Il quadro arancione

Il quadro arancio e ocra- di Rossella Gallori

Arrivò trafelato, il Cencetti, non eran giorni per far consegne speciali per di più ingombranti…pioviscolava e la nappina nera del suo copricapo continuava a ciondolargli sul naso infastidendolo…
L’ incarto non era un granchè, conservare la Nazione del 5 novembre era stata una buona idea, carta robusta pagine grandi, non poteva trovar di meglio, il quadro non era nemmeno perfettamente asciutto, una velina si sarebbe appiccicata ai fiori, commettendo un danno irreparabile.
Ci teneva a consegnarlo prima del 6, era felice di averlo finito in tempo, gli sposi lo avrebbero gradito, ne era sicuro, anche se il pittore era “ lui” . Un fanatico che aveva acchiappato la bandiera più vistosa per sentirsi qualcuno.
La sposina lo accolse, fingendo di non vedere il voluminoso pacco, una bimba con le babbucce rifinite di candido cigno, una vestaglia lunga di seta cadmio l’ avvolgeva, pur non coprendola del tutto…i bigodini ancora tiepidi in testa, il tailleur di velluto pavone sul letto, il cappello con la veletta sulla testina di legno….Domani sarebbe stata la signora G, non più la signorina C…
Mario, il Cencetti rimase li impalato, con il cappello tra le mani, sembrava sorreggere un vassoio di paste.
Non la ricordava così bella, così donna… nemmeno diciotto anni e domani si sposa…disse a se stesso.
Giulia sorrise leggendo il pensiero negli occhi del pittore..
È stupendo!!!!gridò, incurante della mamma che le suggeriva di non alzare la voce, bellissimo!!!!, grazie, grazie!!! Sono i miei fiori preferiti, i miei colori, tra il riso ed il pianto cercò di abbracciare quel mazzo di fiori dove il rosso giocava con l’arancio, fondendosi al rosa senza vergogna. Sono i primi ed unici fiori che ricevo, fiori con la cornice dorata…
Appoggiò il quadro tra i regali di nozze, gettò il giornale nella stufa e si alzò sulla punta dei piedi
per baciare quell’ amico del padre, che imbarazzato si schernì: niente, niente, solo un pensiero..
Poi il fez gli sfuggì di mano e calò un silenzio imbarazzante…
Si salutarono in fretta, il Cencetti Mario dimenticò l’indirizzo…la Giulia e tutta la sua famiglia, era suo dovere…altri non lo fecero…

Giulia non si separò mai dal quel quadro, un trionfo di ocra, terra d’ ambra, di arancio…lo guardava spesso ripetendo la solita frase : era novembre, un bellissimo autunno del 38…..

Carezza arancione

Carezza arancione – di Luca Di Volo

Tra boschi anneriti, nell’oscuro del tempo
impauriti senza meta, in circolo vaghiamo
un labirinto invisibile impalpabile ci stringe
e cela l’ultima meta. Da lungi sentiamo
l’ululato di belve lontane eppur troppo vicine
atterriti invochiamo un raggio d’aurora dolce
con dita di rosa che sveli le ostili pareti del labirinto che ci stringe la gola.
E mossa a pietà una luce s’insinua, carezza per l’anima
Così ora ci appare la nostra piccola stanza
E l’olmo che da lì sempre si vede
E ancora i raggi trionfanti trapassano
S’insinuano fin sotto le coperte
Sorpresa:no, non è rossa la luce dell’alba
Ma d’una carezza arancione ci tinge
E in quel colore riprendo l’ardire
Per la quotidiana tortura della vita
Domani di sicuro, rivedrò quel lampo
E in lui ancora a viver proverò.

Profumo arancione

Profumo arancione – di Maura Corazzi

C’è in lei desiderio di colore e anche se fa molta attenzione alla flebo, alla bottiglia d’acqua, al triste bicchiere di carta e all’immancabile  termometro, sta accadendo l’inimmaginabile. Finalmente lei ha sentito il cuore e la forza di essere libera. Con i capelli lunghi intrecciati, una maglia neppure tanto lunga, scollata e slacciata sulla schiena ha spostato le coperte, si è staccata tutti i fili ed ha iniziato a correre fortemente nei larghissimi corridoi, con la speranza di raggiungere l’uscita di quell’ospedale. Intanto nella sua camera ha iniziato follemente a suonare  l’allarme ARANCIONE DI MEDIA ALLERTA. 

Mentre tutti cercavano di capire cosa stava succedendo  i  nudi piedi di lei affondavano in quel gigantesco castagneto… il profumo era Arancione, profumo di vita. Lei intanto si era sdraiata vicino al suo cane Indro, un cane bianco con delle toppe arancioni, stavano lì, con gli occhi rivolti verso le chiome di quei castagni, attendendo che cadesse una foglia striata, fra l’arancio e il giallo.  

