Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo.
Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni
Indosso un tailleur color indaco, un bel blu che si imparenta con il viola.
Mi sento molto carina ed elegante, una giovane donna affascinante.
È vero, avrei potuto indossare il tubino rosso, sarei stata più sexy.
Ma, come mi dico spesso, a quarant’anni noblesse oblige, meglio puntare sull’eleganza, la raffinatezza che non sulla seduzione, troppa under concorrenza.
Chanel nere tacco sei, meglio non esagerare.
Un’ultima occhiata ai miei capelli scuri taglio Valentina Di Crepax e via…mi incammino.
Incontro lui, capello scaruffato, barba alla “stamattina è meglio non farla”, pullover marrone chiaro quasi beige, di quel colore che non dona a nessuno, un paio di jeans bracaloni.
Mi guarda, lo guardo.
Aveva gli occhi buoni, aveva gli occhi belli e veniva, veniva dal mare.
Non parlava un’altra lingua però sapeva amare.
Allungo la mano, lui la prende e iniziamo a camminare.
Non ho più un tailleur color indaco ma una tuta rossa, larga, di quelle che ci si sta bene, scarpe basse, capelli corti bianchi.
Ripenso al mio tailleur color indaco, così elegante e sorrido.
Stringo la sua mano, così calda e continuiamo a camminare.
A volte viene giusto, altre non assomiglia a niente.
Questa volta mi compro l’indaco
Voglio proprio vedere che sfumatura ha
E il turchino?
Sì quello che le lavandaie, dentro un sacchettino di stoffa aggiungevano al risciacquo dei panni prima di stenderli al sole e che chiamavano turchinetto.
Si, mi prendo anche il turchino.
Se lo trovo, se esiste, se riescono a convincermi che adesso esiste ma che ha cambiato nome…
Come mi incantavano i panni, stesi al sole, in lunghe file sul prato che sventolavano con quei lampi azzurrini, celesti, proprio turchini. Sì li prendo tutti, prussia, cobalto, oltremare, turchino, indaco, proprio indaco, così sono sicura di azzeccare la tonalità.
Che anno il 1961 a ripensarci oggi. Un anno senza uguali . A febbraio, i nostri occhi fanciulli avevano dovuto vestirsi di vetri affumicati per seguire quella che oggi sappiamo essere l’ultima eclisse del ventesimo secolo. Eravamo stati lì a guardare il cielo con un misto di eccitazione e esaltazione e paura, mentre vedevamo pian piano svanire la luce, il cono d’ombra della Luna invadere il grande cerchio del Sole fino a spegnerne gli effetti sulla Terra. Attorno , per un lungo attimo sentimmo il freddo, vedemmo il grigio e l’annullamento dei colori mentre gli animali, noi con loro, erano ammutoliti ! Non ci eravamo ancora ripresi del tutto e arrivò quella mattina del 12 aprile che cambiò il mondo per sempre. Un ciclo era arrivato a termine si apriva un’epoca nuova. Un passo importante nella storia dell’umanità e quindi anche nostro che ci aprivamo al mondo del futuro e lo guardavamo con gli occhi dei nostri 9 anni. Alle ore 9, 07 , ora di Mosca , una navicella spaziale dal nome esotico Vostok (Oriente) si era levata in volo puntando allo spazio siderale. Superata l’atmosfera, aveva poi orientato la sua rotta in un’orbita attorno alla terra che era durata 1 ora e 48 minuti. Per allora, una eternità. E non era tutto . C’era un uomo a bordo . Yuri Gagarin figlio di contadini che in un attimo era diventato pure un figlio delle stelle. Anzi lui stesso era diventato una stella. Non c’era la tv a seguire gli eventi . Era la radio a portare in tutte le case le notizie. Le raccontava e noi ci mettevamo il di più della immaginazione che traduceva le parole in istantanee di una pellicola da film. Ognuno poteva girare il suo a piacimento. Occorreva aspettare il giorno dopo i giornali con le loro foto e i loro articoli per leggere e veder documentati in foto gli eventi. Allora potemmo anche vederlo quel ragazzo sovietico dagli occhi ridenti e dal sorriso radioso e tanto accattivante da farcelo sentire come uno di famiglia, uno di noi. Uno di noi, che aveva conquistato lo spazio! Che cosa enorme. Inimmaginabile fino al giorno prima. Le foto sui giornali della curva della Terra contro il nero del cosmo, erano corredate con le prime parole di Gagarin :” Il cielo è molto nero, la Terra azzurra. Tutto può essere visto chiaramente”. Ricordo che a scuola andammo elettrizzati per quell’impresa. Anche nei giochi facevamo correre l’immaginazione che ci portava diritti su quella scaletta per entrare in quel pertugio, per poter fare come Yuri il nostro giro del mondo. Non sapevamo nulla di geografia astronomica. Entrò nelle nostre vite e nella nostra dimensione allora, insieme a lui. Sentivamo parlare per la prima volta di assenza di gravità e ci ritrovavamo a pensare di poter galleggiare anche noi, distesi su immensi aquiloni spaziali, sopra quella sfera immensa di colore indaco. Stava lì da quando nella notte del tempo astronomico, per uno scontro di energie tutto aveva avuto origine. Per la sua posizione nello spazio siderale e rispetto al sole aveva potuto avere l’evoluzione che nessun pianeta del nostro sistema