Quarta scintilla – Torniamo indietro nel labirinto dei colori: il magenta

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Fucsia è un colore che prende il nome dal fiore della pianta Fuchsia (fuchsia nella grafia inglese); è usato per lo stesso colore chiamato magenta. (da Wikipedia)

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Il colore fucsia è attualissimo in questo periodo infatti pare sia d’aiuto nel combattere lo stress.

E’ simbolo di  ottimismo e ispirazione.

Si abbina ai concetti di DECISIONE, ad un carattere DETERMINATO e INVENTIVO.

E’ il colore di qualcuno che ha un obiettivo e lo vuole raggiungere.

E’ un colore adatto a chi ha un animo intenso e ricco di sfumature.

E’ simbolo di LIBERTA’ e CREATIVITA’.

Fu infatti la Regina Vittoria a dare il via alla moda della libertà di scelta del colore nell’abbigliamento, presentandosi al matrimonio di sua figlia con un abito in sfumature di viola, che fece impazzire i commentatori. Il colore fu chiamato MAUVE e si diffuse nella moda di allora.

Vi propongo, a scelta, alcune parole su cui scrivere (suggerite da questa pagina):

OSARE

RAGGIUNGERE

IRLANDA

BALLERINA

TENTATIVO

MATRIMONIO

TRAMONTARE

Inviare come sempre a: lamatitaperscrivereilcielo@gmail.com

E ancora dal cestino delle nostre foto:

la rosa di Mirella:

L’ortensia di Carmela:

I fiori di Tina:

CURIOSITA’: la creazione del colore magenta è dovuto al caso. Nel 1859, a Lione un chimico che sperimentava la creazione di nuovi colori, François Emmanuel Verguin, dimenticò in una bacinella alcuni resti di mescolanze tintorie derivate da tentativi falliti. La mattina trovò, nel recipiente utilizzato, il nuovo colore di cui era in cerca. Lo chiamò inizialmente fuchsine.

Per cui aggiungiamo alle nostre parole anche:

CASUALITA’

2 novembre

Pensiero di Stefania Bonanni – dal Diario di Frida Kahlo

foto di Patrizia Fusi

“Secondo la tradizione, il 2 novembre i morti ottengono il permesso divino di tornare sulla terra e bisogna accoglierli preparando piccoli fiori gialli, pani zuccherati, fotografie piene di nostalgia, immagini religiose, incensi dalle fragranze mistiche,  candele per illuminare il cammino verso l’aldila’, e con le loro pietanze preferite”. E non per i morti,  per i vivi.”

Liberi pensieri

Pensieri – di Giulia Giusti

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La stanza umida mi solletica il naso. Fuori piovischia leggero e dentro è un maremoto. Emozioni forti, una facciata sorridente, un caffè di troppo. E il niente.. Il vuoto incontenibile, quello spaventoso e ingestibile. Quello che ti fa sentire freddo e l’anima in allerta: devo fare, disfare, riempire, svuotare veloce. Arriva sempre, ma la vita è sorprendente.. 
Una voce calda, un buffetto amichevole sulla rasatura. Duecento chiacchiere di menti affini e non. Poi un salto rapido, e una frenata in discesa. Poi tu che mi baci, e io che mi sono arresa, ad amarti e dimostrarti che son pronta anche a fermarmi. Che non mi spavento più e che quel vuoto è enorme.. Ma l’amore, quello forte, ti fa volare.. ancor più su. 

Colori

Colori d’autunno – di Anna Meli

Foto di Hans Braxmeier da Pixabay

Caldi i colori nel bosco in autunno.

Madre natura in silenzio dipinge.
Cadono come farfalle, foglie dorate.

Leggere si posano al suolo.
Cespugli di rovi rossi di bacche mature

nascondono il delicato rosa dei ciclamini.

Verdi muschi rivestono freddi sassi umidi 

Crochi di un giallo intenso salutano il sole

nel cielo invaso da nebbia leggera.

Madre natura dipinge nel tempo, in silenzio,

l’attesa del sonno invernale.

foto di Cecilia Trinci

Labirinto di pioggia

Pioveva – di Carla Faggi

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Pioveva, pioveva, e ancora pioveva.

Inciampai in una radice affiorante e quasi rischiai di cadere, mi aggrappai ad un ramo ma questo in tutta risposta mi scaraventò una valanga di acqua addosso.

Imprecai.

La lieve luce in fondo al bosco sembrava vicina ma non lo era.

Continuai a camminare per forza di cose verso quella lucina lontana.

Ogni goccia d’acqua però sembrava allontanarla un po’.

Mi incuneai in quel labirinto di spazio lasciato tra goccia e goccia ma iniziai a perdermi.

