Irlanda

FESTA IRLANDESE – di Anna Meli

Il cielo è pieno di stelle e una falce di luna illumina il breve tragitto che ci separa dalla macchina.
Stiamo tornando a casa a notte inoltrata, camminando stretti l’una all’altro perché, anche se siamo in estate, quassù nelle colline del Chianti fa freddino. Siamo ancora un po’ storditi per questa festa di compleanno diversa, vivace, colorita fatta di musiche, danze e buon cibo oltre al vino e alla simpatica compagnia.
Un invito ricevuto da un nostro amico musicista ci ha proiettato in un mondo diverso dal nostro e più che l’Irlanda ci ha fatto conoscere gli Irlandesi e il loro modo di far festa.
Noi conoscevamo l’Irlanda solo attraverso i documentari ricca di vaste praterie, ripide scogliere, misteriosi castelli e anche il nostro amico ce ne aveva spesso parlato come di un’isola magica dai colori di smeraldo con un clima abbastanza freddo-umido, ma con una popolazione alla quale piaceva far festa con bella musica e buona birra.
Stasera nella sua casa di campagna c’è stata “ LA FESTA” presenti noi, due spagnoli e tre famiglie irlandesi.
Nella grande aia davanti alla casa, in un angolo un fuoco scoppiettante. Concita armeggia rimestando in una grande padella carni e verdure e pesci per la paella mentre Thomas, accompagnandosi con la chitarra, le fa compagnia con un canto. Al centro una damigiana di vino con una canna infilata nel collo offre da bere agli assetati irlandesi giunti con le loro famiglie a festeggiare.
All’inizio ci sentiamo un po’ imbarazzati, le presentazioni non sono semplici per la lingua, ma poi tutto rientra di fronte alla loro naturalezza che ci coinvolge. Si mangia in piedi e parliamo cercando di indovinare, a volte gesticolando a volte sorridendo; comunque ci sembra di capirci e abbiamo voglia di far festa.
Molti di loro hanno uno strumento che suonano meravigliosamente, così violino, arpa, chitarra, percussioni, cucchiai e altri strumenti che non conosco intrecciano le loro note in una musica fatta per ballare. Incominciano le loro danze nelle quali veniamo coinvolti in un girotondo spezzato e ritmato.
Nel frattempo fra cibo, vino, canti e balli il sole scende lentamente tingendo l’aria di rosa. Un momento di pausa per dar modo ad una loro donna di cantare alcune dolci nenie della loro terra che ci trasmettono pace.
Un esplosivo battito di mani e poi di nuovo allegria davanti ad un’immensa torta e a bicchieri di vinsanto per gli auguri.
Si è fatto molto tardi e ci congediamo con abbracci e strette di mano come amici di vecchio tempo.
Riflettendo: se questa è l’Irlanda, viva l’Irlanda e tutti gli irlandesi.

Nuvola fucsia

Una nuvola fucsia intorno al collo – di Nadia Peruzzi

Foto di TiNo Heusinger da Pixabay

Paola aveva il foglio bianco davanti a sé . Faceva una gran fatica a trovare le parole. Scrivere era un mettersi a nudo e non sempre ci riusciva e per quello che doveva fare lo spazio per nascondersi non c’era proprio.

Avrebbe voluto iniziare a scrivere dal magenta. Di come aveva contrassegnato e colorato il suo cambiamento.  Le era sembrato un tema da null ,  di quelli facili facili . Ma,  si disse,   nella vita di facile non si trova granché.  Sfide e ostacoli,  invece,  quanti ne vuoi spesso di più di quanti sei disposta ad accettarne.

Pensare al magenta le fece bene.

Cominciò a riannodare il filo dei suoi anni passati pensando ai colori che li avevano contrassegnati.

I suoi 18 anni avevano conosciuto in prevalenza il nero.  Era stata grassa e cominciava allora a dimagrire. Il nero era la sua coperta di Linus. La sfinava oltre a starle bene al viso,  così ci si nascondeva dentro volentieri.

C’era voluto qualche anno prima che apparissero anche altri colori. Ricordava ancora quella minigonna rossa di jersey scattante che spiccava sul nero non più nascondiglio ma ormai richiamo all’insegna della seduzione.

Il magenta si era materializzato in una giornata di primavera.  Si guardava allo specchio indossando una sciarpa di quel colore,  e decise che il nero non faceva più per lei.

Si trattava di voltare pagina. E non solo nei colori da indossare. Una fase della sua vita era passata. Un amore finito per noia e per eccesso di abitudini consolidate che la facevano sentire in una prigione.

Aveva bisogno di sentire il cuore pulsare di passione.  Si era ripiegata su sé stessa e aveva lasciato che i fili dorati della ragnatela che Carlo le aveva cucito addosso la stringessero fino a farla soffocare.

Era sempre più come la voleva lui,  ma al prezzo di allontanarsi da ciò che voleva essere per sé stessa.

