I fili per tornare

I colori del ritorno – di Gigliola Franceschini

Foto di Giovanni Edoardo Nogaro da Pixabay

Si aggirava per la casa in cerca di una decisione che tardava a venire. Le sarebbe servito un filo magico che la conducesse fuori da quel labirinto in cui si perdeva e si ritrovava, tra le sue cose che non sentiva piu’ sue. Quando credeva di aver trovato finalmente la strada, si imbatteva in un oggetto, in un ricordo, in una gioia vissuta e perduta e rimaneva prigioniera di quel mondo che fino a poco tempo prima aveva amato, come aveva amato Lorenzo che se ne era andato. Dieci anni insieme non erano bastati a calmare l’ansia di vita e di nuovo che lo dominava. Lei aveva sperato che dopo aver superato la quarantina, si sarebbe fermato ma non era stato cosi, Lorenzo aveva saputo rompere i lacci che lo tenevano unito a lei ed era partito in cerca di nuove avventure. Le aveva lasciato l’uso della casa ed altro, generoso come sempre nel dare come nel distruggere. Anna si affaccio’ e lo sguardo si perse nei colori del giardino, ciuffi violenti e dolci, un intreccio di azzurro, il rosso, il verde dei cespugli e il violetto dei rampicanti. Aveva molto amato quelle cose sue che ora non sentiva piu’ sue, quasi fredde e distanti.. Devo andare via, penso’, devo farlo. Le torno’ in mente la sua vecchia casa di paese, abbandonata da tempo ed ebbe nostalgia della sua stanza a tetto, poco piu’ di un abbaino che lei aveva ribattezzato mansarda.. Le sembro’ di sentire l’odore acre dell’acquaragia vicino ai pennelli intrisi di colore. La sua tavolozza arcobaleno e davanti alla finestra , il suo cavalletto tenuto di tre quarti per catturare sulla tela la luce migliore. Aveva abbandonato tutto questo per Lorenzo che non amava la pittura e l’aveva coinvolta nei suoi sport preferiti e lei era stata felice di assecondarlo. Ora si faceva sentire forte la voglia di affacciarsi su un altro giardino, incolto da sempre ma forse piu’ spontaneo di quello che aveva davanti. Avrebbe riportato sulla tela il colore dei gelsomini notturni che si aprivano appena scendeva la sera, il viola dell’iris che era nato per caso e che si era moltiplicato in un allegro disordine. E poi, l’azzurro spento delle ortensie….. quei colori ora le erano indispensabili per riprendere il suo cammino. Tornare, questo era il filo magico che l’avrebbe liberata da quella prigione dorata. Penso’ ai piccoli ragni che dalla sera alla mattina riuscivano a tessere fini tele, ne avrebbe trovati in grande quantita’ ma non le avrebbero fatto male, fili impalpabili e fragili. I ricordi in questa casa, quelli si’ che facevano male! Parti’ la mattina seguente portando un unico bagaglio, la sua ritrovata voglia di vivere!!

Tenda sull’indaco

La tenda sull’indaco – di Cecilia Trinci

Foto di StockSnap da Pixabay

Dal giardino non guardava quasi mai in su, verso la finestra. Sentiva vibrare atomi trasparenti che muovevano la tenda anche senza vento. Soprattutto senza vento. Era il fremito di chi tornava senza esser chiamato e si faceva, a volte, concreto, in un velo inconsistente, percepibile se nessuno guardava. Un sospiro appeso nel telaio della finestra.

Non era una sola persona, piuttosto un’essenza essiccata, un abbraccio collettivo di assenze. E non necessariamente defunte, ma anche solo passate di lì, in epoche diverse.

La tenda  si gonfiava di respiri fragili, nel tramonto indaco e lei volutamente non la guardava. La sentiva ondeggiare, col suo carico di trina.