solare aveva avuto , tanto da permettere la vita di esseri viventi e di una natura rigogliosa e varia. Stava lì , appesa senza fili nello spazio siderale e ora lo sguardo di un essere umano, uno di noi, un fratello, un amico, aveva avuto il privilegio di accarezzarla come si deve fare quando si ha a che fare con la bellezza assoluta. Nel mondo di allora , uscito da non molto tempo da una guerra devastante e mondiale causata dalla lucida perversione dell’ideologia nazista di dominio sul mondo le parole di Yuri aprivano una speranza per un futuro diverso. ”Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”. Ci sembrava impossibile non vedere le linee di separazione fra stati. Le cercavamo in una gara inconsapevole e fanciulla che partiva dal riconoscere piccola piccola piccola la sagoma dello stivale nel quale sapevamo di abitare. Nella sfera azzurra, dall’alto dei nostri aquiloni spaziali con i quali continuavamo a muoverci appena possibile giocando di fantasia, nessuna linea visibile di quelle che a scuola cominciavamo a studiare sulle carte geografiche. Nessun limite a perdita d’occhio. Non eravamo in grado allora di fare il salto di pensiero che ci avrebbe precipitato in una visione a tutto tondo, venata di filosofia. Eppure a vedersela lì in quelle foto quella immensa palla blu una stilla di pensiero lo faceva venire, per forza di cose. Se non c’erano linee di confine visibili, anche i popoli potevano intendersi come parte di una intera e multicolore famiglia umana con un identico destino nel bene e nel male, anche se con storie , usi e costumi diversi fra loro. Pochi anni dopo Yuri Gagarin , anche Valentina Tereskova potè posare il suo sguardo da prima donna su quella meraviglia. E dopo qualche anno ancora il primo uomo riuscì a metter piede sulla superficie della Luna. La conquista dello spazio non si accontentava più di ruotare attorno al Pianeta Blu, mirava ad andare oltre. Eravamo già più grandi allora . La Tv ci fece vivere in diretta tutte le fasi dell’allunaggio. Fu magnifico ed esaltante, anche se purtroppo per l’immaginazione che ci aveva fatti salire sui nostri aquiloni spaziali in quel 12 aprile del 1961, la porta si era chiusa per sempre.
Indossò un body miracoloso all’alba, in una giornata calda da scoppiare, se lo tolse un’ora dopo, sostituendolo con della biancheria, più comoda anche se meno contenitiva, a voce alta ringraziò quella decisione, in fondo era sua figlia che si sposava, mica lei…cercò di stare calma, doveva e voleva che fosse un giorno normale, perché tutto era normale, era stata anche lei negli anni 70 una sposa colorata, ricordava quel vestito fucsia e verde con poca nostalgia, gli anni sbiadiscono i colori, ma la gonna di quel suo pezzetto di cuore brillava, la duchesse bluette era stata un scelta veloce e consapevole….una delle poche cose che avevano fatto insieme, oltre ad amarsi alla follia naturalmente… La sarta aveva cucito punto, per punto con tenerezza, come solo un’ amica sa fare.. Era quasi l’ora… guardò la sua mise incredula, tutte quelle sfumature di cielo erano cadute addosso anche a lei, in un intreccio di turchese, indaco e verde… Controllò il suo compagno di vita, era stato bravo, tanto, forse anche troppo, quando ti hanno insegnato che le cose possono essere in un modo solo, si fa fatica ad accettare cose diverse, molta. Per lei era stato meno complicato, lei amava l’ amore, non conosceva la parola “diverso” era stata cresciuta da una folle maestra… Ed ora, era lì in un 15 luglio bello da morire, con piazza Signoria che regalava aliti leggeri di vento, un palazzo Vecchio che sembrava casa, con un Davide nudo fuori e dentro che sorrideva alle spose. La gonna indaco ondeggiava, la gerbera rossa spiccava, sul top di seta avorio… E quell’ARCOBALENO di gente non la spaventò, sua figlia era felice e voleva gridarlo, non lo fece, che figura avrebbe fatto con la nuora… Vide gli amici di sempre, i famigliari, i volti sereni, gli occhi sinceri, riuscì perfino a vedere sua madre, un’ombra dietro una colonna anche lei vestita da sposa , indossava uno stupendo tailleur pervinca anni 30, percepì anche lo sguardo di sua nonna vestita quasi dello stesso colore, fu solo immaginazione ma le dette coraggio. La sala Rossa era gremita, in silenzio il cielo ascoltava l’unione di due persone che si amavano, un azzurro così forte da abbagliare si affacciava dalle finestre spalancate… Due pompieri sposi di fresco, si abbracciavano, davanti ad autopompa rosso fuoco….fu la prima cosa che vide dopo la cerimonia…. Qualcosa di fresco ecco ora ci voleva qualcosa di fresco, i più giovani fuggirono con le spose, lei ringraziò qualcuno lassù e si avviò con pochi intimi verso piazza Santissima Annunziata…il David di Michelangelo la salutò strizzandole l’ occhio….infondo era stata una giornata …normale…
