Labirinto di mare

Labirinto in fondo al mare – di Mirella Calvelli

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Quegli strani segni sul fondale marino, l’avevano sempre affascinata. Non era difficile da raggiungere quel luogo, bastava una spinta di reni e l’abilità nel trattenere l’aria.
I sogni poi si sviluppavano non laggiù, troppo intenta ad osservare a guardare ogni minimo dettaglio, ma una volta riemersa. Era facile a 15 anni fantasticare su popolazioni antiche che in quel luogo avevano disegnato il loro labirinto.
Un dedalo di stradine sconnesse, in parte pietrificate, in parte aggredite dalle poseidonie.
Coralli o presunti tali, avevano avvolto non solo lo schizzo iniziale, ma avevano disegnato un percorso alternativo fatto da morbidi sbarramenti e forti muraglie.
Andare fin laggiù, era una sfida, soprattutto per la durata della piccola immersione.
Una maschera e una paio di pinne erano tutta la sua attrezzatura. Avrebbe voluto trattenersi più a lungo, se avesse potuto usare le bombole e una calda muta.
Ma non era così . Quindi la soluzione era inabissarsi con un bagaglio di area sufficiente e sempre più copiosa per poter esplorare e affrontare quel percorso che ogni volta sembrava diverso.
Certamente lo era. Le sue mani sfioravano con attenzione quel giardino distratto. I pesci con curiosità la osservavano perplessi. Le provava a percorre il labirinto, ma sbagliava sempre strada . Entrava nel solito punto, di questo ne era certa, un grosso buco infossato e stranamente privo di ogni forma di vita , era lì la partenza.
L’arrivo, era un’altra cosa, sempre diverso e sempre più ostile e lungo.
Per riemergere invece un flash di luce dorata la trascinava in superficie come legata ad un lungo filo e con il minimo sforzo, muovendo come in una danza i piedi pinnati. .Il primo sguardo era verso una pennellata di un azzurro brillante.
Le goccioline di acqua le scendevano sulle spalle nude e percepiva il verde chiaro dei suoi occhi e il suo sorriso ingabbiato.
Non era mai riuscita a scoprire nient’altro che il susseguirsi dei percorsi, prima larghi e poi più stretti dove per entrare in alcuni anfratti l’unica possibilità era a taglio.
La sua scoperta, che poi non era solo sua, vista la facilità di accesso, la faceva sognare più a terra che in acqua. Sperava un giorno di imbattersi in un’antica giara o qualche frammento importante.
In fondo erano gli anni della scoperta dei bronzi di Riace. Ma né fama e né soddisfazioni particolari arrivarono da quelle immersioni. L’unica cosa certa fu la proibizione assoluta a continuare quelle indagini labirintesche. Non per capriccio o paura dei suoi, ma per un problema reale al suo orecchio destro.
Danneggiato da un’otite fortissima, l’aveva costretta alla ricostruzione del suo interno, ben riuscita, ma con il monito di salvaguardare quel capolavoro della chirurgia dell’orecchio per gli anni a venire. Riuscì a vedere un labirinto, astratto e doloroso, sempre all’interno di quel suo orecchio malandato con una
labirintite che dava poco spazio alla magia e alla fantasia. Di per certo fu che dopo quei capogiri, quello spazio azzurro del cielo si tuffava sempre nei suoi occhi.

Terza scintilla: Il labirinto dei colori – Scegliete una strada e seguitela

Ripartiamo dall’indaco e seguendolo come fosse una strada di un labirinto cominciamo a camminare. Troviamo un primo bivio, davanti al quale siamo chiamati a scegliere, perché…….

…l’indaco è formato da CIANO:

e da MAGENTA:

quale delle due tonalità scegliete?

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Siete attratti dai toni freddi del celeste acqua, del turchese nelle collane, del lago, del mare al mattino, di certi cieli freddi d’inverno, del vestito di giovani ragazze a una festa di paese, del vetro di una finestra sul mare, di una pozzanghera che riflette il cielo dopo la pioggia, della fusciacca della prima comunione……

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oppure siete attratti dalle violacciocche dell’orto, dai ciclamini del bosco, da un vestito da sposa non convenzionale, da un bicchiere di succo di ribes, dai campi di fucsie nelle praterie irlandesi, da un golf che portava qualcuno, dalla tenda leggera su un mercato orientale, da una coperta, che si accendeva di luce al tramonto…….

