Un colore può fare la differenza? forse si o forse no.. Allora mi sono chiesta: quanto sono essenziali per me i colori? Molto nascosto, in me, c è un colore che ignoravo, l’indaco.
Mentre guardo il soffitto ad ogni fine giornata cerco di riassumere le ore appena passate con due spennellate di colore immaginario, in questo sfondo bianco. Stasera ho incontrato e stretto il cuore all’indaco e ho dipinto il soffitto di questo colore.
La prima pannellata racchiude la profondità di questo tempo.
La seconda l’incertezza degli sguardi.
La terza l’incontro dei colori che insieme danno vita all’indaco e così lo sento come segno d’incontri fra gli uomini, creando speranza.
Indaco ora che ti ho incontrato non scappare da me……
Vedo orizzonti, dove altri vedono confini. E non sono di un altro pianeta, solo una che da questa estate si sente Frida addosso. L’ho letta, ho copiato i suoi quadri, ho rivisto il film sulla sua vita, l’ho pensata, e sentita. E cerco gli orizzonti, e so che i confini me li porto dietro, costruiti con alte mura. Ma gli orizzonti li vedo immensi, colorati d’Alba, di tramonto, di foglie di ulivi argentati, o di alberi rossi d’autunno. Come tutto quello che ci si offre disteso dalle scale davanti alla Chiesa di San Quirico a Ruballa. Come la vista alla quale si sono girate le spalle , per cercare riparo dalla pioggia, quando siamo entrate. Salvo scoprire che l’interno è pieno di esterno. Le pareti sono dipinte di verde, i quadri colorano come i fiori i prati. La Croce d’oro sembra raggio di sole. Il povero Cristo, un uomo dolente, addolorato da una vita dura e faticosa, giovane e tormentato. La Croce che non può smettere di portare, abbraccia lui e chi lo guarda, in uno stesso orizzonte. Tanti colori, ma resta negli occhi l’indaco, che riesce nel suo scopo di rimanere impresso negli sguardi. Così diverso dai rossi, marroni, gialli, verdi, rubati alla natura intorno, normali. Così stupefacente che dipinge solo vesti di santi, e sempre quelle della Madonna. E fa pensare al cielo, all’immenso, al divino. Tutte cose che mettono soggezione. Salvo che poi, quando un paio di giorni dopo la visita alla chiesina, il cielo ha smesso di rovesciarci addosso tutte le lacrime che aveva messo in serbo, ed è tornato il sereno, mi sono sentita avvolta dall’indaco. Tutto il cielo era azzurro, o celeste, o forse indaco, proprio quello strano incrocio di ciano virato al magenta. Invece era solo cielo, tappezzato di nuvole bianche, gonfie, stracciate. Sembrava che qualcuno avesse voluto trattenere la Madonna tirandola per l’orlo del mantello indaco, che si è strappato, formando filamenti di nuvole bianche. Era cielo, solo cielo. Il cielo su di noi, che si colora degli occhi nei quali si specchia.
INDACO un colore particolare che mi porta indietro nel tempo, nei miei viaggi in Turchia, il paese dell’indaco, con le sue sfumature di azzurro che trovi dovunque dal cielo alle pietre di lapislazzuli con le sue particolari pagliuzze dorate che li rendono preziosi e difficili da trovare. Vetri, gioielli, foulards, stoffe, tappeti Kilim tipici e un’abbondanza di merci dove i tuoi occhi si soffermarono giusto per un battito d’ali per passare ad altre vetrine ed oggetti che attirano il tuo sguardo per il luccichio e colore dell’oro, dell’argento e del blu. Le moschee ricoperte internamente ed esternamente di bellissime piastrelle o mosaici sempre con i diversi blu insieme all’arte orientale che primeggia dovunque con i suoi intarsi in legno e madreperla. Mobili, tappeti, ceramiche vetri e suppellettili varie che non smettono di stupirti di lasciarti a bocca spalancata come un bambino davanti ad una vetrina di giocattoli. Ricordo bene il mio allegro girovagare per le stradine di Istanbul con i suoi musei e moschee antiche e questi suoi blu che ti avvolgono insieme ai profumi particolari di incensi attirando strada facendo lo sguardo sulla bellissima Moschea Blu. I suoi mercati abbondanti di oggetti lavorati a mano e i negozianti che ti invitano gentilmente ad entrare offrendoti un the alla mela buonissimo che aiuta a riscaldarti e una volta entrata difficilmente esci a mani vuote. Quel susseguirsi di negozi illuminati sempre a festa affollati di persone e di merci che attirano l’attenzione. I manufatti in argento, oro e pietre preziose e il suo famoso Occhio di Allah abbellito con oro o argento. Dicono che porti fortuna per cui non c’è persona che non lo indossi e addirittura viene attaccato con una catenina alla marmitta della propria automobile ! Vetrine di gioiellieri traboccanti di merci dove affoghi gli occhi stancando vista e fisico così diversi e lontani dai nostri dove la merce è esposta più con eleganza che magnificenza. Nonostante l’affollamento di merci è divertente e piacevole visitare i mercati come quello famoso di Istanbul o della Cittadella antica di Ankara. I tappeti nuovi, vecchi, antichi attirano l’attenzione di tutti fosse solo per la pazienza e gli anni che impiegano per tesserli. Mi riferisco a quelli fatti a mano con pazienza e amore. Ho girato molto per negozi e mercati e nei viaggi di ritorno ho sempre riportato a casa vari oggetti e molti di color indaco quel blu profondo e brillante con un piccolo accenno di rosso fino ad arrivare al turchese altro colore della Turchia, terra di storia antica bella a volte selvaggia con i suoi poveri che non si stancano di sorriderti ed essere gentili sempre pronti ad aiutarti. Ho riempito casa di oggetti che spesso quando mi guardo intorno mi ricordano questo bellissimo paese dove ho lasciato un pezzo del mio cuore.
