La scodella della prima comunione – di Lucia Bettoni
La scodella della mia prima comunione L’ho comprata insieme a mio padre, io e lui, quasi sessanta anni fa Accarezzo con i polpastrelli l’acqua fresca, acqua da respirare, acqua gentile, acqua rigeneratrice Ho voglia di entrarci dentro, fluida come se fossi un pesciolino Immergo la mia mano: è bellissimo, è ancora più fresco, e il desiderio di scivolare più giù è forte Penso alla bellezza dell’acqua, l’acqua con la quale ho giocato tanto da bambina L’acqua del mio lago, l’acqua del fosso che attraversava i campi Con l’acqua e la terra modellavo forme che diventavano cubi o parallelepipedi: vendevo terra in panetti! Poi una mano calda si è unita alla mia Non ero più sola a giocare, c’era anche una mano forte, tenera, accogliente che si è unita a me in un incontro pieno di tutto, di tutto ciò di cui avevo bisogno: una mano amica Ma quanto è grande la mia scodella! Non avrei mai immaginato di poterci entrare in due Adesso siamo entrambe dentro, io e l’amica mia Stiamo bene, non siamo neppure sovrapposte, possiamo stare l’una accanto all’altra: io sempre un po’ più fresca, lei sempre un po’ più calda Una bella unione la nostra Una vera comunione
I piatti me li hai regalati tu zio, lo zio che ha cercato di salvare il mio nonno dalla fine che ha fatto.
Hai sentito il freddo di Fossoli, come sento io stasera in questo piatto fondo pieno di liquido ostile, i passi della Risiera di San Saba, il tuo cercare, il tuo non raggiungerlo mai, con i soldi nascosti nelle parti più tue.
Qualcuno da corrompere…spesso si trovava.
Acqua, lo dicevi anche tu, più gelo che acqua, scarpe poco adatte, in un febbraio freddo del 44….e quei camion che andavano, per chissà dove….
Ti ho rivisto nella scodella, che ho scoperto avere un numero…chissà che numero aveva tuo cognato, zio,…se han fatto in tempo a “timbrarlo”
Ho visto quel R.G. che è solo una marca famosa, non come me che ho le stesse iniziali…
…e con un’acqua fredda, che non si scalda mai, ho visto una leggera ragnatela, quella malattia della porcellana che ti ha colpita, scodella 174, quarantotto anni che stiamo insieme.
Me lo portasti tu, zio, te lo ricordi? Dicesti: te l’ho preso moderno, moderno come te…anche troppo e mi baciasti la mano, come si fa con una signora, io che signora non mi son sentita mai.
E ritorno con le mani nell’ acqua, ho freddo, mi sembra di esser quasi nuda in mezzo alla nebbia, vorrei gridare e non ci riesco, mi son sentita bagnata dalla testa ai piedi….mani le mie, freddissime, che hanno avuto stasera il brivido dei ricordi….quasi dimentico i Natali belli in cui ti uso, scodella con il bordo turchese e bleu, ho pensato a te Berto, a quel lungo viaggio, alla tua delusione di pietra, al tuo non avercela fatta.
Scodella, scodella bella, la scodella della Rossella….
Ora, l’ acqua sembra essersi scaldata, le mie mani no, sono un unico pezzo, unite in segno di preghiera, di dolore calmo, ho ancora molto freddo….
Tu avevi freddo zio??…..
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autoritratto di zio Alberto – foto di Rossella Gallori
Brevi cenni sullo zio Alberto: nasce alla fine dell’ ottocento, abbandonato agli Innocenti, viene dopo da più grande trasferito alla Madonnina del Grappa, dove studia e diventa ragioniere, brillante e ironico somigliantissimo ad un certo Alberto Rabagliati dell’epoca, per fisico e sorriso, diventa abile cartellonista pubblicitario …pittore a tempo perso….incontra mio nonno sposo giovane, con 2 cognate in casa, una fa per Alberto….insieme fonderanno un famoso negozio di tessuti….il suo nome è nel libro dei “giusti nel mondo”.
Per me resta lo zio che ha rischiato…sempre e comunque…..con il nonno non ce l’ ha fatta, con la zia si…..grazie zio….per tutto…grazie acqua fredda di un pomeriggio di mercoledì….
Non è una scodella, ma un piccolo posacenere. Di vetro. Ho cercato fuori della mia camera di albergo un piatto appeso mi sembrava di averne visti in uno scaffale di legno, ma forse si trovano al piano di sotto e non mi e’ facile prenderlo in prestito, devo accontentarmi del posacenere che c’è in stanza.
Avrei usato, a casa, una bella scodella del servito buono dei mie suoceri che abbiamo ereditato, fa parte di un assortimento per 12 persone ricevuto in dono per le loro nozze, ha un profilo in oro ,e una decorazione sul bordo con piccoli fiori celesti, sul tavolo appare raffinato ed elegante.
Ricordo di tanti momenti e pranzi in famiglia, viene usato con molta attenzione e solo in occasioni importanti perché è per noi prezioso e non va in lavastoviglie, complicando le abitudini sbrigative dei nostri giorni.
Manca solo un pezzo dei dodici e sulla tavola ci riempie di gioia e ricordi.
Invece oggi le mie mani hanno toccato un oggetto rotondo, con quattro scanalature sul bordo, per poggiare le sigarette, pesante, con delle calcomanie su tre lati.
E’ piacevole al tatto ma freddo e piccolo se deve servire per le due mani.
La mano sinistra ha avuto un brivido durante il primo contatto con l’acqua, poi si è rinfrescata e bagnata, la destra ha trovato un po’ di umidità e basta, si è accontentata, ho sentito che il calore della pelle asciugava presto le mani, e ho pensato alla bellezza di questo gesto e al contatto con questo elemento.
Amo molto l’acqua e le sensazione che dà sul corpo, come sulle mani, ho pensato quanto e’ preziosa e indispensabile per la vita e per il mondo.
Io mi bagno spesso anche in acque poco calde, qui, all’aperto fra la neve esco quasi ogni giorno per un bagno in una fumante vasca da idromassaggio.
Dopo le giornate al freddo e al sole della montagna non uscirei mai da questo tepore che accarezza e avvolge, la corsa a indossare l’accappatoio risveglia subito i sensi e predispone al rilassamento nella stanza dove posso leggere e ascoltare musiche, sollecitata da profumi e immagini che dalle grandi vetrate mostrano un paesaggio magico che si oscura pian piano illuminato dai bagliori delle luci che riflettono il banco della neve.