Intanto una foglia le saltellava su tutto il corpo, non dimenticandosi di farle la riverenza quando si ritrovava davanti ai suoi occhi. Intanto lei se ne sta distesa sperando di trasformarsi in una spugna per rubare al castagneto quel profumo così particolare, inebriante, semplice come una foglia, ma irripetibile. Fresco all’inizio per poi trasformarsi in un caldo coccoloso. Un profumo “arancione” … ogni donna con un po’ di pazzia dovrebbe averlo, o almeno provarlo, una volta in questa vita!

Lei è ancora lì, libera, immersa nell’ARANCIONE!

Ma fu proprio una foglia arancione striata di giallo a riaccompagnarla con la forza del vento alla sua camera, mentre stringeva forte nella mano sinistra il profumo dell’arancione. Ma anche la foglia era un po’ pazzerella e prima volteggiando nell’aria arrivarono  ad incontrare il sole che stava indossando un grazioso mantello arancione con in basso dei nastrini rossi. Il sole stava salutando la giornata, ormai finita, specchiandosi interamente nel mare piatto. Ma lei gioiosa come non mai ritrova nel mantello del sole il solito profumo arancione, però questo aveva più carattere, arrivava subito al cuore. E allora dove si trova  la sorgente viva di questo pazzesco, pregiato per il cuore e l’anima, profumo arancione?

Tu, tu proprio tu, sai dove si trova?

Prima scintilla: Arancione

Avevamo già utilizzato le suggestioni dei colori, limitandoci al rosso, al bianco e al verde (vedi in questo blog). In questo percorso annuale allargheremo gli orizzonti, pensando ai nostri incontri che si svolgeranno di più all’aperto, all’importanza che ha raggiunto la necessità di stare all’esterno dei nostri mondi, per non chiuderci troppo in un periodo di difficoltà sociale che ancora ci assilla.

Cecilia Trinci

L’autunno è arrivato con il suo carico di colori.

Cominciamo dalle suggestioni dell’arancio.

E’ fatto di rosso e di giallo, è il colore delle emozioni, del contatto tra pelle e cervello, delle stagioni di passaggio, di sole e di vento, di tramonto e di alba….

E’ il colore delle arance e della zucca di Cenerentola.

E’ il colore della ruggine e delle carote, del caldo bollente e del tempo che cuoce, che scalda, che abbraccia.

Quali parole abbiniamo all’arancio?

Nella nostra tavolozza di vocaboli ci saranno emozioni, ricordi, sensazioni che l’arancio riscalda?

Parliamone insieme…..e inviate a:

lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

Cronaca amara

L’indagine – di Nadia Peruzzi

A volte ci volevano ore prima che parlassero.

Brutti ceffi, giovanotti col vestito buono e lo sguardo cattivo, donne che nei gesti e nelle espressioni trasudavano disagio, male di vivere, assenza di speranza.

A volte arrivavano ai processi senza avergli detto nemmeno una parola, anche se lui alla verità ci era arrivato lo stesso.

Quel giorno era alle prese con un ragazzo. Colto sul fatto poche ore prima.

Sfrontato, gli stava davanti con occhi ancora furenti ma spauriti nel profondo.

Aveva varcato una linea terribile. A lui il compito di cercare motivazioni possibili per un gesto così efferato e compiuto ai danni della sua stessa sorella.

Era sempre difficile seguire i percorsi delle anime in cerca di arrivare a denudare sé stesse, fino ad una sincera e completa confessione.

Aveva ancora a addosso l’odore della morte procurata e cercava con ogni mezzo di giustificare il suo atto.

“Non ci si mette con una zecca così, non è normale, non è naturale. Non si sa nemmeno bene cosa sia quel Ciro. Una ragazza che vuole diventare ragazzo .Un ragazzo a metà. Proprio uno così? Perché? L’avevo avvertito che doveva lasciar perdere mia sorella. Non volevo ucciderla, è stato un incidente.”

Faceva fatica a contenerlo adesso .Era un fiume in piena .Voleva lavarsi la coscienza.

Non erano più sentieri smozzicati ora verso destra, ora a sinistra o trame di uno strano ordito a spirale come un vortice che confondeva e faceva smarrire la via. Il labirinto oscuro in cui quell’anima si era perduta stava ora mostrando una via larga dove non c’era spazio per esitazioni. Puntava diritta verso l’uscita per iniziare a liberare la coscienza.

L’ispettore ascoltava, anche se sembrava pensare ad altro.

In quegli attimi, quando i vermi, il fango, il male del mondo veniva in superficie e si rivelava preferiva quasi ritrarsi per evitare che il buio di anime perse lo travolgesse trascinandolo con sé.

Si aiutava scarabocchiando su un taccuino sgualcito e logorato dagli anni.

Era un modo per cercare di rimanere aggrappato là dove il senso di civiltà aveva la meglio su sentimenti primordiali di vendetta e rancori atavici privi di qualsiasi raziocinio. Il suo modo per evitare l’abisso.

Era un mondo a parte. Quello che avrebbe dovuto essere contro quello che era realmente. Un luogo dove si sentiva al sicuro ,dove l’acqua era placida e chiara e il verminaio non si vedeva.

