mi riempie di emozione.

E sono certa che in tanti hanno riscoperto questi semplici ma irrinunciabili valori, magari solo guardandosi dentro e sentendo presenti le persone della famiglia.

Le cose desidererei subito sono: 

– poter fare una grande passeggiata insieme al mio gruppo, mi mancano i boschi, i prati dei crinali appenninici, le valli strette solcate dai torrenti gorgoglianti, i mille fiori che sbocciano in primavera e il nostro dialogare tra il serio e il faceto,

– andare in biblioteca, ho in testa libri da consultare, da prendere in prestito e altri da riportare,

– sedermi sulla panca di una chiesa in raccoglimento, e ritrovare nei miei luoghi sacri di Paterno e Ruballa, i volti noti del sabato e della domenica.

– poi un po’ di cura di me stessa: il dentista, un bel taglio ai capelli, qualcosa in una merceria ( ho già l’elenco ),

– e una visitina al vivaio, ora bisogna mettere a dimora le aromatiche, le piante da fiore per le aiuole e i balconi.

Ecco nella luce di questi giorni pochi piccoli passi con nel cuore la sicurezza di un respiro un po’ più ampio.

Incontri sotto tono

Il lockdown era finito – di Nadia Peruzzi

Se ne stava lì ad una ventina di metri sotto l’acqua.

Il lockdown era finito solo da poche ore ma si era talmente abituato al silenzio e allo star da solo che il bagno di folla dello sciogliete le righe aveva deciso di non viverlo proprio.

L’angolo di pace era un po’ insolito, lo sapeva.

Ma lui era sempre stato un tipo un po’ fuori dagli schemi. Il mare era una delle poche cose che lo faceva star bene. Ancor più quel silenzio irreale che trovava appena si immergeva.

Anche quel giorno era così. Ascoltava il silenzio e osservava i giochi di luce che i raggi del sole gli regalavano. Talora lampi, talora migliaia di lucciole che si rincorrevano, intrecci di un caleidoscopio con forme infinite e tutte magiche.

Ogni tanto vedeva passare un pesce che gli dava un’occhiata distratta, poi un colpo di pinna e via. Era un estraneo a quelle profondità e un estraneo cui si poteva prestare interesse uguale a zero.

Meno male, si diceva in quei momenti, che da estraneo aveva fatto in quei luoghi sempre incontri pacifici.

Il colpo d’occhio indifferente lo considerava un successo, visto che non era venato di sospetto o aggressività.

Quel giorno stava appoggiato ad uno scoglio, pensieroso. Si immaginava il gran can can dopo i giorni della quarantena collettiva.

Sentì una pressione alla schiena. Prima impercettibile, poi più forte. Un vero colpo lo costrinse a farsi da parte.

Vide uscire da una fessura nella roccia un tentacolo, seguito via via da tutti gli altri. Fu così che si trovò a tu per tu con un polpo grande quasi quanto lui.

Sentì il suo cuore che batteva all’unisono con i cuori del polpo. Battiti accelerati come se l’incontro inatteso avesse fatto agitare anche il polpo, non solo lui.

I tentacoli erano tutti in gran movimento. Dopo esser rimasto dentro l’angusto pertugio da cui era uscito, era chiaro che aveva bisogno di distendere ogni sua fibra. Era quasi un balletto vestito di eleganza.

Gli occhi si incrociarono per un attimo. Sorpresa mista a curiosità sembrarono attraversarli. Era già qualcosa di più rispetto all’indifferenza del pescetto che era passato lì davanti poco tempo prima.

Giulio era tentato di risalire. Non trovò il coraggio, né la forza di darsi la spinta. Rimase lì a osservare imbambolato il polpo che si stava ancora stiracchiando vicino a lui.

Era così vivo e vero dentro al suo ambiente liquido che quasi si aspettava che parlasse.

Quasi si aspettava di veder uscire dalla bocca persa in mezzo ai suoi tentacoli, una bolla fumetto in cui fosse scritto qualcosa su cui poter avviare una conversazione qualsiasi. Invece nulla. In un nuovo balletto il polpo si allontanò perdendosi nel buio.

Non gli sarebbe dispiaciuto, pensò Giulio, poter intavolare una chiacchierata con qualcuno di così diverso da sé.

Tuttavia pensò anche che se si era costretto a 20 metri sotto il pelo dell’acqua in un momento di parziale liberazione e di recupero di spazi di contatto con gli altri esseri umani un motivo c’era.

Preferiva il suo guscio da solitario. Era questo il motivo.

Degli altri, in fondo, non gli fregava nulla di nulla e da molto molto tempo. Se valeva per gli umani, figurarsi per un polpo. 

Viveva appartato, distante da tutto e da tutti.

Le cose attorno a lui lasciava che accadessero più che decidere di farle accadere.

Tutto nella sua vita era andato diversamente da come se lo era sognato, ma non aveva fatto nulla per cambiare lo stato delle cose.

Un po’ grigio e senza qualità lo era sempre stato. Fino da piccolo aveva inseguito gli altri qualunque cosa facessero, mai si era fatto inseguire.

Privo di slanci, privo di vere passioni si era imbarcato in storie e amicizie cercate dagli altri più che da lui e che non erano durate. Non avrebbero potuto.

Si barcamenava in tutto, senza eccellere in niente.

Uomo senza interessi, senza qualità, senza curiosità

La curiosità la giudicava pure malsana e faticosa. Troppe idee, troppe domande a cui cercare in vario modo risposte in una rincorsa infinita e per lui senza senso.

Non aveva voglia di domande.

Aveva voglia di lasciarsi andare. La vita era il flusso che muoveva gli altri attorno a lui, ma lui si era sempre guardato bene di entrare in quel flusso.

La quarantena l’aveva accolta con gioia.

Poteva tenersi a distanza da tutto e da tutti, camuffarsi dietro alle mascherine protettive che nascondevano sorrisi e espressioni malevole, evitare di salutare anche i vicini di casa fingendo che, dietro la barriera, nemmeno lo riconoscessero.

 La tv, occhio parossistico su un mondo in ebollizione  dal quale lui non si aspettava niente di buono, spenta da molto tempo, da prima che la pandemia la invadesse!

I libri, banditi ! Rischiavano di allargare l’orizzonte mettendogli in testa strane idee.

Il suo era un guscio legnoso nel quale finire di rinsecchirsi.

Risalì di malavoglia in superficie. Si accorse che la sera era calata e che fortunatamente non c’era nessuno in quel tratto di costa.

Il polpo lo aveva già dimenticato.

Anche i ricordi, in lui, non duravano quasi niente