Guardava piuttosto davanti a sé, fissando il cespuglio di lavanda azzurra e, al di là della siepe, appena più su, il tetto della chiesina sbarrata, col campanile secco e le tegole smosse, dove un Gesù triste lacrimava da solo le  proprie ferite di legno.

Era a quel punto che arrivavano le voci. Piccoli scoppi di risate indistinte, sussurri di parole spezzate. E cercava di afferrarne il senso, fissando lo sguardo sul cielo accaldato. Ma non riusciva a capire, né a distinguere visi conosciuti e neppure fermare quel frusciare di essenze che respirava lì e contemporaneamente altrove.

Chiudeva gli occhi mentre la finestra si animava e il “giardino delle assenze” si accendeva di indaco, illuminandosi.

Labirinti per camminare

Come Forrest Gump – di M.Laura Tripodi

Foto di PublicDomainArchive da Pixabay

Ci sono giorni in cui camminare è l’unico modo che ho di  sopravvivere. Sorrido pensando ai chilometri percorsi da Forrest Gump. Solo che lui correva. Paradossalmente mi sento un po’ così. Mi sveglio certe mattine e penso che starò tutto il giorno a scrivere. Accendo il computer e la schermata bianca sembra chiedermi di sbrigarmi. Ma i pensieri sono velocissimi e non si fanno acchiappare.  Non è cosa. Richiudo tutto.

Allora faccio qualche telefonata di buongiorno. E poi? Le mie scarpette da ginnastica occhieggiano. No, Oggi riprendo in mano i pennelli.  Preparo tela  e colori, ma sono sconclusionata. Abbandono tutto.

Ogni tanto mi avvicino alla famosa finestra dei miei pensieri. Vera e metaforica. C’è un fico là fuori, presente da sempre. E poi ci sono altri alberelli che per un certo periodo sono apparsi soli e inconcludenti. Adesso però  si sono ripopolati di passerotti e mi incanto a guardare la loro laboriosità, l’instancabile moto che li fa volare da un ramo a un altro o posarsi sul terrazzino adiacente in cerca di briciole che non sempre mi ricordo di lasciare.

Forse pioverà, forse no. Infilo le scarpe e me ne infischio. Prendo la giacchettina leggera con il cappuccio. Lascio a casa il telefono, questa volta volutamente.

Quando mi prende così sono capace di camminare per ore senza una meta precisa. Mi accompagnano i pensieri, ma ogni tanto, soprattutto in questa stagione, mi fermo come invasata di fronte alla magnificenza di una natura fatta di colori e di profumi che a breve spariranno.

Allora ci sarà posto solo per le nebbie e molti alberi rimarranno sentinelle scheletriche  a osservare i propri abiti caduti a terra. Cambieranno anche gli odori, confusi nell’umidità dell’inverno e i suoni saranno ovattati , come catturati da un grigio calderone.

E poi tornerà la primavera.

A volte mi perdo.

E’ accaduto anche nel labirinto della mia vita. Ho sbagliato strada tante volte e tante volte mi sono ritrovata al punto di partenza. Ma non era proprio così.

In cammino si  imparano tante cose e quando si ricomincia daccapo si fa sempre con un cuore diverso.

Chissà se per strada incontrerò Forrest Gump…..

Sfumature di grigio

La camicia di seta – di M.Laura Tripodi

Foto di Anant Sharma da Pixabay

La osservava penzolare inconcludente e triste da quella gruccia di ferro. Un leggero alito di vento confondeva le righe bianche e nere rendendole sinuose e ammiccanti.

La camicia di chiffon di seta,  lacera,  conservava tutta la sua dignità.

Si era ferita a morte in una notte di tempesta. Dal terrazzino era volata via impigliandosi nella rete del condominio e lì era rimasta per tutta la notte a subire  i maltrattamenti della pioggia e del vento.

Era stata recuperata il mattino dopo, ormai inservibile, ma sempre bellissima .

Anzi gli strappi la rendevano misteriosa e affascinante. Le righe che si interrompevano là dove si era lacerata formavano con il movimento della brezza disegni sempre diversi.

