Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo.
Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni
Per te è normale: ti presenti a casa mia il 10 ottobre e con delicatezza e semplicità appoggi sul tavolo di cucina bianco latte, di cristallo, un oggetto sfavillante, morbido, elegante e follemente arancione.
Io so già cos’è, ma non voglio togliere a mia figlia il gusto della sorpresa.
Per il mio compleanno, in marzo – che poi è il NOSTRO compleanno – mi facesti ridere con quell’involucro giallo di stoffa sfacciatamente dorata a forma di corona, con i “raggi” proprio come il virus al microscopio: “Sì, è proprio il “Corona”, ma a te porta bene”. E infatti, dentro avevi nascosto ben tre ricche banconote.
Stavolta la “busta” è più sobria, ma raffinata. Quel fiore sulla destra la impreziosisce con semplicità.
Le stoffe, i colori, da sempre il tuo mondo. Per te è normale cercare armonia fra i colori e creare mondi in drappeggi inusuali. Basta che tu abbia per le mani due o tre sciarpe, di quelle sottili, di voile drammaticamente sintetico, che una per una non indosserei mai, tanto sono prevedibili nell’effetto, che in un attimo le prendi, le leghi da una parte, ci fai un nodo morbido che diventa subito un fiore e poi me le avvolgi intorno al collo ed ecco fatto, ho un prato fiorito intorno al viso. Peccato che quando ci riprovo da sola la magia non esca più e le sciarpe tornino ad apparirmi grigie.
Solo dalle tue mani quella bellezza si sprigiona. Come farò quando potrò solo ricordarlo?
Ma ora, ancora, ci sei, e sorprendi mia figlia con quella busta arancione di stoffa morbida. Ho negli occhi quel colore così acceso che in un attimo ci riporta tutte e tre laggiù, in India, dove tutto è cominciato.
Tu, mamma, là, in quella “stanza – magazzino – studio” dell’orfanotrofio, mi hai visto partorire la mia maternità adottiva. Tu, insieme a me, sei stata così felice di vivere con me la nascita di Tushna come figlia. Ti ricordi? La direttrice – la saggia e bella signora Kumar – entrò tenendola per mano, avvolta nel sari giallo e argento che ogni bambina quando è il suo turno indossa il giorno del primo incontro con i genitori adottivi, e semplicemente le disse: “go to your mam” – vai dalla tua mamma – e lei quasi correndo mi salì sulle ginocchia e si accomodò sul mio grembo. Sorrideva. E non mi conosceva neanche. Tu eri lì, mamma, davanti a me, e con me piangevi di gioia.
Ricordo quel momento tutto in arancione, come le pareti della stanza – magazzino – studio, come la divisa delle ragazze che lavoravano all’orfanotrofio, come le mura esterne delle casette dormitorio dove c’era il suo lettino a castello, come la terra del giardino incolto dove andammo a giocare a palla.
Sono passati 16 anni da allora. Il 10 ottobre abbiamo festeggiato il ventesimo compleanno di tua nipote. Il colore arancione della tua busta – biglietto non è un caso, è il colore di un sentimento, di una storia, di un ricordo, di un mondo e delle sue spezie. Del nostro cuore che ne è pieno.
Colore affascinante, parola dal suono evocativo, INDACO è anche un profumo
L’INDACO viene estratto da foglie della pianta dell’indigofera tinctoria, diffusa in tutto il pianeta. Si usa da sempre per tingere i tessuti, ed è affascinante per la particolare profondità del blu che riesce a dare. Una volta fiorita, la pianta viene tagliata e marinata in grandi vasche riempite d’ acqua. L’acqua di macerazione si tinge di blu scuro.
Da Wikipedia: “L’indaco è una sostanza colorante di origine vegetale, già noto in Asia 4000 anni fa: il suo nome deriva infatti dall’India, che ne era il principale produttore. Con lo stesso nome viene identificata anche la sua molecola, derivata dall’indolo...”
E’ un colore dell’ARCOBALENO e si ottiene da CIANO e MAGENTA.
Nella filosofia New Age si ritiene che favorisca l’apertura del Terzo Occhio, che agevoli il rilassamento e la meditazione, che stimoli l’intuizione e la percezione.
Non sono nuove “scintille” ma solo aiuti al nostro riflettere.
A S. Quirico a Ruballa, nella sala dove Alberto Casini ci ha accolto (in piena sicurezza) con grande generosità, abbiamo condiviso piccole riflessioni e “storie che fanno bene”, in un pomeriggio che si era aperto piovoso e che poi ci ha permesso di osservare bellezze inaspettate.
Ho chiesto e chiedo al gruppo di pensare ad un colore personale, magari suscitato dalla visione dal vivo dei paesaggi e delle opere che abbiamo osservato insieme in questa occasione.