In quel posto lo sapeva, Ciro avrebbe potuto sentirsi ed essere Ciro, anche se la carta di identità lo scriveva ancora al femminile, avrebbe potuto amare ed essere riamato senza problemi .

Sentiva il ragazzo che continuava a parlare, mentre il collega scriveva il verbale.

Dovette chiudere gli occhi per riprendere il filo.

Rivide la ragazza morta a 20 anni. Rivide lui che colpiva Ciro a terra dopo lo speronamento, fino a mandarlo all’ospedale, mentre sua sorella giaceva morta.

Chiuse il suo quadernetto. Chiamò i colleghi perché lo portassero via. La confessione c’era stata a metà, non aveva smesso di cercare giustificazioni.

Come sempre in quei casi, arrivato a quel punto si sentiva in apnea. 

Uscì e camminò per ore nella città deserta. Madre e matrigna al tempo stesso.

Si sentiva sfinito e col peso di tutto il male del mondo su ognuna delle sue ossa.

Non era mai facile liberarsi da quelle sensazioni terribili che a volte avevano la meglio sulla sua stessa lucidità. Fu peggio di sempre quella sera. Forse stava invecchiando e ne aveva viste e sentite troppe, ma l’abitudine no, non ce l’aveva fatta. Non era possibile e non voleva.

Mentre rincasava, dall’unica finestra con la luce accesa nella sua strada, sentì uscire la musica che aveva sempre il potere di calmarlo. Ne aveva proprio bisogno delle Quattro stagioni di Vivaldi col loro inno alla vita che scorre e si rinnova.

La melodia ancora si sentiva quando si affacciò alla sua terrazza per un’ultima occhiata alle stelle e per l’ultimo sorso di aria tiepida che già sapeva di primavera.

La mattina gli regalò uno sguardo meno cupo sul mondo e sugli esseri umani. Si vestì di quello, per tornare a lavoro.

Se fossi una stagione

Se fossi una stagione sarei oggi – di Stefania Bonanni

Fossi una stagione sarei oggi.  Oggi che avrei potuto restare a letto, stamani. Oggi che non è  più estate, che non è  ancora inverno, e forse neanche  autunno, ancora.  Oggi che la primavera è  estranea e lontana. Oggi che ancora non è l’autunno bello e colorato dei boschi colorati dal giallo, dal rosso, dai mille verdi e marroni delle foglie travestite da tramonto.  Non è  ancora l’autunno che dolcemente ti fa scivolare nelle giornate fredde e corte, accompagnandoti con mani grandi, aperte,  tranquille di consuetudine e di vita che segue il suo ritmo e ti rassicura con la promessa che verrà  l’inverno, e tutto si addormentera’, e tutto sarà solo per ricominciare, poi. Oggi che hai smesso di sudare per cominciare a tremare, e non ti sei accorta del momento in cui è successo. Oggi che per uscire dovresti mettere una maglia, e forse avere con te un giubbotto, o meglio un kway, e di certo anche  un ombrello. E allora ti serve uno zaino, che sarà subito pieno. E tu comunque sarai fuori luogo. Perché se ti vesti di piu’ ti farà  caldo, se esci con vestiti estivi, avrai freddo. Inadatta e fuori luogo.  Non è una novità.  Oggi che non sarà  come domani. Potrebbe fare caldo ancora, o piovere a dirotto, o solo fare fresco. In ogni caso, non sarà stupefacente. In ogni caso tutto è  possibile, consentito, nelle terre di mezzo, negli spazi senza nome. Nei giorni che non si ricorderanno, che non ci troveranno meravigliati da tramonti sul mare, notti stella te, fiori che sbocciano, tenere gemme su giovani rami, ombre lunghe alla fine di giornate interminabili. Giorni qualunque, per gente qualsiasi. Gente che sarà felice di essere accarezzata da mani sempre bollenti, ora che finalmente non si suda più. 