La lucina si faceva sempre più piccola e si spostava un po’ di qua, un po’ di là a seconda della volontà delle gocce.

Sembrava un gioco fra loro ma io non lo trovai piacevole.

Finalmente capii che non dovevo schivare le gocce d’acqua ma immergervisi, perforarle, andare sempre dritto. Era l’unico modo per uscire da quel labirinto.

Ad un tratto la lucina laggiù laggiù sembrò più vicina, immobile e sembrava aspettarmi.

Color freddo

Labirinto di idee – di Carla Faggi

Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay

Idee che mi si aggrovigliano in testa, una dietro l’altra, non mi è facile liberarmene.

Cerco di pensare ad altro ma tutto mi ritorna.

Tutum tutum il pensiero batte e non mi lascia.

Allora cerco di andarmene io lontano dai pensieri, agito le braccia come per volare.

Mi sembra di riuscirci ma è solo un’illusione, tutum tutum, il pensiero non mi lascia.

Mi sento in un labirinto e non riesco a trovare l’uscita.

Inizio a fissare la parete color celestino acqua di mare, forse hanno scelto quel colore per calmarmi, ma non è così, mi ricorda il freddo, odio il freddo. Freddo sulle spalle, nelle braccia, mi abbraccio per riscaldarmi ma quel celeste ghiaccio mi congela.

Sbatto la testa a destra e a sinistra e poi ricomincio da capo, ma sono sempre al solito punto, così non ne esco.

Urlo: aiutooo!

Mi sento abbracciare, un alito caldo si avvicina al mio collo, sensazione di due grandi denti canini. Qualcosa dentro di me, qualcosa che se ne va da me.

Attrazione e paura…lascio che sia.

Ma una luce mi acceca, cerco di guardare, di capire, quella luce sopra di me sono due grandi occhi color freddo.

Mi guardano, si avvicinano, poi una volata scura, sembra un mantello nero, un alito di vento e vola via.

Non solo ciano e magenta

Sapori a colori – di Nadia Peruzzi

Foto di Дарья Яковлева da Pixabay

Chi se li scorda più i sapori e i colori dei dolci di quando eravamo piccoli!

Non c’era moltissimo in verità ma per  allora  era tantissimo e dopo aver letto Pinocchio ogni volta era un trovarsi nel magico Mondo  dei balocchi in sua compagnia.  Un po’ Lucignolo anche noi, insomma!

Quello che si trovava sapeva di buono,  parlava al palato e molto anche agli occhi. 

Nemmeno erano dolci.  Erano dolciumi, allora!

 Nel nome portavano il profumo, il gusto e la magia di quello che ti aspettavi di provare assaporandoli. 

Dolciumi, che bel termine! C’è un suono in quel suo allungo, che nel pronunciarlo ancora, oggi, sa di bontà fanciulla.   Di sorrisi,  di sguardi accesi, di brame che si soddisfacevano con poco.   

I “duri di menta” che nemmeno erano solo e semplicemente di menta ma di aromi e sapori diversi, conquistavano per i loro colori e le loro forme e per il fatto che compravi pura emozione. 

Li andavi a cercare accanto alle strisce di liquirizia che occhieggiavano con la loro pallina colorata al centro, e ai lecca lecca trasparenti . 

Esitavi un po’ poi,  ovvio, puntavi diritto a quello fatto a bastoncino,  il più lungo di tutti !

Un soldino valeva un oggetto di puro piacere e se a bastoncino lo potevi far durare un tempo infinito. 

Dita appiccicose, bavette che colavano dappertutto,  mamme e nonne che  brontolavano regolarmente quando ti pulivi le mani sul davanti dei vestiti che indossavi. 

Con quelli a colori più sgargianti o a righe bianche e rosse, ci facevi pure una gara con gli altri bambini.  Fiorivano linguacce colorate per trovare quella più bella .   Ai coloranti allora non faceva caso nessuno.  E non c’è da sperare che fossero tutti naturali, anzi e purtroppo c’è da dire oggi! 

Il massimo del godimento stava tuttavia in una macchinetta che aveva del magico . 

Il distributore di chewing gum.  Già il fascino di una parola in una lingua straniera che nemmeno sapevamo pronunciare era una attrattiva in un tempo nel quale di termini inglesi nella lingua comune non se ne sentivano proprio. 

Il bello stava in quelle palline multicolori che erano li in bella mostra all’altezza dei nostri occhi.   Un invito a cui non si poteva resistere. 