Ho aggiunto la lettura di alcune frasi che vi propongo anche qui: (da Cromorama, di Riccardo Falcinelli)
“Un’idea del colore è sempre, inevitabilmente, anche un’ideologia, magari anche politica.”
“Fummo quello che non si racconta né si ammette, ma che mai si dimentica”
“Niente è assoluto, tutto cambia, tutto si muove, tutto gira, tutto vola e va via“
E infine una frase di Frida Kahlo:
“Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini”.
Caldi, avvolgenti raggi di sole, diffondevano una rilassante luce arancione attraverso l’accogliente coperta di seta che l’avvolgeva interamente. Il tepore che la coccolava rallentava la voglia di svegliarsi da quel sonno profondo, intenso e rigenerante. Era arrivato il tempo di mettere il capo fuori per godere della nuova giornata. Uscì pigramente distendendo le membra intorpidite. Aprì gli occhi sbadigliando, un’altra stiratina e sentì distendersi delle ali nuove, mai avute, di una bellezza inebriante arancioni come la sua felicita? Un salto e….via ! A scoprire dall’alto, in un batter d’ ali, la bellezza dell’ “ isola che non c’ e’”!
E ancora una volta fu sveglio. Sveglio da un sonno agitato, infestato da incubi e da mille Erinni. Strinse gli occhi, sforzandosi di non pensare a quello che avrebbe visto, quello che da tre settimane, più o meno, gli si presentava davanti. Aprì gli occhi, ma…eccolo lì. . quel muro infinito, grigio e possente. Si stendeva a perdita d’occhio a destra e a sinistra…. . Eppure si curvava, lui lo sapeva dopo aver percorso chilometri e chilometri cercando una via di fuga. Era talmente immenso che i cambiamenti di direzione erano impercettibili e di vie di fuga non ce n’erano. Se si poteva uscire da lì avrebbe dovuto sfruttare altri sistemi…ma non gliene veniva in mente nemmeno uno. .
L’altro lato – si fa per dire – del larghissimo vialone era fatto di piante, fiori, frutti…era stata la prima via d’uscita che aveva tentato, prima di accorgersi che, se possibile, era ancora più impenetrabile dell’immane muraglia.
Che non era proprio ostile, a quanto pareva, dato che a intervalli regolari si apriva una fessura da cui su una specie di mensola compariva una scodella colma di una zuppa dal vago odore di funghi. Il sapore poi era delizioso, come aveva constatato. Insieme ad una brocca di acqua scintillante, questa era la colazione, il pranzo e la cena, indipendentemente da dove si trovava, in quel labirinto apparentemente sempre uguale. Per lui.
Il tempo passava, se il tempo era un concetto utilizzabile in quell’universo così immutabile. I giorni si alternavano alle notti e quando il sole tramontava quel luogo veniva inondato da una dolce luminescenza aranciata, che si spengeva quando lui era stanco. Ed era allora che compariva la visione fantastica di un cielo come pochi, ”prima”, avevano avuto la fortuna di poter vedere. E lui era uno di questi fortunati; anzi , proprio mentre stava lavorando al VLT, sul Cerro Paranal, a 5000 metri sulle Ande Peruviane gli era capitato l’”incidente”. Ormai lui lo chiamava così: ”lì “ si era addormentato e” qui” si era svegliato. Punto e basta.
Tanto per ingannare il tempo, aveva cercato di capire almeno “dove” era, se non “quando”, ma questo era molto più difficile. Perciò si era concentrato sulla prima domanda. Alzando gli occhi aveva visto, quasi allo Zenith, la costellazione della Croce del Sud, con a fianco la sua fedele ancella: la stella Alpha del Centauro…che abbagliava per il suo splendore. Quindi quel posto – se era un “posto” – si trovava nell’emisfero Sud. Per la latitudine, ricordandosi che di mestiere faceva l’astronomo, gli era bastato individuare la costellazione dell’Ottante, l’equivalente dell’Orsa Minore per il mondo australe, che conteneva la Stella Polare del Sud, e vederne a occhio l’altezza sull’orizzonte: circa 45 gradi. Quindi era in un punto qualunque a 45 gradi di latitudine Sud. Però bisognava sapere anche la longitudine. . e questo era impossibile…infatti ci rinunciò subito…
La sua attività era camminare…camminare…camminare. . nell’inconfessabile speranza che in fondo una meta, un principio, un termine, in quel labirinto temporale ci fosse.
.
Da tempo ormai i suoi abiti si erano sfarinati, viaggiava nudo…. tanto la temperatura era sempre la stessa e non pioveva mai. .
Quel Labirinto però, costringeva a pensare.
Estraneo ai tormenti del fardello quotidiano, nudo come il suo corpo, il pensiero volava libero, sorpreso e compiaciuto. Proprio come l’aquila che può cogliere visioni proibite agli umani, così anche lui poteva sentire espandersi il respiro, alitandolo come un soffio potente. E il Labirinto pareva incoraggiarlo, coi suoi silenzi e l’assoluto della sua presenza.
