Tailleur indaco

Tailleur indaco – di Carla Faggi

Indosso un tailleur color indaco, un bel blu che si imparenta con il viola.

Mi sento molto carina ed elegante, una giovane donna affascinante.

È vero, avrei potuto indossare il tubino rosso, sarei stata più sexy.

Ma, come mi dico spesso, a quarant’anni noblesse oblige, meglio puntare sull’eleganza, la raffinatezza che non sulla seduzione, troppa under concorrenza.

Chanel nere tacco sei, meglio non esagerare.

Un’ultima occhiata ai miei capelli scuri taglio Valentina Di Crepax e via…mi incammino.

Incontro lui, capello scaruffato, barba alla “stamattina è meglio non farla”, pullover marrone chiaro quasi beige, di quel colore che non dona a nessuno, un paio di jeans bracaloni.

Mi guarda, lo guardo.

Aveva gli occhi buoni, aveva gli occhi belli e veniva, veniva dal mare.

Non parlava un’altra lingua però sapeva amare.

Allungo la mano, lui la prende e iniziamo a camminare.

Non ho più un tailleur color indaco ma una tuta rossa, larga, di quelle che ci si sta bene, scarpe basse, capelli corti bianchi.

Ripenso al mio tailleur color indaco, così elegante e sorrido.

Stringo la sua mano, così calda e continuiamo a camminare.

Indaco al vento

Il turchinetto – di Tina Conti

Foto di alkemade da Pixabay

La scorta dei colori è finita:

Blu di Prussia, cobalto, oltremare

Niente  indaco

Sono questi  i colori che vi servono!

Costruite tutte le altre tonalità.

Ordina il maestro

Sarà, a me  fa fatica, provare e riprovare

A volte  viene giusto, altre non assomiglia a niente.

Questa volta mi compro l’indaco

Voglio proprio vedere che sfumatura ha

E il turchino?

Sì quello che le lavandaie, dentro un sacchettino di stoffa  aggiungevano al risciacquo dei panni prima di stenderli al sole e che chiamavano turchinetto.

Si, mi prendo anche il turchino.

Se lo trovo, se esiste, se riescono a convincermi  che adesso esiste ma  che ha cambiato nome…

Come  mi incantavano i panni, stesi al sole, in lunghe file sul prato che sventolavano con quei  lampi azzurrini, celesti, proprio turchini. Sì li prendo tutti, prussia, cobalto, oltremare, turchino, indaco, proprio indaco, così sono sicura di azzeccare la tonalità.