E la libertà ha bisogno di colore.  Il nero non le si attaglia. Deprime,  spegne,  tarpa le ali,  inchioda in uno schema. Lei era stufa di schemi e percorsi prefissati.

Cominciò a riempire la pagina bianca di questo. Le parole uscivano da sole ,  come un fiume in piena che si ingrossava e si traduceva in una scrittura fitta fitta,  tonda ed elegante.

Tornò al momento nel quale aveva definito il suo obbiettivo. Cercare colore in giro per il mondo dopo aver iniziato a trovarlo dentro di sé.

Era davanti alla vetrina di un negozio di fotocamere e aveva appena deciso  di entrare per comprare una reflex. La prima macchina fotografica della sua vita.

Era certa che il nuovo capitolo della sua vita passasse da lì.

Per decidere la meta si affidò alla sorte. Il vecchio mappamondo era ancora su una mensola della sua camera. Mentre scriveva le ritornò in mente il calore che traeva da quella luce soffusa mentre seguiva con dita bambine confini,  linee delle catene dei monti,  il corso dei fiumi e fantasticava su storie millenarie ,  grandi civiltà del passato e usi e costumi diversi dai suoi.

Aveva chiuso gli occhi,  dato un giro al mappamondo e puntato un dito per fermarlo. Era arrivata in Sud America . Sulle Ande,  fra Perù e Bolivia .

Poche cose da mettere in valigia. Il di più stava nel bagaglio interiore. Determinazione,  curiosità,  voglia di conoscere e di imparare dagli altri.

Andava in cerca di colore e si vestì di colore per dar il calcio definitivo a quel passato che le stava ormai strettissimo.

Si avvolse in una nuvola di fucsia a partire dalla fascia che spiccava sui capelli corvini. Aveva scelto quella perché la irradiava di luce e le trasmetteva benessere e voglia di fare. Come la sciarpa calda e morbida che si era stretta al collo mentre dava un ultimo sguardo alla sua casa.  Nessun ripensamento,  nessuna esitazione. Lo sguardo era già oltre ,  verso l’obbiettivo che si era prefissata.

Con la mente già vagava fra le rovine di Macchu Picchu ,  accarezzava con lo sguardo la distesa languida del lago Titicaca,  si nutriva della pace e del silenzio assordante delle vette di quella Cordigliera che teneva per mano da nord a sud un subcontinente.

Pensava agli indios che aveva visto nei reportages di fotografi famosi. Le scorrevano davanti i loro volti scolpiti dall’altitudine e dalle intemperie,  quei  loro occhi grandi,  neri,  vivi che scavavano nelle anime altrui,  le risate sdentate di vecchie che erano sicuramente più giovani di sua madre,  le voci garrule dei bambini che le avrebbero fatto cerchio intorno.

Avrebbe fatto delle foto magnifiche si disse mentre l’aereo decollava.

Stava mordicchiando la penna con cui fissava su carta ricordi,  pensieri,  emozioni provate  e si trovò a confermare. Aveva fatto delle foto bellissime. Non pensava di riuscirci.  Le sembrava un sogno,  ma stava scrivendo proprio l’introduzione al suo libro fotografico.

Era arrivata al punto nel quale ammetteva che la spinta decisiva era il frutto di un evento casuale,  una scintilla che si era accesa.

Tutto era partito dal desiderio di comprarsi quella macchina fotografica!

Quella era stata la molla che le aveva fatto scoprire tutto il resto.

Le era stato di gran conforto potersi osservare con gli occhi degli altri. L’avevano scrutata e messa a nudo più volte ,  si era sentita giudicata,  apprezzata,  talora tollerata il più delle volte accolta senza alcun filtro,  prevenzione o pregiudizio.

Non aveva mai sentito ,  come durante quel viaggio,   così forte il senso di appartenenza alla grande famiglia umana.  Simili nella profondità dell’essere,  nell’interrogarsi sul senso e la direzione della vita.

Mentre poggiava la penna sulla scrivania alla fine della sua fatica si rese conto di quanto il suo cuore si fosse risvegliato. Batteva come lei voleva che battesse. La passione aveva ricominciato a scorrere nelle  vene come linfa vitale.