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Scegliete una suggestione cromatica e lasciatevi guidare nella scrittura…….

Poi magari mescolatele…..tornando indietro e cercando la via di uscita.

Come in un labirinto……

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inviate a:

lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

Colore di carta da lettere

Il colore della vecchia carta  da lettere – di Tina Conti

Foto di Tina Conti

Ho trovato nel cassetto  della macchina da cucire della mamma, un piccolo rotolino di fogli scritti.

Lei, sarta da uomo, amava molto stare al suo posto di lavoro, era una sorta di ufficio, zona relax e area creativa.

Realizzava le cose più disparate, sacche per la bici, tende, aggiustava le cose rotte per questo aveva voluto una nuova macchina da cucire tedesca, forte e affidabile. Non avendo tempo per seguire i corsi per applicare le  potenzialità del nuovo acquisto, mi aveva costretta a seguire le lezioni a suo nome.

Oltre alla scatola dei bottoni, raggruppati per colore e misura,  con i quali mi sono trastullata per sentire un po’  la sua vicinanza, ho trovato questo rotolino legato con una cordicella che ho aperto e cominciato a leggere le paginette scritte da lei: contenevano uno sfogo per un diverbio con la sorella, confidenze su momenti di difficoltà nei rapporti con il marito e i figli. Tutti normali problemi della vita che si scrivono per sfogo e confidenza .

Le altre pagine, ingiallite e consumate mi hanno turbato profondamente.

Con parole dirette e urgenti dal fronte  Gino, il fratello minore del babbo, scriveva alla famiglia, prima alla mamma, raccontava dell’inferno della guerra, della fiducia di tornar presto. Si stringe il cuore nell’immaginare dove e come queste parole erano state scritte e di quali sentimenti e tormenti erano inondate.

La lettera  però  che ho faticato a leggere e  decifrare bene, veniva dal comandante della guarnigione che annunciava notizie sulle sorti di Gino.

Mi si è scatenato un uragano di sentimenti, ho immaginato la famiglia, la casa, il vicinato  al momento del ricevimento, di una corrispondenza temuta, immaginata, poi accolta con  la rassegnazione di sentirsi impotenti, con il cuore sempre in ascolto.

Quale ansia e affanno, come immaginare la sofferenza e i patimenti  di quel figlio.,fratello, amico, conoscente, ferito, quanto gravemente ferito sarebbe tornato?

Lo avremmo riabbracciato?  da ragazzina, ho partecipato insieme alla nonna e ai familiari alla cerimonia durante la quale  si riconsegnava alla famiglia quello che si pensava fossero i resti del soldato Gino. Non era più disperso in una terra sconosciuta,  ora aveva un posto vicino alla madre, dove  fermarsi per un pensiero, un fiore, un ricordo. un piccolo lumino acceso.

Era, come tutti, vicino al cuore, nel suo paese.

Labirinto e inganno

Il labirinto – di Stefania Bonanni

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Ero convinta che l’avrei trovato, l’amore che porta il sogno.

Io volavo, ma di un volo incerto, uno sbattere ostinato di alette corte e pelose che richiedevano grandi sforzi, e non permettevano di raggiungere destinazioni. Volavo alla cieca, costretta, stremata, a posarmi spesso, dove capitava. Certo, volare volavo, ma a piccoli tratti, sempre inseguendo sulla terra le ombre disegnate da chi le ali le aveva grandi e poteva essere seguito con lo sguardo fin lassù,  forse fin sulle nuvole, nel vento, nel mondo degli esseri liberi, quelli costruiti per conoscere il cielo. Io volavo basso, mangiavo cose immonde, non avevo orizzonti. Non sognavo altra vita, non ne conoscevo. Ma l’amore si, sentivo il bisogno di riempire un vuoto, dentro. Non poteva essere solo così. .. Lo incontrai di notte. Gli capitai vicino, in una notte senza luna. Era simile a me, perlomeno dello stesso colore . Gli esseri umani amano animali colorati, quelli neri come noi li scacciano, quando va bene. Lui era un tipo agile, con lunghissime zampe. Con un gesto solo, fulmineo, mi prese tra le braccia e mi stese su un letto morbido,  e lui si piazzo’ al centro. Un letto strano, un po’ appiccicoso, ma confortevole. Veniva voglia di aspettarci il giorno.