“Indaco e marmellata di fichi” Indaco, il colore degli occhi di Manuela, quasi quattro anni, un blu intenso quando restava silenziosa e quasi ostile, tendente a pennellate violette quando il sorriso si affacciava sul suo viso gia’ troppo grande per la sua eta’. La conobbi in un istituto di bambini tolti alle famiglie e in attesa di adozione, bambini soli che avevano visto e provato gia’ in pochi anni, quello che non avrebbero dovuto mai sperimentare. Andavo con il gruppo universitario del mio paese a giocare con questi piccoli , un sabato al mese. Non potevamo portare giocattoli ma li costruivamo con loro sfruttando tutto quello che trovavamo, scatole, pezzi di stoffa e tanta fantasia. Manuela aveva quello sguardo straordinario, ci volle un po’ di tempo perche’ si addolcisse e prendesse fiducia. Si attacco’ a me e io a lei, venivo da una grossa perdita familiare e questa bambina mi aiuto’ ad amare di nuovo e ad aprire il mio cuore che si era svuotato anche di lacrime. Mi aspettava con le manine chiuse a pugno nelle tasche del grembiule, seduta sullo scalino della casa madre e mi correva incontro fino al cancello. Una volta apri’ la mano e mi regalo’ una caramella un po’ stropicciata, il suo sguardo era una fonte di arcobaleni confusi, era bellissima. Le ore volavano, facevamo merenda tutti insieme, sempre con pane e marmellata di fichi. Le suore ne facevano in grande quantita’. Un giorno la Superiora mi chiamo’ e mi disse che Manuela sarebbe stata adottata a breve e che bisognava cominciare a parlarle della sua nuova vita per prepararla al mondo che l’aspettava. Contava anche su di me dal momento che la bambina mi ascoltava ed aveva incominciato a parlare con piu’ scioltezza. In quei tempi lontani non c’era il supporto di psicologi o altro, bisognava fare tutto seguendo il nostro buonsenso e cercando di non fare danni. Quando la piccola parti’ sembrava serena, i suoi occhi non avevano quel blu profondo e impenetrabile che ben conoscevo. Non l’ho vista mai piu’, come non ho piu’ gustato quella buona marmellata di fichi che le operose suorine producevano alla fine di ogni estate. Mi avevano dato la ricetta ma devono aver nascosto qualche ingrediente perche’ non mi e’ mai venuta come quella. Debolezze umane! Ricordi lontani di colori e sapori, profumi di buona campagna, sfumature di cieli perduti nel blu, indaco e marmellata di fichi.
Ci vogliono i sogni per far riaffiorare quello che vorresti tenere nei cassetti se non di fondo, almeno di mezzo. Lì dove proprio male non fanno più, ma un pizzico di fastidio riescono a darlo ancora, come un piccolo tarlo che lavora instancabile nel legno logorandolo anche se sembra che non sia così.
Laura stava galleggiando in uno dei suoi sogni. Di quelli che arrivano sul far della mattina e restano in superficie e come un battito d’ali di libellula te li ritrovi a sfruzzicare l’anima appena apri gli occhi e riconquisti la dimensione del reale.
Si rivide nitidamente su quella scala. Stava scendendo, dopo la fine di uno spettacolo a teatro che non le era nemmeno piaciuto tanto. Stava per guadagnare l’uscita. Sentì una voce. La sua voce calda, che la raggiunse ancor prima di vederlo. Si fermò. Non sapeva se andare avanti o tornare indietro per trovare un’altra uscita.
Titubante decise di scendere ancora e a questo punto lo vide. Le girava le spalle. Era seduto su un divanetto stinto, con accanto una squinzietta anonima e palliduccia, di quelle tutte smorfie e poca sostanza.
Ridevano mentre si baloccavano piluccando pop corn, come degli adolescenti alla prima uscita in due.
La voglia di fuggire stava mettendo le ali ai piedi di Laura, ma non le cedette e disse un bel no dentro di sé. Condito bene bene da una colorita espressione che spesso prendeva in prestito dal dialetto siculo.
La scandì più volte per farsi coraggio. Con quella e il vestito color indaco che indossava trovò tutto il coraggio che pensava fino a poco prima di non avere a disposizione.
Sapeva di essere bella in quell’abito.
Lo vide attraverso gli occhi di lui che appena se la vide di fronte presero quel che di bovino stralunato che alcuni uomini lasciano trasparire quando si trovano in fallo.
La squinzia, come se niente fosse, invece continuava a piluccare il suo pop corn come se non sapesse fare altro.
Laura nel salutare sfoggiò uno dei suoi migliori sorrisi, calmi, soddisfatti, appagati e sereni. Era lui in estrema difficoltà. Si vedeva bene.
Non si aspettava di vedersela comparire, tanto più avvolta in quell’abito elegante che la fasciava accarezzando tutte le sue forme in quella nuvola blu viola.
Lui non trovò il coraggio di presentarla si limitò ad un saluto imbarazzato. Del resto altro non poteva essere.
La storia con Laura per lui non aveva significato granché. L’aveva presa con leggerezza. Sfuggevole, anguillesco e in fondo troppo infantile e bambino per immaginare da lui un impegno che non era nella sua natura. Un bambino di 50 anni malato di narcisismo è un pavone che la sua ruota la dedica a sé stesso, pretendendo dagli altri di far corte ma non di essere protagonisti alla pari.
La storia con lui era finita nell’unico modo possibile. Male.