Bianco e nero. Giorno e notte.

 E socchiudendo gli occhi , complice il gioco del vento,  tutte le sfumature del grigio.

Come se schegge di notte fossero entrate nel giorno e frammenti di giorno si fossero intrufolati nel buio della notte.

Aprì l’armadio e con una carezza la ripose con cura. 

Labirinto indaco

Labirinto indaco – di Gabriella Crisafulli

Foto di Pexels da Pixabay

Era davvero sorprendente: ad ogni passo incontrava quinte che si dividevano e moltiplicavano all’infinito.

Si diramavano in direzioni diverse e, a seconda delle angolazioni, riflettevano la sua figura talvolta intera, oppure dimezzata, dilatata, frantumata.

Si muoveva con cautela mentre i muri intorno si gonfiavano o alzavano impercettibilmente come cortine esposte al vento.

Era entrata lì dentro non sapeva quando, come, perché e da dove: le era chiaro che ne voleva uscire. Desiderava solo andare via da lì.

Ma gli spigoli che all’improvviso le si paravano davanti e contro ai quali andava a sbattere, rendevano il cammino a dir poco faticoso, mentre si perdeva passo dopo passo.

Allora si resettava, ricominciava da capo, si creava una procedura razionale e un ordine di sviluppo progressivo ma una volta si smarriva, un’altra si scopriva senza forze, una terza aveva la nausea e vomitava. Percepiva dentro di lei quella tenacia testarda e ossessiva come un nucleo centrale che le diceva “Basta, andiamo via!” ma non riusciva a trasformare il suo sentire in azioni.

Così, tra un ricovero ed un altro, ripartiva verso il suo scopo a tentoni.

Osservava desolata l’incredibile sequenza di insuccessi accumulati nel tempo e le veniva da piangere oppure si commiserava ma soprattutto si rassegnava.

Talvolta però si metteva a ridere sgnignazzando mentre gli specchi intorno a lei riflettevano l’immagine grottesca di una vecchia canuta, spezzettata in più parti, che le ghignavano contro riflettendosi fra loro.

Chi sa perché la sorte le aveva assegnato un destino così complicato e contorto: talvolta pensava che ne fosse quasi affezionata e se ne sentiva colpevole.

Di tanto in tanto la mattina sobbalzava al pensiero di quel che doveva fare.

Era come Prometeo, incatenato alla montagna e mentre declinava i sogni perduti come una sorta di Tavola di Mendeleev sapeva che il passato stava provando a giocarle la strada della nostalgia.

Ma non aveva voglia di farsi fiatare sul collo.

Non aveva voglia di riesumare l’incanto di amori totalizzanti.

Così si appoggiava al bordo della tazza di caffè bollente per spiccare il salto: ma non partiva.

Poi arrivò l’indaco: che colore strano!

Non lo conosceva.

Sfogliando pagina dopo pagina l’enciclopedia della sua memoria, l’indaco compariva solo a tratti.

Forse era il colore delle ortensie del giardino dove si nascondeva Leonardo da piccino.

Lo spicchio di cielo che si apriva in Val Saisera tra il mare di nuvole grigie e lo sfondo verde delle montagne.

Il lago che aveva intravisto dalla cima più alta di Andalo.

Le risaie cinesi fotografate dal drone.

Il cielo di Otranto quando spunta la luna piena dai monti dell’Albania.

Il tabernacolo di Consonno, paese diroccato, abbandonato, che la riportava sul Lago di Como.

La donna dinanzi al vento che le soffiava in faccia, mentre i pensieri le svolazzano dietro a sciame.

La vecchia che si trovava al centro di “Morte e vita” di Klimt.

No, niente di tutto questo.

L’indaco era il terzo occhio, quello che le si era aperto all’improvviso, attraverso il quale guardava con un nuovo sguardo la solitudine che si era guadagnata.