Perché ancora lo premeva il chiedersi con angoscia perché. . perché fosse proprio lì…Forse era impazzito. . o forse era pazzo “prima”?!
Non c’erano risposte, solo il dolce frusciare di un venticello e la tenera luce arancione.
Ma . . il Labirinto sembrò rispondergli…e “prima”…”prima”. . in quel mondo tormentato…forse avrebbe saputo rispondere?!
Assolutamente no. Da questo punto di vista i due mondi erano equivalenti. E altre domande non ce n’erano.
E poi si accorse di un fenomeno di cui non si era accorto, perso nel labirinto del suo pensiero….
Il Sole non sorgeva né tramontava…. era sparito. Quindi questo posto era, come dire. . fuori.
La seconda cosa che lo spaventò fu quello che in un primo momento prese per un suo difetto di vista. Sì perché avrebbe giurato che col trascorrere del tempo le stelle. . le stelle. . gli mancavano le parole. . insomma , gli pareva che le stelle stessero diradandosi. . Già la Croce del Sud non si vedeva, era a Occidente…e ad Oriente anche la sua compagna era scomparsa.
Ma la terza cosa che lo fece quasi piangere di gioia, fu la comparsa di un’ombra…lontana lontana…si avvicinava…quando la riconobbe …cadde in ginocchio, gli occhi bagnati dalle prime lacrime versate in quel posto.
Quell’ombra era una donna…. nuda come lui…. in quel mondo assurdo.
Non ci fu bisogno di parole…anche perché scoprirono che “prima” erano di due paesi diversi e parlavano lingue differenti. Ma “lì” si comprendevano a meraviglia. . senza parole.
Anche lei cadde in ginocchio…. era nera, la sua pelle brillava nella luce dolce assumendo strane luminescenze….
Nella notte dormirono accucciati insieme…. li illuminava la loro beatitudine.
Si svegliarono insieme…qualcosa era cambiato.
Il Labirinto…maestoso ed alieno, era sparito.
E loro stavano guardando da una piccola altura un mondo nuovo di zecca.
Un caldo sole arancione benediceva quel primitivo Eden, traendo strani e dolci riflessi dal panorama ricco di piante, ma soprattutto di una miriade di laghetti che riflettevano la luce di quell’affascinante Sole.
Nuovi Adamo ed Eva…si presero per mano e si incamminarono giù per la collina…. Conoscevano la loro missione.
E per la prima e ultima volta il Labirinto parlò: ”Vi dono tutto questo…non rovinatelo come…. ” Sapevano benissimo a chi alludeva. .
Continuarono la discesa verso la tenera vallata, chiedendosi quale fra tutti quei dolci laghetti sarebbe stato il loro Lete.
Il rumore del battello ti entrava negli orecchi gracchiando come una vecchia rana. La chiglia quasi piatta smuoveva l’acqua creano una leggera spuma in una marea di fango. Ai lati correvano imponenti masse di gladioli di un arancio accecante. Spuntavano dal fogliame un gruppetto di ragazzini , che ridendo e ciarlando smuovevano quei fiori di quel colore così intenso. Molti di loro erano più bassi dei fiori stessi, le loro faccine orientali si intonavo a quella vegetazione imponente. Fiori dei quali ero abituata a vedere recisi, nel loro habitat erano più simili ad alberi, con fusti imponenti e fogliame carnoso. Una volta raggiunta la sponda, scendemmo da quell’imbarcazione provvisoria, per incamminarci nel sito religioso, punteggiato da pagode e templi. Il selciato era di un bianco brillante, sembrava la scia di una nave. Non ci rimaneva che seguirla. Un coda composta di persone con le mani raccolte al seno e con lo sguardo basso scorreva come un grosso serpente colorato, per venire mano mano inghiottita da un edificio ricco di guglie di gesso scintillanti. Disteso in mezzo all’area un Budda enorme, accecante nella sua pelle bianca e vitrea. La veste arancio e oro lo copriva interamente, lasciando scoperti solo una spalla e i piedi. Piedi che raffiguravano il cosmo. Rimasi pietrificata nel vedere una simbologia perfetta fra microcosmo e macrocosmo. Tutto intorno grosse ciotole di terracotta, dove i devoti ponevano una moneta, recitando ad ogni passo una nenia sempre diversa, con delle punte acute, che lentamente venivano rispedite nel tintinnio della moneta che cadeva nel coccio. La testa del Budda era rilassata, collassata sull’enorme mano sinistra, anch’essa come i piedi raccoglieva una simbologia all’interno del palmo, poco visibile a causa dell’altezza. Lo sguardo rilassato sembrava controllare ad uno ad uno i devoti, i turisti e i curiosi, nella sua gigantesca immobilità. Si entrava da un lato a nord, per uscire a sud e proseguire il percorso verso uno dei