Sfumature di rosa

Il colore della rinuncia   – di Gigliola Franceschini 

Foto di Orna Wachman da Pixabay

          Arrivò l’ invito e fu una gioia grande. Della festa si parlava da tempo in paese, sarebbe stato il compleanno di una sua compagna di scuola, una dei quartieri alti, in una villa appena fuori l’abitato, un grande giardino, tanti amici e tanta musica, ma dal vivo, non la solita festicciola fatta in casa, la prima festa importante della sua vita. Ma, all’improvviso le venne in mente che lei non era preparata per quella serata, non aveva un abito elegante per fare la sua figura in mezzo a quella gente e l’entusiasmo svanì. Non poteva chiedere ai suoi di fare quella spesa perché la famiglia stava uscendo faticosamente da una brutta crisi finanziaria che aveva raggiunto i limiti della povertà e quando questa è tanta, come scrive Collodi, la capiscono anche i ragazzi. Non poteva mortificare i suoi con una richiesta  che non potevano soddisfare, li avrebbe umiliati! Decise che avrebbe rinunciato. Il padre però era stato gia’ contattato dalla famiglia della festeggiata ed aveva dato il suo consenso, l’imbarazzo era forte. Per prima cosa la nonna apri’ il suo baule verde che teneva ai piedi del letto, dove riponeva tutto quello che avrebbe potuto essere utile. Aveva provato le privazioni di due guerre mondiali e dava valore ad ogni cosa prima di buttarla. C’erano molte spese prioritarie, anche i libri per il prossimo anno scolastico, sempre tanti e costosi. Dallo studio del babbo erano spariti  alcuni quadri della collezione di post- macchiaioli e molti monili, catenine, orecchini e tutto quello che aveva un qualche valore, erano stati impegnati. Era rimasta solo la sua catenina con la medaglietta dell’Angelo Custode; la mamma non l’avrebbe mai privata di quella protezione in cui credeva fermamente. Il baule verde non aiuto’ a risolvere il problema, Anna rinuncio’ e per alcuni giorni della festa non si parlo’ piu’. Una mattina I suoi genitori presero il primo treno e andarono in citta’. Tornarono all’ora di pranzo con uno scatolone legato con un fiocco e lo dettero a lei senza parlare. Un abito di uno straordinario colore usci’ fuori, un rosa fuxia  acceso con leggere sfumature tendenti al viola e un paio di sandali dorati. Ando’ alla festa e fu tutto bellissimo.  Bei vestiti, tanti amici, tanta allegria.  Le ore volavano e verso la mezzanotte I ragazzi si riunirono in un angolo del giardino, seduti sull’erba del prato senza badare all’umidita’ che strapazzava le gonne multicolori. Marco prese la chitarra e cantarono in coro e uno alla volta. Anna scelse Celentano e sugli accordi della via Gluk, si sentirono leggeri, aperti al loro futuro, certi che sarebbe stato bello e possibile. Il padre, come altri, ando’a prenderla che era piu’ mattina che notte. La guardo’ uscire dal gruppo, le mise una mano sulla spalla e si avviarono verso casa. Ad un tratto lui disse: sei diventata proprio grande! Per una persona cosi’ avara di complimenti, voleva dire: sei brava, sei bella e ti voglio bene! Anna lo capi’. Capi’ anche il significato profondo di avere una famiglia unita e complice  in ogni circostanza e il valore morale ed educativo della rinuncia. Sussurro’ un grazie ma forse lo penso’ soltanto. In quella notte tiepida che gia’ si consegnava al nuovo giorno, le parole non erano necessarie.

Tramontare

Vita al tramonto – di Patrizia Fusi

Di fronte a me ci sono diversi alberi di vari colori, che  formano una bella tavolozza dal giallo chiaro al verde al marrone al rosso intenso.

Le foglie rosse sembrano delle fiammelle capovolte, i rami più alti iniziano ad essere spogli e svettano verso il celo come mani giunte in preghiera, sotto si sta formando un soffice tappeto colorato.

Un albero completamente spoglio lascia vedere un nido di uccelli vuoto, ricordo di vita passata e volata via.

Sento dentro di me il peso del momento che sto vivendo, guardo il cielo sperando di vedere un po’ d’azzurro. Guardare il cielo a volte mi apre il cuore e mi sento più leggera, ma oggi non è così, il cielo è grigio, è come mi sento io.

Mi viene incontro un uomo vecchio come sono io, è un volontario di una misericordia, vestito di arancione, bello lui e quello che rappresenta, l’ho sempre saputo, ma ora ancora di più apprezzo quello che fanno queste persone, donano il loro tempo, è un grande regalo che fanno a tutti noi.

La malinconia è dentro di me, sento la mia vita al tramonto, vedo la  vita trascorsa, la vedo mentre passo per la strada dove ho trascorso l’infanzia.

Il piccolo querciolo lungo la strada per andare a scuola ora è diventata una giovane quercia, un ramo si è piegato sopra la strada andandosi a incontrare con l’ulivo del lato opposto, incorniciando la visuale sul monte di Fonte Santa, si vede bene la chiesa di Montisoni, come in un grasso cannocchiale.

Nella casa dove sono nata, e in tanti punti della campagna e dei luoghi che mi circondano, ricordo sprazzi di vita vissuta in quei luoghi, cose, persone che non ci sono più.

E come se mi passasse la  vita davanti agli occhi con sentimenti, amicizie sofferenze, paure, disagi, diversità, odori, paure.

Osare

Le scarpe – di Sandra Conticini

Foto di nihan güzel daştan da Pixabay

Era la fine degli anni 60. Un giorno, girando per negozi vide un paio di scarpe che potevano andare bene per i suoi piedi particolari. Le guardò, le riguardò. Entrò nel negozio, se le provò, le doveva comprare, erano troppo comode con quella punta tonda, quel tacco piuttosto basso ma non troppo, e poi, anche il prezzo era invitante, essendo le ultime rimaste erano praticamente regalate.