Indaco spaziale

Un anno tutto dipinto di indaco – di Nadia Peruzzi

Foto di Free-Photos da Pixabay

Che anno il 1961 a ripensarci oggi.  Un anno senza uguali .  A febbraio,  i nostri occhi fanciulli avevano dovuto vestirsi di vetri affumicati per seguire quella che oggi sappiamo essere l’ultima eclisse del ventesimo secolo. Eravamo stati lì a guardare il cielo con un misto di eccitazione e esaltazione e paura, mentre vedevamo pian piano svanire la luce, il cono d’ombra della Luna invadere il grande cerchio del Sole fino a spegnerne gli effetti sulla Terra.  Attorno , per un lungo attimo sentimmo il freddo, vedemmo il grigio e l’annullamento dei colori mentre gli animali, noi con loro,  erano ammutoliti !
Non ci eravamo ancora ripresi del tutto e arrivò quella mattina del 12 aprile che cambiò il mondo per sempre. Un ciclo era arrivato a termine si apriva un’epoca nuova.  Un passo importante nella storia dell’umanità e quindi anche nostro che ci aprivamo al mondo del futuro e lo guardavamo con gli occhi dei nostri 9 anni.
Alle ore 9, 07 , ora di Mosca , una navicella spaziale dal nome esotico Vostok (Oriente) si era levata in volo puntando allo spazio siderale. Superata l’atmosfera,  aveva poi orientato la sua rotta in un’orbita attorno alla terra che era durata 1 ora e 48 minuti. Per allora,  una eternità.  E non era tutto . C’era un uomo a bordo . Yuri Gagarin figlio di contadini che in un attimo era diventato pure un figlio delle stelle. Anzi lui stesso era diventato una stella.
Non c’era la tv a seguire gli eventi . Era la radio a portare in tutte le case le notizie. Le raccontava e noi ci mettevamo il di più della immaginazione che traduceva le parole in istantanee di una pellicola da film. Ognuno poteva girare il suo a piacimento.
Occorreva aspettare il giorno dopo i giornali con le loro foto e i loro articoli per leggere e veder documentati in foto gli eventi.
Allora potemmo anche vederlo quel ragazzo sovietico dagli occhi ridenti e dal sorriso radioso e tanto accattivante da farcelo sentire come uno di famiglia, uno di noi.
Uno di noi,  che aveva conquistato lo spazio! Che cosa enorme. Inimmaginabile fino al giorno prima.
Le foto sui giornali della curva della Terra contro il nero del cosmo, erano corredate con le prime parole di Gagarin :” Il cielo è molto nero, la Terra azzurra. Tutto può essere visto chiaramente”.
Ricordo che a scuola andammo elettrizzati per quell’impresa.
Anche nei giochi facevamo correre l’immaginazione che ci portava diritti su quella scaletta per entrare in quel pertugio, per poter fare come Yuri il nostro giro del mondo.  Non sapevamo nulla di geografia astronomica. Entrò nelle nostre vite e nella nostra dimensione allora, insieme a lui.
Sentivamo parlare per la prima volta di assenza di gravità e ci ritrovavamo a pensare di poter galleggiare anche noi, distesi su immensi aquiloni spaziali,  sopra quella sfera immensa di colore indaco. Stava lì da quando nella notte del tempo astronomico, per uno scontro di energie tutto aveva avuto origine. Per la sua posizione nello spazio siderale e rispetto al sole aveva potuto avere l’evoluzione che nessun pianeta del nostro sistema solare aveva avuto , tanto da permettere la vita di esseri viventi e di una natura rigogliosa e varia.
Stava lì , appesa senza fili nello spazio siderale e ora lo sguardo di un essere umano, uno di noi, un fratello, un amico, aveva avuto il privilegio di accarezzarla come si deve fare quando si ha a che fare con la bellezza assoluta.
Nel mondo di allora , uscito da non molto tempo da una guerra devastante e mondiale causata dalla lucida perversione dell’ideologia nazista di dominio sul mondo le parole di Yuri aprivano una speranza per un futuro diverso. ”Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”.
Ci sembrava impossibile non vedere le linee di separazione fra stati. Le cercavamo in una gara inconsapevole e fanciulla che partiva dal riconoscere piccola piccola piccola la sagoma dello stivale nel quale sapevamo di abitare.
Nella sfera azzurra, dall’alto dei nostri aquiloni spaziali con i quali continuavamo a muoverci appena possibile giocando di fantasia, nessuna linea visibile di quelle che a scuola cominciavamo a studiare sulle carte geografiche.
Nessun limite a perdita d’occhio.  Non eravamo in grado allora di fare il salto di pensiero che ci avrebbe precipitato in una visione a tutto tondo,  venata di filosofia. Eppure a vedersela lì in quelle foto quella immensa palla blu una stilla di pensiero lo faceva venire,  per forza di cose. Se non c’erano linee di confine visibili, anche i popoli potevano intendersi come parte di una intera e multicolore famiglia umana con un identico destino nel bene e nel male, anche se con storie , usi e costumi diversi fra loro.
Pochi anni dopo Yuri Gagarin , anche Valentina Tereskova potè posare il suo sguardo da prima donna su quella meraviglia.  E dopo qualche anno ancora il primo uomo riuscì a metter piede sulla superficie della Luna. La conquista dello spazio non si accontentava più di ruotare attorno al Pianeta Blu, mirava ad andare oltre.  Eravamo già più grandi allora . La Tv ci fece vivere in diretta tutte le fasi dell’allunaggio. Fu magnifico ed esaltante, anche se purtroppo per l’immaginazione che ci aveva fatti salire sui nostri aquiloni spaziali in quel 12 aprile del 1961,  la porta si era chiusa per sempre.