templi più imponenti. Le scale irte, ad ogni scalino il fiato si accorciava e ti portava verso l’alto con uno scatto affannoso. Il cielo, si era tinto nelle ore della sera del colore delle vesti del Budda, arancio, giallo e oro, per regalarci uno di quei tramonti che rimarranno impressi nella mente e nell’anima. A fare da specchio la “bianchità” della costruzione, mentre la cornice era di un indaco impressionante. In fondo avevo percorso tutti quei Km per vedere i colori dell’Asia, in quel periodo quando la stagione estiva (la loro) volge al termine per lasciar spazio ai venti e ai rovesci improvvisi, che riducono le strade a dei rigagnoli melmosi, lavano le piante rendendole ancora più lussureggianti. La salita era faticosa. Ci reggevamo con forza alla fune laterale. Salivamo lentamente, sferzati dal vento e abbagliati da quel cielo sanguinolento. Un mantra in lontananza ci cullava nella salita e via via che ci avvicinavamo alla cima un altro rumore come delle vele slegate si sovrapponeva all’altro molto più corretto e preciso. L’ultimo scalino ci regalò un sospiro di sollievo e una veduta meravigliosa. A perdere lo sguardo un jungla ingorda che restituiva del suo paesaggio solo le punte dei templi e delle pagode. Il cielo pennellato a tinte forti e approssimative, continuavano a restituire quella luce intensa, abbagliando lo spettacolo delle vesti dei monaci, che imperturbati continuavano il loro mantra verso l’infinito. Le vesti arancio brillavano e si muovevano in un verso e poi nell’altro seguendo il vento come in un copione definito,per poi scontrarsi le une contro le altre, disordinate, ma sublimi.
L’arancio è un colore che mi piace, è allegro, vivo e dà forza, ma per la natura rappresenta il cambiamento. Quando dall’estate si passa all’autunno ecco che tutto si tinge di giallo, rosso e quindi arancione. Ho notato che alcune donne invecchiando, per coprire i capelli bianchi passano al rosso che comunque tende all’arancio. Anche io ho fatto quel percorso e le prime volte che mi vedevano con quel colore non troppo accettato qualcuno mi diceva che stavo bene , ad altri non piacevo troppo, ma ricordo che un mio amico, con scarso tatto, mi disse: Oh che ti sei fatta anche te il rosso menopausa!!!!
Nonostante l’arancio sia un bel colore acceso, non ho l’abitudine di comprarmi vestiti o accessori di questo colore ma, in salotto, ho una parete di un arancio un po’ rosato e, quando in inverno rientro a casa e mi trovo davanti questa parete illuminata dal sole mi sembra che quel pezzo di muro colorato mi scaldi il cuore.
Non avevo riposato bene quella notte e benché avessi cercato di auto convincermi che ciò che dovevo affrontare non era poi cosi grave, perlomeno al momento, mi sentivo a terra.
Niente colazione. Dopo una doccia veloce, indossati gli abiti di sempre, valigia in mano, si parte destinazione ospedale.
Aprendo la porta i raggi tiepidi di un sole di fine ottobre colpiscono i miei occhi e mi stupisco di come fuori tutto sia pervaso da una luce arancione quasi magica, dorata e brillante: mi consolo interpretandolo come buon auspicio. Pochi chilometri e sono a destinazione accompagnata da mio marito tristemente premuroso.
Attraversiamo l’atrio; rumore di voci, volti sconosciuti, camici bianchi. L’ascensore è grigio, stretto e anche lento. Si ferma al terzo piano, l’apertura scorre per farci uscire; ed ecco che mi ritrovo in una sala d’aspetto silenziosa, spaziosa, rilassante dove tutto è arancione, anche le luci soffuse irradiano lo stesso colore.
Un’infermiera ci fa accomodare dicendomi di aspettare la chiamata, la guardo: anche lei porta una divisa arancione. Mi chiedo se questo sia il colore della calma e della tranquillità. Di lì a poco, nel silenzio sento il mio nome, mi alzo e, dopo un tenero saluto con mio marito, mi incammino.
Passando vicino alla vetrata lancio un ultimo sguardo al cielo cercando la carezza dei raggi di un sole che mi appare ancora più arancione e radioso di stamattina.
Non camminava: malgrado le creme, le pasticche e le goccioline varie, non riusciva a camminare e il dolore era forte.
Era stata sconsiderata: lo sapeva.
Si era comportata come una donna intera mentre invece adesso, nella sua nuova vita, era a pezzi.
Ma non si fece prendere dalla disperazione: non poteva permetterselo.
Prese l’automobile e a fatica si diresse verso la seduta di fisioterapia.
La gamba le doleva ma riuscì ad arrivare.