Eppure Laura per molto tempo non era riuscita a farsene una ragione. Aveva pianto ed era stata male. Quanto aveva sofferto non era riuscita a confidarlo a nessuna delle sue amiche, tanto meno a sé stessa fino in fondo. Ci voleva quel sogno per rimettere le cose al loro giusto posto.
Lui ricondotto alla meschineria infantile che usava per fuggire, lei finalmente consapevole della colossale cantonata che aveva preso.
Mentre si svegliava del tutto a Laura sembrò di sentire ancora il fruscio del vestito che le accarezzava le gambe mentre varcava la soglia, facendosi inghiottire dal via vai affaccendato che c’era nella strada. Appena fuori, aveva guardato in alto alla ricerca delle prime stelle. Punteggiavano la volta di un cielo infuocato, ad oriente, mentre sul resto era l’indaco a farla da padrone. Quella visione tranquillizzante riusciva a stemperare anche l’ultima stilla di disappunto mentre allungava il passo.
Si alzò da letto rilassata e avvolta da una sensazione benefica che l’accompagnò per tutto il giorno.
L’indaco che colore è? E’ blu un blu intenso che si avvale dell’appoggio del viola.
Ama intervallarsi in cielo con sprazzi di luce rosa o violetta, rendendo i cieli autunnali di un colore speciale e rendendosi lui stesso speciale irripetibile, mai uguale.
In natura fiori di questo colore arricchiscono il giardino , spezzano i manti verdi come le piccole margherite di cielo stellato. Rigoglioso nel plumbago o imponente nella datura stramonio, con nomi fantastici dalle trombe degli angeli a quello delle streghe, pianta meravigliosa ma velenosissima.
Proprio per le sue capacità di collocarsi riesce a rendere anche un semplice pezzo di stoffa, un’icona, come i turbanti degli uomini blù del deserto (tuareg), che una volta indossato, circoscrivono occhi corvini e profondi.
Svolazza imperterrito sui tetti di Marracheck, una volta tinto e steso ad asciugare. Di tanti colori sulla pelle dei suoi tintori prevale al rosso al giallo e a tutti gli altri.
Un urto violento può trasformarsi sulla pelle in un’ematoma , appunto di questo colore e per gridare alla tua guarigione pennella di giallo i contorni.
Evidenzia gli occhi di giovani orientali, si unisce in un abbraccio su maioliche e mosaici.
Pennella le volte di cappelle medievali e rinascimentali.. Ha il lustro di essere in pittura antica costosissimo, realizzato con lapislazzuli che arrivavano direttamente da oriente.
Tinge le vesti delle varie Madonne in corso dei secoli. Rende sublime la Vergine del Parto, scoprendo sulla prominente pancia un lembo rosa pallido, ma Lei è ammantata da questo colore sovrano.
Famose moschee prendono il nome da questo colore. Donne d’oriente lo indossano nei giorni di festa.
Colore regale, e colore contadino.
La nonna Laudomia, aveva un grembiule di questo colore, di un tessuto non pregiato ma forte..il fustagno. Teneva su la pettorina con due grosse spille da balia.
Le tasche erano un vero mistero, profonde, piene di utilità. Era la borsa di Mary Poppins, dove al bisogno usciva un fazzoletto grande per soffiarci il moccio. Conteneva forbici, credo spago, un ago con filo e molto altro. E un mazzo infinito di chiavi, fermate anch’esse su un lato. Se non fosse per le sue umili origini farebbe pensare ad una nobildonna che detiene il potere della casa attraverso il suo mazzo di chiavi appuntato all’abito.
Non lo toglieva mai quel grembiule la nonna Lolla e con il tempo il suo indaco era sempre un po’ scolorito.
Serviva da borsa durante le passeggiate nei boschi o nei campi, per raccogliere pere, fichi, uva , noci e more, tutto quanto si poteva portare a casa. Lo fermava alla vita ai due lati e creava così quel marsupio così capiente e ricco di necessità.
Non posso non ricordare lei e dimenticare quell’accessorio così importante. Sopratutto da piccola, quando ancora non arrivavo alla vita e negli occhi ho stampato quel blu e quelle mani dure e nodose.
Quando se ne è andata alla veneranda età di 98 anni, aveva espresso il desiderio di indossare una camicia da notte rosa che le avevano cucito le sapienti mani di mia madre.
Ma alla sua destra ho pensato di piegarle il suo amato grembiule, chissà una volta arrivata a destinazione potrebbe aver avuto bisogno di quel suo accessorio che l’ha accompagnata per tutta la vita.
Forse è anche per questo che l’indaco è il mio colore preferito.
Un colore può fare la differenza? forse si o forse no.. Allora mi sono chiesta: quanto sono essenziali per me i colori? Molto nascosto, in me, c è un colore che ignoravo, l’indaco.
Mentre guardo il soffitto ad ogni fine giornata cerco di riassumere le ore appena passate con due spennellate di colore immaginario, in questo sfondo bianco. Stasera ho incontrato e stretto il cuore all’indaco e ho dipinto il soffitto di questo colore.
La prima pannellata racchiude la profondità di questo tempo.
La seconda l’incertezza degli sguardi.
La terza l’incontro dei colori che insieme danno vita all’indaco e così lo sento come segno d’incontri fra gli uomini, creando speranza.