Un giorno di settembre

La coperta di piquet- di Rossella Gallori

27 Settembre
La coperta di piquet è sempre la stessa “grassoccia” e un po’ sciupata, rifinita con una trina industriale e ben fatta, una coperta coraggiosa, che non ha paura di dimostrare i suoi anni, le sue gioie, i suoi dolori, non ho mai avuto la forza di abbandonarla, io. Lei a volte si è nascosta, ha cambiato pure casa per non farsi trovare…poi è tornata da me, uno strappetto che sembra un sorriso molti fili tirati dai sogni infranti…
Oggi mi ci sono infilata sotto, oggi in un 27 settembre freddo ed umido, dove l’ autunno non ha suonato , nè bussato…ha buttato giù la porta ed è entrato in camera mia, un golf acchiappato al volo…. cavolo ma dove sono i pigiama pesanti?!?
Sotto il peso della mia coperta, di un cotone spesso, quasi tiepido, ho chiuso gli occhi e ti ho sentito accanto a me, ho risentito quella voglia di vivere che avevo, quella che ogni tanto si allontana per ritornare ammaccata ed insistente…ed ingoiando gocce salate ti ho rivisto con il tuo libro tra le mani, mani stupende abbronzate e forti, le gambe lunghe sollevate a mò di leggio, quasi attaccate alle mie, corte e cicciute, E quei libri, che leggevano in silenzio, uniti da un respiro unico, da un battito cardiaco…irregolare, un unico cuore…
Io non sapevo leggere, non l’ ho mai saputo fare nemmeno quando ho imparato, tu, giravi le pagine ed ogni tanto ti interrompevi, controllavi che non fossi scoperta, mi toglievi i capelli dagli occhi, ed a voce alta mi leggevi una frase, una mezza pagina, sperando di vedermi chiudere gli occhi…che restavano sgranati e fissi, volevano non dimenticarti…
Questo capitava spesso agli inizi di autunno, quando il campionario dell’ anno dopo non era ancora pronto e ci prendevamo del tempo per noi, la scuola iniziava il primo di ottobre….tanto poi a me importava poco…io “ sapevo te” e mi sembrava sufficiente.
…questo capitava nei giorni come oggi, in un settembre agli sgoccioli, questo capitava anche il 27 settembre di un ieri così lontano, difficile da spiegare a chi non ama i ricordi, a chi non crede che grossi fili di cotone non abbiano memoria, non conservino amore…noi e la nostra coperta..
Auguri babbo…auguri…Buon compleanno

Speranza

Stiamo per riprendere le nostre pubblicazioni. Intanto un augurio dall’amico

LUCA DI VOLO

Speranzadi Luca Di Volo

Distese all’ultimo confine

Nere coltri adagiate

Illudono di quiete. Ma subito

Ardente di fiamma fugace

Riluce un raggio

Che incendia il cielo intero

Questa è la speranza

Trapassa nubi di tempesta

Spazza tremendi ostili flutti

Solo un attimo dura

Ma nutre per secoli

La diseredata umanità.

Un regalo di Anna Meli con le parole di Elena Bernabè

Il labirinto

(foto inviata da Lorenzo Salsi)

“Maestro, come faccio ad uscire da questo labirinto? Non vedo via d’uscita…”
“La via d’uscita non è da vedere. E’ da sentire.”
“Come si fa a sentire?”
“Basta restare nel tuo labirinto. Rimani dentro alla tua confusione. Accomodati ben bene proprio al centro del tuo caso e solo dopo aver sentito in ogni angolo del tuo corpo la direzione che ti sta attirando, alzati e prosegui nel tuo cammino.”
“E se non sento questa chiamata? Rischio di rimanere immobile tutta la vita.”
“Quando rimani per tutto il tempo necessario con il tuo disorientamento e rispetti i suoi tempi di azione dentro di te, si dissolvono due demoni: la paura e la fretta di agire. Non riescono a vivere nella stasi, nel vuoto, nell’immobilità dei pensieri. E tu puoi finalmente aprire gli occhi e usare la tua bussola interiore. Che come per magia e con naturalezza ti indica la via da percorrere.”
“E se non ci riesco e mi perdo in questo groviglio di vie da scegliere?”
“Se ti perdi è un’occasione ulteriore per ritrovarsi. Il labirinto è fatto da innumerevoli sentieri diversi. Ma uno solo può portarti all’uscita. Non avere fretta di trovarla questa fine. E’ nel mezzo che si scoprono le più incredibili ricchezze. Esercitandosi sempre di più a sentire qual è la strada da percorrere. Il labirinto è da vivere, non da finire.”

Elena Bernabè

Un regalo di Luca Di Volo

...che ci propone queste meravigiose parole

I giusti di Jorge Luis Borges

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo. 

Sogno

Ho fatto un sogno – di Rossella Gallori

Ho fatto un sogno…
…la stanza era troppo piccola, ci conteneva malamente, il soffitto sembrava quasi sfiorare le nostre teste, il tavolo lungo e stretto ci costringeva ad una promiscuità imbarazzante, lei, alla mia destra rideva, agitando i lunghi capelli, lui alla mia sinistra, premeva la sua gamba sulla mia, fumandomi negli occhi, conversavano rumorosamente tra di loro ignorando le mie difficoltà, le mie “tante penne” si erano coalizzate contro di me…abbandonando il mio scrivere, confusa e disturbata stentavo a finire il mio compito…gli altri restavano immobili, statue di cera, impotenti ai miei sguardi non sembravano in ansia, eppure il super visore era di la, ci stava aspettando, mi stava aspettando…
Alzavo gli occhi verso il capotavola in cerca di aiuto, nemmeno un sorriso, uno sbatter di ciglia, sembrava non vedermi…
Il testo non era male, forse un po’ sconnesso, sapevo nel mio dentro che il finale sarebbe piaciuto, anche se un senso vero e proprio non ce lo aveva, nemmeno il lettore più volenteroso, ci avrebbe perso del tempo…
Con gli occhi pieni di lacrime aspettavo il mio turno, colpa del fumo, dall’ansia e forse della rabbia per non esser riuscita a liberarmi, della maleducazione dei mie compagni.
Appoggiata al muro scrostato aspettavo rileggendo a bassa voce la fine del mio breve saggio : servirono piccole nuvole su minuscoli piattini di cristallo…. Servirono piccole nuvole su minuscoli piattini di cristallo….
Non fui chiamata, in lontananza qualcuno ancora rideva …delle mie piccole nuvole…..
Poi, poi, mi sono svegliata, gli occhi gonfi…l’odore di tabacco, che non c’era…

