Il Racconto di Stefania Bonanni

Il nostro fiume

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Una curva sinuosa abbraccia il gruppo di casine. Un nastro lucido che incornicia case piccine, vecchie, con piccoli tetti e pareti che scompaiono nel panorama. Il nastro incornicia come quello di raso fa con i regali. Luccica al sole ed anche alla luna, si fa tutt’ uno con la pioggia, notte nella notte.

È la divinità , l’ entità che c’ è sempre stata, c’ è e ci sarà, forse, per sempre. Non c’era discorso che non ne parlasse, né sera a veglia che non lo vedesse protagonista di storie, leggende, magie. Non è mai stato fiume, generico, lettera minuscola. Sempre Arno, presenza viva e possente, lettera maiuscola .

C’era chi da generazioni viveva con la sua rena, una sabbia meno sofisticata, più scura, di razza contadina. I renaioli conoscevano tutte le buche, tutte le trappole, tutti gli inganni delle correnti. Sapevano dove insegnare a nuotare ai bambini, in sicurezza. Tante volte ho sentito la nonna raccontare di quando Fortuna mise in acqua il mio piccolissimo babbo, nel fondo della Massa. Fortuna ed il fratello Nandino, i renaioli, erano loro stessi personaggi mitologici. Avevano pelle scurissima e quasi a scaglie, simile a quella dei pesci, ed un odore d’ Arno che era profumo di quell’ acqua e solo di quella . Un misto di odore d’ acqua, erba, fango, schiuma di pescaia, che non ho sentito né a Firenze, né a Pontassieve, era solo lì. Era il profumo del mio babbo.

Lui e l’ Arno erano una cosa sola. Fin da piccino era stato con i renaioli. Forse per attitudine, in ogni generazione avevano dei giovani a cui trasmettere il fiume. Uno fu di certo il mio babbo, uno Gigi, che da poco spero stia di nuovo pescando con il babbo. E loro trasmisero a Paolino. Erano sempre lì, piedi nell’ acqua e canna da pesca appoggiata al fianco. Il babbo andava tutti i giorni, dopo pranzo, un paio d’ ore. I pescatori si vedevano da lontano, silenziose sentinelle di acque dolci . I pesci, alla fine, non interessavano a nessuno. Il babbo portava a casa quelli bellissimi, e quelli che i vicini mangiavano volentieri I piu’ belli erano ricoperti di scaglie colorate. D’ oro sulla pancia, grigie, blu e verdi sul dorso . Li portava vivi e si andavano a liberare in processioni di bambini   Vederli guizzare e sparire, tra lampi di sole, era un’ emozione grande. Avevano labbra umane, per il resto facevano capire l’ appartenenza ad un mondo altro, di cui erano padroni . Il babbo era rispettoso, li  amava davvero. Del resto, lui quell’ acqua c’è l’ aveva nelle vene e lo attraversava, perlomeno fino a quando il posto dell’ acqua l’ ha preso il vino, e da allora in poi niente è piu’ stato lo stesso .

Paolo, fino da ragazzino aveva un sasso su cui sedere, in pescaia. Sempre il solito, un grigio sasso schiacciato sul quale si poteva stare anche in piedi, ed anche in due   Ci si poteva scrivere, con i sassi rossi. Ci si trovava lì. Ci penso solo ora, nel mio amore un posto l ha avuto anche il sasso, l’ Arno di sicuro. Fin da bambino Paolo passava le giornate sul fiume e la sua mamma passava le ore sgolandosi a chiamarlo dalla finestra, inutilmente. Tornava solo al tramonto. Allora l’ unico pericolo era cadere in acqua, bastava stare attenti . Anche adesso,  per noi le passeggiate finiscono sempre in pescaia, ed il tramonto che si moltiplica sull acqua ci emoziona come sempre.

Da un bel pezzo la zona è tutta recintata per grossi lavori di manutenzione. Quando sono cominciati sono stata malissimo, certa che nulla sarà piu’ come prima . Anche ieri Paolo mi ha detto che non si riconosce piu’ nulla. Il sasso non c’è più. Un gran dolore . Ogni volta che scompare qualcosa che ci vide ragazzi, che vide i miei genitori giovani, posti dove anche loro avevano camminato, riso, amato, mi sembra muoiano un altro po’.

Ho delle foto di loro lì . Non ho foto di loro da “grandi”, come se volesse dire qualcosa

Sono ritratti mentre si bagnano, mentre sono seduti sulla rena all’ ombra del muro, mentre lui mette in mostra tutte le costole spingendo la stanga della barca del renaiolo. Lei fa il bagno e non sapeva nuotare. Si fidava di lui e dell’ Arno . Erano bellissimi e molto felici. Una consolazione. 

Forse qualche goccia di quelle che li hanno cullati potrebbe essere rimasta incastrata sotto i sassi,  o tra le foglie tremuli di piante acquatiche.

Quelle acque scorrevano quando si sono amati loro, quando ci siamo amati noi, quando sono nata, il giorno che il babbo si voleva buttare. Scappò di corsa quando le mie manine gli sfuggirono ed invece di una capriola, feci una sonora caduta di testa. Lo rincorsero, lo chiamarono, urlarono che non era successo nulla. Da quando me lo raccontarono, ogni volta che mi rimproverava, dicevo che se ero grulla era perché mi aveva fatto picchiare la testa lui. Si rideva, mi accarezzava

Era bellissima anche la passeggiata per arrivarci, in quel punto dell’ Arno. Si attraversava un rigoglioso campo pieno di ogni specie di albero da frutto e poi, quando già si vedeva il fiume, si camminava sulla viottola attraverso un campo di grano che a primavera vibrava di verde e lasciava occhieggiare il rosso di migliaia di tulipani . Fiori di campi, gambi fini e petali fragili, bellezza gratuita che rimane negli occhi

Poi, la spiaggia di rena a ridosso del muro massiccio ad argine dell’ acqua e le acacie che ballavano al ritmo del vento, spargendo profumo e fiori bianchi a grappoli, nella stagione nella quale si vestivano con il bianco vestito buono.

Non c’è più il muro, non c’è piu’ la spiaggetta e nemmeno le acacie . Non ci sono più le vecchie pietre della pescaia. Tutto cemento, temo

C’è l’ acqua. Quella che non è mai la stessa. Quella che porta via .

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Autore: lamatitaperscrivereilcielo

Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo. Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni

3 pensieri riguardo “Il Racconto di Stefania Bonanni”

  1. L’acqua dell’Arno è stata il brodo di cultura di quelli che sono cresciuti sulle sue rive: i cambiamenti li spiazzano, li disorientato, li smarriscono…Occorre chiudere gli occhi, respirare a fondo e ascoltare il rumore dell’acqua…Odori, rumori: i ricordi tornano a galla!

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  2. …rena, un sabbia, meno sofisticata, più scura, di razza contadina…

    basterebbe questa frase, per identificare un luogo di ieri, di oggi, di domani…anche se ” non c’ è più….Non c’ è più….

    ci sono i tuoi ricordi, che raccontano un mondo di pesci e pescatori, di fiori e frutta…..e d’ acqua che nn é mai la stessa, quella che porta via…

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  3. Venivo dal mare. Venivo dal lago. Sono approdata al fiume. Sento la sua storia dalle tue parole. Ho costruito la mia sulle sue sponde. Il tuo sasso era anche il mio: non è più al suo posto ma è dentro di noi.

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