Indaco ora che ti ho incontrato non scappare da me……
Vedo orizzonti, dove altri vedono confini. E non sono di un altro pianeta, solo una che da questa estate si sente Frida addosso. L’ho letta, ho copiato i suoi quadri, ho rivisto il film sulla sua vita, l’ho pensata, e sentita. E cerco gli orizzonti, e so che i confini me li porto dietro, costruiti con alte mura. Ma gli orizzonti li vedo immensi, colorati d’Alba, di tramonto, di foglie di ulivi argentati, o di alberi rossi d’autunno. Come tutto quello che ci si offre disteso dalle scale davanti alla Chiesa di San Quirico a Ruballa. Come la vista alla quale si sono girate le spalle , per cercare riparo dalla pioggia, quando siamo entrate. Salvo scoprire che l’interno è pieno di esterno. Le pareti sono dipinte di verde, i quadri colorano come i fiori i prati. La Croce d’oro sembra raggio di sole. Il povero Cristo, un uomo dolente, addolorato da una vita dura e faticosa, giovane e tormentato. La Croce che non può smettere di portare, abbraccia lui e chi lo guarda, in uno stesso orizzonte. Tanti colori, ma resta negli occhi l’indaco, che riesce nel suo scopo di rimanere impresso negli sguardi. Così diverso dai rossi, marroni, gialli, verdi, rubati alla natura intorno, normali. Così stupefacente che dipinge solo vesti di santi, e sempre quelle della Madonna. E fa pensare al cielo, all’immenso, al divino. Tutte cose che mettono soggezione. Salvo che poi, quando un paio di giorni dopo la visita alla chiesina, il cielo ha smesso di rovesciarci addosso tutte le lacrime che aveva messo in serbo, ed è tornato il sereno, mi sono sentita avvolta dall’indaco. Tutto il cielo era azzurro, o celeste, o forse indaco, proprio quello strano incrocio di ciano virato al magenta. Invece era solo cielo, tappezzato di nuvole bianche, gonfie, stracciate. Sembrava che qualcuno avesse voluto trattenere la Madonna tirandola per l’orlo del mantello indaco, che si è strappato, formando filamenti di nuvole bianche. Era cielo, solo cielo. Il cielo su di noi, che si colora degli occhi nei quali si specchia.
INDACO un colore particolare che mi porta indietro nel tempo, nei miei viaggi in Turchia, il paese dell’indaco, con le sue sfumature di azzurro che trovi dovunque dal cielo alle pietre di lapislazzuli con le sue particolari pagliuzze dorate che li rendono preziosi e difficili da trovare. Vetri, gioielli, foulards, stoffe, tappeti Kilim tipici e un’abbondanza di merci dove i tuoi occhi si soffermarono giusto per un battito d’ali per passare ad altre vetrine ed oggetti che attirano il tuo sguardo per il luccichio e colore dell’oro, dell’argento e del blu. Le moschee ricoperte internamente ed esternamente di bellissime piastrelle o mosaici sempre con i diversi blu insieme all’arte orientale che primeggia dovunque con i suoi intarsi in legno e madreperla. Mobili, tappeti, ceramiche vetri e suppellettili varie che non smettono di stupirti di lasciarti a bocca spalancata come un bambino davanti ad una vetrina di giocattoli. Ricordo bene il mio allegro girovagare per le stradine di Istanbul con i suoi musei e moschee antiche e questi suoi blu che ti avvolgono insieme ai profumi particolari di incensi attirando strada facendo lo sguardo sulla bellissima Moschea Blu. I suoi mercati abbondanti di oggetti lavorati a mano e i negozianti che ti invitano gentilmente ad entrare offrendoti un the alla mela buonissimo che aiuta a riscaldarti e una volta entrata difficilmente esci a mani vuote. Quel susseguirsi di negozi illuminati sempre a festa affollati di persone e di merci che attirano l’attenzione. I manufatti in argento, oro e pietre preziose e il suo famoso Occhio di Allah abbellito con oro o argento. Dicono che porti fortuna per cui non c’è persona che non lo indossi e addirittura viene attaccato con una catenina alla marmitta della propria automobile ! Vetrine di gioiellieri traboccanti di merci dove affoghi gli occhi stancando vista e fisico così diversi e lontani dai nostri dove la merce è esposta più con eleganza che magnificenza. Nonostante l’affollamento di merci è divertente e piacevole visitare i mercati come quello famoso di Istanbul o della Cittadella antica di Ankara. I tappeti nuovi, vecchi, antichi attirano l’attenzione di tutti fosse solo per la pazienza e gli anni che impiegano per tesserli. Mi riferisco a quelli fatti a mano con pazienza e amore. Ho girato molto per negozi e mercati e nei viaggi di ritorno ho sempre riportato a casa vari oggetti e molti di color indaco quel blu profondo e brillante con un piccolo accenno di rosso fino ad arrivare al turchese altro colore della Turchia, terra di storia antica bella a volte selvaggia con i suoi poveri che non si stancano di sorriderti ed essere gentili sempre pronti ad aiutarti. Ho riempito casa di oggetti che spesso quando mi guardo intorno mi ricordano questo bellissimo paese dove ho lasciato un pezzo del mio cuore.