Parcheggiò, venne fuori dall’auto e, appoggiandosi alle sue bellissime stampelle arancioni, riuscì a muoversi. In fondo era contenta: a dispetto di quel che le succedeva, ancora se la cavava.
Era in anticipo sull’ora dell’appuntamento così si diresse verso un bar per prendere un cappuccino.
Mentre si avviava verso il bancone vide quegli occhi che venivano fuori dalla mascherina e la riconobbe: si fermò un attimo, la riguardò e fu sicura che era lei ma non era stata riconosciuta.
Gli occhi grigi, rispondendo al suo sguardo, esprimevano un interrogativo.
Si riprese e andò a ordinare il cappuccino: nel frattempo doveva decidere se salutarla o no.
Venivano fuori a grappoli i ricordi di un’amicizia che forse non era stata tale se erano passati quarant’anni in cui non si erano cercate.
L’aveva amata.
Era stata l’amica a chiudere dopo che le aveva inviato una poesia di Pasolini, ma non ne ricordava le parole.
Si innamorava sempre delle persone: sua madre glielo rimproverava in continuazione.
Era un amore fatto di dipendenza.
Decise che le avrebbe rivolto la parola.
Nella sua nuova realtà non c’era più posto per scappare.
Così si avvicinò e disse il nome, un nome non comune: non ci potevano essere equivoci.
Ma l’amica non ricordava.
Si dovette togliere la mascherina per essere riconosciuta.
Si parlarono come due conoscenti abbastanza guardinghe.
Era soddisfatta.
Non si era vergognata di come era, di come appariva.
Nella sua vita era esplosa una bomba e si vedeva.
Tutti i suoi pensieri, sentimenti, idee, sogni, illusioni, speranze, azioni, affetti, … erano stati sbalzati fuori dai loro scaffali ordinati, proiettati ovunque e mescolati in una completa tempesta metereologica. Come prima dell’esplosione c’era tutto ma la fruibilità dei singoli elementi era diventata estremamente complessa se non impossibile.
Si perdeva all’interno di questo.
Portava in sé la dolorosa fragilità di tenere insieme il tutto ma c’erano quelle meravigliose stampelle arancioni che l’aiutavano a sorreggere il peso.
Stava lentamente rimettendo a posto ogni pezzo della sua storia e non provava più imbarazzo, o quasi, di essere quella che era.
Si era confusa solo nel dire in che via era diretta.
Sapeva che sarebbe stata giudicata.
Per capire quell’incontro si affidava alla sua lentezza nel comprendere e attendeva quel che sarebbe venuto, quando fosse venuto.
Nell’immediato non lo sapeva.
Ma era sempre così.
Ma lei era così!
Aveva impiegato anni per rendersi conto perché l’amica ritrovata chiamasse la sua 500 “diosperina”: per molto tempo non le era venuto in mente il colore arancione!
A scuola si andava a piedi, erano inevitabili le fermate ai negozi del paese: dalla Marina per il semellino con la mortadella o la schiacciatina salata, qualche volta il pandiramerino. con i primi di ottobre, io aspettavo con trepidazione le cupole di giuggiole nella bottega di zia Emma, ne ricevevo un bel cartoccio.
Lei spesso era nel retrobottega a preparare le verdure cotte, ma quando la vedevo sulla porta che si riposava guardando passare i bambini chiassosi con i grembiuli neri e bianchi, e il fiocco fresco e croccante al collo mi illuminavo tutta.
Lei era molto tenera con me, mi chiamava Titta, aveva avuto due maschi un po’ rustici e poco affettuosi e io bimbetta la intenerivo. Era contenta di vedermi, faceva due chiacchiere con la mamma e a me regalava un bel diospero maturo.. io ero golosa di quel frutto che non piaceva a nessuno dei miei fratelli.
Lo portavo con attenzione nel palmo della mano fino a scuola. Vani erano i tentativi di mio fratello grande per farmelo cadere a terra. Lo difendevo con tenacia.
Non so proprio come facessi a mangiarlo a scuola, ma vi assicuro che ancora oggi aspetto di vedere sull’albero i primi frutti maturi per gustarne il sapore. Tanta è stata la passione per questo frutto bello e colorato che sono riuscita a trasmetterla ai miei nipoti e anche a qualche alunno della scuola dove ho lavorato.
La cuoca Silvana, mia complice, mi aiutava nel procurarmi i frutti di stagione insoliti e con l’aiuto della dietista scolastica si incoraggiavano i bambini a provare i frutti del nostro territorio.
A novembre i bei diosperi maturi venivano serviti con cura e attenzione. Ne proponevo piccoli assaggi scrutando le reazioni e i commenti. I bambini partecipavano con discrezione, erano le famiglie che poi contribuivano all’esperienza, inviando dai giardini di casa cesti di frutti belli e lucenti che maturavano in classe aspettando i curiosi e golosi assaggiatori.