Non dovevi nemmeno entrare nei negozi.  Spesso erano all’esterno.   Il Bruzzichelli il negozio con di tutto un po’,  mi pare ne avesse uno messo in bella vista vicino alla fermata dell’autobus,  che arrivava proprio sulla piazza e quasi davanti alla chiesa. 

Ci voleva il permesso, allora,  per andare a prenderli .  Il primo soldino infilato in quella feritoia a ripensarci oggi ci vide pure un po’ titubanti. 

Stavamo li con i nostri vestitini a fiori, i sandali con gli occhielli, e i calzini bianchi con le gale e i ricamini al bordo,  a domandarci se avrebbe funzionato o ci avrebbe catturato il soldino da cui ci aspettavamo magia. 

Con il palmo della mano stretto a pugno arrivavamo davanti al distributore, che  stava lì con le sue gambe lunghe,  di metallo, spesso instabili.   Eravamo poco più alti del livello delle palline che sembravano aspettare solo noi. 

Una volta infilato il soldino nella feritoia e girata la leva verso destra, tutto si metteva in funzione come se fosse sotto effetto di un piccolo terremoto. 

Il distributore era tutto un rumore di  ingranaggi .  Lo scontro delle palline le une contro le altre lo vedevi in diretta mentre ti immaginavi quella che per trovare la strada verso l’uscita faceva a gomitate per farsi avanti. 

Arrivato il toc, sapevi che alzando lo sportellino di metallo si sarebbe materializzata la sorpresa.   L’acquolina in bocca era già arrivata da prima .  C’era solo da scoprire se il colore era proprio quello che ci si aspettava. 

Rosso.   Via, era proprio quello. 

Altre volte era il  rosa  o il verde a renderti felice. 

Poteva capitare che se il bambino dopo di te trovava una pallina  blu o celeste,  sentissi un pizzico di disappunto,  un sentimento che nemmeno sapevi cosa fosse.  Lo provavi e basta. 

Durava poco per fortuna.   Stavi già masticando la tua pallina gialla e il blu lo avevi rimandato col pensiero al prossimo soldino che la nonna ti avrebbe permesso di spendere in chewing gum! 

Dai cieli color indaco

Ritorno dal pianeta arancione – di Luca Di Volo

Foto di LoganArt da Pixabay

Sembrava che quel posto fosse incastonato nel tempo. Un solo attimo fermo, eterno, un’istantanea foto congelata.

Eppure gli eventi si succedevano, ma sembravano, in qualche modo “fuori”. Non c’era altro modo di definirli.

Lui e la sua compagna avevano avuto figli e figlie, tanti…e a loro volta anch’essi avevano generato una prole che generazione dopo generazione aveva finito per popolare quello straordinario pianeta.

Quindi, in qualche modo il tempo passava, se lo si pensava come una lunga catena di avvenimenti. Ma forse non era così, forse la definizione non era quella giusta. Prima di tutto perché loro due non invecchiavano…e i loro figli sì. E morivano anche. In un modo calmo. . senza sofferenze, a volte sorridendo…ma morivano.

Un’altra incongruenza: i loro discendenti sembravano immuni dall’istinto aggressivo che aveva connotato tutta la stirpe degli uomini. Non si facevano guerre su quel mondo stupefacente.

Ma c’era altro.

Era sorta una specie di civiltà…. perchè “era” una civiltà. Però non tecnologica…. difficile da capire,  per loro due. Ne avevano parlato: come definirla. . biologica. . mentale? Avevano anche una lingua, ma potevano non usarla. Con loro preferivano comunicare nel modo non verbale, un modo chiarissimo, per la verità.

Il simbolo mentale per i progenitori era qualcosa che si poteva tradurre con “MadrePadre”. . sia pur con una certa approssimazione che non rendeva bene il concetto.

Altra curiosità: erano nudi. . su quel mondo del resto non faceva mai né caldo né freddo. . un’eterna primavera. E questo a lui, da bravo scienziato, confermava l’idea di essere in una specie di “bolla”. . atemporale…. .

Comunque, quando fu il momento, cominciarono le domande. Su tutto…e su tutto le risposte erano vaghe, incerte. . sembrava che fino ad allora non si fossero accorti di quanto poco sapevano. E quando lui, come astrofisico tentò di spiegare la relatività, che era l’arma più raffinata disponibile per indagare l’universo, vide che il gruppo che li interrogava cominciava a tentennare il capo, a fare qualche gesto di disappunto.

Ci rimase male: ”Cosa c’è…vi sembra sbagliata. . ?!”

Rispose una delle loro discendenti, una negretta dagli occhi azzurri e i capelli biondi…. forse un portavoce. .