Era la mamma di tutti Lucia, sapeva trovare sempre le parole giuste nel momento giusto, la sua saggezza era la sintesi di una vita difficile fatta di cadute e ricadute, ma era sempre riuscita a fronteggiarne le difficoltà reagendo con slancio agli ostacoli contro ogni previsione, sapeva gioire di ciò che la natura le offriva e col tempo aveva imparato anche a sorridere.
Trascorreva gran parte dei mesi estivi nella sua modesta casa al mare dove suo padre, pescatore già da bambino, aveva vissuto fino alla morte.
-Il mare mi entra dentro viscere, diceva, con la sua forza mi fa volare!
E volava Lucia, volava con la mente e con il cuore, attraversava le praterie dei suoi sogni immaginando vite straordinarie.
Era quel momento del giorno in cui il sole dà il benvenuto alla luna, per un attimo si guardarono, l’una difronte all’altro ignari di ciò che accadeva sotto di loro, Lucia amava quel momento della giornata e spesso andava in terrazza per godere di quello spettacolo.
L’azzurro del mare e del cielo la circondò e lei si lasciò cullare da quell’immensità, per un attimo ebbe quasi paura di sprofondarci poi aprì le braccia come se volesse imprigionare quell’immagine e assaporò fino in fondo l’ emozione di essere lì.
Il sole ormai si era nascosto oltre l’orizzonte e aveva lasciato dietro di sé mille veli dai colori indefiniti che si intrecciavano l’uno con l’altro regalando sfumature quasi trasparenti tra il rosa e il viola, poi più niente… il cielo si fece azzurro e l’indaco si diffuse timidamente in quella vastità, persino le onde si zittirono e un grande silenzio avvolse Lucia.
Il sole entra con forza dalla finestra, non riesco a rimanere in casa, la bambina nata e vissuta in campagna si agita dentro di me, lei era abituata a stare sempre fuori da sola o con gli altri bambini del vicinato.
I loro giochi erano all’ aperto, solo quando pioveva si ritrovavano in qualche andito, o quando potevano andavano a casa di una bambina che aveva un stanza a disposizione, creando giochi con la sola fantasia.
Oggi quel sole mi chiama fuori, lascio tutto ed esco.
Quando sono fuori il sole mi accarezza, il cuore mi torna leggero, mi sento bene, alla prima salita il fiato mi diventa pesante, piano, piano prendo il ritmo.
Il canino Milo dei vicini quando mi vede passare abbaia con foga, come a farsi coraggio, lo chiamo per nome, il suo abbaiare diventa più dolce e lentamente si spenge.
Sento sempre un po’ di fatica a camminare, sono arrivata alla strada vicinale che porta alla villa dei Ginori, nei tempi passati era adoperata per raggiungere alcuni campi con più facilità e per accorciare il tempo per arrivare in paese.
Nella strada ci sono delle pietre sfalsate appartenenti al terreno della collina, andando più avanti trovo scarti edili, ci sono tanti piccoli frammenti di mattoni che formano un tratto di strada arancione.
I campi intorno a me sono abbandonati, il sottobosco li sta invadendo, gli olivi per strapparsi a quell’abbraccio mortale sono cresciuti in altezza[P1] , un fruscio nel folto del balzo, un fagiano spicca il volo, il sole illumina i bei colori del suo piumaggio.
Andando avanti trovo un appezzamento di terreno con ulivi curati, il sole mi riscalda, rumore di trattore in lontananza.
Dietro di me, nella collina sinistra, la villa del Petriali spicca nel verde argentato degli olivi.
Il sole illumina tutta la vallata, il campanile della pieve svetta su tutto.
Accanto al paese un serpentone gli passa vicino e produce un fruscio rombante con varie intensità di suono.
Devo farci l’occhio, è la modernità della nostra società.
Nel cielo bianche nuvole disegnano morbide piume, il sole e più tiepido.
Quella mattina Lucio Davoli, nel suo ufficio, stava leggendo il quotidiano della sua città. Si godeva sempre quello scorcio di tranquillità mattutino prima che segretarie, sindacati, riunioni, progetti…tutte cose create per infliggergli le più acute sofferenze, cominciassero la loro ronda giornaliera .
L’aveva colpito un articolo, in terza pagina, sorprendente e un po’ insolito. Si intitolava ”L’indaco, questo colore sconosciuto”. Cominciò a leggere, curioso per come il titolo trattava quel bell’azzurro che invece era ben noto in natura e nella pittura…e una delle sfumature più affascinanti dell’arcobaleno.
Leggendo però, il punto di vista dell’autore, uno sconosciuto studioso di arte, gli fu chiaro.
Raccontava che, per secoli l’azzurrite, di colore indaco, nella pittura, era stato il fratello minore del più nobile lapislazzulo…. una specie di “blu de noantri”, più economico e meno fulgido. L’autore proseguiva dicendo che invece, se ben usato, anche il modesto indaco, fatto con materiali più nostrali ed economici, poteva sortire effetti sorprendenti, che nulla avevano da invidiare a quelli ottenuti dal suo più nobile fratello…. e citava vari capolavori, soprattutto di artisti toscani che, costretti dalla tirchieria dei committenti, erano tuttavia riusciti ad ottenere prestazioni affascinanti da questo colore così trascurato…
Fu distratto dal telefono: ”Ciao Lucio, sono Vittorio…”. Vittorio Ducetti, uno dei più noti perdigiorno della Direzione, sempre perso in progetti più o meno pazzoidi, che regolarmente erano inattuabili, però una persona colta e sensibile. . e poi, era un amico. .
