“Il passato non si dimentica, ha radici inestimabili che si intrecciano al presente, definisce ciò che siamo, o ciò che siamo diventati. Per Vivian il passato era una stanza di specchi e ombre, di riflessi che le restituivano, incessantemente, i volti delle donne che l’avevano plasmata: una su tutte sua madre. La sua ombra incombeva ancora su di lei, sebbene da anni avesse cercato, in tutti i modi di lasciarla alle spalle. Tutta la sua vita era una fuga da colei che, per paradosso, le aveva insegnato a fuggire….”
E anche:
“Vivian abbassò lo sguardo alla propria ombra che si allungava sul vialetto.Una foglia secca, reduce da un autunno ormai lontano se ne stava lì al posto del suo cuore. I bordi arricciati, prossimi a sbriciolarsi, ne facevano una superstite ostinata, qualcuno che non vuole cedere all’evidenza. Si infilò la Rolleiflex al collo mettendo a fuoco , attraverso la lente, quella fragile creatura che sopravviveva in una stagione che non le apparteneva. “
La cerimonia era stata breve, qualcuno aveva aggiunto “intensa”, tanto per dare un senso a parole quasi incomprensibili, poca gente, una pioggerellina stronza e quella voglia di urlare che le prendeva nei momenti meno opportuni. Si salutarono davanti al cancello di un cimiterino non convenzionale, in una Firenze nord, semideserta…lei e loro due, esemplari così diversi, della stessa madre, tre fratelli, figli unici, per un volere, assurdo di una mamma un po’ “ fuori” per usare un gergo attuale… Decise di tornare in autobus, un modo originale per stare sola dopo il funerale, allentò il nodo della sciarpa, che la stava quasi impiccando, sapeva ancora di lei, aveva quell’odore che hanno le signore di una certa età, pulite ed un po’ vanitose: un po’ di colonia, un po’ di crema per le mani ed un po’ più di sciroppo per la tosse. Gliela aveva tolta, quasi con rabbia, non si muore, scheletriti e vecchi con quel colore addosso…..già quel colore…una banale gradazione di azzurro che sua madre chiamava pomposamente “turquoise” … Lo ripeteva spesso, martellando la figlia, tanto meno femminile di lei: da luce, da vita….quindi primavera in bleu e turchese, estate in bianco e turchese….inverno nero….e sempre noiosamente turquoise. Non scese alla fermata giusta la lasciò passare allontanandosi, volutamente da casa, ed avvicinandosi a quella della madre chiusa da tempo. Lottò con la chiave, prima di decidere di usarla, aprì lentamente, come era piccola quella casa…e come poco ricordava chi l’ aveva abitata: ordinata, monotona…le solite foto di gente bella e giovane morta da sempre…i cuscini sul letto di un celeste sbiadito…e ciniglioso. Trovò la scatola sul cassettone, le cifre ancora nitide, le piccole cerniere sgangherate, aveva quasi paura di alzare quel coperchio, si riavvolse nella sciarpa, quasi per difendersi temeva di ritrovarsela li, sua madre, quell’estranea adorata…. Orecchini, spille, tra il bluette, il pavone ed il manganese …ebbero il loro momento di respiro, il cielo in una scatola di pelle graffiata dagli anni…