Una solitudine fatta di intimità con quella che era e ignorava di essere.

Una solitudine ricca di empatia nei confronti degli altri.

Una solitudine in compagnia di chi era lontano ma la pensava.

Una solitudine affollata di strade diverse.  

Una solitudine per tornare a sé stessi.

Una solitudine per staccarsi e volare.

Una solitudine in un concerto di parole.

Doveva separarsi da persone e cose per partire.

L’indaco era un chakra di energia.

Il labirinto magico

Il labirinto nel cuore – di Stefania Bonanni

Foto di Stefania Bonanni

Il tempo non esiste, eppure è un labirinto magico, nel quale si entra senza volontà e se ne esce solo quando la cosa non ci riguarda più. Ci accompagna, e cambia senza chiedere il permesso. E’ fatto di attimi infiniti, e di anni che non si ricordano, sfuggiti in un batter di ciglia. Di momenti irripetibil, che non torneranno mai uguali, nonostante gli sforzi di replica , perché non ci siamo accorti che il tempo ci ha cambiati. Un labirinto che sbatacchia avanti e indietro, e non è governabile. Siamo piccoli, nel labirinto da poco, e si vorrebbe correre avanti, mettendo anche in conto la possibilità di sbattere, le possibilita’ che il labirinto promette sembrano li’ dietro l’angolo. E si cammina, si cerca la strada più piana, e pazienza se non sarà la più corta. E si cammina cercando di stringere tra le mani il filo che da sicurezza, che ci aiuterà a non perdere tutto il tempo nel labirinto. Siamo grandi, e si rimpiangono gli anni della gioventù. Si fanno i conti con il tempo perso. Ci sono persone che hanno vissuto il loro tempo come tracciando una linea diritta , regolare, senza sbavature, senza vuoti. Io ho avuto diciott’anni ogni volta che mi somo innamorata, di qualcosa o di qualcuno. Sono bambina, quando gioco con Leo. Mi sento immortale quando lui mi dice che mi vorrà accanto per sempre, ogni volta che nella vita avrà un progetto, che devo essere la sua aiutante sempre.Mi sento fragile e malandata, mi sembra di avere cent’anni di stanchezza sulle spalle, ma mi è sembrato di partorire di nuovo, quando è nato Leo, e di nuovo ancora, quando è arrivata Bea, e non ero io,certo, ma nasceva lo stesso qualcosa di mio, e l’emozione fa bene. Una notte di pochi mesi fa è stata un’esperienza che mi ha lasciato un segno grosso. Reduce da un’operazione importante, sola visto il periodo, ovviamente sedata, drogata, in una camera di rianimazione che non riconoscevo, pensavo di essermi persa. Chiamavo Paolo, e non veniva. E pensavo, questo lo ricordo bene “ma guarda come è diventato sordo, invecchiando” Allora ho chiamato “mamma”, e anche altri chiamavano mamma. Ma nessuno arrivava. Apparecchi emettevano suonini da sala giochi. Non sapevo dov’ero, perché, chi ero, quanti anni avevo. Allora ho cominciato a cercare di mettere in fila i ricordi, e terrorizzata mi sono resa conto di non essere capace. Pensavo: “ma è nato prima Riccardo, o la Francesca? E il bambino piccolo chi è? Ma dove lavoro? Da quando? Ricordo che sono sposata, ma sono così giovane….o quella giovane non sono io, è la Francesca? E in che anno mi sono innamorata? No, non torna, e successo prima che nascesse Riccardo….” E ho avuto una paura tremenda di aver mescolato tutto, di non sapere più a che punto del labirinto mi sono persa.Senza ricordi, non mi rimane nulla, Non sono nulla. Se il passato è sparito, il presente è confuso, si può pensare al futuro. Intanto si continua a vagare per sentieri aggrovigliati, con le spine per terra, ed i cocci di bottiglia sui muri, ed a raccogliere il filo che scappa di mano, quello che indica la strada.