All’alba mi accorsi di essere stesa su seta ricamata, lucida, capace di catturare i raggi del sole,  luccicante di perle di dolce rugiada. Lui riposava soddisfatto.  Stanco per aver tessuto quella meraviglia, felice perché ero stesa sul suo letto. Mi sembro’ un velo da sposa, il ricamo. Fui felice di un calore ardente ed improvviso. Un attimo così può bastare. Può bastare per una vita intera. 

Perché fu un attimo. L’ultimo attimo che ricordo.

Il tesoro nel labirinto

Labirinto – di Nadia Peruzzi


La soluzione era li’, al centro del labirinto. Vi riposava da quasi 300 anni senza che nessuno se ne fosse accorto. A portata di mano ma sapientemente celato alla vista di chi non aveva strumenti per vedere, cuore e pazienza per cercare.
La grande casa osservava sorniona il parco e quell’intreccio tortuoso delimitato da alte siepi di bosso e di evonimo con i loro giochi di colore . Dal verde brillante tendente allo smeraldo, al rosso porpora con apostrofi color fucsia.
A Sara capitava spesso, quando si rifugiava in biblioteca, di perdere la cognizione del tempo mentre seguiva i giochi magistrali e le volute tortuose dell’immenso labirinto che, a quanto era dato sapere aveva preceduto la costruzione della villa padronale. Di solito succedeva il contrario, ma in quel caso si era voluto che fosse il labirinto il centro vero e il punto di origine di tutto.
In tempi remoti in quella stessa area un antico popolo vi aveva tenuto le sue adunanze e vi aveva svolto i suoi riti propiziatori in onore di Dioniso.
Se ne conservava memoria in vari documenti, mentre nel racconto collettivo si tramandava da secoli la possibilità che vi fosse sepolto addirittura un tesoro.
Nessuno dei suoi predecessori si era posto il problema di fare una ricerca approfondita. Si erano accontentati di ricevere in dono la tenuta e tutto era finito lì fra manutenzioni, restauri, aggiustamenti e risistemazioni che non avevano toccato in alcun modo l’impianto originario che voleva il labirinto come centro e riferimento per tutto quanto il resto.
Una forza irresistibile sembrava attrarre, verso quei vialetti con le loro alte mura vegetali a parare ogni vista chi lo vedeva per la prima volta. Molti si erano persi in quei meandri dove era la natura a dettare legge e il piano del suo ideatore a creare impicci per l’incauto esploratore.
Sara aveva trovato nella cavità di un libro il progetto originario. Un documento polveroso e ammuffito in molte sue parti vergato con la scrittura tipica del 600 . Era quasi trasparente per il tempo trascorso, ma ancora ben leggibile. Vi si faceva riferimento alle qualità necessarie per poterlo percorrere tutto senza smarrire la rotta. Curiosità, istinto, osservazione e ingegno.
All’inizio gli strani segni e i ghirigori che segnavano inizio e fine di ogni paragrafo le sembrarono un modo per impreziosire quel documento con simboli che richiamavano, talora in veste astratta, la natura, il mondo animale e oggetti dell’epoca.
Non le ci volle molto a capire che erano invece indizi ben precisi e indicazioni probabili di un percorso .
Decise di seguirli e una mattina alle luci dell’alba si ritrovò al limitare del labirinto proprio di fronte al punto di ingresso. Il varco era invitante ma induceva anche un sentimento di panico.
di Eccitazione e voglia di sapere si mischiarono a paura dell’ignoto e di non ritrovare, una volta entrata né ciò che vi era custodito da secoli, almeno secondo la leggenda, né la strada per tornare indietro.
Trasse un gran respiro come se si dovesse tuffare nell’acqua fonda e si immerse sentendo su di sé tutto il peso delle mura vegetali che la circondavano, mentre i rami più lunghi le sfioravano gambe e braccia.
