Non avevo riposato bene quella notte e benché avessi cercato di auto convincermi che ciò che dovevo affrontare non era poi cosi grave, perlomeno al momento, mi sentivo a terra.
Niente colazione. Dopo una doccia veloce, indossati gli abiti di sempre, valigia in mano, si parte destinazione ospedale.
Aprendo la porta i raggi tiepidi di un sole di fine ottobre colpiscono i miei occhi e mi stupisco di come fuori tutto sia pervaso da una luce arancione quasi magica, dorata e brillante: mi consolo interpretandolo come buon auspicio. Pochi chilometri e sono a destinazione accompagnata da mio marito tristemente premuroso.
Attraversiamo l’atrio; rumore di voci, volti sconosciuti, camici bianchi. L’ascensore è grigio, stretto e anche lento. Si ferma al terzo piano, l’apertura scorre per farci uscire; ed ecco che mi ritrovo in una sala d’aspetto silenziosa, spaziosa, rilassante dove tutto è arancione, anche le luci soffuse irradiano lo stesso colore.
Un’infermiera ci fa accomodare dicendomi di aspettare la chiamata, la guardo: anche lei porta una divisa arancione. Mi chiedo se questo sia il colore della calma e della tranquillità. Di lì a poco, nel silenzio sento il mio nome, mi alzo e, dopo un tenero saluto con mio marito, mi incammino.
Passando vicino alla vetrata lancio un ultimo sguardo al cielo cercando la carezza dei raggi di un sole che mi appare ancora più arancione e radioso di stamattina.
Non camminava: malgrado le creme, le pasticche e le goccioline varie, non riusciva a camminare e il dolore era forte.
Era stata sconsiderata: lo sapeva.
Si era comportata come una donna intera mentre invece adesso, nella sua nuova vita, era a pezzi.
Ma non si fece prendere dalla disperazione: non poteva permetterselo.
Prese l’automobile e a fatica si diresse verso la seduta di fisioterapia.
La gamba le doleva ma riuscì ad arrivare.
Parcheggiò, venne fuori dall’auto e, appoggiandosi alle sue bellissime stampelle arancioni, riuscì a muoversi. In fondo era contenta: a dispetto di quel che le succedeva, ancora se la cavava.
Era in anticipo sull’ora dell’appuntamento così si diresse verso un bar per prendere un cappuccino.
Mentre si avviava verso il bancone vide quegli occhi che venivano fuori dalla mascherina e la riconobbe: si fermò un attimo, la riguardò e fu sicura che era lei ma non era stata riconosciuta.
Gli occhi grigi, rispondendo al suo sguardo, esprimevano un interrogativo.
Si riprese e andò a ordinare il cappuccino: nel frattempo doveva decidere se salutarla o no.
Venivano fuori a grappoli i ricordi di un’amicizia che forse non era stata tale se erano passati quarant’anni in cui non si erano cercate.
L’aveva amata.
Era stata l’amica a chiudere dopo che le aveva inviato una poesia di Pasolini, ma non ne ricordava le parole.
Si innamorava sempre delle persone: sua madre glielo rimproverava in continuazione.
Era un amore fatto di dipendenza.
Decise che le avrebbe rivolto la parola.
Nella sua nuova realtà non c’era più posto per scappare.
Così si avvicinò e disse il nome, un nome non comune: non ci potevano essere equivoci.
Ma l’amica non ricordava.
Si dovette togliere la mascherina per essere riconosciuta.
Si parlarono come due conoscenti abbastanza guardinghe.
Era soddisfatta.
Non si era vergognata di come era, di come appariva.
Nella sua vita era esplosa una bomba e si vedeva.
Tutti i suoi pensieri, sentimenti, idee, sogni, illusioni, speranze, azioni, affetti, … erano stati sbalzati fuori dai loro scaffali ordinati, proiettati ovunque e mescolati in una completa tempesta metereologica. Come prima dell’esplosione c’era tutto ma la fruibilità dei singoli elementi era diventata estremamente complessa se non impossibile.
Si perdeva all’interno di questo.
Portava in sé la dolorosa fragilità di tenere insieme il tutto ma c’erano quelle meravigliose stampelle arancioni che l’aiutavano a sorreggere il peso.
Stava lentamente rimettendo a posto ogni pezzo della sua storia e non provava più imbarazzo, o quasi, di essere quella che era.
Si era confusa solo nel dire in che via era diretta.
Sapeva che sarebbe stata giudicata.
Per capire quell’incontro si affidava alla sua lentezza nel comprendere e attendeva quel che sarebbe venuto, quando fosse venuto.
Nell’immediato non lo sapeva.
Ma era sempre così.
Ma lei era così!
Aveva impiegato anni per rendersi conto perché l’amica ritrovata chiamasse la sua 500 “diosperina”: per molto tempo non le era venuto in mente il colore arancione!