“No, MadrePadre. . sbagliata no…limitata, forse,ma non comprende tutti i casi. Se fosse tanto definitiva, significherebbe che le stelle sarebbero per sempre al di fuori della conoscenza. . non ci arrivereste mai…. Ma per fortuna non è così. . ”

Il vecchio scienziato che era in lui espose come un vulcano…”E allora com’è…?!

La loro propronipote aprì la bocca per spiegare….

Ma in quell’attimo successe.

Come la prima volta. Un attimo prima era illuminato da quel gioioso sole arancione . . e un attimo dopo si trovava con gli occhi feriti dalla violenta luce artificiale dell’osservatorio del Cerro Paranal, a 5. 000 metri sulle Ande. Non c’era stata neppure l’ombra di una qualsiasi sensazione di cambiamento.

Si riscosse al suono del telefono. Era il direttore dell’osservatorio. ”Ciao…solo per curiosità…come mai hai orientato i telescopi sulla Sigma Octantis…la Polare del Sud?! Ci hai visto qualcosa. . se è così dimmelo, vai…”

Non aveva risposte…farfugliò qualcosa che però sembrò soddisfare l’interlocutore. . per fortuna.

E allora guardò sul display…. Così quella era la stella Sigma Octantis. . la Polare del Sud…Un astro insignificante. . di quinta grandezza a malapena visibile ad occhio nudo, anche con quei cieli gloriosi.

Però era uno dei due terminali dell’asse di rotazione del pianeta. . l’altro era dall’altra parte del mondo. . la stella Polare sotto cui era cresciuto prima di avventurarsi sotto quei cieli stranieri.

L’osservò con attenzione…colore arancione, lievemente più fredda del Sole, classe spettrale F invece che G…ma praticamente una gemella. . a trecento anni luce di distanza.

Forse era una coincidenza…ma quel colore, quei colori fantastici…. Perché lo turbavano tanto…?! Ricordò:  Dio mio, lui c’era stato. . il pianeta arancione…la sua compagna…i suoi figli. .

E fu in quel momento che l’immagine della stella svanì per essere sostituita da una scena familiare. . anzi “troppo” familiare.

Erano gli stessi che poco prima gli si erano raccolti davanti, su quel mondo arancione.

Parlò la sua discendente, l’affascinante negretta: ”MadrePadre   …vi onoriamo. Abbiamo un messaggio per voi…”

La voce gli uscì strozzata “Da trecento anni luce. . ?!”

“Sì. . ma non importa. Ti dico che tra otto giorni saremo sul vostro pianeta. . potevamo anche  far prima, ma abbiamo voluto che foste preparati. . ”

Otto giorni. . trecento anni luce…”Ma parlate sul serio?!”

Gli rispose il silenzio . . ma era assordante. Eccome se parlavano sul serio…

“Ma perché lo dite a noi…e poi la mia compagna non è più qui…”

“Non è vero. . guardati attorno. ”

Si voltò: lei era lì accanto a lui. Allora era tutto vero…

Per un momento fu sopraffatto dalla gioia. . ma . . niente era gratis. . anche nel migliore dei mondi. .

“E noi cosa dobbiamo fare. . ?!”

La risposta fu quasi crudele: ”Niente. . solo preparare il vostro mondo. . i vostri governanti. . i vostri capi. . avvertiteli che tra otto giorni arriviamo. Diremo solo a voi dove. . al momento giusto”

Ingenui da morire i loro discendenti

“Non pensateci nemmeno. Non avete idea in cosa andremmo a scontrarci…. ”

“Chi ti dice che non lo sappiamo?! Ma sappiamo anche che ce la farete. . non chiedeteci “come”. . ma lo sappiamo. Ora vi onoriamo MadrePadre e vi mostreremo il nostro amore tra otto giorni. . ricordate: tra otto giorni…”

Otto giorni per distruggere il mondo…sorrise amaramente. . uno in più di quanto ci fosse voluto per crearlo…. ma l’ottavo giorno era anche il simbolo dell’eternità…

Abbandonarono l’osservatorio. A bordo di una Jeep in dotazione scesero dai picchi Andini.

Il profondo indaco dei cieli del Sud sembrò parlare. . confortandoli. No, non ci sarebbe stata nessuna battaglia di Armageddon.

Loro e i loro discendenti l’avrebbero evitata.

E così sia, dissero i cieli del color dell’indaco.