Nell’’idea che si era fatta, i simboli presenti sul documento li avrebbe dovuti trovare a segnare il percorso.  Il primo, a forma di lepre, lo scorse dopo un tempo che le sembrò infinito e ad un incrocio che indirizzava da tutt’altra parte. Man mano, seguendo il documento scoprì gli altri che l’aiutarono a procedere verso il centro del labirinto.
Le ore erano passate senza che se ne accorgesse. Era entrata in una dimensione che teneva fuori qualsiasi riferimento allo spazio e al tempo. Se ne accorse dalla fame più che dalla fatica. Era troppo eccitata per la fatica, ma fame e sete ad un certo punto cominciarono a farsi sentire.
Era stata previdente e nel suo zaino aveva portato un po’ di cibo e molta acqua. Si rifocillò mentre il sole del mezzogiorno fece un accenno di presenza in alto, su quel muro vegetale che lo schermava quasi del tutto.
Da quel punto arrivò in breve al centro del labirinto. Si trovò di fronte un cubo fatto di arbusti e piante di vari colori. Gli girò intorno fino a che non trovò quello che cercava: i simboli erano tre in quel punto. Un bicchiere in alto, delle cesoie al centro, il sole in basso.
Nell’intrico di rami non scorse nulla . Valutò che forse sarebbe stato meglio provare a scavare sotto il simbolo del sole. Fu la scelta giusta. La teca di vetro era sotto uno spesso strato di terra.
La ripulì e la vide occupata da un drappo di broccato purpureo su cui era adagiato un tralcio di vite completo delle sue radici.
Le foglie rilucevano pure in quella penombra. Il verde era di quelli teneri, da virgulto giovane . Le radici pulsavano di vita.
Un insieme prodigioso considerato che la teca era rimasta lì sotto per oltre 300 anni.
Si affacciò una punta di delusione. Aveva fantasticato tanto sul tesoro la cui esistenza si era sedimentata nei racconti e nei ricordi di generazioni e generazioni, che si aspettava un tesoro vero luccicante di oro, gioielli e pietre preziose.
Quasi quasi voleva rimettere tutto al suo posto, ma ci ripensò e portò con sé lo scrigno di vetro e il suo contenuto.
La via del ritorno fu più agevole. I simboli messi a segnare il percorso li ricordava uno ad uno.
La teca di vetro fu messa in bella vista su un mobile nella biblioteca.
Ci girò attorno per diversi giorni prima di decidersi a chiamare il vecchio Giovanni.  Per anni aveva curato il podere attorno al palazzo avrebbe saputo darle qualche buon consiglio.
Fu lui a dirle che probabilmente si trattava di un vitigno antichissimo e molto pregiato che gli antenati di Sara avevano coltivato per lunghi anni producendone un ottimo vino.
Avevano smesso quando la vigna aveva preso fuoco all’improvviso.  Il terreno da allora in poi sembrò sottoposto ad un sortilegio negativo che guastava tutto quanto vi si provava a coltivare.
Andarono male tutti i tentativi di ricreare una vigna e peggio quelli di provare altre coltivazioni.  Avevano deciso, si raccontava, di lasciarlo a maggese per sempre.
Veder riapparire nella teca il tralcio di quell’antico e prestigioso vitigno Giovanni lo considerò un vero miracolo.
I simboli, sole, cesoie e bicchiere di cui Sara gli aveva parlato,  li considerò un segno,  forse messo da chi aveva salvato quel virgulto, perché si provasse di nuovo a far nascere una vigna nello stesso luogo di quella abbandonata ormai da secoli perché qualunque cosa vi si piantasse, andava in malora.
Sara ci mise i suoi studi, la sua caparbietà, la sua costanza. Giovanni la sua esperienza e la somma delle storie scritte e narrate e di quelle che lui stesso aveva attraversato.
Quel tralcio di vite e quel terreno si sposarono alla perfezione. Erano fatti uno per l’altro.
Prosperò rapidamente e la vigna ebbe modo di ingrandirsi tornando a produrre un vino dal gusto raffinato e dall’aroma intenso e speziato.  Il Labirynthus.