Sua figlia, che era abituata a mettersi le sue scarpe per giocare, le adorava e anche suo marito stranamente non le criticò.

Quando si metteva quelle scarpe le sembrava di volare da quanto erano comode e morbide, tanto che un giorno fu fermata per strada da una signora per complimentarsi della scelta e se fosse stato possibile le avrebbe  comprate anche lei.

Erano davvero uniche e insostituibili.

Ma dopo molto tempo che ci volava dentro, in ogni luogo e circostanza, fu costretta ad ammettere che non ne potevano più e che doveva ricomprarle. Si mise in cerca disperatamente. Sapeva che non avrebbe potuto trovare niente di simile. Lei lo sapeva: erano di forma perfetta, comode, eleganti e……quel meraviglioso color fucsia acceso, lo sapeva, non lo avrebbe più ritrovato!

Raggiungere

Raggiungere – di Rossella Gallori

Foto di Rossella Gallori

Non riesco a raggiungerti
I ponti sono stati distrutti
Potrei tuffarmi in questa acqua melmosa
Da tempo non nuoto
Prigioniera di una gabbia aperta
Ti tendo la mano dalle vene bluastre
Passa un cappottino rosa senza bimba
Solo due stivalini neri lucidi d’acqua
Un fiore viola galleggia funesto
Ho voglia di te ancora una volta
Un vento leggero arruffa i miei riccioli cenere
Qualcuno canta una canzone di ieri
Sono sola sulla sponda sbagliata
Ho paura

Ballerina

Danza ballerina – di Luca Di Volo

Danza ballerina, danza tutta sola

danza contro il tramonto,

incendio color viola

fuoco rosso arancione.

Di nero vestita

il suono

Dei tacchi risuoni

E desti con rombo di tuono

L’eco di un mondo morente

In gorghi spietati avvinto

Si consuma il tempo, la tua danza

Scandisce il ritmo delle  Parche

Che cantando ridono nel fuoco.

Nel ballo, nella delirante frenesia 

Con mossa aggraziata e struggente,

lasciasti, quasi un lampo,

trapassare

un dolce sprazzo d’indaco sereno.

Certo un segno divino,

certo un celeste avviso

ma fummo certi

che quel lugubre tramonto

di gloriosa alba arancione

era promessa.

Riunione virtuale

Foto di Free-Photos da Pixabay

Ci siamo incontrati virtualmente e, un po’ come facevamo quando potevamo farlo di persona, abbiamo conversato sulle parole.

In particolare su quelle suggerite nella precedente scintilla.

Ognuno ne ha scelta una tra:

osare – raggiungere – Irlanda – ballerina – tentativo – matrimonio – tramontare – casualità

In particolare abbiamo avuto una bella discussione su CASUALITA’, e di conseguenza ISTINTO E INTUITO; ma anche le altre parole hanno suscitato opinioni e interpretazioni diverse, come IRLANDA, vista come l’allegria e la capacità comunicativa degli abitanti, oppure come un premio di fiori e foglie da regalare come apprezzamento.

Anche BALLERINA ha creato immagini immediate e anche OSARE, intesa come capacità personale, ma anche, al contrario, augurio per essere come non si è.

Tramontare si è inserita in uno stato d’animo al momento più malinconico, prendendo la sfumatura di “tramonto della vita”.

In una conversazione amichevole e pacata ci siamo lasciati con il suggerimento di raccogliere e sviluppare in privato una di queste parole.

Colori al vento

La stesa – di Laura Galgani

Foto di Sh Rizwan da Pixabay

Attendeva i due scatti secchi di fine lavaggio sulla soglia della veranda, quasi sull’attenti. Apriva l’oblò e chinandosi in avanti con eleganza svuotava il cestello lasciandone cadere il contenuto in un capiente cesto azzurro scuro, di plastica.

Iniziava sempre a stendere i panni dal lato destro di quella minuscola veranda, chiusa da infissi anni ’70, di metallo brunito, pesanti e affilati nei contorni.

Davanti a sé, quando si sporgeva con sicurezza in avanti per sistemare il primo capo ad asciugare, 5 fili ben dritti, allineati regolarmente. Sotto, la tettoia a tegole e coppi del vicino del piano terra, cosparsa dei resti sfortunati dei suoi bucati finiti male: qualche molletta da panni, un paio di mutande, un cencio per i pavimenti sbiadito, un calzino spaiato. Spingeva sempre lo sguardo verso le colline, mentre stendeva qualcosa. Gli eleganti contorni delle colline, ricamate in primavera da alberi fioriti color malva e da chiome dorate in autunno, la riempivano di gioia. Le ville, che vi si riconoscevano seminascoste dai pini, alti e piegati da un lato, non erano pretenziose e parevano trasportare anche lei indietro nel tempo.