“Dimmi Vittorio…”. Piccolo silenzio…poi ”Senti Lucio, da quant’è che non parli con qualcuno della Direzione. . ?!”
Davoli sentì un lieve brivido al collo. . in effetti aveva messo il dito sulla piaga. . era proprio quello che lo assillava in quei giorni. . lo strano e insolito silenzio della Direzione Aziendale.
“Beh. . in effetti sono parecchi giorni…”
“Lucio, lo sai meglio di me…questi silenzi assordanti non significano mai nulla di buono…. ”.
Lucio Davoli si irrigidì…che diavolo voleva dire . . era sempre stato criptico. . ma ora….
“Vittorio. . se sai qualcosa dimmelo subito…non fare scherzi …”
“No no. . io non so nulla . . vedo solo una certa agitazione. . ”
Bugiardo. . sapeva eccome, Lucio ne era più che sicuro. .
Chiuse la conversazione con un grave senso di oppressione al petto…. Sentiva la realtà come restringersi intorno imprigionandolo come una specie di una catena impalpabile…
E gli venne in mente quando, qualche tempo prima, alla fine di una esasperante riunione sindacale, uno dei più ignobili partecipanti, un sindacalista che tale era solo di nome, dato che aveva fondato una sigla con solo sé stesso, gli aveva detto: ”Ingegnere, non si rallegri, verranno anche per lei tempi brutti…”. Era un mentecatto, ma Lucio ogni tanto ci rabbrividiva sopra…
Sentì il bisogno di rassicurazione. . telefonò ad un collega che sapeva essere grande intrallazzatore. . lui qualcosa doveva saperla…
Fu servito a dovere…”Ah. . non lo sai. . ? Come mai non ti sei interessato…?” …Ora era anche colpa sua….
“ E io dove vado a finire?” Più che una domanda era un grido d’angoscia. .
“Sarai responsabile dei magazzini…. ”
Dunque questo era il suo futuro. . un magazziniere di lusso….
Uscì…insomma. . gli avevano or ora detto che aveva perso il posto…Tutto gli sembrava così irreale….
Alzò gli occhi in alto, fu avvolto dal meraviglioso indaco del cielo: nitido, brillante, senza neanche una nuvola che ne offuscasse lo splendore.
E quella magnificenza lo avvolse. . e lui fu trasportato in un iperuranio dove i miserabili intrighi, la colossale Direzione e l’Azienda non furono che pigmei trascurabili.
E meno male che l’indaco era l’azzurro dei poveri…..
Mi distendo senza pensarci due volte: il prato è fresco, coperto di fiori di ogni colore. La terra è dura, sotto, nasconde tesori. Non ho paura, come credevo prima di farlo. Non penso più che rettili pericolosi potrebbero minacciare questa esperienza. Mi sento accolta, come in un rifugio che si è proposto solo per me.
Lascio che qualche fiore mi solletichi il viso, distendo i capelli e li accomodo, così da non avvertire alcuna tensione. Faccio un respiro profondo e alzo lo sguardo proprio in verticale, sopra di me. L’ora è tarda, il giorno si sta spegnendo. Sopra di me l’azzurro chiaro dell’estate si carica di toni accesi, una goccia di rosso tramonto si mescola al blu e il cielo vira all’indaco. Nemmeno una nube ad interrompere il colore. Alla mia destra avverto la presenza di montagne importanti. Le ho guardate per giorni, assaporate, bevute, invocate. Le ho pregate di rimanere per sempre con me. Ora non le vedo, ma so che ci sono e mi osservano attente.
L’indaco del cielo mi attrae, ha un potere magnetico su di me. Mi ascolto, mi chiedo come sto, cosa sento. Sto bene, il mio respiro è calmo, regolare. Mi sento esattamente dove sono e per un attimo ho la percezione netta della mia posizione nell’universo. Ho la consapevolezza di essere un minuscolo corpo posato su un punto infinitesimale di una sfera che ruota su sé stessa ad una velocità enorme. Ho la sensazione precisa della rotondità della superficie su cui mi trovo, solo in apparenza piatta. Potrei facilmente cadere giù da questo punto microscopico che mi sorregge e fluttuare, vagare, perdermi nel sistema solare. E’ una sensazione bellissima, mi riempie di stupore. Percepisco la vastità dello spazio che mi sovrasta, gli occhi puntati verso l’indaco che mi chiama, mi vuole. E allora mi lascio andare. Mi libero del mio corpo, mi sento leggera, respiro dolcemente e mi lascio attrarre dal colore che mi avvolge, facendosi sempre più intenso. E’ una vibrazione forte quella che mi arriva dall’indaco e tutto il mio essere vi si accorda, si adegua, come una corda di violino al “la” del diapason. Aumenta, mi ha presa. Mi porta sempre più in alto, sempre oltre. La Terra è ormai sotto di me, lontana. Vedo i pianeti del sistema solare scorrermi accanto. Il Sole brilla ma non brucia, mi inonda di luce e d’oro. La vibrazione non mi lascia, mi porta ancora oltre. Vedo tutta la Via Lattea, lo scintillio di miriadi di stelle, la Nebulosa di Antares, Andromeda … la vibrazione si trasforma, si fa quasi canto, ma senza una melodia precisa. E’ un suono oltre l’umano, non proviene da una voce, è intrinseco allo spazio. Sono consapevole di me, so di essere qui per cercare qualcosa. Desidero con amore la luce, la invoco, la cerco. Non mi delude, mi si dona. Mi appaga.