Labirinto di legno

Il labirinto di legno – di Rossella Gallori


Da troppo tempo vagava in quel cassetto, era diventato un piccolo tarlo impazzito, entrava ed usciva tra lettere grondanti piombo, in un labirinto di legno scuro e consumato, si nutriva del vecchio inchiostro per comporre pensieri :
ti rimetto nel mio ventre per mesi e mesi…poi ti faccio uscire quando voglio, in un mondo sano.
Fu quasi schiacciato da una pesante A maiuscola, mentre, da linotipista esperto, cercava virgole e punti per scrivere sogni:
Ci baceremo ancora una volta ed una volta ancora, cammineremo per mano e la tua stringerà la mia.
Trovò una piccola fessura e da vermiciattolo come era, non ebbe paura del poco spazio:
Mi vestirò di velluto cremisi e gli applausi non saranno mai troppi, sul palco solo io da piccolo tarlo a grande attore.
Il cassetto Hamilton era il suo labirinto magico, nelle piccole tasche dell’ abituccio macchiato, trovò altre lettere, ed ancora piccole frasi salirono dal cuore ansimante, alla bocca:
Ti riprendo dove ti ho lasciato, ma non sarai vecchio e stanco sarai forte, bello come un tempo, passerò la mia mano tra i tuoi capelli, per avere un sorriso e non avrò più freddo.
La polvere non gli aveva tolto l’ appetito, inghiottì, una piccola scheggia di quel vecchio legno povero, continuando a vagare con il pensiero:
Non sarò più solo, non avrò paura delle lunghe notti
d’inverno, di anni bisestili amari come il fiele.
Quel dedalo buio lo faceva avanzare a tastoni, nella magica “tipografia del perdersi” agganciato alla gambetta storta di una anonima q, scrisse ancora una piccola frase:
Sono impazzito, di dolore, di solitudine, di parole cattive, di una vita non mia, di una patologia non riconosciuta, di una tristezza dentro, fatta di incubi veri e presunti, di poesie brutte scritte con amore, di racconti piccoli e striminziti pieni di errori…..

…..Il vecchio falegname entrò svogliatamente nella cantina di via de’ Macci, sbatté a terra il cassetto Hamilton del vecchio lavorante de la Nazione, deceduto da tempo, l’ inchiostro secco si sgretolò, alcune lettere si deformarono nell’ impatto, il piccolo tarlo, fu schiacciato con i suoi pensieri sul pavimento sconnesso da una pesante scarpaccia numero 43….


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Incontrarsi alla Carrozza 10

Al di là dei finestrini – di M. Laura Tripodi

Dovevano attraversare la strada e fare un po’ di cammino  a piedi. Svoltato l’angolo delle case del gas in cinque minuti scarsi arrivavano a un piazzale pieno di erbacce intorno al quale stavano costruendo case. C’era un muro non alto che correva per perdersi chissà dove,  guardando a destra.  Lo stesso muro si interrompeva bruscamente  accanto alle sbarre del passaggio a livello

E lì era assolutamente proibito avventurarsi.

Gli occhi grandi della bambina osservavano famelici, ma non individuavano bene il senso di quel muro, né potevano capire che quello costeggiava gran parte della ferrovia. 

Le sbarre, dipinte a strisce bianche e rosse erano quasi sempre abbassate, ma non avevano una barriera sottostante.  Chi doveva attraversare e aveva fretta guardava a destra e a sinistra e poi correva per raggiungere l’altra sponda di quel fiume fatto di rotaie.

A volte c’era da aspettare un bel po’. Poi, improvvisamente si sentiva un fischio lontano  e l’aspettativa diventava pressante. Chissà cosa stava arrivando.