Sceglieva sempre con estrema cura le mollette dal cestino rosa fucsia sopra la lavatrice; ce n’erano di diversi colori, in ordine d’intensità: trasparenti, bianche, beige, malva, arancioni, blu. Per lei era essenziale stendere con cura ogni capo lavato. Lo prendeva sempre con decisione, distendendolo bene davanti a sé, srotolandolo se era rimasto avvolticciolato, raddrizzando le maniche se erano una a dritto e una a rovescio. Poi, in una frazione di secondo sceglieva le due mollette – sempre due, mai una sola, e dello stesso colore – che avrebbero dovuto sostenere la maglietta, il golf o i pantaloni, per tutto il tempo necessario. Se si trattava di un sottogiacca fantasia, ci stava bene il beige, più riposante. Se era una maglietta nera, per contrasto ci metteva due mollette bianche. Per i jeans sceglieva sempre il blu, ovviamente, mentre per i pantaloni verde scuro senz’altro l’arancione. Le piaceva moltissimo abbinare le mollette malva ai capi estivi che si era fatta da sola, utilizzando stoffe diverse: di sicuro fra le gradazioni del rosa si sarebbero sentite bene. Per le lenzuola bianche con le cifre della nonna ricamate a mano invece sceglieva sempre le trasparenti, perché davano un tocco di iridescenza a quel candore.

Non avrebbe sopportato stonature. E’ vero, forse scegliere le mollette con cui stendere ciascun capo le faceva perdere qualche frazione di secondo, ma col tempo era diventata brava e ormai era un piacere al quale non intendeva rinunciare.

Quando aveva finito, si concedeva di vagare con lo sguardo di nuovo verso le colline, per fotografarne la bellezza. Poi si soffermava su quei 5 fili tesi, dove le mollette colorate formavano un disegno, un codice ogni volta diverso, nuovo, forse un linguaggio, anzi, una musica. Ecco, quei frammenti di colore sui 5 fili tesi altro non erano che le note di una melodia suonata dal vento da quella veranda anni settanta.   

Buio con parole

Cantilena di notte – di Stefania Bonanni

Cantilena di notte,

senza luna ne’ stelle,

In un nero d’inferno,  non ci sono scintille.

Cerco la spinta nel sonno, il colore che manca.

Se ci fosse rumore, ci si potrebbe nascondere.

Non si muove una foglia.  Non ci sono, del resto.

Nel silenzio perfetto,  non si nota l’effetto,

delle stesse parole,  recitate d’istinto,

come nebbia perenne.

E ridette parole, le stesse da anni,

che rimangono addosso, insieme ai malanni.

Perlomeno piovesse, e le gocce suonassero

sul pianoforte del cielo,

come quando piove, ma ci sembra sereno.

E rimane Maria, come mamma amorosa,

 che divide la via tra il suo bimbo ed il cielo.

Non importa chi sia, e’ una madre col bimbo.

 E’ una donna, nel mondo.

E’ la vita che va, e’ l’amore. Non si sceglie, l’amore.

Casca addosso, come quella pioggia leggera,

  che ti inzuppa

 e tu ancora non sai di bagnanti.

E la testa continua, partorisce parole

 tramandate da madri, per insegnare a parlare.

Vivono da sole quelle antiche parole.

E ripeterle le svuota di senso, e si sciolgono, come balsamo.

E il senso e’ quello. La cosa che culla, 

l’ultima che sai di aver pensato,

 il tuo mantra,  prima di,

 finalmente,

 anche per stanotte,

dormire.

Un filo di seta fucsia

ROSA FUCSIA    – di Mirella Calvelli   

   Foto di moritz320 da Pixabay                    

 Pensare al fucsia, al rosa shocking, rosa fluo, e  poi scrivere,  devo rilassarmi. Abbassare le palpebre  e poi fissare questo colore così intenso, aggressivo, determinato e cercare di inzuppare gli occhi in questa tonalità, tale da poter attingere a sensazioni e ricordi remoti, per riportarli a galla in tutta la sua lucentezza sfacciata.

Rumori, mescolati a voci in lingue diverse, stonate. L’aeroporto quello di Doha . Un insieme contrastante di colori, racchiuso in una bolla di cristallo in mezzo al nulla..il deserto.

 Una fila regolare al gate. Scruto i  volti di etnie diverse, pochi occidentali, una carrellata del mondo arabo.

 Mi sfiora e immediatamente chiede scusa, una signora, penso. Ammantata di nero, con solo gli occhi scoperti, ben truccati e con ciglia lunghissime.

La osservo con discrezione, non amano essere guardate. Lei con un movimento civettuolo sembra scostare i capelli, che in realtà sono racchiusi in quel mantello scuro. Ed è allora che intravedo le sue lunghe mani affusolate, ambrate con le unghie laccate di un rosa accecante, un fucsia che contrasta con la rigidità del resto.