Gente come noi

Gente come me – di Rossella Gallori

…E Marcello…
Amava i gatti pregiati, a pelo lungo, ma raccattava quelli randagi a due zampe, persone come lui, un po’ sole, viveva di palestra, in palestra, sorrideva sempre, anche quando l’ udito lo aveva un po’ abbandonato e gli occhi vedevano ma non guardavan più, sotto Rayban dalle lenti buie.
Ci siamo conosciuti una vita fa ma se dovessi dire quando, sarei inesatta, ma credo che abbia poca importanza…sicuramente più di 30 anni.
Alla fermata dell’ autobus, del 14…quella “ delle case minime” ormai la chiaman tutti così, ed è inutile dire : rocca tedalda 3 …tanto nessuno capirebbe…
Era li, Marcellino, le spalle da armadio, bicipiti bene in mostra sotto magliette così aderenti da soffocare pure la sua tartaruga, rasato a zero, lucido come una mela….
Gli ho rivolto io, per prima la parola, un po’ perché zitta non ci so stare ed un po’ perché sono attratta dalle persone che gli altri sembrano evitare…ne ho collezionati tanti di personaggi: l’ intagliatore, il polacco, la matta, il dirigente finto, lo spacciatore vero….
Vai in centro? Domando
Si a riprender le gatte, poi le porto in palestra
Vanno in palestra?
Nooooo io !
E giù risate, mi sembrava tanto più giovane di me, forse per come si vestiva, per chi frequentava, senza le gioie, ma senza gli affanni della famiglia, sempre circondato da amici belli, palestrati come lui..
Per un periodo è stato il compagno di una che conoscevo, più grande di lui, forse un po’ tantino, ma chi stabilisce queste cose….li vedevo abbracciati, evitati, lui sembrava sereno, lei felice…
Poi gli anni son passati, lei è volata da qualche PARTE in cielo, lui ha continuato la sua vita, messa a rischio da qualcosa in più che forse non doveva prendere…
Ma per me Marcello resta e resterà sempre l’ amico “ di tram” quello che coniò il soprannome a mia madre, la chiamava “ la Signora” si salutavano dalle piccole finestre, di un ghetto che per loro era come via Tornabuoni, incuranti di chiacchiere, di “ ciane a bischero”
Lo chiamavano big Jim…mastro lindo…per me era Lui e basta…pantaloni Nike, t-shirt ..ed ora quel bastone bianco, di cui non si lagnava. Faccio un po’ di orientamento mi basta poter prendere l’ autobus, andare in palestra ….e sorrideva.
Da poco avevo visto un suo amico, Marce sta bene, te lo saluto!!! un altro e raccatato , ho pensato…
Ieri ho aperto il giornale e non ci ho voluto credere…ho cambiato occhiali: Marcello P. è morto…il maestro dei culturisti, ci ha lasciati, infarto e via…
Stamani ho letto sul giornale altro, compreso la tua età che credevo tanto lontano dalla mia, ci separavano solo 5 anni…
I tuoi compagni di palestra si occuperanno dei funerali… erano la tua famiglia…e da tali si comportano…
Scusa Marce se non vengo, stamani, ti ho suonato il campanello, speravo di trovar qualcuno, ho solo trovato una signora un po’ marocchina che mi ha detto che ti ha soccorso lei, ma l’infarto è stato fulminante, non hai sofferto… ciao Marcellino gigante buono, cuore d’oro…ti aspetto domani alla fermata delle” case minime” la nostra.

Un pensiero di Gabriella Crisafulli

“Fermarsi” ~ Chandra Livia Candiani

Fermarsi è una grande arte.
È un’arte umile, è quella di intuire quando siamo stanchi o quando abbiamo bisogno di camminare piano piano verso noi stessi e non più verso qualcosa o qualcun altro.
Fermarsi e ascoltare il battito delle cose, sentire il silenzio, le sue sfumature.
Noi viviamo in un universo che non finisce, che sta tuttora espandendosi e facciamo finta di niente.
Forse fermarsi aiuta un po’ di più ad ammettere che siamo dentro ad una grande… stranezza.

da:  “La precisione della poesia”