A volte era  un serpentello rosso che non faceva in tempo ad arrivare ed  era già passato. La sua mamma le disse che si chiamava littorina. Molto più tardi seppe che quel treno rappresentava il simbolo glorioso di un passato da dimenticare.

I treni merci erano composti da tanti vagoni, ognuno diverso a seconda del suo contenuto.

La  mamma, con la mano serrata intorno alla sua  contava, tanto il treno era lento ……

uno, due, tre…….ma quanti vagoni ci sono……quattro, dieci, quindici.

Così Marta si appassionò alla matematica e fu un amore che non l’abbandonò mai.

E poi c’erano i treni passeggeri. Non veloci come la littorina e non lenti come quelli che trasportavano merce.

Gli occhi della bambina frugavano curiosi, forse già allora  in cerca di qualche storia al di là dei finestrini.

Poi la mamma decideva di tornare. Il cinema era terminato.  Di nuovo le case del gas, di nuovo attraversavano la strada. A casa,  Marta che non aveva più di tre anni, aveva la sensazione  che una parte di lei fosse salita su uno di quei treni….., ma la consapevolezza arrivò molto, molto più tardi.

A proposito di labirinti

Poesia dei doni – di Jorges Luis Borges

Si ringrazia della foto Lucia Bettoni

foto di Lucia Bettoni

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra.
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo

Per scaldarsi un po’ prima della terza scintilla

Fascino del labirinto

Foto di majomka da Pixabay

Il labirinto è un simbolo da sempre presente nel percorso dell’umanità. La sua storia è complessa, intricata e affascinante, come i disegni che li strutturano. Compaiono in civiltà ed epoche diverse come il Perù, Creta, l’Egitto, l’India, Grecia, Cina……

Foto di Geraldine Dukes da Pixabay

Intanto proviamo ad osservare i modi più semplici per costruire un labirinto:

Proviamo a giocare………e costruire il nostro labirinto…..

Trova la strada….tanto per metterti alla prova:

L’indaco perduto

L’indaco perduto – di Luca Di Volo

Foto di Mabel Amber da Pixabay

Giorni di niente,

notti di sogni vani

Clessidra spaccata

 il tempo sospeso,

smarrita è la rotta.

Avanzano i cieli

Del nostro dolore

Perduto l’indaco bello

Nottilucente blu

Senza colore

i nostri giorni

Si arrendono

 al grigio maligno.

Fratelli

uscite da dentro

Invadiamo le vie

e insieme

Leviamo un canto potente

Che il cielo raggiunga

E uno spiraglio,

un raggio

Sazi la nostra sete

Del bell’indaco segno di pace

Che ci inondi gli occhi

 E ci  riempia le  mani

 di gioiosa speranza.

Nuovo passo indietro sull’arancione

L’atlante arancione – di Roberto Zatini

L’ho guardato un po’ sorpreso e mi ha fatto piacere, perché ormai poche sono le cose che riescono a sorprendermi davvero e, invece, mi piacerebbe farlo ancora: quell’arancione, sbiadito come me, lo faceva assomigliare a una mappa antica.

Le carte geografiche e gli atlanti che le raccolgono mi sono sempre piaciuti: un retaggio delle scuole elementari, quando il maestro ci invitava a esplorare il mondo. Il nome di una città, di un mare, di un fiume da cercare sulla carta geografica del continente che si stava studiando: non c’erano confini, passaporti, aerei da prendere e da perdere. Marco Polo era il nostro profeta; il suo Milione il libro dei sogni.

Nel biglietto che l’accompagnava c’era scritto che illustrava “cinquanta isole dove non ero mai stato e mai sarei andato”: questo mi ha incuriosito ancora di più. Per tanti motivi, qualcuno di questi mi è suonato anche male. I limiti sono sempre una tentazione: quel mai mi ha dato fastidio, lo confesso.