Arancione non è dimensione semplice, non facile da trovare, né da raggiungere. Se fosse così, si chiamerebbe arancino. Invece è roba grossa, “arancione”, una somma, il traguardo di una tappa in salita, una miscela di scene di vita che nel ricordo r ispuntano colorate di rosa tenere e amorose, piene di abbracci pronti a non fare cadere. E poi sono diventati ricordi giallini, aspri ma luminosi, appena appena usciti dal verde assoluto, vogliosi di stelle, di sogni, di ginestre dei boschi d’estate. E, quasi senza averne consapevolezza vera, ma più solo trascinati dalla vita, c’è stato un lungo periodo di fiamme, tutto colorato di rosso, di passione, di passioni, di baci da film, bandiere rosse, tutto o nulla, dove le parole erano mai e per sempre, senza tentennamenti, senza colori sbiaditi, puri e convinti di essere monoliti inattaccabili, diamanti splendenti. Poi il rosso è diventato scuro. E quanto possa essere scuro il rosso lo sa chi lo ha visto c olorarsi di dolore, di sangue, di paura, di solitudine, di crolli e perdite. Che poi, ogni volta si continua, ci si mette tutto il cuore rimasto, si stringono forte i denti, e si va avanti. Ma si percepisce il pericolo accanto. E il pericolo vero è che il rosso, tra la possibilità di stemperarsi in arancione mescolandosi a colori di vita, e quella altrettanto a portata di mano ‘, di perdersi in un nero che a volte puo’ sembrare riposo, e rifugio, e calma’, anziché arancione, diventi marrone, che è sempre un “one”, che è madre terra, ma è pericolosamente vicino a colori che anche mescolandosi ad altri, non hanno possibilità di schiarire.
L’arancione va cercato, si trova a volte sotterrato. La cameretta che dividevo con mia sorella aveva pareti dipinte di giallo, e soffitto arancione, e ci spendeva sempre il sole. Ho stretto mani tese negli ultimi tempi, radici sotterranee che erano li’ anche quando non le vedevo, che bastava cercare , che sono mani calorose e affettuose di amici creduti persi, amici che erano ragazzi e vicino ai quali si è cominciata la vita. Ed è esploso un gran calore subito, quando ci siamo accorti che l’affetto rimane intatto, che quando ci siamo voluti bene da ragazzi, è per sempre. È quell’affetto il monolite che tradisce il tempo, e che fa rinascere la voglia di colore, anche in autunno, sono sicura, anche in inverno.
Sulla tavola campeggiava un cesto che mandava riflessi aranciati. Quasi una natura morta su cui aveva la meglio la scorza rugosa di una zucca,sulle corazze lucide della corte di diosperi che avevano bisogno di una piccola spinta per maturare del tutto.
Fuori era il grigio ad avere la meglio.
Il cielo era compatto, come una lamina senza la più piccola venatura di azzurro. Quasi un mare capovolto e privo di ogni sua carica benefica ed energizzante.
Tutto il contrario. Quella cappa fiaccava anche gli spiriti più allegri e ben disposti verso la vita.
E non era il suo caso.
Tanto meno in quel giorno. Di fronte aveva solo un porta che si era chiusa definitivamente.
Sentì una morsa stringerle il petto. Cercò conforto nelle vecchie foto e nelle cose di lui.
Sfiorò più volte la giacca che aveva indosso nelle sue ultime ore. Ne aspirò il profumo e pianse.
Pianse, come non aveva mai pianto prima.
La scatola delle foto a cui teneva come un tesoro giaceva sulle sue gambe. Si decise ad aprirla scorrendo alcune foto senza vera convinzione, fino a che non trovò quella che cercava .
Foto di Marta Vezzani
Le note di arancione che stavano incendiando la sua tavola quella mattina l’avevano indirizzata a quella foto e a quel preciso fermo immagine.
Davanti aveva uno scorcio di Parigi. Colorato e vitale malgrado il pallido cielo autunnale stendesse la sua fredda coperta su tutto.
La cupola di Montmartre svettava sui tetti delle case riuscendo a malapena a battere il colore biancastro e compatto del cielo.
Due giovani stavano percorrendo in discesa la strada luccicante per la pioggia recente. Si tengono per mano e parlano fra loro. Sembrano preoccuparsi solo di questo, al resto non danno la minima attenzione.
Non è un problema né la strada resa sdrucciolevole dalla tipica pioggerellina parigina, né quella lastra compatta e grigia del cielo che incombe sulle loro teste.
Non sembrano accorgersi nemmeno del vero tripudio di colori che l’autunno era in grado di regalare.
Persi, uno negli occhi dell’altra. Il resto non esisteva.
Né la vite americana che bordava le facciate delle case lasciando libere solo le finestre e le porte, con i toni cangianti del suo rosso violaceo fino all’arancione più sfavillante.
