L’Imperatrice – di Gabriella Crisafulli

Era una vita che faceva quel gioco: la sera, quando si infilava sotto le coperte e spegneva la luce, cominciava a raccontarsi una storia.
Le carte erano uno spunto per narrare: ne sceglieva una dal mazzo e via.
Ritrovarsi a farlo insieme ad altri la disorientava: si sentiva scoperta.
E poi cosa scrivere di condivisibile?
La notte solitaria era una prateria illimitata, il gruppo aveva dei confini.
Il pensiero le arrivava con estrema lentezza.
L’immagine che le era toccata era molto bella ma che ci azzeccava lei con una Imperatrice?
Cosa aveva mai comandato nella sua esistenza?
Era vissuta in un movimento continuo di idee, di qua e di là, in base al pensiero di coloro a cui aveva voluto bene, talvolta accomodandosi nelle convinzioni altrui facendole proprie, talaltra ribellandosi, spesso cercando di salvare capre e cavoli.
L’unica cosa su cui si era sempre veramente impuntata erano le questioni di principio.
Su quelle non transigeva.
Era fatta così, tutta d’un pezzo.
“Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.
Il nucleo che la reggeva erano degli assiomi ideali per i quali non guardava in faccia nessuno.
Con l’età si era trovata molte volte a doverseli tenere stretti in bocca ripetendosi “Eppur si muove” come il povero Galileo.
Per esempio sulla caccia, davanti a un vassoio colmo di passerotti arrostiti, così come sui migranti …
Nel tempo aveva chiuso gli occhi ed era andata avanti.
Non aveva avuto coraggio, era rimasta ambigua: in quelle come in tante altre cose anche perché quando aveva detto la sua o addirittura aveva tentato d’imporsi aveva suscitato negazione, ira, derisione, sarcasmo ed era arrivata persino a diventare un capro espiatorio.
“Mi fai sentire in colpa” le aveva detto una volta una collega davanti alla constatazione di un fatto: era pure colpevole.
“Crisafulli” aveva affermato un’altra negli ultimi anni di lavoro, sostenendola in un progetto per bambini in difficoltà “sei troppo avanti, troppo avanti”.
All’improvviso davanti a quella carta si ritrovava Imperatrice, seduta su un trono, algida, ieratica. Reggeva in precario equilibrio sul capo, fra i capelli e la corona, un sipario a dividere il passato dal presente che la spaccava a metà.
Cercava energia nella falce di luna rovesciata che era a terra, sulla quale poggiava il piede destro: la forza le si propagava attraverso l’azzurro che avvolgeva il corpo affacciandosi in qua e in là attraverso i broccati delle vesti.
Si puntellava tenendo serrati fra le mani lo scudo e lo scettro.
Ecco, l’Imperatrice poteva essere l’immagine della sua terza vita?