I figli conoscono le nostre passioni, il più piccolo dei miei nota il crescere della mia inquietudine e se ne preoccupa: la clausura di primavera l’ho superata bene con le mie evasioni all’alba; quella invernale sarebbe più complicato violarla, quantomeno più rischioso. L’Atlante delle isole remote, di quel colore che, infatti, mi ha fatto subito andare all’abito polveroso di un monaco che ho incontrato in Sri Lanka e con cui sono rimasto in contatto, secondo lui e i suoi fratelli mi avrebbe aiutato.

Confesso che mi ha aiutato molto di più leggere il messaggio che mi aveva mandato appena alzato: faceva riferimento a noi due, a come ci eravamo rapportati, alle discussioni ai giochi che abbiamo fatto insieme, anche con le parole.

“Tantiauguriatté, primo dei ricordi a cui posso ancora passare un pallone, anche se non lo faccio da un sacco di palloni fa…Tantiauguriatté per ogni nome che mi hai scelto, tirandoli tutti fuori da una delle tante coloratissime scatole di biscotti dentro quella tua testa di cenere…Tantiauguriatté, oggi che è domenica come allora e che c’è quel sole per cui mi hai insegnato ad essere felice…”

Leggerlo, mi ha fatto fare un viaggio lungo una vita. L’atlante è davanti a me, il sole che entra dalla finestra ne riaccende l’arancio spento. Aiutandomi con la lente leggo i nomi delle isole: Isola del Possesso, Isola di Natale, Isola del Cocco, Floreana, Tristan de Cunha, Bouvet, e così via per i mari del mondo con la mia barchetta di carta arancione.

Cinquanta puntini seminati negli oceani, nomi magici che mi fanno andare lontano, dove non sono mai andato e dove, forse, mai andrò…

Ritorno all’arancione

ARANCIO – di Mimma Caravaggi

foto di Mimma Caravaggi

Non c’è cosa più bella e rilassante che starmene seduta in giardino per riempirmi  gli occhi di tutte le sfumature autunnali in cui il colore arancio fa da padrone. Le foglie ingialliscono e si tingono di uno  splendido colore giallo che sfuma poi  nell’arancione che in mezzo al verde del fogliame  risalta avvolgendoti calorosamente. E’ un vero piacere, quando non piove, affacciarmi in giardino e fare una passeggiata per scoprire gli ultimi frutti in maturazione dalle giuggiole che quest’anno non hanno prodotto granché ai cachi sempre abbondanti e succulenti : il nettare di Zeus. Ne ho di due specie a mela e morbidi. Mi accorgo del punto giusto di maturazione quando il mio cane si ferma sotto gli alberi in attesa che qualche caco maturo cada spontaneamente per mangiarselo . Il vento e la forte pioggia di questi ultimi tempi provvedono  al suo fabbisogno e lui divora con voracità tutto ciò che trova vista la loro dolcezza. Mi sposto lentamente più in là e trovo le melegranate che prima di arrivare a maturazione digradano dal verde all’arancio e poi al rosso formando  un arcobaleno di colori sulla superficie del bel frutto rotondeggiante .Non ho gli agrumi che completerebbero il panorama di un arancio intenso e splendente ma il clima non ne permette la maturazione ma che darebbero al giardino quel bel tocco in più illuminandolo. Continuando la passeggiata trovo le sorbe, un vecchio frutto ormai nel dimenticatoio che passa dal verde, al giallo, all’ arancio e poi quando a maturazione in marrone. Nel mio incedere oltre alla frutta  trovo anche arbusti di crategus e cotonaster con le loro piccole bacche aracioni così appetitose per gli uccellini  rimasti in zona e che serviranno loro un pasto nei lunghi mesi autunnali. Infine un albero  di liquidambar orientale che ogni autunno mi affascina per la colorazione delle sue foglie la cui trasformazione dal verde al giallo all’arancio e infine al rosso scuro mi stupisce ogni volta. Confinando con un bosco, il giardino è tutt’uno con i suoi alberi che in autunno si tingono di colori caldi tra cui  l’arancione. Puliti e lucidi sembrano illuminarsi  non appena dei raggi di  sole si affacciano dalle nuvole ancora intrise di pioggia. Madre natura è tutto questo.

foto di Rossella Gallori