Né le fronde degli alberi appena scalfite, ma non ancora dome del tutto, dalla caducità delle foglie.
E’ tutto un gioco di verdi che resistono ancora e si rincorrono con giallo, arancio, ruggine e i primi accenni di marrone.
I letti di foglie al limitare della strada già raccontano di un inverno che sta preparando giorno dopo giorno il suo ingresso in scena .
Loro son troppo presi per badarci.
Sfiorò la foto con una carezza tremula, quasi avesse timore di spezzare quell’incanto e con esso i ricordi che erano tornati ad affastellarsi.
Un tempo lontano. Lontanissimo, anzi.
I suoi studi a Parigi. Il suo incontro con Philippe. Un viaggio iniziato per se stessa che era diventato ben presto un viaggio per due.
Viaggio, che pensiero eccessivo per l’oggi così pieno di dolori e di anni e di una perdita che l’aveva lasciata sfiancata e fiaccata come mai avrebbe potuto immaginare.
Fin troppo spesso e da tempo, il mondo esterno lo scrutava, anzi lo percepiva attraverso la finestra di casa, più che viverlo realmente.
Viaggiava sull’onda dei ricordi.
Si aggrappava a quelli belli, quelli che riaccendevano i sentimenti .
Quella foto, riconobbe, in quel giorno era un vero toccasana. Curava l’anima.
Solo lei era in grado di sapere quanto ne avesse bisogno.
La nostalgia scese come un velo.
Si fece sentire di più ad ogni passaggio della sua mano sulla foto.
Ne trasse conforto. Sentì che il calore di quella scena ravvivava un po’ anche il suo essere.
Rivide ciò che i suoi occhi avevano visto allora.
I ciottoli luccicanti del pavé, la casa della nonna quasi coperta per intero dalla vite americana di un arancione brillante. La porta di ingresso a far contrasto, col suo blu elettrico, quasi spicchio di mare fuori contesto. La nonna Céline dietro alla finestra del salotto che li scrutava attraverso l’obbiettivo della sua macchina fotografica e scattava quella insieme ad altre foto .
La nostalgia si tinse di tristezza, anche se solo per un attimo. Fu la gioia a riprendere il sopravvento e a cullarla.
Rivide le sue guance arrossate per il primo freddo e per l’eccitazione mista ad ansia. Presentava Philippe alla nonna proprio quel giorno.
Sperava così tanto nella sua approvazione.
Lo conosceva da poco tempo, eppure era riuscito a diventare da subito tutto il suo mondo. Sperava davvero che sua nonna lo apprezzasse.
Nel bagliore rosso arancio del camino le sue guance erano diventate tizzoni. Lo specchio che aveva di fronte non mentiva.
Come non mentivano i suoi occhi neri, lucidi e vividi mentre cercavano risposte in quelli di sua nonna.
Bastò un cenno per riempirla di felicità.
Aveva percorso una vita intera quell’amore da ragazzi.
Intenso e solido aveva attraversato bonacce e tempeste e anche i giorni insidiosi del tran tran e dell’abitudine che avevano minato più di una unione delle sue amiche .
Sembrava avesse tratto forza proprio dalla stagione in cui era nato. Calda, a tinte forti, con l’arancio a farla da padrone in tutte le sue sfumature, a infondere ottimismo e gioia di vivere le proprie emozioni, a rinnovare la passione giorno dopo giorno tenendo a bada i pensieri negativi.
Era durato tutta una vita.
L’addio in una gelida giornata di gennaio. Appena il giorno prima. Definitivo, di quelli che pesano come non mai dopo oltre 60 anni di vita in comune.
L’uomo scarno, pallido e con gli occhi infossati, non era più il suo Philippe .Quello che aveva incontrato in quei giorni infuocati di arancione non c’era più da molto tempo.
Si era spento a poco a poco perdendo lucidità e la vitalità che erano state sue compagne da sempre.
Le sue mani sempre più scheletriche sotto le sue carezze, erano fredde da giorni. Come prive di linfa vitale già prima che la vita le lasciasse del tutto.
Sentì una fitta al cuore.
Philippe se n’era andato senza mai aprire gli occhi nemmeno per un ultimo istante.
Avrebbe voluto tanto mostrargli quella foto nella speranza di veder riaccendersi un guizzo di arancione prima che si spengessero del tutto.
Strinse al cuore la foto, chiuse gli occhi.
La voce di Philippe tornò a risuonare per un momento. Le sembrò un concerto mentre su quella via parigina le parole si mischiavano al parlottio delle foglie degli alberi scosse dal vento .
Anche loro cercavano in ogni modo di sconfiggere la legge della loro caducità inevitabile. Si abbandonò al suono dell’una e delle altre cercando pace.