Noir estivo

Semplicemente un fatto… di Rossella Gallori

Amerihhhha (America) vieni le paste si diacciano…
Chissà a che madre è venuto in mente di dare un nome simile ad una bimba, una bimba di periferia, una periferia a caso…nord, sud, est…ovest…
Un posto con un fiume che è un po’ mare, ed un area verde che sembra bosco, con le villette nascoste, con i macchinoni posteggiati bene, dove “ c’ è di tutto” come dappertutto.
La scuole giuste, la gente quasi tutta bella, un barretto che è una tabaccheria, una pasticceria buona ed un paio di localini un po’ spacciosi, che tutti lo sanno, ma nessuno lo dice…
La cronaca era stata ben foraggiata negli anni passati da gente che entrava ed usciva, diciamo che aveva fatto della galera una dependance, dove si erano unite ai banali borseggiamenti, qualche morte seria.
Poi il silenzio totale e per miracolo si parla bene del rione: oh lo sai, li ci sta il magistrato…..quello hai capito chi…..!!!! C’è tornato il professore, ha rimesso la casa dei nonni….!!!hanno aperto un bel locale….si mangia benissimo, c’ è la piscina…..
Ed il regista….l’attore…il geriatra….
Così per anni, facce di tutti i colori, giorni normali….normali come…come ieri che dopo due giorni han trovato un povero Cristo, morto “ per malore” pieno di pugnalate…..in un posto dove tutti sanno anche sei hai un neo in un posto che non si vede; nessuno ha visto e sentito nulla….ed allora comincia la gara: io lo conoscevo però…io nn l’ ho mai visto…eh mah era stato in galera….eh ma lavorava…ma dove…pagava sempre il caffè, ma a chi?
Ed allora diventan tutti delinquenti, tutti spacciatori, tutti assassini…
Filastrocche strane echeggiano sui marciapiedi: si ritorna ai bei tempi…eh ci s’ammazza.
Oppure
Noooooo io non sto lì sto un po’ più in là, non conosco nessuno.
O anche
Eh lo dicevo io che era strano….era un calciante
Come se, dico io, tutti quelli strani andassero accoltellati, chi gioca al “ calcio storico” sia uno spacciatore…come se chi sta sul marciapiede destro è nulla e quelli sul lato sinistro son qualcuno…
Strana la vita, intanto lui è morto e l’ eco rimbalza da un semaforo all’ altro…sieeeee…maccheeee…voci che narrano di un fatto….che non conoscono, semplicemente un fatto…

Margherita sognava

Margherita sognava – di Anna Meli

Margherita sognava e nel cielo osservava un punto lontano. Cercava una luce, più vivida e chiara, cercava qualcosa che un po’ la guidava nel buio confuso dell’anima sua. Pensò con tremore all’immenso infinito, ai silenzi, ai rumori, alle gioie, ai dolori. Si sentì piccola e sola, ma presa per mano da un qualcosa di arcano.E…volò in quel cielo verso un sogno perduto,verso un punto di luce più chiaro ed amato.

Le aquile nel blu

Sogno – di Mimma Caravaggi

Mentre scendevo con Alberto in paese per fare la spesa ci siamo dovuti fermare ad un semaforo e in attesa del verde ho alzato gli occhi in alto dove ho visto un piccione grasottello appollaiato sul filo elettrico, solo soletto e mi sono chiesta a cosa starà pensando? Allo stesso tempo mi sarebbe tanto piaciuto essere al suo posto e dare un’occhiata in giro dall’alto. Che bello sarebbe stato. Che sensazione di libertà da pensieri e libera di volare, volteggiare in lungo, in alto, in largo e poi riappollaiarsi su un filo a riprendere fiato.Nella mia prossima vita (pur non credendoci) vorrei nascere uccello : una bellissima aquila reale. Maestosa, silenziosa, leggera, a scrutare prede per nutrirsi e buttarsi silenziosamente in picchiata per accaparrare il pasto, per se e per i piccoli in attesa nel nido, e tornare a librarsi con tutta la sua potenza e bellezza per ripotare il pasto al nido per poi , seppur con malinconia, lasciarlo nuovamente per procurarsi altro cibo magari allontanandosi un pò di più volteggiando ancora più in alto e in tondo fino a scorgere un ‘altra piccola preda ignara di ciò che le accadrà a breve. Il semaforo diventa verde e noi ripartiamo per la nostra meta che è quella, guarda caso, di procurare cibo per il nostro sostentamento. Nel frattempo ho fatto un piccolo sogno che mi ha portata in alto a librarmi in aria volteggiano felice di quella libertà faticosa ma immensa splendida e beata e che penso varrebbe la pena vivere, Invece ti ritrovi sulla terra, a terra con tutti i tuoi pensieri, le tue paure, le tue angosce ad ammirare silenziosamente le belle cose che ci offre madre natura ma dal basso , molto basso, troppo in basso!