Era la mamma di tutti Lucia, sapeva trovare sempre le parole giuste nel momento giusto, la sua saggezza era la sintesi di una vita difficile fatta di cadute e ricadute, ma era sempre riuscita a fronteggiarne le difficoltà reagendo con slancio agli ostacoli contro ogni previsione, sapeva gioire di ciò che la natura le offriva e col tempo aveva imparato anche a sorridere.
Trascorreva gran parte dei mesi estivi nella sua modesta casa al mare dove suo padre, pescatore già da bambino, aveva vissuto fino alla morte.
-Il mare mi entra dentro viscere, diceva, con la sua forza mi fa volare!
E volava Lucia, volava con la mente e con il cuore, attraversava le praterie dei suoi sogni immaginando vite straordinarie.
Era quel momento del giorno in cui il sole dà il benvenuto alla luna, per un attimo si guardarono, l’una difronte all’altro ignari di ciò che accadeva sotto di loro, Lucia amava quel momento della giornata e spesso andava in terrazza per godere di quello spettacolo.
L’azzurro del mare e del cielo la circondò e lei si lasciò cullare da quell’immensità, per un attimo ebbe quasi paura di sprofondarci poi aprì le braccia come se volesse imprigionare quell’immagine e assaporò fino in fondo l’ emozione di essere lì.
Il sole ormai si era nascosto oltre l’orizzonte e aveva lasciato dietro di sé mille veli dai colori indefiniti che si intrecciavano l’uno con l’altro regalando sfumature quasi trasparenti tra il rosa e il viola, poi più niente… il cielo si fece azzurro e l’indaco si diffuse timidamente in quella vastità, persino le onde si zittirono e un grande silenzio avvolse Lucia.
Il sole entra con forza dalla finestra, non riesco a rimanere in casa, la bambina nata e vissuta in campagna si agita dentro di me, lei era abituata a stare sempre fuori da sola o con gli altri bambini del vicinato.
I loro giochi erano all’ aperto, solo quando pioveva si ritrovavano in qualche andito, o quando potevano andavano a casa di una bambina che aveva un stanza a disposizione, creando giochi con la sola fantasia.
Oggi quel sole mi chiama fuori, lascio tutto ed esco.
Quando sono fuori il sole mi accarezza, il cuore mi torna leggero, mi sento bene, alla prima salita il fiato mi diventa pesante, piano, piano prendo il ritmo.
Il canino Milo dei vicini quando mi vede passare abbaia con foga, come a farsi coraggio, lo chiamo per nome, il suo abbaiare diventa più dolce e lentamente si spenge.
Sento sempre un po’ di fatica a camminare, sono arrivata alla strada vicinale che porta alla villa dei Ginori, nei tempi passati era adoperata per raggiungere alcuni campi con più facilità e per accorciare il tempo per arrivare in paese.
Nella strada ci sono delle pietre sfalsate appartenenti al terreno della collina, andando più avanti trovo scarti edili, ci sono tanti piccoli frammenti di mattoni che formano un tratto di strada arancione.
I campi intorno a me sono abbandonati, il sottobosco li sta invadendo, gli olivi per strapparsi a quell’abbraccio mortale sono cresciuti in altezza[P1] , un fruscio nel folto del balzo, un fagiano spicca il volo, il sole illumina i bei colori del suo piumaggio.
Andando avanti trovo un appezzamento di terreno con ulivi curati, il sole mi riscalda, rumore di trattore in lontananza.
Dietro di me, nella collina sinistra, la villa del Petriali spicca nel verde argentato degli olivi.
Il sole illumina tutta la vallata, il campanile della pieve svetta su tutto.
Accanto al paese un serpentone gli passa vicino e produce un fruscio rombante con varie intensità di suono.
Devo farci l’occhio, è la modernità della nostra società.
Nel cielo bianche nuvole disegnano morbide piume, il sole e più tiepido.