I fili per tornare

I colori del ritorno – di Gigliola Franceschini

Foto di Giovanni Edoardo Nogaro da Pixabay

Si aggirava per la casa in cerca di una decisione che tardava a venire. Le sarebbe servito un filo magico che la conducesse fuori da quel labirinto in cui si perdeva e si ritrovava, tra le sue cose che non sentiva piu’ sue. Quando credeva di aver trovato finalmente la strada, si imbatteva in un oggetto, in un ricordo, in una gioia vissuta e perduta e rimaneva prigioniera di quel mondo che fino a poco tempo prima aveva amato, come aveva amato Lorenzo che se ne era andato. Dieci anni insieme non erano bastati a calmare l’ansia di vita e di nuovo che lo dominava. Lei aveva sperato che dopo aver superato la quarantina, si sarebbe fermato ma non era stato cosi, Lorenzo aveva saputo rompere i lacci che lo tenevano unito a lei ed era partito in cerca di nuove avventure. Le aveva lasciato l’uso della casa ed altro, generoso come sempre nel dare come nel distruggere. Anna si affaccio’ e lo sguardo si perse nei colori del giardino, ciuffi violenti e dolci, un intreccio di azzurro, il rosso, il verde dei cespugli e il violetto dei rampicanti. Aveva molto amato quelle cose sue che ora non sentiva piu’ sue, quasi fredde e distanti.. Devo andare via, penso’, devo farlo. Le torno’ in mente la sua vecchia casa di paese, abbandonata da tempo ed ebbe nostalgia della sua stanza a tetto, poco piu’ di un abbaino che lei aveva ribattezzato mansarda.. Le sembro’ di sentire l’odore acre dell’acquaragia vicino ai pennelli intrisi di colore. La sua tavolozza arcobaleno e davanti alla finestra , il suo cavalletto tenuto di tre quarti per catturare sulla tela la luce migliore. Aveva abbandonato tutto questo per Lorenzo che non amava la pittura e l’aveva coinvolta nei suoi sport preferiti e lei era stata felice di assecondarlo. Ora si faceva sentire forte la voglia di affacciarsi su un altro giardino, incolto da sempre ma forse piu’ spontaneo di quello che aveva davanti. Avrebbe riportato sulla tela il colore dei gelsomini notturni che si aprivano appena scendeva la sera, il viola dell’iris che era nato per caso e che si era moltiplicato in un allegro disordine. E poi, l’azzurro spento delle ortensie….. quei colori ora le erano indispensabili per riprendere il suo cammino. Tornare, questo era il filo magico che l’avrebbe liberata da quella prigione dorata. Penso’ ai piccoli ragni che dalla sera alla mattina riuscivano a tessere fini tele, ne avrebbe trovati in grande quantita’ ma non le avrebbero fatto male, fili impalpabili e fragili. I ricordi in questa casa, quelli si’ che facevano male! Parti’ la mattina seguente portando un unico bagaglio, la sua ritrovata voglia di vivere!!

Tenda sull’indaco

La tenda sull’indaco – di Cecilia Trinci

Foto di StockSnap da Pixabay

Dal giardino non guardava quasi mai in su, verso la finestra. Sentiva vibrare atomi trasparenti che muovevano la tenda anche senza vento. Soprattutto senza vento. Era il fremito di chi tornava senza esser chiamato e si faceva, a volte, concreto, in un velo inconsistente, percepibile se nessuno guardava. Un sospiro appeso nel telaio della finestra.

Non era una sola persona, piuttosto un’essenza essiccata, un abbraccio collettivo di assenze. E non necessariamente defunte, ma anche solo passate di lì, in epoche diverse.

La tenda  si gonfiava di respiri fragili, nel tramonto indaco e lei volutamente non la guardava. La sentiva ondeggiare, col suo carico di trina.

Guardava piuttosto davanti a sé, fissando il cespuglio di lavanda azzurra e, al di là della siepe, appena più su, il tetto della chiesina sbarrata, col campanile secco e le tegole smosse, dove un Gesù triste lacrimava da solo le  proprie ferite di legno.

Era a quel punto che arrivavano le voci. Piccoli scoppi di risate indistinte, sussurri di parole spezzate. E cercava di afferrarne il senso, fissando lo sguardo sul cielo accaldato. Ma non riusciva a capire, né a distinguere visi conosciuti e neppure fermare quel frusciare di essenze che respirava lì e contemporaneamente altrove.

Chiudeva gli occhi mentre la finestra si animava e il “giardino delle assenze” si accendeva di indaco, illuminandosi.

Labirinti per camminare

Come Forrest Gump – di M.Laura Tripodi

Foto di PublicDomainArchive da Pixabay

Ci sono giorni in cui camminare è l’unico modo che ho di  sopravvivere. Sorrido pensando ai chilometri percorsi da Forrest Gump. Solo che lui correva. Paradossalmente mi sento un po’ così. Mi sveglio certe mattine e penso che starò tutto il giorno a scrivere. Accendo il computer e la schermata bianca sembra chiedermi di sbrigarmi. Ma i pensieri sono velocissimi e non si fanno acchiappare.  Non è cosa. Richiudo tutto.