A scuola si andava a piedi, erano inevitabili le fermate ai negozi del paese: dalla Marina per il semellino con la mortadella o la schiacciatina salata, qualche volta il pandiramerino. con i primi di ottobre, io aspettavo con trepidazione le cupole di giuggiole nella bottega di zia Emma, ne ricevevo un bel cartoccio.
Lei spesso era nel retrobottega a preparare le verdure cotte, ma quando la vedevo sulla porta che si riposava guardando passare i bambini chiassosi con i grembiuli neri e bianchi, e il fiocco fresco e croccante al collo mi illuminavo tutta.
Lei era molto tenera con me, mi chiamava Titta, aveva avuto due maschi un po’ rustici e poco affettuosi e io bimbetta la intenerivo. Era contenta di vedermi, faceva due chiacchiere con la mamma e a me regalava un bel diospero maturo.. io ero golosa di quel frutto che non piaceva a nessuno dei miei fratelli.
Lo portavo con attenzione nel palmo della mano fino a scuola. Vani erano i tentativi di mio fratello grande per farmelo cadere a terra. Lo difendevo con tenacia.
Non so proprio come facessi a mangiarlo a scuola, ma vi assicuro che ancora oggi aspetto di vedere sull’albero i primi frutti maturi per gustarne il sapore. Tanta è stata la passione per questo frutto bello e colorato che sono riuscita a trasmetterla ai miei nipoti e anche a qualche alunno della scuola dove ho lavorato.
La cuoca Silvana, mia complice, mi aiutava nel procurarmi i frutti di stagione insoliti e con l’aiuto della dietista scolastica si incoraggiavano i bambini a provare i frutti del nostro territorio.
A novembre i bei diosperi maturi venivano serviti con cura e attenzione. Ne proponevo piccoli assaggi scrutando le reazioni e i commenti. I bambini partecipavano con discrezione, erano le famiglie che poi contribuivano all’esperienza, inviando dai giardini di casa cesti di frutti belli e lucenti che maturavano in classe aspettando i curiosi e golosi assaggiatori.
Arancione non è dimensione semplice, non facile da trovare, né da raggiungere. Se fosse così, si chiamerebbe arancino. Invece è roba grossa, “arancione”, una somma, il traguardo di una tappa in salita, una miscela di scene di vita che nel ricordo r ispuntano colorate di rosa tenere e amorose, piene di abbracci pronti a non fare cadere. E poi sono diventati ricordi giallini, aspri ma luminosi, appena appena usciti dal verde assoluto, vogliosi di stelle, di sogni, di ginestre dei boschi d’estate. E, quasi senza averne consapevolezza vera, ma più solo trascinati dalla vita, c’è stato un lungo periodo di fiamme, tutto colorato di rosso, di passione, di passioni, di baci da film, bandiere rosse, tutto o nulla, dove le parole erano mai e per sempre, senza tentennamenti, senza colori sbiaditi, puri e convinti di essere monoliti inattaccabili, diamanti splendenti. Poi il rosso è diventato scuro. E quanto possa essere scuro il rosso lo sa chi lo ha visto c olorarsi di dolore, di sangue, di paura, di solitudine, di crolli e perdite. Che poi, ogni volta si continua, ci si mette tutto il cuore rimasto, si stringono forte i denti, e si va avanti. Ma si percepisce il pericolo accanto. E il pericolo vero è che il rosso, tra la possibilità di stemperarsi in arancione mescolandosi a colori di vita, e quella altrettanto a portata di mano ‘, di perdersi in un nero che a volte puo’ sembrare riposo, e rifugio, e calma’, anziché arancione, diventi marrone, che è sempre un “one”, che è madre terra, ma è pericolosamente vicino a colori che anche mescolandosi ad altri, non hanno possibilità di schiarire.
L’arancione va cercato, si trova a volte sotterrato. La cameretta che dividevo con mia sorella aveva pareti dipinte di giallo, e soffitto arancione, e ci spendeva sempre il sole. Ho stretto mani tese negli ultimi tempi, radici sotterranee che erano li’ anche quando non le vedevo, che bastava cercare , che sono mani calorose e affettuose di amici creduti persi, amici che erano ragazzi e vicino ai quali si è cominciata la vita. Ed è esploso un gran calore subito, quando ci siamo accorti che l’affetto rimane intatto, che quando ci siamo voluti bene da ragazzi, è per sempre. È quell’affetto il monolite che tradisce il tempo, e che fa rinascere la voglia di colore, anche in autunno, sono sicura, anche in inverno.
Sulla tavola campeggiava un cesto che mandava riflessi aranciati. Quasi una natura morta su cui aveva la meglio la scorza rugosa di una zucca,sulle corazze lucide della corte di diosperi che avevano bisogno di una piccola spinta per maturare del tutto.