E’ solo un attimo, lo so, non posso rimanere a lungo, ancora. Non sono pronta, non è il momento.
Il viaggio a ritroso è più rapido dell’ascesa, la vibrazione mi avvolge e come tendendo un filo mi mostra la via per tornare a casa. Navigo sicura fra gli astri e presto vedo la Terra. Il nostro Pianeta Blu, con tante sfumature indaco. Ecco il continente africano, enorme, caldo. E l’Europa, che la sfiora a Gibilterra. Le Alpi fanno da corona alla nostra penisola, mi sposto a est, so bene come ritrovare la mia destinazione. Le Dolomiti mi salutano coi toni accesi del tramonto. Ecco il Sasso Lungo e il Sasso Piatto, ecco l’Alpe di Siusi. Il mio corpo è ancora là, su quel prato fiorito. Su quel minuscolo puntino che lo sorregge, non lo fa cadere giù. Prendo un bel respiro e accolgo quella parte di me che è stata in viaggio. Bentornata, anima mia.
Indaco, indaco …. o che colore è indaco,dove si trova in natura?
Mah ! Ora lo domando a quel contadino.
Scusi l’ indaco dove lo trovo?-
In Comune! Dove vole che sia,ma unno so se ce lo trova,gl’è sempre a giro!-
Ma chi ?-
Il sindaco!-
Il sindaco ?-
In comune …….. non sempre però … anzi quasi mai !-
INDACO !…… IN .. DA .. CO !!-
E va bbene gliel’ indico. Allora guardi, la prende la seconda a sinistra dopo il semafero, poi la va tutto a dritto e la ci schianta sopra !!! La vedrà che la un si sbaglia !
MA NOOOOOO …..L’ INDACOOOO !!!!!-
Ohooo la un si scardi tanto, perché io son bono e tranquillo e le cose gl’e l’ho dette perbenino, ma se mi salta la mosca al naso e ti do uno stonfo ti fo un occhio viola quasi blu –
INDACOOOOOO !!!! –
Bravo proprio quello !!! – SPAAM !!!
Ohioi, eccolo, l’indaco l’ho trovato! Ohioi !! Vado subito a vedermi allo specchio !! Ohioi !!! GRAZIE, GRAZIE !!!!
“Fummo quello che non si racconta, né si ammette, ma che mai si dimentica”
Come era arrivata li, quasi non lo ricordava, si era ritrovata in una piazzetta, di un posto un po’ qualunque affacciato su un qualcos’altro.
Posteggiare male scendere di corsa, sbattere lo sportello erano stati i suoi ultimi gesti con un senso compiuto.
Si era avviata su per la salita mentre cominciava a piovere, una pioggerellina stupida che a malapena la bagnava, una grossa nuvola color glicine le apparve come un fenicottero mutilato indicandole un posto poco lontano…
Le apparve così San Quirico, tra profumo d’erba tagliata e silenzio accogliente.
Gli scalini un po’ scivolosi la fecero traballare si appoggiò al nulla ma non cadde, entrò in punta di piedi, per non disturbare, avvertiva gente, nel deserto assoluto, alzò gli occhi verso quel Cristo, incombente, non fu generosa, nemmeno un segno di rispetto per quel Dio morto da uomo.
Si sedette nella prima panca, stanca nell’ anima, ma rassicurata dai colori caldi, da stemma famigliari, di persone che non c’erano….si mosse leggermente quella seta violacea, forse una mano la tratteneva dall’interno, il cuore cambiò ritmo ma non si spaventò, si alzò lentamente e si inginocchiò in quel confessionale, che le parve un caldo rifugio, una soluzione per l’ anima…forse…Un leggero respiro le confermò la presenza del sacerdote…iniziò un farfugliante atto di dolore, che non ricordava ed iniziò a parlare…parlare, tra le lacrime, no non cercò pietà , non voleva nemmeno essere assolta o perdonata, le bastava solo una carezza dall’alto per continuare a vivere con meno coltelli nella schiena…
Una porta sbatteva, ma da quanto era lì? Ed il prete, perché non aveva parlato?
Solo la seta color lacca di Solferino sembrava viva in quella solitudine, svolazzando aveva rilevato il nulla….Non c’era nessuno e forse non c’era mai stato…
Non voltò le spalle a quel Gesù affumicato, indietreggiò ed uscì, sul sagrato un uomo le sorrise e non era un sacerdote: torni quando vuole, buona serata….
Riprese la strada del ritorno, il cielo aveva perso la sua cupezza, il fenicottero aveva, ora lunghe zampe ed instancabile correva , correva… facendo cadere piccole piume corallo pallido, sembrava venirle incontro, nascondendosi a tratti tra gli oleandri, riflessi tra le nuvole.
Cercò di memorizzare il percorso, sì voleva tornare, lo doveva a quella chiesa, a quella seta quasi viola, a quel sorriso che l’ aveva salutata…a se stessa. No, non aveva ammesso le sue colpe, non aveva voluto ricordare…ciò che non aveva mai dimenticato…..