Allora faccio qualche telefonata di buongiorno. E poi? Le mie scarpette da ginnastica occhieggiano. No, Oggi riprendo in mano i pennelli.  Preparo tela  e colori, ma sono sconclusionata. Abbandono tutto.

Ogni tanto mi avvicino alla famosa finestra dei miei pensieri. Vera e metaforica. C’è un fico là fuori, presente da sempre. E poi ci sono altri alberelli che per un certo periodo sono apparsi soli e inconcludenti. Adesso però  si sono ripopolati di passerotti e mi incanto a guardare la loro laboriosità, l’instancabile moto che li fa volare da un ramo a un altro o posarsi sul terrazzino adiacente in cerca di briciole che non sempre mi ricordo di lasciare.

Forse pioverà, forse no. Infilo le scarpe e me ne infischio. Prendo la giacchettina leggera con il cappuccio. Lascio a casa il telefono, questa volta volutamente.

Quando mi prende così sono capace di camminare per ore senza una meta precisa. Mi accompagnano i pensieri, ma ogni tanto, soprattutto in questa stagione, mi fermo come invasata di fronte alla magnificenza di una natura fatta di colori e di profumi che a breve spariranno.

Allora ci sarà posto solo per le nebbie e molti alberi rimarranno sentinelle scheletriche  a osservare i propri abiti caduti a terra. Cambieranno anche gli odori, confusi nell’umidità dell’inverno e i suoni saranno ovattati , come catturati da un grigio calderone.

E poi tornerà la primavera.

A volte mi perdo.

E’ accaduto anche nel labirinto della mia vita. Ho sbagliato strada tante volte e tante volte mi sono ritrovata al punto di partenza. Ma non era proprio così.

In cammino si  imparano tante cose e quando si ricomincia daccapo si fa sempre con un cuore diverso.

Chissà se per strada incontrerò Forrest Gump…..

Sfumature di grigio

La camicia di seta – di M.Laura Tripodi

Foto di Anant Sharma da Pixabay

La osservava penzolare inconcludente e triste da quella gruccia di ferro. Un leggero alito di vento confondeva le righe bianche e nere rendendole sinuose e ammiccanti.

La camicia di chiffon di seta,  lacera,  conservava tutta la sua dignità.

Si era ferita a morte in una notte di tempesta. Dal terrazzino era volata via impigliandosi nella rete del condominio e lì era rimasta per tutta la notte a subire  i maltrattamenti della pioggia e del vento.

Era stata recuperata il mattino dopo, ormai inservibile, ma sempre bellissima .

Anzi gli strappi la rendevano misteriosa e affascinante. Le righe che si interrompevano là dove si era lacerata formavano con il movimento della brezza disegni sempre diversi.

Bianco e nero. Giorno e notte.

 E socchiudendo gli occhi , complice il gioco del vento,  tutte le sfumature del grigio.

Come se schegge di notte fossero entrate nel giorno e frammenti di giorno si fossero intrufolati nel buio della notte.

Aprì l’armadio e con una carezza la ripose con cura. 

Labirinto indaco

Labirinto indaco – di Gabriella Crisafulli

Foto di Pexels da Pixabay

Era davvero sorprendente: ad ogni passo incontrava quinte che si dividevano e moltiplicavano all’infinito.

Si diramavano in direzioni diverse e, a seconda delle angolazioni, riflettevano la sua figura talvolta intera, oppure dimezzata, dilatata, frantumata.

Si muoveva con cautela mentre i muri intorno si gonfiavano o alzavano impercettibilmente come cortine esposte al vento.

Era entrata lì dentro non sapeva quando, come, perché e da dove: le era chiaro che ne voleva uscire. Desiderava solo andare via da lì.

Ma gli spigoli che all’improvviso le si paravano davanti e contro ai quali andava a sbattere, rendevano il cammino a dir poco faticoso, mentre si perdeva passo dopo passo.

Allora si resettava, ricominciava da capo, si creava una procedura razionale e un ordine di sviluppo progressivo ma una volta si smarriva, un’altra si scopriva senza forze, una terza aveva la nausea e vomitava. Percepiva dentro di lei quella tenacia testarda e ossessiva come un nucleo centrale che le diceva “Basta, andiamo via!” ma non riusciva a trasformare il suo sentire in azioni.

Così, tra un ricovero ed un altro, ripartiva verso il suo scopo a tentoni.

Osservava desolata l’incredibile sequenza di insuccessi accumulati nel tempo e le veniva da piangere oppure si commiserava ma soprattutto si rassegnava.