Fuori era il grigio ad avere la meglio.
Il cielo era compatto, come una lamina senza la più piccola venatura di azzurro. Quasi un mare capovolto e privo di ogni sua carica benefica ed energizzante.
Tutto il contrario. Quella cappa fiaccava anche gli spiriti più allegri e ben disposti verso la vita.
E non era il suo caso.
Tanto meno in quel giorno. Di fronte aveva solo un porta che si era chiusa definitivamente.
Sentì una morsa stringerle il petto. Cercò conforto nelle vecchie foto e nelle cose di lui.
Sfiorò più volte la giacca che aveva indosso nelle sue ultime ore. Ne aspirò il profumo e pianse.
Pianse, come non aveva mai pianto prima.
La scatola delle foto a cui teneva come un tesoro giaceva sulle sue gambe. Si decise ad aprirla scorrendo alcune foto senza vera convinzione, fino a che non trovò quella che cercava .
Foto di Marta Vezzani
Le note di arancione che stavano incendiando la sua tavola quella mattina l’avevano indirizzata a quella foto e a quel preciso fermo immagine.
Davanti aveva uno scorcio di Parigi. Colorato e vitale malgrado il pallido cielo autunnale stendesse la sua fredda coperta su tutto.
La cupola di Montmartre svettava sui tetti delle case riuscendo a malapena a battere il colore biancastro e compatto del cielo.
Due giovani stavano percorrendo in discesa la strada luccicante per la pioggia recente. Si tengono per mano e parlano fra loro. Sembrano preoccuparsi solo di questo, al resto non danno la minima attenzione.
Non è un problema né la strada resa sdrucciolevole dalla tipica pioggerellina parigina, né quella lastra compatta e grigia del cielo che incombe sulle loro teste.
Non sembrano accorgersi nemmeno del vero tripudio di colori che l’autunno era in grado di regalare.
Persi, uno negli occhi dell’altra. Il resto non esisteva.
Né la vite americana che bordava le facciate delle case lasciando libere solo le finestre e le porte, con i toni cangianti del suo rosso violaceo fino all’arancione più sfavillante.
Né le fronde degli alberi appena scalfite, ma non ancora dome del tutto, dalla caducità delle foglie.
E’ tutto un gioco di verdi che resistono ancora e si rincorrono con giallo, arancio, ruggine e i primi accenni di marrone.
I letti di foglie al limitare della strada già raccontano di un inverno che sta preparando giorno dopo giorno il suo ingresso in scena .
Loro son troppo presi per badarci.
Sfiorò la foto con una carezza tremula, quasi avesse timore di spezzare quell’incanto e con esso i ricordi che erano tornati ad affastellarsi.
Un tempo lontano. Lontanissimo, anzi.
I suoi studi a Parigi. Il suo incontro con Philippe. Un viaggio iniziato per se stessa che era diventato ben presto un viaggio per due.
Viaggio, che pensiero eccessivo per l’oggi così pieno di dolori e di anni e di una perdita che l’aveva lasciata sfiancata e fiaccata come mai avrebbe potuto immaginare.
Fin troppo spesso e da tempo, il mondo esterno lo scrutava, anzi lo percepiva attraverso la finestra di casa, più che viverlo realmente.
Viaggiava sull’onda dei ricordi.
Si aggrappava a quelli belli, quelli che riaccendevano i sentimenti .
Quella foto, riconobbe, in quel giorno era un vero toccasana. Curava l’anima.
Solo lei era in grado di sapere quanto ne avesse bisogno.
La nostalgia scese come un velo.
Si fece sentire di più ad ogni passaggio della sua mano sulla foto.
Ne trasse conforto. Sentì che il calore di quella scena ravvivava un po’ anche il suo essere.
Rivide ciò che i suoi occhi avevano visto allora.
I ciottoli luccicanti del pavé, la casa della nonna quasi coperta per intero dalla vite americana di un arancione brillante. La porta di ingresso a far contrasto, col suo blu elettrico, quasi spicchio di mare fuori contesto. La nonna Céline dietro alla finestra del salotto che li scrutava attraverso l’obbiettivo della sua macchina fotografica e scattava quella insieme ad altre foto .
La nostalgia si tinse di tristezza, anche se solo per un attimo. Fu la gioia a riprendere il sopravvento e a cullarla.
Rivide le sue guance arrossate per il primo freddo e per l’eccitazione mista ad ansia. Presentava Philippe alla nonna proprio quel giorno.
Sperava così tanto nella sua approvazione.
Lo conosceva da poco tempo, eppure era riuscito a diventare da subito tutto il suo mondo. Sperava davvero che sua nonna lo apprezzasse.
Nel bagliore rosso arancio del camino le sue guance erano diventate tizzoni. Lo specchio che aveva di fronte non mentiva.