Dopo 6 ore di lezione al liceo il primo e più grande desiderio era entrare in cucina, al caldo, trovare la tavola apparecchiata e un piatto caldo ghiotto. Ogni volta ci cascavo in quella speranza e le delusioni erano costanti. Aprivo la porta schiacciata dai libroni (perché non si sa come la cultura ha sempre il suo peso) e trovavo lei appesa a qualche scala, barattoli di vernice che colavano colori e il pennello in mano.
“Ma che ore sono?” diceva sobbalzando, guardandomi con un terrore che subito scatenava il mio.
“Le due” rispondevo affranta
“Oddio!!” e balzava giù dallo scaleo a rischio di fratturarsi tutta, zompando sul fornello irrimediabilmente spento.
“Pasta a burro?”
E come no? Certo! Una bella tristissima pasta a burro, molto ma molto “al dente” per non scollinare alle tre con la tavola apparecchiata.
La cucina calda dei sogni era un frigorifero di finestre spalancate, perché le vernici, specialmente allora, erano pure parecchio tossiche.
“Come è andata?” diceva mascherando i sensi di colpa correndo frettolosa dall’acquaio al fornello, ciancicando fagottini oscuri tolti dal frigo, forse più caldo della stessa cucina dove rassegavo i miei tremiti scolastici confondendoli con quelli climatici.
Un “Bene” laconico copriva ogni sfumatura di pensiero, la via più corta per raggiungere senza troppi danni il pomeriggio, in cui un’amica stufetta mi avrebbe riscaldato le mani sulla versione di latino.
Lei a quel punto sazia delle sue scorribande colorate sulle pareti di casa, un po’ in colpa per l’allergia verso la prodezze alimentari, mi avrebbe fatto compagnia dalla stanza accanto, fingendo di fare la calza. A farmi compagnia era il rumore dei ferri che cadevano, tintinnando, che mi dicevano che c’era, era di là, a pochi passi di distanza e di sicuro mi pensava e si faceva domande che poi si riassumevano in una unica, confusa e ansiosa, appena riemergevo dai vocabolari.
“Come hai dipinto oggi il salotto?” chiedevo allora e lei scopriva i teli e diceva radiosa un colore sempre diverso.
L’ultimo, il più longevo, quello che durò fino alla fine, fu un arancio rovente spalmato a gran pennellate.
“Vedi, la sera, con la luce accesa, vista da fuori, la stanza sembrerà un faro e voi la vedrete da lontano e vi guiderà”.
Infatti, girando in certe sere la curva dietro Via Atto Vannucci, alzando gli occhi in su, la luce era di un faro arancione al secondo piano, almeno quando c’era dentro lei, con il suo finto lavoro a maglia e i ferri che continuavano a cadere.
L’aria era frizzante. Alle prime luci del mattino i rami rigavano lo sfondo creato dalla pianura nebbiosa.
Si muovevano fra gli alberi alla ricerca del punto migliore dove fermarsi mentre, intorno a loro, i colpi aumentavano con l’avanzare del giorno. Trovato il posto più adatto, lui si fermò per scrutare il cielo, saggiare il vento e ascoltare i versi poi si rimpiattò dietro ad un folto cespuglio per iniziare l’attesa. Di tanto in tanto suonava lo “zipito” che lo aiutava nel suo intento. Lei appoggiò le spalle ad un tronco e cominciò a svegliarsi. Per arrivare lì si erano alzati due ore prima e, Dio solo sa, quanto le fosse difficile lasciare il sonno così presto. Si era fatta trasportare fino a quel campo e adesso, mentre cominciava ad esserci con la testa, si guardava intorno e ascoltava gli spari ovattati dalla bruma. Vide che erano in un frutteto e che ai rami nudi pendevano dei grossi, grassi cachi. All’improvviso era perfettamente sveglia. Allungò la mano e ne colse uno che si staccò facilmente. Non aveva fatto colazione e poi lei ne era golosa. Lo portò alle labbra. Lo morse. Si ritrovò in bocca un succo dolcissimo che avvolgeva quella polpa scivolosa e gelatinosa: gliela riempiva tutta. Si rese conto di essere in un paradiso terrestre e che tutto quel ben di Dio era a sua disposizione. Non si fece domande sul proprietario del campo né sull’opportunità di quel che stava facendo e cominciò a mangiare un diospero dietro l’altro. Quando lui se ne accorse, cominciò a dirle di smettere, che si sarebbe sentita male: ma lei continuava imperterrita al massimo del godimento.
Non fu la sazietà a fermarla né le esortazioni ma una gragnuola di pallini provenienti dai colpi sparati dai cacciatori sparsi intorno, alla ricerca del tordo perduto. Dovettero andar via di lì. Quella fu la prima ed ultima volta che si recarono a caccia insieme. A lei rimase sempre il rammarico di non aver potuto mangiare più cachi di quelli che aveva fatto fuori.