Talvolta però si metteva a ridere sgnignazzando mentre gli specchi intorno a lei riflettevano l’immagine grottesca di una vecchia canuta, spezzettata in più parti, che le ghignavano contro riflettendosi fra loro.

Chi sa perché la sorte le aveva assegnato un destino così complicato e contorto: talvolta pensava che ne fosse quasi affezionata e se ne sentiva colpevole.

Di tanto in tanto la mattina sobbalzava al pensiero di quel che doveva fare.

Era come Prometeo, incatenato alla montagna e mentre declinava i sogni perduti come una sorta di Tavola di Mendeleev sapeva che il passato stava provando a giocarle la strada della nostalgia.

Ma non aveva voglia di farsi fiatare sul collo.

Non aveva voglia di riesumare l’incanto di amori totalizzanti.

Così si appoggiava al bordo della tazza di caffè bollente per spiccare il salto: ma non partiva.

Poi arrivò l’indaco: che colore strano!

Non lo conosceva.

Sfogliando pagina dopo pagina l’enciclopedia della sua memoria, l’indaco compariva solo a tratti.

Forse era il colore delle ortensie del giardino dove si nascondeva Leonardo da piccino.

Lo spicchio di cielo che si apriva in Val Saisera tra il mare di nuvole grigie e lo sfondo verde delle montagne.

Il lago che aveva intravisto dalla cima più alta di Andalo.

Le risaie cinesi fotografate dal drone.

Il cielo di Otranto quando spunta la luna piena dai monti dell’Albania.

Il tabernacolo di Consonno, paese diroccato, abbandonato, che la riportava sul Lago di Como.

La donna dinanzi al vento che le soffiava in faccia, mentre i pensieri le svolazzano dietro a sciame.

La vecchia che si trovava al centro di “Morte e vita” di Klimt.

No, niente di tutto questo.

L’indaco era il terzo occhio, quello che le si era aperto all’improvviso, attraverso il quale guardava con un nuovo sguardo la solitudine che si era guadagnata.

Una solitudine fatta di intimità con quella che era e ignorava di essere.

Una solitudine ricca di empatia nei confronti degli altri.

Una solitudine in compagnia di chi era lontano ma la pensava.

Una solitudine affollata di strade diverse.  

Una solitudine per tornare a sé stessi.

Una solitudine per staccarsi e volare.

Una solitudine in un concerto di parole.

Doveva separarsi da persone e cose per partire.

L’indaco era un chakra di energia.

Il labirinto magico

Il labirinto nel cuore – di Stefania Bonanni

Foto di Stefania Bonanni

Il tempo non esiste, eppure è un labirinto magico, nel quale si entra senza volontà e se ne esce solo quando la cosa non ci riguarda più. Ci accompagna, e cambia senza chiedere il permesso. E’ fatto di attimi infiniti, e di anni che non si ricordano, sfuggiti in un batter di ciglia. Di momenti irripetibil, che non torneranno mai uguali, nonostante gli sforzi di replica , perché non ci siamo accorti che il tempo ci ha cambiati. Un labirinto che sbatacchia avanti e indietro, e non è governabile. Siamo piccoli, nel labirinto da poco, e si vorrebbe correre avanti, mettendo anche in conto la possibilità di sbattere, le possibilita’ che il labirinto promette sembrano li’ dietro l’angolo. E si cammina, si cerca la strada più piana, e pazienza se non sarà la più corta. E si cammina cercando di stringere tra le mani il filo che da sicurezza, che ci aiuterà a non perdere tutto il tempo nel labirinto. Siamo grandi, e si rimpiangono gli anni della gioventù. Si fanno i conti con il tempo perso. Ci sono persone che hanno vissuto il loro tempo come tracciando una linea diritta , regolare, senza sbavature, senza vuoti. Io ho avuto diciott’anni ogni volta che mi somo innamorata, di qualcosa o di qualcuno. Sono bambina, quando gioco con Leo. Mi sento immortale quando lui mi dice che mi vorrà accanto per sempre, ogni volta che nella vita avrà un progetto, che devo essere la sua aiutante sempre.Mi sento fragile e malandata, mi sembra di avere cent’anni di stanchezza sulle spalle, ma mi è sembrato di partorire di nuovo, quando è nato Leo, e di nuovo ancora, quando è arrivata Bea, e non ero io,certo, ma nasceva lo stesso qualcosa di mio, e l’emozione fa bene. Una notte di pochi mesi fa è stata un’esperienza che mi ha lasciato un segno grosso. Reduce da un’operazione importante, sola visto il periodo, ovviamente sedata, drogata, in una camera di rianimazione che non riconoscevo, pensavo di essermi persa. Chiamavo Paolo, e non veniva. E pensavo, questo lo ricordo bene “ma guarda come è diventato sordo, invecchiando” Allora ho chiamato “mamma”, e anche altri chiamavano mamma. Ma nessuno arrivava. Apparecchi emettevano suonini da sala giochi. Non sapevo dov’ero, perché, chi ero, quanti anni avevo. Allora ho cominciato a cercare di mettere in fila i ricordi, e terrorizzata mi sono resa conto di non essere capace. Pensavo: “ma è nato prima Riccardo, o la Francesca? E il bambino piccolo chi è? Ma dove lavoro? Da quando? Ricordo che sono sposata, ma sono così giovane….o quella giovane non sono io, è la Francesca? E in che anno mi sono innamorata? No, non torna, e successo prima che nascesse Riccardo….” E ho avuto una paura tremenda di aver mescolato tutto, di non sapere più a che punto del labirinto mi sono persa.Senza ricordi, non mi rimane nulla, Non sono nulla. Se il passato è sparito, il presente è confuso, si può pensare al futuro. Intanto si continua a vagare per sentieri aggrovigliati, con le spine per terra, ed i cocci di bottiglia sui muri, ed a raccogliere il filo che scappa di mano, quello che indica la strada.