Come non mentivano i suoi occhi neri, lucidi e vividi mentre cercavano risposte in quelli di sua nonna.
Bastò un cenno per riempirla di felicità.
Aveva percorso una vita intera quell’amore da ragazzi.
Intenso e solido aveva attraversato bonacce e tempeste e anche i giorni insidiosi del tran tran e dell’abitudine che avevano minato più di una unione delle sue amiche .
Sembrava avesse tratto forza proprio dalla stagione in cui era nato. Calda, a tinte forti, con l’arancio a farla da padrone in tutte le sue sfumature, a infondere ottimismo e gioia di vivere le proprie emozioni, a rinnovare la passione giorno dopo giorno tenendo a bada i pensieri negativi.
Era durato tutta una vita.
L’addio in una gelida giornata di gennaio. Appena il giorno prima. Definitivo, di quelli che pesano come non mai dopo oltre 60 anni di vita in comune.
L’uomo scarno, pallido e con gli occhi infossati, non era più il suo Philippe .Quello che aveva incontrato in quei giorni infuocati di arancione non c’era più da molto tempo.
Si era spento a poco a poco perdendo lucidità e la vitalità che erano state sue compagne da sempre.
Le sue mani sempre più scheletriche sotto le sue carezze, erano fredde da giorni. Come prive di linfa vitale già prima che la vita le lasciasse del tutto.
Sentì una fitta al cuore.
Philippe se n’era andato senza mai aprire gli occhi nemmeno per un ultimo istante.
Avrebbe voluto tanto mostrargli quella foto nella speranza di veder riaccendersi un guizzo di arancione prima che si spengessero del tutto.
Strinse al cuore la foto, chiuse gli occhi.
La voce di Philippe tornò a risuonare per un momento. Le sembrò un concerto mentre su quella via parigina le parole si mischiavano al parlottio delle foglie degli alberi scosse dal vento .
Anche loro cercavano in ogni modo di sconfiggere la legge della loro caducità inevitabile. Si abbandonò al suono dell’una e delle altre cercando pace.
Dopo 6 ore di lezione al liceo il primo e più grande desiderio era entrare in cucina, al caldo, trovare la tavola apparecchiata e un piatto caldo ghiotto. Ogni volta ci cascavo in quella speranza e le delusioni erano costanti. Aprivo la porta schiacciata dai libroni (perché non si sa come la cultura ha sempre il suo peso) e trovavo lei appesa a qualche scala, barattoli di vernice che colavano colori e il pennello in mano.
“Ma che ore sono?” diceva sobbalzando, guardandomi con un terrore che subito scatenava il mio.
“Le due” rispondevo affranta
“Oddio!!” e balzava giù dallo scaleo a rischio di fratturarsi tutta, zompando sul fornello irrimediabilmente spento.
“Pasta a burro?”
E come no? Certo! Una bella tristissima pasta a burro, molto ma molto “al dente” per non scollinare alle tre con la tavola apparecchiata.
La cucina calda dei sogni era un frigorifero di finestre spalancate, perché le vernici, specialmente allora, erano pure parecchio tossiche.
“Come è andata?” diceva mascherando i sensi di colpa correndo frettolosa dall’acquaio al fornello, ciancicando fagottini oscuri tolti dal frigo, forse più caldo della stessa cucina dove rassegavo i miei tremiti scolastici confondendoli con quelli climatici.
Un “Bene” laconico copriva ogni sfumatura di pensiero, la via più corta per raggiungere senza troppi danni il pomeriggio, in cui un’amica stufetta mi avrebbe riscaldato le mani sulla versione di latino.
Lei a quel punto sazia delle sue scorribande colorate sulle pareti di casa, un po’ in colpa per l’allergia verso la prodezze alimentari, mi avrebbe fatto compagnia dalla stanza accanto, fingendo di fare la calza. A farmi compagnia era il rumore dei ferri che cadevano, tintinnando, che mi dicevano che c’era, era di là, a pochi passi di distanza e di sicuro mi pensava e si faceva domande che poi si riassumevano in una unica, confusa e ansiosa, appena riemergevo dai vocabolari.
“Come hai dipinto oggi il salotto?” chiedevo allora e lei scopriva i teli e diceva radiosa un colore sempre diverso.
L’ultimo, il più longevo, quello che durò fino alla fine, fu un arancio rovente spalmato a gran pennellate.
“Vedi, la sera, con la luce accesa, vista da fuori, la stanza sembrerà un faro e voi la vedrete da lontano e vi guiderà”.
Infatti, girando in certe sere la curva dietro Via Atto Vannucci, alzando gli occhi in su, la luce era di un faro arancione al secondo piano, almeno quando c’era dentro lei, con il suo finto lavoro a maglia e i ferri che continuavano a cadere.