La bimba dentro la foto

La bimba dentro la foto – di Lorenzo Salsi

” Guardi qualcuno che scatta la foto. Tu bambina, sfrontata, forse di 6 o 7 anni, occhi luminosi, sorriso di gioia, abbracci Mino un canino a te simile perchè vispo, pimpante, vivace, energico che è attratto a tua differenza da altro , non da chi scatta . La stampa pare più antica dell’epoca dell’istantanea. Qualcosa in te, bambina bellissima, attira il sentimento non solo per il bella che sei ; il sentimento viene rapito dal futuro nei tuoi occhi, dall’avvenire che ti avvolge, da ciò che troverai, dallo sguardo che va oltre, oltre le mie spalle mentre ti guardo in foto. Mi vien naturale pensare che tu abbia avuto una vita piena, anche non bella, si sa le vite nostre non posson esser solo belle, anche da bambini abbiamo i nostri ossi da rosicchiare, come Mino. Vorrei sapere se i tuoi amori son stati gioiosi, se le tue paure ti hanno bloccata, se la stanchezza a volte ti ha vinto, vorrei sapere tutto di te ma non importa se non arriverò a conoscere il futuro che ti vedo negli occhi e che oggi è passato. Conosco altro di te, so che sei stata capace di amare perchè l’abbraccio a Mino parla da solo. Dio mio quanto sei bella con quei due dentini evidenti, l’anellino all’anulare destro, vestita dal cane e del cane, capelli biondi, setosi, tanti, dietro di te forse un arazzo od un tappeto, qualcosa che rimanda all’antico, ai tuoi avi ad altri occhi che ti han passato la luminosità, la naturalezza, il futuro. Chissà subito dopo la posa ti sarai alzata,il caldo estivo ti avrà fatto sudare e col palmo della piccola mano ti sarai tolta il sudore ed i capelli appiccicati sulla fronte, Mino ti avrà guardata adorante anche se avrai avuto proprio sulla tua luminosa fronte quell’alone di sporco, di manine sporche di polvere e gioco, quello sporco che a volte le mamme di un tempo pulivano col fazzoletto bagnato della loro saliva o della tua quando eri un po’ più grandicello. Avrai bevuto a grandi sorsi tenendo a due mani il bicchiere di acqua fresca , non gelata e l’avidità della sete ti avrà fatto perdere dei rivoli di acqua sugli angoli della bocca troppo piccola rispetto al bicchiere. “Bevi piano, fai piano” qualcuno avrà detto per proteggerti. E la sera a buio sarai rimasta sullo scalino più basso del portoncino, ad immaginare chissà cosa o chissà chi, provando forse un piccolo batticuore che fino ad allora era stato solo per Mino. Seduta su quello scalino avrai guardato le lucciole tutte attorno, nella bella notte di piccoli lampi, nella bella notte di lucciole e stelle, nella bella notte, mai bella quanto te.”

Un giorno qualunque

Non sono buona…di Rossella Gallori

Stamani, come sempre, sveglia all’alba, dormito poco e male, chiamo “ la Mile”  che abita vicino a me, mattiniera anche lei, lo xanax ci fa un piffero a tutte e due, la invito a prendere un caffè, cammina maluccio, ma la distanza è poca, per fortuna…un po’ si appoggia un po’ no..

Mi soffermo per una foto bruttacchiola, all’angolo dello “stradone” che poi è una stradina,  la mando al gruppone delle Matite, più per sorridere, che altro…

La Mile ha una vita incasinata, moltomolto, un po’ tanto, dico io, per una persona così buona…Non come me, che mi incazzo per nulla e son sempre in guerra con qualcosa e qualcuno, che poi son più che altro IO

Decido di farla ridere, ci riesco, specialmente, quando mi cade il caffè sul pantalone bianco fresco di bucato, non un goccio, tutto….faccio finta di fregarmene mangiamo le sfogliatelle e ridiamo…sono contenta, per lei, per me, un po’ meno per i miei pantaloni…

Ci salutiamo, lei zoppicando io cincischiando. Lei mi ringrazia, io non so di che, ho quasi dimenticato le macchie marroncine.

All’ angolo, dello stradonstradella un giovane alto fruga nei cassonetti, è un po’ sporchino, ma ha un’aria dignitosa, i nostri sguardi si incrociano, quasi un miracolo per me, che son distante…

Ha due occhi azzurri, come il cielo di qualche giorno fa, i riccioli biondi escono da un cappelluccio rosso, sdruciti ma pulito.

Hai fame? Grido

Annuisce

Aspettami torno!

Non mi capisce, faccio un cenno di stop con le mani, essere italiani aiuta sempre, gesticolatori, noi si nasce..

Corro a casa, non ho fatto la spesa, accidenti al non sprecare…prendo una busta…2 mele, tre nespole, una pera, una banana, ci caccio un pezzo di cioccolato fondente anche troppo, una merendina, un succo. Tutto in fretta,  sono pessimista nel correre all’ angolo, penso, forse  se ne è andato..

Invece è li, cavolo come è bello, avrà al massimo trenta anni, lo zaino militare, la camicia a quadrettoni non abbronzato, cotto  dal sole…

Porgo il sacchetto giustificandomi: non avevo altro scusa..