Quel colore mi rimane intrappolato negli occhi, per posarsi al mattino sul terrazzo di casa, dove un ciclamino eretto, ben delineato con  foglie scure e venate, castigato e sobrio, sfoggia  una capigliatura di petali fucsia. Morbidi, sbarazzini e accecanti. Osa rompere la nebbia mattutina grigia e molliccia, per dar mostra di sé. Un colore che abitualmente invade il giardino in primavera ed in estate, posandosi su rose, tulipani e sui fiori del pesco.

Ma lui è più coraggioso brilla in un momento in cui tutt’intorno si  utilizzano colori sobri e poco violenti.

Sempre quel fucsia, scivolava morbido in seta sul tavolo da lavoro di mia madre. La sua tavolozza.

Con movimenti abbozzati dall’unghia del  suo pollice sinistro, tracciava un segno impercettibile e subito dietro la mano destra sicura, armata di  grandi forbici, seguiva quel segno.

Cadevano a terra dei pezzi, scampoli, di seta rosa shocking, che lei chiamava “sciaveri”, avanzi appunto.

E di quegli avanzi io ne facevo il mio bottino, troppo belli per essere sprecati.

Molti anni dopo mia figlia Denise ha giocato con quegli sciaveri brillanti di seta rosa fucsia.

Amava travestirsi, ma lei ha sempre sostenuto che drammatizzava. Mi colpiva quel lessico in una bimba di appena 5 anni, e appunto drammatizzando si spostava su e giù per il lungo corridoio di casa.

Una volta era una sposa, una volta una principessa e chissà cos’altro, ticchiettando con vecchie scarpe con il tacco, della nonna appunto.

Come quel ciclamino, anche Denise ama le cose non troppo vistose e il suo abbigliamento a parte casi particolari, come un matrimonio o un evento, sono così

Lo scorso lunedì è venuta a casa per condividere con noi la fine della sua specializzazione, avendo discusso poche ore prima la tesi on line.

Era bella Denise quel giorno, stanca ma felice, essendosi liberata, come dice lei dell’ultima zavorra universitaria. Anche se entrambe sappiamo benissimo che pesi e zavorre ci accompagneranno per tutta la vita.

Si sedette  spossata sulla sedia di cucina e tirò fuori dalla borsa un libro scuro e rigido: la sua tesi.

L’argomento troppo complicato ci parla di colon o chissà quant’altro, ma il titolo e i sottotitoli sono di una rosa shiock.

 Come rosa fucsia è la sua camicetta, che appena si intravede dal severo  tailleur pantalone nero e gessato. Di una bella foggia  direbbe mia madre, sicuramente non dozzinale, un taglio sartoriale in cui le righe si rincorrono, senza incrociarsi.

Unica civetteria è quel lembo vivace che sporge dalla giacca austera.

L’abbraccio di gioia, dopo che mi ha letto la dedica “a…mia madre a Stefano, per me come un padre, e al mio fratellone.

Il resto, le parole mi si intrecciano nella testa e stringendola a me, sento la sua magrezza, incrocio il suo sorriso e mi tuffo in quella camicetta rosa fucsia di seta.

Chissà forse per me il rosa fucsia è come un lungo filo che lega viaggi, emozioni, ricordi e affetti.

Di fucsia ho imbevuto i miei occhi, per iniziare questo cammino e ho terminato nel fucsia di seta di mia figlia.

Forse la mia vita è un lungo filo di seta che si srotola lentamente, come la pellicola di un film.

Si annoda strada facendo. Si strappa, per poi proseguire, anche velocemente.

Un domani qualcuno lo riavvolgerà in quel “rocchetto”, come diceva mia madre  per riporlo chissà dove.

 Forse le mani di mia figlia lo raccoglieranno e lo metteranno in quella tasca severa del tailleur dove una nota di rosa shocking ci sta sicuramente bene.

Rosa consolante

Consolazione – di Tina Conti

foto di Tina Conti

Consolarsi con il bello  dei colori della natura

Al vivaio mi sono ubriacata di colori.

Si mischiavano le fioriture delle grandi camelie scempie con gli ultimi grappoli di crisantemi arancio e gialli.

Gli ellebori bianchi e rosa, piccoli e giganti spuntavano dietro una struttura in ferro.

La vasca di zinco, grande grande piena di acqua piovana dava il benvenuto e suggeriva come santificare le mani in un modo decoroso, naturale, allegro.

Ho sbirciato nella serra, non dovevo deviare dal mio programma, solo un’occhiata.

Tre  piante  di rosa per il vialetto ( ho già  fatto le buche) qualche maonia  per la scarpata e niente altro, non devo aggiungere mi sono detta.

Sandro mi ha portato in giro fra le piante, ho visto delle bellissime  graminacee in ciuffi  dai colori caldi e morbidi, meli  da decorazione, viole e veroniche blu

Non ho  potuto avere i suoi consigli  per il trapianto a causa della telefonata della moglie che lo reclamava in serra.

Poi, è smesso di piovere, ho comprato  lo stallatico: potrò iniziare a lavorare.

I pensieri saranno  convogliati sulla terra, passeranno ore appagate, partiranno nuovi progetti, scorreranno le ore, si osserveranno nuove magie.