Citazioni per pensare

“Il passato non si dimentica, ha radici inestimabili che si intrecciano al presente, definisce ciò che siamo, o ciò che siamo diventati. Per Vivian il passato era una stanza di specchi e ombre, di riflessi che le restituivano, incessantemente, i volti delle donne che l’avevano plasmata: una su tutte sua madre. La sua ombra incombeva ancora su di lei, sebbene da anni avesse cercato, in tutti i modi di lasciarla alle spalle. Tutta la sua vita era una fuga da colei che, per paradosso, le aveva insegnato a fuggire….”

E anche:

“Vivian abbassò lo sguardo alla propria ombra che si allungava sul vialetto.Una foglia secca, reduce da un autunno ormai lontano se ne stava lì al posto del suo cuore. I bordi arricciati, prossimi a sbriciolarsi, ne facevano una superstite ostinata, qualcuno che non vuole cedere all’evidenza. Si infilò la Rolleiflex al collo mettendo a fuoco , attraverso la lente, quella fragile creatura che sopravviveva in una stagione che non le apparteneva. “

Turchese materno

La sciarpa turquoise – di Rossella Gallori

La cerimonia era stata breve, qualcuno aveva aggiunto “intensa”, tanto per dare un senso a parole quasi incomprensibili, poca gente, una pioggerellina stronza e quella voglia di urlare che le prendeva nei momenti meno opportuni.
Si salutarono davanti al cancello di un cimiterino non convenzionale, in una Firenze nord, semideserta…lei e loro due, esemplari così diversi, della stessa madre, tre fratelli, figli unici, per un volere, assurdo di una mamma un po’ “ fuori” per usare un gergo attuale…
Decise di tornare in autobus, un modo originale per stare sola dopo il funerale, allentò il nodo della sciarpa, che la stava quasi impiccando, sapeva ancora di lei, aveva quell’odore che hanno le signore di una certa età, pulite ed un po’ vanitose: un po’ di colonia, un po’ di crema per le mani ed un po’ più di sciroppo per la tosse.
Gliela aveva tolta, quasi con rabbia, non si muore, scheletriti e vecchi con quel colore addosso…..già quel colore…una banale gradazione di azzurro che sua madre chiamava pomposamente “turquoise” …
Lo ripeteva spesso, martellando la figlia, tanto meno femminile di lei: da luce, da vita….quindi primavera in bleu e turchese, estate in bianco e turchese….inverno nero….e sempre noiosamente turquoise.
Non scese alla fermata giusta la lasciò passare allontanandosi, volutamente da casa, ed avvicinandosi a quella della madre chiusa da tempo.
Lottò con la chiave, prima di decidere di usarla, aprì lentamente, come era piccola quella casa…e come poco ricordava chi l’ aveva abitata: ordinata, monotona…le solite foto di gente bella e giovane morta da sempre…i cuscini sul letto di un celeste sbiadito…e ciniglioso.
Trovò la scatola sul cassettone, le cifre ancora nitide, le piccole cerniere sgangherate, aveva quasi paura di alzare quel coperchio, si riavvolse nella sciarpa, quasi per difendersi temeva di ritrovarsela li, sua madre, quell’estranea adorata….
Orecchini, spille, tra il bluette, il pavone ed il manganese …ebbero il loro momento di respiro, il cielo in una scatola di pelle graffiata dagli anni…