Lui sorride non capisce, ma gli occhi brillano..

Da dove vieni?

Risponde un’altra cosa: vado casa Polonia…va ok ..ed alza la mano verso destra..

Io so solo che a destra c’è il Girone, l’ Anchetta… farfuglio: forse…

Lo guardo, ci guardiamo, siamo a forse 2 metri uno dall’ altro…abbiamo imparato da poco le distanze…

Ci salutiamo senza parole mettendo ognuno sul proprio cuore la mano destra…quella che indicava la Polonia…

Torno a casa, ho anche  lasciato la porta aperta, mi cadono le lacrime…e se fosse stato mio figlio, mio nipote, il figlio di un’ amica, uno che si è perso, uno che scappa, uno che muore…uno che uccide…uno che polacco non è.

Ed io ho saputo solo preparare un sacchetto di frutta un po’ matura a fine settimana…e porgerla senza parlare..

E se poi fosse malato… e se poi stanotte lo picchiano…cavolo avevo del pane da toast…e se  fosse stato ferito ed io non me ne sono accorta…e se la Polonia è a sinistra invece che a destra…

No, non sono buona ci provo ma faccio casino, come sempre.

Mi tolgo la colpa, mi perdono, asciugandomi le lacrime, colpa del DNA  troppa immaginazione, troppe parole…. Poi i miei, le ville, i soldi, da lasciare “ uncelavevano” quindi mi han lasciato quel che avevano…la vita…

Temporale di giugno

Il temporale – di Cecilia Trinci

Comincia con un brontolio lontano e lampi bianchi che accendono la notte. Il mare non si vede più, avvolto in un grumo nero. I marinai in viaggio devono pregare già e mi sveglio pensando a grandi onde nere. L’albero ondeggia e sembra perdere l’equilibrio ad ogni sventagliata. Poi arriva il rumore di fiume in piena: una cascata d’acqua si scaraventa sul tetto, sulle pareti, contro i vetri. L’acqua si rovescia, si contorce , sbudella piante e terra allagando tutto quello che incontra in pozze tormentose, punteggiate di schizzi malvagi. I lampi illuminano a giorno accompagnati da rimbombi che fanno eco nello stomaco, proprio vicino al cuore. La vallata verso il mare raccoglie e amplifica echi esplosivi. I rami secchi cadono, lo scroscio accompagna i lamenti delle foglie verdi che non vogliono morire. I gatti tacciono, nascosti. Le coperte non bastano a tenere a freno il terrore e neppure il freddo. E se la pioggia entrasse? Se il vento scoperchiasse il tetto? Se entrasse la notte come il lupo dei tre porcellini? Il gatto arriva e si nasconde ma resta vicino. Protegge e si fa proteggere. La pioggia aumenta…sembra un aereo a reazione, un tornado…cresce il vento e ululano anche i muri. Nella notte, fuori, come mille lampioni accesi per attimi infiniti si rischiarano terra e cielo contemporaneamente. Non si regge l’ansia che cresce…anche se sotto sotto si capisce la bellezza della tempesta. Mi affaccio, attraverso i vetri leggeri, su tutte le sfumature di un nero infuriato. Scommetto su quanto potrà durare e per fortuna perdo. All’improvviso, un attimo prima che la paura raggiunga il massimo, mentre un chiarore rosa sale dai monti, il vento smette di colpo e il tuono più forte è anche incredibilmente l’ultimo. La pioggia si fa leggera, diventa piano piano un ticchettio sommesso. Qualche tuono rimbomba ancora in lontananza , ma piano, come un saluto. Sale una fioca luce che sembra dire “buongiorno, nonostante tutto!” . Il ticchettio ora è una ninna nanna sul tetto, che fa compagnia che consola…che dice dormi…dormi…dormi. E piano piano si torna a dormire, cullati, abbracciati dai fiori che bevono.

È una farfalla gialla

È una farfalla gialla – di Cecilia Trinci

È una farfalla gialla come l’elicriso, che vola intorno… mi tocca appena, leggera sul ginocchio mentre leggo un libro bellissimo di Saramago: Le intermittenze della Morte.

Appare spesso così, nostro babbo, quando sto sul mare con la mia sorella, ma di solito è un papiglione a strisce gialle e nere, grande, con grandi ali a punta, con una codina nera.

Oggi sono sola. Leggo questa scrittura magica, che scivola giù come burro aromatico e lui, la farfalla, appare dietro l”elicriso…poi sparisce contro il cielo blu. Forse non è lui, penso leggendo e una parola dietro l’altra arrivo in fondo, quando la Morte si innamora del violoncellista e smette di uccidere perché l’amore è più forte.

Penso che è un libro bellissimo scritto da premio Nobel da un premio Nobel vero e guardo il cielo con le nuvole blu.

La farfalla gialla appare, di nuovo, improvvisa. Gialla dietro l’elicriso d’oro. Mi sfiora appena il ginocchio saltella….si avvicina, si allontana….. e scompare. Nel blu.