Nel frattempo sento il profumo dei fiorì di nespolo, che a giorni si apriranno.

Rosa shocking

La porta – di Rossella Gallori

Foto di Uwe Baumann da Pixabay

Titolo: Tipo Wertmuller

Sottotitolo:…Quando lei si innamorò, di un cane, di una voce e di uno che aveva forse quaranta anni meno di lei , no forse trenta….e forse  fu colpa di una sciarpa sfumata  dal  corallo al fucsia…

Ormai la porta di casa lo sapeva già, al suo secondo urlo, si apriva, la lasciava passare e si autosbatacchiava , quel pomeriggio però si meravigliò ( la porta) del suo abbigliamento fashion, di quei jeans  ben stirati, della camicia immacolata di lino, del secchiello di cuoio chiaro…. E di quella lunga sciarpa color pesco in fiore…la scia di  profumo restò a lungo nell’ androne del palazzo modesto, in una strada  dal nome ignoto ai più, di un probabile martire di una guerra scaduta nel tempo.

A passi lenti raggiunse il grande parco, poca gente, bambini manco l’ombra, qualche cane nella propria area, un silenzio da baciare, socchiuse  gli occhi, per dimenticare l’ ennesima lite, una vita insieme, per non capirsi mai…

Le arrivò all’improvviso tra le braccia quel pezzetto di cane dalle zampette polverose…..stava per imprecare quando udì la sua voce: scusi..scusi…mi è sfuggito il guinzaglio…

Rosy guardò nell’ordine: cane, camicia macchiata, guinzaglio e …e…padrone della bestiola…bello, alto, giovane, abbronzato, non finiva mai di scusarsi

Non fa niente, capita!

Sono Luigi lieto, mi scusi ancora.

Rosy piacere!

Un caffè?

Volentieri!

Fa freschino,   è quasi buio.

Ti impresto la mia sciarpa se vuoi, posso darti del tu?

Rosy si augurò che il bel Luigi  non dicesse : potrebbe esser mia madre. No non lo disse, prese la sciarpa fucsia se la strinse al collo e disse solo: te la riporto domani, stessa ora, stesso posto, poi al bar

Cominciò così la loro storia…fatta di confidenze, di risate, del cane che la rincorreva, di Luigi che l’aspettava, complice un caffè caldo, un ricordo condiviso, di  anni che non dividevano, a volte era vecchio lui, spesso era giovane lei, il sud negli occhi di Luigi ed il  “c” che lei  dimenticava, fiorentina “nelle barbe”.

Spesso c’erano le lacrime nei loro discorsi, quei consigli che si davano l’uno all’altra, non risolvevano, rattoppavano e sapevano solo di sale sulle guance, ogni tanto riappariva la sciarpa rosa schocking….che sapeva un po’ di tutte e due.

Panchina, cane, parco, caffè, foto….photoshop …e gran risate… a volte.

Sì lei provava un sentimento per quel ragazzo, un qualcosa, che no, non poteva e non doveva essere amore, era una certezza, una boccata d’aria fresca…era tanto che la Rosy non respirava..

Successe tutto in fretta, non fecero in tempo nemmeno a salutarsi di persona, un vocale tra le lacrime,  messaggi che sembravano strappi… che furono lacerazioni ….

Lui tornò in Puglia, ora vive a Roma…senza cane.

Lei nella stradina,  vicino al parco  a contarsi le rughe..

Si scrivono, si telefonano, lui che le dice: vieni a Roma, con la “O”  aperta del sud..

Lei che risponde : Oh come fo….

Ps: lui non ha trovato un altro lui, le ferite sono ancora fresche …. lei sbatacchia sempre la porta dopo la solita, quotidiana lite.

La porta, vera protagonista del racconto non ne può più….

Foto di Rossella Gallori

Fucsia intrigante

Fucsia – di Giulia Giusti

Foto di flormarthe da Pixabay

Fucsia come l’intimo che volevo mostrarti a tutti costi.

Viola come il tuo colore preferito, e io che lo indosso con la causalità fortunata di chi lo ha già fatto suo.

Mia madre che disegna fiori viola, io che aggiungo il blu dappertutto perché sfuma bene, e noi che fumiamo insieme mille sigarette, bacchette magiche, disegnando nell’aria colori invisibili. 

I pensieri che diventano opinioni, l’ardore che ne scaturisce. 

Forse in fondo ogni cosa del mondo ha un po’ di quel colore acceso e intrigante. Come se desse un tocco di vivacità ad ogni cosa, anche la più stagnante. 

Stravagante, entra negli occhi della gente e ne esce divertito.

Luccicante, nei capelli di una bimba, o nel suo zaino preferito. 

E io quella bimba un po’ la conosco.. Perché ho sempre amato il blu per chissà quale ribellione a schemi sociali, ma la verità é che tutti i colori sono belli uguale. 

Fucsia e libertà

Fucsia – di Vanna Bigazzi

“Le manine di Gesù “, chissà perché…  pensavo da piccola, non credo che Gesù avesse le manine fatte così e poi di questo colore forte, per me si sono sbagliati! Più tardi, adolescente, questo colore mi faceva sognare. Non avrei mai indossato un abito con tonalità così eccentriche, come se volessi farmi notare, ma invidiavo un po’ una mia amica che invece lo esibiva a qualche festicciola serale. Sembrava una campanula, una gonna larghissima con tanto di crinolina, chiara sui fianchi, che andava sfumando in un rosa chiaro per finire, al ginocchio, in un vistoso fucsia. Peccato che avesse un naso che richiamava la proboscide di un elefante. Quel naso sciupava tutto l’insieme perché anche le scarpette erano fucsia! Più  tardi ancora, osai indossare questo colore ( dico osai perché questo è ciò che mi ispira tale colore) ad un matrimonio. La sposa di bianco vestita mi guardò con un cenno di “sorpresa” (diciamo cosi), come se fossi una pennellata che stona in mezzo al quadro di un chiarista. In effetti a quel matrimonio prevalevano i colori pastello, per le signore, ma anche gli uomini biancheggiavano, del resto era primavera inoltrata. Mi sentii un papavero in un campo di neve. Tuttavia questo colore ha continuato a piacermi, penso che si adatti più al mio animo che non all’esteriorità. Per me oltre che osare, significa prorompente rinascita, libertà e forza d’animo che per fortuna non occorre mostrare, basta possederle, insomma è un colore forte da tenere racchiuso, nascosto come un tesoro segreto che ti può arricchire interiormente, senza che nessuno lo sappia.

Novembre e la casa

La casa – di Mimma Caravaggi

Penso alla mia casa. 30 anni fa era un rudere e ricordo che a vederla dopo, a restauro completato,  non avrei mai pensato che si sarebbe trasformata in qualcosa di bello e particolare. E’ una antica casa di campagna, porta la data incisa su una pietra: 1795 e penso a quante persone ci hanno abitato in questi due secoli prima che Alberto ed io sconvolgessimo la sua struttura, per renderla abitabile secondo i nostri canoni.  Quante famiglie, quanti segreti, quanti problemi avrà vissuto e saranno passati attraverso queste mura centenarie. Mi soffermo a pensare alle lacrime che possono essere state versate, i litigi, gli amori le nascite e le morti. Mi piacerebbe molto conoscere la storia degli abitanti che si sono avvicendati nei due secoli. A noi è piaciuta molto subito così com’era, ridotta malamente. Ci è costata fatica, dispendio di forze e denaro ma tutto in nome della “nostra casa”: finalmente ne avevamo una! Forse non le abbiamo portato molto rispetto perché è piuttosto trasandata ma l’idea di casa per noi è sempre stata quella che dovesse essere funzionale e non esteticamente perfetta.

Piano piano nei trenta anni mi sono accoccolata in un guscio per me accogliente e forse simpatico, un po’ inusuale. È qui che mi sento a casa e in primavera vedo spuntare fiori e frutti nel bel giardino dove esco insieme al mio cane Napoleone per giocare a palla con lui, felice di stare con me. La casa è molto grande piena di suppellettili, la maggior parte ora molto inutili ed ingombranti, che si sono ammassate lungo il percorso e lasciate lì e non più rimosse. Mi sarebbe piaciuto molto avere qualche soldo in più per modificare qualcosa e renderla migliore ma non ce l’abbiamo fatta e così é rimasta.

Resta un po’ isolata ma siamo ripagati dalla bellezza della campagna,  dal silenzio spezzato solo dal canto degli uccelli la mattina che sembrano conversare tra loro in differenti lingue. Ci fanno visita i non graditi cinghiali, ma soprattutto i preferiti caprioli  e scoiattoli. Isolati direbbero i “cittadini” ma accompagnati dai rumori del bosco, da un incanto infinito che nelle varie stagioni cambia volto, da allegro a caldo a splendente a freddo cupo, ma sempre con una sua caratteristica bellezza.

 Eppure ora la casa va venduta. Non siamo più in grado di mantenerla. Sto cercando di vendere la nuda proprietà ad una cifra molto inferiore del suo reale valore, ma la cosa ci permetterebbe di restare, di non lasciarla per sempre, per andare ad abitare in un piccolo anonimo appartamento dove sono sicura tutto questo ci mancherebbe.  Sono piena di dubbi e ho molta paura. Tremo in questa casa che è da sempre la mia casa.

Novembre e i cimiteri

Piccolo cimitero – di Vanna Bigazzi

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Era Novembre, un pomeriggio di vento,

In un fitto bosco di castagni,

in un largo tappeto di ricci e foglie morte,

scorsi ombreggiare un cimitero,

piccolo, misterioso.

Antiche pietre piovose tacevano

in quell’umida terra.

Aria odorante di muschi acquosi,

trapassava i miei sensi,

silenzio e pace ospitavano il mio cuore.

Forte emozione a rimaner con loro,

cullata e accolta dal nulla eterno.